Le due strade che hanno i Ds per salvarsi dal fuoco amico
GIORGIO RUFFOLO


Se questa scissione dei Democratici di sinistra, della quale si parla con insistenza, ci fosse davvero, non farebbe, storicamente parlando, notizia. La sinistra italiana ha un record invidiabile di autogol. Si è scissa quando si trattava di fronteggiare il fascismo. Si è scissa quando si trattava di approfittare di un momento eccezionalmente favorevole, con la formazione del primo centro sinistra. Insomma, di fronte al pericolo e alle occasioni, la sinistra italiana sente l´incoercibile bisogno di farsi del male, togliendo le castagne dal fuoco ai suoi avversari, anche e soprattutto quando sono in difficoltà. Al momento giusto, trova sempre le persone giuste, i "puri" e intransigenti strateghi di sconfitte. Diceva il vecchio Nenni: a sinistra c´è sempre qualche "puro" che ti epura.
La novità, questa volta, è che non si capisce bene il perché di una eventuale scissione. Uno, ingenuamente, potrebbe pensare che si tratta di divergenze gravi sulle risposte da dare ai grandi problemi del presente storico: come costruire un nuovo ordine mondiale, come risolvere la crisi del welfare state, come fronteggiare la sfida della globalizzazione, eccetera. Non è così. È vero che su quelli si tengono conferenze programmatiche, ricche di contributi di grande valore. Ma non c´è alcun dibattito politico, alcuno scontro infuocato. Sembra anzi che tutti siano d´accordo. E la verità è che (quasi) tutti se ne infischiano regalmente.
Ciò che veramente interessa è lo scontro, non tra sostenitori di progetti diversi (come quello vetusto, tra riformisti e massimalisti) ma tra due modi di intendere la lotta politica. Tra i duri e i molli. Tra i transigenti e gli intransigenti. Tra gli indignati permanenti, sgombri di se e di ma, e i problematici, curvi sotto il loro peso. Le sigle con le quali talvolta li si individua, come quella di riformisti e di antagonisti, sono pure denotazioni, come lo diventarono col tempo - lo diceva Salvemini - quelle di guelfi e ghibellini. Non raccontano una storia, del passato e del futuro. Descrivono un duello schmittiano, tra amici e nemici.
Quale valore connotativo, per esempio, ha oggi il termine riformista? Una volta era chiaro. Riformisti erano quelli che volevano cambiare il capitalismo rendendolo compatibile con una democrazia sociale avanzata: "flessibilizzando" la ferrea logica disegualitaria del mercato con riforme egualitarie e democratiche. Oggi la parola riformismo ha subìto una inversione semantica. Riformisti sono quelli che vogliono "flessibilizzare" il lavoro rispetto al capitale, ridurre il peso delle spese sociali, sciogliere da ogni vincolo i movimenti del capitale alla caccia del profitto. La parola riformista è diventata un cavallo di battaglia della destra.
Solo della destra? Ma no, anche di parte della sinistra: che, sempre in nome del riformismo, ma "attenuato", di marca blairiana, sceglie come bersagli della sua critica le rigidità sindacali, i totem e i tabù della sinistra assistenzialista e protezionista: il più delle volte con ragione, ma rovesciando l´ordine delle priorità, tra giustizia (sociale) e libertà (economica): un ordine che era chiarissimo non soltanto nel pensiero socialista, ma anche in quello della più illuminata tradizione liberale.
E d´altra parte, che cosa significa essere radicalmente di sinistra o antagonisti? O movimentisti? Si può essere radicali e antagonisti e movimentisti quanto si vuole, ma poiché la politica deve bilanciare l´etica delle convinzioni con quella della responsabilità, bisogna comunque definire gli obiettivi e misurare le conseguenze e i costi dell´azione politica. Ogni "movimento" comporta una direzione. Altrimenti, come dire, gira in tondo. A meno che lo scopo non sia proprio quello di delegittimare e destabilizzare la attuale direzione della sinistra esposta perennemente al fuoco amico.
Talvolta, questo proprio sembra lo scopo della "sinistra antagonista". Magari, non cosciente ed esplicito. Ancora peggio: può essere frutto di miopia suicida: di quella sindrome che Carlo Maria Cipolla ha eternato con la sua terza legge della stupidità: che consiste, perseguendo il danno altrui, nel recare danno a sé stessi. Un esempio luminoso lo sta offrendo la sinistra circa il referendum sull´articolo 18, in occasione del quale è riuscita a trovarsi nella eccezionale condizione di perdere qualunque sia l´esito di questa disgraziata vicenda.
Dunque, le divergenze tra la maggioranza "riformista" e la minoranza "radicale" dei democratici di sinistra sarebbero dovute, non a incompatibilità di progetti – che non ci sono – ma ad incompatibilità di carattere. E questa può precipitare, come accade nei matrimoni in crisi, nella separazione.
Alcuni tra i più intelligenti osservatori informati dei fatti, come Michele Salvati, sembrano rassegnati all´evento: ed anzi, auspicano una ennesima metamorfosi dalla quale nasca finalmente un vero partito democratico, per scomposizione e ricomposizione del centro sinistra. Ma superare l´attuale condizione paralizzante attraverso l´ennesimo cambiamento del nome - l´amputazione del termine sinistra - e il rimescolamento delle carte, non mi sembra un´idea risolutiva. Intanto, perché il giorno dopo la scissione, spunterebbe nel nuovo partito una nuova sinistra. Un partito di centrosinistra ha bisogno organico di una sinistra interna. E avremmo una sinistra in più, che cerca spazio e visibilità. Inoltre, perché le carte bisogna cambiarle, non rimescolarle. Questo mi sembra il senso dell´invito di Alfredo Reichlin al "coraggio di una nuova svolta", attraverso "un cambiamento del modo di essere" del partito.
È un invito da prendere sul serio. Se lo prendesse sul serio, la maggioranza del partito convocherebbe un congresso straordinario, su due punti essenziali. Primo: quali sono le riforme che i riformisti propongono al paese e le posizioni da prendere sui grandi problemi, internazionali, economici e sociali: non come auspicio generico, ma come impegno politico concreto. Secondo: quali sono le regole di convivenza all´interno del partito. È ovvio infatti che in un partito democratico si possa dissentire dalle posizioni della maggioranza. Ed anche costituire correnti che si battono per rovesciarla. Ma un partito serio non può mediare faticosamente su ogni decisione, come succede attualmente, col risultato di logorarsi e di rendere incomprensibile all´esterno la propria posizione, come avviene oggi sulla disgraziata questione dell´articolo 18.
Chiarezza del progetto riformista. Responsabilità del governo e dell´opposizione del partito.
Cambiare nome? O cambiare condotta? Questa alternativa, che Alessandro il Grande propose a un suo omonimo scapestrato, può essere, come tutte le alternative, risolta in due sensi. Il primo mi sembra futile. Il secondo, risolutivo.

la Repubblica
9 maggio 2003 


Caro Mario,

facendo seguito al mio primo intervento (19.02.03) sulla nascita di "Socialismo è Libertà", desidero esprimere -anche a nome del Gruppo giovanile riformista "Vento Socialista - Area Laica" aderente all'Associazione, costituito in Siena lo scorso 29 Aprile, la rinnovata e convinta adesione al Progetto dell'Associazione.

Negli scorsi giorni, dopo una preparazione di molti mesi, il ns. Gruppo ha potuto finalmente ufficializzare le sue proposte: esso, pur aderendo all’Associazione politico-culturale e transpartitica "Socialismo è Libertà", è un’organizzazione autonoma interessata ad avviare e consolidare un importante dialogo con le tradizioni socialista democratica, laica e repubblicana in Italia. Pro tempore, mi è stata affidata la cura degli aspetti organizzativi del Gruppo, da Milano e dalla natia Sulmona (Aq), mentre il Coordinamento generale viene gestito dal dott. Nello Alba, giornalista e libero docente senese.

Seguendo questa logica, e riassumendo la volontà degli altri compagni, credo che "Socialismo è Libertà" possa 

-costituirsi come catalizzatore di esperienze vicine eppur distinte (socialisti,repubblicani,laici, socialdemocratici) 

-svolgere un ruolo di primo piano per un progetto di futuro partito liberale e democratico riformatore, autonomo dai Poli e libero di decidere le sue alleanze politiche sulla base di un programma, e non solo sulla scorta di considerazioni elettoralistiche, da valutare sempre e comunque di volta in volta, in funzioni delle peculiarità dei diversi territori in Italia. 


La ns. offerta di collaborazione al Progetto di SL è quindi rivolta alla prossima ed ulteriore strutturazione dell'Associazione e vorrebbe assicurare:

Adeguata professionalità ed esperienza organizzativa maturata negli anni dagli Organi dirigenti del ns. Gruppo (consulenti aziendali, giornalisti, liberi docenti universitari) 

Condivisione preventiva delle linee strategiche dell'Associazione da implementare attraverso ns. assistenza tecnico-multimediale ed utilizzo di strumenti di marketing politico e di comunicazione avanzata 

Raccordo costante e di verifica con i responsabili organizzativi ed amministrativi che l'Associazione ha individuato e continuerà a precisare dopo l'Assemblea dei Soci Fondatori di SL, avutasi in Roma lo scorso 14 marzo

La comune origine e militanza nel Socialismo liberale, democratico e repubblicano e la stima nutrita nei confronti dei Soci Fondatori per conosciuti meriti dati da una decennale e battagliera difesa delle idee di progresso ed umanità, ci consente di configurare come totalmente gratuita e di arricchimento culturale la ns. offerta.

Alla luce della purtroppo scontata ed ignava conclusione della Conferenza Programmatica dei DS in Milano, si rende ancor più necessaria la proposta e l'azione di "Socialismo è Libertà", per edificare una moderna sinistra di governo che sappia coinvolgere i tanti socialisti oggi dispersi nel non voto, nei ranghi generosi ma innaturali di Forza Italia, tra le file confuse dei DS.

Nella speranza di aver contribuito ad arricchire con novità interessanti la discussione "dal basso" sulla ns. Associazione, ti invio fraterni saluti. 

Devis Di Cioccio

"Vento Socialista - Area Laica" Gruppo giovanile riformista aderente all'Associazione "Socialismo è Libertà"

Responsabile organizzativo e relazioni esterne p.t.

Segreteria generale del Gruppo: MILANO tel. 02 72401229 cell. 348 5911608

7 aprile 2003


Giù le mani da Turati!

La parola riformismo è tra le più inflazionate e, come succede in questi casi, è andata perdendo progressivamente il suo significato. Si potrebbe persino dire che quando tutti si proclamano riformisti, nessuno lo è davvero. 
La stessa dizione "riforma" del resto ha perso il suo significato originario. Ogni nuova legge viene definita, legittimamente in un certo senso, una riforma, ma possiamo davvero considerarla di per sé un fatto positivo. Lo smantellamento dello stato sociale a colpi di riforme è un fatto positivo? La riforma delle pensioni che peggiora i diritti dei lavoratori, in nome di motivi magari validissimi, ma che attengono a far quadrare i bilanci dello stato, non a migliorare le condizioni dei lavoratori, è un fatto positivo? E la riforma dell'università?
E' anche venuto di moda - non da oggi, per il vero - scomodare i nostri antenati politici per sostenere qualsiasi proposta che riguarda la politica contingente. A "sinistra" Turati e Rosselli sono tra i più gettonati. Ognuno, naturalmente, è libero di rifarsi a chi vuole e ritenersi il nipotino di chiunque altro. Sempre meglio che usare le parentele politiche come insulti, come si faceva una volta. A me, ad esempio, ai tempi dell'Università mi chiamavano "nipotino di Bernstein", ma a dire il vero non è che questo mi offendesse sul serio. Il fatto che Turati e Rosselli, che una volta venivano rivendicati solo da una parte dei socialisti e dagli altri, per non parlare dei comunisti, erano considerati dei traditori della classe operaia, potrebbe essere considerato positivo. Bisognerebbe però lodare Turati e Rosselli per quello che sono stati, per quello che hanno fatto, scritto, detto, e non per quello che ci piacerebbe dicessero oggi per sostenere tesi che nulla hanno a che fare con loro.
Citare Turati, ad esempio, per sostenere l'idea di un "Ulivo" italiano ed anzi europeo che superi la socialdemocrazia aprendo ad ogni riformismo, cattolico, laico liberale eccetera, mi pare discutibile.
Non che il problema di definire cosa debba essere il socialismo al giorno d'oggi, o addirittura se abbia senso ancora parlare di socialismo, non sia attuale. Personalmente anzi penso che sia attualissimo, ma non credo affatto che possa essere banalizzato al punto di confonderlo con la ricerca di uno schieramento eterogeneo di ex (ex-comunisti, ex-democristiani, ex-socialisti) spacciati per una cosa nuova.
Il problema dei rapporti con la democrazia fu uno dei problemi principali del socialismo, al suo nascere. Un democratico sincero e conseguente come Dario Papa proponeva a Turati: stiamo insieme, non dividiamoci, la democrazia è il terreno su cui si possono risolvere le questioni che riguardano il movimento operaio. La risposta, sofferta, fu la costituzione del partito socialista, come partito autonomo da ogni altro, perché il suo programma era diverso da ogni altro: il socialismo. 
Riformisti erano in molti, anche allora: i democratici, i repubblicani, i liberali, i democratici cristiani… Il riformismo socialista, di cui Turati fu l'esponente più capace e conseguente, aveva una caratteristica diversa: era riformismo socialista. Quando i riformisti parlavano di se stessi usando questo termine (non per altro abusandone) omettevano l'aggettivo, perché era sottinteso: riformismo socialista o socialismo riformista. I due termini si completavano, non erano separabili. La riforme non erano fine a se stesse, ma dovevano concatenarsi e portare a una società nuova, dove non esistesse più il lavoro salariato.
La discussione, certo, fu serrata tra gli stessi riformisti e l'idea che la correzione di Bernstein a Marx fosse sostanzialmente giusta fece strada, anche in Turati, ma Bernstein stesso non voleva significare che il socialismo dovesse essere abbandonato, ma piuttosto che lo si realizzava giornalmente, che era immanente all'azione politica, che non ci sarebbe stata l'ora x in cui sarebbe scattato il socialismo. Vogliamo discutere di questo, parlando di riformismo? 
Vogliamo invece ricordare il socialismo del secondo dopoguerra, la rivendicazione del pensiero e dell'azione di Turati fatta dal solo gruppo della Critica Sociale. Ci troveremo qualcosa che autorizzi a pensare che i socialisti che si dicevano turatiani intendevano rinunciare alla lotta per il socialismo? Erano contro il comunismo, negazione della libertà, della democrazia e del socialismo, ma erano, appunto, per il socialismo. Forse sbagliavano, forse erano troppo dogmatici, troppo marxisti, troppo classisti, forse non capivano bene i cambiamenti del mondo contemporaneo, ma certo quando anche il PSI di Nenni scelse la strada dell'autonomia e delle riforme e si arrivò al centro-sinistra, il centro-sinistra era concepito, dai socialisti, non come un generico rinnovamento della società italiana, ma come una tappa verso una società socialista. Ingenui? Ipocriti? Lo si può sostenere. Io ricordo di essermi appassionato, nel 1968, ad un librino di Antonio Giolitti che si intitolava Un socialismo possibile. Socialismo, appunto. 
Da allora sono cambiate parecchie cose. Molto di quello che si credeva allora può non essere più attuale, però discutiamone. Io vedo questo: crolla il comunismo, si rivelano giuste le critiche dei socialisti e ad entrare in crisi è proprio il socialismo. All'improvviso al socialismo non crede più nessuno, epperò tutti si dicono riformisti e quindi eredi di Turati (e di Rosselli, che poi riformista non lo definirei neppure). Qualcosa non quadra. I socialisti, ci si sarebbe aspetto, avrebbero dovuto rivendicare i propri meriti storici ed affermare che il socialismo democratico, non il totalitarismo comunista costituiva l'avvenire della società contemporanea. Invece la crisi del comunismo è diventata la crisi anche del socialismo: neppure i peggiori frontisti avrebbero avuto un atteggiamento più succubo verso i comunisti. Anche i socialisti sono diventati post-comunisti e il loro rinuncio a battersi per il socialismo è stato accolto come un fatto inevitabile di modernità e i loro proclami di generica adesione alla democrazia liberale (cui i socialisti avevano aderito al momento della loro nascita) sono diventati un programma politico anche per i socialisti, che hanno buttato a mare una tradizione che andava invece difesa, imitando i comunisti che, con qualche reticenza, per la verità, si sbarazzavano della loro.. La cosa peggiore però è che tutto ciò avvenga nascondendosi dietro la dottrina e la pratica dei maestri. Se volete buttare a mare il socialismo in nome di un "Ulivo" prodiano e post-comunista, prego, fatelo. Ma in nome di Turati, no. Mille volte, no. E, aggiungerei, neppure in nome di Craxi.

Maurizio Punzo

9 marzo 2003


Senza muri la Casa dei riformisti italiani 

DI CLAUDIO MARTELLI 

Le risposte dei socialisti europei (alla proposta di Amato e D'Alema di coinvolgimento di tutti i riformisti europei in una "casa" comune) non condividono la soluzione prospettata giudicandola "tutta italiana". In effetti, rileggendo le parole di Amato e D'Alema, non è difficile cogliere i segni di un'inquietudine molto nazionale: «Il Pse (essi scrivono) deve aprire i propri confini ai riformismi non socialisti – cristiano-democratici refrattari alla destra, liberali "avveduti", ambientalisti – perché difendere la tradizionale ortodossia socialdemocratica rischia di essere un freno se non una minaccia al nostro futuro»; «siamo in un angolo» e quando si è in un angolo «non conta il nome» (da dare alla futura aggregazione) tanto più che «l'identità (socialista) può rivelarsi una trappola» se questa identità «preclude l'accordo con altri riformismi». L'intento dichiarato dunque non è più il rinnovamento, anche drastico, di una tradizione, ma quello di «fuoriuscire dai suoi confini», dall'«ortodossia socialdemocratica» ...per dar vita ad un nuovo soggetto politico (l'integrazione tra riformismi diversi) sulla base dell'opposizione alla destra. 

Questa proposta viene a coincidere con il progetto originario di Romano Prodi. Di più, essa proietta in Europa un'idea dell'Ulivo che – persino in Italia dove pure fiorì una sola stagione restando poi né seme né frutto, come un tronco ferito – gli autori della lettera, almeno finora, avevano respinto proprio perché priva di addentellati in Europa. Né può essere casuale la contestuale investitura di Prodi come futuro leader "naturale" del centrosinistra da parte dei vertici dei Ds, il loro convergere sulla sua proposta politica e il simultaneo progetto di elezioni primarie per la scelta dei candidati dell'Ulivo. Sennonché un nuovo soggetto politico, diverso e più largo del Pse, non nascerà, per così dire, in vitro in Europa, senza previa fecondazione naturale negli Stati nazione e non nascerà in nessun posto, nemmeno in Italia, se non si va alle radici della questione socialista. 

Il socialismo costituisce materialmente ed esprime ideologicamente l'epoca industriale di un più antico e più duraturo progetto democratico di libertà e di giustizia per tutti, iscritto nella storia politica e sociale dell'umanità, ieri solo di quella europea ed ormai globale. Oggi, al tramonto della società industriale e della centralità del lavoro salariato per gran parte del mondo, la parola "socialismo" evoca o la tragedia comunista o una specialità democratica dell'Europa occidentale. Dove il socialismo ha saputo conciliare tradizione e innovazione, essere il partito del demos, esprimere una vocazione maggioritaria, un'efficace capacità riformatrice, una leadership autorevole, ha continuato e continuerà ad alternarsi alla guida di società e di Stati sempre più complessi. Dove socialismo vuol dire dogmatismo, settarismo, astrattezza, si raccoglieranno solo divisioni e impotenza e crescerà il bisogno di costruire altrove e altrimenti il partito democratico di cui ha bisogno ogni società aperta... Per tante ragioni legate anche alla nostra storia antica e recente (le divisioni storiche tra Psi e Pci, la trasformazione del Pci in partito del socialismo europeo e le ulteriori lacerazioni, la liquidazione violenta e la dispersione del Psi), è il caso anche della sinistra italiana. C'è il rischio concreto che restando entro i confini non della socialdemocrazia europea – che in Italia non è mai assurta a dimensione di massa – ma della sinistra storica, dalla temperie attuale esca rafforzata la componente – vetero e neocomunista, no global, girotondista, giustizialista – meno interessata al progetto della casa comune dei riformisti. C'è il rischio che, anziché attenuarsi, si riproducano in forme nuove arcaici steccati tra centro e sinistra, tra laici e cattolici e che si assista all'ennesima rappresentazione da teatro della crudeltà tra i protagonisti di una vecchia sinistra che ha perso tante pelli ma non il vizio di sbranarsi. 

In conclusione, la lettera di Amato e di D'Alema dovrebbe avere come primi destinatari non i socialisti europei ma Prodi e la Margherita... E, insieme con loro, i socialisti e i laici italiani con la loro esperienza sociale e le loro battaglie civili e il loro popolo disperso ed emigrato, appartato o risentito. Non si tratta di un'invenzione senza radici: un'alternativa democratica al partito socialista "ideologico" fu accarezzata più volte da Turati, ritorna con Carlo Rosselli, fu immaginata anche da Craxi che, sul finire degli anni Ottanta, propose di ribattezzare come «Internazionale Democratica» l'Internazionale Socialista. 

Hic Rhodus hic salta. Per essere domani credibile in Europa, una prospettiva di tale natura e portata deve essere creduta e praticata almeno in Italia. Con generale beneficio: degli ex comunisti, dei socialisti italiani che smetterebbero di fare i cani da guardia di simboli e insegne di cui sono stati spogliati per investire in un progetto che è nel loro Dna; dei laici e dei cattolici di centro e di sinistra che possono condividere un orizzonte più ampio e più moderno. E, soprattutto, di nuove generazioni incolpevolmente ignoranti di tanta storia politica, insensibili a ideologiche chiamate alle armi, ma interessatissimi a un nuovo progetto democratico. Un partito della riforma, un ideale partito democratico, un partito coalizione ricco di fermenti nuovi e di tradizioni storiche autentiche, netto nelle scelte internazionali, plurale e tollerante nei riferimenti alle organizzazioni internazionali, unito nella leadership, nella cultura della riforma e dell'innovazione, nelle regole di partecipazione, nel programma di governo. Tutto ciò richiede non solo spirito inventivo ma grande chiarezza, energia, costanza e coerenza innanzitutto nel superare i muri partitici e di diffidenza culturale del passato che non passa, oltreché i muri di un'iniziale, prevedibile diffidenza europea. L'identità non è solo storia, l'identità è progetto, come sapeva il vecchio Turati che scriveva «il passato non torna: solo il futuro ha ragione».


da "Italianieuropei"
22 febbraio 2003


A proposito di socialismo:la questione elettorale

Queste considerazioni riguardano la questione elettorale, in relazione con quella dell'autonomia socialista. Le scelte elettorali sono sempre state un problema politico, più che tecnico, ma è necessario fare riferimento ai successivi sistemi elettorali vigenti in Italia, per evitare una ricostruzione astratta degli avvenimenti che ci interessano.
E' noto che nell'Italia liberale, dall'inizio dello stato unitario fino alle elezioni del 1913 comprese, vigeva un sistema uninominale a doppio turno, con ballottaggio tra i due candidati meglio piazzati, nel caso in cui al primo turno non fosse risultato un vincitore. Questo sistema venne modificato per dieci anni, dal 1882 al 1892, con l'adozione dello scrutinio di lista, che qui in linea di massima possiamo trascurare.
Il sistema in vigore per le elezioni provinciali era anch'esso tendenzialmente uninominale: il territorio della provincia era diviso in mandamenti ed ogni mandamento costituiva la circoscrizione elettorale di ciascun consigliere provinciale.
Assai diverso era il sistema in vigore per le elezioni comunali, che può in definitiva essere considerato un sistema maggioritario: ogni elettore, in un primo tempo, poteva votare per tanti candidati quanti erano i consiglieri da eleggere; dal 1889 si poté invece votare per i 4/5 dei consiglieri, in modo da garantire la presenza di una minoranza. Se il Consiglio, come nelle grandi città, era di 80 consiglieri, si poteva votare per 64 candidati. Non esisteva la scheda di stato e ognuno introduceva nell'urna la propria. Con il sorgere di partiti organizzati, anche solo a livello locale e in occasione delle elezioni, l'elettore tendeva a conformarsi alle indicazioni che essi davano, ma spesso associazioni politiche ed economiche e giornali proponevano liste miste, scegliendo i loro candidati tra quelli presenti anche in liste contrapposte. Dal momento che ogni singolo elettore poteva formarsi una propria personale lista, i risultati potevano essere diversi da una chiara divisione tra maggioranza e maggioranza. Così, a Milano, nacque nel 1889 la Giunta Belinzaghi, di "conciliazione". Le legge prevedeva poi il ricorso alle votazioni parziali, che avvenivano dopo una periodica estrazione a sorte di una parte del Consiglio, complicando ulteriormente le cose. 
Questi erano i sistemi elettorali in vigore quando il partito socialista nacque e si sviluppò e ad essi è indispensabile fare riferimento per comprenderne le strategie elettorali, con particolare riferimento al problema del rapporto con i partiti "affini".
Sia il sistema elettorale politico sia quello amministrativo inducevano i partiti a prendere in seria considerazione la possibilità di allearsi con altri. Solo un partito molto forte o molto debole era indotto a presentarsi da solo alle elezioni. In caso di incertezza, era evidentemente preferibile allearsi ad altri: al primo turno o almeno ballottaggio per le politiche; costituendo una lista unica, o liste simili, ma con molti candidati in comune, per le amministrative. 
Il partito socialista era quindi anch'esso spinto dalle leggi vigenti verso le alleanze elettorali ed infatti prima della costituzione del partito la regola fu in genere quella dell'accordo, più che quella dell'intransigenza: così fu eletto Costa a Ravenna nel 1882, Turati alla Provincia di Milano nel 1998, Gnocchi Viani al Comune di Milano nel 1890.
La situazione mutò con il congresso di Genova del 1892. La questione della tattica elettorale, naturalmente, fu una delle questioni che appassionarono i dibattiti congressuali del socialisti fin dall'inizio, ma per molti anni si impose l'intransigenza. Un partito appena sorto, con il proposito di differenziarsi da tutti gli altri, compresi i democratici ed i repubblicani, non poteva che presentarsi autonomamente alle elezioni. Si trattava di fare propaganda, di affermarsi con i propri uomini e le proprie idee, di non confondersi agli occhi dell'elettorato, che ben vedeva come buona parte del programma socialista fosse identico a quello della democrazia e rischiava quindi di non capire perché era stato fondato un nuovo partito.
Il partito socialista, d'altra parte, nasceva proprio perché la democrazia politica non era ritenuta sufficiente per gli interessi dei lavoratori e per la stessa conquista della libertà. Bisognava perseguire, oltre alla democrazia politica. anche la democrazia economica. I socialisti avevano nel proprio programma il metodo della lotta di classe ed il fine della socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio. Questo li differenziava da tutti gli altri.
L'intransigenza elettorale corrispondeva dunque a quella politica verso il partito democratico e quello repubblicano. Essa aveva però degli inconvenienti. Veniva, innanzi tutto, limitato il numero degli eletti al partito socialista e a agli altri partiti dell'Estrema sinistra, che sarebbero stati molti di più presentando un candidato unico in ogni collegio, o almeno accordandosi nei ballottaggi. Venne quindi stabilito una deroga all'intransigenza almeno nei ballottaggi, quando il candidato democratico desse buone garanzie politiche.
Non era però sufficiente, perché si rischiava comunque di indebolire l'intero fronte democratico di fronte alla reazione, che non era un pericolo solo teorico.
Fu infatti prima la repressione di Crispi, che nell'ottobre 1894 sciolse il partito socialista, e poi quella di Rudinì e di Pelloux nel 1898-99 a far cambiare idea ai socialisti. Si capì che la borghesia non era un'unica massa reazionaria, che era interesse socialista favorire l'avvento di un governo democratico o anche solo liberale e si decise quindi di stringere alleanze alle elezioni amministrative del 1899 e a quelle politiche del 1900 con i democratici radicali e repubblicani. I risultati furono fondamentali nel favorire la svolta politica che fu realizzata nel 1901 con la costituzione del governo Zanardelli e poi con il secondo governo Giolitti.
Successivamente, però, il problema delle alleanze si ripropose in termini diversi. La questione non divise soltanto i riformisti dai rivoluzionari, ma fu oggetto di dibattito tra gli stessi riformisti. Secondo alcuni, con il consolidarsi del regime liberale venivano meno le ragioni dell'urgenza che avevano portato all'alleanza coi i democratici ed i socialisti dovevano riacquistare la propria autonomia e tornare a svolgere un proprio ruolo distinto, anche se non ostile verso i democratici. Per altri l'alleanza andava anzi intensificata ed allargata, fino a portare il partito socialista in un governo di coalizione, analogamente a quanto accadeva nelle amministrazioni locali, dove gli assessori socialisti sedevano accanto a quelli democratici e repubblicani. Si aprì la polemica sul cosiddetto bloccardismo, che riguardava in modo particolare le elezioni comunali: città importanti come Firenze e Roma, come già nel 1899 Milano, vennero conquistate dai blocchi popolari ed ebbero sindaci radicali. L'anticlericalismo era uno dei collanti di queste unioni, cui non era estranea una forte componente massonica.
A Milano, come si sa, la scelta fu diversa. I riformisti milanesi, che furono in netta maggioranza nel partito fino alla guerra di Libia, scelsero una strategia di autonomia già nel 1907 e nel 1908, la confermarono nelle elezioni parziali del 1910 e, soprattutto, in quelle generali del 1911: in quell'occasione la somma dei voti della lista socialista e di quella democratica fu maggiore del risultato ottenuto dai moderati, che tuttavia ebbero la maggioranza dei consiglieri e costituirono quindi la Giunta. Così facendo, però, i socialisti si apprestavano a conquistare, a loro volta, il Comune, come accadde infatti nel 1914: anche allora la somma dei voti dei moderati e dei radicali era maggiore del risultato ottenuto dai socialisti, che però legittimamente costituirono la Giunta Caldara. 
Lo stesso avvenne anche per le elezioni politiche, dove l'accordo con gli altri partiti divenne l'eccezione.
Autonomia, quindi, anche in presenza di un sistema maggioritario, sia nelle elezioni politiche, sia in quelle amministrative. Scelta che maturò in campo riformista e che non si può quindi sostenere sia stata imposta dai rivoluzionari che si impadronirono del partito nel 1912.
L'adozione del sistema proporzionale, nel 1919 per le politiche e nel 1946 anche per le amministrative resero questa scelta più ovvia e più conseguente. I socialisti, del resto, si erano sempre battuti per l'adozione del sistema proporzionale. Diverso il loro atteggiamento, prima del fascismo, per quanto riguardava le amministrative. La proposta del 1920 di Matteotti era per un sistema maggioritario, che garantisse una rappresentanza proporzionale alle minoranze. Qualcuno lo ricordò, invano, nel secondo dopoguerra. L'adozione del sistema proporzionale nelle amministrative significava infatti rassegnarsi a costituire comunque, salvi casi eccezionali, giunte di coalizione.
Il partito socialista, come è noto, rinunciò alla sua autonomia prime nelle elezioni amministrative che si tennero nella seconda metà del 1946 e nel 1947, aderendo ai Blocchi del popolo, poi nelle politiche del 1948, con il Fronte democratico popolare. Questa politica è stata poi giustamente bollata come contraria agli interessi del socialismo e frontismo è diventato un termine negativo. L'autonomia politica socialista si riaffacciò nelle elezioni amministrative del 1951 e 1952 e poi in quelle politiche del 1953, preludio alla riconquista della piena autonomia politica nel 1956 e 1957. Certo i magri risultati del 1948 ebbero il loro peso nella ripresa dell'autonomia socialista, ma la questione era essenzialmente politica e a Nenni, come va il demerito del frontismo, va riconosciuto il merito dell'autonomia.
Tutta la storia del socialismo è quindi legata alla difesa dell'autonomia del partito, politica e quindi elettorale. L'adozione del sistema elettorale proporzionale ha consentito la piena esplicazione di questa autonomia, ma, come si è visto, non ne è stata la condizione unica, né necessaria: in età liberale l'autonomia è stata difesa e mantenuta anche con un regime elettorale maggioritario mentre proprio con il proporzionale il PSI ha abdicato per un certo periodo alla propria autonomia in nome del frontismo.
Si potrebbe concludere affermando che un partito socialista dovrebbe battersi per il ritorno al proporzionale sia per motivi di principio, sia perché sarebbe la forma che più ne favorirebbe la vita e lo sviluppo, ma che non è di per sé la mancanza del sistema proporzionale ad impedire l'esistenza del partito socialista.
Oggi il partito socialista non c'è e che non basterebbe certo una riforma elettorale per farlo rinascere, anche se potrebbe aiutare. Bisognerebbe però, quanto meno trovare il modo di discutere il problema.

Maurizio Punzo
6 marzo 2003


INTERNAZIONALE SOCIALISTA RINNOVATA O UNA NUOVA "INTERNAZIONALE"?

L'anno scorso, appena concluso il secondo Forum Social Mundial di Porto Alegre del 2002, la rivista Reportagen (n. 29 fevereiro del 2002 ano III) dava un gran rilievo "alla proposta di Chomsky e di Fidel" secondo cui il movimento che aveva riunito 60.000 persone da tutti gli angoli del mondo potesse essere una nuova "internazionale dei lavoratori" (Raimundo R. Pereira, op. cit., p. 20 ss.). L'autore della proposta è stato Chomsky che, è bene precisarlo, non è un militante politico in senso stretto: rappresenta se stesso e le sue idee, non un'organizzazione, ma sicuramente uno stato d'animo diffuso. 
Per Chomsky questa nuova "internazionale" è una speranza perché è "ben più ampia e di maggior significato" delle altre, intendendo quelle che la avrebbero preceduta. Per dare un fondamento a questo suo assunto fece una rapida (e, a mio avviso, sommaria) analisi delle quattro Internazionali della storia del movimento operaio: dalla Prima di Karl Marx, alla Seconda, dalla Terza comunista alla Quarta (sarebbe meglio dire, forse, alle Quarte) di ispirazione trotzkista. 
Chomsky non prende neppure in considerazione la tuttora esistente Internazionale Socialista rifondata dopo la Seconda Guerra Mondiale. Forse non ne conosce l'esistenza o la vuole ignorare. 
Un'operazione discutibile anche per i suoi critici: si tratta pur sempre della più forte organizzazione politica internazionale presente in circa 120 paesi del mondo e che raccoglie, a vario titolo (membri effettivi, consultivi ed osservatori) più di 140 partiti e che ha avuto tra i suoi dirigenti Willy Brandt, Olof Palme, François Mitterrand, Bruno Kreisky, Felipe Gonzales, Mario Soares, nonchè Carlos Andres Peres e Bettino Craxi nei loro tempi migliori. 
Chomsky si colloca fuori dalla tradizione marxista-leninista (note sono le sue critiche feroci al sistema comunista), ma anche da quella socialista. Chomsky è un anti-neoliberale, ma non può essere definito un antiliberale. Per lui "le idee liberali classiche si relazionano direttamente con la tradizione socialista anarchica, cioè alla critica libertaria da sinistra al capitalismo" Bakunin più che Marx.
Nel Forum c'è posto per tutti, e ciò rappresenta la sua grande forza di irradiamento, ma anche il suo limite, se dovesse diventare qualcosa di diverso: una nuova "internazionale", per esempio. Ufficialmente il FSM si definisce come un movimento che raggruppa "rappresentanti della nascente società civile mondiale, che si sta formando nella lotta contro la globalizzazione neo-liberale e nella difesa della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, solidarietà, giustizia e rispetto della diversità".
Fidel Castro, che non è stato formalmente invitato al Forum, ma che in ogni avvenimento politico nelle Americhe è un inevitabile convitato di pietra, si è dimostrato molto favorevole alla proposta di Chomsky nell'intervista rilasciata a Breno Altman per il numero successivo di Reportagem (março 2002). Secondo il comandante cubano una nuova "internazionale" che non si definisca di ideologia socialista o comunista "potrebbe essere molto migliore delle internazionali del passato" (quali strani echi della proposta di trasformare l'Internazionale Socialista in una Internazionale Democratica quando la Terza Via era di moda). 
Deve tuttavia fondarsi su "principi condivisi ed accettati liberamente", tra questi "uno è la giustizia sociale e l'altro un atteggiamento anti-neoliberale". Fidel propone che si adotti (tra i principi) anche il nazionalismo, come difesa della sovranità nazionale. Già nel Forum del 2002 la proposta nazionalista scatenò la reazione violenta di Michael Hardt, il coautore americano con Toni Negri di "Imperium", che disse che l'idea di rinforzare lo stato-nazione è antiquata ed impropria (Raimundo Pereira, op. cit., p. 23). Stato nazionale sì, Stato nazionale no è una discussione, che non ha senso per chi si definisce di sinistra, perché la questione cambia segno se lo stato in questione è democratico o non lo é.
Dunque la questione è quella della democrazia e di chi la garantisce meglio: lo stato nazione o una nuova dimensione planetaria delle istituzioni pubbliche? Lasciando peraltro sullo sfondo il fatto che in questo momento il mondo rischia di essere egemonizzato da uno stato che non ha le caratteristiche dello stato nazione, ma dello stato continente, con pretese di universalismo (la giurisdizione civile e penale USA si estende a tutto il mondo e nel contempo gli USA si sottraggono alla giurisdizione delle organizzazioni internazionali: opposizione al Tribunale Penale Internazionale).
L'idea della creazione di una nuova "internazionale" a partire dal Forum Social Mundial 2002 non ha fatto molti passi e ciò per ragioni soggettive ed obiettive. La prima è costituita dalla eterogeneità dei movimenti del FSM: è vero che tra di loro ci sono anche dei nostalgici del marxismo-leninismo più vetero, ma giustamente danno un senso più di folclore politico, che di reale rischio egemonico. Un discorso a parte merita Fidel ed il mito cubano, come già detto, per ogni iniziativa che riguardi l'emisfero australe ed il continente americano in particolare.
La seconda ragione è che la trasformazione in "internazionale" del FSM, presuppone che i singoli movimenti a loro volta si trasformino in partiti o, quantomeno, in soggetti politici elettorali. Hic Rhodus, hic salta direbbe Mario Soares, se amasse questa citazione latina. Senza una legittimazione elettorale non si è partiti e se non si è partiti la configurazione di una nuova società non è possibile. Ma spingersi nella direzione della definizione di un progetto di società e di un programma di governo può diventare lacerante per movimenti che si sono costruiti dal basso e partendo da fatti concreti e spesso locali. Questa forza/debolezza del movimento dei movimenti può rappresentare l'occasione principe per tutta la compagnia delle mosche cocchiere nostalgiche. Quale migliore occasione per dare una coscienza ideologico-politica a chi non la ha? Oltremodo rappresentativa della tendenza è stata la riunione a Cuba del Secondo Incontro Emisferico contro la ALCA (25-28 novembre 2002). 
Ancora una volta si deve ringraziare la rivista brasiliana Reportagem di aver seguito con attenzione l'avvenimento, con l'articolo di Gilberto Maringoni (ano IV, n. 40 janeiro 2003, p. 47 ss.) "Il movimento antiglobalizzazione e socialista si riunisce a Cuba e ascolta Fidel Castro e Fausto Bertinotti". All'Havana, secondo Maringoni, Fausto è annunciato come un invitato speciale e parla 22 minuti, quindi poco per gli standard cubani. Bertinotti "non è neppure da lontano il più importante oratore presente in questo secondo incontro" tra i 1123 delegati di 43 paesi, ma spetta a questo italiano "di fare l'intervento più scoperto di questi quattro giorni". Per Bertinotti "due nuovi spettri girano per il mondo" (parodiando le parole iniziali del Manifesto dei Comunisti). I fantasmi sarebbero "la scalata bellicista nord-americana e il movimento contro l'ordine neoliberale". Si oppongono l'uno all'altro e da essi dipende il nostro futuro. Per il dirigente di Rifondazione stiamo assistendo ad un movimento senza precedenti negli ultimi 20 anni; una contestazione che passa da Seattle, Genova e Porto Alegre. "E' il grande fenomeno politico del nostro tempo" e continua "le forze comuniste devono discutere a fondo questo movimento, che rappresenta un'importante forza di trasformazione sociale". Per Bertinotti questa mobilitazione possiede tre caratteristiche basilari. E' mondiale e pertanto con capacità di intervento. In secondo luogo è un movimento di lunga durata ed in terzo luogo fa sì che "una nuova generazione di giovani entri nella scena politica con una motivazione critica e plurale". Queste considerazioni, esposte da Bertinotti, non differiscono da quelle che potrebbe, anzi dovrebbe fare, ogni movimento di sinistra, anche di ispirazione socialista democratica, a fronte della crescente disaffezione di strati importanti dell'elettorato tradizionale (da ultimo in Germania nelle elezioni nei Laender di Assia e Bassa Sassonia le perdite della SPD corrispondono all' aumento dell'astensione elettorale) ed alla mancanza di un serio ricambio generazionale. Tuttavia già si possono vedere le differenze di approccio che in un comunista, sia pure non classico, come Bertinotti, sono sempre in agguato; la tentazione dell'"avanguardia cosciente", frutto del possesso della "teoria giusta", della "ideologia vincente". Bertinotti si presenta infatti come un militante del movimento operaio, marxista che analizza il capitalismo a partire "dalle sue cause" e che vede "i suoi effetti" di alienazione e rapina. 
Secondo Bertinotti il movimento antiglobalizzazione attuale non attacca le cause, ma gli effetti dell'ordine capitalista. "Dobbiamo realizzare un incontro tra questi due movimenti" e "fare una critica radicale del mercato". Bertinotti pensa che questo incontro "possa far rinascere la storia della critica del superamento del capitalismo". "Questo <no!> alla guerra e questo <no!> al neo-liberalismo possono essere un nuovo inizio, che collochi i movimenti sociali europei e latino americani in una nuova prospettiva, facendo sì che un vecchio slogan europeo guadagni attualità: <Socialismo o barbarie!>! "In verità era il titolo di una rivista francese di sinistra fortemente antistalinista e contro le degenerazioni comuniste: un buon segno che sia adottato da un leader di un partito che si chiama "Rifondazione Comunista"! In conclusione se per Bertinotti lo slogan del movimento antiglobalizzazione è "un altro mondo è possibile. Noi continueremo a dire che questo (altro) mondo è socialista!"
Quelle che sono state ipotesi di lavoro tra il Secondo ed il Terzo Forum Social Mundial hanno cambiato segno con la elezione di Lula a Presidente del Brasile con quasi 55 milioni di voti. Il Brasile detiene il 10-% del PIL delle Americhe e l'arrivo al potere della sinistra è un grande avvenimento politico di portata continentale. Lula ne è consapevole e lo ha detto rotondamente a Porto Alegre durante l'investitura popolare per recarsi a Davos in posizione di forza. Lula ed il suo partito, il PT, che allora controllava la municipalità di Porto Alegre e lo Stato di Rio Grande do Sul (il sindaco ed il governatore ora sono tutti e due ministri federali) sono stati tra i fattori di successo del FSM, ma è anche vero che il FSM ha dato una visibilità politica al Brasile senza precedenti (la rivista settimanale Carta Capital del 5 febbraio dice che ora il Brasile ha 170 milioni di ambasciatori). Sono destinate ad aumentare le reciproche influenze tra l'America Latina e l'Europa. Fuori dai denti, il neo-liberalismo e l'egemonia USA sono problemi planetari e penso alla tragedia africana e di tanti paesi emarginati dell'Asia, ma in concreto soltanto dall'Europa e dall'America Latina (uso questo termine politicamente scorrettissimo per ragioni di mera rapidità espressiva) può venire una risposta politica ed istituzionale in grado di contrastare il solipsismo americano e questa conduzione maniacale ed unipolare del mondo. I legami sono antichi, da quelli etnici (nella densa mata il Brasile si trasformò in un immenso Portogallo, come ci ricorda poeticamente Chico Buarque), dalla conquista alle grandi emigrazioni del XIX e XX secolo, a quelli storico-culturali. Inoltre, gli anni delle dittature militari hanno provocato un esilio politico di massa che ha favorito un incontro non solo di elités politiche, ma di quadri militanti, di cui il segno non è scomparso. L'integrazione europea, sia pure con i suoi difetti rappresenta pur sempre la realizzazione di una visione bolivariana ed in concreto soltanto una integrazione latino americana, a cominciare dal Mercosur, su modello europeo, può contrastare la creazione dell'ALCA, una grande area di libero scambio dominata dagli USA. Non si possono seguire i cubani nella strategia di confronto e distruzione prima dell'ALCA, poi dell'Organizzazione Mondiale del Commercio ed infine del FMI. Le organizzazioni internazionali vanno rifondate dando un maggior peso alla trasparenza ed al loro controllo parlamentare. In una azione concertata, di cui il Brasile ha bisogno per la sua elevata esposizione finanziaria internazionale (l'apparente luna di miele post Davos non deve ingannare: in attesa della guerra irakena non si vogliono aprire nuovi fronti), il rapporto con i paesi europei è essenziale ed in questo rapporto un ruolo particolare hanno i partiti socialisti di governo, ma anche di opposizione. Da qui l'idea, evocata da Pietro Folena a Porto Alegre, di assegnare un ruolo nuovo all'Internazionale Socialista con l'organizzazione del prossimo Congresso in Brasile e l'entrata del PT a pieno titolo nella IS e "perché no con Lula Presidente", ha commentato dall'Italia Cesare Salvi, a capo del combattivo gruppo di Socialismo 2000. In effetti la sinistra socialista europea da anni coltiva i rapporti con il PT così come la potente Fondazione Ebert della SPD. Una presenza quella socialista europea non esente da critiche in alcuni settori estremisti del PT. Il quadro che si sta delineando è quello più rispettoso della originalità dei movimenti, che se si trasformassero in partiti o soggetti elettorali od addirittura in una nuova "internazionale" sarebbero sepolti e paralizzati dalle contraddizioni. Mario Soares, un leader socialista con molto prestigio nel FSM, è stato chiaro: non si devono confondere movimenti e partiti, anche se hanno bisogno gli uni degli altri. Il problema più urgente, come già detto sopra, non è tanto quello della difesa dello Stato nazionale, ma della democrazia, minacciata come non mai dal sorgere di centri di decisione politica ed economica fuori da ogni tipo di controllo.
La difesa del ruolo dei partiti non deve essere motivo di rinuncia ad una critica impietosa dei loro gruppi dirigenti e del loro modo di funzionare, oligarchico e burocratico. In questa prospettiva, la proposta di un'Internazionale Socialista rinnovata dall'incontro con i movimenti può essere uno dei fattori di cambiamento. Lo stato sociale ed i partiti politici di stile europeo (e latino americano) sono ancora invenzioni che vale la pena di difendere, sia pure riformandoli nel senso di ampliare le aree di inclusione. Purtroppo, anche a sinistra, qualcuno lavora per smantellare le conquiste. La trasformazione del FSM in una nuova "internazionale" non potrebbe farsi che su un modello politico nordamericano e perciò estraneo alla cultura politica europea e latino americana. Il progetto di rinnovare l'Internazionale Socialista ed i suoi partiti è ambizioso ed ha bisogno di protagonisti visibili e riconoscibili. Possiamo rimpiangere che alla guida dell'Internazionale non ci siano ora dei maturi e saggi Olof Palme e Willy Brandt o dei giovani entusiasti alla Felipe Gonzales o Mario Soares dei tempi della transizione dalla dittatura alla democrazia in Spagna e Portogallo. Una figura simbolo può essere una scorciatoia e perciò un pericolo, ma qui in Brasile non si può sfuggire al clima di entusiasmo e speranza e perciò anche io, come la sociologa cilena Gladys Marin, penso: "Abbiamo bisogno di un Lula universale!" (Carta Capital, n. 226 de 5 fevereiro 2003, p. 27). 
Porto Alegre/Rio de Janeiro, 6 febbraio 2003 

Felice Besostri.


Felice Besostri è stato senatore DS della XIII legislatura, dirigente del PSI e della Internazionale della Gioventù Socialista IUSY, insegna nel Dipartimento di Studi Internazionali della Facoltà di Scienza politiche dell'Università Statale di Milano. In America Latina ha partecipato a conferenze e Seminari nella PUC-RJ (1981) e alla UESP (1993).


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