Un riformismo solo proclamato

La frattura che si è aperta tra la sinistra politica e la cosiddetta sinistra sociale non deve essere sottovalutata, ma deve essere affrontata nelle sue cause e nei possibili rimedi, soprattutto da chi ne ha le responsabilità maggiori, per il passato e per il futuro. Il primato della politica e di chi la esercita professionalmente non è una rendita, è una conquista da rinnovare giorno per giorno, stagione per
stagione.
Il dato di fondo da cui partire è la constatazione che il gruppo dirigente dei Democratici di Sinistra (ma il discorso, mutatis mutandis, vale anche per l'Ulivo nel suo complesso) ha condotto in questi anni una politica essenzialmente difensiva, frutto di un riformismo proclamato ma non realizzato, o realizzato in misura molto ridotta, e ciò su tutti i grandi temi che richiedevano e richiedono una cambiamento di fondo delle istituzioni e della società italiana. Qualche esempio?Giusta difesa dell'indipendenza della magistratura, ma lasciando in secondo piano le ragioni strutturali che hanno paralizzato per tanti versi l'effettività della giustizia civile e penale, la sua capacità di dare risposte tempestive ed esaurienti alla domanda di tutela giurisdizionale dei cittadini, sempre meno fiduciosi di far valere concretamente i propri interessi legittimi. Difesa delle statu quo nel sistema dell'informazione, non solo con la sottovalutazione del conflitto di interessi, ma anche con la difesa a oltranza si una RAI-TV pubblica in costante declino tanto sul terreno dell'informazione quanto su quello della cultura; difesa di un ordinamento costituzionale ormai obsoleto in alcune strutture portanti: una legge elettorale che moltiplica i partiti, un Parlamento non all'altezza dei suoi compiti, per un bicameralismo defatigante e incapace di rappresentare le istanze regionali, ritardo e improvvisazione della riforma federalista. Per non parlare dei varchi aperti al finanziamento della scuola privata e anche - diciamolo con coraggio - di una concezione del welfare in cui prevale la tutela corporativa del lavoratore occupato e sindacalizzato, lasciando in ombra quella del disoccupato che dovrebbe avvalersi, come altrove in Europa, di un'indennità di disoccupazione, e comunque di una struttura di formazione permanente. 

E ancora oggi, di fronte ai colpi di ariete che Berlusconi e compagni stanno portando allo stato di diritto e alla libertà d'informazione, e di fronte all'alleanza organica con la Confindusrtia in vista di una presunta modernizzazione dei rapporti di lavoro che dà via libera al potere imprenditoriale, la nostra opposizione è essenzialmente contestativa anziché propositiva. Ciò che ancora non riusciamo a capire che c'è oggi nella società italiana una crescente domanda di cambiamento che la destra, assai più della sinistra, riesce a captare interpretandola a suo modo. Riformismo è un'espressione del tutto generica se non si carica di contenuti concreti. 

Di fronte a tutto ciò, non basta dire che dobbiamo cambiare, che dobbiamo passare dalla contestazione alle proposte. Dobbiamo capire innanzitutto perché ci siamo lasciarti imbottigliare nel ruolo di una sinistra difensiva, che paradossalmente finisce per legittimare come riformista il nostro antagonista. Forse non avevamo e non abbiamo ricette programmatiche di riforma, coerenti con la nostra storica identità riformista da far valere? Non è così: basta pensare al Progetto 2000 che ne conteneva tante, a partire da un'analisi che i DS avevano ufficialmente dichiarato di condividere, e che soprattutto, al di là delle singole ricette, suggeriva al partito un canovaccio e un percorso riformista di breve e di medio periodo, a partire da una valutazione puntuale della società italiana e delle strozzature che ci allontanano dall'Europa migliore: Ma quel progetto fu accantonato, si è preferito arroccarsi nella difesa del lavoro svolto nel quinquennio, che in molti campi non è andato oltre l'ordinaria amministrazione. 

No, le ragioni di questo mancato impegno riformatore non vanno ricercate nella mancanza di una cultura progettuale, vanno ricercate non nei difetti del Progetto, ma in quelli del Soggetto, nella struttura del gruppo dirigente di questo partito dei DS a tutti i livelli, che è formato da apparati, da funzionari di partito che tendono a perpetuarsi, a chiudersi in se stessi (la c.d. autoreferenzialità) e che troppo spesso sono impermeabili ai movimenti e alle associazioni che si formano e operano nella società, e che rappresentano in Italia come altrove una grande risorsa, una ricchezza inestimabile, che non riesce a collegarsi con il mondo della politica e a fecondarlo. 

Le ragioni di questa impermeabilità sono molteplici. Personalmente credo che , almeno per quanto
riguarda quella parte del gruppo dirigente che risale alla matrice PCI , abbia pesato un desiderio di
legittimazione non ancora del tutto soddisfatto che ha frenato l'impulso all'innovazione, il timore insomma di una battaglia politica aperta che comportava il rischio di un boomerang. Ma la ragione di fondo sta nello spirito di un apparato che, anche per ragioni corporative, tende a chiudersi in se stesso. 

Se questo è vero, non basta sviluppare, come pure è necessario, la nostra capacità di avanzare progetti di riforma, anticipando e non solo contestando i conati di riforma della destra. Bisogna inventare anche e soprattutto qualcosa di nuovo e di provocatorio nel metodo stesso di fare politica, per vincere la impermeabilità di cui ho detto, che spinge tanta gente a scendere in piazza e a mettere in mora il partito e l'Ulivo. 
L'occasione che va colta è quella delle prossime scadenze elettorali ai vari livelli, in occasione delle quali bisognerebbe inaugurare un nuovo metodo, che suggerirei di articolare in tre punti: 1) costruire i programmi attraverso il dialogo con una serie di movimenti e associazioni tematiche: ad es: gli ambientalisti (e non il loro esile partito), il volontariato, i consumatori, le associazioni laiche per i diritti civili, e anche, perché no?, quella parte dei no global che accetta di fare politica e non solo protesta, e così via; 2) stipulare con i più rappresentativi di questi movimenti veri e propri patti di programma politicamente impegnativi, veri patti di legislatura; 3) offrire anche agli esponenti più responsabili di queste espressioni della società civile la possibilità di candidarsi e di fare politica anche nelle istituzioni.

Non so fino a che punto questa proposta, che è anche una provocazione, potrà realizzarsi in tempo utile: ma è provocazioni del genere che abbiamo bisogno per rispondere positivamente ai tanti Nanni Moretti che sentono oggi l'impulso irresistibile si scendere in piazza per richiamare la sinistra al proprio dovere. 

FEDERICO COEN
4 marzo 2002


Il futuro della sinistra in un nuovo partito riformista 
Il punto è trovare un´alternativa politica credibile Ma oggi ci sono poche idee e molte risse 
Una democrazia plebiscitaria può essere una forma blanda di autoritarismo postmoderno


di GIORGIO RUFFOLO 


Corna e bottoni: la fondazione di una grande sinistra Per noi deputati italianeuropei le corna di Berlusconi sono state una benedizione. Infatti, sarà d´ora in poi molto più facile rassicurare quei nostri colleghi che esprimono preoccupazioni sulla gravità della situazione italiana. E ribadire la loro intima e radicata convinzione che quella situazione, dovesse diventare grave, non sarebbe mai seria.
Ma è poi così grave? Qui si apre il problema cosiddetto degli «apocalittici»: di quelli, cioè, che pensano che Berlusconi e la sua maggioranza costituiscano un reale pericolo per la nostra democrazia. Dico subito che non appartenendo, anche per indole naturale, alla categoria degli apocalittici, ritengo di potermi permettere di essere allarmato. Di che cosa? Non certo del fatto che ci sia in Italia una maggioranza di destra, assolutamente legittima. Può dispiacermi, ma non mi atterrisce.
Obiettivamente, anzi, l´alternanza è l´indispensabile ricambio della democrazia. Altrettanto ovviamente, governo e maggioranza compiono legittimamente scelte alle quali ci si può legittimamente opporre. Spero che l´opposizione a questo governo e a questa maggioranza sia dura e battagliera. Ma anche intelligente ed efficace. Per questo non credo che dovrebbe sparare su tutte le mosse dell´avversario con la stessa intensità. E´ molto meglio suonare su una tastiera che picchiare ossessivamente su un tamburo, che fa male solo all´udito. Per esempio, ci sono cose sulle quali, in una democrazia moderna, il dialogo, ed anche l´intesa, sono necessari. Ci sono cose che è possibile discutere, per modificarle. Ci sono cose sulle quali l´opposizione deve essere durissima: per esempio, l´antieuropeismo strisciante, che minaccia di far deragliare l´Italia: durissima, ma non delegittimante, perché essere euroscettici è politicamente contestabile, ma non illegittimo. Tutto ciò fa parte di un gioco politico normale. Ma ci sono zone di gioco duro e inaccettabile. Ci sono fatti e misfatti sui quali bisogna allarmare la coscienza civile della nazione, senza farsi impressionare dalle accuse di «criminalizzazione» dell´avversario, perché sono in gioco i principi fondanti di un ordinamento liberale e democratico.
C´è la mostruosa concentrazione di potere determinata dal conflitto di interessi del capo del governo. È vero che su questo misfatto il centro-sinistra ha la coscienza sporca, per non aver provveduto quando poteva e doveva (e ancora oggi si arruffa con proposte che giustamente un esperto come Sartori considera inadeguate). Lo dovrebbe finalmente ammettere. Ma non è questa una ragione per non porre il problema, oggi, in tutta la sua drammaticità, magari sottoponendolo, quando del caso, al referendum popolare.
Il fatto che eminenti «liberali» di fede antica o recente giudichino questo come nient´altro che un antipatico ingombro da eliminare in qualche modo, e insistano pacatamente presso il presidente del Consiglio perché abbia la compiacenza di trarli d´impaccio, getta qualche ombra sull´autenticità del loro liberalismo. Pensate a una simulazione controfattuale: Berlusconi, colto da crisi mistica, decide di entrare in convento, con il nome di Padre Celestino, e di lasciare le sue tre reti televisive a Massimo D´Alema. Figli e Confalonieri ricorrono e sono sconfitti in tribunale. Un procuratore accusa D´Alema di avere comprato i giudici. Ma intanto D´Alema, dopo lo scioglimento del parlamento successivo alla crisi mistica, vince le elezioni, alla faccia del conflitto di interessi. Mi piacerebbe di leggere i pacati disappunti dei nostri «liberali» sul Corriere della Sera.
L´altra faccia della concentrazione di potere mediatico in un sol punto è la crescente intolleranza per la presenza di poteri «altri», non dipendenti dall´esecutivo, come la magistratura, il sindacato, gli «altri» mezzi di comunicazione. Intolleranza giustificata da un principio di democrazia plebiscitaria, per cui l´«eletto» viene investito da una legittimità sacrale: un «unto del popolo». Così che ogni attacco forte e pericoloso per lui, viene denunciato come il frutto di un complotto. La minaccia, insomma, è quella di una democrazia plebiscitaria.
Una democrazia plebiscitaria può essere una forma blanda di autoritarismo postmoderno. Il popolo diventa, finalmente, gente. Lo Stato diventa, finalmente, un´azienda. La società diventa sabbia secca. Dune che ondeggiano al vento. Siamo a questo? No, certo, ne siamo ben lontani. Ci sono istituzioni salde. C´è il presidente della Repubblica. C´è la magistratura (che sconta i suoi eccessi giustizialisti, non certo il merito di avere affrontato il malaffare politico). Ci sono i partiti: fin troppi. Ci sono persino, ne sono convinto, all´interno della coalizione di centro-destra, uomini e forze che sono preoccupati di una deriva caudillista. Ma non c´è, ed è questo il punto cruciale, l´antidoto essenziale alla deriva: che è l´offerta di una alternativa politica: di un Progetto e di un Soggetto affidabili, credibili, di una sinistra riformista. Idee, ce ne sono poche, risse molte.
Si capisce dunque il disagio, il malumore, la rabbia di elettori, di militanti, di simpa o antipatizzanti. Si capisce ma non convince, perché inquinata da troppi umori di natura ambigua. Nel campionato di calcio è diventata un rito obbligato l´insurrezione delle curve contro dirigenti, allenatori e presidenti, alla terza sconfitta consecutiva della squadra. Non mi ha mai entusiasmato il popolo dei fax, quello che anelava a impiccare i «politici ladri» agli uncinetti delle tricoteuses, e mi chiedo sempre quanta parte di quel popolo di allora - leghisti e neofaxisti - dia fiato oggi alla campagna contro la magistratura. E poi, francamente, non mi piace questa riscoperta degli intellettuali incazzati come categoria, e mi chiedo con quale detector saranno riconosciuti nella improvvida convocazione del 22 febbraio, o quale distintivo dovranno esibire: quello dell´Unione degli Scrittori? Senza contare quei pochi (ma sono poi così pochi?) che esibiscono il loro sdegno contro i dirigenti della sinistra solo per preparare con qualche miserabile pretesto le valigie per la destra.
No. La costruzione di una alternativa, la ripresa della strada gloriosa della sinistra, è inutile perseguirla attraverso generose indignazioni o dibattiti coscienziali (ricordate il grido di dolore di Nanni Moretti quando in Ecce Bombo alla fine della proiezione del film, qualcuno minaccia il dibattito? «No, il dibattito no!» ). Quel che occorre, è una profonda revisione innovativa delle idee e una concentrazione solidale delle forze.
Fare nascere un nuovo Soggetto da un nuovo Progetto. Questa è l´innovazione che può sfidare vittoriosamente la deriva. Un soggetto del tutto nuovo. Una coalizione? Una Federazione? Un partito? Michele Salvati, in un bell´articolo (Repubblica del 12 febbraio) espone lucidamente le antinomie tra competitività e cooperazione che le forze del centro-sinistra devono affrontare per una ricomposizione dell´alleanza. Egli sembra indicare la via incrementale della federazione tra i due partiti - Ds e Margherita - come un percorso di progressivo avvicinamento, difficile ma senza alternativa. Io mi chiedo se queste due formazioni non rischino il paradosso dei porcospini di Schopenhauer: staccati, muoiono per il freddo; attaccati, per le punture. E dunque se, come ho scritto in un articolo precedente, non sia venuto il momento di quello che si definiva una volta il salto storico: la formazione di un partito del tutto nuovo del riformismo italiano, che si riconosca in Europa nel Partito Socialista Europeo. Adriano Sofri cita lo slogan di Alexander Langer: solve et coagula, sciogliersi e ricoagularsi. Un po´ la stessa ricetta che il Grande Rifondatore di bottoni suggerisce a Peer Gyint: quando i bottoni non sono riusciti, bisogna rifonderli. Certo, è un processo di fusione che si raggiunge solo ad alta temperatura. Ma quale formidabile innovazione, mettere in campo un grande partito attorno a un grande progetto riformista! Utopia, certo. Ma se dodici paesi europei hanno accettato di rifondere i loro storici bottoni con un bottone nuovo di «Zecca», perché la cosa non dovrebbe essere possibile ai riformisti italiani? 

la Repubblica
19 febbraio 2002 


Una solida restaurazione

MARIO TRONTI 


Indico subito la postazione teorico-politica. Rifiuto del giustizialismo, senza preoccuparsi di aggiungere una professione di garantismo. Le garanzie giuridiche sono un'utile cosa, ma non bisogna pensare che valgono perché stanno lì scritte, funzionano se vengono volta a volte imposte dall'agire politico, possibilmente collettivo. C'è sempre, da una parte la lettera morta, dall'altra lo spirito delle leggi. Non c'è bisogno dello specialismo del diritto, basta l'esperienza fattuale, che solo il pensiero astratto sa cogliere, per sapere che la legge non è uguale per tutti.
Fatta la dichiarazione di principii, passiamo a quello che conta, la storia accaduta. Siamo ancora al bilancio del decennio, una condizione attardata. Il discorso sulla transizione repubblicana, dall'era democristiana all'era berlusconiana, nessuno di noi lo ha fatto per bene, e abbiamo fatto male. Non c'è stato il clima, non c'è stato l'ascolto, soprattutto non c'è stata l'appartenenza a un programma comune di soluzione alternativa dei grandi problemi. Cioè non c'è stata sinistra. Solo lì, e solo da lì, se si fosse data forza a questa parte, sarebbe stato possibile capire, mentre si camminava, dove si stava andando. Adesso è tardi per il racconto di come sono andate le cose. Forse bisogna pensare a saltare l'ostacolo, riaprendo un processo, riguadagnando una prospettiva, con le carte sul tavolo di una partita per fortuna tutt'altro che conclusa.
Il decennio, se lo prendiamo dal labile inizio dell'arresto di Mario Chiesa, ha depositato sul terreno pulsioni che vanno governate. Governate, e quindi non cavalcate, non demonizzate. C'è un pezzo consistente del popolo di centro-sinistra che motiva il suo consenso alla coalizione sulla base della solidarietà con la lotta dei giudici, di alcuni giudici, contro i politici corrotti. E' una parte acculturata, tanto socialmente moderata quanto moralmente arrabbiata. Il partito di MicroMega, che rappresenta queste pulsioni, è lo stesso che voleva fare la sinistra dei club per odio contro i partiti. La tendenza viene da lontano. Il Pci dell'ultimo Enrico Berlinguer centrava la questione morale. E i giudici che prendevano dal parlamento e dal governo i potenti democristiani e i potenti socialisti per convocarli in galera, è un fatto che ha colpito l'immaginario collettivo, come nessun altro fatto prima e dopo di allora. Ci sono stati, eguali e contrari, due errori di leadership su questo terreno: prima nell'essersi passivamente accodati alla corrente emotiva di massa, senza calcolare la quantità di germi antipolitici che essa conteneva; poi, nel mostrare fastidio nei suoi confronti, come se venisse a scombinare più sottili trame politiche, tutte giocate nel nuovo Palazzo.
In realtà, nella costituzione materiale della sinistra abita una passione per la giustizia, che se trova occultati i canali tradizionali, quelli sociali, quelli istituzionali, quelli mondiali, tende a sfogare in altri canali, magari impropri, provinciali o legalitari. Si tratta, nel fondo, di un'istanza sana, cui bisogna corrispondere sempre e comunque, non però inseguendola ma guidandola. Perché se c'è ingenuità nella cosa, è quella ingenuità che c'è sempre nelle cose sacre e sante. Il crollo per via giudiziaria del vecchio assetto politico ha fatto comodo sul momento, ma sul medio periodo si è rivelato una palla al piede, che prima ha rallentato, poi bloccato, infine deviato l'esito della transizione. Elementare. L'assetto politico nuovo non poteva nascere dai tribunali, doveva nascere dai parlamenti, se si aveva la capacità intelligente di portare lì dentro un progetto costituente della nuova Repubblica. Si doveva dire grazie ai coraggiosi giudici che avevano scoperchiato le malefatte del ceto politico fin lì di governo e presentare al paese il profilo alternativo di un'altra classe dirigente, armata di un'idea di stato già pronto per la nuova Europa.
C'era questa classe dirigente? No, non c'era. Ma allora è di questo che bisogna discutere: del perché il partito comunista, dopo cinquant'anni di lotte e di organizzazione, non si era trovato in grado di assolvere a questa funzione di alternativa politico-costituzionale. Ci si è messi invece a discutere del perché il Pci non si era staccato prima da Mosca, del perché aveva conservato così a lungo il centralismo democratico, del perché avesse scoperto così tardi il valore universale della democrazia, sottoponendosi agli esami di improbabili professori-giornalisti. Le domande vere erano: perché non aveva prodotto un serio ceto politico di governo, perché, dopo il gruppo dirigente di formazione togliattiana, non c'era stato più gruppo dirigente degno di questo nome, perché il partito di lotta e di governo veniva visto dall'esterno e, peggio, dall'interno, come un partito di compromesso e di amministrazione. Tutto questo dentro un problema di più ampio respiro, che stava dietro, oltre, nel fondo, della crisi di sistema della cosiddetta Prima Repubblica: perché partiti e istituzioni non assolvevano più alla funzione storica, weberianamente intesa, di selezione del ceto politico. Il che chiamava a un altissimo progetto di contemporanea riforma politica dei partiti e riforma costituzionale dello stato.
Ci si è messi invece a giocherellare con la trottola dei referendum sulla legge elettorale. Nel decennio c'è anche questo. L'illusione del giudice giustiziere ha avuto, come figurazione omologa, l'illusione del cittadino sovrano. Mentre nella prima si può ancora scorgere l'afflato di una passione, nella seconda non c'è che da leggere la brutalità di un interesse. Io, individuo elettore, scelgo te, individuo candidato. E in mezzo, tra noi due, non deve esserci nessuna forma politica. Questa, oggi, è la public choice . Democrazia in America: privatizzazione della democrazia diretta. Qui c'è il vero pericolo: quando il giustizialismo si salda al populismo si produce una deflagrante miscela antipolitica. Si è prodotta. Poi, i corrotti possono prendersi la rivincita sui giudici. Lo stanno facendo. Poi, i progressisti possono diventare tutti garantisti. Lo stanno diventando. Ma il guasto è fatto. Si è innescato un circuito perverso, che porta dritto dritto dall'uomo democratico al padre padrone. Tornino pure i re deposti. Li aspetta, ci aspetta, la monarchia repubblicana. Nel nostro destino, non c'è il Leviatano di Thomas Hobbes, ma il Patriarca di sir Robert Filmer.
Indico, in conclusione, la postazione politico-pratica. Non esagererei con queste grida sulla democrazia violata. Sono le democrazie contemporanee che portano in corpo questi pericoli. Bisogna vigilare dentro di esse e non a guardia di esse. Una sinistra come difensore civico della legalità, non mi entusiasma. E smettiamola di girare come pianeti impazziti intorno al sole di Berlusconi. Sul conflitto di interessi, come sul falso in bilancio, sulle rogatorie, su Previti, si fanno delle battaglie parlamentari, si cerca di ottenere quanto è possibile, e si passa oltre. E il problema della giustizia non può prendere il centro della scena e tenerlo per dieci anni. L'opposizione deve, essa, imporre l'ordine del giorno dei problemi che contano, non inseguendo le emotività di un'opinione pubblica, ma rappresentando un corpo sociale di interessi, facendo, se ne è capace, dei ceti un popolo. Si è saldato, abbiamo lasciato che si saldasse, questo blocco governo-Confindustria-Banca d'Italia: questo è l'avversario da contrastare e da aggredire, organizzando tutto quanto, ed è tanto, tantissimo, che viene lasciato fuori. E quello non è un blocco conservatore, come non è conservatrice, ormai da almeno due decenni, la destra europea e occidentale. Per cui andare al confronto con la bandiera dell'innovazione è come andare alla guerra con la fanfara dei bersaglieri.
La verità è che, dopo svolte, strappi, nuovi inizi, la sinistra di governo sta facendo esattamente quello che faceva il vecchio Pci: che combatteva il capitalismo italiano, non perché era un capitalismo, ma perché era un capitalismo arretrato. Solo noi potevamo farlo "moderno": in base al vecchio principio antifascista che voi porterete il paese alla rovina e allora toccherà a noi di salvarlo. Quando poi perfino il capitalismo italiano, moderno ci si è fatto da solo, non abbiamo più saputo che cosa fare: e allora abbiamo cambiato nome. Oggi la storia si ripete, naturalmente in farsa: si combatte la destra non perché è una destra, ma perché è una destra anomala, arruffona, immorale, soprattutto becera, priva di bon ton . Risultato: i salotti sono di sinistra, le periferie di destra.
Dobbiamo capire perché il decennio che si apre con lo scossone di Tangentopoli, che metteva disordine in equilibri politici cinquantennali, si chiude con una solida restaurazione, che mette disordine nel campo di chi aveva tentato una timida alternativa quinquennale. Il quesito è complesso, ma la risposta è semplice. Dietro la questione giustizia non si è vista la questione politica: chi governa, a nome di chi; come si governa, e per che cosa. La sinistra non ha assolto alla sua funzione. Per questo il centro-sinistra non ha funzionato. Inevaso, irrisolto, rimosso, sprofondato in un inconscio collettivo, rimane il problema che residua, non dalla fine del Pci, nemmeno dalla fine dell'URSS, ma dalla fine della grande storia del movimento operaio: che cos'è sinistra, dopo il novecento. Se l'alternativa di oggi è tra Bad Godesberg e Porto Alegre, andiamocene tutti a casa. Sinistra è, per me, contraddizione interna all'occidente capitalistico, che guarda al mondo da qui, e da qui lo giudica, a proposito di giustizia, con passione alternativa, e lo pensa, a proposito di politica, con ragione critica. E da qui, ha in mente, come soggetto, non l'individuo liberale, non il cittadino democratico, e nemmeno la persona cristiana, ma l'essere umano duplice e differente, gettato in questo che sta per accaderci, "un futuro - parola di Joseph Roth - disumano e tecnicamente perfetto".
Tutte e due le esperienze, quella degli stati maggiori del cosiddetto socialismo europeo e quella della moltitudine del cosiddetto movimento new global , possiamo con buona volontà ritenerle cose nostre. La prima dice: un altro governo è possibile. La seconda dice: un altro mondo è possibile. Siamo in grado di tenere queste due dimensioni rigorosamente insieme? Questa domanda è presente. Ma questa domanda nasconde un problema fragorosamente assente. Lo dico così. Un'altra forza è possibile? Un'altra forza storica, dopo quella messa in campo dalle lotte e dall'organizzazione del movimento operaio. Né i partiti né i movimenti danno rappresentazione oggi di questa forza. E senza forza niente è possibile. Quello che chiedete, ve lo dovete conquistare. Perché di fronte alle possibilità, contro di esse, c'è potenza. Non basta essere nel giusto, per avere giustizia. Comandano loro, gli ingiusti, per natura e per storia. Se non lo avete capito, dovete decidervi a pensare la politica. Materializzando un'altra potenza collettiva, che viene da lontano e va lontano, si tratta allora di preparare a poco a poco, grado a grado, giorno dopo giorno, e poi però imporre, contemporaneamente all'agire nostro e a quello degli avversari, grandi occasioni. Sapendo - scusate, ho ancora sottomano Il profeta muto - che "per le grandi occasioni ci vuole una soave follia". 

16 Febbraio 2002 

il manifesto


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina