Gli scenari del socialismo europeo

di Ugo Intini


Il professor Fukujama, dalla California, ci aveva spiegato che, finita la terza guerra mondiale fra l’Occidente e il comunismo,era finita la politica e persino la storia, per fare posto alla sola economia. La tragedia delle Twin Towers ha riportato la politica e la storia al centro del mondo, nel modo più fragoroso e atroce.
Nella nuova storia che si apre, c’è ancora bisogno della sinistra. Anzi. C’è né bisogno più di prima. Anzi. C’è bisogno della sinistra più tradizionale e antica, quella dei nostri antenati socialisti, i quali si basavano, più che sull’ideologia e le analisi scientifiche, su un mix di pragmatismo, principi e sentimenti. I marxisti avevano costruito una sinistra dogmatica, economicista e , così dicevano,"scientifica", che aveva conquistato non solo all'Est, ma anche in Italia, e in alcuni Paesi occidentali, la “egemonia culturale”. Negli anni ’70 e ’80, è stata compiuta una operazione speculare e opposta. E’ stato costruito il dogmatismo (o, come è stato definito, il fondamentalismo) liberista, esattamente con lo stesso economicismo (con l’idea cioè che l’economia fosse l’unico aspetto importante), con la stessa pretesa di “scientificità” e con la stessa conquista della egemonia culturale: questa volta però in tutto il mondo. Il risultato è stato ancora una volta un sostanziale autoritarismo. Non quello tradizionale, delle camicie nere, delle scarpe chiodate o delle polizie segrete comuniste. Un moderno autoritarismo soft e sorridente, che ha vinto in tutto il mondo con un formidabile “uno - due".
Prima si è spiegato all’opinione pubblica che la politica e i partiti erano una cosa sporca, li si è delegittimati e ridicolizzati. Poi si è spiegato che sono anche inutili. Ci sono infatti le leggi “del mercato”. E tanto per cominciare, chi non rispetta “le leggi” è un deviante, o uno sprovveduto. Ma le leggi da chi devono essere applicate? Dai politici inefficienti e incompetenti? No. Dai tecnici dell’economia (professori, banchieri, imprenditori). E poi chi altro occorre ancora? I tecnici del diritto (i magistrati innanzitutto) per far rispettare l’ordine pubblico e i contratti di diritto civile. Seguono i tecnici dell’informazione, libera, si, ma anch'essa sostanzialmente controllata dal potere economico e quindi libera propagandista della egemonia culturale liberista. I politici pasticcioni e corrotti meno fanno meglio è. Il trionfo liberista ha portato non solo alla teoria dello Stato minimo, ma ormai anche a quella della " politica minima". Alla privatizzazione della politica. Una politica dove i candidati alle elezioni, simili ai calciatori di una squadra, portano sulla maglietta il nome dello sponsor, ovvero di chi ha pagato la campagna elettorale. Dove i candidati, come in America, si muovono simili a burattini di un potere economico il quale ha finanziato una campagna elettorale, quella presidenziale del 2001, che è costata, a Washington, oltre 6 mila miliardi di vecchie lire. Non regalate, lo si può giurare, ma investite. Sino all'estremo del caso italiano. Uno dei burattinai che non si accontenta più di tirare le fila dietro le quinte, ma vuole comparire sulla scena lui stesso da protagonista. Un tycoon, Berlusconi, che diventa lui stesso primo ministro. E che viene visto con sospetto, in Europa, anche dalla destra, perché potrebbe essere un esempio, potrebbe essere il primo di altri tycoon.La privatizzazione della politica è uno slogan che ho usato spesso,ma non ho inventato io. Me lo ha suggerito l'ex presidente boliviano, e vice presidente dell'Internazionale socialista, Paz Zamora. Sai, mi ha detto, a questi signori ormai non basta più privatizzare l'economia, vogliono privatizzare anche la politica.
Una grande responsabilità di una parte della sinistra italiana è stata quella di non cogliere per tempo la natura del moderno autoritarismo, ma anzi di seguirne la retorica e la moda, senza avvedersi che, con la delegittimazione della politica e soprattutto dei partiti, con la retorica della anti partitocrazia, segava il ramo su cui essa stessa stava seduta, perché quando perde la politica vince il denaro, come è accaduto in Italia, appunto,con Berlusconi, nel modo più clamoroso e perfino simbolico.
Adesso, il pendolo della storia si sta spostando, l’egemonia liberista si incrina, il mito del mercato come unico valore di riferimento, si appanna. C’è bisogno di nuovo di sinistra, perché si aprono gli occhi dopo l’esplosione delle tensioni internazionali e soprattutto dopo l’esplosione della bolla speculativa finanziaria che aveva fatto credere nella scoperta dell’Eldorado, nella ricchezza di carta, virtuale, al posto di quella materiale, che nasce, come sempre, dal lavoro. Non dalle case da gioco. E neppure da quella casa da gioco globale nella quale talvolta le borse sono state trasformate con la moda dei cosiddetti titoli derivati . Ovvero, sostanzialmente, con la scommessa sul valore futuro di monete, materie prime, e altro.
Il tempio del mercato dunque, Wall Street, licenzia migliaia di sacerdoti e improvvisamente si scopre che non soltanto la borsa crolla, ma che i suoi guadagni precedenti avevano arricchito una strettissima minoranza. Come scrive Erik Phillips nel suo ultimo libro, l’1% degli americani ha intascato il 40% dei guadagni in borsa dal 1989 al 1996; il 10%, ha incassato l’86%. Gli altri neppure quanto basta per cambiare macchina.
Ci si accorge che le disuguaglianze non sono mai state tanto grandi. In America e nel mondo. In America, dove accanto ai “working poor” ( i poveri che lavorano, si, ma guadagnano tanto poco da rimanere, appunto, poveri) c'è ad esempio il presidente della Disney Corporation Michael D. Eisner. Che ha guadagnato, nel 1998, più di mille miliardi di lire di allora. Nel mondo. Dove le duecento persone più ricche avevano nel 1999 un patrimonio pari al reddito annuo del 41% dell’umanità ( i due miliardi e mezzo più poveri). E infatti, non un rivoluzionario, ma Alan Blinder, l’ex vice Presidente della Banca Federale Americana, scrive: “Quando gli storici guarderanno indietro all’ultimo quarto del ventesimo secolo, diranno che la sua caratteristica principale è stata lo spostamento senza precedenti di denaro e di potere dal lavoro verso il capitale, dal basso verso l’alto della piramide sociale”. 
Si incrina il mito del mercato ma anche un altro mito della destra liberista. L’idea cioè che il crimine possa essere sconfitto dalla sola durezza nella repressione anziché, anche, dalla eliminazione delle sue cause sociali. Si scopre che proprio la Gran Bretagna, dopo la rivoluzione tacheriana, è il Paese a più alto tasso criminale dell’Occidente. Si scopre il prezzo pagato dagli Stati Uniti non per sconfiggere, ma per contenere la criminalità: un arcipelago gulag carcerario. In America infatti i carcerati sono saliti da 744 mila nel 1985, a un milione e 369 mila nel 1993, addirittura a un milione e 820 mila nel 1998.E non basta. Se un milione e 820 mila americani nel 1998 erano in prigione, altri 4 milioni e 100 mila erano in libertà vigilata o in attesa di giudizio: un incredibile 5 per cento della popolazione adulta perseguita penalmente. Se l’Italia fosse nella stessa situazione, avremmo non 53mila carcerati, come abbiamo, ma 470mila carcerati.
Si appanna il mito dei tecnici del diritto preposti all’ordine pubblico. E anche quelli dei tecnici del diritto preposti al rispetto dei contratti e delle regole di mercato. Perché, dal caso Enron in poi , si comincia a sospettare che dietro la scintillante facciata di Wall Street stiano non i guardiani della legalità e trasparenza, bensì bande di imbroglioni. Crollano i miti del liberismo all’americana uno per uno e crolla anche il mito dell’America stessa, nonostante la solidarietà per gli attacchi terroristici. Scrive infatti non un rivoluzionario antiglobal ma George Soros: “Gli Stati Uniti vogliono interferire negli affari interni degli altri paesi, ma non sono disposti a sottostare alle regole che cercano di imporre agli altri. L’atteggiamento unilateralista degli Stati Uniti rappresenta una seria minaccia per la pace e il benessere del mondo”.
Soros ha scritto questo prima dell’11 settembre. Ma oggi, risulta ancora più chiaro che l’attuale politica estera degli Stati Uniti è assolutamente inadeguata. Apre un nuovo compito all’Europa e all’Internazionale Socialista. Molto simile a quello svolto durante la Guerra Fredda. Nella Terza Guerra Mondiale, quella contro il comunismo, l’Europa non è stata salvata da Mosca perché ha dispiegato più carri armati, ma perché ha prodotto più ricchezza e più giustizia sociale, a partire dal piano Marshall. Così è stata sconfitta la “rivoluzione rossa”. Non con la militarizzazione. Oggi, la rivoluzione rossa è sostituita dalla "rivoluzione verde". I dirigenti anti occidentali, in tutto il mondo, non sono più comunisti o filosovietici, ma fondamentalisti islamici. Perfino negli stessi Paesi dove si era diffuso il filosovietismo: dall’Indonesia all’Algeria, dall’Egitto alla Palestina. L’Internazionale Socialista, i socialisti europei, combatterono lealmente insieme a Washington la Terza Guerra Mondiale contro Mosca, ma ebbero la funzione di tenere sempre aperto il dialogo, di privilegiare le strade della diplomazia e delle relazioni economiche. Lo stesso dobbiamo fare oggi, per evitare la totale militarizzazione del conflitto non più tra Est e Ovest, bensì tra Sud e Nord del mondo. Se faremo questo e freneremo gli americani, vinceremo risparmiando molto sangue la "rivoluzione verde", esattamente come abbiamo vinto la rivoluzione rossa.
C’è dunque ancora bisogno della politica e c’è bisogno della sinistra. In forme nuove, molto diverse, in modo ancora confuso, se ne accorgono i professori delle Università americane (ormai sempre più critici verso il liberismo). Non solo i professori liberal o radicali, ma quelli interni al sistema. L’ex capo dello staff economico di Clinton, e ex vice presidente della Banca Mondiale, il premio Nobel 2001 per l’economia Joseph Stiglitz, scrive infatti ciò che potremmo condividere parola per parola. “Non sono così ingenuo da pensare che i governi possano rimediare a tutti i difetti del mercato, ma neppure sono così cretino da immaginare che i mercati, da soli, possano risolvere ogni problema sociale”. Scrive la verità, e grida che il re è nudo. Che sono nude le venerate e onnipotenti istituzioni economiche internazionali. ”Ero molto felice- dice- nel vedere, durante la crisi finanziaria asiatica, l’enfasi per la trasparenza, ma sono rimasto addolorato dalla ipocrisia, quando ho constatato che il Fondo Monetario Internazionale e il ministero del Tesoro americano, che insistevano sulla trasparenza in Asia, erano tra le istituzioni meno trasparenti incontrate in vita mia”. “ Ho scoperto che le istituzioni internazionali, soprattutto il Fondo Monetario, prendono le loro decisioni sulla base di una curiosa mistura tra ideologia e cattiva economia, un dogmatismo che qualche volta sembra appena velare la difesa di interessi particolari”. 
Un economista di potere, non un sognatore, parla dunque come i giovani dei movimenti no global. Questi giovani ritornano alla protesta e alla passione politica E assomigliano ai loro genitori (o nonni) del sessantotto. E’ una protesta mondiale, non la protesta spesso provinciale, superficiale (o mirata con rancore alle persone) dei nostri girotondi. E’ una protesta che nasce non da piccoli risentimenti e disagi, non dalle antipatie, ma da un disagio grande, universale e profondo. Questa protesta ,che mobilita innanzitutto i giovani in tutti i continenti, sbaglia però su un punto. Non si può essere contro la globalizzazione, ma contro questa globalizzazione. Ha ragione ancora una volta Stiglitz quando scrive.”Credo che la globalizzazione può essere una forza benefica e che abbia il potenziale per arricchire tutti nel mondo, particolarmente i poveri. Ma credo anche, se così stanno le cose, che il modo con il quale la globalizzazione viene gestita debba essere radicalmente e completamente ripensato". 
Vedete.Il mondo ha già conosciuto grandi rivoluzioni: la leva, la ruota, il motore. Queste rivoluzioni hanno moltiplicato la forza fisica, hanno ridotto le distanze. La rivoluzione elettronica, il computer, è una rivoluzione molto più grande, perchè ha moltiplicato non la forza fisica, bensì la forza del pensiero, perché ha non ridotto, bensì cancellato le distanze. Il motore ha prodotto l’industrializzazione. Il computer la globalizzazione. Ma allora dobbiamo porci di fronte alla nuova rivoluzione esattamente come i nostri antenati si ponevano di fronte alla industrializzazione. I nostri bisnonni socialisti non dicevano “abbasso la macchina”. Dicevano “viva la macchina”. Però non volevano che intorno alla macchina i bambini lavorassero sedici ore al giorno. Volevano governare politicamente l’industrializzazione, correggerne gli squilibri e le ingiustizie. Lo stesso dobbiamo fare noi di fronte alla globalizzazione. 
Dobbiamo vincerne le sfide. Dobbiamo spiegare che la minaccia al nostro lavoratore dipendente non è provocata dal lavapiatti immigrato. Ma dall' operaio cinese che, in provincia di Guang Dong, costa un cinquantesimo che in Europa. Peggio, dal matematico di Bombay che, stando “on line” a Bombay, prepara il software per un’azienda di Los Angeles, o di Zurigo, o di Milano,ma costa duecento dollari al mese.Per questo il governo ha torto nella sua politica sul lavoro. Perché vuole una Italia competitiva con Bombay o con Guang dong sul terreno dove perderà sempre: quello dei bassi salari e della precarietà.
Queste sono le sfide globali. C’è di nuovo bisogno, per affrontarle, della politica e della sinistra, ma della sinistra che vince, non della sinistra che perde, come sta accadendo dall’Australia alla Norvegia, alla Francia. Soprattutto c’è bisogno di una sinistra europea vincente. E qui arriviamo al cuore del problema. Vediamo con franchezza la nostra situazione, innanzitutto quella italiana.
Esistono dovunque, e anche da noi, due sinistre. Esiste una sinistra radicale, talvolta estremista o antagonista, per idealismo oppure per ideologia, che è mossa innanzitutto dalla passione politica. Esiste la sinistra pragmatica, moderata, che considera la politica l'arte del possibile. Anche quella della sinistra. Che vede le riforme,così diceva Turati, come "fiocchi di neve". Tante, piccole conquiste concrete che poi formano una valanga. Senza la passione, la sinistra non parlerebbe ai giovani, non sognerebbe e forse neppure sarebbe nata. Ma senza la sinistra del pragmatismo e della prudenza non si vince. Anzi. Non si vince se l'opinione pubblica non ha ben chiaro che la barra del timone sta nelle mani della sinistra pragmatica, e che la sinistra radicale segue. 
E perché? Per due ragioni semplici. La prima è ben nota, nasce dal sistema bipolare, che rende decisivi per vincere i voti incerti dell’immenso centro moderato. Questo sistema costringe la sinistra estremista (se vuole essere razionale) a preferire una cattiva sinistra (cattiva a suo parere perché troppo prudente) piuttosto che una buona destra.
Ma c’è in Europa una seconda ragione, sulla quale si riflette poco, che si potrebbe definire Minimo Comune Denominatore. Diciamo la verità. Le grandi scelte di fondo si fanno ormai (e si faranno sempre più) non negli Stati nazionali, ma nell’Unione Europea. In Europa tuttavia avremo sempre, contestualmente, governi nazionali di destra e di sinistra (ora più numerosi gli uni, ora gli altri) costretti a convivere. Questi governi dovranno fare scelte comuni, decidere una unica politica. Dovranno perciò incontrarsi su un terreno mediano di compromesso, dovranno individuare il loro Minimo Comune Denominatore. Avremo perciò governi di destra costretti a fare politiche moderatamente di destra e governi di sinistra costretti a fare politiche moderatamente di sinistra. E’ una constatazione quasi matematica. Lo si sperimenta in continuo ai nostri vertici europei.
Questo è il vincolo europeo, che non bisogna mai dimenticare. Ma l’Europa è per la sinistra, per tutti noi, soprattutto per i compagni meno moderati, non solo un vincolo, ma una straordinaria opportunità. Anzi, l’unica speranza. Il liberismo oggi dominante, il liberismo all’americana, la dittatura del mercato, non ci piace. Non piace a Bertinotti, o a Cofferati, ma neppure a me. E tuttavia soltanto un paese di pazzi potrebbe immaginare di opporvisi da solo, farebbe la fine dell’Argentina: la bancarotta. Un singolo paese non può. L’Europa unita può. L’Europa e soltanto l’Europa oggi al mondo ha il peso economico, la popolazione, il territorio, la tradizione culturale per tentare un tipo di sviluppo diverso da quello dominante del liberismo all’americana. L’Europa può.
Tutto questo non è una novità. Il socialismo riformista lo ha sempre saputo. Turati, nel 1929, in una lettera al leader laburista inglese Henderson, scriveva : "gli Stati Uniti d'Europa sono una esigenza assoluta per noi, altrimenti, diventeremo una colonia di quella nostra colonia di un tempo che sono gli Stati Uniti d'America". Sembra incredibile: 1929. E al primo congresso socialista dopo l'ultima guerra mondiale, a Firenze, nel 1946, campeggiava un grande cartello, con lo slogan congressuale: " non c'è Europa senza socialismo, non c'è socialismo senza Europa". Ed esattamente questo è il tema del momento. Ed è assolutamente vero che l'europeismo , l'esigenza di una unità non solo monetaria, ma politica dell'Europa deve essere il primo obbiettivo dei riformisti.
Non per questo l'Europa deve allontanarsi dagli Stati Uniti. Siamo cugini e parenti. Siamo e rimarremo alleati. E’ giusta anzi l’idea strategica di costruire un asse con Clinton e i Democratici americani, per una prospettiva futura dove si evolva il meglio della tradizione americana e di quella europea, dove si trovi un punto di sintesi tra gli eccessi dell’individualismo( in America) e quelli del solidarismo( in Europa). L’Europa deve essere alleata dell’America perché non si può costruire il futuro senza fare i conti con il Paese che oggi, piaccia o no, conserva l’egemonia tecnologica, culturale e anche militare. Non dimentichiamolo. L’America ha il 4,7% della popolazione mondiale, ma pesa per il 40,6% nelle spese per la ricerca e sviluppo, raccoglie l’83,1% degli incassi cinematografici, pesa per il 50 per cento nelle spese per l’acquisto di armi. I socialisti e i riformisti europei devono cercare un rapporto con Clinton e il suo staff, perché stanno forse costruendo in America finalmente un partito vero e la pensano in molti come Joseph Stiglitz, che prima ho citato, ovvero esattamente come noi. Ma l’Europa deve ritrovare l’orgoglio di essere autonoma e diversa dagli Stati Uniti e l’Europa è diversa. Quasi geneticamente. L’emigrante che ha varcato l'Oceano ha puntato solo sulle sue forze individuali senza aspettarsi niente da nessuno, e tantomeno dallo Stato, ha lottato duramente contro le asperità di un ambiente spesso spietato. Il suo fratello che è rimasto a casa, forse più povero, è stato però protetto dalla tradizione del suo villaggio e dalla solidarietà della sua comunità. Nel patrimonio genetico stesso degli americani c’è perciò più individualismo e più durezza, in quello degli europei più solidarietà e più softness. In America non c’è il Welfare State e c’è la pena di morte. In Europa esattamente il contrario. E non per caso. La patria naturale del liberismo è l’America. Quella del socialismo è l’Europa. 
Se i nostri antenati, a cominciare da Turati, guardavano così lontano, forse anche noi possiamo e dobbiamo. Dobbiamo indicare ai nostri giovani compagni un obiettivo grande. Turati ha sognato gli Stati Uniti d’Europa dopo la prima guerra mondiale. Un'altra generazione , al termine della seconda Guerra Mondiale, piangendo i morti, ha detto “mai più una guerra in Europa”. Anche da questo sentimento nasceva lo slogan prima ricordato del congresso socialista nel 1946.I Nenni, i Pertini, Saragat, Spinelli, i Craxi, i Mitterand, i Brandt, fino a Prodi, hanno costruito l’unità dell’Europa e noi continueremo, riempiendola di contenuti politici, dandole una Costituzione, facendola vivere attraverso la partecipazione democratica, sottraendola al prevalente controllo delle elites e dei burocrati. Ma dobbiamo sognare e fare sognare. Se Turati, ottant’anni fa, indicava gli Stati Uniti d’Europa, noi dobbiamo indicare ai nostri figli gli Stati Uniti del mondo. Che forse non impiegheranno ottant’anni a diventare realtà. Questa è la nuova frontiera dei socialisti all’interno della quale costruire libertà e giustizia sociale. Gli Stati Uniti del mondo. Di questo ci sarebbe bisogno. Perché oggi abbiamo la finanza globale, l’economia globale, il crimine globale, lo spettacolo globale, l’informazione globale. Manca la politica globale. Nell’eterna lotta tra il denaro e la politica, il denaro vince perché si muove nel mondo libero come l’aria. La politica perde perché resta schiacciata nelle frontiere nazionali anacronistiche disegnate nell’Ottocento. 
Ma nella politica globale, tutto è più semplice, tutto è schematico. Si distingueranno due soli, grandi schieramenti. Da una parte lo schieramento liberista, i Bush, i Berlusconi: tutti quelli che credono che il mercato sia l’unico metro per le scelte politiche. Dall’altra i riformisti. E qui il termine riformista assume un significato moderno. I riformisti del 2000 sono tutti quelli che credono necessario porre al mercato dei limiti suggeriti da principi o valori innanzitutto di solidarietà e di libertà. Quelli che vogliono una economia di mercato, sì, ma non una società di mercato. Una economia di mercato, perché solo il libero mercato crea ricchezza. Non una società di mercato, perché la società è costituita da donne e uomini che hanno dei diritti talvolta più importanti del mercato. Diritti assoluti. Che non hanno un prezzo. E chi sta nel campo riformista? La sola tradizione socialista democratica? No. Non basta. Di li bisogna partire. Quello è il nucleo duro e già organizzato. Ma ci stanno altre tradizioni. La tradizione “liberal” americana e liberaldemocratica europea. Quella che da decenni ha accettato con i socialisti una alleanza Lib-Lab, ovvero liberal socialista. Ci sta la tradizione religiosa. I religiosi pragmatici cristiani, i cattolici, ma non solo: tutti quelli che per un motivo religioso non possono accettare il denaro come unico fine e come valore supremo. Ci stanno anche, sullo sfondo, forse, i comunisti pragmatici. Dove stanno infatti oggi, nel mondo, i comunisti non pragmatici? In Russia? In Cina? No. Il primo Ministro cinese dice che certo, è comunista, ma che il comunismo è un obiettivo filosofico, che sarà raggiunto tra molte, molte generazioni. E che nel frattempo vuole creare una moderna economia di mercato. E infatti, accanto a Shanghai, a Pudong, si sono costruiti in dieci anni milleottocento grattaceli, una Manhattan più moderna ( e purtroppo forse anche più ineguale) di Manhattan. 
Se questo è il futuro, anche la nostra coalizione italiana di centro sinistra vi si può inserire perfettamente. Anzi. Forse l’Ulivo, fatto di socialisti, cristiani e liberaldemocratici, prefigura la coalizione riformista del futuro. Che si deve alleare con la sinistra radicale per vincere le elezioni.Ma deve presentarsi agli elettori separata da essa,. Credibile, da sola, senza la confusione provocata da una continua mediazione interna con la sinistra radicale, come forza di governo. Di questo, in fondo, della costruzione di uno schieramento riformista mondiale, si è parlato nel vertice avvenuto in Gran Bretagna attorno a Blair. 
Lungo questa strada si può guardare alle prossime elezioni con ottimismo. Anche perché la destra vince, sì, ma vince cavalcando le paure. La paura del crimine, la paura degli immigrati, la paura per l’incertezza del futuro provocata dalla spietata competizione economica senza frontiere prima ricordata. Ma cavalcando la paura del futuro si vince una volta, non due, perché dopo cinque anni di governo della destra, le paure saranno ancora lì, ineliminabili. E il pendolo dell’opinione pubblica tornerà dalla parte opposta. Tuttavia, e qui concludo, la destra in Italia non ha vinto soltanto sulle paure irrazionali prima ricordate e ineliminabili. Ha vinto anche su una paura eliminabile, perché causata dai nostri errori. Ha vinto anche cavalcando la paura di una giustizia politicizzata, illiberale e punitiva. Abbiamo compiuto alle elezioni politiche del 2001 un grande sbaglio. Abbiamo consentito che Berlusconi si impadronisse con un imbroglio della bandiera delle libertà. Che addirittura battezzasse la sua coalizione Casa delle Libertà. Sottintendendo che la sinistra sia al contrario la casa dello statalismo e dei giudici con le manette. Dobbiamo per vincere riprenderci la bandiera delle libertà. Che da sempre è la bandiera della sinistra. Semplicemente, dobbiamo spiegare all’opinione pubblica che tra la libertà della destra e quella della sinistra c’è una grande differenza. La differenza è semplice, ed è facile spiegarla dopo le prime mosse del Governo Berlusconi.La libertà della destra è la libertà dei pochi. La libertà della sinistra e la libertà dei molti.

Relazione alla summer school di formazione politica "La sfida riformista", San Miniato
ItalianiEuropei

13 Luglio 2002


La macchina delicata del riformismo

di Giorgio Napolitano

L'articolo, di inconsueta ampiezza e ambizione, che Piero Sansonetti ha scritto per l'Unità del 13 luglio, ha voluto rappresentare uno sforzo di approfondimento - al di là dei «dissensi minori» e delle «incompatibilità personali» - dei termini del contrasto, anzi del «baratro», che dividerebbe oggi le posizioni della componente di maggioranza dei Ds da un lato, e quelle del «correntone» dall'altro. Sansonetti parla di «due riformismi», tra i quali ormai una ricomposizione non appare possibile, ma c'è tutt'al più da auspicare una alleanza, previa una cruda chiarificazione ed infine una conta. 
E volendo andare, per così dire alla radice, egli parte da una battuta attribuita a Fabio Mussi. 
Una battuta, su una sinistra che proprio dopo aver deciso di «convivere con questo dannato capitalismo» si trova beffata e disarmata perché «la crisi (del capitalismo) è arrivata davvero e noi non ce ne siamo accorti. Ci crollerà addosso, e noi continueremo a dire che non è niente». Starebbe quindi qui, nientemeno, lo spartiacque tra riformismo «classico» e riformismo «radicale» (l'ultima coppia di aggettivi inventata per torcere il collo al concetto, e alla Storia, del socialismo riformista): starebbe nel vedere o non vedere la crisi del capitalismo, nel crederci o non crederci. Un balzo indietro - c'è poco da dire - di un bel po' di decenni: se è su quel dilemma che ci si torna a dividere nella sinistra (almeno in quella italiana).
Senonché Sansonetti si prova a descrivere la reazione del riformismo «classico» a quel che il capitalismo sta diventando, ma nulla ci dice sulla reazione del riformismo «radicale», sullo sbocco che esso indica. Egli magari lascia intendere che la prospettiva del riformare profondamente un capitalismo «al bivio», ridandogli delle regole se non un'etica, riportandolo dentro la legalità, ecc. è una prospettiva illusoria, anche se può avere le sue motivazioni e la sua dignità. Bene, e i riformisti «radicali», quelli che vedono la «crisi imminente» del capitalismo, quale strada pensano debba essere battuta dalla sinistra? Quella dell'attesa, sia pure operosa, o della sollecitazione rivoluzionaria, di un «crollo» del sistema? ("ci crollerà addosso" avrebbe detto Mussi).
Sembra di tornare quasi alla preistoria, teorica o ideologica che dir si voglia, della sinistra di matrice marxista. Che però in Italia non sposò mai la teoria del crollo (del capitalismo): di certo non la sposò il Pci, quale si presentò - nell'Italia liberata dal fascismo - allo storico appuntamento della Costituzione, cioè dell'impegno pieno e conseguente per la costruzione di uno Stato democratico e per la rivendicazione di una società più giusta attraverso riforme fondate sui valori e sui principi sanciti nella Carta Costituzionale. Rimase a lungo, è vero, nella propaganda e perfino nell'analisi del Pci, il richiamo rituale alla «crisi generale» del capitalismo: ma in funzione - bisogna pur ricordarlo - dell'esaltazione delle economie socialiste «immuni da crisi» come alternativa immaginabile e seducente. Caduta quella prospettiva per effetto del crollo (quello sì) del «socialismo reale», non è rimasta altra strada per la sinistra che quella dell'agire per via riformistica anche di fronte alle attuali contraddizioni e patologie del capitalismo, e alle sfide della globalizzazione. Chi consideri non governabili democraticamente questi processi, può definirsi riformista (sia pure «radicale»)?
Pur volendo dar credito e prestare attenzione alle risposte che potranno venire dalla sinistra Ds e dall'area del riformismo radicale - come scrive Sansonetti - al problema più grande, quello della «costruzione di un impianto teorico-politico forte e unificante», dubitiamo che ne possa scaturire qualcosa che assomigli ad una reazione vincente, ad una alternativa sostenibile alla crisi del capitalismo che «è arrivata» beffando i recenti ravvedimenti della sinistra. Si pensa forse - lo chiedo uscendo per un momento dai confini italiani - di poter invitare le forze di sinistra dell'Europa centrale e orientale che hanno accettato il quadro dell'economia di mercato e deciso di «convivere con questo dannato capitalismo», a tornare sui loro passi, magari riabilitando le economie statizzate e pianificate crollate insieme ai regimi comunisti? Siamo al limite dell'assurdo.
E allora, è meglio per tutti confrontarsi su diversi progetti di riforma, e su diverse impostazioni di politica economica e sociale, attingendo quanto si voglia alla «grande politologia moderna, di sinistra, avanzata». Se il contrasto venisse ricondotto ai massimi sistemi, rifluisse cioè su obsoleti dilemmi ideologici, ci sarebbe allora da temere davvero che si apra un baratro, ma tra una sinistra impegnata a prospettare soluzioni di riforma, e dunque di governo, di fronte alle involuzioni e alle incognite di un capitalismo occidentale globalizzato, e una sinistra incline a ripiegare sulla ricerca di una astratta radicalità, fuori di ogni prospettiva di alleanze e di governo.

l'Unità
16.07.2002


La sinistra e l'ordine nuovo 

C'è una parola, anzi due, che Giuliano Amato e Alfredo Reichlin hanno avuto il coraggio di pronunciare, rispettivamente in due recenti libri (Tornare al futuro, il primo, e Il silenzio dei comunisti, trilogo con Foa e Mafai, il secondo): ordine nuovo. Un termine certo non sconosciuto alla sinistra. Anche Gramsci intendeva la sinistra come la forza fondatrice di un ordine nuovo: ma al di là del capitalismo, in una società liberata dalle sue contraddizioni: solidale e pacifica. Ciò che oggi Amato e Reichlin intendono è un ordine politico che renda il capitalismo più stabile e compatibile con le esigenze fondamentali di coesione e di giustizia sociale. La sinistra, dunque, partito d'ordine. Un ossimoro? Ma no. La sinistra, in Europa, ma anche negli Stati Uniti, ha avuto i suoi tempi migliori quando, rinunciando ai metaracconti rivoluzionari, si è data concretamente la forza per correggere il capitalismo, per regolarlo, per civilizzarlo. Tale è stato lo spirito del New Deal in America. Tale è stato il nucleo generativo della più lunga e profonda esperienza del Welfare State in Europa. 
L'essenza del capitalismo è la sua formidabile potenza disordinante: la "distruzione creativa". Sia i liberali, sia i marxisti, da sponde opposte, pensavano che essa contenesse in sé un principio d'ordine: un ordine statico, il "mercato auroregolato" i primi; un ordine dinamico, la "dialettica della storia", gli altri. Secondo i primi bisognava limitarsi ad assecondare il mercato. Secondo gli altri, bisognava limitarsi ad assecondare la storia. Attraverso la libera contrattazione, gli uni, attraverso la immancabile rivoluzione, gli altri. (Semplifico? Certo, semplifico).
L'innovazione socialdemocratica è stata di investire l'energia del disordine nella forza riformatrice della politica, per equilibrare la potenza del capitalismo con il potere della democrazia. E per un periodo non breve, a metà del secolo passato, è sembrato che questo equilibrio, almeno nell'Occidente industrializzato, potesse essere raggiunto e relativamente stabilizzato.
La novità del tempo che stiamo vivendo è che, a sèguito di una mutazione del capitalismo - una nuova ennesima mutazione - quell'equilibrio che si andava instaurando si è rotto, e quel divario si va pericolosamente allargando. Lo abbiamo detto tante volte, ma giova ripeterlo (confortati oggi dal giudizio autorevole del Governatore della Banca d'Italia). Aumenta la produzione mondiale. E aumenta la diseguaglianza.
Il fatto è che per invertire di nuovo questa tendenza le politiche socialdemocratiche, rese possibili dal potere dello Stato e dal potere dei sindacati (continuo a semplificare) sono stare rese quasi inefficaci. Infatti, la "globalizzazione" ha indebolito lo Stato-nazione (non l'iperStato-nazione , come gli Stati Uniti, che della globalizzazione è protagonista, ma questo è altro discorso) e la rivoluzione informatica ha indebolito il potere dei sindacati. 
Ciò dovrebbe porre all'ordine del giorno della sinistra la costruzione di nuove forme di potere, di nuove modalità della politica: insomma, di un ordine nuovo. La sinistra, a dire la verità, ne parla. Ma non ci pensa. Anche e soprattutto quella di casa nostra.
Di che cosa dovrebbe consistere un ordine nuovo? Prima di tutto di visione, di progetto, chiamatelo come vi pare. Bisogna - dice Amato- avere il coraggio di progettare e di pensare un ordine nuovo. Bisogna riscoprire un senso di missione. "Chi oggi pensa che si debba solo gestire l'esistente vuol dire che non conosce l'esistente, perchè si illude che esso abbia in sé equilibri che in realtà non possiede." Insomma, se la storia non ha in sé un progetto, bisogna saperglielo dare. Se la società non porta in sé un governo, bisogna saperla governare. Il compito della politica è quello di dare alla storia un senso e alla società un governo. Questo è il suo vero contenuto etico. Per questo, le forze delle quali la società dispone (la sua potenza) vanno continuamente adeguate ai fini che essa sceglie. Questo è il significato essenziale dell'azione riformatrice. Letteralmente, una continua "messa in forma" della società. Ed è in questo senso che il populismo di destra e di sinistra, l'abbandono della società alla deriva degli interessi o degli umori, la sua "apoliticità", è una abdicazione.
Ma la visione non basta. Perchè quella "visione" non resti un'utopia, perché dal confronto di quella con la realtà nasca la consapevolezza delle riforme, occorre disporre di forze e di strumenti politici adeguati. I partiti, il partito della sinistra? Certo. Ma se i partiti, se il partito della sinistra credono di poter disporre degli strumenti e delle forze che ieri apparivano adeguate - lo Stato-Nazione, la classe operaia e il blocco sociale da essa egemonizzato - si sbagliano. Lo dice bene Reichlin: "partiti nati e sviluppatisi nell'ambito storico dello stato-nazione e del vecchio industrialismo tendono ad andare fuori gioco, a meno che non si rinnovino radicalmente…se non si affronta questa questione le conseguenze sono quelle che già vediamo. I partiti tendono a diventare un sottosistema dell'economia": a rivolgersi non più a cittadini, ma a consumatori e telespettatori. A spoliticizzarsi.
Per rinnovarsi, tuttavia, devono smettere di evocare astrattamente il bisogno di rinnovarsi. Devono esprimere proposte concrete.
Per esempio.
Se lo Stato-nazione non è più in grado di regolare i processi di globalizzazione, devono poter indicare e costruire forme, processi, istituzioni nuove. L'Europa? Quale Europa, con quali poteri? Il sistema monetario internazionale? Quale sistema? Con quali regole? La nuova ONU? Con quali risorse, economiche, politiche, con quali basi giuridiche?
Se la nuova organizzazione del lavoro non configura immediatamente solidarietà "organiche" (la classe, i blocchi sociali) ma al contrario disperde gli interessi individuali lungo una gamma estesissima e differenziata (la società delle persone), la sinistra deve saper individuare i nuovi "attrattori" - economici, sociali, culturali - in grado di creare solidarietà "culturali". Di dare senso e consenso a una nuova cittadinanza. 
Se i bisogni sociali si moltiplicano, ma la gente si rifiuta di continuare a finanziarli attraverso il prelievo fiscale, si devono promuovere nuove forme di autogestione sociale che contemperino la soddisfazione di quei bisogni con l'autonomia e l'iniziativa dei cittadini.
Tutto ciò esige che i partiti della sinistra sappiano costruire una loro capacità progettuale. Allo stato dei fatti, questa capacità è vicina allo zero. Perché? Forse, ed è la spiegazione più volgarmente banale, perchè i dirigenti politici della sinistra, letteralmente, non hanno tempo. Sono ingoiati, consumati, tritati dalla centrifuga mediatica. Escono da una porta televisiva per entrare in un'altra, da un convegno all'altro, da una tavola rotonda all'altra. Girano in tondo. Consumano idee, ma non investono. Ora, anche la politica, come le imprese, ha bisogno di ricerca: di riflessione, di spazi di meditazione feconda. Non suggerisco di tornare alle Frattocchie (la vecchia scuola di partito del PCI). Iddio ne guardi. Ma tra la glossa sterile e il girotondo fatuo, ci sarà pure un punto di mediazione. 
Si, abbiamo bisogno di creatività politica. Altrimenti, vinceranno i populisti, che nel vuoto delle idee volteggiano con inarrivabile leggerezza. Non vorrei che, chiamati un giorno a render conto della loro sterilità progettuale, i dirigenti politici della sinistra rispondessero come quell'intellettuale toscano che era stato rimproverato di non aver letto Proust: "u'n s'ebbe tempo".

Giorgio Ruffolo 

la Repubblica
7 giugno 2002


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina