(riportiamo, con il consenso gentilmente espresso dall'autore, un capitolo da "critica della sinistra italiana" di Pasquino, Laterza editore, nonché l'introduzione e le conclusioni dell'autore)

3. Il riformismo a spizzichi

1. L’assenza del progetto

La sinistra, per riprendere una classica distinzione francese, è il partito del movimento, mentre la destra è il partito dell’ordine. La sinistra è (impegno per il) riformismo; la destra (propensione alla) conservazione. Certo, di recente si sono moltiplicate le affermazioni a proposito del venire meno di queste etichette ovvero, meglio, del loro contenuto, addirittura della loro interscambiabilità. Abbiamo imparato che spesso la destra vuole cambiare e cerca di farlo e che, al contrario, la sinistra intende, per ragioni più o meno nobili, preservare. Autorevoli sociologi, come Anthony Giddens, il profeta inglese della Terza Via, hanno invitato ad andare "oltre la destra e la sinistra"1. Non meno autorevoli filosofi, come Norberto Bobbio, hanno, invece, indicato nella riduzione delle disuguaglianze, della quale la destra si disinteressa e che la sinistra persegue, il persistente discrimine fra destra e sinistra2. Che ci fosse molto da cambiare e da riformare e che il perseguimento della riduzione delle disuguaglianze potesse essere una politica degna del riformismo di sinistra non era sicuramente messo in discussione nel momento in cui l’Ulivo giunse al governo dell’Italia. Che esistesse un progetto/programma riformista nell’ambito della coalizione dell’Ulivo appare, invece, molto più dubbio. Infine, che questo progetto sia maturato nel corso del tempo e possa essere (ri)presentato agli elettori/trici del 2001 non corrisponde allo stato dell’arte.
In verità, proprio perché di socialdemocrazia, con buona pace di tutti coloro che la ritengono esaurita e superata, non c’è stata nessuna esperienza nel passato italiano, il pensiero riformista italiano risulta tanto debole quanto la sua quasi inesistente pratica. In Italia una, seppur breve, stagione riformista, non a caso contrastata duramente dai comunisti, ma anche dai liberali di allora e dai molti democristiani trionfanti, c’era peraltro stata: il centro-sinistra, almeno quello delle origini dal 1962 al 1964, anche se parecchi dei suoi frutti, civili (Statuto dei Lavoratori, divorzio) e istituzionali (elezione dei Consigli regionali) sarebbero stati colti soltanto a partire del 1970. La versione critica classica sostiene, con buone ragioni, che mancò a quel riformismo la capacità di intervenire nell’economia per programmarla e riorientarla da un eccesso disordinato di consumi individuali ai necessari e coordinati investimenti sociali, cosicché anche le importantissime riforme della scuola media unica e della liberalizzazione degli accessi all’Università finirono per camminare su gambe molto esili. E la lunga crisi di ingovernabilità degli anni settanta fu anche la conseguenza del fallimento della programmazione economica. Oggi, rispetto al tentativo riformista del primo centro-sinistra dovremmo, forse, formulare una critica diversa, non necessariamente più severa, relativa alla complessiva inadeguatezza degli attori politici ed economici dell’epoca a fronte delle esigenze e delle potenzialità di modernizzazione dell’Italia.
Nella entusiastica celebrazione che ne fa continuamente a futura e a passata memoria il suo più appassionato propagandista, Walter Veltroni, l’Ulivo, che è per l’appunto un "nuovo centro-sinistra", rappresenterebbe l’incontro fecondo, fino alla cosiddetta contaminazione, del meglio di tre culture riformiste: socialista, cattolico-democratica, ambientalista. Certamente, c’era molto di buono nell’Ulivo delle origini, anche se, purtroppo, il riformismo socialista era già andato disperso e lo stesso Giuliano Amato non aderì mai alla concezione e alla pratica dell’Ulivo. Altrettanto certamente, la contaminazione fra le culture, i cui esponenti non erano sempre i migliori riformisti rispettivi, non è affatto avvenuta. Qualche volta si è avuta collaborazione, spesso al ribasso ovvero al minimo comune denominatore. Qualche volta si è avuta quella competizione a tutto campo e senza risparmio di colpi, come la minacciò Prodi subito dopo la sua sostituzione a Palazzo Chigi, ma non su programmi riformisti alternativi e neppure su idee indirizzate al perseguimento del riformismo, quanto sulle quote di potere. Qualche volta, su essenziali questioni di libertà, ad esempio la fecondazione eterologa, ci fu, semplicemente, scontro: uno scontro che si riproduce su tutte le tematiche bioetiche, clonazione in testa, sulle quali la scienza avanza.
Pur consapevoli che la prova del riformismo consiste nel praticarlo quotidianamente, senza rifugiarsi né nel piccolo cabotaggio né nella navigazione a vista, sarebbe molto grave dimenticare che la cultura riformista classica ha avuto una teoria potente e ha saputo tradurla nel binomio più innovativo di sempre nelle democrazie occidentali: keynesismo più welfare. È un binomio di cui, giustamente, i migliori dei riformisti lamentano non la scomparsa, ma l’appannamento. Tuttavia, quel binomio non è ancora stato sostituito da nulla di meglio. Insomma, può essere vero che il riformismo è quello che fanno i riformisti, ma soltanto dopo averlo "pensato" e ripensato.
Tutti i riformisti dovrebbero avere acquisito piena consapevolezza che sia il keynesismo sia il welfare si sono fondati su strutture statali efficienti ed efficaci. Un mercato senza regole non è uno strumento capace di allocare le risorse in maniera ottimale. Nel tripudio generale dei liberali-liberisti per il concetto di "sussidiarietà", sembra opportuno ricordare che anche lo Stato può praticare la sussidiarietà intervenendo dove il mercato e la società sono, e spesso lo sono, inadeguati e ingiusti, mentre lo Stato riformista è non soltanto più giusto, ma anche più democratico di qualsiasi società e di qualsiasi mercato senza regole poiché risponde flessibilmente e periodicamente alla volontà elettorale dei suoi cittadini. Da questo punto di vista, troppo spesso e troppo facilmente i riformisti dell’Ulivo, peraltro molto divisi e disegualmente attrezzati sul tema, hanno gettato le armi e hanno lasciato passare due idee contrapposte, ma ugualmente pericolose. La prima è che la sinistra sia necessariamente, "geneticamente", statalista, idea alla quale Rifondazione dà un suo deleterio, ma possente e incessante contributo. La seconda è che lo Stato non soltanto possa, ma debba essere ridotto ai minimi termini, quanto minimi nessuno sa, e che, di conseguenza, il mercato e la società fiorirebbero negli spazi liberati dallo Stato che si ritira. Non è affatto così. Al contrario, lo Stato ha compiti reali da svolgere che nessun mercato e nessuna società sono in grado di surrogare. Lo Stato può essere riformato e in assenza di uno Stato riformato e riformatore non può esistere nessun progetto riformista.
In effetti, le 88 tesi dell’Ulivo, appena sette in meno rispetto a quelle formulate quattro secoli prima da quel grande riformista che fu Martin Lutero, contenevano di tutto un po’, ma sicuramente non delineavano un coerente progetto riformista. Ci pensarono due "emergenze" a spingere l’Ulivo, alquanto riluttante, sulla strada delle riforme: nel primo caso con successo, seppure pagato a un alto prezzo; nel secondo con un grave fallimento, non tutto per colpa sua, che il sistema politico italiano continua a pagare. In entrambi i casi, tuttavia, è mancata quella volontà/capacità che contraddistingue i riformisti e che consiste nel continuare con pazienza a perseguire gli obiettivi, a monitorare gli esiti, con cautela ad adeguarli e a coordinarli e, per l’appunto con intelligenza, a riformarli e a perfezionarli.

2. L’Italia nell’Euro

Il primo esempio di riforme senza riformismo è costituito dall’ingresso dell’Italia nell’Euro unitamente ai paesi virtuosi. Non era affatto un esito scontato e, a dire il vero, non fu neppure una priorità iniziale del governo di Romano Prodi. Soltanto quando, in seguito a un incontro nell’autunno del 1996 con il primo ministro spagnolo José Maria Aznar, fu chiaro a Prodi che la Spagna non avrebbe aspettato l’Italia per un secondo giro di ingressi, l’impegno del governo italiano nel conseguire quell’obiettivo risultò, per usare un aggettivo frequentemente usato da Prodi, "forte". Ciò positivamente rilevato, l’Euro di per sé non si qualifica automaticamente come una conquista riformista, tanto è vero che la Gran Bretagna di Tony Blair continua a starvi fuori, ma sicuramente continua a perseguire e a attuare politiche riformiste. Lo stesso fanno, anch’essi rimanendo fuori dall’Euro, i socialdemocratici svedesi. Nel caso italiano, tuttavia, il percorso accidentato e doloroso che ha portato all’Euro, segnato fra l’altro da un balzello aggiuntivo definito Eurotassa (poi restituita al 60 per cento), è servito a giustificare una politica economica rigorosa che costituisce sempre la premessa di qualsiasi riforma economica e sociale. Anzitutto, la presenza dell’Italia nell’Euro ha impedito che si scatenassero speculazioni contro la lira, che altrimenti si sarebbe ancora rivelata l’anello debole della catena monetaria europea. Inoltre, seppure lentamente, perché ancora ingabbiata da lacci e lacciuoli anche di natura burocratico-statalistica, la stabilità del cambio ha consentito una notevole ripresa in particolare nella seconda metà del 2000, ora riflessa positivamente dai tre più importanti indicatori economici: aumento del Prodotto interno lordo, crescita dello sviluppo industriale e aumento dell’occupazione. Eppure, ripeto, una politica economica rigorosa non è in nessun modo di per sé automaticamente una politica riformista. Infatti, il riformismo consiste nel destinare le risorse che quella politica economica libera e produce a obiettivi di miglioramento complessivo e selettivo della qualità della vita dei cittadini, a cominciare da coloro che stanno peggio.
Ottenuto l’ingresso nell’Euro, un successo che ai più pareva insperato3, i governanti del centro-sinistra hanno sostanzialmente rifiatato come se, dopo la nomina di Prodi alla presidenza della Commissione europea, l’Italia non dovesse più impegnarsi in un ruolo attivo sulla scena europea, come se il riformismo fosse e potesse rimanere "in un solo paese",come se l’Euro fosse di per sé una soluzione taumaturgica e non una sfida e un’opportunità. Considerando gli interessi italiani sufficientemente tutelati da Prodi, il quale, al contrario, nella sua attività non deve tenere in alcun conto gli interessi nazionali, e il Polo essendo e rimanendo piuttosto euroscettico, l’Italia del centro-sinistra non ha sviluppato alcuna iniziativa europeista. Cosicché quando, a fronte delle conseguenze prevedibili dell’allargamento a Est, si è aperto un vivacissimo dibattito sulla riforma delle istituzioni europee, lo schieramento del centro-sinistra ha saputo soltanto reagire in maniera subalterna, dividendosi e sparpagliandosi a sostegno di proposte che altri paesi hanno avanzato oppure a sostegno di una visione immaginaria che nessun altro paese propugna. Chi dei riformisti italiani del centro-sinistra ritiene che abbia ragione il ministro degli Esteri tedesco Fischer quando auspica la formazione di un nucleo di Stati europei capaci di cooperazioni rafforzate e si spinge fino a prefigurare l’elezione popolare diretta del presidente dell’Europa indicando un percorso e un esito federalista? Chi, invece, fra i riformisti italiani si sente abbastanza attrezzato da criticare il presidente francese Chirac quando sostiene la tesi della necessità che si formi un gruppo di pionieri, alcuni Stati-membri che si pongano all’avanguardia del processo e che si dotino di un segretariato generale, resuscitando in questo modo la tesi di un’integrazione quasi puramente intergovernativa destinata a ridurre e comprimere il ruolo della Commissione europea al compito di "ufficio studi"?
Le reazioni dei governanti italiani sono arrivate in ordine sparso. Il ministro degli Esteri Dini ha sostenuto senza prove e illogicamente che l’asse franco-tedesco, che in realtà non è affatto tale poiché la contraddizione fra le due proposte è profonda, se non addirittura verticale, non può escludere l’Italia. Al contrario, qualsiasi asse franco-tedesco finirebbe per emarginare l’Italia e per collocarla in un posto di seconda fila. Il presidente della Repubblica Ciampi ha messo l’accento sulla necessità di una Costituzione europea, che semmai dovrebbe costituire il punto di arrivo di una riforma complessiva delle istituzioni europee che è proprio l’oggetto del contendere. Il presidente del Consiglio Amato si è mostrato preoccupato per le sorti di un’Unione europea che non sappia tenere agganciata la Gran Bretagna, all’avanguardia in molti settori sociali e tecnologici, ma, curiosamente, si è detto convinto che il potere "evapora" e che quindi non è il caso di tentarne una cessione al livello di un’Unione europea federale. Infine, il ministro delle Politiche comunitarie, il verde Gianni Mattioli, i cui pregressi meriti in materia europea risultano del tutto sconosciuti – altro deprimente segnale della sottovalutazione da parte del centro-sinistra della problematica europea –, si è affrettato a sottolineare, contro ogni evidenza, ma con molto servilismo: "I punti di vista espressi [...] dal Presidente della Repubblica, dal Presidente del Consiglio e dal Ministro degli Esteri sono fortemente omogenei e li condivido in pieno"4.
Insomma, sovranazionalismo e intergovernativismo non soltanto sarebbero compatibili, ma rappresentano prospettive che vengono entrambe condivise senza contraddizioni e senza senso del ridicolo da un ministro del centro-sinistra. Appare evidente che, a fronte di una simile confusione, non è possibile nessuna autonoma e incisiva iniziativa politica italiana di riformismo istituzionale a livello europeo. Di conseguenza, nel migliore dei casi l’Italia del centro-sinistra si prepara ad accettare passivamente e a seguire la linea vincente, presumibilmente un compromesso franco-tedesco che rischia di allontanare nel tempo tanto l’allargamento dell’Unione europea quanto la riforma delle sue istituzioni. Insomma, nell’Euro siamo entrati spossati e il nostro governo di centro-sinistra non è in grado di fare valere il peso politico dell’Italia perché, anche quando i governanti articolano preferenze nazionali e sovranazionali, non riescono a esprimere idee e proposte dinamiche e proiettate nel futuro. Eppure, se vi è un luogo dal quale potrà sprigionarsi un nuovo riformismo, questo è destinato a essere il triangolo Bruxelles-Strasburgo-Lussemburgo. Infatti, è lì, per chi sa leggere i segni dei tempi, che si combatte una guerra campale.


3. Le riforme istituzionali

Per stare nell’Unione europea in maniera attiva e incisiva è necessario dotarsi di istituzioni che rispondano in tempi brevi e in modi efficaci a quanto la stessa fa e chiede all’Italia di fare. Questa costituisce il secondo esame per i riformisti. L’ammodernamento delle istituzioni italiane di rappresentanza e di governo non è mai stata un’esigenza artificiale e astratta, come hanno pensato e sostenuto molti più o meno autorevoli e più o meno competenti giuristi nell’ambito del centro-sinistra. È stata, e rimane, una reale emergenza, non soltanto italiana, ma che è giusto sia più sentita e urgente in Italia per ragioni che dipendono dalla storia del secondo dopoguerra, ma anche dal tipo di Costituzione che ci siamo dati. Riformare le istituzioni significa dare risposta positiva a due esigenze:

1. migliorare il funzionamento della democrazia italiana, anche con l’attribuzione di più potere ai cittadini, ridimensionando la partitocrazia e creando e mantenendo le condizioni dell’alternanza; e

2. rendere il sistema politico-amministrativo più efficace nell’interazione con le istituzioni europee, ad esempio recependo le direttive comunitarie in tempi e in modi decenti. Al proposito, molto opportunamente, la Commissione bicamerale per le riforme istituzionali presieduta da Massimo D’Alema, che voleva in questa carica mettere alla prova ed esibire le sue personali doti di statista, creò un sottocomitato che, oltre alla riforma del Parlamento, doveva occuparsi della "partecipazione dell’Italia all’Unione Europea".

Va subito detto che è sulla riforma della Costituzione e delle istituzioni che il centro-sinistra nel suo insieme e nelle sue singole componenti ha dato e, in effetti, ha continuato a dare il peggio di sé. In questo campo, però, la critica della sinistra deve essere indirizzata non soltanto ai protagonisti politici, ma anche e soprattutto a uno stuolo di giuristi, di professori e di consulenti i quali, non contenti di non avere saputo criticare per tempo la Costituzione italiana, sia quella formale sia quella materiale, ed essendosi limitati alla parola d’ordine "attuare la Costituzione", si sono poi trovati uniti in un composito ed eterogeneo fronte di difensori di una Costituzione che mostrava tutti i suoi limiti e hanno deciso di combattere una deleteria battaglia di retroguardia5. È proprio in questo ambito che, secondo alcuni critici più intransigenti, fra i quali sono lieto e onorato di collocarmi, il centro-sinistra ha svelato il suo vero volto di coalizione conservatrice del potere inopinatamente acquisito. È mia opinione che le mancate riforme costituzionali rappresentino non esclusivamente una manifestazione di conservatorismo, ma anche l’espressione di un alto livello di opportunismo istituzionale, cioè della decisione di valutare le riforme da farsi in base all’unico metro delle opportunità di vantaggi particolaristiche o, più probabilmente, del "non correre rischi". Questa critica dell’opportunismo istituzionale della sinistra non viene sminuita neppure dalla constatazione che il centro-sinistra ha condiviso lo stesso opportunismo con gran parte del Polo e, soprattutto, con Silvio Berlusconi, passato attraverso tutte le declamazioni istituzionali ma oramai abbandonatosi gioiosamente alla comoda deriva proporzionalistica. Non è azzardato ipotizzare che, se il centro-sinistra avesse saputo individuare, come è possibile fare, il punto di equilibrio di riforme costituzionali in grado di migliorare il funzionamento del sistema politico, ne avrebbe certamente tratto grandi vantaggi politici, per il suo governo e per il sistema politico italiano.
Quello, che è moltissimo, che non è stato fatto in termini di riforme nella legislatura 1996-2001, rimane come pesante eredità negativa per la prossima legislatura e non basterà nessuna vittoria politica, neppure consistente, a fare svanire il problema, a permettere di eludere il compito, a voltare una pagina non scritta. La mancata riforma delle istituzioni costituisce l’effettiva cartina di tornasole, da un lato, dell’incapacità politica del centro-sinistra di operare come coalizione solidale, dall’altro, delle riserve delle varie componenti sullo stesso "stare insieme", vale a dire sul carattere strategico della coalizione stessa. Al contrario, il centro-sinistra ha esibito senza pudore tutta intera la batteria delle posizioni conservatrici: difesa puntigliosa di rendite di posizione, non soltanto delle singole componenti, ma persino delle correnti interne ai partiti, come la sinistra dei Ds; incapacità di delineare una visione complessiva di quale sistema politico e di quale democrazia siano desiderabili; indebolimento e, infine, rifiuto dell’unica forma di democrazia diretta effettivamente utilizzabile nel contesto italiano, cioè il referendum abrogativo; scarsa propensione a una reale ridistribuzione di poteri, risorse e competenze politiche sotto forma di (quasi)federalismo, ovvero, se si preferisce, di devolution6.

4. Par condicio e conflitto di interessi

Sul conto del centro-sinistra vanno anche messe una riforma fatta, quella della par condicio, e una riforma non fatta, quella del conflitto d’interessi.
Quanto alla prima, la regolamentazione prodotta può servire in campagna elettorale, ma rivela una concezione difensiva e paternalistica della democrazia, poiché implica sostanzialmente che gli elettori debbono essere protetti dalla propaganda politica televisiva, altrimenti si farebbero abbindolare dallo strapotere mediatico del cavalier Berlusconi e della sua molto redditizia Mediaset. Però, la par condicio non risolve il problema più importante, che è quello dell’assetto proprietario dell’intero sistema televisivo, Rai compresa, e della comunicazione politica che sia diversificata e abbondante, ma equa.
Sul conflitto di interessi e sulla sua mancata regolamentazione si misurano, invece, sia l’incapacità tecnica del centro-sinistra e la sua ambiguità sia il limitato tasso di liberalismo di tutti i protagonisti, non ultimi alcuni autorevoli commentatori politici incapaci di cogliere il pericolo, per sconfiggere il quale vennero scritte le Costituzioni liberali, che deriva inesorabilmente dalla sovrapposizione del potere economico al potere politico. Quella che è un’emergenza democratica viene variamente negata, sottovalutata, lasciata libera di manifestarsi e di esprimersi poiché, secondo questi commentatori, sarebbe un problema della sinistra, della sua demonizzazione delle fortune economiche personali dell’imprenditore di successo, e non invece una spada di Damocle sul funzionamento e sulla qualità della democrazia che in nessun sistema politico liberale-costituzionale contemporaneo verrebbe accettata.
Il punto centrale, però, rimane: uno schieramento riformista lancia una battaglia senza compromessi, senza ondeggiamenti, senza transazioni per evitare che in nessun modo si pervenga a una illiberale e devastante sovrapposizione del potere economico e mediatico con il potere politico. Naturalmente, deve essere combattuta anche la battaglia opposta contro il potere politico che si impadronisce del potere economico o lo condiziona. Questa è la deprecabile storia, che sembra tutt’altro che conclusa, della partitocrazia italiana, oggi persino più vorace perché più insicura sui tempi e sui posti. Nel frattempo, l’irrisolto conflitto d’interessi è rimasto tale, secondo i critici anche all’interno del centro-sinistra, non soltanto per l’incapacità di trovare modalità tecniche condivise per la sua soluzione, ma per mantenere una sorta di, peraltro elettoralmente e politicamente inefficace, ricatto sulle prospettive di carriera governativa del cavalier Silvio Berlusconi. Dal canto suo, l’indiscusso leader della Casa delle libertà non ha dubbi: "Del conflitto di interessi ai cittadini non solo non importa niente – nota in una dichiarazione del 6 luglio 2000 – ma lo considerano una garanzia assoluta che chi è incaricato della responsabilità di governo non abbia bisogno di fare i propri interessi, di rubare, avendo una posizione propria che gli consente di disinteressarsi dei suoi interessi per interessarsi di quelli del paese".
Neppure il problema della propaganda televisiva è effettivamente risolto. Infatti, la legge della par condicio è sembrata poter servire come moneta di scambio per una discutibile riforma elettorale di sostanziale, ma difensivo, ritorno alla proporzionale. Delle due l’una: o la legge sulla par condicio era buona e irrinunciabile, e pertanto non può fare l’oggetto di nessuno scambio, oppure non era buona, come è stato sostenuto anche dall’interno del centro-sinistra, e allora la sua riforma/riscrittura si impone a prescindere da qualsiasi accordo sulla legge elettorale.


5. Governo e legge elettorale

Oramai è lampante che sulla forma di governo e sulla legge elettorale che deve accompagnarla si è consumata definitivamente la corta parabola dei pochi riformatori istituzionali del centro-sinistra. Molto sorprendentemente, il presidente della Commissione bicamerale D’Alema, che aveva sostenuto il premierato cosiddetto forte, inesistente nella letteratura giuridica e nella realtà, come la forma di governo più adatta alla Repubblica italiana, confessa nel suo libro La grande occasione di non essersi sentito, dopo l’approvazione del semipresidenzialismo, "abbattuto dal risultato", quasi che le due opzioni fossero intercambiabili e non, invece, essenzialmente agli antipodi nelle loro conseguenze per i cittadini, per i partiti, per le coalizioni, per i governi, per le politiche pubbliche. Candidamente, il presidente della Bicamerale rileva anche che né lui né il suo partito riuscirono – ma resta da vedere quanto effettivamente volessero farlo (e alla luce dei comportamenti successivi dello stesso D’Alema, il dubbio è più che legittimo) –, a imporre una legge elettorale a doppio turno di impronta francese: "Le forze minori consideravano il no al doppio turno come un problema di vita o di morte, mentre i partiti più grandi non erano in grado di sottrarsi al condizionamento dei loro alleati"7.
Anche a prescindere dalle preferenze, che pure dovrebbero essere argomentato in maniera convincente, per un esito piuttosto che per un altro, nel caso delle riforme istituzionali ed elettorali la sinistra ha compiuto un errore strategico imperdonabile. Ha presentato all’elettorato quelle riforme come se fossero sostanzialmente adeguamenti tecnici, technicalities, piccoli meccanismi e strumenti per distribuire diversamente, in maniera da accrescerne l’efficienza, il potere politico fra le istituzioni – presidente della Repubblica, governo, Parlamento –, e, più tardi, fra lo Stato e le autonomie locali, operazioni che riguardassero fondamentalmente i partiti e il ceto politico. Invece, proprio il doppio turno francese per l’elezione del Parlamento con clausola di passaggio al secondo turno esemplifica al meglio che la scelta non è tecnica, ma politica: attiene al governo della polis. Infatti, un sistema elettorale congegnato alla francese conferisce al primo turno la possibilità per gli elettori di scegliere il candidato che preferiscono e richiede al secondo turno la cooperazione e la lealtà fra i partiti che si candidano a governare il paese e per questa ragione offrono una sola e comune candidatura per collegio agli elettori i quali, a loro volta, hanno nelle loro mani il voto decisivo. Il rifiuto pregiudiziale, da parte di alcune componenti del centro-sinistra e della sinistra dei Ds, del doppio turno nella versione francese integrale, ovvero in una versione marginalmente modificata, deve essere interpretato non soltanto come mancata comprensione del meccanismo, ma soprattutto come dimostrazione di pericolosissime riserve mentali sulla solidità, sulla lealtà e sulla durata dell’alleanza8.
Non è provocatorio ricordare due fatti che militano contro alcune, in verità non molte, propensioni riformatrici del centro-sinistra in materia di sistema elettorale e di istituzioni. Primo fatto: nel 1989-90, quando era vicepresidente del Partito socialista, l’autorevole costituzionalista Giuliano Amato, per scongiurare i referendum elettorali, dichiarò dall’alto del suo riconosciuto prestigio di studioso che erano "incostituzionalissimi". La sua tesi arditissima e, come riconobbe lui stesso qualche anno dopo, del tutto "partigiana" venne bocciata persino dai suoi molti amici ed estimatori nella Corte costituzionale. Secondo fatto: nel corso della campagna elettorale del 1996 Walter Veltroni, giustamente preoccupato delle distanze istituzionali dentro l’Ulivo, riuscì a tenere fuori dalle tematiche discusse proprio i progetti di politiche istituzionali e costituzionali. Questa tattica si rivelò vincente nel breve periodo, ma nettamente perdente nel medio periodo, come dimostrò il triste destino della Bicamerale dove le componenti dell’Ulivo, non legate da nessun patto, si comportarono in maniera contraddittoria e conflittuale. Anche per questo appare augurabile che le tematiche costituzionali entrino a fare parte a pieno titolo dell’offerta programmatica che l’Ulivo-Insieme per l’Italia farà all’elettorato e tenterà di richiedere anche alle componenti della Casa delle libertà.
Nella sua brutalità, a quel tempo sicuramente antiriformatrice, Giuliano Amato, all’epoca, nel 1993, presidente del Consiglio per la prima volta, colse il punto centrale del disinteresse, in realtà più presunto che reale, dell’elettorato: "Con le riforme istituzionali non si mangia". Naturalmente, il senso di questa frase era che vi sono altre politiche pubbliche ben più importanti delle riforme istituzionali. Come si possano attuare quelle politiche pubbliche, se siano davvero importanti, con un sistema istituzionale farraginoso e pesante, resta un interrogativo tutto aperto, che merita ancora di essere indirizzato anche al giurista riformista professor Giuliano Amato. Per l’appunto, questa frase può essere interpretata, anche contro le sue intenzioni, e utilizzata per indicare gli unici reali obiettivi di una politica di riforma delle istituzioni. Soltanto con istituzioni funzionanti, un sistema politico è in grado di produrre politiche pubbliche in tempi e in modi che soddisfino le esigenze di cambiamenti (la "fame") della cittadinanza. E la riforma delle istituzioni e delle leggi elettorali mira non tanto a ridistribuire il potere nell’ambito del ceto politico in un circolo di vertice, istituzionale e partitico, autoreferenziale, quanto, piuttosto, a distribuirlo a favore dei cittadini.
Dunque, una buona riforma elettorale non è semplicemente una tecnica di traduzione di voti in seggi, ma è uno strumento che consente ai cittadini di esercitare maggiore potere nella scelta dei candidati e dei governi e che incentiva i partiti a migliorare la selezione delle candidature e i loro rapporti con l’elettorato. Una buona riforma elettorale consente anche di conseguire la governabilità, vale a dire una virtuosa combinazione di "stabilità politica più efficacia decisionale". Governi stabili possono essere efficaci e quindi produrre e distribuire le risorse necessarie al miglioramento del tenore di vita dei loro cittadini. Quanto più numerosi sono i detentori dei poteri di veto, istituzionali e sociali, tanto più difficile risulta per i governanti prendere le decisioni importanti e per i cittadini attribuire le responsabilità di quanto fatto, quanto malfatto e quanto omesso. Al di là degli ostacoli che un sistema bicamerale, che proprio perché è paritario opera in maniera molto meno che perfetta, frappone a qualsiasi strategia riformista, va subito aggiunto che, in realtà, il centro-sinistra non ha avuto una strategia di riforme istituzionali adeguatamente delineata e convincentemente motivata.
Ad esempio, il federalismo, se lo si vuole fare, non è soltanto una soluzione tecnica per migliorare i rapporti fra lo Stato e le autonomie locali e per dare maggiore potere a queste autonomie e ai dirigenti politici locali. Il federalismo è una soluzione politica che riguarda i rapporti fra cittadini, variamente collocati e organizzati, e governanti. Può essere giustificato e serve soltanto se, come ripete da anni, convincentemente, ma, non per colpa sua, senza conseguenze apprezzabili, il senatore del Polo, professor Ettore Rotelli, a "migliorare la qualità della vita". Un federalismo mal congegnato potrebbe, invece, moltiplicare i poteri di veto: ministeri, governatori delle regioni, sindaci delle grandi città fino a condurre alla paralisi politico-amministrativa. Purtroppo, questa paralisi non potrà essere sventata neppure grazie allo snellimento di molte procedure effettuato dalle meritorie "leggi Bassanini". Non è eccessivo concluderne che una sinistra senza convinzioni ferme e senza unitarietà di intenti istituzionali entrambe – qualità che la sinistra italiana non ha saputo acquisire in venticinque anni di discussioni sterili in materia – non può riuscire a sprigionare nessun riformismo istituzionale, finendo per consegnarsi nelle mani di una destra che è e rimane per metà ambiguamente riformatrice per metà terribilmente semplificatrice.

6. Le politiche socio-economiche

Nonostante l’inadeguatezza del sistema istituzionale, potrebbero sostenere i governanti del centro-sinistra, sono state fatte riforme socio-economiche tali da migliorare in maniera significativa il tenore di vita dei cittadini e da rimettere in moto tutto il sistema. Le dispute sulla distribuzione del cosiddetto bonus fiscale sono, comunque le si valuti, il segnale che c’è in effetti qualcosa da distribuire. Una sinistra che voglia essere coerentemente tale, vale a dire disposta a cercare di "migliorare la qualità della vita" dei cittadini, a cominciare da coloro che hanno meno risorse e che non godono di sufficienti opportunità, non avrebbe dubbi sulla destinazione del bonus fiscale. Cercherebbe l’ottimo equilibrio fra le esigenze dei ceti più deboli e le necessità di mantenere un elevato tasso di crescita dell’economia. In alcuni settori, invece, la sinistra non ha saputo ricercare l’ottimo equilibrio e ha finito per viziare le sue politiche socio-economiche con un’impostazione sostanzialmente economicistica, attenta ai conti, ma non alla qualità e all’equità. La riforma delle pensioni può anche utilizzare come slogan il titolo di un libro del consigliere economico di D’Alema, Nicola Rossi, Meno ai padri più ai figli9. Azzardo che sarebbe politicamente più corretto quantomeno aggiungere "Meno alle madri più alle figlie", visto che nel settore pubblico le donne italiane hanno goduto, e godono, di vantaggi, quanto all’età pensionabile, molto più consistenti di quelli dei loro compagni, e visto che, almeno negli ultimi vent’anni, le giovani donne sono massicciamente entrate, svantaggiate, nel mercato del lavoro. E questo non è un altro problema perché riguarda politiche affermative di genere e di opportunità che, a determinate condizioni, possono qualificare il riformismo di sinistra.
La riforma delle pensioni non è, però, qualcosa che si debba fare né soltanto né essenzialmente perché riguarda il bilancio dello Stato il cui equilibrio va, comunque, salvaguardato. Qualora si ritenga che sia giusto e giustificabile che qualche milione di persone possa andare in pensione in età relativamente giovane, l’equilibrio che conta fra entrate e uscite potrà essere raggiunto in molti modi. Però il punto è proprio questo. Non è affatto giusto – né tantomeno giustificabile – che milioni di persone vadano in pensione in età ancora giovane approfittando di "finestre", di cosiddetti "diritti acquisiti, di privilegi corporativi, di prepensionamenti, finendo per gravare per decenni sul bilancio dello Stato, cioè di tutti noi. Le conseguenze socialmente ingiuste e ingiustificabili ricadono in maniera differenziata sui soggetti più deboli della collettività. È proprio per questo che la riforma delle pensioni deve essere fatta: perché, in sua assenza, si sono create, si sono riprodotte, si sono cristallizzate situazioni di intollerabile ingiustizia. Per ricostituire una situazione giusta non è affatto detto che sia necessario togliere ai padri e alle madri per dare ai figli e alle figlie. È imperativo, invece, che tutti sappiano che una società è giusta quando ricompensa ciascuno secondo i suoi contributi al benessere collettivo. Almeno una parte della famosa espressione marxiana "da ciascuno secondo le sue capacità", deve essere recuperata da una sinistra riformista. Se, poi, la sinistra vuole essere sino in fondo riformista, allora può recuperare anche la seconda parte di quella affermazione: "a ciascuno secondo i suoi meriti". Solo i rivoluzionari oppure i filantropi possono pensare che sia possibile dare "a ciascuno secondo i suoi bisogni", ma è provato che non ci riusciranno. Commisurare le capacità ai meriti costituisce, a condizione che la sinistra sia intervenuta attivamente con gli strumenti dello Stato e della politica, vale a dire costruendo il consenso, e continui a farlo, sulle opportunità, il modo concreto e riformista di costruire una società giusta con parametri trasparenti, condivisi, misurabili e quindi, a determinate condizioni, riformabili.
È proprio nell’ambito delle politiche pensionistiche e più in generale del lavoro che il problema del centro-sinistra è stato effettivamente causato dalla presenza di un attore in grado di esercitare un decisivo potere di veto. L’attore è il movimento sindacale. Per quanto riguarda il centro-sinistra, la Cisl ha fatto valere il suo potere nei confronti del Partito popolare, mentre la Cgil ha esercitato il suo potere nei confronti dei Democratici di sinistra. Gli obiettivi sostanzialmente conseguiti sono stati ritardare la verifica della validità della riforma delle pensioni all’ultimo momento utile, la primavera del 2001, quando tutti i dati indicano la necessità di un intervento il più rapido possibile, e ostacolare la maggior parte delle forme di flessibilità del lavoro. Alla luce di questi comportamenti, sembra proprio giunto il momento di dire alto e forte che una strategia riformista può talvolta doversi scontrare apertamente con il sindacato. Anzi, a giudicare da altre esperienze riformiste europee condotte negli ultimi anni, si direbbe che una strategia riformista ha maggiori possibilità di riuscita quanto più e quanto meglio riesce, prima, a non farsi condizionare dai sindacati, poi, a ottenere il sostegno di un sindacato a sua volta riformato.


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