L’ex amministratore del Psi, divenuto poi ministro dei Trasporti e infine delle Finanze, dichiara in esclusiva a Clorofilla: “Il leader democristiano è stato ucciso perché giudicato insensibile al condizionamento di carattere internazionale”
Formica: “La verità su Moro è in una lettera a Taviani”
di Pino di Maula
Roma - «E’ morto per abbandono. Viene ucciso mentre il Pci sta per accedere al governo (e deve garantire di non avere alcun legame con frange sovversive del movimento comunista) e la Dc in crisi deve preservare una sua egemonia, ma deve anche utilizzare la forza dei comunisti come elemento di stabilizzazione. Tutto questo in un quadro internazionale dove le pressioni per un rafforzamento e prolungamento degli accordi di Yalta sono fortissime».
I mandanti della omicidio di Moro sono ancora vivi. E potenti. Lo lascia intendere chiaramente Rino Formica che non ha dubbi sulle dinamiche politiche che hanno portato all’eliminazione dello statista democristiano. Per lui, nell’affaire Moro, così come in tutti gli altri misteri italiani del dopoguerra, esiste un percorso visibile e un altro volutamente coperto per diverse ragioni. Che, dopo 25 anni, non si possono ancora spiegare «perché la verità scotta ancora ad una classe dirigente nazionale vivente».
Secondo l’ex ministro socialista esiste una verità giudiziaria con tanti lati oscuri ma anche un’altra - a suo dire più importante – che riguarda l’interpretazione storica di quei fatti invisibili.
D’accordo, ma esisteva o no un superservizio segreto, clandestino, alle dipendenze della presidenza del Consiglio, denominato Anello?
«Forse, potrebbe anche essere esistito. Ma meglio non perdersi nei singoli dettagli che potrebbero essere facilmente, e pericolosamente, manipolati per usi strumentali».
Tutti quei passaggi non chiariti (dal numero dei partecipanti all’agguato ai diversi covi del sequestro) per l’ex famoso amministratore del Psi, «hanno una rilevanza solo sul piano giudiziario e un loro eventuale chiarimento non aggiungerebbe nulla alla verità storica». Verità sulla quale l’ex ministro dei Trasporti, all'epoca del disastro del DC9 dell'Itavia (Ustica), sembra non avere dubbi.
Con 75 anni esibiti con classe, un passato prestigioso di ministro delle Finanze e tuttora considerato uno dei socialisti più rispettati, nonostante fosse stato anche lui coinvolto nel ciclone di Mani Pulite per gli appalti al porto di Manfredonia (vedi rassegna web con alcune ricerche storiche e di controinformazione), Rino Formica si limita a svolgere le funzioni di presidente dell’associazione Socialismo e libertà e spiega così in esclusiva a Clorofilla perché (e in qualche modo anche da chi) è stato rapito e ucciso il presidente della Dc.
«Dopo il sequestro scatta in forma inedita la politica della fermezza che non riguarda solo lo Stato che giustamente, una volta attaccato, dichiara subito di voler liberare l’ostaggio senza trattare. Meno comprensibile - aggiunge Formica - è quel concerto vastissimo di tutte quelle forze che si mette subito in moto per influenzare l’opinione pubblica. Si voleva ottenere a tutti costi consenso sulla «linea di condotta rigida, come si direbbe oggi, senza se e senza ma».
Alla fine di marzo, si svolge il congresso del Psi a Torino dove, negli stessi giorni, si va celebrando anche il processo alle Br. Formica, assieme ad altri socialisti della corrente di minoranza, chiede a Craxi di aggiungere nella sua replica finale un’invocazione per ricercare uno spiraglio utile a liberare il presidente della Democrazia Cristiana. «Bisogna tentare ogni strada per la salvezza di Moro»: era la frase suggerita da Giuliano Vassalli, amico da 40 anni di Moro, concordata nella camera d’albergo di Formica con Craxi e Maria Magnani Noja in contatto con uno dei mediatori più convinti della possibile salvezza di Moro, l’avvocato socialista Giannino Guiso, difensore del gruppo storico delle Br (da Renato Curcio ad Alberto Franceschini a Prospero Gallinari).
Tutto inutile. «Nei giorni successivi crescerà – racconta Formica - l’offensiva del “non trattare”: chi tratta viene considerato un brigatista o quanto meno un loro amico. E la vicenda Moro con la salvezza dell’uomo esce così dalla discussione politica». Il 9 aprile, le Br pubblicano un comunicato con in allegato una pagina del famoso memoriale dove Moro disegna un quadretto su Taviani definendolo come il garante in Italia di un equilibrio politico internazionale.
E allora?
«Allora, bisognerebbe studiarle con più attenzione quelle sue affermazioni. Taviani – continua Formica – rilasciò immediatamente una dichiarazione in cui le accuse di Moro venivano di fatto liquidate come una manifestazione della Sindrome di Stoccolma . E per rendere ancor più credibile la sua difesa si reca da un notaio autorizzando tutti, sin da allora per il futuro, a non prendere in considerazione neanche le sue parole qualora anch’egli rimanesse, un giorno, vittima di un sequestro».
Taviani prima di morire ha anche scritto un libro, rispondendo dopo 23 anni alle accuse di Moro.
In quel testo Moro appare come un personaggio scadente. Taviani cerca in ogni modo di squalificare lo statista Dc finanche con rivelazioni di cattivo gusto, parlando ad esempio di 20 milioni che Moro avrebbe ricevuto dal segretario di partito per qualche non meglio identificato contributo. Taviani, che a quei tempi parlava di un appoggio tutto a destra, di un'intesa con il Movimento Sociale come formula risolutiva della crisi italiana, tratteggia impietosamente la personalità di Moro per far crollare la sua immagine di statista, incapace – a suo dire – di comprendere la realtà internazionale.
Il Pci non fu però da meno?
Grazie a Carlo Donat-Cattin (vedi anche sul figlio Marco e sulla Commissione Stragi) sappiamo oggi di veri e propri plagi subiti dalla Dc in quel periodo. Fu lui – racconta Formica - a rendere noto come Galloni, incaricato in quei giorni dei contatti con i comunisti, telefonò a Chiaromonte per avere il visto da parte della direzione comunista su uno di quei famosi comunicati della fermezza.
Donat Cattin rivelò, in effetti, con un certo imbarazzo e forte sdegno come la Democrazia cristiana correggesse i suoi comunicati in base ai suggerimenti ricevuti da Botteghe oscure.
Tutto ciò mentre la Faranda e Morucci circolavano tranquilli, trasferendo documenti, prendendo contatti con i fiancheggiatori che a loro volta prendevano contatti con politici, mafiosi e terroristi.
E nessuno seguiva nessuno?
«La decisione di non agire fu unanime. Da una parte la destra e il centro, dall’altra la freddezza del Pci, scontenta peraltro della compagine governativa che si andava prefigurando con il Compromesso storico». Il giorno successivo al sequestro Moro ci sarebbe dovuto essere la presentazione del nuovo governo al Parlamento ma «non era affatto scontato il loro voto di fiducia. All’interno del Partito comunista c’era un certo malumore, e dopo il sequestro - ricorda Formica - dovettero subito affrontare un altro scottante tema: quello di dichiarare una sorta di guerra partigiana contro quelli che in qualche modo venivano, a torto o ragione, considerati i loro figli: le Brigate Rosse. Il Pci aveva il problema di dover dimostrare che non esisteva alcun legame tra loro e quei terroristi e che, se anche ci fosse stato in passato un qualche collegamento, da quel momento in poi tutti i cosiddetti rivoluzionari sarebbero stati rinnegati.
I comunisti sentivano, insomma, la necessità di allontanare con ogni mezzo anche la più labile possibilità di accusa di contaminazione con comportamenti violenti eversivi. Ma la Dc?
Il centro aveva un problema serio. A metà degli anni Settanta la Democrazia Cristiana era in crisi.
Il suo ciclo di egemonia politica si stava concludendo?
«C’è stato il famoso discorso di Moro al convegno democristiano: “Siamo stati compatti nel dire No al governo di emergenza. Nel dire No a una coalizione politico generale con il partito comunista. C’è da stupirsi che il Pci abbia voluto chiedere una cosa scontata che non potesse avere. Noi non possiamo fare un’alleanza con il Pci”. Un pensiero questo - spiega Formica - attentamente valutato non solo dai parlamentari ma anche e soprattutto nelle Cancellerie di tutti Paesi sia dell’alleanza che dell’Urss». Riprende quindi la lettura della relazione di Moro: “Un’intesa politica che introduca nel Pci in piena solidarietà politica con noi non la riteniamo possibile”. «E qui – sottolinea ancora Formica, sospendendo di nuovo la lettura del testo – c’è tutto lo sforzo dialettico di Moro». Riprende a leggere: “anche se rispettiamo altri partiti che la ritengono possibile in vista di un bene maggiore con un accordo impegnativo di programma”. «Qui – nota Formica - si riferisce ai repubblicani. Non dimentichiamo – spiega - che un anno prima, nel ’77, Ugo La Malfa aveva chiesto di porre fine all’embargo verso il Pci».
Quali furono le reazioni a quel suo discorso?
Con questo suo ragionamento contraddittorio e ambiguo Moro poté forse convincere la Dc ma non le Cancellerie atlantiche e sovietiche. Risulta ancor più chiara la debolezza di quell’analisi quando aggiunge: “Sappiamo che c’è in gioco un delicatissimo tema di politica estera che sfioro appena…..”. «Cioè Moro – spiega Formica – il punto centrale del problema, quello di un Paese di frontiera dove entra in crisi il perno di un equilibrio del sistema geopolitico, lo sfiora soltanto dicendo»: “Vi sono posizioni che non sono solo nostre ma che tengono conto del giudizio anche di altri Paesi di altre opinioni pubbliche con le quali siamo collegati”. Moro era dunque era molto bravo a risolvere spinose questioni interne con artifici retorici ma all’estero di lui si diceva: «Noi quello non lo capiamo».
Gli equilibri di Yalta correvano così il rischio di essere messi in crisi. Tutta qui il mistero su via Caetani?
Di certo, «la lettera di Moro (allegata al comunicato n° 5) e la risposta di Taviani, andrebbero esaminati meglio mettendoli in relazione e tenendo conto che Taviani aveva forti legami con Paesi come Stati uniti e Germania».
Vladimiro Satta, documentarista della Commissione Stragi, ma anche Paolo Mieli e molti altri le obietterebbero che si tratta di dietrologie. E che il triste epilogo del rapimento di Moro è dipeso solo da una scarsa capacità investigativa dei nostri servizi.
«Non credo nella debolezza dei Servizi di sicurezza. Non a caso, solo due anni dopo riuscirono a liberare il generale Dozier dalle Br.
Ma insomma, ci dica allora chiaramente quali sono state a suo avviso le responsabilità della Dc?
«La Democrazia cristiana – riprende sereno Formica - ha avuto come filosofia di fondo quella di mantenere un equilibrio che era per sua natura instabile (perché non consentiva l’alternativa), ma che di fatto è sempre stata stabile in questa instabilità, non poteva non perseguire una politica di contenimento degli altri poteri della società».
La Dc non si è mai posta il problema di liquidare i poteri diversi da quelli politici della società?
«La politica centrista è fondata su questo elemento: non far diventare mai forte, oltre una certa misura i poteri, di ogni natura. La convivenza con la mafia è stata una costante dalla liberazione fino agli anni ’80. Una politica centrista non può porsi il problema dello sradicamento degli altri poteri. Ecco perché non è contraddittorio che la Dc della stabilità nell’instabilità abbia avuto un rapporto con la mafia. Negli anni ’80 la mafia cambia natura con le plusvalenze delle droga diventa partito armato così come il comunismo che negli anni precedenti si era posto il problema del contenimento dei movimenti fondamentalisti e pacificamente rivoluzionari e deve rompere con loro quando questi diventano partito armato.
Negli anni ’70 c’è l’esaurimento di un sistema politico in cui le due forze, Dc da una parte e Pci dall’altra, non riescono più a contenere quelle spinte eversive che fino allora controllavano. A quel punto la Dc - secondo il nostro - deve rompere con il partito della criminalità organizzata che dà l’assalto agli uomini dello Stato. A quel punto la vita di Moro non interessava già più a nessuno. E per questo viene abbandonato.
Curiosità
Il Psi era il partito della trattativa quando viene rapito Aldo Moro. Poco tempo dopo Bettino Craxi segna, come capo di governo, nel caso Sigonella una svolta nella politica di Palazzo Chigi, con il famoso braccio di ferro con l’alleato statunitense.
A quei tempi Formica, poco dopo quei fatti e poco prima che piombasse tangentopoli , che coinvolse nel bene e nel male 1069 tra parlamentari e uomini politici, aprendo le porte del carcere a 4525 personaggi di varia natura e provocando purtroppo anche dieci suicidi, denunciò una mancanza di democrazia nel suo partito.
martedì 27 maggio 2003
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Perché sbagliammo su Craxi
Lo scontro non cancellò tuttavia la tendenza a una condivisione delle scelte di politica estera
Il giudizio di Berlinguer risentì certamente di un´avversione pregiudiziale al governo
di GIORGIO NAPOLITANO
L´impostazione che Craxi diede ai temi della politica internazionale (nell´aprire - da neopresidente del Consiglio - il dibattito sulla fiducia il 10 agosto 1983) appare oggi abbastanza significativa nelle sue caratterizzazioni e nelle sue priorità, e, si può ben dire, equilibrata e aperta. L´accento fu posto, in via prioritaria, sulle questioni del sottosviluppo e delle disuguaglianze nel mondo, anche in relazione alle difficoltà della pace e ai conflitti locali (l´acutezza dei quali era peraltro correttamente rinviata alla «contesa mondiale», cioè alla contrapposizione e alla sfida tra le due superpotenze). In questa attenzione per le grandi questioni sociali («l´enorme divario» tra il Nord e il Sud è «la grande questione sociale del nostro tempo»), per gli aspetti sociali del quadro mondiale, si rifletteva chiaramente l´impronta che Craxi da socialista, da esponente dell´Internazionale socialista, tendeva a dare alla sua presidenza sul versante internazionale. In tale ottica, ma nello stesso tempo in considerazione di un orientamento da tempo affermatosi nella politica estera italiana, Craxi diede poi forte rilievo, nel suo discorso, all´impegno verso «la regione mediterranea», per la pace nel Medio Oriente - con evidente simpatia per la causa palestinese - e per la cooperazione con «l´insieme dei paesi arabi». Molto nettamente, e non in termini acritici, fu ribadito l´indirizzo europeistico dell´Italia, e insieme Craxi volle riaffermare una linea d´apertura verso l´Est, «anche quando la porta dell´Est appare solo socchiudersi». Infine, sul tema dell´Alleanza atlantica come «perno delle nostre alleanze politicomilitari», non mancò l´accenno, non insignificante, a una «concertazione responsabile ed equilibrata tra l´Europa e gli Stati Uniti», contro l´idea di «un blocco soggiogato da una potenza egemone». Il giudizio di Enrico Berlinguer nel suo intervento alla Camera – «troviamo deludenti e preoccupanti le linee di politica internazionale esposte dal presidente del Consiglio» – risentì certamente di un´avversione pregiudiziale al governo a guida socialista, e non trovò conferma nei fatti dei mesi e degli anni successivi. In effetti, l´opposizione del Pci fu influenzata oltre misura dalla preoccupazione per gli euromissili e dalla vicinanza ai movimenti pacifisti impegnati nel no, comunque, alla loro installazione in Italia. L´apprezzamento per il metodo del negoziato, ribadito alla Camera da Craxi, venne da Berlinguer polemicamente «retrodatato» e limitato alle dichiarazioni da lui rese in precedenza al congresso dell´Internazionale socialista di Albufeira, come se fossero state contraddette dal discorso di presentazione del governo alla Camera. Ma in realtà, prima delle decisioni sulla costruzione della base di Comiso e quindi sulla installazione dei missili, sarebbero venute da Craxi posizioni e proposte di notevole indipendenza e prudenza («clausola dissolvente», «opzione zero»), e nel dibattito del novembre 1983 alla Camera si sarebbe stabilito tra Berlinguer e Craxi un momento di effettivo dialogo e reciproco ascolto. Lo scontro, che comunque ci fu, sulla questione degli euromissili, e che rispecchiò e nello stesso tempo acuì un clima di tensione, personale e politica, tra il Pci di Berlinguer e il Psi di Craxi, non cancellò tuttavia la tendenza di fondo, in atto dagli anni Settanta, a una fondamentale condivisione, da parte degli schieramenti di maggioranza e di opposizione, delle scelte relative alla collocazione internazionale dell´Italia. Quella tendenza si era manifestata già attraverso la presa di posizione di Berlinguer sull´«ombrello» rappresentato per lo stesso Pci dalla Nato, attraverso lo sviluppo dell´impegno europeistico del Pci, fino alle "storiche" mozioni parlamentari bipartisan dell´autunno 1977, ed ebbe, naturalmente, tra le sue principali componenti il crescente distacco del Pci dalle posizioni dell´Urss. Nel confronto sulla questione degli euromissili, Berlinguer sfuggì – nonostante un certo cedimento, come ho detto, alle pressioni pacifiste, piuttosto unilaterali – al rischio di una regressione nel rapporto con le posizioni sovietiche, mantenendo una linea di notevole equilibrio e misura. Ma fu in definitiva perduta l´occasione di un sostanziale riavvicinamento tra Pci e Psi sul terreno della politica internazionale; nonostante che gli indirizzi enunciati da Craxi non solo nel discorso dell´agosto 1983 ma ancor più in quello del novembre dello stesso anno, rendessero obiettivamente possibile quell´avvicinamento.
la Repubblica
9 maggio 2003
PASSATO E PRESENTE
Oggi tutti per l’immunità Dieci anni fa molto meno
di GIAN ANTONIO STELLA
Gomma e cancellino, gomma e cancellino, gomma e cancellino... Fosse attivo il «Ministero della Verità» (quello che George Orwell in 1984 immaginava riscrivere quotidianamente la storia a uso del Partito dato che «il passato è quello che il Partito decide che sia») avrebbe da faticare assai: sposta avanti quel suicidio, sposta indietro quella battuta, sposta avanti quell’arresto, sposta indietro quelle manette... Un lavoraccio. Intorno all’immunità parlamentare al centro dell’offensiva di Berlusconi, i protagonisti della Casa delle libertà hanno scolpito infatti nel passato sentenze indimenticabili. Abolire l’immunità? Troppo poco, tuonava Gianfranco Fini: «E’ ora che si sospendano gli stipendi anche ai parlamentari inquisiti, se non altro a quelli per i quali è stata chiesta l’autorizzazione all’arresto che solo in virtù di un privilegio medioevale come l’immunità non hanno ancora fatto la fine del giudice Curtò». Altro che pacificazione!
«E’ ora che la classe politica si decida a considerarsi uguale a qualsiasi cittadino». Eravamo nel settembre ’93 e tutto si può dire meno che l’attuale vicepresidente del Consiglio non avesse già avuto modo di vedere quelli che oggi gli appaiono mostruosi crimini della magistratura: l’inchiesta per mafia su Andreotti (accolta con un urrah: «E’ la fine del regime e lo dimostra l’ autentico boato che ha salutato la notizia») era già stata aperta, Craxi già incriminato, Enzo Carra già ritratto in manette e poi Renato Amorese si era già ucciso e dopo di lui si erano ammazzati Sergio Moroni, Gabriele Cagliari e Raul Gardini... E lui? Mai un dubbio. Anzi.
«E’ inammissibile che si prenda spunto da questo suicidio», aveva liquidato la morte di Cagliari, «per avviare la campagna di delegittimazione dell’inchiesta che la magistratura sta conducendo contro le ruberie del sistema di potere». E a quell’Oscar Luigi Scalfaro che dal Quirinale aveva ammonito per primo i magistrati a fare attenzione «nell’abuso delle manette e degli arresti cautelari» aveva rifilato una bacchettata. Si risparmiasse le prediche, per favore: «Le sue suscitano perplessità soprattutto perché gli applausi vengono dai partiti di Tangentopoli».
Gli stessi che, grazie all’immunità parlamentare, avevano respinto poche settimane prima la richiesta di autorizzazione contro Craxi facendolo ribollire in una lettera a Francesco Saverio Borrelli: «Lo sdegno e l’amarezza che pervadono la Nazione di fronte allo scandaloso verdetto di autoassoluzione che il regime si è confezionato con il voto dell’aula di Montecitorio sul caso Craxi sono da noi interamente condivisi. La nostra forza politica chiede l’immediato scioglimento delle Camere e nuove elezioni proprio per consentire alla Giustizia di procedere nel suo corso senza intollerabili franchigie e pretestuosi ostacoli».
Maurizio Gasparri, oggi ministro delle telecomunicazioni, andò più in là ancora: «Per noi Di Pietro è un mito: è mejo de Mussolini». Francesco Storace, oggi presidente del Lazio, arrivò a dire che la candidatura del suo avversario di collegio, genero di Zio Giulio, era «indecente» e davanti alla indignazione del malcapitato rise: «Nessuno potrebbe mai accusare me di aver baciato Totò Riina». Quanto a Ignazio La Russa, salutò le dimissioni dalla magistratura del «mitico Tonino», osannato alla festa di An di Rieti quando pareva stesse da quella parte là e godeva del 72% di popolarità, con squilli di tromba: «Calcoli politici di Di Pietro? Mai. Chi lo pensa è in malafede. Starei per dire che è un farabutto».
Relatore del disegno di legge che abolì l’immunità fu il democristiano oggi vicino al Polo Carlo Casini che spiegò: «Il principio del princeps legibus solutus (colui che fa le leggi e non è obbligato a rispettarle) è medievale e superato. Se vi è istanza di eguaglianza, quindi, essa deve riguardare in primo luogo gli autori della legge». Anzi, la riforma gli pareva perfino moscia per quella idea di mantenere una riserva sulle intercettazioni: «Elimina l'efficacia dell’atto compiuto a sorpresa».
Gli amici di partito tirarono diritto: la decima legislatura chiusa nel 1992 aveva visto respingere 101 richieste di autorizzazioni su 174, la pubblica opinione era invelenita e tutti i sondaggi erano dalla parte dei giudici. Voti a favore 525, un astenuto e 5 no, tra i quali quello di Vittorio Sgarbi. Il più deciso nell’opporsi. Uno dei pochissimi a poter rinfacciare oggi: «Io l’avevo detto».
Gli altri, no. Enrico Ferri, allora Psdi e oggi forzista, applaudì la «svolta storica». Pier Ferdinando Casini spiegò serenamente che era stata fatta la scelta giusta e proseguì nel corteggiamento di «Tonino», di cui aveva già arruolato nel Ccd il cognato, sperando di tirarne fuori la vecchia anima dc del babbo: «Caro Di Pietro, i tuoi articoli (...) rivelano passione civile e senso dell’opinione pubblica e mi inducono a darti un caloroso e rispettoso benvenuto». Per non dire della Lega. «I democristiani sono tutti dei porci. Sono anni che ci battiamo per l’abolizione dell’immunità», ringhiò Umberto Bossi dopo il voto su Craxi. «Avrei voluto gridargli: Bettino, dov’è finita la fontana sparita a Milano? E invece mi sono accorto che la maggior parte dei deputati pendeva ancora dalle sue labbra!», vomitò indignato l’attuale ministro della Giustizia Roberto Castelli. «I fatti dimostrano che l'immunità parlamentare è quello scudo medioevale dietro il quale la nomenklatura tutta si difende e si spalleggia«, disse schifato Giammarco Mancini». Una falange compatta. Anzi, spiegò Roberto Maroni, la Lega considerava indecente mantenere l’autorizzazione per l’arresto e le intercettazioni: «Noi siamo per l’abolizione totale dell’immunità».
E Silvio Berlusconi? I «giustizialisti», tra quanti stanno ora con lui, si potevano contare a decine e decine. Lui no, non disse niente. Come la pensasse, però, si può desumere da un’intervista al Messaggero dell’8 dicembre ’94, un anno e mezzo dopo «la giornata più nera della democrazia» e ben dopo l’incriminazione di Andreotti, dopo le manette a Carra, dopo il processo Enimont, dopo la fuga di Craxi in Tunisia, dopo i suicidi di Amorese, di Moroni, di Cagliari, di Gardini e perfino dopo l’apertura dell’inchiesta su Di Pietro e le sue dimissioni dalla magistratura: «La sua discesa in campo potrebbe essere una buona cosa. La sua ansia moralizzatrice è patrimonio di tutti e potrebbe essere utile al Paese». Di più: «I miei giornali, le mie tv, il mio gruppo sono sempre stati in prima fila nel sostenere Mani Pulite». Giudizio condiviso poche settimane prima, udite udite, perfino da Cesare Previti. Danni da Tangentopoli? «Tutti gli sconvolgimenti incidono sull’economia, quindi anche Tangentopoli avrà avuto la sua parte. Ma non parlerei di danni». Anzi: «Se veramente è finita l’Italia della tangente, il contraccolpo sarà positivo».
Gian Antonio Stella
Corriere della Sera
9 maggio 2003
L'iniziativa socialista
Per una Nuova sinistra di Governo
Molto schematicamente vorrei indicare le tematiche prioritarie su cui sviluppare l'iniziativa dell'associazionismo socialista per delineare il percorso su cui poter fondare una nuova sinistra di governo.
Essi sono:
- Il lavoro ed il Welfare
- Il nuovo ordine internazionale: unipolarismo americano o equilibrio multipolare?
- La fuoriuscita dalla II Repubblica
Per quanto concerne il primo tema credo che occorra uscire fuori da logiche devianti circa il ruolo presunto dei riformisti (o della sinistra riformista). Sappiamo tutti che il termine riformismo è, in Italia, inflazionato: disponibile ad essere utilizzato per gli scopi più differenti. Io stesso eviterò di usare pertanto il termine riformismo senza aggettivazioni. Parlerò piuttosto di socialismo democratico o di sinistra di governo.
Dobbiamo rifiutare nella maniera più netta lo schema di "divisione dei compiti" che vede la sinistra di governo come quel settore della sinistra stessa che si occupa di impresa e di compatibilità economiche ed i massimalisti come coloro che si occupano di lavoro e temi sociali. E' lo schema deleterio proposto spesso dal quotidiano "Il Riformista" (e dal suo direttore).
Una autentica sinistra socialista di governo deve, oggi più che mai, assumere la centralità del tema del lavoro e di tutto ciò che lo circonda ( welfare, formazione, accesso ai saperi ed alla conoscenza).
E deve assumere tale centralità secondo lo schema di un socialismo democratico moderno. Quello dei Rocard, dei Ruffolo, dei Delors. Uno schema che non vede più nel lavoro il cuore dell'antagonismo di classe, bensì un elemento fondante della cittadinanza sociale. Un fattore essenziale di inclusione. Il valore sociale del lavoro si fonda sulla consapevolezza che l'esclusione della persona-cittadino dal lavoro o la precarizzazione dello stesso comporta esclusione sociale ed il venir meno dell'idea stessa di coesione. In definitiva un socialismo che non assume più come referente la "classe" ma il cittadino-persona.
Se noi partiamo da tale idea possiamo verificare la distanza non solo rispetto alla sinistra massimalista, ma anche rispetto a concezioni deviate e fuorvianti del "riformismo" (vedi ancora il giornale di Polito).
Pertanto la riforma del welfare per renderlo più inclusivo, universalistico, partecipativo e "comunitario", la realizzazione di un sistema di formazione permanente, l'accesso ai saperi, alle conoscenze, alle "reti" diventano elementi essenziali per l'allargamento della cittadinanza in un socialismo concepito come progetto di civilizzazione. Il socialismo democratico concepisce il welfare e la cittadinanza sociale come un grande ideale da perseguire e non come un costo da minimizzare. Di qui il suo carattere profondamente alternativo al neoliberismo (ed al falso riformismo, ad esso subalterno) che vede nella competitività un valore ed un obbiettivo (non un mero vincolo) e nello stato sociale solo un costo da minimizzare.
Sulla politica internazionale alcune piccole annotazioni.
La guerra in Iraq ha mandato definitivamente in frantumi l'equilibrio costruito dopo la II guerra mondiale con le sue istituzioni (Onu, Nato ecc).
Da tutto ciò se ne può uscire o con la rassegnazione verso un equilibrio unilaterale ed "imperiale" fondato sugli interessi e le aspirazioni dell'unica superpotenza militare e tecnologica (USA) o con la proposizione di un ordine multilaterale e la ricostruzione su basi nuove delle istituzioni sopranazionali prima citate.
Un sistema unilaterale non è assolutamente in grado di gestire un mondo caratterizzato da un alto grado di complessità. Esso produrrebbe solo un ulteriore imbarbarimento delle relazioni internazionali. Esso sarebbe la tomba dell'Europa.
Tony Blair deve decidere se fare dell'Inghilterra il 51° stato degli USA o svolgere, al contrario, un ruolo attivo di mediazione politica tra Europa e USA. Su questo si misurerà la possibilità di avere Blair come interlocutore.
Ultimo tema, ma non per questo meno importante, è quello della fuoriuscita dalla II Repubblica.
Credo che sia evidente ad un osservatore non superficiale che è molto difficile costruire una vera democrazia dell'alternativa con l'attuale sistema di relazioni politiche.
L'attuale bipolarismo è solo il frutto della costrizione della legge elettorale. Abbiamo una destra impresentabile, impolitica e mossa da pulsioni autoritarie ed antidemocratiche. A sinistra e nel centrosinistra regna la massima confusione.
Il rischio di un ulteriore e profondo degrado della nostra democrazia è serio. Il nostro paese è attraversato inoltre da una crisi profonda del proprio apparato produttivo.
Da questa situazione non se ne può uscire con aggiustamenti marginali. Occorre (e rapidamente) muoversi verso la III Repubblica. Solo così potrà costruirsi un sistema politico chiaramente integrato in Europa. Solo così potrà emergere una autentica sinistra socialista democratica.
PEPPE GIUDICE
8/5/03
Previti come Craxi?
Ancora una volta la vicenda umana di Craxi viene tirata in ballo strumentalmente dall'amico Berlusconi. Ancora una volta grandi falsità che non possono nascondere il fallimento del Governo in materia di riforma della giustizia.
Non entro nel merito del procedimento contro Previti, qualche anno di studio universitario m'insegna che il diritto è fatto di regole, e parlarne senza conoscerle significa perdere una buona occasione per stare zitti.
L'ex Ministro della Difesa condannato in primo grado, e che tuttora gode della presunzione di non colpevolezza, viene giudicato legittimamente da un Tribunale, ed eventuali errori, anche sulla competenza territoriale del giudice, potranno essere corretti da un diverso tribunale della Repubblica. Svariate amicizie gli consentono un ampio accesso a mezzi d'informazioni che bilanciano l'avversità, anche questa legittima, che gli è opposta in ampi strati dell'opinione pubblica.
Per Craxi non è stato così.
Dieci anni fa alle porte dell'albergo romano non vi erano giudici ma si tentava un linciaggio sommario che andava oltre l'offensiva della magistratura, che si univa ad una programmata campagna mediatica d'odio. Un odio che spingeva il popolo, che Trilussa chiamava "coglione" a lanciare monetine che offendevano l'intero Paese, e dei parlamentari a minacciare di cappio. Qualcuno potrebbe accusarmi di faziosità, e lascio subito la parola a Michela Serra che su Repubblica, giornale non certo amico, qualche mese fa scriveva: "L'amara verità - una delle tante, e tutte amare - può essere questa: Tangentopoli fu un tragico e necessario bliz della magistratura, appoggiata da una fetta importante di pubblica opinione, per porre argine a un livello abnorme e intollerabile di corruzione politica, di avidità politica, di sfrontatezza politica. Ma nella coscienza profonda del Paese, Tangentopoli è anche stato un gigantesco alibi, una auto-assoluzione di massa per evitare accuratamente di chiedersi come mai proprio questa società avesse generato quel tipo di classe dirigente. Diceva un fortunato slogan, <<Capitale corrotta, nazione infetta>>. Bisognerebbe imparare a leggerlo anche al rovescio. Nei palazzi si ruba quando il furto è accettato e accettabile anche in strada …".
Di fronte ad uno scontro fra istituzioni fondamentali di uno Stato democratico, di fronte ad un opinione pubblica che non ha avuto l'onesta di interrogarsi allo stesso modo di Serra, e che non disdegna piazzate forcaiole; ma - ed è questo il punto fondamentale - di fronte ad un clima sicuramente svelenito rispetto a dieci anni fa, cosa può fare la sinistra?
Potrebbe cominciare a fare i conti con pagine buie della sua recente storia.
Sconfessare quegli atteggiamenti può essere utile per affrontare serenamente la riforma di una materia che urge non di piccoli aggiustamenti, ma di una rivisitazione integrale, per evitare una paralisi istituzionale e dire basta al continuo sconfinamento di campo fra potere politico e potere giudiziario. Questo nell'interesse dell'intera cittadinanza. Non dei socialisti o di Craxi.
Sandro D'Agostino
della Direzione di Socialismo é Libertà
1°maggio 2003
“METTIAMO I PUNTINI SULLE Ì – CASO PREVITI, CRAXI E L’ITALIA”
NON È ACCETTABILE ACCOSTARE IL NOME DI PREVITI A QUELLO DI CRAXI .
NON ESISTE ALCUNA SIMILITUDINE NELLE PERSONE E NEI RUOLI STORICO-POLITICI DA LORO RICOPERTI, NÉ LA VICENDA GIUDIZIARIA PRESENTA LA BENCHÈ MINIMA ANALOGIA. ( SENZA VOLER ENTRARE NEL MERITO DELLA SENTENZA GIUDIZIARIA, DATO CHE CIÒ COMPETE AD ALTRI).
IL PARAGONE È PURAMENTE OPPORTUNISTICO, DATO CHE GRAN PARTE DELLA CLASSE DIRIGENTE ATTUALE NON SOLO NON FECE PRATICAMENTE NULLA PER DIFENDERE CRAXI, MA ERA IN PRIMA FILA NEL LINCIAGGIO (VEDI LEGA ED AN) E, NEL COMPLESSO, DEVE OGGETTIVAMENTE LA SUA ESISTENZA (COME DEL RESTO ANCHE PARTE DELL’OPPOSIZIONE) AL FATTO DI AVER ELIMINATO IL PARTITO SOCIALISTA ED IL SUO SEGRETARIO (ALDILÀ DEGLI ERRORI E DELLE COLPE DA LORO COMMESSE).
USARE PER AUTODIFESA LA VICENDA CRAXI, PERCHÈ ORA TOCCA A "LORO", È UNA ULTERIORE DIMOSTRAZIONE DELLA "PRECARIETÀ ISTITUZIONALE" DI UN SISTEMA DENOMINATO SECONDA REPUBBLICA, BASATO SOLTANTO SU VALORI SPENDIBILI IN FUNZIONE DEL MERCATO DEL POTERE.
PER DIRLA TUTTA, ANCHE LO SCHIERAMENTO TUTT'ALTRO CHE OMOGENEO CHE STA ALL'OPPOSIZIONE, NON È CERTO ESENTE DALLA LOGICA OPPORTUNISTA.
INCAPACE DI DARSI UN PROGRAMMA, "VOLTEGGIA" TRA UN PERBENISMO IN TRIPLOPETTO (per battere quello in doppio petto del premier) ED UNA VOGLIA DI CAMBIAMENTO CHE RIMANE PIÙ NELLA MEMORIA DEI BEI TEMPI ANDATI CHE IN UNA VOLONTÀ REALE DELL'OGGI.
PIU' IMMOBILISTA DI CHI STA AL POTERE, IL COSIDDETTO "CENTROSINISTRA", AFFIDA IL SUO DESTINO AGLI EVENTI DERIVANTI DALLE CADUTE DI STILE E DAI RIBASSI AZIONARI DEL PREMIER E DEI SUOI COLLABORATORI, AUSPICANDONE LA BANCAROTTA, SENZA CHE COME "OPPOSITORI" CI SI DEBBA TROPPO SBILANCIARE CON PROPOSTE ED AZIONI CHE FAREBBERO EMERGERE LE DIVERGENZE INTERNE ED I LORO VUOTI PROGRAMMATICI.
LA NUOVA POLITICA PASSA PER UN RIMESCOLAMENTO DELLE CARTE CON L'AGGIUNTA DI CIO' CHE MANCA PER COMPORRE SCHIERAMENTI E PROPOSTE IN UNA DEMOCRAZIA MATURA CHE NON È CERTAMENTE LA VUOTA COMMEDIA TEATRALE, SOVRAFFOLLATA DI COMPARSE, CHE GLI ATTUALI POCHI PROTAGONISTI “RECITANO” PER GLI ITALIANI
Enrico Gervasoni
Bergamo 1° maggio 2003
DIASPORE
Formica ritorna e cerca socialisti «Voti scambiati con amnistie»
«La questione socialista non risiede nell'insoddisfazione della nomenklatura del Psi sopravvissuta a tangentopoli, ma nell'atteggiamento dell'elettorato: i problemi di questo o quel colonnello nascono e finiscono con loro. Più utile è indagare sui motivi che hanno condotto milioni di persone di sinistra a votare per il centrodestra». Con la franchezza che lo ha reso celebre, Rino Formica apre così la sua conversazione con il Riformista, a poche settimane dalla convention che ha lanciato il movimento Socialismo è libertà, del quale ha assunto la guida. L'ennesimo mini-partito nato dalla diaspora? «Per carità! Non ci pensiamo nemmeno a scendere in campo elettoralmente. La nostra è una libera associazione, aperta a tutti coloro che sono e si sentono socialisti». Infatti, al progetto di Formica aderiscono rappresentanti di diverse aree. Ad esempio, Mario Artali dei Ds, o Roberto Biscardini dello Sdi, ma anche spiriti liberi non iscritti a partiti, come Giorgio Cardetti, Daniele Delbene e Filippo Fiandrotti, oltre a Claudio Martelli e i suoi fedelissimi. E non è passata certo inosservata la presenza di Luigi Angeletti alla convention. Spiega Formica: «La Uil ha capito che il riformismo sociale senza una sponda politica non è possibile».
Ma se non punta a diventare partito, a cosa mira Socialismo è libertà? «A rompere gli attuali equilibri politici, che chiaramente non funzionano. Al paese manca una seria cultura riformista. I voti del Psi finiti a Forza Italia dopo tangentopoli sono solo il frutto del sentimento anti-giustizialista del popolo socialista. A guardar bene, Berlusconi si è assicurato i voti socialisti, senza attuarne la politica. Anche dal punto di vista degli uomini, il Cavaliere ha assicurato a parte della nomenklatura una sorta di amnistia politica, lasciandola però ai margini decisionali». Un'operazione che pure i Ds hanno tentato, ma senza riuscirvi: «I postcomunisti hanno immaginato di macinare le tradizione storiche del paese attraverso una semplificazione ad personam. Però più puntavano sul personaggio da amnistiare e più creavano una frattura con l'ex elettorato del garofano: il titolo di socialista non si raggiunge con l'integrazione o addirittura l'inglobamento di qualche esponente della nomenklatura. E, comportandosi da trasformisti, i diessini hanno fatto spostare milioni di persone verso il grande centro, ormai divenuto larga maggioranza del paese. Il guaio è che quei voti tendono a stabilizzarsi». Come si può fare per riportarli dal lato "giusto"? «Certo non seguendo le proposte di Michele Salvati, che appartiene alla categorie delle splendide gioie negative della sinistra. Mi dà la sensazione di quei bravi arredatori che prima di costruire la casa pensano già al divano. Ecco, prima di parlare di nuovi partiti, bisogna che ognuna delle tradizioni politiche del paese si confronti all'interno della propria area storica, sia essa comunista, socialista o cattolica. Poi valuteremo gli spazi sovrapponibili: più sono questi spazi, più una nuova alleanza sarà possibile. Guardando al futuro, però. A sinistra non possiamo più permetterci di andare avanti con i rancori degli ultimi dieci anni».
Il Riformista
23 Aprile 2003
CRAXI. ANCHE L'EDITORE DI FELTRI ERA PARTE DEL COMPLOTTO?
Socialisti, scoprite il valore dell'autocritica
di Emanuele Macaluso
La discussione sulle cause della crisi e dissoluzione del Psi è destinata a non finire per la semplice ragione che non c'è una forza politica che abbia assunto i tratti e l'anima del socialismo. La questione socialista resta quindi aperta. Come affrontarla?
C'è un gruppo di persone che hanno militato nel vecchio partito che identifica la questione socialista con la vicenda politica (e anche giudiziaria) di Bettino Craxi. E chi a sinistra (alcuni socialisti e i Ds) pensa di assorbire quella storia espungendo Craxi, come un corpo estraneo. Ma c'è di più: la questione socialista, soprattutto dopo il crollo del muro, non poteva e non doveva essere affrontata separatamente dalla prospettiva che doveva darsi la sinistra nel suo complesso. L'appuntamento che la storia aveva assegnato al Psi e al Pci, nell'89, fu mancato da entrambi. Il Pci compì la svolta della Bolognina senza un chiaro e netto riferimento al socialismo, non genericamente assunto, ma riguardo al Psi. Il quale aveva avuto storicamente ragione e, dal 1960, aveva una difficile collocazione di governo, anche perché il Pci mantenne una collocazione internazionale incompatibile con l'esigenza di vedere tutta la sinistra al governo o all'opposizione. Il logoramento elettorale del Psi, sino al 1976 (con Francesco De Martino), era frutto di quella difficoltà, e assieme frutto dell'esaurimento della politica del centrosinistra, come aveva intuito Aldo Moro. E il Pci di Berlinguer ritenne che il Psi potesse essere assorbito dal Pci. La reazione del Midas quindi si spiega e giustifica.
La ripresa della collaborazione tra Dc e Psi di Craxi, il quale aveva l'ambizione di ridimensionare la Dc al governo e il Pci all'opposizione, ottenne successi parziali. Anche se il governo Craxi, per composizione e realizzazioni, a mio avviso, concluse positivamente la sua opera. Ma la formula non reggeva, e pertanto quel governo tutto si basava su equilibri e patti di potere. Purtroppo Craxi collocò la prospettiva di un suo ritorno a Palazzo Chigi dentro questo quadro. Un quadro che nell'89 entra in contraddizione radicale con la nuova situazione mondiale.
La crisi politica di Craxi si consuma in questo contesto. Ma né la Dc, né il Pci-Pds hanno una politica spendibile, in grado di ridare senso e prospettiva al sistema. Il quale entra in coma profondo. Anche la ricerca di finanziamenti illegali secondo un costume tradizionale, in un sistema comatoso, assume un significato diverso che in passato. Stefania Craxi sottovaluta questo quadro, segnalato dal referendum del 1991 e dall'emergere del fenomeno leghista, e sopravvaluta il risultato elettorale del 1992. Questi, è vero, diede ancora la maggioranza al pentapartito, che però non riescì più a produrre politica ed eleggere i suoi candidati (Forlani alla presidenza della Repubblica) e a reagire con lucidità agli avvenimenti: il più clamoroso fu l'uccisione di Giovanni Falcone e tutto ciò che significò.
L'iniziativa della magistratura si colloca in questo clima. I giornali lo eccitano, è vero. Non solo i quattro che si consultavano. Rileggete cosa scriveva Vittorio Feltri, e ripensate cosa emettevano i canali della Fininvest. Il suo editore faceva parte del complotto? Il discorso di Bettino Craxi alla Camera fu un gesto politico forte, ma certificò l'impotenza della politica. E quando lo stesso Craxi si presentò ai giudici con un dossier sul Pci, anche se aveva un carattere ritorsivo, fu un'abdicazione.
Che nei confronti di Craxi e dei socialisti vi fosse un particolare accanimento giudiziario, non ho mai avuto dubbi. Le cause sono molteplici, e vanno ricondotte a rancori politici e sociali che attraversano la stessa magistratura e ai comportamenti di alcuni esponenti socialisti che ostentavano un tenore di vita non consono alla tradizione socialista, irritando la pubblica opinione. Dico questo perché se non c'è una riflessione autocritica non si va da nessuna parte.
Furono pochi coloro che reagirono alla «rivoluzione giudiziaria» senza contestare il ruolo della magistratura. Non vorrei citarmi, ma nel decimo anniversario della scomparsa di Chiaromonte ho riletto la sua polemica con Nando Adornato, che dalle colonne dell'Espresso attaccava Gerardo, il quale «dimenticava Montesquieu contestando il ruolo autonomo della magistratura». A vederlo ora rivendicare, sempre in nome di Montesquieu, il ruolo autonomo della politica, cascano le braccia.
Non mi stupisce e non mi allarma la discussione sulla questione socialista. Anzi. Ma per portarla avanti bisogna liberarla della ricerca degli “assassini” e proiettarla sulle prospettive. E un contributo essenziale deve venirci soprattutto dai socialisti.
Il Riformista
23 Marzo 2003