I SOCIALISTI ED IL SIMULACRO DELL’ULIVO

Più che “Ulivo”, dovremmo chiamarlo “Araba Fenice”. Con una tempestività da fare invidia all’uccello mitologico, ha tenuto banco nei pourparler d’ombrellone la proposta di una lista comune tra tutti i partiti del centro – sinistra, da Cossutta a Mastella, nella speranza di poter affrontare con successo le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. È un copione già andato in scena cinque anni fa, quando Veltroni ed i prodiani lanciarono per ben due volte l’idea di torchiare tutti i partiti della coalizione nello stesso frantoio: prima in occasione delle elezioni amministrative, poi alla vigilia di quelle europee. Non paghi del vistoso insuccesso che una simile soluzione aveva incontrato alla prova delle regionali lombarde nel 2000, i corifei della vaghezza ulivista hanno creduto opportuno riesumarla, affidandosi ad uno degli sporadici appelli che di tanto in tanto Romano Prodi dirama dal suo esilio dorato di Bruxelles. Più che al riscatto dell’Ulivo, sembra di assistere ad un caso di accanimento terapeutico. Sul piano del consenso, inoltre, non si riesce a capire quali effetti positivi discenderebbero dal “listone” nel contesto di una consultazione col sistema proporzionale puro, in cui se divisi, non solo non si è canaglia ma, per via delle competizioni che naturalmente si innescano all’interno dei rispettivi poli, si ottengono maggiori suffragi. Vale la pena di sacrificare un non inverosimile successo complessivo delle varie liste di centro – sinistra sull’altare di un ulivismo infecondo? 
A sentire Enrico Boselli, la risposta sarebbe affermativa. Il presidente dello SDI si è arreso alla logica del “volemose bene”: e se non ci staranno proprio tutti nella lista “monstre”, gli va bene anche un’intesa a tre con DS e Margherita. Sorge il sospetto che si tratti di un altro stratagemma per non proporsi all’elettorato con la scabrosa (per Boselli) etichetta “socialista”. E se Intini cerca di ricondurre tutto ad una qualche logica, argomentando che l’obiettivo della “Casa dei Riformisti” deve essere l’ancoraggio della Margherita bifronte al PSE, Willer Bordon ribadisce il no svariate volte pronunciato dai rutelliani ad un loro ingresso nella famiglia socialdemocratica. Il deputato triestino non fa mistero di vedere il probabile sbocco del “listone” in un gruppo a sé stante dell’Ulivo al Parlamento Europeo. C’è da chiedersi quale possa essere la reazione del resto dell’Assemblea di Strasburgo di fronte alla richiesta di costituire all’interno di un organo comunitario un gruppo parlamentare identificato in base ad un fatto politico nazionale. Un’idea degna di Le Pen, ma che consentirebbe alla Margherita di bypassare il problema della propria identità e trascinare gli altri alleati nello stesso limbo. 
Occorre tutto il nostro orgoglio socialista per scongiurare i vari scompensi che il feticismo ulivista sta inferendo. Una sola lista di tutto il centro – sinistra trasformerebbe Bertinotti e gli altri comunisti nei soli alfieri della Sinistra (sempre che si faccia lo sforzo di ritenerli di Sinistra…). Inoltre, privilegiare il mosaico del centro – sinistra all’unità socialista, fornisce al Nuovo PSI una valida scusante per non sciogliersi dal patto con Berlusconi, e può permettere a De Michelis di proporsi come il leader della sola formazione socialista presente alle europee, nonostante l’alleanza con la Destra liberista. 
Fa bene Formica a non sprecare altro tempo con chi, sprovvisto di fermezza e di una coerente linea politica, cambia dama ad ogni giro di valzer (e potrei citare Segni, Dini, Cossiga e la Francescato, tra i vari personaggi che hanno volta a volta “coperto” Boselli e Del Turco). Visto il rifiuto dello SDI di accollarsi il compito dell’unità socialista, siano “Socialismo è Libertà”, i Socialisti Riformisti ed i partiti socialisti regionali ad impegnarsi per una lista socialista unitaria tanto alle prossime amministrative che alle europee, aperta anche ai compagni del Nuovo PSI ove riconsiderino le loro alleanze. I due appuntamenti devono offrire agli elettori della Sinistra riformista l’occasione di votare uno stesso simbolo unificante, tanto negli enti locali quanto in Europa. E soprattutto, qualunque patto tra i socialisti non potrà essere solo un istantaneo accordo elettorale, ma il primo stadio di un’inconvertibile amalgamazione.

ANTONIO MATASSO

Presidente dei Socialisti Riformisti Siciliani
Componente della Direzione Nazionale di “Socialismo è Libertà”

9 agosto 2003


Ricominciare da capo

Dalla risposta di Formica a Boselli, riportata su Domani Socialista del 30 luglio, estrapolo questa frase: 
«per accelerare un ricambio delle elités dirigenti del paese in un quadro istituzionale di superamento della fallita seconda repubblica e dei suoi soci di riferimento (Ulivo e C.d.L.).» 
Anche questo è un punto fermo per qualsiasi progetto finalizzato a ridare alla politica uomini e valori rispondenti alle esigenze sociali di un'Italia in mezzo al guado.
Alla prima occasione, che mi auguro avvenga quanto prima, vorrei portare alla vostra attenzione alcuni contributi finalizzati a favorire l'aggregazione di soggetti sociali organizzati (che possono avere, ora più mai, una valenza politica) aventi un minimo comune denominatore sui valori fondamentali e parallelamente capaci di essere complementari per un'azione politico-sociale tendente a realizzare obiettivi comuni.
Il Bel Paese (nonostante il banale apparente) si muove, anche se per ora è come un tessuto a macchie di leopardo con tante oasi piene di vitalità che tengono insieme una società da cui la piccola politica del momento è completamente avulsa. 
Certo diventa difficile fare certi discorsi a chi ha paura di uscire dall'ombra dell'albero sotto cui si è rifugiato. Così come è difficile per il cortigiano abbandonare la corte del signorotto almeno sino a quando la corte esiste. 
I nostri interlocutori sono i più vari e certamente dobbiamo partire dai più liberi sia che lo siano perchè non si ritrovano nella politica artificiale del momento, sia perchè "non ammessi" al banchetto della politica attuale dove non è gradito nè l'apporto di esperienza nè l'energia degli ideali. 
L'Italia è piena di soggetti che per esperienza e volontà costituiscono il vero patrimonio sociale del nostro Paese ed è con questi soggetti, più o meno organizzati, che dobbiamo costruire la nuova fase della Repubblica Italiana, parte vitale ed attiva della nostra realtà condominiale costituita dall'Unione Europea.
Allargare la base della torre per poter salire più in alto: questo, unitamente ad un'originalità da scoprire e da attuare, deve essere l'obiettivo primario. 
In politica non ci sono scorciatoie: la cosiddetta seconda repubblica, nata più come un insieme di " furbate" che come un progetto onesto e lungimirante, lo dimostra. 
Al punto che, molti dicono: dobbiamo ricominciare da capo. E come? Come si fa a costruire su un palazzo ancora pieno di inquilini che, per lo più, difenderanno con i denti la sedia in quanto consapevoli della loro precarietà politica, fondata su uno scranno sospeso nel vuoto, senza base sociale? Di questo dobbiamo parlare.
Per non dilungarmi e soprattutto per verificare se "in casa" vi è un interesse all'ascolto ed al dialogo sui temi accennati, rimanendo a disposizione per contribuire con altri al bene sociale di questa nostra Italia, fraternamente saluto.

Enrico Gervasoni 
Bergamo, 31 luglio 2003


Le incertezze dello SDI

Qualche mese fa, leggendo la Gazzetta Politica annotavo una frase di Leo Longanesi che appariva adatta a definire la condizione di noi socialisti; la massima è la seguente: “Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi”. 

Quando decidemmo d’essere partecipi dell’edificazione di un grande progetto socialista attraverso Socialismo è Libertà fu proprio una idea forza espressa nelle lettere di Rino Formica che mi colpì, egli esprimeva nelle sue missive una forte tensione verso la libertà che era quello che io cercavo. La mia adesione, il mio lavoro di questi anni è stato fatto con grand’umiltà e tanta passione, con una forte ricerca di libertà, con la voglia di risvegliare il popolo socialista disperso e distratto, svogliato e abbandonato.

Ecco perché, contrariamente a quanto avevo in mente, ho deciso di non scrivere una lettera aperta ai segretari dei partiti socialisti affinché questi possano offrire ai loro militanti un’opportunità di riscatto attraverso liste unitarie alle prossime elezione europee.

Sarò presuntuoso ma penso che il dramma socialista stia tutto nell’incapacità della cosiddetta “base” di scegliere il proprio percorso e quindi scrivo direttamente ai compagni che vorranno leggere due righe scritte male, ma con tanto amore per la nostra causa. 

Qualche anno di politica attiva mi spinge a capire e a non condividere i giochi elettorali dello SDI e del NPSI; non capisco e non condivido il silenzio dei molti compagni che incontro, e che qualunque sia il partito di appartenenza, manifestano una forte esigenza di unità dei socialisti ma poco fanno a livello loca per invertire la rotta da capitani senza brevetto alla guida di piccole barche, destinate a rubare la scia di imbarcazioni più grandi.

Il principale obiettivo di Socialismo è Libertà resta quello di edificare sulle macerie di ciò che di materiale è rimasto ai socialisti, abbiamo una grande forza che è la nostra povertà, non abbiamo beni da tutelare, abbiamo idee e passioni, abbiamo ripreso a sognare ma ad occhi ben aperti e con i piedi per terra. 

Dopo il dietrofront della dirigenza SDI, che nelle sedi ufficiali si esprime nel senso di favorire la creazione di un forum socialista (che felicità quando Boselli rubò la nostra idea!!!) per poi realizzare capriole creative pur di non scontentare l’amico Prodi e sostenere l’orgia dei falsi riformismi prima, e appena passati tre giorni, dopo gli schiaffi ricevuti da chi riformista non è e con i socialisti non ci vuole stare, l’orgia si trasforma in rapporto a tre dove margherite e rose possono solo essere di contorno e abbellimento ad una quercia un po’ malandata dai caldi estivi. Certo sotto l’ombra si trova buon riposo e ospitalità ma non è quello che vogliamo.

Una pubblicità simpatica in questi giorni della RAI dice: “Noi abbiamo altri programmi”, lo stesso diciamo noi pur senza televisioni a servizio (abbiamo rifiutato le gentili concessioni che Berlusconi poteva offrire). Stiamo realizzando delle assise in cui presenteremo le nostre tesi programmatiche, scenderemo fra le gente, saremo guerriglieri, e come armi useremo la nostre idee. 

A qualcuno parrà un’utopia la nostra, per noi che non sappiamo fare calcoli e che, come gli innamorati spendiamo tutto per la nostra causa, per la causa del socialismo, è un dovere e una passione ciò che stiamo facendo.

Oggi avere un sussulto di dignità, lavorare per la rinascita di un partito socialista non è più questione semplicemente politica, non è lo è per un giovane di ventiquattro anni come me e non lo è ancor di più per chi da una vita ha militato con il PSI, non lo è per i dirigenti dei micro-partiti attuali, oggi ci troviamo difronte ad una questione di dignità, ad questione di libertà. O scomparire con un seggio in parlamento, o scegliere di esserci con la nostra storia, il nostro cuore, forse con grandi difficoltà, ma esserci ed esserci da socialisti.

Cari compagni, a voi la scelta.

Sandro D’Agostino, 
Resp. Org. Costituente PSE
Direzione Naz. Socialismo è Libertà
29 luglio 2003


Lista socialista alle europeee
per le prossime elezione Europee una lista unica SOCIALISTA 
per questo progetto sono a disposizione 
un saluto

Angelo PISANO
26 luglio 2003


TUTTI UNITI DA EPIFANI A DE MICHELIS?

"I socialisti ovunque siano collocati, dicono tutti le stesse cose": così Claudio Martelli in un articolo sul "Riformista" commentando e riprendendo alcune riflessioni del politologo Sergio Romano.
Su questa frase, indubbiamente attraente ed accattivante, si sta coltivando l'idea (o l'illusione?) di una riunificazione della diaspora socialista.
Io credo che al di la delle belle frasi (che lasciano il tempo che trovano) dobbiamo interrogarci su un punto essenziale: ha un senso politico parlare ancora di riunificare i socialisti?
Bene, io credo che quella cosa definita un po' pomposamente la "diaspora socialista" è più modestamente la diaspora di frammenti di ceto politico ex-socialista che è alla disperata ricerca di una propria collocazione. E di certo non molto interessato alla ripresa delle ragioni forti della tradizione socialista italiana.
Non mi riferisco certo ai padri nobili come Rino Formica nei confronti del quale va tutto la mia stima politica ed umana apprezzando il grande sforzo che sta mettendo in campo per rilanciare le ragioni del socialismo.
Sono altri che non hanno le credenziali giuste. Ad esempio coloro che in questi anni si sono particolarmente distinti per una sorta di pendolarismo tra i due poli alla ricerca disperata di un "posto al sole". E che alla fine, poiché il posto al sole non l'hanno trovato sostengono che i socialisti debbono stare autonomi dai due poli. Hanno costoro la credibilità politica e personale per potersi rileggittimare come leader?
Ma poiché non voglio eccedere in un certo tipo di polemiche, cerco di entrare nel merito delle cose dette da Romano e riprese da Martelli.
E' proprio vero che i socialisti (o presunti tali) dovunque sono collocati dicono le stesse cose? A me non pare.
Mi chiedo e vi chiedo: Epifani e Brunetta dicono le stesse cose? Giorgio Ruffolo e De Michelis dicono le stesse cose? Prendete tutto lo spettro delle problematiche possibili,dalla politica internazionale alle politiche economiche e sociali e verificate se le persone suddette (tutte provenienti dal PSI) dicono le stesse cose. Pare proprio di no.
Forse l'unico elemento che accomuna le posizioni degli ex PSI è il garantismo e l'insofferenza verso le posizioni giustizialiste ed illiberali (presenti in entrambi poli). Ma è veramente troppo poco per costruire un minimo comune denominatore politico.
Ma dobbiamo porci anche un altro quesito. Tutti quelli che hanno militato nel PSI sono effettivamente socialisti? La domanda può sembrare provocatoria. Essa ha comunque un suo senso.
A mio modesto avviso chi consapevolmente si colloca nel centrodestra, si allea con esso o assume atteggiamenti di pendolarismo politico non può essere considerato socialista. E non mi si accusi di settarismo per favore!
Se noi diciamo (con un po' di retorica) che i socialisti "sono" la sinistra è evidente che chi si colloca in un'area politica che si pone in antagonismo ai valori socialisti può, al massimo, essere considerato un ex socialista; uno che (legittimamente per carità) ha cambiato idea. Pertanto quanto sento un Brunetta dire che lui è un socialista in Forza Italia, io sinceramente m'incazzo.
Il problema non è solo Brunetta. Ma vi pare che le posizioni attuali di De Michelis (ed in parte anche di Martelli) abbiano qualcosa a che vedere con la tradizione del socialismo italiano? A meno che questi signori non abbiano una idea tutta loro di quella che è la tradizione socialista (un idea che poco corrisponde alla realtà storica).
In conclusione io credo che non sia un caso che taluni pezzi del vecchio ceto politico del PSI si sia collocato a destra o in posizioni ambigue. In loro era probabilmente già maturato un forte distacco dai valori e dagli ideali socialisti.


Giuseppe Giudice

12 luglio 2003


Per le elezioni europee

L'assenza dei socialisti dalla scena politica italiana ha ormai superato i dieci anni.
Dieci anni di infinita transizione verso una seconda repubblica che non è mai arrivata, dieci anni nei quali la politica è diventata una campagna elettorale permanente fatta solo di slogan e anatemi.
Il dibattito sul merito dei problemi è scomparso, è rimasto soltanto un piccolo cabotaggio quotidiano su piccole questioni, nel disperato tentativo di conquistare la tanto agognata "visibilità".
Dieci anni di tentativi (tutti falliti) per ricomporre la nostra diaspora, e riacquistare la possibilità di fare politica.
2004: ci sono le elezioni europee, il sistema elettorale è quello proporzionale, il treno è l'ultimo: chi è socialista e ha buona volontà parli ora o taccia per sempre.

Giuseppe Cuoco 
Torino, 7 luglio 2003


Il coordinamento nazionale di "Socialismo è libertà" ed il referendum sull'art.18:

Fare ricorso allo strumento del referendum abrogativo di un frammento di legge è utile per regolare i conti interni in un sindacato radicalizzato o in un partito in crisi di identità.

L'abbandono della via legislativa per una proposta organica di revisione più moderna e più garantista dello Statuto dei Lavoratori, rende incerta e precaria la prospettiva di una concreta ed immediata possibilità di cambiamento.

La iniziativa referendaria è demagogica, e quindi velleitaria e dannosa. 

Collegare ed intrecciare le lotte sociali con le lotte politiche è il compito storico del socialismo riformista.

L'astensione è una risposta giusta ad un quesito sbagliato.

Ma l'astensione non deve essere un alibi per chi non vuole cambiare.

Una più alta e più nobile regolamentazione per la diffusione dei diritti sociali in un quadro di una nuova e diversa democrazia economica, è questione matura e deve essere posta all'o.d.g. del Paese.

L'Associazione "Socialismo è libertà"mentre sostiene la posizione della UIL e della CISL,che si sono pronunciate per l'astensione, si rivolge ai parlamentari di storia e di tradizione socialista e riformista ed a quella grande corrente di pensiero e di dottrina che si formò negli anni '60 attorno al socialista riformista Brodolini ed al cattolico-sociale Donat-Cattin, perchè sia avanzata unitariamente una proposta di revisione dello Statuto dei Lavoratori, facendo anche ricorso ad una modifica costituzionale che introduca il referendum propositivo, autentico strumento di genuina democrazia diretta.

Astensione non è diserzione se è rifiuto al tanto peggio tanto meglio.Siamo per il meglio senza il peggio.

Estendere i diritti dei lavoratori,consolidare e difendere i diritti civili e politici dei cittadini è la ragione di vita del riformismo sociale e politico.

Fare ricorso allo strumento abrogativo di un frammento di legge è utile per regolare i conti interni in un sindacato radicalizzato o in un partito in crisi di identità.

L'abbandono della via legislativa per una proposta organica di revisione più moderna e più garantista dello Statuto dei Lavoratori rende incerta e precaria la prospettiva di una concreta ed immediata possibilità di cambiamento.

La iniziativa referendaria è demagogica, e quindi velleitaria e dannosa.

Collegare ed intrecciare le lotte sociali con le lotte politiche è il compito storico del socialismo riformista.

L'astensione è una risposta giusta ad un quesito sbagliato.


Non illudiamoci 

Non illudiamoci, la vittoria del centro sinistra nelle elezioni amministrative, con il suo apice nel Friuli Venezia Giulia, non attesta affatto l'esistenza della maggioranza politica nel Paese dei partiti d'opposizione. Il dato è positivo ma è pur sempre un voto amministrativo e non (lo è solo tendenzialmente) politico.
La somma delle ragioni, politiche, programmatiche e personali, che localmente fanno sì che si uniscano tutte le forze d'opposizione, non sono riproducibili, automaticamente, a livello nazionale.
Così com'è vero che una consultazione elettorale di metà legislatura penalizza sempre chi governa.
Il fatto, incontrovertibile, che uniti si vince e divisi si perde, era ben noto anche nelle ultime elezioni politiche, perse dal centro sinistra, che hanno consegnato il governo del nostro Paese al centro destra di Silvio Berlusconi.
I "bambini" della politica italiana fanno benissimo a fare la somma delle caramelle, loro "promesse" dai rispettivi genitori-elettori, ma, farebbero ancor meglio a non litigare per la loro spartizione, ancor prima d'averle effettivamente nelle proprie tasche.
E' storia antica. Se io apporto più voti voglio più potere. Se io sono portatore di valori e d'idee migliori e più giuste delle tue, non posso accettare le tue imposizioni e le tue scelte programmatiche. O, peggio, se lo faccio è solo per raggiungere un accordo "obbligato" che, sicuramente, disattenderò quanto prima mi sarà possibile farlo.
Questa "logica" opportunistica è, ovviamente, propria di tutte le alleanze, sia di centro sinistra che di centro destra, come attesta, appunto, la sconfitta di questi giorni dell'alleanza governativa, ma, storicamente, è all'interno della sinistra italiana di matrice socialista e post comunista che essa si consuma con maggior danno, per se stessa, per l'alleanza di centro sinistra e per il Paese.
Comunque si guardi, il problema resta lo stesso: come rendere unita la sinistra italiana, come sommare e fondere tra loro le anime, riformista e massimalista, che in lei si esprimono e si scontrano da quando la sinistra esiste.
Le innumerevoli scissioni che hanno flagellato, via via, i suoi partiti maggiori ne sono la testimonianza incontestabile, ed è incredibile, almeno per me, constatare che, nonostante questo fatto storico negativo sia sotto gli occhi di tutti i protagonisti odierni della sinistra socialista e post comunista italiana, nulla, o quasi, si stia facendo per darvi un'adeguata e indispensabile soluzione.
E non si dica, strumentalmente, che il massimalismo e il riformismo non sono tra loro compatibili e che mai potranno convivere all'interno di un solo partito: in ogni partito, all'interno d'ogni partito, socialista o post comunista, già oggi, vi sono contenute aree politiche che fanno, prevalentemente, riferimento all'uno o all'altro modo di concepire la politica e la funzione della sinistra.
E' nel suo dna, fin dal suo sorgere, è nel sangue che scorre nelle vene di chiunque appartenga alla sinistra, anche individualmente, l'una e l'altra tendenza.
Occorre governarle entrambe con l'intelligenza, con il buon senso, con quella dose di realismo che impone, ogni volta, di far prevalere l'una sull'altra e viceversa.
Non è un'aberrazione politica dire che ha una sua ragion d'essere anche il riformista di sinistra che diventa massimalista, ad esempio, per difendere principi fondamentali, così come un massimalista può divenire un riformista di fronte all'evidenza e alla necessità di riformare una legge che non da i risultati che si era pensato avrebbe conseguito.
L'errore sta nel fatto d'essere, sempre e comunque, rigidamente e inconciliabilmente, l'uno o l'altro, a prescindere dalla realtà delle cose che accadono. Questa è cecità politica, ottusità e autolesionismo: esattamente quello che, purtroppo, esprimono oggi la sinistra socialista e quella post comunista italiana.
E', questo, uno dei presupposti per perdere le prossime elezioni politiche nazionali e quelle amministrative a Bologna e, forse, anche a Forlì, al di la del risultato positivo di domenica scorsa.

Alessandro Guidi
Consigliere comunale di Unità Socialista
30 giugno 2003


Uomini di gomma

Erano gli uomini di marmo, i comunisti del Pci, ma oggi oscillano tra vecchio catastrofismo e mito dell’onnipotenza tecnica, metà antiglobal metà seguaci del guru Bill Gates 

di Carlo Correr 

“Una svolta liberale sarebbe stata benvenuta, naturalmente. Altroché. Ma qui non c’è stata una svolta. Non c’è stata nella sinistra, o non c’è ancora stata una rinascita liberale fondata su un’autentica conversione intellettuale e morale. No. C’è stato un adattamento liberista e libertino fondato sull’amnesia…”. Il capo ufficio stampa e principale collaboratore di Achille Occhetto, Massimo De Angelis, dopo oltre un decennio ha deciso di affidare alle pagine di un libro – Post. Confessioni di un ex comunista. - il ricordo delle riflessioni che portarono alla svolta del Pds. È l’esito di una disillusione, di un revisione profonda, di una vera e propria abiura e conversione. Pubblico e privato si intrecciano. Per De Angelis il comunismo non solo è morto nell’89, ma si è rivelato nella sua essenza: un’ideologia totalitaria altrettanto perniciosa quanto il nazismo.

La vicenda personale è profondamente radicata in quella del partito, ma è anche un viaggio nella cultura politica della sinistra comunista, nei suoi vizi e nei suoi luoghi comuni, e attraverso i rapporti che questa ha avuto prima col fascismo e poi con l’antifascismo, con la nascita della Repubblica, con il compromesso storico e tangentopoli, con i girotondini e i no-global.

De Angelis comincia proprio dalla svolta del Pds perché, scrive, “non solo tale vicenda ha segnato la mia esistenza ma perché credo che in quel passaggio sia racchiuso un succo importante della nostra generazione. Che riguarda il suo legame con la generazione passata e le sue prospettive future e che spiega, sulla base di una memoria selettiva ereditata e delle unilateralità della propria condotta interiore ed esteriore, l’odierna grande amnesia”.

Amnesia? Sì, una comoda amnesia che consente ancora oggi di dimenticare cosa è stato il comunismo e di dimenticare anche che quando quella realtà venne svelata, venne rimossa, senza veramente esaminarne a fondo le implicazioni e le conseguenze. L’amnesia è anche quella di tanti dirigenti e quadri del Pci che dopo il crollo del Muro, di fronte alla ormai ineludibile necessità di una profonda revisione, finsero di non comprendere il tentativo di Occhetto, oppure di piegarlo per tornare col Pds, poi Ds, a ripercorrere la vecchia strada anziché tentare di tracciarne una nuova.

“Siete stati uomini di marmo. Non sarebbe un bel guadagno diventare uomini di gomma”. Era Bettino Craxi a parlare, era il congresso del Pci a Bologna del 1990 e potrebbe proprio aver avuto ragione visto che oggi – confessa amaramente l’ex portavoce di Occhetto - “oscilliamo tra vecchio catastrofismo e mito dell’onnipotenza tecnica, metà antiglobal metà seguaci del guru Bill Gates. La società del benessere ci ha sempre dato fastidio ma oscilliamo tra anticapitalismo e consumismo”. 

Quella di Occhetto è stata “una svolta obbligata e tardiva”. De Angelis lo ammette, ma quella svolta, almeno nelle intenzioni, voleva essere un nuovo inizio, un tentativo di non buttare a mare col vecchio partito un’intera generazione lasciandola senza punti di riferimento. Un compromesso, ma un compromesso coraggioso perché nelle intenzioni doveva aprire la strada al Partito democratico. “Noi non abbiamo voluto cambiare il mondo. Noi abbiamo voluto cambiare noi stessi. E, sapendo che la nostra anomalia aveva determinato altre anomalie: l’assenza di alternanza, l’unità politica dei cattolici, la divisione a sinistra, abbiamo intuito che il nostro cambiamento poteva consentirci di cambiare a fondo l’Italia”.

E perché il Partito democratico e non un nuovo partito della sinistra con il Psi di Craxi? “Per molteplici motivi. Ma intanto per uno immediatamente soppesabile. Se la storia aveva creato da tempo un solco tra Psi e Pci, le contrapposte politiche di Craxi e Berlinguer avevano aperto una voragine. Una decisione che insieme cancellasse il Pci e anche, unilateralmente, la diversità del nuovo partito della sinistra dal Psi, una decisione che mettesse insieme queste due cose qui, essa sì sarebbe stata allora irrealistica”. 

Come poi sia andato a finire l’esperimento di Occhetto di andare “oltre”, di riformare la politica, e non solo la sinistra, è cosa nota. Un fallimento che dovrebbe pesare integralmente su buona parte del gruppo dirigente di allora e non solo su D’Alema. Ce n’è per tanti, non solo per d’Alema ma anche per Veltroni e Fassino, troppo reticenti, pavidi; c’è più di una traccia di astio, lo stesso astio che si ritrova oggi negli interventi pubblici di Occhetto, un astio che pare non tener conto che buona parte del partito allora, e forse anche oggi, non solo non digerì, ma neppure comprese le ragioni della svolta e non poteva neppure lontanamente rinunciare al ruolo egemonico del Pci in nome di un futuro politico assai incerto.

Si può dire leggendo oggi questo libro, che Occhetto e il ristretto gruppo che ne condivise fino in fondo le aspirazioni e le ragioni, sia andato veramente fino in fondo nella revisione del proprio pensiero politico. La condanna del comunismo – e del marxismo - è totale e senza appello. Non solo comunismo e nazismo sono sullo stesso piano, ma il primo ha potuto continuare a corrodere, inquinare la democrazia ancora per decenni, permeando attraverso la liturgia dell’antifascismo la stessa carta costituzionale. La violenza stessa è alla radice del comunismo, perché l’uomo è solo uno strumento per raggiungere il fine. Ma l’A. non si limita a spiegare la ragione della condanna, illumina un aspetto affatto particolare del comunismo, ovvero quello del gregarismo, dell’adesione volontaria, totale, assoluta all’ideale.

“L’uomo reale, quello in carne e ossa, viene dunque nel comunismo assolutamente strumentalizzato. Viene ridotto in modo assoluto a strumento. Senza paragoni possibili con altre dottrine. È in questa riduzione a strumento dell’uomo reale, assoluta e senza precedenti, il nocciolo totalitario del comunismo”. Ecco dunque la passività, la spinta al cekismo, cioè alla delazione contro chi dissentiva e veniva considerato uno spregevole nemico. Nello sdoppiamento radicale dell’Io – come lo definisce Revelli – nella “esteriorizzazione” e nella “rinuncia a ogni autonomia individuale” si celerebbe “il meccanismo fondamentale e originario della formazione della coscienza totalitaria comunista”. La revisione di De Angelis è così radicale che si avverte la dimensione dell’abiura, l’affiorare di un altro pensiero forse non meno totalizzante di quello che si è appena lasciato dietro le spalle, un bisogno appena confessato di una visione superiore e salvifica. Si potrebbe dire che emerge il percorso sofferto e accidentato da una fede a un’altra, ma questo nulla toglie a un’analisi che è spietata, feroce, ma sempre coraggiosa e sincera. 

Ci piacerebbe che questo libro lo leggessero in tanti, soprattutto nella sinistra, soprattutto tra i professionisti della politica. Ci auguriamo solo che non lo legga Berlusconi o qualche suo consigliere. Ci basta e avanza il suo anticomunismo da avanspettacolo, senza che si arricchisca di qualche argomentazione che merita ben altre attenzioni e sensibilità.

avanti della domenica 
anno 6 - numero 23 del 8 giugno 2003


La questione socialista e gli equivoci.


Ho aderito all'associazione "socialismo è libertà" (ne sono uno dei promotori nella mia regione) superando qualche perplessità iniziale. Le perplessità erano legate essenzialmente al rischio di costruire un nuovo inutile partitino o una aggregazione di reduci tenuti insieme dal collante del revanscismo a sinistra.
Tali perplessità sono state superate dalla partecipazione all'assemblea di Roma e dalla lettura dei primi atti dell'associazione.
Ma non c'è dubbio che alcuni equivoci permangono. Me ne sono reso conto leggendo l'articolo di Claudio Martelli di qualche giorno fa sul "Riformista".
Non v'è dubbio che le posizioni di Martelli sono posizioni personali e rispettabili (anche se non le condivido affatto nel merito) e pertanto non impegnano l'associazione in quanto tale. Ma tentare di far passare surrettiziamente il messaggio di una sorta di "terza via di Formica ed Angeletti" quale premessa alla costituzione di un soggetto partitico da presentare alle prossime europee o di una ricomposizione della microdiaspora partitica socialista in una prospettiva terzaforzista mi pare in palese contraddizione con gli scopi e le finalità dell'associazione.
Ora capisco bene che l'associazione è anche il frutto di un compromesso tra chi (come il sottoscritto e compagni come Artali) punta a costruire un luogo di incontro, dibattito ed elaborazione politica militante (da mettere a disposizione dell'intera sinistra) e chi invece punta (legittimamente) a costruire una nuova formazione partitica. Nessuno scandalo. Solo che questo compromesso occulta una contraddizione che prima o poi è destinata ad esplodere.
Proprio per questo è comunque necessario fare chiarezza almeno su di un punto: ciascun promotore dell'associazione è liberissimo di dar vita ad un partitino, o di farsi promotore di aggregazioni di partitini in vista delle europee; ma non può impegnare politicamente l'associazione. Verrebbe in tal modo meno la ragion d'essere di "Socialismo è Libertà". E si sprecherebbe una grande opportunità politica.
Mi sono soffermato finora sulle questioni attinenti al metodo. Vorrei brevemente soffermarmi sul merito politico.
Io ho trent'anni di militanza socialista (più di metà della mia vita). Sono stato il coordinatore dei laburisti nella mia regione, ho partecipato alla fondazione dei DS; sono uscito dai DS dopo la constatazione che la "Cosa 2" era un progetto non fallito ma abortito (pur nascendo da una giusta intuizione). Ma l'esperienza di questi anni ci dice che sono abortiti anche i vari tentativi di identificare la questione socialista con la ricostruzione di una appartenenza partitica socialista.
Né si può mettere sullo stesso piano la scelta di coloro che si sono collocati nella sinistra e nel centrosinistra (come i laburisti e lo SDI) con coloro che consapevolmente hanno tentato di ricostruire una formazione socialista nel centrodestra con la benedizione di Berlusconi.
Si possono formulare le critiche più spietate e severe alla sinistra attuale (e di critiche ce ne sono da fare!), ma la scelta di collocarsi in un campo politico che è per definizione antagonista alla collocazione naturale ed ai valori incarnati dai socialisti, non può non essere stigmatizzata gravemente. E' un punto di importanza politica cruciale!
E questo è un dato.
Andando al di là di tali dispute, v'è un altro punto ancora più importante. E' stato autorevolmente affermato che la questione socialista è il nodo centrale che l'intera sinistra italiana ha di fronte. Se ciò è vero essa non può essere concepita come la pura e semplice riorganizzazione degli ex militanti del PSI, bensì come un più vasto progetto di rifondazione della sinistra italiana.
Ora che questo processo di rifondazione abbia bisogno di un momento di ritrovo e di associazione (in forme non partitiche) di coloro che si riconoscono nella tradizione del socialismo italiano è assodato. Ma questo passaggio associativo non può perdere di vista il fine vero che è quello di contaminare tutta la sinistra delle idee e della progettualità socialiste.
Non sono pertanto affatto favorevole ad ipotesi di aggregazione elettorale per le europee su posizioni politicamente ambigue e destinate molto probabilmente ad un fiasco.
Dobbiamo renderci conto che se continuiamo a battere il tasto della nostalgia e del rancore non andiamo da nessuna parte. Non possiamo continuare a guardare la realtà del primo decennio del 2000 con gli occhi degli anni 80.
I DS hanno tutti i difetti di questo mondo. Ma è possibile, è realistica una rifondazione in senso socialista della sinistra che prescinda dai DS? 
Le critiche a questo partito vanno formulate con coraggio ma con spirito costruttivo. La politica italiana sta vivendo una crisi molto, ma molto grave. Noi socialisti potremo dare il nostro contributo per superarla se, forti della nostra grande tradizione saremo in grado di legarci al futuro e non rivolgere costantemente il nostro sguardo verso il passato trasformandoci in un statua di sale (scusate il riferimento biblico).


Giuseppe GIUDICE
7 giugno 2003


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