Giuliano Amato, reduce dal vertice di Hartwell House: "Sì all´Internazionale dei democratici"

"Il nostro riformismo non basta più ma è sbagliato rincorrere il centro" Noi, soli con i bobos. Dobbiamo parlare anche agli elettori di sinistra, se no restiamo coi borghesi bohémien

 Il voto francese? Gli amici di Parigi me lo dicevano: è segnato, dopo le presidenziali
"Vota centro sinistra chi si preoccupa del bene del suo paese, ma chi sta male diserta"

di ANTONIO POLITO

LONDRA - Di ritorno dal week-end nella campagna inglese, Giuliano Amato non ha molta voglia di parlare della disfatta elettorale della sinistra francese. «Gli amici di Parigi con cui ho parlato ad Hartwell House consideravano il risultato già segnato, dopo le presidenziali». E proprio per le ragioni di cui si è discusso a lungo nella "tre giorni" convocata da Blair e Clinton: il distacco di vaste parti della «working class» dalla sinistra, l´attrazione esercitata su di loro da movimenti "populisti post-socialisti". E il rischio che l´alleanza con partiti più moderati di centro-destra (come è avvenuto in Italia) scalzi per un lungo periodo la sinistra dal governo in tutt´Europa. Per fare argine, i fautori della "Terza Via" non solo la difendono, ma la rilanciano, proponendo addirittura la nascita di un abbozzo di "Internazionale democratica", che vada oltre il vecchio movimento socialista.
«Sì, è vero - dice Amato - Blair ha manifestato un atteggiamento critico, e per me anche meritato, verso l´Internazionale socialista, che sembra sempre più una gigantesca Arca di Noè, ormai bloccata nella trappola della ricerca del minimo comun denominatore. E´ un problema reale. Ma del resto è del tutto ovvio che se un´iniziativa come questa del seminario inglese - che è stato voluto dai "New Democrats" americani alla ricerca di collegamenti europei - avrà un seguito e una dimensione organizzativa, dovrà averlo al di fuori dell´Internazionale socialista. Perché si pone l´obiettivo di collegare forze, come i Democratici Usa, che non si troverebbero mai nella vecchia casa».
Giuliano Amato riflette col distacco dello studioso sulla svolta del "caminetto" inglese, moderando le passioni politiche che i suoi contenuti, e la partecipazione di Rutelli, hanno acceso nella sinistra italiana (perfino nel Labour inglese l´ala di sinistra, esclusa dal convegno, ha protestato e criticato). «Il messaggio lanciato dal Buckinghamshire - ammette - è certamente più riformismo, non meno, per rispondere alla destra. Ma attenzione a semplificare tutto ciò come una rincorsa al centro. Tutt´altro. Abbiamo ascoltato un´interessantissima relazione del guru dei sondaggi di Blair, Philip Gould, il quale ha segnalato come perfino per i laburisti inglesi c´è il pericolo di perdere parte del loro elettorato tradizionale di sinistra, per ragioni economiche o di identità. Può accadere anche qui, ha detto, ciò che è successo in Francia o in Olanda; è in atto un movimento sismico nell´elettorato. Il problema del centro-sinistra - lo abbiamo visto in Italia - è che questi ceti, che del liberismo e della globalizzazione hanno conosciuto finora solo le fregature, sono attratti all´estrema destra o all´estrema sinistra. Vota per il centro-sinistra solo chi si preoccupa del bene del paese, perché già sta bene di suo. E invece diserta chi sta male, e dunque pensa solo a se stesso. Il rischio per noi è di restare solo con i cosiddetti "bobos", i "borghesi bohémien"; di diventare un macro-Partito d´Azione, che rappresenta solo le elite appagate, sempre pronte a insegnare agli altri che cosa pensare e fare».
Il dilemma - anzi il "trilemma", secondo uno dei relatori al convegno - è come parlare alla gente che una volta era di sinistra senza tornare alle ricette della vecchia sinistra. «Esatto - risponde Amato - è proprio così. Blair pensa, e io con lui, che bisogna dare risposte riformiste alle ansie e alle insicurezze di chi perde il lavoro o si vede preferito un immigrato nell´assistenza. Ma efficaci risposte riformiste fin qui non sono state date: nuovo Welfare, formazione permanente, politiche attive del lavoro. Il problema è l´insufficienza del nostro riformismo, e la soluzione non è il ritorno al massimalismo».
Era stato proprio Amato, qualche giorno fa, a segnalare il rischio di un crollo della fondamenta dell´Ulivo. Perché? «Perché se vedo una divaricazione tra Ds e Margherita, io vedo in gioco le fondamenta dell´alleanza. E questo segnale nei giorni scorsi l´ho visto». Gli chiedo se dopo il seminario e la pace tra Fassino e Rutelli è più tranquillo. «Né più nè meno tranquillo: sto a vedere». Ma Rutelli - anche nel seminario inglese - ha marcato una svolta sui contenuti, dalla flessibilità del mercato del lavoro al rigore con i clandestini, nell´evidente intento di spostarsi più al centro. Questo di per sé non terremota l´Ulivo, perché una distinzione di compiti tra Margherita e Ds può perfino essere utile. «Una distinzione può essere un bene - ammette Amato - a patto che non perdiamo di vista ciò che le dicevo prima. E cioè che il riformismo vince solo se parla a quell´elettorato in spostamento verso destra».
Ieri mattina, nell´ultima sessione del seminario, Clinton ha affrontato la situazione internazionale, il Medio Oriente e l´Iraq. Clinton è stato molto critico verso Bush: non a caso ha chiesto che il suo intervento fosse «off the records». Secondo l´ex presidente, oggi la Casa Bianca è ostaggio della destra repubblicana, la quale ritiene che gli ebrei abbiano diritto all´intera Terra Santa, dunque anche alla Palestina. Soluzione al dilemma mediorientale così non ci sarà, perché Bush non vuole spaccare la sua coalizione elettorale. L´unica via d´uscita, per Clinton, resta invece l´offerta di Barak che Arafat rifiutò. Sull´Iraq, pur ritenendo Saddam un uomo pericoloso che sta lavorando ad armi di distruzione di massa, Clinton non ritiene che la sua minaccia giustifichi oggi un´azione affrettata o unilaterale. «Lui ha detto cose sagge, ha parlato come un europeo», commenta Amato. «Io l´ho esortato a far sentire la sua voce e quella dei Democratici americani in questo dibattito. All´indomani dell´11 settembre, capisco che doveva prevalere un patriottismo bipartisan. Ma ora sarebbe prezioso, proprio per evitare il radicarsi di un sentimento anti-americano in Europa, che anche negli Usa riprenda una discussione aperta sul ruolo della iper-potenza nel mondo. Ecco un´altra buona ragione perchè sinistra europea e americana trovino un forum comune».

la Repubblica
10 giugno 2002


"Va allargata a tutti i liberal"
Boselli apre: Internazionale da riformare
"Solo il Pse resiste, ma anche lì serve la svolta"


ROMA - Cambiare nome all´Internazionale socialista, onorevole Boselli, trasformarla in un´Internazionale dei Democratici?
«Certo. Non è una chiesa, non ci sono dogmi né sacerdoti. Pienamente d´accordo con Blair e con Rutelli. Del resto, è come una presa d´atto».
Che vuol dire?
«Che nell´Internazionale siamo ormai a quota 170. Con molti partiti che poco hanno a che vedere con la tradizione socialdemocratica: dai messicani agli israeliani, fino agli stessi laburisti inglesi. Il punto tuttavia non è tanto il nome, è allargare la "contaminazione"».
Ai democratici americani?
«Esattamente. E a tutte le culture liberali, ambientaliste, da una parte e dall´altra dell´oceano».
Già Willy Brandt aveva proposto il cambio del nome.
«E anche Bettino Craxi, dieci anni fa».
Ma che c´entrano i liberal con la sinistra?
«I vecchi schemi sono caduti, non hanno più senso, all´interno dell´Internazionale socialista. E´ il Pse che resiste».
Che succede nel Partito socialista europeo?
«I suoi confini coincidono ancora esattamente con la vecchia socialdemocrazia. Anche, e soprattutto qui, è arrivato il momento di cambiare».
In vista delle elezioni europee?
«Magari, ma non credo che faremo in tempo a mettere insieme sotto uno stesso simbolo socialisti, liberali, ambientalisti».
E allora?
«Pensiamo, realisticamente, al dopo-elezioni: un unico gruppo parlamentare di queste forze a Strasburgo, basta con gli steccati Ppe-Pse. E´ l´unica strada per evitare il tracollo: la casa dei riformisti».
Intanto, in Francia il centrosinistra ne esce a pezzi.
«E´ una triste conferma: la sinistra perde non solo perché è divisa ma perché l´ondata di destra è radicata, profonda. Frutto di una grande paura».
L´immigrazione?
«L´Europa è come una fortezza assediata. Dal fronte dell´est e dal Mediterraneo. I cittadini vivono l´incubo che le mura cedano, che una marea di immigrati clandestini travolga questa comoda, agiata fortezza. E votano a destra».
Più rigore, più sicurezza dunque.
«Certo. Ma non con il filo spinato della Fini-Bossi. Ha ragione Prodi: la fortezza si protegge in realtà allargandone i confini, con l´ampliamento dell´Unione ad est, aprendo ai paesi ex comunisti, creando benessere. La marea dei diseredati si ferma soltanto così».
(u.r.)

la Repubblica
10 giugno 2002


Parla il sindaco di Roma: "Dobbiamo fondere radicalità e riformismi, contrapporli in questi anni è stata la nostra tragedia"

"Il centrosinistra del 2000 si unisca nell'Internazionale dei democratici"

Veltroni: lo proposi a Blair nel ´97, ora rilanciamo il progetto
socialismo addio La parola socialismo, per i giovani, non evoca molto: sono tanti i riformismi

MASSIMO GIANNINI


ROMA - Sindaco Veltroni, l´Ulivo ha vinto le amministrative. Non le sembra di percepire qualche eccesso di trionfalismo?
«Il voto dimostra tre cose. La prima: il centrodestra non è imbattibile. Perde, invece, con un risultato uniforme e con una forte caratterizzazione del voto al Nord. Sono andato a rivedere i risultati delle amministrative del ´97. Un anno dopo il trionfo del '96, e dopo aver fatto una manovra severa che ci ha portato in Europa, il centrosinistra vinse alla grande le amministrative: a Roma Rutelli prese il 60,5%, Cacciari conquistò il 64,6% a Venezia, Bassolino il 73% a Napoli, Pericu il 51,5% a Genova, Castellani il 50,4% a Torino».
E questo che vuol dire?
«Un anno dopo la vittoria del 13 maggio, senza aver affrontato impegni gravosi e dopo aver varato una legge sull´immigrazione che voleva strizzare l´occhio all´elettorato del Nord, la Cdl incappa in una netta sconfitta. E´ il segno che il consenso di cui gode il centrodestra si poggia su una base d´argilla. Spesso siamo noi che diamo a questa maggioranza un´immagine di forza e invincibilità che non corrisponde alla realtà».
Che altro dimostra, questo voto?
«Il centrosinistra vince quando è unito e rinuncia ai personalismi e alle divisioni che tanta parte hanno avuto nel calvario di questi anni. Il meccanismo elettorale del ballottaggio costringe la coalizione alla compattezza. E qui riemerge il grande rammarico per quel referendum elettorale che non passò per una manciata di voti. Se ci avessimo creduto tutti, allora, oggi avremmo un sistema elettorale che ci avrebbe fatto rivincere le elezioni di un anno fa. Terza e ultima considerazione: a Parigi il centrosinistra perde le presidenziali ma vince le locali, a Vienna vince le amministrative e perde le politiche, in Italia perde le politiche ma vince le comunali».
Magra consolazione.
«Ma dimostra una realtà importante: l´elettorato europeo "investe" sulle capacità degli amministratori locali, che sanno ispirarsi ai valori della solidarietà, alla difesa dei più deboli, dell´ambiente e della cultura. Premia il buongoverno locale, che punta alla Welfare community coniugando giustizia sociale e senso della comunità. Questa, per tutto il centrosinistra, è una grande base di ripartenza».
A questo punto si ripropone il dilemma: per vincere è più utile il radicalismo sociale di Cofferati o il riformismo moderato di Blair?
«Ecco la grande tragedia della sinistra: considerare questa coppia in termini oppositivi. Mi spacco la testa da anni, a ripetere che la vera grandezza di un centrosinistra moderno sta nell´unire riformismo e radicalità, non nel farli competere l´uno contro l´altro. La storia ce lo insegna: perdiamo ogni volta che ci proponiamo come i riformisti del calcolo e della ragioneria, o al contrario come i radicali dell´utopia e della demagogia. Perdiamo ogni volta che ci logoriamo in assurde dispute sull´asse della coalizione, spostandolo una volta a sinistra, una volta al centro, e ogni volta restando sguarniti da una parte o dall´altra. Non è questo che dobbiamo fare».
E che cosa, allora?
«Dobbiamo far convivere queste due culture, con un programma concreto che non rinuncia ad evocare il sogno di una società diversa. L´Ulivo nel ´96 ha avuto questa forza. E in quella stessa stagione ce l´hanno avuta anche Clinton in America e Blair in Gran Bretagna».
In realtà Clinton e Blair hanno intuito per primi che bisognava ripensare le categorie di destra e sinistra.
«Sì, ma vediamo in concreto cosa hanno fatto, fuori dagli stereotipi. Blair ha aumentato la spesa sanitaria e quella scolastica, introducendo incentivi agli insegnanti disposti a trasferirsi in zone disagiate. Ha introdotto nuove forme di flessibilità, ma estendendo i sussidi alla disoccupazione, che oggi coprono il 70% dei senza lavoro, e introducendo per le categorie di reddito meno agiate i buoni casa e i buoni riscaldamento. Clinton ha aumentato i fondi della sanità per i bambini e per le scuole, ha introdotto i corsi di lingua per gli immigrati, ha varato un piano di recupero infrastrutturale nelle aree urbane, ha tentato la riforma del "Medicare"e il divieto della vendita delle armi. Questo dimostra il qualunquismo delle semplificazioni del dibattito italiano, che ruota intorno alla domanda: dobbiamo essere più di qua o più di là?».
Ma a questa domanda bisognerà pur dare una risposta.
«La risposta è sempre la stessa: serve la sintesi tra un sano bisogno di radicale mutamento della società con il sano realismo che serve a far percepire ogni giorno quel mutamento nella vita della gente».
Parole, sindaco, parole.
«Non è vero. La sinistra ha finito per aver paura della sua identità e per rinunciare all´orgoglio dei suoi ideali. Dobbiamo recuperare l´una e l´altro. Dobbiamo farci trovare pronti dall´elettorato, perché io sono convinto che il ciclo di questa destra sarà molto breve».
Sarà, ma dall´Olanda alla Francia la destra vince, la sinistra perde.
«A mio parere è mancata in Europa una riflessione profonda sul senso del ciclo di vittorie che hanno seguito quella di Clinton. Oggi dobbiamo fermarci a ragionare sul profilo dei riformisti: è chiaro che la risposta che abbiamo provato a dare in questi anni, cioè diventiamo tutti socialisti, non si è dimostrata giusta. Il voto in Francia sta lì a confermarlo. Per tanti giovani, in Italia e in Europa, ma anche in Africa o in America Latina, la parola "socialismo" non evoca molto. Corrisponde a quello che, quand´ero ragazzo, evocava in me la parola "risorgimento", qualcosa di nobile e appassionante, ma lontano».
Anche lei è convinto che con il crollo del Muro sia caduto, con il comunismo, anche lo spirito della socialdemocrazia?
«Io mi chiedo da anni: è il socialismo l´unica dimensione del riformismo? E da anni mi dò la stessa risposta: no. Abbiamo provato a crederlo, ma non ha funzionato. Ci sono tanti riformismi, fuori dal socialismo: il riformismo cattolico, quello liberale, quello ambientalista, quello che vive nelle esperienze sindacali e in quelle del volontariato. Ma sia chiaro, questo vyuol dire che tutte le culture riformiste, non solo la nostra, devono mettersi in movimento».
Quindi a lei piace l´idea che Blair ha lanciato al vertice di Hartwell House? E´ il momento di pensionare la gloriosa «Internazionale socialista», per far nascere l´Internazionale dei democratici?
«Per me può essere la nascita della nuova sinistra del 2000. Le leggo una lettera che scrissi proprio a Blair, il 17 gennaio del ´97: "Io mi domando: non è il tempo giusto per riconoscere, anche in maniera formale, che orizzonti più larghi stanno di fronte all´Internazionale socialista? Non è arrivato il momento di riunire sotto un´unica bandiera sia i partiti socialisti che i movimenti democratici e riformisti di ogni latitudine? All´interno di questa prospettiva il nome dell´organizzazione dovrebbe anch´esso cambiare: si potrebbe chiamare Internazionale dei democratici e socialisti...". Come vede, con me Blair sfonda una porta aperta. Queste cose le penso da 5 anni, e non ho mai cambiato opinione».
Sindaco Veltroni, scendiamo sulla terra. L´Ulivo ha litigato di brutto fino al giorno prima dei ballottaggi.
«L´Ulivo deve ritrovare il gusto e lo spirito della coalizione, mettendo da parte tutte le beghe intestine che, in un contesto così complesso, oscillano ormai tra l´inutile e l´agghiacciante».
Scocca l´ora fatidica del partito unico dei riformisti?
«I cicli politici richiedono tempo. E oggi è ancora una stagione nella quale le identità dei partiti hanno un senso. Ma la prospettiva storica è quella di unire i riformisti».
Nel frattempo che si fa?
«Mi accontenterei di tre cose, semplici ma essenziali. La prima: smettere di discutere su chi sarà il leader. Mancano 4 anni alle elezioni, non affrontiamo il problema partendo dalla coda. La seconda: in ogni collegio strutturiamo l´Ulivo e attiviamo il coordinamento tra Ulivo e centrosinistra, per fare in modo che i candidati rispondano alla coalizione, prima che al proprio partito. La terza: creiamo gruppi di lavoro programmatici, anche con Italia dei valori e Rifondazione, che stendano insieme una grande piattaforma programmatica per la prossima legislatura. Partiamo dal basso: così facemmo nel ´96, così vinse l´Ulivo».
E la federazione? E le primarie per la leadership?
«Siamo al solito errore. Partiamo sempre dalle sigle, dalle strutture. Io stesso ci sono rimasto imbrigliato, in questi anni. Proprio ieri mi sono ritrovato nella borsa uno dei 12 mila comunicati in cui annunciavamo in pompa magna il rilancio dell´Ulivo. La gente non ci crede più. Facciamo un passo alla volta, e facciamolo partendo dalla società, lasciando perdere gli apparati e le nomenklature. Pensiamo ad essere, da ora, opposizione e alternativa di governo insieme».
Prodi sarà davvero il salvatore della patria?
«Basta col tritacarne dei nomi. Riparliamone un anno prima delle elezioni. Rutelli e Fassino stanno facendo davvero un ottimo lavoro. Lasciamoli in pace. Facciamo un´opposizione compatta, dura e responsabile. Sono sicuro che nel Paese maturerà un forte bisogno di alternativa. Il centrosinistra deve farsi trovare pronto all´appuntamento. Ora è davvero, per tutti noi, il tempo per l´unità».

la Repubblica
12 giugno 2002


IL SEMINARIO DI AYLESBURY CON AMATO E RUTELLI 

Una casa per i fans della Terza via 
Blair e Clinton: sì all´Internazionale dei democratici 


inviato a AYLESBURY 

I grandi leader del progressismo liberal, riuniti in un lussuoso castello e assistiti da uno dei baroni de Rothschild, alfine hanno convenuto che sarebbe cosa buona e giusta vedersi più spesso e dare finalmente una Casa ai fans della Terza Via. Tony Blair, Bill Clinton e una sessantina di giovani leoni della politica europea e americana si sono trovati d´accordo nell´idea di dare «carattere permanente» a seminari come quello di Aylesbury, aprendo la strada ad una vera e propria organizzazione, un Forum, una sorta di «Internazionale dei democratici». Al caminetto di ieri sera Tony Blair lo ha detto chiaramente: «E´ ora di dare un´organizzazione vera e propria, una rappresentanza in tutto il mondo alle idee della Terza via». E Clinton, seduto a fianco di Blair ha annuito e poi si è detto «d´accordo con Tony». L´idea è quella di costruire un ponte sull´Atlantico, capace di avvicinare i progressisti più pragmatici del Vecchio Continente e i Democratici americani, tradizionalmente ostili ad ogni connotazione socialista. Il progetto si presenta aperto a tutti i riformisti europei - liberaldemocratici, cristiano- sociali, ambientalisti - e per il momento eviterà di mettersi in concorrenza con l´Internazionale socialista, gloriosa e imponente organizzazione che da qualche anno ha perso molto del suo smalto, assente come è stata da tutte le grandi querelles internazionali. Da venerdì a questa mattina, teorici e pratici della Terza via si sono incontrati in una ex residenza nobiliare del diciottesimo secolo ad una cinquantina di miglia da Londra, un posto incantevole riservato di solito al turismo d´alto bordo e invece, per l´occasione, trasformato in un bunker inaccessibile. Circondati da 40 ettari di campagna dolcissima, da un boschetto e da un cordone di polizia, Blair, Clinton, alcuni dei ministri del governo britannico, i guru del laburismo inglese e alcune decine di giovani promesse hanno chiacchierato nella quiete, con la certezza di non incappare in giornalisti o in microfoni. Ed è proprio l´assoluta riservatezza e il carattere seminariale la differenza fondamentale tra questo incontro e i precedenti meeting sulla Terza via. Mentre a New York e poi a Firenze (con la regia di Massimo D´Alema) i leader del progressismo mondiale - Clinton, Blair, Prodi - avevano parlato in pubblico, dando vita ad eventi mediatici, stavolta le Fondazioni che hanno organizzato l'incontro (due americane e una inglese) hanno preferito la riflessione sottovoce. Il tutto è culminato ieri sera in un clima intimo, con un «fire side chat», una chiacchierata al caminetto che ha visto come mattatori Clinton e Blair. Per tutta la giornata di ieri si era sviluppato un dibattito particolarmente stimolante tra politici, guru e filosofi delle due sponde dell´Atlantico. Ed è stato proprio questo scambio tra europei e americani la novità della tre giorni nel Buckinghamshire. Da sponde diversissime si è capito che certo bisognerà trovare una ricetta nuova per fronteggiare la nuova destra che vince in tutto il mondo «cavalcando la paura», ma si è scoperto che unire le forze, senza disperdere neppure un rivolo, sta diventando una dura necessità anche per chi era abituato a farcela da solo, come i democratici americani, bruciati sul filo di lana dall´effetto-Nader. Francesco Rutelli, nel ristretto novero dei relatori al convegno, ha raccontato senza la demagogia dei comizi, le caratteristiche della destra italiana, che «ha cooptato movimenti che vengono dall´estrema destra». Una destra che per Rutelli «non ha la visione strategica dei Reagan e della Thatcher, non sembra capace di offrire un modello». E, in linea con il regista del convegno Peter Mandelson - il Richelieu del New Labour - che aveva auspicato «carattere permanente a questi incontri», anche Rutelli ha detto che «si deve aprire una nuova fase di modernizzazione», un nuovo inizio organizzativo, capace di coinvolgere anche gli americani. Impresa negli anni vagheggiata da Blair e mai concretizzata quella di superare lo steccato dell'Internazionale socialista. Hanno sempre resistito i Democratici usa all'idea di entrare in un'organizzazione denominata socialista, anche se la sconfitta di misura alle ultime presidenziali, li ha fatti riflettere. Lo ha ammesso durante il seminario Al From,il presidente della Fondazione Terza via americana: «La frammentazione non è soltanto un problema italiano o francese. Anche noi, negli Stati Uniti, abbiamo perso, pur avendo pareggiato, a causa dei voti andati a Ralf Nader». 
Fabio Martini


La Stampa
9/6/2002


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