La leadership ai giovani, ecco la ricetta per la sinistra
La lezione dei Movimenti basati sulla spontaneità e sul rifiuto delle gerarchie
Sta guadagnando spazio in Italia la politica populista che rischia di contagiare anche i partiti progressisti


GIULIANO AMATO


Le visioni generali dei partiti caratterizzanti del XX secolo si sono formate attorno alle fratture sociali create dall´economia nel corso della prima industrializzazione. Una destra e una sinistra c´erano sempre state, e già prima erano esistiti partiti conservatori e progressisti, ma la prima industrializzazione ha posto il cleavage (la linea di frattura, di separazione tra parti diverse del tessuto sociale) sul conflitto di classe tra chi era lavoratore dipendente e viveva del proprio salario e chi invece viveva autonomamente del proprio lavoro o utilizzando il lavoro di altri. Proprio all´interno di questa frattura sono nate le due tradizioni politiche dei partiti socialista e cattolico-popolare che rappresentavano i medesimi esclusi, il primo nel filone che parte da Marx, il secondo in quello che parte dal solidarismo cattolico.
Quando un partito nasce, ha fortissimo l´elemento ideologico-simbolico del grande valore. Alle loro origini, i partiti socialisti, così come i popolari, usarono molto il modulo populista, perché si rivolgevano a soggetti sprovvisti di diritti promettendo di dar loro ciò che non avevano, mentre attribuivano energicamente al nemico, al padrone, la responsabilità di tutti i mali presenti. Nella tradizione socialista, però, da qui inizia una fase negoziale, una politica realista che non può essere guidata esclusivamente dall´aspirazione del "grande ideale". Nascono allora fratture interne e si sviluppano le tensioni tra massimalisti e riformisti, tenuti insieme, quando ci si riesce, dal delicato equilibrio fra programma massimo e programma minimo.
I partiti totalitari, invece, hanno scaraventato tutta la loro azione politica sul versante ideologico, il "grande ideale" è diventato un valore a sé stante che ha chiuso la strada del percorso democratico: è stato attraverso la capacità di scaricare l´intera responsabilità del malessere sociale su altri, e in primis sugli ebrei, che ha potuto vedere la luce il progetto di dominio della razza ariana.
Sono altri, o almeno anche altri, i fattori che possono aggregare o disgregare, esistono paure che contano più di quel cleavage e che riescono ad accomunare persone diverse a prescindere dal loro ruolo nei processi produttivi. Oggi le aggregazioni sociali possono assumere una direzione trasversale nel corpo sociale, i temi con cui la politica deve confrontarsi sono completamente cambiati, riguardano il clima, la globalizzazione economica e finanziaria, le insicurezze sul posto di lavoro, l´immigrazione.
Un altro rilevante elemento di cambiamento riguarda il nostro essere diventati molto più ricchi di cultura e di informazione rispetto agli anni passati. Sono diminuiti gli analfabeti, è fortemente aumentato il numero delle persone che ragionano da sole e che hanno informazioni dirette su ciò che le interessa. Questo ci ha reso tutti molto più esigenti di prima.
In buona parte legato ai mass-media è l´effetto di personalizzazione della politica. Si tratta di un dato ineliminabile dalla politica del nostro tempo e di una strana contraddizione: se da una parte la grande quantità di informazioni che siamo capaci di interpretare ci mette nelle condizioni di pensare in maniera autonoma con la nostra testa, dall´altra la televisione ci aiuta moltissimo a identificarci in un leader, a sentirne il bisogno, a trasformare in tifo la nostra partecipazione politica. Il nostro contro l´altro. Non è un caso che in questi ultimi anni abbia avuto una grande presa nell´elettorato l´outside-leader, cioè chi si afferma in politica cercando di dimostrare che non ha alcuna caratteristica della tradizionale figura politica cui sono abituati gli elettori.
In virtù di questi mutamenti, cambiano i leader, e cambiano morfologicamente i partiti perché l´antipolitica, cioè la politica populista, sta guadagnando spazio. Emergono nuovi partiti schiettamente populisti, mentre partiti che non lo sarebbero si sintonizzano largamente sui medesimi moduli.
I partiti schiettamente populisti del nostro tempo si collocano in genere su due versanti: o etnico (come il Front National francese, che però sta ora coprendo anche l´altro versante, o la Dvu tedesca) o liberista-anti Stato (come il Partito del Popolo danese o quello del Progresso norvegese), oppure su entrambi (come la Lega Nord italiana). Tra i partiti che hanno assunto moduli populisti senza che la propria origine si richiami a una tradizione in tal senso, non si può non menzionare Forza Italia, soprattutto per lo stile del suo leader. Pur non guidando un partito populista, l´uso che Silvio Berlusconi fa della categoria del nemico è magistrale: il suo nemico è il comunista, il nemico tradizionale del populismo è l´establishment, facendo coincidere questi due fattori con la descrizione di anni di domino comunista in Italia, Berlusconi ha potuto moltiplicare l´efficacia del suo messaggio ideologico.
Ma anche a sinistra è entrato a suo modo il modulo populista. È un populismo di sinistra quello tutto identitario, tutto agitatorio, quello che rifiuta la politica che guarda alla stabilità e alla moderazione per giocare tutto su un´identità che va alla ricerca di un nemico responsabile dei mali del mondo.
La sinistra diventata governo, invece, che aveva largamente coperto i bisogni valoriali di tutta una fascia della popolazione, si è poi rinchiusa nel secondo dei due elementi, quello della negoziazione moderata e responsabile, e delle politiche razionali. E´ una sinistra che tende ad avere come ceto sociale di riferimento i cosiddetti bobos, un´élite intellettuale di persone colte, genericamente progressiste sul piano dei sentimenti e delle idee, ma inesorabilmente medio borghesi e come tali dotate di una sensibilità lontana da segmenti sociali che, abbandonati dalla sinistra, sono pronti a sentire la sirena populista. Ha avuto così luogo una nuova separazione tra una sinistra estrema tutta tesa verso l´elemento valoriale ed identitario, ed una di governo troppo razionalizzante.
La lezione che la democrazia può trarre da un´analisi del populismo è che non deve perdere l´equilibrio su cui si fonda, altrimenti si ammala, la malattia rapidamente si estende e quando sia a destra che a sinistra prevale l´antipolitica, il recupero può diventare difficile. Certo sono tanti i versanti su cui un sistema democratico può ammalarsi, ma sicuramente tre cose, segnalate da Mény, vanno tenute presenti: il cittadino di una democrazia del nostro tempo le volta le spalle, se vede che le élites si arricchiscono, se ha la sensazione che le élites di esperti o presunti tali vogliono sovrapporre il loro giudizio al suo, se le regole che da queste élites vengono formulate sono insopportabilmente incomprensibili o pesanti rispetto ai comportamenti che gli stanno a cuore. Non è tutto, anzi si tratta solo di tre detonatori; ma è davvero stupidamente suicida farli esplodere.
Per la sinistra la lezione forse è ancora più complicata, ma possiamo rintracciare anche qui qualche elemento. Potrà sembrare banale dirlo, ma ci sono due derive che tutto questo ragionamento induce ad evitare: la prima è quella di trasformarsi in una sorta di elitario Partito d´Azione; si deve perciò rappresentare, e non solo con le parole, anche chi non è bobo. La seconda però è di non cadere all´opposto nel populismo, di non reagire alle sconfitte tuffandosi in quello che abbiamo definito l´elemento valoriale-identitario e scaricando ogni responsabilità di ciò che accade sul nemico. Ma come avere radici e visione in una società tanto cambiata?
È necessario saper capire la politica del nostro tempo e non chiudersi di fronte ad essa. A proposito della difficoltà che hanno i partiti a far politica perché rinchiusi nei loro vecchi riti, Ulrich Beck, un sociologo che secondo me è tra quelli che hanno più contribuito a far capire il tempo in cui viviamo, dice che caratteristiche della politica di oggi sono la spontaneità, la libertà nell´impegno politico, l´autorganizzazione, il rifiuto dei formalismi e delle gerarchie, l´improvvisazione, la determinatezza ad impegnarsi solo dove è possibile rimanere soggetti della propria azione. Buona parte dei movimenti del nostro tempo hanno queste caratteristiche.
Di sicuro la sinistra deve ritrovare il futuro, con la capacità di saperlo legare ai sogni e ai bisogni dei più, non alle fantasie dei pochi. Fare tutto questo significa rischiare, e la sinistra oggi deve rischiare essendo umile, perché c´è molto da imparare da un tempo così diverso da quello in cui siamo cresciuti. Bisogna avere la forza della statemanship, ma anche una straordinaria umiltà nel capire gli altri. Chissà che una leadership fatta di persone più giovani, forse meno osannabili dei messia di turno in cui cerchiamo via via di riconoscerci, non sia però più attrezzata a un compito del genere.


L´edizione integrale dell´articolo dell´ex presidente del Consiglio , di cui qui pubblichiamo una parte, è pubblicato da Reset, la rivista diretta da Giancarlo Bosetti, in questi giorni in edicola. Sulla rivista anche un dossier sull´America, con articoli di Michael Walzer, di Robert D. Putnam e un dossier filosofico con interventi e interviste di Peter Sloterdijk, Roberta De Monticelli, Gianni Vattimo 

la Repubblica
30 maggio 2002


SINISTRA, RIFORMISMO E RUOLO DEI PARTITI

di Mario Casalinuovo


Alla Rivista auguro la migliore fortuna ringraziando gli amici e i compagni per la cortese richiesta di collaborazione.
Ho letto il fascicolo di avvio con l'editoriale di apertura e mi sono compiaciuto del programma perché, opportunamente, come oggi accade anche in altre parti d'Italia e con importanti iniziative, si insiste nella proposta di ridare finalmente al Paese una sinistra democratica, laica, socialista-riformista, moderna ma nel solco della migliore tradizione del socialismo italiano, che possa contare, insieme agli altri partiti socialisti d'Europa, nel contesto internazionale ed europeo.
Se "il riformismo è la vera politica del cambiamento", è bene che si intensifichi il dibattito che ha avuto, ancor prima di altri avvenimenti più recenti, un momento di grande interesse nel Congresso di Pesaro dei DS e nelle sue conclusioni. Mi si consenta di dire che esse dovrebbero essere ben presenti in tutti per una regola democratica che, specialmente a sinistra, non può e non deve mancare. Infatti, se contraddizioni e perplessità dovessero persistere, i buoni propositi rimarranno soltanto sulla carta. Cosa voglio dire? Che al sistema democratico bisogna abituarsi: nei partiti e specialmente nel partito al quale in questo momento mi riferisco. Io sono socialista da una vita, da quando, dopo la tragedia del fascismo e della guerra, rinacque l'Italia libera e democratica. Ebbene, nel partito socialista (che erroneamente ed ingiustamente negli anni di "tangentopoli" si sciolse) il metodo democratico si osservò sempre. Pur nella vivacità del dibattito tra le correnti che esistevano (e come!), la conclusione prevalente veniva rispettata da tutti. Questa è la indispensabile premessa perché si possa tracciare un programma e poi tentare di realizzarlo perché è vero, com'è stato ricordato nell'editoriale di questa Rivista già citato, che non basta essere "contro", ma serve insieme un movimento "per": un'opposizione che è soltanto "contro", senza la capacità di formulare fondate e credibili proposte, è destinata ad essere sempre sconfitta. Ma per non essere soltanto "contro" ed essere anche "per", è necessaria poi la forza del numero. Ecco perché una volta democraticamente formulata ed approvata la proposta, bisogna successivamente, con l'apporto di tutti, renderla concreta ed operante.

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Recenti avvenimenti (Piazza Navona, Palavobis, girotondi ed altro) vanno, a mio giudizio, in questa direzione. Vanno contro l'inerzia, contro i ritardi, contro le indecisioni e danno una spinta in avanti perché le proposte ci siano, perché le proposte siano fatte valere: è per questo che la opposizione deve fare sentire, com'è necessario, alta e forte la sua voce. Ma quale sarebbe la diversa interpretazione che pur si è data? Un'interpretazione, giusto per farmi intendere, "massimalista"? Non mi sembra condivisibile: si ricordi che ai "girotondi" hanno partecipato non soltanto uomini e donne, ma anche mamme e bambini. E quale sarebbe, poi, il concreto significato della loro richiesta? Io non so darne altri, al di là di quello che ho dato. La società civile, della quale anche noi facciamo parte, vuole progredire nella pace, nella tranquillità del lavoro, nella sicurezza, democraticamente e senza traumi. Questa è certezza. Eppure, le forze che dovrebbero assicurarle hanno deluso. Le cause? Bisogna guardare indietro per ricercarle e per capirle.
Quando crollò il muro di Berlino, le speranze di vittoria delle forze autenticamente riformiste in Italia furono tante. E tra coloro che esultarono, naturalmente, ci fui anche io. Ne scrissi, auspicando maggiore chiarezza (finalmente!) nelle forze di sinistra e quindi confidando nella loro affermazione. Erano i tempi della ripresa delle pubblicazioni di "Calabria Avanti!", l'antica e gloriosa testata dei socialisti catanzaresi.
Purtroppo, alle speranze seguì presto la più cocente delusione. Non soltanto non si realizzò l'unità della sinistra, ma questa, lentamente ma progressivamente, perdette forza nel numero e nella sostanza, nonostante la rapida e forse intempestiva leadership del Governo, la cui importanza, a sinistra, non tutti compresero. Non possono interessare il mio discorso alcune vittorie elettorali, che pur ci furono, perché esse si rivelarono effimere e in ogni caso non derivarono dalla forza della sinistra unita che non ci fu mai.
Il primo forte tentativo di costituirla (dopo lo scioglimento affrettato del P.S.I. alla Fiera di Roma) fu quello della "Costituente aperta per il Socialismo", voluta da un folto gruppo di ex parlamentari del P.S.I., spinto soltanto da una fede non sopita e senza personali interessi: ci fu un affollatissimo convegno (24 settembre 1995) al palazzo dei Congressi, all'EUR, ma poi, a poco a poco, il movimento si spense. Come fallì, molto più tardi, con organizzazione di diversa provenienza a sinistra, altro avvenimento atteso ma senza adeguata preparazione e saldezza o chiarezza di contenuti: la "Cosa 2" a Firenze.
Accadde così che, da una parte, i comunisti continuarono a dividersi ed i socialisti, dall'altra, si spersero in tanti rivoli, al punto che ad alcuni (contro la ideologia di un tempo e soprattutto contro la storia) venne in mente un'idea blasfema e cioè che potessero esistere "i socialisti di destra", alleati con Berlusconi, con Fini e con Bossi. E non voglio dire di più. 
E' possibile sperare in un ravvedimento? E' già intervenuto da parte di alcuni (Martelli e B. Craxi in testa) che hanno anche aderito alla importante recente iniziativa milanese, guidata dal glorioso circolo socialista E. De Amicis e dall'Ossimoro che si battono con tenacia per "una prospettiva laica, socialista e riformista" e che hanno lanciato un nuovo appello, ponendo ancora al centro dell'attenzione politica la questione meridionale. E non è cosa da poco considerando tante autorevoli firme che lo hanno sottoscritto.
A questo punto potremmo già dare risposta al quesito che ha determinato e determina le mie riflessioni: perché la sinistra non conquista voti ed anzi ne perde? E' prevalso, com'è indubitabile almeno a mio giudizio, invece della ricerca dell'unità, un frazionamento spesso dominato da una vecchia dannosa tendenza egemonica e perdente (è, ormai, per noi un dato storico) che ha soppresso anche il ruolo che, pur nella diversità delle posizioni, i due grandi partiti della sinistra esercitarono nel passato ed avvolgendo nella nebbia perfino gli obiettivi da raggiungere. 

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La caduta del "Muro" che avrebbe dovuto portare al chiarimento della politica nazionale e, quindi, al rafforzamento del ruolo dei partiti, provocò invece, a differenza di quanto accadde nel mondo e in Europa, non soltanto lo sbandamento confuso a sinistra, ma anche quello del vecchio schieramento centrista. L'antica "diga", nata fin dai tempi del "frontismo" del 1948, a parte i pochi anni e peraltro discussi del "compromesso storico", e che aveva mantenuta e rinsaldata la unità della DC, incominciò a vacillare ancor prima che "tangentopoli" ne determinasse la completa frantumazione. In sostanza prendevano vie diverse le due anime che avevano sempre sorretto la DC: quella di destra e quella di sinistra. Insomma, così, nei primi anni novanta vennero meno i tre pilastri della politica italiana del dopoguerra: la DC, il PCI ed il PSI. E da allora in poi, l'ulteriore frazionamento fu costante e fu agevolato da una legge elettorale che completò il danno. Se ci fossero dei dubbi, il solo esempio della "Margherita" che ha, invece, aggregato tre o quattro formazioni politiche di modeste dimensioni con ottimi risultati, basterebbe a fugarli, avendo peraltro ridimensionato in parte l'avvilente esistenza del partito "personale" o del "personalismo" partitico, che purtroppo ancora resiste.
Lo sfaldamento della DC e del PSI (ed in misura minore del PCI) valse a creare il fenomeno (tutto italiano) di "Forza Italia", nata dal nulla e che ha raccolto, senza chiarezza di sostanza politica (né dal passato né dal presente) uomini e gruppi di provenienza diversa, al seguito di un leader dalla possente forza economica, che, tra le tante definizioni, si è data perfino quella di uomo del "centro-sinistra"! Ed è alla guida del Paese insieme alla Lega, un movimento che ho già definito antitaliano e che costituisce l'equivoco di fondo della politica nazionale, ed insieme ad AN, che è l'unico partito che ha saputo evolversi costantemente alla ricerca della legittimazione democratica, ormai raggiunta, fino ad occupare le posizioni della destra politica come il recente Congresso ha chiaramente dimostrato.

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Il corollario che discende da quanto ho finora rilevato è il seguente: il ruolo dei partiti come esercitato nella prima repubblica è del tutto superato e non può essere ripreso. Successivamente, il ruolo dei partiti è stato assai confuso ed essi non hanno corrisposto alla funzione loro assegnata dalla Costituzione con la norma dettata dall'art. 49, specialmente considerando la frantumazione della quale si è detto, con la conseguente difesa degli "interessi di bottega" che non valgono certamente a "concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". I partiti debbono essere formazioni con chiarezza di posizioni politiche e di programmi.
Per questo, debbo dirlo, penso che a sinistra dovrebbe sparire l'equivoco "comunista", anche nelle assurde ed erronee denominazioni, ai fini della costituzione, com'è nei voti, del partito socialista democratico ed europeo, senza alcun timore, che risulterebbe incomprensibile com'è avvenuto fino ad ora, di definirlo tale.
In occasione del Congresso, anche recente, del PRC, Bertinotti, ha affermato: "Dobbiamo cambiare per contribuire a cambiare il mondo. Diciamo addio allo stalinismo perché lo stalinismo è incompatibile con il comunismo". Tanti si sono chiesti: cosa significa? A farne intendere il significato, non sono valse neppure le successive precisazioni di chi la frase aveva pronunciato. Insomma, Bertinotti ha inteso andare alle origini del marxismo-leninismo, alle quali anche noi, per motivi opposti, potremmo ricorrere. Ma sta di fatto che nell'URSS Stalin si identificò con il comunismo ed il comunismo ebbe per diversi decenni il suo punto di forza nel nome, nella guida e nell'opera di Stalin.
I comunisti e gli stalinisti sono stati sconfitti dalla storia: negare questa realtà è cosa impossibile, anche richiamando le eccezioni, se pur ci sono. A meno che non ci si voglia identificare con i "massimalisti". E questo, forse, è discorso davvero attuale. Tanto attuale che un editorialista del "Corriere della Sera" (Ernesto Galli della Loggia) ha voluto ricordare cosa in passato significò "riformismo" (al quale tanti oggi impropriamente si richiamano) e cosa significò "massimalismo". Certo, oggi si vivono tempi molto diversi dal passato, ma le distinzioni permangono: tanto da aver reso difficile la unità della sinistra.
Una citazione tratta dal bellissimo articolo di Giuliano Amato, Misuriamoci insieme sulle cose da fare (in "Italianieuropei", nov.-dic. 2001) può meglio chiarire il mio discorso. Cosa è e come stare nella "protesta" di oggi, dei giovani o della società civile, che spesso si richiama. Quella che emerge "a sinistra come alternativa al riformismo allo scopo di combattere la destra: stare con e nella protesta, condividerne i sentimenti, concorrere a gridarli e a rappresentarli". Ma è così? Ecco la risposta: "Per alcuni è una scoperta che li ringiovanisce. Per me, vecchio socialista, è il ritorno della dialettica che segnò nei suoi primi decenni la storia del movimento socialista, quella fra riformisti e massimalisti. Fu una dialettica difficile, che ebbe anche conseguenze negative per le divisioni e i contrasti di cui fu la matrice. Ma questo non ha mai impedito a me, seguace dei riformisti, di apprezzare la capacità dei massimalisti di rappresentare i drammi sociali, di sottolinearne e di imporne l'urgenza. Attenzione però: qui stava e qui finiva la loro utilità politica, perché che cosa sarebbe accaduto senza i riformisti che, spinti da quella sollecitazione, si adopravano per trovare e far valere soluzioni praticabili? Tornando ad oggi, guai se la sinistra prendesse le distanze dalla protesta, ma guai se ritenesse esaurito il suo compito nel rappresentarla. A chi lascerebbe il compito di tradurla in soluzioni di governo? Davanti ai fossati non solo sociali che già si stanno aprendo entro le nostre mura domestiche e nella comunità internazionale, davanti all'ulteriore sgretolamento del tessuto collettivo che può scaturire dalla cultura e dalla politica della destra, di sicuro serve una sinistra rinvigorita, di sicuro serve un riformismo che non sia senza popolo, ma serve una sinistra che si senta investita della missione di governare e che sia in grado di esercitarla con la necessaria omogeneità ai diversi livelli a cui oggi si è chiamati a governare: locale, nazionale e (a dir poco) europeo".

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Un ultimo equivoco da chiarire, ben si intende per quanti non seguono da vicino: oggi vogliono tutti riformare. Berlusconi, a Parma, nel convegno di Confindustria, ha gridato: "La destra moderna riuscirà a riformare la società italiana laddove il centro-sinistra ha fallito". Come se si volessero le stesse cose! I lavoratori italiani, con l'imponente sciopero generale del 16 aprile per l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori (al quale dedicarono le loro vite Giacomo Brodolini e Carlo Donat Cattin, con il grande contributo di Gino Giugni, che per questo fu "gambizzato" ed ora ne ha voluto ancora spiegare agli italiani ogni passaggio), hanno dato la loro risposta, con grande consapevolezza e con tanto senso civico. Ma questa non è bastata e Berlusconi è andato avanti, secondo la sua concezione della politica, censurando perfino (o vuole sopprimerla?) la libertà di stampa e sferrando un inconcepibile attacco diffamatorio ad Enzo Biagi (ora decano dei giornalisti italiani) a Santoro e a Luttazzi. E lo ha fatto mentre si trovava in visita di Stato in Bulgaria. Anche questa volta ha avuto le risposte che meritava: da tutti, dai giornalisti di destra e di sinistra, e con un forte richiamo del Presidente della Repubblica. E, per completezza, si deve ricordare che le offensive esternazioni il Presidente del Consiglio è ormai abituato a farle all'estero, dando così un'immagine distorta dell'Italia. La precedente fu quella dinanzi ai giornalisti spagnoli: "In Italia i magistrati condannano senza prove". Riflettano gli italiani senza ulteriori indugi che potrebbero diventare anche colpevoli.
Ma non si dimentichi, ancora, che perfino Bossi vuole riformare, con la sua devolution e con un solo intento: spaccare l'Italia ed esaltare la sola Padania.
Può bastare? Penso di si perché ho già approfittato dello spazio che è sempre avaro. Ci sono certo altri aspetti sui quali sarebbe necessario riflettere; ma, per ora, è bene rimanere in attesa delle elezioni amministrative per le quali si annunziano nuove alleanze (CCD, CDU e DE nel centro destra; Ulivo e PRC nel centro sinistra). Potremo riprendere il discorso successivamente.
Intanto, mentre sto per chiudere e per consegnare il mio articolo alla redazione della Rivista nei termini richiestimi, arrivano le sorprendenti e preoccupanti notizie del primo turno delle elezioni presidenziali francesi. Ma cosa è accaduto? Altro che riflettere! Bisogna far presto a capire ed a correre ai ripari prima che sia troppo tardi. Gli approfondimenti terranno banco. Ma tutta la sinistra italiana dovrà assumere nella massima considerazione l'ammonimento che ha lanciato Lionel Jospin, nel momento in cui ha annunziato, addolorato e deluso, il suo ritiro dalla vita politica: "Invito i socialisti e la sinistra a mobilitarsi e ad unirsi sin d'ora in vista delle elezioni legislative, per preparare la ricostruzione futura". Già, perché anche in Francia le divisioni a sinistra hanno pesato e come!
C'è soltanto da sperare nel senso di responsabilità di tutti.
24 aprile 2002. 

Mario Casalinuovo

"Il Rumore del Riformismo" 
n.0, maggio 2002


TENERE LA BARRA

I rovesci elettorali delle formazioni socialiste in Europa a cominciare dall'anno 2000, con l'entrata della FPÖ di Jorg Haider nel governo austriaco, sono state numerose. 
A governi a guida socialista o di centro-sinistra sono subentrati governi di destra in Portogallo, Danimarca ed Italia. 
Nelle elezioni olandesi il PdVA ha subito una sconfitta cocente ed in Francia il PS non è arrivato al ballottaggio alle elezioni presidenziali. In Irlanda il Fianna Fail ha rafforzato la sua maggioranza ed il braccio politico dell'IRA, il Sinn Fein, ha avuto un discreto successo, ed a sorpresa i Verdi, in crisi in Italia e Germania.
Nel panorama europeo soltanto in Ungheria, contro ogni previsione, il partito socialista ha sfiorato la maggioranza assoluta, così come la sinistra ha vinto le elezioni polacche. 
I prossimi appuntamenti elettorali delle legislative di giugno in Francia e della Germania Federale in ottobre appaiono quindi svolgersi sotto una cattiva stella. 
In tutti i casi, se si allarga lo sguardo alle elezioni regionali tedesche, si verifica che la sconfitta dei partiti socialisti, ad eccezione dell'Italia e del Portogallo e parzialmente dell'Olanda, è stata determinata più che dalla vittoria di partiti conservatori di destra gravitanti nell'area del Partito Popolare Europeo, dall'erosione della loro base elettorale da parte di partiti populisti e/o di destra ed in misura minore di formazioni alla sinistra dei socialisti (PDS in Germania, PS in Olanda e trozkisti vari in Francia). 
Le formazioni di destra e populiste hanno alcune caratteristiche in comune, ma non costituiscono un gruppo omogeneo dal punto di vista ideologico o programmatico (ad esempio per Pim Fortuyn i modelli sono Churchill e Berlusconi, non Laval e Petain) se non per un forte antieuropeismo (comune peraltro alle formazioni di sinistra estrema, al MDC di Chevenement ed al Sinn Fein irlandese) e per “slogans” privilegianti l'ordine e la sicurezza, in simbiosi con una forte dose di xenofobia. 
Il dato preoccupante è che i loro discorsi fanno breccia in settori di elettorato, già tradizionali della sinistra, quali gli operai, i disoccupati, i giovani ed in genere gli strati più demuniti della società.
Questa combinazione di slogans e di radicamento elettorale rendono più difficile la ripresa di influenza della sinistra, perché indicano che non è sufficiente impostare programmi più spostati a sinistra dal punto di vista delle politiche economiche e sociali, quando tra le motivazioni di voto degli strati popolari vi sono preoccupazioni di sicurezza ed identitarie verso gli stranieri, che a sinistra non possono essere condivise per ragione dei valori suoi propri (umanesimo, garantismo, diritti umani, multiculturalismo).
Tutti i partiti del PSE, sia pure in grado diverso, sono stati impegnati in un difficile equilibrio tra istanze sociali ed esigenza di modernizzazione e di accettazione dei vincoli imposti dall'economia di mercato in un contesto di globalizzazione, oltre che dal rispetto dei vincoli derivanti dalla appartenenza ad alleanze politico-militari: un difficile equilibrio che ha scontentato tutti, ma in particolare il suo elettorato tradizionale.
I partiti socialisti a grande maggioranza hanno pensato che l'orizzonte proprio fosse nella scelta del rafforzamento dell'Europa, ma poi nelle campagne elettorali l'Europa non è mai l'argomento principale, così come il multiculturalismo non esce dal generico appello ai buoni sentimenti per diventare una coerente azione di integrazione, sia pure rispettosa delle differenze, degli immigrati. 
Ugualmente sulla sicurezza i partiti socialisti sono più bravi nel denunciare la portata reazionaria di politiche di sicurezza puramente poliziesche e repressive, che a proporre soluzioni alternative che, soprattutto, tutelino le vittime dei reati, e che nel rigore del rispetto della legge da parte di tutti si colga l'espressione dello stato di diritto e della efficienza amministrativa. In poche parole per la sinistra la sicurezza è una questione ideologica e non di qualità della vita della popolazione, compresi i propri elettori. 
La sinistra non può eliminare dal catalogo delle sue proposte temi quali l'ordine pubblico e la crescente presenza di immigrati perché in sé di destra, ma proporre soluzioni di sinistra. 
La sinistra non può denunciare la degenerazione mediatica della politica ed il fenomeno del leaderismo carismatico ed inseguire il modello cercando affannosamente un leader, che risolva tutti i problemi e le difficoltà, perché più bravo ed intelligente e (perché no?) anche più bello del leader dello schieramento avversario.
L'aspetto più preoccupante della crisi elettorale della sinistra non è tanto la perdita di consensi, quanto che questa avvenga senza che ci si accorga dei sogni premonitori.
Questo significa che i partiti di sinistra non hanno un radicamento complessivo nella società, siano, cioè, privi delle antenne necessarie a percepire movimenti politici e sociali che non nascono all'improvviso. 
A sinistra si è indebolito il ruolo dei partiti nelle democrazie contemporanee come strumento per la definizione delle politiche pubbliche accettando di fatto una contrapposizione tra società politica e società civile. 
La sinistra non si è resa conto che senza partito, il ruolo dei media e dei loro controllori diventa ancor più decisivo nell'orientamento dell'opinione pubblica. 
Del tutto contraddittoriamente la separazione/opposizione tra società politica e società civile non ha portato a riformare i partiti politici in strumenti aperti alla società civile, ma ad accentuare la loro degenerazione oligarchica, di società chiuse, con le loro regole ed i loro riti, che ne enfatizzano la separatezza. 
Le decisioni importanti sono assunte in clan ristretti, che escludono persino la grande maggioranza degli iscritti disincentivando la partecipazione di chi già c'è e soprattutto allontanando chi potrebbe esserci. 
Nella ricostruzione di un tessuto connettivo politico, che tra l'altro sarebbe in grado di contrastare efficacemente lo stesso ruolo dei mass-media, non ci sono alternative ad un'azione paziente di analisi delle debolezze e di ricostruzione organizzativa e di un sistema di valori mobilizzanti. 
Il grande successo di mobilitazioni (semi) spontanee od organizzate, sia ad opera del sindacato che dei nuovi movimenti legati al rifiuto della globalizzazione neoliberista o dei girotondini, è un'occasione preziosa, che, però, può accentuare la crisi della sinistra, in particolare di quella italiana, se viene concepita come una scorciatoia. E' illusorio che l'insufficienza dei partiti possa essere supplita da pezzi della società civile od anche da un grande movimento sindacale, quando il problema è essenzialmente politico.
L'altro pericolo è quello che la sconfitta di partiti del socialismo europeo produca un riflesso di chiusura nazionale, all'insegna del non abbiamo niente da imparare dagli altri. Le prospettive della sinistra in Europa, che dovrebbe soprattutto significare la tutela degli interessi popolari e la difesa della democrazia, non diventeranno migliori quando i DS non saranno più l'occasione del socialismo europeo, ma altri partiti condividessero con i DS percentuali inferiori al 18%-20%. 
Proprio la dimensione continentale della crisi della sinistra di ispirazione socialista deve portare a conclusioni opposte, cioè allargare e non restringere l'ambio della riflessione e della discussione (non limitata ai programmi, ma estesa ai valori) e dare avvio ad una riforma urgente dei partiti socialisti e delle loro strutture di coordinamento sopranazionale. 

Felice Besostri 

Milano, 20 maggio 2002


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