Il presidente a Firenze per la consegna della sede all’associazione dedicata all’ex capo dello Stato
Ciampi ricorda Pertini, «personalità esemplare»

FIRENZE - Ciampi onora il più popolare tra i suoi predecessori, Sandro Pertini, che definisce «una personalità esemplare» della storia repubblicana. Ieri, presente la vedova, Carla Voltolina, ha ufficializzato la convenzione con cui Firenze offre la sede di Palazzo Coppi all’Associazione dedicata alla memoria dell’ex capo dello Stato e alla collegata Fondazione Turati. La presidenza di quest’ultimo ente culturale fu il solo incarico che Pertini accettò dopo il settennato sul Colle: scelta dettata anche dal suo legame col capoluogo toscano dove, quando studiava scienze politiche, si iscrisse al Psi, all’indomani del delitto Matteotti. L’Associazione Pertini, nata nel ’95, sarà insieme centro di documentazione, archivio, biblioteca e museo. Come si legge nel testo inedito pubblicato (con il quale rispondeva all’invito rivoltogli da Spini, Ventura, Arfè, Castronovo, Caretti e Degli Innocenti), Pertini sottolinea il valore degli studi sul socialismo «per cercare il senso di una identità politica», per ricostruire «i percorsi», e per «scavare oltre le sedimentazioni ideologiche» che «hanno modificato proporzioni e accenti nella storia della sinistra italiana».
Corriere della Sera
5.12.2000

LA LETTERA INEDITA

«Dico sì alla fondazione Turati»

di SANDRO PERTINI

«...Congedatomi dal Quirinale, presi finalmente qualche giorno di riposo a Nizza... Proprio in quei giorni mi raggiunse l’invito degli insigni studiosi raccolti nell’Istituto socialista di studi storici di Firenze di valutare l’opportunità di assumere la presidenza della costituenda Fondazione dedicata alla memoria di Filippo Turati. Fondazione che, oltre al fondo storico di documentazione dello stesso maestro del socialismo italiano, raccoglie e custodisce altri rilevanti fondi quali quello di uomini e compagni a me carissimi, da Treves a Matteotti a Mondolfo. Non c’era da indugiare, a fronte di questa sollecitazione. Non certo per amor di cariche, quanto allo scopo di rendere - eventualmente - qualche piccolo servizio di testimonianza... Da qui la mia adesione e l’affettuosa accoglienza, in quell’autunno del 1985... Custodire documenti e tracce della storia, della nostra storia, non è impegno di retroguardia... Conservare e ricercare è l’indispensabile impegno complementare ad una azione culturale e politica che cerchi il senso della propria identità... Spesso scavando oltre le sedimentazioni ideologiche che, soprattutto nella storia della Sinistra italiana, talvolta hanno modificato proporzioni e accenti. Ben modesto è in tal senso il mio contributo attivo. Ma forte è - e resterà - l’impegno a difendere i principi di autonomia, di rigore e di libertà che animano la vocazione scientifica e culturale della Fondazione».

 

L’ANNIVERSARIO / L’8 luglio 1978 l’elezione del settimo presidente della Repubblica: i ricordi, le emozioni, l’analisi dell’allora consigliere e segretario generale del Quirinale

«Pertini, l’uomo nuovo di ottant’anni che curò l’Italia»

Maccanico: cercò di costruire un assetto più avanzato con gli incarichi a Spadolini e Craxi . I difetti? Uno solo: un carattere forte


ROMA - «Quando lo elessero ero a Montecitorio e a un certo punto mi trovai accanto al vecchio ex presidente Saragat, nei corridoi del Transatlantico. I cronisti gli chiesero: "Ma chi è, davvero, questo Pertini?". "La risposta è semplice", disse lui. "Un eroe". Ritratto perfetto, perché richiamava il coraggio dell’antifascista che aveva pagato con esilio e carcere la propria coerenza, ma anche il rigore morale di uno che non si era mai compromesso con la politica di piccolo cabotaggio. Il giorno successivo, dopo aver ascoltato il suo discorso d’insediamento, Almirante, leader di quei missini che non l’avevano votato, confessò: "Ha costretto pure noi ad applaudirlo". E gli italiani, benché avesse ormai ottant’anni, lo percepirono subito come un uomo nuovo e cominciarono a dimostrargli un affetto mai riservato a nessun altro». Antonio Maccanico ricorda Pertini, di cui fu consigliere e segretario generale al Quirinale. Il suo racconto comincia dall’8 luglio di 25 anni fa, quando «un Laerte con il cuore di ragazzo», «un solitario cavaliere dell’Ideale» - definizioni di allora - diventa il settimo capo dello Stato con un enorme consenso parlamentare, 832 voti su 995. E’ un risultato che spiazza certe manovre dei partiti e che l’opinione pubblica vive come se fosse stato «richiamato dalla riserva» uno dei pochi nomi spendibili. 
Ma soprattutto, quella scelta inaugura un’esperienza che impone al vertice del Paese uno stile diverso, rimasto pietra di paragone. 
Esternazioni, interventismo, supplenze, rapporto diretto con la gente (che lo vede come un «difensore civico» più che il solito «grande papavero») fanno parlare di «Repubblica pertiniana». Un modello profeticamente meticcio, che la politica patisce, che per i critici non è né del tutto parlamentare né presidenziale, e dietro il quale si riparano i suoi successori per qualche loro contestato «scatto in avanti» nell’interpretare il ruolo. 
Una formula che Maccanico ora spiega come «non premeditata» e comunque «necessitata», «a mezza strada tra le funzioni di garanzia e gli impulsi equilibratori che la Costituzione prevede per i momenti di debolezza della politica». Come succede «in quei mesi difficilissimi», riflette il grand commis di Stato, già ministro e oggi parlamentare della Margherita. «Bisogna riandare indietro, per capire. Il prestigio della presidenza della Repubblica era lesionato dalla vicenda Leone. Il terrorismo imperversava e Moro era appena stato ucciso. C’era l’incubo di una grave crisi economica e la prospettiva politica della solidarietà nazionale era saltata, mentre la questione morale si profilava come un’emergenza». Insomma: un contesto disastroso, nel quale non poteva bastare la presenza decorativa di un taglianastri al Quirinale. «Fu così che Pertini utilizzò gli strumenti istituzionali di cui disponeva, finché l’Italia uscì dal tunnel. Se li permise, consapevole di una forza in più di cui disponeva: la popolarità». 
Già, il carisma del «partigiano Sandro», un ateo amico del Papa, fu la sua fortuna con gli italiani e la sua disgrazia presso certi settori del Palazzo. Quando ai funerali delle vittime della strage di Bologna la tv lo inquadra, lui è un passo avanti alle altre autorità, con la mano destra appoggiata su una bara quasi a rimarcare una esplicita continuità tra il popolo rabbioso giù nella piazza e le istituzioni sul palco, e la politica si preoccupa. Qualcuno si spinge a psicanalizzare il rapporto edipico tra il vecchio con la pipa (un nonno? un padre?) e gli italiani, e recrimina: sì, in questo modo Pertini rilegittima il Quirinale, ma non rischia forse di delegittimare le altre istituzioni? «Non è andata così - obietta Maccanico -. I suoi sette anni sono stati semmai terapeutici per tutti. La verità è che faceva e diceva ciò che pensava, e che era sempre sintonizzato con il sentimento comune. Basta pensare al dopo-terremoto in Irpinia, quando fece saltare un prefetto avendo scoperto che la Protezione civile di fatto non esisteva perché in 10 anni le Camere non avevano approvato i regolamenti di attuazione» . 
«Per la prima volta in Italia la gente sente dire da uno che sta molto in alto quello che dicono i vicini di casa», scrive il Times , bocciando chi lo accusa di «esagerare» con un anticonformismo calcolato e dunque demagogico. E’ la critica che gli muovono quando veglia l’agonia di un bimbo caduto in un pozzo, Alfredino Rampi, e le ultime ore del leader comunista Berlinguer, del quale porta a Roma la salma sul suo aereo. «In quei casi agì sotto la spinta dell’emotività, proprio come un nonno o un fratello. Ben diversamente da quando fece delle scelte politiche, momenti nei quali fu invece freddissimo», dice l’ex segretario generale del Colle. «In poco tempo erano scomparsi dalla scena Moro, La Malfa e Berlinguer, che stavano costruendo il nuovo equilibrio politico della solidarietà nazionale, un disegno che lui aveva condiviso con l’obiettivo di far evolvere il Pci su una posizione occidentale. Pertini cercò di costruire un assetto nuovo, quello che poi divenne il pentapartito, con gli incarichi a Spadolini e Craxi, e quindi con governi in grado di reggere una crisi del sistema che il terrorismo e la questione morale esplosa con lo scandalo P2 stavano portando al collasso. Risultato: riuscì a stabilizzare la politica e fu tonificante per la credibilità delle istituzioni. Pur con tutti i difetti che gli si vogliano trovare, ed essendo uomo di carattere difetti ne aveva, non mi pare poco». 
Ha ragione Maccanico. Quei meriti glieli riconobbe persino un polemista ruvido come Montanelli. Alla morte di Pertini scrisse: «Quando entrò al Quirinale portò con sé solo una collezione di pipe e una ventata d’aria fresca. Ce n’era urgente bisogno... Chi incarna lo Stato ha il dovere di farlo amare, oltre che rispettare. Nessuno ci è riuscito meglio. Rimpiangeremo tutto, di lui». 

Marzio Breda 
Corriere della Sera
6 luglio 2003


PERTINI, IL PRESIDENTE PIU'AMATO DAGLI ITALIANI


Sandro Pertini nacque nel 1896 a Stella, in provincia di Savona e, dopo gli studi ed il conseguimento della laurea in giurisprudenza, si avvicinò alla vita politica aderendo e militando nel Partito Socialista Italiano di Filippo Turati. Rimarrà fedele a tali idee ed al Partito Socialista per quasi un secolo, fino alla morte avvenuta nel 1990, vivendo due guerre mondiali, la dittatura fascista ed infine, finalmente, la democrazia repubblicana di cui fu un indubbio ed indiscusso protagonista. Fin da allora la visione del socialismo di Pertini fu rappresentata dal tentativo di far coesistere la libertà con la giustizia sociale, ritenendo impossibile la realizzazione dell'ideale socialista senza tenere in considerazione gli elementi prima citati; Non vi è libertà senza giustizia sociale e non vi è giustizia sociale senza libertà, amava ripetere l'anziano esponente socialista. Fu uno dei massimi esponenti dell'antifascismo e, durante il ventennio, fu esule in Francia dove, per guadagnarsi un misero stipendio, fece i lavori più umili. Innumerevoli furono le condanne giudiziarie infertegli dal regime, alcune prevedevano anche la pena capitale, ma in ogni caso Pertini seppe salvarsi riuscendo a mantenere ruoli di primo piano nel mondo dell'antifascismo, prima, e, poi, della Resistenza. Dopo il 25 luglio 1943 Pertini rientrò in Italia assumendo, con Nenni, Saragat e Basso, la guida del Partito Socialista e, con il comunista Emilio Sereni e l'azionista Leo Valiani, la guida del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (C.L.N.A.I.). Fu proprio in virtù di tale carica che, il 25 aprile 1945, promosse l'insurrezione nazionale contro i nazi-fascisti: l'Italia era finalmente libera e si apriva una nuova era di pace e di sviluppo. Pertini partecipò fin da subito alla vita politica del Paese e del suo partito in seno al quale fondò una piccola corrente il cui compito era quello di mediare tra le posizioni di Nenni e quelle di Saragat: ciò non gli riuscì e vi fu la scissione di Palazzo Barberini. Custode dell'autonomia socialista e dell'unità del movimento dei lavoratori si oppose all'esperienza del Fronte Popolare in quanto minava l'indipendenza del PSI rispetto al PCI e non fu entusiasta del centro-sinistra poiché discriminava i comunisti e metteva fine alla stretta collaborazione tra i due principali partiti della sinistra. In piena contestazione studentesca del 1968 Pertini divenne Presidente della Camera dei Deputati, il primo uomo politico non democristiano e di sinistra a ricoprire tale incarico e, dieci anni dopo, in pieno terrorismo a pochi mesi dall'omicidio di Aldo Moro e della strage di via Fani, fu eletto alla Presidenza della Repubblica con l'appoggio di tutti i partiti democratici ed antifascisti dopo essere stato candidato a tale carica dal democristiano Benigno Zaccagnini, dal comunista Alessandro Natta e dal repubblicano Ugo La Malfa.
La Presidenza Pertini fu caratterizzata da una svolta, da una nuova concezione della massima carica dello Stato: ogni suo atto, ogni sua azione avevano il compito di rinsaldare il legame tra i cittadini e lo Stato. Furono anni duri il terrorismo ancora forte, le sciagure naturali, la crisi economica e sociale, ma furono anche anni di eventi lieti come la vittoria al mondiale di calcio in terra di Spagna nel 1982: in tutte queste occasioni, brutte o belle che fossero, vi era una certezza: la presenza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Tale comportamento fecero dell'anziano esponente socialista il presidente più popolare e più amato dagli Italiani, poiché, come ha scritto Indro Montanelli "Non è necessario essere socialisti per amare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità".


Luca Molinari

27 dicembre 2001

 


ANNIVERSARI  Secondo un sondaggio è l'italiano-simbolo del '900. Ma a un decennio dalla morte la sua figura politica fa ancora discutere

PERTINI Le battaglie del nonno-coraggio
Centinaia di comuni hanno dedicato scuole e strade al presidente, mentre
le istituzioni alte preferiscono dimenticarlo


Qualche settimana fa la Doxa rendeva noto un sondaggio secondo il quale «l'italiano del XX secolo» è Sandro Pertini. L'opinione pubblica lo indica come l'uomo che più ha segnato il nostro Novecento, tributandogli il triplo dei voti andati a Mussolini. Una scelta che può essere vista anche come il tentativo di un Paese senza eroi di darsi un padre eroico. Se, come diceva Gobetti, il fascismo è stato «l'autobiografia della nazione» per il consenso che l'Italia diede al dittatore, sembra quasi che la storia umana e politica di Pertini rappresenti l'autobiografia cui quella stessa Italia oggi ambisce. Ecco perché lo mette nel proprio albero genealogico ideale, se ne dichiara erede e lo ricorda, a dieci anni dalla morte.
Dal giorno della scomparsa, il 24 febbraio 1990, sono centinaia e centinaia i comuni che gli hanno dedicato scuole, ospedali, piazze, parchi, strade (una sarà inaugurata presto anche a Nizza). La sua vicenda è stata rievocata in saggi e antologie, sceneggiata a fumetti (il più curioso è di Andrea Pazienza), persino messa in musica (Venditti, Cotugno), ricostruita in un film Rai (peraltro mai andato in onda).

E le istituzioni «alte»? Lo hanno sepolto con gli onori rituali, per lasciar subito cadere su di lui il velo dell'amnesia: si progetta una celebrazione in Emilia verso maggio-giugno, e nient'altro. Una dissolvenza che vale da anestetico e che può esser spiegata ripensando al disagio con cui una parte della classe politica «patì» l'ultimo Pertini, quello che da capo dello Stato tracciò una svolta che si rivelò un trauma. Si parlò di «deragliamento dal sistema» e di «Repubblica pertiniana», cioè né del tutto parlamentare né presidenziale, anomala, fatta di interventismo e supplenze. Un modello meticcio, utilizzato dopo con stili molto diversi.

La fortuna popolare di Pertini, e la sua «disgrazia» presso certi settori del Palazzo, si decidono negli anni che trascorre sul Colle. È eletto in un contesto di «estrema emergenza»: all'indomani del delitto Moro, durante una grave crisi economica e con la questione morale che dal caso Lockheed sta per deflagrare nello scandalo P2. E diventa subito un'icona, una sorta di Giovanni XXIII della politica. Piace perché ha un profilo di integrità e coerenza (le famose «sei condanne e due evasioni»), perché «esterna» il suo pensiero senza freni inibitori, perché appare un uomo normale, coraggioso, anticonformista, disinteressato e, sì, anche permaloso, impaziente, emotivo.

Una fotografia riassume il legame che subito stabilisce con gli italiani, scattata il 6 agosto 1980 ai funerali delle vittime della strage di Bologna: c'è la moltitudine ribollente di piazza Maggiore, e c'è lui sul palco, un passo avanti a tutte le altre autorità, la mano destra appoggiata su una bara quasi a dimostrare una esplicita continuità tra popolo e istituzioni. Scena rivista spesso, in quella stagione del terrorismo, e ogni volta Pertini è là con appelli e invettive, carezze alle vedove o baci alla bandiera. Atti che gli aprono un rapporto personale con la nazione, un dialogo diretto con le folle, che preoccupa parecchi politici.

C'è chi crede di percepire un nesso edipico tra il vecchio con la pipa - figura paterna o di nonno - e gli italiani, e gioca a psicanalizzarlo. «Pertini esagera?», riflette Peter Nichols, del Times. «In Italia ci vuole qualcuno che esageri. È la prima volta che la gente sente dire da uno che sta molto in alto quello che dicono i vicini di casa». Ma la politica non è altrettanto benevola. E obietta: se è vero che avvicina il Quirinale ai cittadini e lo rilegittima, questo non rischia di avvenire a scapito delle altre istituzioni? L'idea per cui «da una parte c'è lui e il Paese e dall'altra la classe politica», non apre una crepa che domani si allargherà in una frattura? Che succederà quando cambieranno le persone?

Dieci anni dopo, a umori raffreddati, due costituzionalisti rispondono a quei dubbi e riconciliano il Palazzo con Pertini. Vincenzo Caianiello, ex presidente della Consulta e docente alla Luiss, cita l'episodio dell'intervento sui controllori di volo (una vertenza che il governo non riusciva a chiudere e che fu risolta dal Quirinale) come «la sola deplorevole invasione nelle attribuzioni di altri poteri dello Stato». Per il resto promuove il settennato: «Pertini non perseguì alcun disegno presidenzialista, come aveva fatto invece Gronchi».

E le mal digerite nomine di Spadolini e Craxi a Palazzo Chigi? Quell'alternanza che interrompeva il monopolio Dc alla guida del governo, fu criticata, ma per Caianiello non rappresenta una slogatura istituzionale: «Pertini si avvalse del potere, libero, di scegliere il premier non per capovolgere un indirizzo politico e imprimerne uno proprio, ma pur sempre nell'ambito dell'indirizzo politico dettato dal complesso degli altri organi costituzionali cui questo potere compete e che, all'epoca, assegnava per scelta popolare il governo al pentapartito e relegava il Pci (anche per la sua scelta in campo internazionale) all'opposizione».

Verdetto d'innocenza che Guglielmo Negri, altro costituzionalista, scrittore ed ex consigliere al Quirinale, condivide: «Bisogna riandare al gap che a quel tempo separava opinione pubblica e partiti. Pertini, "presidente dei viventi e non dei burocrati" come diceva Prezzolini, lo colmò. E fu un bene». «Proscioglimento» pure per lo stile, che fece impennare il carisma e le contestazioni: la gente adorava il presidente - e la politica lo criticava - anche perché si pagava il biglietto d'aereo, andava a sciare con il Papa, festeggiava come qualsiasi tifoso la nazionale di calcio, vegliava l'agonia d'un bimbo e di Berlinguer...

«Aveva una capacità rabdomantica di intuire gli umori dell'opinione pubblica, ciò che gli dava la cifra del grande comunicatore, ma quei gesti gli uscivano senza calcolo, seguendo i propri impulsi», sdrammatizza Negri. «Ingenuità» che a Caianiello fanno venire in mente De Nicola: «Pure lui si pagava il biglietto del treno o rinunciava all'appannaggio. Ma poiché in entrambi non c'era smania di potere, le accuse di demagogia o populismo non reggono. Semmai in Pertini è leggibile un desiderio, magari ingenuo, di tenere aperto un colloquio diretto con il popolo». E proprio questo spirito, ricorda Negri, Pertini lo viveva come un impegno: «Ogni mattina faceva lezione a ragazzi di tutt'Italia, ai quali aveva aperto le porte del palazzo. Erano incontri col nonno presidente, pedagogia istituzionale. Credo che in sette anni abbia visto mezzo milione di ragazzi. E credo che per loro quel colloquio sia stato un battesimo di quelli che non si dimenticano». Un marchio che forse spiega il voto plebiscitario al «Laerte coraggioso e moralista».


di MARZIO BREDA
 
Corriere della Sera
Domenica, 20 Febbraio 2000


 

 

 

 

 

 

Quell'anomalo "compagno Presidente"

di Federico Coen

 

Nel novembre del 1980 incaricai il giornalista Massimo Caprara di scrivere per «Mondoperaio» (e precisamente per la nostra rubrica "Nel corso di una vita") un'intervista biografica a Sandro Pertini, che da circa due anni era stato eletto alla presidenza della Repubblica (e di cui il 24 febbraio è ricorso il decennale della morte). Andammo insieme al Quirinale dove fummo accolti dal personaggio con grande cordialità e con la piena disponibilità a raccontarci per esteso la sua singolare biografia.
Come era prevedibile, l'accento fu posto dall'intervistato soprattutto sulla fase più alta della sua vicenda politica, quella che lo vide fin da giovanissimo in prima fila nella battaglia antifascista, dagli anni 20 agli anni 40. Alcune tappe di quella vicenda sono abbastanza note, come la fuga avventurosa di Filippo Turati in Corsica, organizzata in motoscafo da Pertini insieme a Carlo Rosselli e altri illustri antifascisti, e come la condanna dello stesso Pertini da parte del Tribunale speciale del regime a dieci anni di carcere duro e poi di confino (interamente scontati).
Meno nota è la sua difficile vita di esule in terra di Francia, dove il suo travaglio fu duplice: per sbarcare il lunario impegnandosi nei più umili lavori manuali (come lavatore di automobili e poi manovale edile) e per contribuire all'impegno antifascista, ostacolato in quel periodo dalla neghittosità della maggior parte degli esponenti socialisti dell'immigrazione e ancor più dall'aggressività antisocialista degli esponenti del Comintern («Da parte comunista -si legge nell'intervista -gli insulti contro di noi erano intollerabili. Parlerà il fascista Nenni, essi scrivevano sui muri quando c'era un nostro comizio. La qualifica più garbata che ci rivolgevano era di avanzi del fascismo o di socialtraditori»).
E fu proprio a causa di queste frustrazioni e di queste lacerazioni che Pertini decise di rientrare clandestinamente in Italia, dove cercò di organizzare attentati contro il regime, fino alla cattura e alla condanna. E fu proprio nel carcere di Turi che, nel dicembre 1931, incontrò Antonio Gramsci ( "Eccomi, sono il socialfascista Pertini, condannato a dieci anni, dissi presentandomi a Gramsci. Mi strinse la mano. In più di un'occasione mi fece capire che quelle ingiurie lo indignavano").
Come è noto, la vocazione unitaria di Pertini trovò il modo di realizzarsi in pieno negli ultimi anni di guerra, nel quadro della Resistenza armata di cui divenne uno dei capi più prestigiosi.
Tornato, alla legalità nel dopoguerra come deputato e dirigente del PSI, Pertini si mosse con difficoltà nei meandri di un partito,quello guidato da Nenni e da Morandi, che era al tempo stesso profondamente diviso al suo interno e complessivamente subalterno nei confronti del PCI, nel quadro del patto d'unità d'azione. Con il suo impegno militante cercò senza successo di opporsi a entrambe queste deformazioni: da una parte opponendosi alla disastrosa scelta frontista del 1948, dall'altra adoperandosi per scongiurare la deriva nefasta delle scissioni socialiste, da quella saragattiana del 1947 a quella psiuppina del 1964 fino al naufragio dell'unificazione socialista nel 1969.
Nel complesso, questa seconda fase della biografia politica pertiniana è la meno esaltante. Il suo spirito anticonformista, spinto all'eccesso, fece di Pertini una sorta di bastian contrario nell'ambito del PSI, tagliandolo fuori dalla dialettica interna e dalla schermaglia correntizia, ferma restando tuttavia la sua fedeltà di fondo al partito per il quale aveva fatto e sempre mantenuta la sua scelta di vita.
La sua figura politica ritorna in primo piano, paradossalmente, solo in una terza fase che coincide con la sua tarda età, quando da uomo di partito diventa a tutto campo l'uomo delle istituzioni, prima alla presidenza della Camera, poi e soprattutto alla presidenza della Repubblica, con il voto compatto di tutta la sinistra, in omaggio alla sua tenace
vocazione unitaria.
Per la verità,l'eleziohè al QuirinaIe di Pertini fu un evento inatteso, per per certi aspetti casuale, e comunque non dovuto (una volta tanto!) all'ambizione del candidato. Era il tempo in cui Bettino Craxi, divenuto segretario di un PSI a disagio nelle maglie del compromesso storico, cercava di rilanciare l'immagine del PSI come forza di sinistra. Le tappe principali di questa operazione furono il Congresso di Torino dell'aprile 1970, con l'approvazione dell'ambizioso Progetto socialista, rimasto poi largamente inattuato, e appunto l'elezione al Quirinale di un esponente Socialista gradito anche al PCI. L'unitario Pertini era la persona giusta e la sua elezione, nella strategia craxiana, era la premessa della futura elezione di un socialista a capo del governo, avvenuta cinque anni dopo.
Per unanime riconoscimento Sandro Pertini, nell'esercizio della sua altissima responsabilità, ha saputo trascendere questa derivazione partitica, del resto pienamente legittima. Se lo si confronta con i due democristiani che precedettero e seguirono il suo settennato -il chiacchieratissimo Leone e l'intrigante Cossiga -egli esce dal confronto nettamente vincente. La sua ineccepibile correttezza costituzionale, i suoi richiami alla responsabilità dei governi (ricordiamo l'inchiesta da lui promossa sulla miseria diffusa nel Mezzogiorno e quella per i terremotati dell'Irpinia), la sua fermezza nella fase acuta delle violenze brigatiste, e soprattutto lo sforzo da lui compiuto per avvicinare i giovani alle istituzioni, aprendo le porte del Quirinale agli studenti, sono rimasti iscritti nella memoria collettiva.
Per ironia della sorte la morte di Pertini ha preceduto di poco la fine traumatica dei partito al quale era stato fedele in tutta la sua lunga vita. E’ oggi in corso, come tutti sanno, una discussione ben poco costruttiva sull'eredità del PSI, che si concentra, in positivo e in negativo. sulla figura di Craxi. Sarebbe utile che qualcuno si ricordasse di Sandro Pertini e degli altri uomini contro che in tempi difficili hanno tenuto alto l'onore del socialismo italiano.
Sandro Pertini, tra questi politici anomali, è stato al tempo stesso il più anomalo e il più illustre.

da "l'Unità" del 27.2.2000


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