L’ANNIVERSARIO / L’8 luglio 1978 l’elezione del settimo presidente della Repubblica: i ricordi, le emozioni, l’analisi dell’allora consigliere e segretario generale del Quirinale
«Pertini, l’uomo nuovo di ottant’anni che curò l’Italia»
Maccanico: cercò di costruire un assetto più avanzato con gli incarichi a Spadolini e Craxi . I difetti? Uno solo: un carattere forte
ROMA - «Quando lo elessero ero a Montecitorio e a un certo punto mi trovai accanto al vecchio ex presidente
Saragat, nei corridoi del Transatlantico. I cronisti gli chiesero: "Ma chi è, davvero, questo
Pertini?". "La risposta è semplice", disse lui. "Un eroe". Ritratto perfetto, perché richiamava il coraggio dell’antifascista che aveva pagato con esilio e carcere la propria coerenza, ma anche il rigore morale di uno che non si era mai compromesso con la politica di piccolo cabotaggio. Il giorno successivo, dopo aver ascoltato il suo discorso d’insediamento, Almirante, leader di quei missini che non l’avevano votato, confessò: "Ha costretto pure noi ad applaudirlo". E gli italiani, benché avesse ormai ottant’anni, lo percepirono subito come un uomo nuovo e cominciarono a dimostrargli un affetto mai riservato a nessun altro». Antonio Maccanico ricorda
Pertini, di cui fu consigliere e segretario generale al Quirinale. Il suo racconto comincia dall’8 luglio di 25 anni fa, quando «un Laerte con il cuore di ragazzo», «un solitario cavaliere dell’Ideale» - definizioni di allora - diventa il settimo capo dello Stato con un enorme consenso parlamentare, 832 voti su 995. E’ un risultato che spiazza certe manovre dei partiti e che l’opinione pubblica vive come se fosse stato «richiamato dalla riserva» uno dei pochi nomi spendibili.
Ma soprattutto, quella scelta inaugura un’esperienza che impone al vertice del Paese uno stile diverso, rimasto pietra di paragone.
Esternazioni, interventismo, supplenze, rapporto diretto con la gente (che lo vede come un «difensore civico» più che il solito «grande papavero») fanno parlare di «Repubblica
pertiniana». Un modello profeticamente meticcio, che la politica patisce, che per i critici non è né del tutto parlamentare né presidenziale, e dietro il quale si riparano i suoi successori per qualche loro contestato «scatto in avanti» nell’interpretare il ruolo.
Una formula che Maccanico ora spiega come «non premeditata» e comunque «necessitata», «a mezza strada tra le funzioni di garanzia e gli impulsi equilibratori che la Costituzione prevede per i momenti di debolezza della politica». Come succede «in quei mesi difficilissimi», riflette il grand commis di Stato, già ministro e oggi parlamentare della Margherita. «Bisogna riandare indietro, per capire. Il prestigio della presidenza della Repubblica era lesionato dalla vicenda Leone. Il terrorismo imperversava e Moro era appena stato ucciso. C’era l’incubo di una grave crisi economica e la prospettiva politica della solidarietà nazionale era saltata, mentre la questione morale si profilava come un’emergenza». Insomma: un contesto disastroso, nel quale non poteva bastare la presenza decorativa di un taglianastri al
Quirinale. «Fu così che Pertini utilizzò gli strumenti istituzionali di cui disponeva, finché l’Italia uscì dal tunnel. Se li permise, consapevole di una forza in più di cui disponeva: la popolarità».
Già, il carisma del «partigiano Sandro», un ateo amico del Papa, fu la sua fortuna con gli italiani e la sua disgrazia presso certi settori del Palazzo. Quando ai funerali delle vittime della strage di Bologna la tv lo inquadra, lui è un passo avanti alle altre autorità, con la mano destra appoggiata su una bara quasi a rimarcare una esplicita continuità tra il popolo rabbioso giù nella piazza e le istituzioni sul palco, e la politica si preoccupa. Qualcuno si spinge a psicanalizzare il rapporto edipico tra il vecchio con la pipa (un nonno? un padre?) e gli italiani, e recrimina: sì, in questo modo Pertini rilegittima il
Quirinale, ma non rischia forse di delegittimare le altre istituzioni? «Non è andata così - obietta Maccanico -. I suoi sette anni sono stati semmai terapeutici per tutti. La verità è che faceva e diceva ciò che pensava, e che era sempre sintonizzato con il sentimento comune. Basta pensare al dopo-terremoto in
Irpinia, quando fece saltare un prefetto avendo scoperto che la Protezione civile di fatto non esisteva perché in 10 anni le Camere non avevano approvato i regolamenti di attuazione» .
«Per la prima volta in Italia la gente sente dire da uno che sta molto in alto quello che dicono i vicini di casa», scrive il Times , bocciando chi lo accusa di «esagerare» con un anticonformismo calcolato e dunque demagogico. E’ la critica che gli muovono quando veglia l’agonia di un bimbo caduto in un pozzo, Alfredino Rampi, e le ultime ore del leader comunista
Berlinguer, del quale porta a Roma la salma sul suo aereo. «In quei casi agì sotto la spinta dell’emotività, proprio come un nonno o un fratello. Ben diversamente da quando fece delle scelte politiche, momenti nei quali fu invece freddissimo», dice l’ex segretario generale del Colle. «In poco tempo erano scomparsi dalla scena Moro, La Malfa e
Berlinguer, che stavano costruendo il nuovo equilibrio politico della solidarietà nazionale, un disegno che lui aveva condiviso con l’obiettivo di far evolvere il Pci su una posizione occidentale. Pertini cercò di costruire un assetto nuovo, quello che poi divenne il pentapartito, con gli incarichi a Spadolini e
Craxi, e quindi con governi in grado di reggere una crisi del sistema che il terrorismo e la questione morale esplosa con lo scandalo P2 stavano portando al collasso. Risultato: riuscì a stabilizzare la politica e fu tonificante per la credibilità delle istituzioni. Pur con tutti i difetti che gli si vogliano trovare, ed essendo uomo di carattere difetti ne aveva, non mi pare poco».
Ha ragione Maccanico. Quei meriti glieli riconobbe persino un polemista ruvido come
Montanelli. Alla morte di Pertini scrisse: «Quando entrò al Quirinale portò con sé solo una collezione di pipe e una ventata d’aria fresca. Ce n’era urgente bisogno... Chi incarna lo Stato ha il dovere di farlo amare, oltre che rispettare. Nessuno ci è riuscito meglio. Rimpiangeremo tutto, di lui».
Marzio Breda
Corriere della Sera
6 luglio 2003
PERTINI, IL PRESIDENTE
PIU'AMATO DAGLI ITALIANI
Sandro Pertini nacque nel 1896 a Stella, in provincia di Savona e, dopo gli studi ed il conseguimento della laurea in giurisprudenza, si avvicinò alla vita politica aderendo e militando nel Partito Socialista Italiano di Filippo Turati. Rimarrà fedele a tali idee ed al Partito Socialista per quasi un secolo, fino alla morte avvenuta nel 1990, vivendo due guerre mondiali, la dittatura fascista ed infine, finalmente, la democrazia repubblicana di cui fu un indubbio ed indiscusso protagonista. Fin da allora la visione del socialismo di Pertini fu rappresentata dal tentativo di far coesistere la libertà con la giustizia sociale, ritenendo impossibile la realizzazione dell'ideale socialista senza tenere in considerazione gli elementi prima citati; Non vi è libertà senza giustizia sociale e non vi è giustizia sociale senza libertà, amava ripetere l'anziano esponente socialista. Fu uno dei massimi esponenti dell'antifascismo e, durante il ventennio, fu esule in Francia dove, per guadagnarsi un misero stipendio, fece i lavori più umili. Innumerevoli furono le condanne giudiziarie infertegli dal regime, alcune prevedevano anche la pena capitale, ma in ogni caso Pertini seppe salvarsi riuscendo a mantenere ruoli di primo piano nel mondo dell'antifascismo, prima, e, poi, della Resistenza. Dopo il 25 luglio 1943 Pertini rientrò in Italia assumendo, con
Nenni, Saragat e Basso, la guida del Partito Socialista e, con il comunista Emilio Sereni e l'azionista Leo
Valiani, la guida del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (C.L.N.A.I.). Fu proprio in virtù di tale carica che, il 25 aprile 1945, promosse l'insurrezione nazionale contro i
nazi-fascisti: l'Italia era finalmente libera e si apriva una nuova era di pace e di sviluppo. Pertini partecipò fin da subito alla vita politica del Paese e del suo partito in seno al quale fondò una piccola corrente il cui compito era quello di mediare tra le posizioni di Nenni e quelle di
Saragat: ciò non gli riuscì e vi fu la scissione di Palazzo Barberini. Custode dell'autonomia socialista e dell'unità del movimento dei lavoratori si oppose all'esperienza del Fronte Popolare in quanto minava l'indipendenza del PSI rispetto al PCI e non fu entusiasta del centro-sinistra poiché discriminava i comunisti e metteva fine alla stretta collaborazione tra i due principali partiti della sinistra. In piena contestazione studentesca del 1968 Pertini divenne Presidente della Camera dei Deputati, il primo uomo politico non democristiano e di sinistra a ricoprire tale incarico e, dieci anni dopo, in pieno terrorismo a pochi mesi dall'omicidio di Aldo Moro e della strage di via Fani, fu eletto alla Presidenza della Repubblica con l'appoggio di tutti i partiti democratici ed antifascisti dopo essere stato candidato a tale carica dal democristiano Benigno
Zaccagnini, dal comunista Alessandro Natta e dal repubblicano Ugo La Malfa.
La Presidenza Pertini fu caratterizzata da una svolta, da una nuova concezione della massima carica dello Stato: ogni suo atto, ogni sua azione avevano il compito di rinsaldare il legame tra i cittadini e lo Stato. Furono anni duri il terrorismo ancora forte, le sciagure naturali, la crisi economica e sociale, ma furono anche anni di eventi lieti come la vittoria al mondiale di calcio in terra di Spagna nel 1982: in tutte queste occasioni, brutte o belle che fossero, vi era una certezza: la presenza del Presidente della Repubblica Sandro
Pertini. Tale comportamento fecero dell'anziano esponente socialista il presidente più popolare e più amato dagli Italiani, poiché, come ha scritto Indro Montanelli "Non è necessario essere socialisti per amare
Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità".
Luca Molinari
27 dicembre 2001
ANNIVERSARI
Secondo un sondaggio è
l'italiano-simbolo del '900.
Ma a un decennio dalla morte
la sua figura politica fa
ancora discutere
PERTINI Le battaglie
del nonno-coraggio
Centinaia di comuni hanno
dedicato scuole e strade al
presidente, mentre
le istituzioni alte
preferiscono dimenticarlo
Qualche settimana fa la Doxa
rendeva noto un sondaggio
secondo il quale «l'italiano
del XX secolo» è Sandro Pertini. L'opinione pubblica
lo indica come l'uomo che più
ha segnato il nostro
Novecento, tributandogli il
triplo dei voti andati a Mussolini. Una scelta che può
essere vista anche come il
tentativo di un Paese senza
eroi di darsi un padre eroico.
Se, come diceva Gobetti, il
fascismo è stato
«l'autobiografia della
nazione» per il consenso che
l'Italia diede al dittatore,
sembra quasi che la storia
umana e politica di Pertini
rappresenti l'autobiografia
cui quella stessa Italia oggi
ambisce. Ecco perché lo mette
nel proprio albero genealogico
ideale, se ne dichiara erede e
lo ricorda, a dieci anni dalla
morte.
Dal giorno della scomparsa, il
24 febbraio 1990, sono
centinaia e centinaia i comuni
che gli hanno dedicato scuole,
ospedali, piazze, parchi,
strade (una sarà inaugurata
presto anche a Nizza). La sua
vicenda è stata rievocata in
saggi e antologie, sceneggiata
a fumetti (il più curioso è
di Andrea Pazienza), persino
messa in musica (Venditti, Cotugno), ricostruita in un
film Rai (peraltro mai andato
in onda).
E le istituzioni «alte»? Lo
hanno sepolto con gli onori
rituali, per lasciar subito
cadere su di lui il velo
dell'amnesia: si progetta una
celebrazione in Emilia verso
maggio-giugno, e nient'altro.
Una dissolvenza che vale da
anestetico e che può esser
spiegata ripensando al disagio
con cui una parte della classe
politica «patì» l'ultimo Pertini, quello che da capo
dello Stato tracciò una
svolta che si rivelò un
trauma. Si parlò di
«deragliamento dal sistema»
e di «Repubblica pertiniana»,
cioè né del tutto
parlamentare né
presidenziale, anomala, fatta
di interventismo e supplenze.
Un modello meticcio,
utilizzato dopo con stili
molto diversi.
La fortuna popolare di Pertini,
e la sua «disgrazia» presso
certi settori del Palazzo, si
decidono negli anni che
trascorre sul Colle. È eletto
in un contesto di «estrema
emergenza»: all'indomani del
delitto Moro, durante una
grave crisi economica e con la
questione morale che dal caso
Lockheed sta per deflagrare
nello scandalo P2. E diventa
subito un'icona, una sorta di
Giovanni XXIII della politica.
Piace perché ha un profilo di
integrità e coerenza (le
famose «sei condanne e due
evasioni»), perché
«esterna» il suo pensiero
senza freni inibitori, perché
appare un uomo normale,
coraggioso, anticonformista,
disinteressato e, sì, anche
permaloso, impaziente,
emotivo.
Una fotografia riassume il
legame che subito stabilisce
con gli italiani, scattata il
6 agosto 1980 ai funerali
delle vittime della strage di
Bologna: c'è la moltitudine
ribollente di piazza Maggiore,
e c'è lui sul palco, un passo
avanti a tutte le altre
autorità, la mano destra
appoggiata su una bara quasi a
dimostrare una esplicita
continuità tra popolo e
istituzioni. Scena rivista
spesso, in quella stagione del
terrorismo, e ogni volta
Pertini è là con appelli e
invettive, carezze alle vedove
o baci alla bandiera. Atti che
gli aprono un rapporto
personale con la nazione, un
dialogo diretto con le folle,
che preoccupa parecchi
politici.
C'è chi crede di percepire un
nesso edipico tra il vecchio
con la pipa - figura paterna o
di nonno - e gli italiani, e
gioca a psicanalizzarlo. «Pertini
esagera?», riflette Peter Nichols, del Times. «In
Italia ci vuole qualcuno che
esageri. È la prima volta che
la gente sente dire da uno che
sta molto in alto quello che
dicono i vicini di casa». Ma
la politica non è altrettanto
benevola. E obietta: se è
vero che avvicina il Quirinale
ai cittadini e lo rilegittima,
questo non rischia di avvenire
a scapito delle altre
istituzioni? L'idea per cui
«da una parte c'è lui e il
Paese e dall'altra la classe
politica», non apre una crepa
che domani si allargherà in
una frattura? Che succederà
quando cambieranno le persone?
Dieci anni dopo, a umori
raffreddati, due
costituzionalisti rispondono a
quei dubbi e riconciliano il
Palazzo con Pertini. Vincenzo Caianiello, ex presidente
della Consulta e docente alla Luiss, cita l'episodio
dell'intervento sui
controllori di volo (una
vertenza che il governo non
riusciva a chiudere e che fu
risolta dal Quirinale) come
«la sola deplorevole
invasione nelle attribuzioni
di altri poteri dello Stato».
Per il resto promuove il
settennato: «Pertini non
perseguì alcun disegno presidenzialista, come aveva
fatto invece Gronchi».
E le mal digerite nomine di
Spadolini e Craxi a Palazzo Chigi? Quell'alternanza che
interrompeva il monopolio Dc
alla guida del governo, fu
criticata, ma per Caianiello
non rappresenta una slogatura
istituzionale: «Pertini si
avvalse del potere, libero, di
scegliere il premier non per
capovolgere un indirizzo
politico e imprimerne uno
proprio, ma pur sempre
nell'ambito dell'indirizzo
politico dettato dal complesso
degli altri organi
costituzionali cui questo
potere compete e che,
all'epoca, assegnava per
scelta popolare il governo al
pentapartito e relegava il Pci
(anche per la sua scelta in
campo internazionale)
all'opposizione».
Verdetto d'innocenza che
Guglielmo Negri, altro
costituzionalista, scrittore
ed ex consigliere al Quirinale,
condivide: «Bisogna riandare
al gap che a quel tempo
separava opinione pubblica e
partiti. Pertini,
"presidente dei viventi e
non dei burocrati" come
diceva Prezzolini, lo colmò.
E fu un bene».
«Proscioglimento» pure per
lo stile, che fece impennare
il carisma e le contestazioni:
la gente adorava il presidente
- e la politica lo criticava -
anche perché si pagava il
biglietto d'aereo, andava a
sciare con il Papa,
festeggiava come qualsiasi
tifoso la nazionale di calcio,
vegliava l'agonia d'un bimbo e
di Berlinguer...
«Aveva una capacità
rabdomantica di intuire gli
umori dell'opinione pubblica,
ciò che gli dava la cifra del
grande comunicatore, ma quei
gesti gli uscivano senza
calcolo, seguendo i propri
impulsi», sdrammatizza Negri.
«Ingenuità» che a
Caianiello fanno venire in
mente De Nicola: «Pure lui si
pagava il biglietto del treno
o rinunciava all'appannaggio.
Ma poiché in entrambi non
c'era smania di potere, le
accuse di demagogia o
populismo non reggono. Semmai
in Pertini è leggibile un
desiderio, magari ingenuo, di
tenere aperto un colloquio
diretto con il popolo». E
proprio questo spirito,
ricorda Negri, Pertini lo
viveva come un impegno: «Ogni
mattina faceva lezione a
ragazzi di tutt'Italia, ai
quali aveva aperto le porte
del palazzo. Erano incontri
col nonno presidente,
pedagogia istituzionale. Credo
che in sette anni abbia visto
mezzo milione di ragazzi. E
credo che per loro quel
colloquio sia stato un
battesimo di quelli che non si
dimenticano». Un marchio che
forse spiega il voto
plebiscitario al «Laerte
coraggioso e moralista».
di MARZIO BREDA
Corriere della Sera
Domenica, 20 Febbraio 2000

Quell'anomalo
"compagno
Presidente"
di Federico Coen
Nel
novembre del 1980 incaricai il
giornalista Massimo Caprara di
scrivere per «Mondoperaio»
(e precisamente per la nostra
rubrica "Nel corso di una
vita") un'intervista
biografica a Sandro Pertini,
che da circa due anni era
stato eletto alla presidenza
della Repubblica (e di cui il
24 febbraio è ricorso il
decennale della morte).
Andammo insieme al Quirinale
dove fummo accolti dal
personaggio con grande
cordialità e con la piena
disponibilità a raccontarci
per esteso la sua singolare
biografia.
Come era prevedibile,
l'accento fu posto
dall'intervistato soprattutto
sulla fase più alta della sua
vicenda politica, quella che
lo vide fin da giovanissimo in
prima fila nella battaglia
antifascista, dagli anni 20
agli anni 40. Alcune tappe di
quella vicenda sono abbastanza
note, come la fuga avventurosa
di Filippo Turati in Corsica,
organizzata in motoscafo da
Pertini insieme a Carlo
Rosselli e altri illustri
antifascisti, e come la
condanna dello stesso Pertini
da parte del Tribunale
speciale del regime a dieci
anni di carcere duro e poi di
confino (interamente
scontati).
Meno nota è la sua difficile
vita di esule in terra di
Francia, dove il suo travaglio
fu duplice: per sbarcare il
lunario impegnandosi nei più
umili lavori manuali (come
lavatore di automobili e poi
manovale edile) e per
contribuire all'impegno
antifascista, ostacolato in
quel periodo dalla
neghittosità della maggior
parte degli esponenti
socialisti dell'immigrazione e
ancor più dall'aggressività
antisocialista degli esponenti
del Comintern («Da parte
comunista -si legge
nell'intervista -gli insulti
contro di noi erano
intollerabili. Parlerà il
fascista Nenni, essi
scrivevano sui muri quando
c'era un nostro comizio. La
qualifica più garbata che ci
rivolgevano era di avanzi del
fascismo o di socialtraditori»).
E fu proprio a causa di queste
frustrazioni e di queste
lacerazioni che Pertini decise
di rientrare clandestinamente
in Italia, dove cercò di
organizzare attentati contro
il regime, fino alla cattura e
alla condanna. E fu proprio
nel carcere di Turi che, nel
dicembre 1931, incontrò
Antonio Gramsci (
"Eccomi, sono il
socialfascista Pertini,
condannato a dieci anni, dissi
presentandomi a Gramsci. Mi
strinse la mano. In più di
un'occasione mi fece capire
che quelle ingiurie lo
indignavano").
Come è noto, la vocazione
unitaria di Pertini trovò il
modo di realizzarsi in pieno
negli ultimi anni di guerra,
nel quadro della Resistenza
armata di cui divenne uno dei
capi più prestigiosi.
Tornato, alla legalità nel
dopoguerra come deputato e
dirigente del PSI, Pertini si
mosse con difficoltà nei
meandri di un partito,quello
guidato da Nenni e da Morandi,
che era al tempo stesso
profondamente diviso al suo
interno e complessivamente
subalterno nei confronti del
PCI, nel quadro del patto
d'unità d'azione. Con il suo
impegno militante cercò senza
successo di opporsi a entrambe
queste deformazioni: da una
parte opponendosi alla
disastrosa scelta frontista
del 1948, dall'altra
adoperandosi per scongiurare
la deriva nefasta delle
scissioni socialiste, da
quella saragattiana del 1947 a
quella psiuppina del 1964 fino
al naufragio dell'unificazione
socialista nel 1969.
Nel complesso, questa seconda
fase della biografia politica
pertiniana è la meno
esaltante. Il suo spirito
anticonformista, spinto
all'eccesso, fece di Pertini
una sorta di bastian contrario
nell'ambito del PSI,
tagliandolo fuori dalla
dialettica interna e dalla
schermaglia correntizia, ferma
restando tuttavia la sua
fedeltà di fondo al partito
per il quale aveva fatto e
sempre mantenuta la sua scelta
di vita.
La sua figura politica ritorna
in primo piano,
paradossalmente, solo in una
terza fase che coincide con la
sua tarda età, quando da uomo
di partito diventa a tutto
campo l'uomo delle
istituzioni, prima alla
presidenza della Camera, poi e
soprattutto alla presidenza
della Repubblica, con il voto
compatto di tutta la sinistra,
in omaggio alla sua tenace
vocazione unitaria.
Per la verità,l'eleziohè al
QuirinaIe di Pertini fu un
evento inatteso, per per certi
aspetti casuale, e comunque
non dovuto (una volta tanto!)
all'ambizione del candidato.
Era il tempo in cui Bettino Craxi, divenuto segretario di
un PSI a disagio nelle maglie
del compromesso storico,
cercava di rilanciare
l'immagine del PSI come forza
di sinistra. Le tappe
principali di questa
operazione furono il Congresso
di Torino dell'aprile 1970,
con l'approvazione
dell'ambizioso Progetto
socialista, rimasto poi
largamente inattuato, e
appunto l'elezione al
Quirinale di un esponente
Socialista gradito anche al
PCI. L'unitario Pertini era la
persona giusta e la sua
elezione, nella strategia craxiana, era la premessa
della futura elezione di un
socialista a capo del governo,
avvenuta cinque anni dopo.
Per unanime riconoscimento
Sandro Pertini, nell'esercizio
della sua altissima
responsabilità, ha saputo
trascendere questa derivazione
partitica, del resto
pienamente legittima. Se lo si
confronta con i due
democristiani che precedettero
e seguirono il suo settennato
-il chiacchieratissimo Leone e
l'intrigante Cossiga -egli
esce dal confronto nettamente
vincente. La sua ineccepibile
correttezza costituzionale, i
suoi richiami alla
responsabilità dei governi
(ricordiamo l'inchiesta da lui
promossa sulla miseria diffusa
nel Mezzogiorno e quella per i
terremotati dell'Irpinia), la
sua fermezza nella fase acuta
delle violenze brigatiste, e
soprattutto lo sforzo da lui
compiuto per avvicinare i
giovani alle istituzioni,
aprendo le porte del Quirinale
agli studenti, sono rimasti
iscritti nella memoria
collettiva.
Per ironia della sorte la
morte di Pertini ha preceduto
di poco la fine traumatica dei
partito al quale era stato
fedele in tutta la sua lunga
vita. E’ oggi in corso, come
tutti sanno, una discussione
ben poco costruttiva
sull'eredità del PSI, che si
concentra, in positivo e in
negativo. sulla figura di Craxi. Sarebbe utile che
qualcuno si ricordasse di
Sandro Pertini e degli altri
uomini contro che in tempi
difficili hanno tenuto alto
l'onore del socialismo
italiano.
Sandro Pertini, tra questi
politici anomali, è stato al
tempo stesso il più anomalo e
il più illustre.
da "l'Unità" del
27.2.2000