LA PARTITA RIFORMISTA

MICHELE SALVATI


NELLE riforme della legislazione del lavoro e del welfare tutto si tiene. Inserita nel contesto di una trasformazione complessiva del nostro modello di welfare – da un modello "mediterraneo", centrato sulla difesa del posto di lavoro del maschio capo-famiglia, ad un welfare "nordico-socialdemocratico", centrato su sistemi informativi e formativi efficaci e su ammortizzatori sociali dignitosi e universali -la riscrittura dell´articolo 18 ha un significato. Un significato di sinistra, dove sinistra vuol dire equità, difese e tutele dignitose per il più gran numero di lavoratori, effettivi e potenziali. Anche e soprattutto per quelli, e sono tantissimi, che oggi non sono tutelati per niente. Se la riscrittura è imposta senza adeguare il sistema di welfare, essa è semplicemente la riduzione delle tutele mediterranee senza sostituirle con tutele nordiche.
E allora si tratta di una misura di destra, di un maldestro tentativo di thatcherismo in ritardo, del peggioramento della condizione di un rilevante gruppo di lavoratori non accompagnato dal miglioramento di altri.
Ma non è vero, come sostiene Berlusconi, che togliendo lo spauracchio del reintegro giudiziale del lavoratore licenziato senza giustificati motivi ci sarebbe un gran balzo in avanti dell´occupazione? Se così avvenisse, allora una compensazione ci sarebbe, alcuni lavoratori sarebbero moderatamente svantaggiati ma altri sarebbero notevolmente favoriti. Come sa chiunque si sia occupato con un minimo di serietà e senza preconcetti di queste cose, gli economisti sono divisi sulle conseguenze occupazionali di una riduzione delle tutele contro il licenziamento. Se tale riduzione faccia bene all´occupazione (e quanto) è questione discussa, e le risposte dipendono dai modelli teorici utilizzati, dalle verifiche econometriche adottate, dall´arco di tempo considerato e da tanti altri fattori, tra i quali non è di poco conto, nel caso nostro, la disciplina dell´indennità di licenziamento che sostituirebbe il reintegro (se al posto del reintegro le imprese dovessero scucire due anni di salario – come Berlusconi ha suggerito in uno dei suoi empiti da Babbo Natale - le reazioni che ho notato mi fanno dubitare che le imprese italiane sarebbero molto contente: forse preferirebbero tenersi la disciplina ora in vigore).
E allora perché non si discute del problema nel suo insieme, dell´intero modello di welfare che si ritiene adatto al nostro paese? Non si discute di questo perché si tratterebbe di un sistema molto impegnativo organizzativamente e molto costoso finanziariamente, anche se la transizione dal modello mediterraneo al modello nordico venisse affrontata con gradualità. Costruire un´attrezzatura di istituti di formazione e di informazione degna di questo nome al posto dell´inefficiente sistema di cui disponiamo (e parlare di inefficienza soltanto è un eufemismo che rasenta la menzogna) è un´impresa che esige un grande e continuo sforzo riformatore. E poi non si costruisce una rete di protezione universale, decorosa e che però non disincentivi lo sforzo di ricerca del lavoro, solo utilizzando le risorse che sono oggi impiegate nell´assistenza, nella cassa integrazione, nei sussidi di disoccupazione e negli altri istituti di cui disponiamo, ammesso che sia possibile toglierle da lì.
Occorre di più, parecchio di più. Queste cose i riformisti le sanno da sempre: quelli che operavano nei governi di centro-sinistra sono stati bloccati da resistenze forti al cambiamento che provenivano dal composito fronte della loro rappresentanza sociale; non da ultimo dalla scarsa disponibilità dei sindacati, di tutti i sindacati, ad estrarre risorse per gli ammortizzatori sociali dal principale serbatoio da cui realisticamente (ed equamente) possono essere estratte, la previdenza.
Il centro-destra, per i suoi più deboli legami col sindacato, dovrebbe avvertire di meno queste difficoltà. E poi dispone di una più forte maggioranza in Parlamento. Perché, invece di ficcarsi nel cul de sac dell´articolo 18, non ha subito proposto al dialogo sociale (se così vuol chiamare la concertazione) un disegno più ambizioso? L´articolo 18 non è un tabù e non sancisce un diritto di cittadinanza, con buona pace di Cofferati. Ma è una misura parzialissima, dagli effetti incerti e di puro significato simbolico. Simboli contro simboli, bandiere contro bandiere.
Se Berlusconi si crede un vero riformista – si crede tutto, si crederà anche questo - cerchi di mettere alla prova la sinistra e il sindacato su un grande disegno di statuto dei lavori e di nuovi ed efficaci ammortizzatori sociali. Li metta alla prova su una generosa destinazione di risorse per la gran massa di non garantiti. Forse, allora, la timidezza di cui Antonio Polito accusava il riformismo italiano su questo giornale verrà meno e si creerà un vasto fronte in favore delle riforme. Il fronte che Marco Biagi auspicava.

MICHELE SALVATI

la Repubblica
25 marzo 2002


Il parlamentare dei Democratici di Sinistra Giuseppe Caldarola ha inviato al Corriere della Sera questa lettera aperta al presidente del suo gruppo parlamentare alla Camera dei deputati, l’onorevole Luciano Violante. Giuseppe Caldarola, 55 anni, eletto nella lista dei Ds in Puglia, è stato vicedirettore di Rinascita e direttore di Italia radio e dell’ Unità . 


«Biagi aveva ragione e non abbiamo partecipato nemmeno al suo funerale»

«Clima pesante per personaggi che dicono cose di sinistra che non hanno mai fatte»



Caro Presidente Violante, l’ Unità di sabato, nel giorno della grande manifestazione sindacale, ha pubblicato documenti dell’assemblea di redazione, dell’editore, dei direttori, di Giovanni Berlinguer gravemente insultanti verso di me e verso il sen. Debenedetti. Hanno voluto presentarsi di fronte a migliaia di lavoratori come vittime di un’aggressione. Per quanto mi riguarda mi si addebita, in un documento che la direzione ha fatto firmare dall’assemblea di redazione nello stile della confessione di Bucharin (l’amico costretto a denunciare l’amico), di aver accusato l’ Unità di connivenza con il terrorismo. È una bugia ignobile. Che si tratti di una vergognosa bugia ne fa fede la stessa Unità del giorno prima che pubblicava una mia dichiarazione al Velino: dissentivo dal giudizio degli editorialisti dell’ Unità sulla fascistizzazione del Paese e criticavo le rubriche in cui si mettono alla berlina i dissenzienti, tuttavia in quella stessa dichiarazione criticavo anche l’ipotesi avanzata dal sen. Debenedetti sulla necessità di un intervento disciplinare dei gruppi parlamentari Ds sul giornale. Ho ricordato l’Abc, cioè che il rapporto con il direttore appartiene al Cda e alla proprietà della testata. Finché c’è sintonia fra questi e il direttore nulla quaestio. Li ho, paradossalmente, difesi dalla richiesta di Debenedetti, un senatore fatto oggetto sull’ Unità di vergognosi attacchi. 
Trovo disgustoso, e mi sorprende che non se ne accorga un uomo gentile e raffinato come Giovanni Berlinguer, che questo attacco mi venga rivolto nel giorno della grande manifestazione sindacale contro i licenziamenti da un direttore e da un editore che hanno «preso» l’ Unità a condizione che vi fossero massicci licenziamenti, senza la tutela dell’art. 18. 
Io sono preoccupato per la deriva di una certa sinistra. Penso che ci porterà alla sconfitta definitiva. Rifletti su un fatto: per la prima volta nella storia democratica di questo Paese alcun esponente della sinistra ha potuto partecipare ai funerali di una vittima del terrorismo, una vittima peraltro che appartiene, per cultura e stile di vita, alla sinistra riformista. Biagi non ha fatto girotondi ma ha vissuto per i lavoratori. Questo è il vero evento che segnerà la storia del nostro Paese. Si interrompe un nesso fra noi e la storia nazionale, fra noi e la democrazia. Ho letto gli scritti di Biagi (aveva ragione lui), ho letto gli insulti a Biagi e ho visto che non eravamo al suo funerale. Perché accade solo ora? Ti chiedo urgentemente un’assemblea del gruppo su questi temi. Se non sarà possibile per un riformista come me fare politica, mi dimetterò anche da parlamentare. Ma continuerò la mia battaglia. Mai mi farò zittire da quel Furio Colombo che era portavoce della Fiat che licenziava migliaia di operai negli anni in cui io ero caposervizio sindacale all’ Unità e cercavo di far conoscere le ragioni di quegli operai cacciati. 
Il clima a sinistra è diventato pesante per responsabilità di personaggi che dicono cose di sinistra, ma non hanno mai fatto cose di sinistra e per la sinistra e i lavoratori. Amendola, Lama e Chiaromonte si sarebbero ribellati. Noi invece siamo aggrediti, l’ Unità propone un girotondo attorno a D’Alema (fatelo, ci sarò io a difenderlo). Nessuno dice niente. Ci sono arruffapopoli che lucrano sulla sinistra, che ci vogliono mettere in angolo, noi e la storia che rappresentiamo e nessuno dice una parola. Assistiamo al linciaggio di uomini della sinistra reso facile dall’esasperato correntismo dei Ds e nessuno dice una parola. Dal Pci abbiamo imparato questa scuola di viltà? No e poi no. Chiedo una discussione franca e serena prima di prendere le mie decisioni. Voglio capire se questa è ancora la nostra casa comune. Mi conosci, sai che sono una persona seria e determinata, che non cederà un millimetro di fronte a questo attacco delegittimante. Voglio sapere se devo farlo da solo. Sbaglia Berlusconi a dire che l’attacco è al governo e non allo Stato. Sbagliamo noi a non dire che l’attacco al governo è attacco allo Stato. Quando presero Moro noi dicemmo: hanno colpito il presidente Dc ma hanno colpito lo Stato. Caro, Luciano, conosco la tua vita, confido nel tuo coraggio. 


Giuseppe Caldarola 

Corriere della Sera
25 marzo 2002


LA SINISTRA DI «ITALIANIEUROPEI» ANTROPOLOGICAMENTE DISTANTE DA «QUELLI DEL PALAVOBIS» 

D´Alema: un'associazione dei riformisti 
«Non dobbiamo enfatizzare le differenze con i movimenti» 


ROMA SE il girotondo deve essere festoso e chiassoso, un seminario di studi e riflessioni deve forse dare un´immagine di seriosità, perfino condita con un pizzico di accademica pignoleria? Sarà perché ha voluto marcare una differenza, anche stilistica e lessicale, con il popolo girotondista e permanentemente indignato, fatto sta che il convegno romano dell´Eliseo, promosso dalle riviste che fanno capo alla linea «riformista» (da «Italianieuropei» a «Mondoperaio» a «Le ragioni del socialismo») ha segnato una distanza abissale con la kermesse palavobista che si è celebrata in un altro teatro romano, a poche centinaia di metri. Certo, Piero Fassino ha invitato a non bollare come meramente «massimalista» l´effervescenza dei girotondi, sintomo e segnale a suo parere di una «crisi di rappresentanza» e di una domanda politica insoddisfatta. Certo, anche Massimo D´Alema, nelle sue conclusioni, ha invitato a non enfatizzare le differenze con i girotondini (pur non risparmiando qualche tirata sarcastica nei confronti dei professori fiorentini che lo avevano torchiato in un rituale «processo politico»), sottolineando ovviamente che la differenza maggiore sta con l´avversario comune: la «destra al governo». Ma è apparso evidente e lampante l´affiorare a Roma di due sinistre, divise per linguaggio e per cultura, per progetti politici e persino per profilo antropologico. Seriosità, dunque. Soltanto episodicamente contraddetta quando qualcuno, dalla sala, ha interrotto Luciano Pellicani che se la prendeva con il partito dell´«indignazione»: remake in miniatura della colossale contestazione sonora che colpì il direttore di «Mondoperaio» in piena piazza ulivista. Per il resto, molti concetti, molta inclinazione al «dove abbiamo sbagliato», molta moderazione. Poca indicazione politica immediata, se si eccettua l´esortazione finale di D´Alema alla costruzione di una «associazione» da offrire «ai riformisti senza bandiera, senza partito e anche a quelli senza partito». Molta teoria nella relazione introduttiva di Giuliano Amato ornata di espressioni eleganti: «pensavamo di passare dal welfare State alla welfare community e temiamo invece di passare al welfare del voucher». Cioè: «Ciascun italiano solo con i suoi cento euro in mano e se uno ne ha di più si trova da solo i servizi che gli servono, se ha soltanto quelli finirà metaforicamente per berseli». E chissà perché, per ottenere un applauso più convincente Amato ha voluto inserire all´improvviso un durissimo attacco a Israele, parlando di una «biblica spietatezza» che ha provocato l´indignazione di Giorgio La Malfa. Per la verità, e a sorpresa, gli applausi più fragorosi sono arrivati quando più dura è risuonata la polemica con il girotondismo. Applausi addirittura a scena a aperta dedicati a Emanuele Macaluso che aveva criticato i girotondi attorno al Palazzo di Giustizia: «È come dire che la giustizia è nostra e la difendiamo noi», mentre invece bisognerebbe difendere lo «Stato di diritto» (con annessa, e da Macaluso auspicata, separazione delle carriere per giudici e pubblici ministeri). Applausi prima blandi poi un po´ più convinti a Ugo Intini quando quest´ultimo ha chiuso la porta in faccia a ogni ipotesi di alleanza con Di Pietro. Applausi a Marco Boato, che fu relatore sulla giustizia nella Bicamerale e che per questo si attirò critiche sanguinose da parte del fronte giustizialista, e che ha bollato come «massimalista» e «giacobino» il variegato arcipelago della protesta autoconvocata. Applausi a Nicola Rossi quando ha accusato la sinistra di essere stata poco «coraggiosa» nella sua spinta riformista. Ma è prevalso, in tutto il convegno, un tono politicamente e culturalmente lontanissimo dai fervori oltranzisti della piazza protestataria. Dagli interventi europeisti di Giorgio Napolitano e di Umberto Ranieri, a quello sul mondo del lavoro di Bruno Trentin, dalla difesa dei diritti pronunciata da Luigi Manconi all´esposizione dei problemi della democrazia maggioritaria svolta da Andrea Manzella, fino agli interventi più direttamente politici di D´Alema e Fassino, Boselli e Amato, si è costruito tassello dopo tassello il mosaico di un riformismo italiano in seria difficoltà di comunicazione con il mondo rutilante dei girotondisti. Fino al punto che, come è nitidamente emerso nell´intervento di Augusto Barbera, persino la parola d´ordine dell´«emergenza democratica» cara ai movimenti autoconvocati è apparsa sideralmente lontana. Barbera ha invitato a non esagerare nel vedere «attentati alla Costituzione» in qualsiasi atto della destra italiana per non alimentare la fallace e pericolosa impressione di una sinistra che si erge ad unica ed esclusiva custode della Costituzione, escludendo quella metà degli elettori italiani che ha scelto il centrodestra. E non sono bastati gli appelli alla buona volontà di Piero Fassino a non abbandonare per sempre quel «ceto acculturato alieno da ogni forma di estremismo e massimalismo». Le due sinistre sembrano capirsi sempre meno. Seriosi, i riformisti non sembrano entusiasti all´idea di mettersi in girotondo. 

La Stampa
20/3/2002 


CHI SONO I SOCIALISTI OGGI IN ITALIA?

In risposta ad un articolo di Nando Della Chiesa

di Renzo Penna*

Sull'Unità di giovedì 7 marzo Nando Dalla Chiesa invita i socialisti a motivare la loro ostilità verso i movimenti di queste settimane e nei confronti dei temi della legalità e della giustizia. In tal modo egli, involontariamente, solleva una questione che, se esula dal merito specifico, sollecita a chi come me, socialista ieri come oggi, ma dal 1999 iscritto ai DS e che ha partecipato alla manifestazione del Palavobis condividendone lo spirito e le motivazioni, una reazione e una domanda. Chi sono i socialisti oggi in Italia? E' del tutto evidente che Dalla Chiesa si rivolge ai maggiori esponenti dello SDI ma, appunto, i socialisti possono essere circoscritti a coloro che fanno riferimento alla formazione politica di Boselli considerato che la stessa può contare oggi su poco più sull'1% dell'elettorato (2,2% con i Verdi alle ultime elezioni)? Dico questo non con intento polemico né per una sottovalutazione dei ruoli, ma semplicemente per registrare un dato di fatto. In questo ambito evito poi di considerare quella parte "socialista" schierata con Berlusconi e che, tuttavia, raccoglie anch'essa l'identica esigua percentuale di consensi. E' però incontestabilmente vero ciò che l'articolo di Dalla Chiesa indirettamente svela: nonostante le decisioni del congresso dei DS di Torino e le recenti riaffermazioni dell'assemblea di Pesaro, i Democratici di Sinistra non sono percepiti come il partito del Socialismo Europeo in Italia, ma continuano ad essere considerati gli eredi, sempre più ex, della tradizione comunista. Questo, a mio giudizio, costituisce uno dei limiti principali, se non quello decisivo, al mancato sviluppo anche nel nostro paese, di una grande formazione socialista, riconosciuta tale per consenso e progetto politico. E ciò nonostante che nel PDS prima e nei DS poi sia confluita una parte, tutt'altro che trascurabile, di elettori del partito Socialista Italiano e che nelle ultime due legislature (1994 e '96) nei gruppi parlamentari di PDS e DS sia stato eletto il maggior numero di deputati e senatori provenienti dal PSI. Ricordo, infatti, che il PDS, tra la prima e la seconda uscita elettorale (1992 e '94), incrementò i suoi consensi del 4,3% passando dal 16,1 al 20,4%. Non penso sia difficile ritenere che tale aumento sia da attribuire, in maniera pressoché esclusiva, a quella parte di elettorato socialista che, nonostante la deriva centrista dell'ultima fase del craxismo, aveva mantenuto un chiaro orientamento a sinistra. Indirizzo riconfermato dopo la crisi e l'implosione del PSI con il sostegno al PDS. E' stata questa la strada seguita da me e da molti altri, che in quegli anni si sono mossi in campo aperto, lasciando gli approdi originali, impegnandosi in un lavoro di ricerca nei Circoli e nelle Associazioni di cultura socialista, con l'obiettivo di unire la sinistra riformista, costruire un nuovo partito e non, come si è detto in seguito, per essere cooptati nei DS, ma per formare, insieme, un nuovo e plurale gruppo dirigente. In tutta evidenza non è andata così. I risultati sono stati, da questo punto di vista, deludenti. Ma l'idea di un gruppo dirigente chiuso e autoreferenziale che, nonostante le evidenti divisioni politiche, si difendeva e passava indenne ed uguale dal PCI, al PDS, ai DS, si è dimostrata vulnerabile, non ha retto nei confronti delle martellanti campagne di Berlusconi contro "il comunismo e i comunisti" e costituisce una delle ragioni dell'insuccesso elettorale sulle quali più riflettere. "L'avversione per la sinistra - secondo Piero Ottone - ha in una parte dell'elettorato radici profonde, ma non è spiegabile secondo criteri razionali, in quanto trae origine da antiche paure. E' una avversione che in altri tempi si definiva viscerale e che qualche residuo nelle viscere deve averlo lasciato." Dopo gli "stati generali" di Firenze la "Cosa 2", nella sostanza, finì e i "cantieri" che dovevano iniziare i lavori furono, invece, rapidamente smantellati. Naturalmente in questo quadro non sono mancate le eccezioni ma, appunto, sono rimaste tali. Vennero invece numerose le critiche, in maggioranza, da chi, nei DS, non aveva più fiducia nell'esistenza autonoma della stessa sinistra, ma pensava alla scorciatoia del partito democratico e in quel senso negli anni ha operato. Al contrario la realtà ci dimostra la grande attualità dei valori del socialismo per rispondere ai problemi che ci pone la società moderna e che ancor più porrà quella futura. Pertanto continuo a ritenere affatto contraddittorio, con la realizzazione di una vincolante e leale alleanza nell'Ulivo, il mettere mano alla ricostruzione di una più forte sinistra. A proposito del destino poco brillante della "Cosa 2", ricordo l'amarezza, nei suoi ultimi anni alla Camera, del professor Antonio Ruberti. Il Rettore, in anni davvero difficili, della "Sapienza" diede un contributo impegnato ai lavori del "forum della sinistra", ma i suoi scritti sui temi della ricerca scientifica, dell'innovazione tecnologica, di assoluto livello, non furono però mai utilizzati e rimasero, con tutti gli altri, alla conoscenza di poche centinaia di persone. Con riferimento al partito D'Alema ha pronunciato di recente e in più occasioni parole di autocritica. "Volevo contribuire a modernizzare il sistema italiano - ha dichiarato - ma ho preteso di farlo senza costruire un grande Partito del Socialismo Europeo, e quindi dall'alto. Cozzando contro un doppio ostacolo. Una svolta PDS librata nel vuoto e teorizzata in chiave radicalnuovista, e la legittima aspirazione di un pezzo del centrosinistra - ulivista e centrista - a voler risucchiare e rendere subalterna la sinistra riformista di radice socialista". L'autocritica è riferita agli anni tra il '96 e il '98 quando, da segretario, D'Alema riteneva di aver esaurito il proprio compito e dichiarava di "annoiarsi" in quel ruolo. Fu una affermazione che ricordo bene perché mi colpì negativamente in quanto pensavo, cosa della quale sono tuttora convinto, che l'impresa di costruire un nuovo partito, con un nuovo programma fondamentale, dopo la fine del PCI e del PSI, dal basso e non in maniera verticistica, richiedeva, come richiede, un impegno straordinario e di non breve momento. Il programma fondamentale rappresenta, in particolare, l'elemento centrale nella definizione dell'identità del partito e, per questo, non può essere affidato ad un gruppo ristretto di persone. Si costruisce, invece, attorno ad un progetto alla cui definizione partecipano da protagonisti migliaia di persone, tutte le molteplici esperienze e competenze, tutti i saperi disponibili. 
Dopo il deludente risultato delle ultime elezioni, con l'insieme dei partiti della sinistra al loro minimo storico, è mancata una analisi e una risposta convincente al permanere di questa situazione tutta italiana, rappresentata da una sinistra divisa e con pochi consensi. A questo proposito le idee avanzate nel congresso di Pesaro per la ricomposizione di un più forte partito Socialista si sono, sin qui, rivelate povere e di corto respiro. Alcune sono apparse più come espedienti tattici, giocati contro qualcuno, che concretamente percorribili. Penso alla proposta di Giuliano Amato presidente dei DS. Amato, per caratteristiche personali e storia politica, difficilmente può essere pensato come "animatore dal basso" del nuovo partito. In altre siamo al corteggiamento di singoli personaggi, più significativi per i cognomi che portano che per le idee che esprimono. O, ancora, alla proposta di unificazione con soggetti politici ormai scarsamente dotati di voti, ma con una nomenclatura che pretende di essere garantita. 
Occorre prendere atto che siamo privi di una proposta ed un percorso credibile per la costruzione dal basso del partito, come è avvenuto per le principali formazioni socialiste europee. Non bisogna inventare nulla, ma ripercorrere ciò che hanno fatto, per qualche anno, i laburisti inglesi, i socialdemocratici tedeschi e i socialisti svedesi o, diversi anni fa, i socialisti francesi con Mitterand. Prima di tornare a vincere. La situazione, se giustifica pienamente l'articolo di Nando Dalla Chiesa, disvela però il permanere di una preoccupante anomalia nella sinistra riformista italiana cui converrà porre sollecito rimedio. 

* Associazione LABOUR "Riccardo Lombardi

Alessandria, 9 marzo 2002


Ugo Intini: voglio chiedere scusa ai compagni che non sono fuggiti

«Dopo il crollo del partito ho girato l’Italia. Nelle sezioni erano rimasti solo i socialisti veri» «Craxi era il mio leader, fin da ragazzi, a Milano. Ma non amavo né il suo clan né quei riti»


A dieci anni dall’avvio delle inchieste giudiziarie che sconvolsero il sistema politico (17 febbraio 1992), parlano protagonisti e testimoni di un periodo controverso della storia italiana. ROMA - «La cosiddetta rivoluzione italiana... Somiglia tanto a un golpe. La definii "golpismo strisciante", sull’ Avanti! , proprio dieci anni fa. I salotti, gli intellettuali e i giornalisti che sbeffeggiavano Craxi e Forlani, adesso saranno contenti: avevano un re travicello, un potere democratico ma debole, ora hanno un vero re, un re serpente, Silvio Berlusconi. Il sistema maggioritario e l’antipolitica non potevano che portarci alla vittoria del denaro e della destra, uniti insieme grazie ai voti dei fascisti e di Bossi. Soltanto Giorgio Bocca poteva pensare che i leghisti fossero una forza sana, democratica... Eppure quei signori innalzavano le forche, mentre il loro ideologo, il professor Miglio, commentava il suicidio di Gabriele Cagliari con queste parole: "nessuna pietà"». 
Ugo Intini ha più di sessant’anni, ma non gli è passato un giorno. Sembra sempre un giovane professore un po’ timido, di quelli che incontri in treno e ti cedono il posto migliore. E’ stato per almeno un decennio uno degli uomini più potenti d’Italia, ma ha sempre avuto un suo stile semplice ed austero. Ha adorato Bettino Craxi, ma ha preso l’aereo per Hammamet soltanto dopo il 1996, per chiarire un dissidio politico col suo capo prima che fosse troppo tardi, «Non amavo quel clan e quei riti...», confessa sorridendo, con l’orgoglio di chi ne è uscito senza macchia. Per tre ore, nel suo ufficio di deputato dello Sdi, ascolto le sue ricostruzioni e lo vedo trafficare con bozze, manoscritti, testi già pubblicati, «quanto ho scritto, quanto ho riflettuto...». Per lui e per la sua famiglia vivere a Milano negli anni di Tangentopoli è stato un incubo, «arrivavano molti insulti, dalla gente della strada, da chi sentiva il mio cognome, un po’ raro. Sono stato molto solo, nel periodo della caccia alle streghe, e tutta questa carta mi ha tenuto compagnia». 
L’amicizia fra Intini e Craxi risale al 1960. «Eravamo due ragazzi, a Milano. Io vicecronista comunale dell’ Avanti! , avevo 19 anni, ero autonomista e nenniano, Bettino era il più giovane eletto ed era il mio leader. Il primo articolo che scrissi su di lui raccontava una sua iniziativa per rimettere a posto le fontanelle della città. In municipio governava il primo centrosinistra italiano, un laboratorio politico, c’era anche Eugenio Scalfari... Nel 1968 organizzai la campagna elettorale, la terna che mi aveva affidato Nenni era secca: Craxi, Loris Fortuna, Scalfari. Furono eletti alla Camera tutti e tre: Fortuna era il protagonista della battaglia per il divorzio, Scalfari aveva svelato, sull’ Espresso , con Lino Jannuzzi, che fu eletto senatore socialista, il tentato golpe, quel tintinnar di sciabole organizzato, guarda un po’, sotto l’ala del padre di Mario Segni. Ma non era facile tirar su voti, tra i compagni della base, dovetti faticare a convincerli: Fortuna e Scalfari non giravano per le sezioni». 
In un articolo pubblicato da Mondoperaio , «L’eredità di Craxi», Intini insiste nel dipingere Bettino come un uomo di sinistra, «uno che mai e poi mai si sarebbe confuso con la destra, che neanche per un istante si dichiarò per Berlusconi, che mai avrebbe fatto parte di un governo con i neofascisti e i leghisti. E infatti, suo figlio ha atteso la morte del padre per andare col Polo». 
Ma ne è proprio sicuro? L’ultimo Craxi affondò nella palude del Caf... «Mai esistito un Caf. Casomai, vista la solidarietà personale con Forlani, si può parlare di un Cf. Quando, dieci anni fa, saltò l’ipotesi di mandare Forlani al Quirinale, io azzardai: potremmo andare su Andreotti... Ricordo ancora le urla di Bettino: " Non sai quello che dici!". Avevo dimenticato che era stato Craxi a definirlo "Belzebù", sempre lui ad approvare il motto secondo cui "le vecchie volpi prima o poi finiscono in pellicceria". La loro ostilità politica era antica, risaliva al primo centrosinistra voluto da Nenni e osteggiato dalla Dc moderata e andreottiana. Il rapporto diventò conflittuale con il compromesso storico: i socialisti si battevano contro la tenaglia cattocomunista formata da Berlinguer e Andreotti, lo scontro frontale arrivò con il caso Moro... L’unico terreno comune fra i due era la politica estera: la stessa attenzione al Medio Oriente, la stessa solidarietà con il mondo arabo e con Arafat». 
Secondo Intini, il progetto di Bettino Craxi era uno solo, sempre quello: governare con i partiti di centro e intanto riequilibrare le forze a sinistra, riconquistare spazi nel sindacato e nelle cooperative, portare i comunisti verso la socialdemocrazia e farli entrare nell’Internazionale Socialista, e infine diventare il capo di un grande schieramento Pci-Psi attraverso la riforma istituzionale e l’elezione diretta. 
Se invece del Mitterrand italiano Craxi è diventato un esiliato e un condannato destinato a morire senza rivedere l’Italia, tutto questo si deve - come dice qualcuno - ad un complotto delle toghe rosse? «Per carità. Mai usato un’espressione così provinciale, che lascio volentieri a Berlusconi. Dopo la caduta del muro di Berlino, in tutto il mondo sono stati travolti i governi che avevano retto per decenni, c’è stata una Mani Pulite internazionale, come ha detto Di Pietro, dal Giappone all’India, al Messico... E’ iniziata una guerra commerciale mondiale, in cui gli alleati di ieri sono improvvisamente diventati gli avversari di oggi. E’ cambiato tutto, altro che toghe rosse. Sono convinto che abbiano avuto un ruolo anche i servizi segreti angloamericani. E sono anche convinto che oggi - in Europa - abbiano paura del contagio che può arrivare dal nostro Paese, dal nostro governo, da un ritorno del fascismo e del separatismo in tutto il continente». Craxi di sinistra. E Craxi amico di Berlusconi? «Un rapporto familiare e lontano dalla politica. Negli anni in cui lavoravamo assieme al quarto piano di via del Corso, con Giuliano Amato e Gennaro Acquaviva avevamo elaborato una strategia, a proposito di Silvio e Bettino: tra moglie e marito non mettere il dito. Litigavano e facevano pace, con loro tempi privati. Ad un certo punto, quando Berlusconi non voleva cedere il Giornale di Milano, come prevedeva la legge sulle tv, piangeva come fa Paperon de’ Paperoni, quando anche un solo penny gli viene sottratto dal deposito. In quel periodo, Bettino pensò che stesse esagerando. Allora mandai ad Arcore la fotocopia di un passo di Erodoto. Vi si racconta di un re, Policrate di Samo, così fortunato da provocare l’invidia degli dèi. Saggiamente, pensò di liberarsi di un anello che gli era carissimo, prima che l’ira divina lo colpisse. Lo gettò in mare, ma dopo pochi giorni i pescatori gli riportarono l’anello, ritrovato dentro un pesce. Policrate capì di essere condannato, che la sua fine era segnata... Fu rapito e ucciso dai pirati. Non so se Berlusconi gradì quell’omaggio». 
Ugo Palmiro Intini, come lo chiamò Michele Serra sul l’Unità , negli anni in cui l’ Avanti! sparava contro Togliatti, è ancora convinto che se il Pci avesse chiuso prima i conti col passato, oggi l’alternativa socialista sarebbe una realtà, proprio come in Francia. 
Ma confida, con autentico rimpianto: «Dovevamo avere più rispetto per la svolta dei postcomunisti e non dare l’impressione di pretendere una Norimberga...». 
Il vero rimorso, tuttavia, non risiede nell’aver fatto parte di un partito che incassava denaro e tangenti, «Quello era il sistema di tutti, accettato e condiviso. E il Psi era il vaso di coccio, in mezzo a una Dc che aveva tutto il potere, tutte le banche e l’Iri, e un Pci che poteva contare sull’Urss e sulle coop. E voglio dire che allora il denaro era un mezzo, uno strumento, ora è diventato il fine unico della politica della maggioranza che ci governa». 
No, il rimorso di Ugo Intini è un altro: «Dopo il disastro, ho fatto il giro delle nostre sezioni, in tutta Italia, provincia per provincia, per rimettere su il partito. I nostri erano scappati, tutti a riciclarsi in fretta e furia. Ho trovato solo i compagni veri, quelli che non avevamo mai premiato e neppure riconosciuto. A tutti loro, voglio chiedere pubblicamente scusa».

Barbara Palombelli

Corriere della Sera 
11 febbraio 2002


La relazione di Luigi Angeletti

Il comunicato prima del CongressoIn difesa dei lavoratoriQuanti socialisti!Una voce laica e riformista

COMUNICATO DIREZIONE NAZIONALE UIL

La Direzione Nazionale della UIL, sentita la relazione del Segretario Generale Luigi Angeletti, approva la posizione della Segreteria che giudica utile la proposta del Governo di posticipare il dibattito parlamentare sulla delega per il lavoro rilanciando il confronto tra le parti sociali al fine di modificare i contenuti della delega stessa. A tale riguardo la Direzione della UIL formulerà al Governo una proposta di metodo e di argomenti da affrontare sulle tematiche del mercato del lavoro per allargare le opportunità di lavoro e per lo sviluppo così come si era iniziato a discutere nel confronto sul Libro Bianco.

La Direzione della UIL ribadisce a riguardo che il confronto non potrà estendersi al tema delle modifiche dell’art. 18 considerate inutili e dannose, confermando, quindi, la richiesta di soppressione dell’art. 10 della delega.

Sulla base di tale valutazione, la Direzione della UIL promuoverà tutte le iniziative politiche e di lotta utili ad allargare il consenso nel Paese su tali posizioni a partire da una giornata del Lavoro per il 16 marzo prossimo da articolarsi in tutti i collegi elettorali di Italia.

La direzione della UIL, infine, dichiara sin da ora che se il Governo al termine del confronto intendesse riproporre le modifiche proposte sull’art. 18 la risposta del movimento sindacale non potrà che prevedere lo sciopero generale.

Roma, 26 febbraio 2002 

PIU' VALORE AL LAVORO ! 
Torino - Lingotto 3/6 marzo 2002


Angeletti dichiara inevitabile lo sciopero generale per difendere l’articolo 18. 

Confindustria: così non si può dialogare. «La trattativa sui licenziamenti è chiusa»
La scelta di Maroni dopo il no del congresso Uil: «Confronto su altri punti, poi deciderà il governo»


TORINO - «La trattativa sui licenziamenti a questo punto è chiusa». Il ministro Maroni prende atto che lo spazio per discutere sull’articolo 18 non esiste. Succede al Lingotto di Torino al congresso della Uil. Il segretario sindacale Angeletti ha appena finito di annunciare dal palco tra gli applausi scroscianti dei delegati che «se il governo al termine dei due mesi di trattative pensa di toccare l’articolo 18 lo sciopero generale sarà inevitabile». Di fronte a queste parole a Maroni non resta altro che lasciare perdere il confronto sul tema licenziamenti: «La trattativa sugli altri temi andrà avanti, poi sull’articolo 18 deciderà il governo». E Angeletti scalda la platea con le prossime sfide che attendono le organizzazioni sindacali: «Rilanceremo sui salari, un operaio tedesco guadagna oltre il 50 per cento in più di uno italiano». 


La Uil si infiamma per lo sciopero generale

Angeletti: la prossima sfida saranno i salari. Un operaio tedesco guadagna oltre il 50% in più di un italiano


DA UNO DEI NOSTRI INVIATI 
TORINO - Luigi Angeletti lo ha detto tra gli applausi convinti della sua gente. «La Uil ritiene che siano maturi i tempi per una modifica della politica contrattuale». Si è conclusa una fase economica che richiedeva «politiche difensive» e se ne è aperta un’altra in cui l’obiettivo «è quello di redistribuire la ricchezza prodotta e aumentare i salari reali». E’ questa l’affermazione che spiega, meglio di tutte le altre, lo slogan del 13° congresso nazionale della Uil "Più valore al lavoro". Ridare fiato alla contrattazione salariale non vuol dire per il segretario generale della Uil abbandonare la concertazione (anzi), ma è evidente che si deve aprire un nuovo ciclo dell’azione sindacale che punti a un’effettiva ripartizione della produttività. La proposta di Angeletti è quella di un Patto «per la valorizzazione del lavoro» e per realizzarlo «il sindacato è chiamato a uscire da una logica tutta difensiva, facendo appello al proprio coraggio e alla propria determinazione per capovolgere gli attuali schemi». L’euro rende facilmente comparabili i salari e diventa palese che «un lavoratore dell’industria manifatturiera tedesca guadagna oltre il 50% in più di un suo collega italiano con una produttività analoga». 
Il debutto congressuale di Angeletti da numero uno della Uil non era facile. Il congresso è capitato nel momento più caldo dello scontro con il governo e dei malumori con la Cgil. Ma il successore di Pietro Larizza sapeva bene quali corde toccare per far scattare l’applauso, tra cui anche la minaccia di uno sciopero generale in caso di intransigenza del governo sull’articolo 18. E poi ha scelto di puntare sull’orgoglio della Uil e dei socialisti. Ha ricordato alla Cgil come il massimalismo «ha sempre prodotto brucianti sconfitte». Attenti dunque «cari compagni a non fare troppi danni». La Uil, ha scandito subito dopo, «è un sindacato orgoglioso della sua tradizione laica e socialista, non è e non sarà un’ancella del governo né una stampella dell’opposizione». Non è, dunque, con le spallate in piazza che si fanno cadere i governi. Per rilanciare l’unità bisogna abbandonare tentazioni egemoniche e fissare regole per misurare la reale rappresentatività dei sindacati. 
Tra una citazione di Riccardo Lombardi e una di Carlo Rosselli il segretario è riuscito nel suo intento. Ha espresso contenuti "di sinistra" senza evitare critiche a Sergio Cofferati, interpretando l’umore del suo popolo che oggi aveva voglia di farsi sentire. Il delegato Uil è rimasto nel cuore socialista e molti di loro pensano che sia ancora in corso - come ai tempi di Mondoperaio e Rinascita - una lotta per l’egemonia a sinistra. Non è un caso che il congresso di Torino, ai cui lavori hanno assistito i due leader dell’opposizione, Piero Fassino e Francesco Rutelli, si sia caratterizzato per l’altissimo numero di ex dirigenti Psi presenti. Si sono visti Gianni De Michelis, Bobo e Stefania Craxi, Carlo Tognoli, Enrico Boselli, Margherita Boniver, Paris Dell’Unto, Giusy La Ganga, Mario Artali, Giuseppe Garesio insieme a Maurizio Sacconi nella sua veste ufficiale di sottosegretario al Lavoro e a Stefano Parisi, oggi direttore della Confindustria. 
Del resto la Uil è una strana organizzazione: è la più piccola delle tre grandi confederazioni, eppure conta su 1,8 milioni di iscritti e ogni volta che si vota per le Rsu, le rappresentanze di base, porta a casa buoni risultati. Ha espresso in passato importanti leader sindacali come Giorgio Benvenuto e Larizza, e oggi sconta una difficoltà in più: non avendo un retroterra politico forte rischia di spaccarsi. Dentro la Uil c’è una forte componente vicina a Forza Italia e un robusto plotone di iscritti alla Quercia. A tenerli insieme, finora, sono stati alcuni valori-chiave (uno degli applausi più convinti Angeletti lo ha strappato parlando della scuola che deve essere «pubblica, nazionale e laica») e una concezione pragmatica dell’azione sindacale. La scommessa del segretario e del congresso è che tutto ciò vada avanti. 

Dario Di Vico 
Corriere della Sera
5 marzo 2002


DALLA UIL UNA VOCE LAICA E RIFORMISTA
Da: La Redazione (rt) da Oggi in Italia
Ora: 5:32:31 PM
Nome remoto: 213.254.3.151


Commenti
La relazione con la quale il segretario Luigi Angeletti ha aperto il congresso nazionale della Uil, è stato un excursus puntuale e puntiglioso delle tematiche sindacali più in voga. Un’ora e mezza abbondante di storie e riferimenti, di analisi e suggestioni, di durezze e porte aperte. Come sempre in questi casi, ognuno ha potuto trovarci qualche riferimento a conforto delle proprie posizioni e a detrimento delle altrui. I giornalisti hanno poi spremuto l’avaro succo contingente, traducendo: no alla revisione dell’art.18, stop al governo. 

Ma Angeletti ha detto anche altro di più rilevante e memorabile. Con inusitato coraggio ha rivendicato per il suo sindacato la matrice e l’eredità storica, culturale e politica del riformismo socialista proprio quando esso, esposto alla piazza ulivista e ai rozzi rigurgiti giustizialisti, proditoriamente espropriato del contesto che la vide nascere e formarsi, tentato e conteso tra le pretese riformiste diessine e della Margherita, sembra al punto più basso delle sue fortune. 

Il segretario della Uil ha esplicitamente citato Carlo Rosselli e Riccardo Lombardi - il Lombardi del Partito d’Azione che nel ’47 aderisce al Psi - e il riformismo socialista. E coerentemente ha precisato: “Non siamo ancelle del governo, né saremo stampelle dell’opposizione”. 

Ben oltre gli innumerevoli tentativi di ricostituzione del Psi, tutti isteriliti dalla difficoltà di ricollegare i resti dell’antico gruppo dirigente a una significativa rete a base socialista, queste affermazioni possono aprire la via a un ritorno sulla scena politica di una forza riformista di sinistra, democratica di matrice liberale e socialista, capace di frenare la deriva massimalista di matrice marxista e di opporre al nuovo centro che si va definendo le ragioni dello stato laico, garante dei diritti di tutti i cittadini ( “La Uil è per una scuola laica, pubblica e nazionale”, ha detto Angeletti, raccogliendo l’applauso più lungo e condiviso di tutti i delegati). 

“La Uil è nella politica, ma non è della politica”, ha opportunamente precisato il segretario, spegnendo sul nascere qualsiasi dubbio sul sindacato-partito. Tocca quindi ai socialisti esuli sotto tutte le bandiere trovare un’occasione di coagulo e di ritorno a casa. Ci sarà una leadership in grado di riformare un gruppo dirigente? Quelle attuali, a qualunque sigla appartengano, non godono di credito sufficiente, almeno a sentire autorevoli rappresentanti del congresso.(rt) 

Socialisti Punto Net - www.socialisti.net
5 marzo 2002


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