Raffaele Mattioli Enrico Cuccia

Raffaele Mattioli

Don Raffaele

di Renata Fontanelli

Fu un grande banchiere, e fu un grande uomo, raffinato umanista, profondamente colto e curioso, ma anche scaltro e abile manovratore dei destini economici dell'Italia del dopoguerra. Annunciando la sua morte, il quotidiano francese "Le Monde" lo definì "Le plus grand banquier italien dépuis Laurent de Medici". Ed è la verità. Raffaele Mattioli ha segnato profondamente la storia della finanza italiana, allora ancora distaccata e autonoma dal potere politico e, con la sua morte, il 27 luglio 1973 si è veramente conclusa un'epoca destinata a non ripetersi mai più. Di lui, Raffaele Mattioli, per trent'anni presidente della Comit, si è parlato molto ma si è scritto poco. Giancarlo Galli, giornalista e saggista, nel suo "Il banchiere eretico" ha tentato di definire la complessa personalità e l'opera di Mattioli, entrato in Comit non ancora trentenne e uscitovi dopo 27 anni di ininterrotto servizio il 22 aprile 1972, prima vittima della lottizzazione politica e della spartizione forsennata di poltrone in corso tra Dc e Psi, rifiutando, in un moto d'orgoglio la presidenza onoraria. Una personalità complessa e piena di sfaccettature, quella di Mattioli, gattopardo della finanza postbellica, e scaltro tessitore di relazioni a trecentosessanta gradi. Pur essendo convinto antifascista, un autentico liberal-progressista, teneva ottimi rapporti anche con Mussolini e il suo entourage, non rinunciando poi a lunghe conversazioni con Togliatti che incontrava spesso in gran segreto e da cui era volentieri ospite in casa. Partecipa alla stesura del manifesto del partito d'azione, ma allo stesso tempo lavora al salvataggio di casa Savoia e finanzia la casa della cultura di Rossana Rossanda e una lunga serie di iniziative legate alla cultura, al teatro e all'arte. Non disdegna il compromesso, ma non si venderà mai a nessuno. Mattioli fu l'unico banchiere ad avere in mente un modello di finanza legato al potere politico di turno, però pur sempre superiore ad esso. Ben altra visione rispetto a quella della Mediobanca di Enrico Cuccia, dove gli interessi delle grandi famiglie del capitalismo prevalgono su tutto. Lo chiamavano il banchiere eretico per il suo totale distacco dal potere del Vaticano e dagli affari di Chiesa, anche se lo stesso Vaticano in più occasioni finanziò la Comit tant'è che in molti si stupirono quando decise di farsi seppellire con cerimonia religiosa. Il grande limite di Raffaele Mattioli - sostengono in molti - fu però quello di guardar poco oltrefrontiera, di essere troppo legato alla sua Italia che tanto amava. Gli mancò quella visione internazionale dell'economia e della finanza che farà di uno dei suoi pupilli, Enrico Cuccia, il re incontrastato e mondialmente riconosciuto della finanza nostrana. Mattioli era troppo legato alla penisola, tanto da non rendersi conto di quello che stava succedendo a Wall Street. Per lui il riferimento rimase sempre la City, Londra, oltre non seppe o non volle andare. E l'uomo Mattioli? Marito, padre, grande narciso dall'indiscutibile fascino. Amava farsi chiamare Don Raffaele e farsi fare ritratti. Somma fu la sua delusione quando l'espressionista Kokoshka rifiutò di immortalare il suo volto su tela. Alto, sguardo scuro e penetrante, piaceva alle donne, ipnotizzava col suo carisma gli uomini. Usava un linguaggio forbito, a volte di difficile comprensione, ricco di citazioni, riferimenti letterari e filosofici. Negli ultimi anni della sua vita soffrì molto per problemi alla prostata, da lui vissuto come una perdita di virilità: "quando un uomo - confidava sconsolato ad un amico - funziona solo dalla cintola in su è soltanto un mezzo uomo". Dopo la morte della prima moglie che gli diede il primo figlio Giuliano, si risposa con la bella Lucia Monti, discendente di una brillante famiglia di intellettuali borghesi milanesi, e mette al mondo altri tre bambini, Maurizio, depositario dei valori della famiglia, Stefano, modesto pittore e Letizia, scrittrice e giornalista. Con la prole, finché son piccoli, non ha grandi rapporti. La moglie lo segue in silenzio, passo dopo passo nella sua carriera. Gli organizza cene, partecipa alle discussioni, diventa depositaria dei suoi più intimi segreti. In casa, ricordano i figli, il presidente della Comit non parlava quasi mai della banca. Preferiva discettare di arte e lettere, spesso addirittura parlando in latino. I figli ricordano che, protetto dalle mura domestiche, Don Raffaele dava sfogo al suo convinto e radicale antifascismo con sfuriate e grida contro il regime di Mussolini. E che di contro i suoi rapporti con il Duce, pur rimanendo formali erano caratterizzati dalla profonda stima che Mussolini nutriva nei confronti del "banchiere eretico". Con la figlia Letizia, inizia ad avere un rapporto molto stretto quando scopre la di lei passione per la letteratura. Inizia così un periodo di grande intimità tra i due, complice la lettura di testi sempre più impegnati. Tra le sue ammiratrici c'è poi l'affascinante Anna Bonomi Bolchini, da lui stimatissima per il suo intuito, da lui spronata, spinta e incoraggiata nel mondo della finanza, anche se poi finirà per deluderlo. Sarà lei la misteriosa ed elegante signora che ogni giorno, dopo la sua morte, si reca al cimitero portando fiori freschi. Le facce di Mattioli sono tante: tra queste c'è quella del Mattioli crociano: di Don Benedetto fu oltre che cultore, anche grande amico. E con lui condivise il sostanziale disprezzo per le Logge e la Massoneria, anche se non furono pochi quelli che insinuarono che dietro al suo ingresso in Comit ci fosse la dolce spinta di qualche Gran Maestro. E poi c'è anche il Mattioli cinico e bugiardo. Così lo ricordano i suoi concittadini di Vasto, paesino abruzzese dimenticato presto da Mattioli che elegge la Milano internazionale a sua patria e che decide di non tornare più nella sua terra d'origine, anche da morto, rifiutando la sepoltura nel piccolo villaggio e preferendo il riposo eterno nell'aristocratico cimitero dei preti cistercensi alle porte di Milano. Ma a Vasto Mattioli ci andò poco anche da vivo. Più volte i suoi compaesani vanno a trovarlo nel suo ufficio di Piazza Scala per chiedergli di venire in visita al paese o di partecipare a qualche dibattito. E ogni volta lui promette, poi dimentica, e a Vasto non ci andrà mai con somma delusione dei suoi vecchi amici d'infanzia che lo ricordano infatti, seppur bonariamente, come un gran burlone.
  La carriera
  Ma andiamo con ordine, e cerchiamo di capire come fece Mattioli da Vasto ad arrivare in Piazza Scala, sulla poltrona di presidente della Comit, risollevando la banca dalla profonda crisi in cui la trovò il giorno del suo ingresso. Nasce il 20 marzo 1895. Di famiglia benestante, viene spronato agli studi dal padre che sogna un giorno di vederlo diventare avvocato. L'indipendente giovanotto tradirà però le aspettative del genitore: va a Genova e si iscrive alla facoltà di economia. "l'economia - spiegherà Mattioli a chi gli chiedeva il motivo della sua scelta - è contemporaneamente storia e filosofia, e la sua filosofia, qualche volta astrusa, è sempre connessa alle miserie e alle speranze umane". Nel frattempo il giovane Raffaele si sposa con Emilia, dalla quale ha il primo figlio Giuliano. La moglie muore però poco tempo dopo di febbre spagnola. Raffaele rimane solo con il piccolo, ma non si perde d'animo. Un paio di anni dopo si laurea con una tesi sulla stabilità delle monete destinata a far scalpore. Siamo nel 1921. Improvvisamente si libera l'ambitissima poltrona di segretario generale alla Camera di Commercio di Milano. Mattioli, ventisettenne, vince il posto, si insedia, e dopo un anno di duro lavoro viene confermato. A qualcuno però quella nomina non va giù. I candidati esclusi fanno ricorso, puntando essenzialmente sul fatto che il "vincitore" non ha l'età richiesta dal bando, è quindi troppo giovane. In realtà dietro quella nomina ci sono potenti raccomandazioni, prima tra tutte quella del rettore della Bocconi, Angelo Sraffa sotto la cui ala protettiva Mattioli troverà spesso rifugio. Mattioli lo sa, e dopo poco presenta una lettera di dimissioni dal tono umile e mesto, sicuramente non nel suo stile. Inizia così la brillante carriera del banchiere eretico.
L'approdo in Piazza Scala
Giancarlo Galli ricostruisce puntigliosamente l'ingresso di Mattioli alla Comit. Ad agevolare l'insediamento è la sua amicizia con Giuseppe Toeplitz, ebreo nato a Varsavia, trasferitosi poi a Genova e diventato dominus assoluto e incontrastato della Comit. Un uomo brillante e intraprendente che però riuscì a lasciare la Comit in uno stato di totale disorganizzazione e prossima al fallimento. Fu la successiva gestione Mattioli a risollevare le sorti della banca pubblica. Dal 1973 la banca torna ad essere solida e in utile, e per tutto il periodo di presidenza di Don Raffaele nessuno da Roma interferì mai con richieste di nomine, sia durante il fascismo che in democrazia. Toepliz fu dunque "l'iniziatore" del Gattopardo di Piazza Scala, ma l'allievo superò ben presto il maestro. Differenti visioni sull'economia e sulla finanza creeranno un disaccordo insanabile tra i due. Mentre Toepliz tenta di portare la Comit a diventare una banca d'affari, Mattioli vorrebbe riportarla ad una più normale quanto solida attività di credito. Toeplitz è per il liberismo sfrenato e totale, Mattioli si rende conto dell'indispensabilità dell'intervento dello Stato nell'economia. Come Mattioli anche Toeplitz non ha simpatia per Mussolini. Ma entrambi si rendono conto, da buone volpi dell'economia quali sono, che per il quieto vivere è necessario anche saper ogni tanto chiudere un occhio. E anche nei confronti della Chiesa e del Vaticano i rapporti di Mattioli seguono più direzioni. Tutti conoscono la sua proverbiale laicità, ma la stessa Comit, per anni è stata un punto di riferimento del Vaticano. Durante l'era Toeplitz la Santa Sede fu uno dei più validi sostenitori finanziari dell'istituto, e anche nel dopoguerra - come riferisce Galli - parlando de "il cliente speciale", in Comit si faceva riferimento al Vaticano. L'abilità e la furbizia di Mattioli traspaiono anche nella gestione dei suoi rapporti con la stampa. Come una primadonna Don Raffaele gioca un po' a rimpiattino con i giornalisti, offrendosi e negandosi a seconda delle sue necessità. Memorabile rimase una sua "spedizione" negli Usa. Anche Mattioli, come poi Cuccia ma in maniera decisamente più accentuata, aveva perfettamente capito l'importanza di contatti internazionali. Decide quindi di guidare una delegazione di banchieri a Washington, dove ai tempi ancora non era conosciuto. Fu così che anche in terra statunitense il Gattopardo riuscì a far colpo su tutti, con il suo inglese spesso accompagnato da un rapido gesticolare e quella verve intelligente e latina che gli garantivano successo ovunque. Ebbene, nessuno ha mai capito come, dopo essere rimasti per giorni senza che nessuno si accorgesse del loro arrivo, ad un certo punto la stampa finanziaria dà l'annuncio del suo "sbarco" in terra americana e titola a quattro colonne: "The fabulous italian banker". Mattioli era stato accreditato nel mondo della finanza americana. L'uscita di Mattioli dal suo disordinato ufficio di Piazza Scala segna anche l'ultimo capitolo della sua vita. Al suo posto gli succede Gaetano Stammati, Ragioniere generale dello Stato. Non certo la persona che Don Raffaele avrebbe voluto veder prendere il suo posto. Ma il cambio della guardia è anche indice di un cambio generale dell'aria. La Comit fa gola a Roma, ai partiti. E da quel momento la maggior parte delle nomine vennero decise proprio nella capitale. Mattioli era diventato scomodo, troppo individualista, idealista, slegato dai poteri della politica. Il più grande colpo fu per lui vedere che nonostante la sua assenza in Comit tutto procedeva. Il suo declino era iniziato. Trascorrerà gli ultimi mesi dedicandosi allo sviluppo degli studi storici per la Ricciardi. Morirà un anno dopo a Roma, nella clinica Villa Margherita dove era andato per farsi operare.

Giancarlo Galli, giornalista e saggista, nel suo "Il banchiere eretico" ha tentato di definire la complessa personalità e l'opera di Mattioli, entrato in Comit non ancora trentenne e uscitovi dopo 27 anni di ininterrotto servizio il 22 aprile 1972. Muore nel 1973. Personalità complessa quella di Mattioli, al centro della scena finanziaria post-bellica e gran tessitore di relazioni. Pur essendo ostile al fascismo, aveva ottimi rapporti con Mussolini, non rinunciando neppure all'amicizia con Togliatti. Non disdegnava il compromesso, senza mai vendersi a nessuno. Lo chiamavano il banchiere eretico per la sua laicità e per il suo totale distacco dal potere del Vaticano. Molto individualista e idealista, ha sempre operato slegato dai poteri della politica.

da Uomini e business

 aprile 1988

Addio a Cuccia Ciampi ed Amato Maccanico su Cuccia

Enrico Cuccia

Banchiere e umanista riservato, protagonista anche discusso, per più di mezzo secolo è stato simbolo e crocevia della grande finanza

Addio a Cuccia, patriarca dell’economia

MILANO - Enrico Cuccia, il banchiere italiano più conosciuto nel mondo, è morto ieri mattina. Avrebbe compiuto 93 anni nel prossimo novembre. Presidente d’onore di Mediobanca e protagonista anche discusso per più di mezzo secolo, è stato simbolo e crocevia della grande finanza. Con la sua scomparsa finisce un’era e potrebbero cambiare gli assetti del potere economico nel nostro Paese. IL DECESSO - Il banchiere era stato ricoverato giovedì sera nel Centro cardiologico Monzino per un improvviso aggravamento delle sue condizioni. Già nelle scorse settimane aveva subìto altri ricoveri per problemi respiratori e complicazioni renali. Ma il decesso è stato coperto dalla stessa riservatezza che ha caratterizzato tutta la sua vita: sarebbe avvenuto per arresto cardiaco nelle prime ore del mattino. Ieri, prima che si diffondesse la notizia, i familiari hanno trasferito la salma nella villa di famiglia a Meina, sul Lago Maggiore, dove oggi si terranno i funerali.
IL TRIBUTO - Cuccia è stato ricordato da tutte le autorità. Il presidente della Repubblica Ciampi ha detto di «averne ammirato le virtù morali»; per il premier Amato «ha rappresentato il meglio del capitalismo italiano». «Perdiamo un protagonista», ha detto Giovanni Agnelli.

Corriere della Sera
24 giugno 2000


L'ultimo saluto di Ciampi :"l'Italia gli deve molto"

E Amato: una volta mi disse "ritrovate la dignità"...



ROMA - "L'Italia gli deve molto". Carlo Azeglio Ciampi in una battuta riassume "il senso" delle reazioni di cordoglio del mondo politico alla morte di Cuccia. Dal presidente della Repubblica al presidente del Consiglio ("ha rappresentato il meglio del capitalismo italiano", ha commentato Amato), dal segretario dei Ds Veltroni al capo dell'opposizione Berlusconi, i presidenti di Camera e Senato, tutti ricordano oggi le qualità professionali e umane del presidente di Mediobanca. Con qualche piccola eccezione, come nel caso del leghista Borghezio ("Cuccia era il capo di una superlobby occulta"). Il presidente della Repubblica ha inviato alla famiglia Cuccia un messaggio, che si apre con queste parole: "Apprendo la notizia della scomparsa di Enrico Cuccia con profonda tristezza e turbamento. Questi sentimenti sono condivisi da tutto il mondo della finanza e dell' economia italiana che, per decenni, ha avuto in lui uno degli animatori di quel grande processo di sviluppo che ha portato l' Italia all' avanguardia dell' economia europea". Ciampi ha sempre ammirato "la saldezza delle sue virtù morali, la sobrietà e il rigore di vita, la condotta schiva da ogni protagonismo". Cuccia mise la sua sapienza e il suo intuito di grande banchiere d' affari al servizio non soltanto dell' istituzione che guidò per decenni, ma della modernizzazione e del consolidamento di tutto il tessuto finanziario e industriale del nostro Paese.
Una figura "complessa", secondo il presidente del Consiglio, "un uomo di grande cultura, di valori profondamente democratici che, a suo modo, ha fatto parte anche della storia politica d'Italia". Giuliano Amato ieri ha colto l'occasione della consueta conferenza stampa di fine Consiglio dei ministri per ricordare la figura di Enrico Cuccia, rivelando alcuni particolari dei suoi rapporti con il mondo della politica. Una delle confidenze di Cuccia la raccolse proprio Amato durante un incontro di alcuni anni fa al quale parteciparono acnhe Giovanni Spadolini e Giorgio La Malfa: "Dopo il grande terremoto della politica italiana, Cuccia vedeva arrivare alla politica figure che venivano dal mondo imprenditoriale. Mi impressionò - ha spiegato Amato - che lui, uomo di impresa, dicesse: "Non potete permettere che questo accada. La politica deve saper ritrovare la dignità per essere quella cui il paese viene affidato"". Tra le cose che Amato ha apprezzato di Cuccia c'è il fatto di "aver legato imprese a imprese e non imprese a banche e a politica". Tra quelle che invece il premier non ha proprio apprezzato c'è "la rete delle partecipazioni di Mediobanca, perchè "ho sempre pensato che potessero essere un passaggio iniziale ma non una stabilizzazione di incroci".
Addolorato per la scomparsa di Cuccia è Massimo D'Alema, che considera "un onore "aver avuto la possibilità di conoscerlo e aver potuto apprezzare la lucidità e la lungimiranza delle sue riflessioni". E nel messaggio inviato ai dirigenti di Mediobanca e ai familiari di Cuccia, l'ex presidente del Consiglio ricorda che è scomparso un grande protagonista "non solo del'economia italiana ma della vita civile e democratica del nostro Paese". Silvio Berlusconi non ha dubbi: "Cuccia era unico: per la sua età veneranda, per la sua lunghissima esperienza, per la sua lealtà senza paraocchi, mai supina verso l'establishment capitalistico italiano".

La Repubblica
24 giugno 2000


L’INTERVISTA / L’ex presidente: quando ebbi l’incarico di riequilibrare l’assetto di Mediobanca Cuccia favorì l’arrivo di nuovi soci

Maccanico: stimava D’Alema, del Cavaliere non parlava mai


ROMA - «Non era un uomo freddo e distaccato come lo hanno sempre descritto. Ricordo che mi parlava spesso con passione delle sue esperienze giovanili, dei suo interessi per l’arte e la letteratura. E anche dei politici...». Antonio Maccanico, oggi ministro per le Riforme istituzionali, aveva un doppio legame con Enrico Cuccia. Il banchiere di via Filodrammatici era uno degli amici più stretti di Adolfo Tino, antico presidente di Mediobanca e zio di Maccanico. Ma anche il ministro occupò quella stessa poltrona di comando tra il 1987 e il 1988, quando la banca d’affari fu privatizzata con un’operazione assai complessa che tenne banco per mesi sulle pagine di cronaca finanziaria.
Quando lei arrivò a Mediobanca valeva la celebre regola di Cuccia: «Le azioni non si contano, ma si pesano», un modo per blindare le società nelle mani di soci minoritari...
« L’idea che Cuccia fosse ostile al nuovo capitalismo è uno stereotipo non vero. Tanto che quando io ebbi l’incarico di riequilibrare l’azionariato di Mediobanca, chiedendo un maggiore contributo ai soci privati, lui si trovò perfettamente d’accordo. Anzi Cuccia aveva la preoccupazione costante di aprire la platea di soci ad altri imprenditori, purché fossero validi».
Ma il mondo di Cuccia finiva in Mediobanca e dintorni? O c’era dell’altro?
« Tutt’altro. Era un uomo di grande spiritualità. Mi raccontava spesso di lunghe discussioni con il professor Luigi Firpo o con il suo amico Indro Montanelli. Si era interessato poi dell’edizione critica delle opere di Cesare Beccaria. Ed era un assiduo sostenitore dell’Istituto per i tumori guidato da Umberto Veronesi».
Quale fu la sua reazione quando la Guardia di Finanza in un’improvvisa incursione setacciò gli archivi di Mediobanca nelle stanze di via Filodrammatici?
« Era molto seccato. Ma non alzò mai il telefono per protestare con qualche potente» .
Si occupava anche di politica?
« Era stato molto legato a Ugo La Malfa, Leo Valiani e al vecchio troncone del partito d’azione...».
E chi stimava di più tra gli uomini politici «moderni»?
« Parlava bene di D’Alema. E a suo modo anche di Romano Prodi, nonostante ci fossero stati contrasti in passato».
Berlusconi?
« No, di lui non parlava mai».
 
Giuseppe Sarcina

Corriere della Sera
24 giugno 2000


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