I due volti del socialismo

di JIRÍ PELIKÁN 

DOPO la notte dal 20 al 21 agosto 1968 e in questi dieci anni di nuove esperienze, di dibattiti, di sconfitte e di successi della nostra lotta mi sono sempre posto nuovamente le domande come già precedentemente in Ungheria e in Polonia. 
Può il socialismo nell’Europa occidentale essere diverso dal “socialismo" (esistente) nell’Urss e nei paesi dell’Est, e quali ne sono le condizioni e garanzie? 
Le deformazioni del socialismo nell’Urss e nei paesi dell’Est sono davvero e soltanto una conseguenza di una situazione particolare del primo paese della rivoluzione socialista e della deviazione del “leninismo" oppure ci sono una logica inevitabile e delle radici già nelle concezioni e nella prassi leninista? 
E’ il socialismo inseparabile dalla libertà per la grande maggioranza dei cittadini e dalla più larga democrazia, e in tal caso “il socialismo democratico" ovvero “dal volto umano" rappresenta soltanto un pleonasmo inutile oppure - come affermano taluni marxisti - si può immaginare l’esistenza contemporaneamente di regimi socialisti di tipo autoritario e di regimi socialisti democratici, così come esistono nel mondo capitalistico? 
Quale è dunque il significato del socialismo? 
Il fatto che oggi si discuta su un tipo di socialismo ancora da scoprire mentre esistono già Stati che si definiscono socialisti (l’Urss da sessant’anni, gli altri paesi dell’Europa orientale da trenta), più che assurdo può essere definito tragico. L’esperienza di questi Stati, infatti, risulta complessivamente negativa tanto per quanto concerne la realizzazione del socialismo quanto la sua capacità di attrazione sulle masse in Occidente, senza parlare dei paesi dell’Est dove la pratica ha screditato il socialismo più di qualsiasi propaganda reazionaria. 
Il confine tra le forze socialiste, cioè tra le varie componenti della sinistra, si traccia proprio quando si decide che cosa bisogna intendere per socialismo, dato che attualmente esistono due tipi di socialismo in netta contraddizione tra loro: a) un socialismo di tipo sovietico, cosiddetto “esistente", i cui principi sono il monopolio del potere da parte del partito comunista, la liquidazione di ogni tipo di opposizione, del pluralismo e dell’autonomia dei sindacati, la repressione delle libertà civili e la censura, la statalizzazione di tutti i mezzi di produzione e l’accentramento della pianificazione; b) un socialismo rispondente alle idee di Marx ed Engels, di Rosa Luxemburg, di Lenin ; un socialismo quindi che sarebbe in grado di offrire alla maggioranza dei cittadini maggiore libertà, maggiore giustizia e maggiore partecipazione alla gestione del paese di quanta ne offra il sistema borghese: insomma, un socialismo tendente ad ampliare le libertà anziché a limitarle così come è avvenuto finora.

Il Messaggero
Sabato 8 Febbraio 2003


 

Se il socialismo diventa il valore globale del futuro

(contributi di Felipe Gonzales e Giuliano Amato al dibattito aperto da Fabius, Mauroy e Rocard su "Repubblica" e "Le Monde")


Il fondamentalismo neoliberista è fallito, ora finisca la nostra malinconia per le occasioni sprecate

di FELIPE GONZALEZ



HO RICEVUTO con illusione, velata da una certa malinconia, la proposta di alcuni cari amici francesi - come Fabius, Mauroy e Rocard - di sviluppare un movimento di carattere regionale europeo e dall´identità socialista e democratica in grado di affrontare, con la forza di tutti, le sfide poste dalla globalizzazione, imprimendo una nuova dinamica allo strumento disponibile: il partito dei socialisti europei. L´illusione deriva dal fatto di condividere pienamente la proposta e di essere pronto a sostenerla nel suo sviluppo. La malinconia, invece, dal non sapere esprimere il mio punto di vista sulle sfide che abbiamo di fronte in maniera diversa da come lo avevo fatto l´8 novembre ´99, al Congresso di Parigi. E dunque sentendo di aver lasciato passare del tempo prezioso.
In effetti, quando allora sottoposi la Dichiarazione di Parigi al dibattito, lo feci, tra l´altro, in questi termini. Il socialismo democratico è oggi, più che mai, lo strumento per affrontare le sfide della rivoluzione tecnologica, della globalizzazione dell´informazione, dell´economia, della finanze, dei problemi ambientali, dei flussi migratori, del pieno inserimento delle donne, della sicurezza e della pace, tutte questioni di rilevanza internazionale come non lo sono mai state; tutte generanti una interdipendenza crescente, come mai prima.
Fin dalla nostra nascita, agli albori della prima rivoluzione industriale, abbiamo voluto un movimento che proiettasse universalmente i nostri valori. Ora la rivoluzione tecnologica, accorciando i tempi e le distanze della comunicazione tra gli esseri umani, permette di risolvere i problemi della produzione alimentare, della lotta contro le malattie e contro l´erosione dell´ecosistema; ciò, unito alla scomparsa del modello comunista, lascia nelle nostre mani, sotto la nostra responsabilità, la risposta umanista e progressista di questo cambio di era. La nostra originale ragion d´essere, è ora più fattibile che mai, perché le sfide sono diventate mondiali e interdipendenti e gli strumenti possono e devono esserlo altrettanto.
Perché: che si tratti di creare un nuovo ordine internazionale della pace e della sicurezza, per sostituire allo scontro della forza il dialogo tra le culture e le identità differenti, accettando i valori dell´altro, scambiando esperienze e con una posizione ferma riguardo al rispetto dei diritti umani universali; che si tratti di trovare regole per una governabilità delle crisi finanziarie che si succedono, con conseguenze drammatiche per i paesi colpiti e con rischi di contagio per tutto il sistema finanziario mondiale, o di trovare nuovi equilibri per gli intercambi commerciali e per la diffusione delle tecnologie; che si tratti di creare una dimensione sociale dell´economia globale, in ogni nazione e nei diversi territori; che si tratti di ottenere l´inserimento delle donne a tutti i livelli di responsabilità da condividere pariteticamente; che si tratti di migliorare le condizioni dell´ecosistema e preservare la biodiversità; che si tratti di trovare delle risposte umanitarie per i flussi migratori; che si tratti di lottare contro la fame, le malattie o la scarsità di conoscenza; stiamo parlando di valori per gli esseri umani che esigono una risposta POLITICA.
Questo dicevo esattamente tre anni fa. Successivamente, abbiamo discusso e approvato la Dichiarazione di Parigi, che continua ad avere validità, anche se è poco considerata nei nostri sforzi. Molte cose sono accadute – molte e gravi – dopo quei giorni di novembre del ´99, ma il sistema d´allarme delle nostre organizzazioni ha iniziato ad attivarsi quando migliaia di migliaia di giovani si sono lanciati nella denuncia degli effetti perversi di uno sviluppo ingiusto ed escludente basate sul modello della globalizzazione. Ora, di fronte al fenomeno della mondializzazione della crisi economico-finanziaria, si sono potenziate le nuove minacce per la sicurezza da parte di reti terroristiche impregnate di nichilismo distruttore, così come la risposta di una destra egemonica che riduce le libertà perché non sa affrontare le sfide della doppia crisi, sul fronte economico e su quello della sicurezza. L´allarme che sentiamo è più forte, anche perché l´amministrazione degli Stati Uniti ha aperto una strada unilaterale che sappiamo provocherà ancora più disordine, invece di una riduzione delle minacce, e perché ci accorgiamo che l´Europa sta perdendo peso nel nuovo scenario internazionale.
Il fondamentalismo neoliberale è fallito, ma le risposte sostenibili non emergono ancora e non possono essere puramente difensive. Anche l´unilateralismo della nuova strategia per combattere le minacce contro la sicurezza fallirà, ma non c´è ancora un ordine alternativo in grado di aprirsi la strada. L´Europa – se unita politicamente – può recuperare rilevanza e contribuire a reincanalare il disordine economico e finanziario verso un´architettura internazionale più efficiente e sostenibile. Può, altrettanto, iniziare una strada del multilateralismo organizzato su base regionale che abbia la capacità d´incidere sulle decisioni riguardanti la sicurezza.
La rinascita dell´illusione e la fine della malinconia per il tempo perduto sono alla nostra portata.



Vanno ricercate nel vecchio Continente le linee per aggiornare mercati e società senza violare i diritti

di GIULIANO AMATO


Vi sono messaggi che valgono non solo per ciò che dicono, ma soprattutto per il momento in cui lo dicono. E questo è il caso dell´appello ai socialisti di tutta Europa lanciato da Laurent Fabius, Pierre Mauroy e Michel Rocard. Da anni, infatti, diversi di noi (noi socialisti) avevano scritto che il XXI secolo, lungi dal cancellarci, avrebbe esaltato il bisogno del nostro riformismo in contesti nazionali e mondiali forieri certo di sviluppo, ma allo stesso tempo segnati da spinte all´esclusione, alla diseguaglianza e alle chiusure identitarie. Che cos´è allora che rende particolarmente attuale oggi un messaggio, che ribadisce queste verità e sottolinea il ruolo dell´Europa come arena sulla quale i socialisti dovranno giocare la carta riformista, sapendo guardare agli squilibri del mondo?
Sono due fondamentalmente le ragioni. La prima risiede nel profondo cambiamento della politica americana con l´avvento dell´amministrazione Bush. Tendenze che negli Stati Uniti già c´erano e che erano oggettivamente irrobustite dal crescente e ineguagliato primato militare del Paese hanno perso il correttivo e il bilanciamento che incontravano nella visione politica dei democratici; e hanno trovato inoltre, nell´11 settembre, una spinta decisiva verso l´unilateralismo e verso l´aspettativa di un mondo nel quale la "pax americana" possa imporsi con ogni mezzo. La necessità di una visione più aperta e di strategie più ponderate per la stessa lotta al terrorismo è diventata sempre più impellente, mentre sempre più evidente emergeva la difficoltà dell´Europa di darle una risposta univoca e di dialogare con autorevolezza e con capacità di influenza sugli Stati Uniti.
La seconda ragione è nei disastri a cui ha portato l´economia finanziaria che si era mostruosamente dilatata in questi anni. Non il mercato, ma – come ha scritto lo stesso George Soros - il fondamentalismo del mercato ha portato a cancellare il nesso fra risorse finanziarie e ricchezza reale. La ricchezza finanziaria è diventata il bene supremo a scapito degli stessi investimenti produttivi (non ne è una prova anche il declino industriale italiano?) e in suo nome anche i fondi pensione si sono gettati all´inseguimento dei "ritorni a breve" e hanno concorso così ad una gigantesca bolla, la cui finale esplosione ha bruciato le pensioni dei loro sottoscrittori. È stata, questa, una lezione tremenda, che ha riproposto domande cancellate dai miti liberisti: di certo non serve lo statalismo (che in un´economia globalizzata sarebbe fra l´altro impossibile), ma un mercato più e meglio regolato è di sicuro essenziale.
Non è del resto un difetto di regolazione quello che ha consentito alle società di revisione di diventare società di consulenza della Enron e di altri, rendendole complici dei trucchi contabili dei loro clienti? E allora l´ondata che aveva tanto favorito le destre (basta con questi regolatori di sinistra, ciascuno sia libero di fare quello che vuole e tutti saranno più ricchi) ha dimostrato di essere null´altro che schiuma; e di produrre sì ricchezza, ma per pochi e con nessuna capacità di diffonderla.
Per di più, nel mondo dell´economia reale prendeva piede, e continua a guadagnare terreno, una corsa al ribasso nella competitività, che partendo dai moduli organizzativi e dai rapporti di lavoro dei paesi che si affacciano oggi sui mercati, comunica i suoi effetti a catena negli stessi paesi industrializzati ed erode i modelli sociali che qui si erano affermati. Il confine fra flessibilità necessarie (in quanto giustamente conseguenti alle mutate condizioni strutturali della produzione e del lavoro) e abbattimento del «costo» dei diritti è diventato labile; sembra anzi addirittura sconosciuto. Ansie, incertezze e precarietà mettono in tensione soprattutto gli strati più deboli del mondo del lavoro dei nostri stessi paesi.
Ecco dunque le ragioni attuali di un appello, che è una chiamata dei socialisti alla loro responsabilità di trovare risposte di governo per fenomeni che, lasciati a se stessi, possono solo generare ulteriori squilibri. Ed ecco altresì le ragioni di una politica socialista in primo luogo per l´Europa, perché solo l´Europa, non i nostri singoli paesi, può essere attore significativo sulla scena mondiale; e perché è europeo il modello sociale di cui vanno certo definite le linee di aggiornamento, ma anche quelle di invalicabile difesa.
L´appello, oltre che ad essere europei, invita ad essere uniti. Anche in questo senso, vale per tutti e vale per noi italiani. Usciamo dallo schematismo, tutto ideologico, che attribuisce alla sinistra-sinistra l´ordine del giorno della globalizzazione e dei suoi problemi, e alla sinistra riformista quello delle riforme domestiche. Se c´è una lezione in quanto sta accadendo, è nell´unicità per tutti dell´ordine del giorno. È il caso di lavorarci con apertura e con umiltà. E di fare, di questo lavoro, il filo che cuce il tessuto di una forte e riconoscibile posizione comune; in primo luogo, per quanto ci riguarda, in Italia e quindi in vista dell´Europa futura.

la Repubblica
22 novembre 2002 


Il falso riformismo e l'Europa vera

di Giorgio Ruffolo


Che Haider sia stato sonoramente battuto in Austria, dopo che Le Pen era stato sonoramente battuto in Francia, è cosa buona e giusta. Ci indica che l'estrema destra, in Europa, è (ancora) un virus controllabile. Il che non giustifica ottimismi fatui e disattenzioni fatali. Ma conferma che, a mantenerlo sotto controllo, ha contribuito non poco la pressione morale e politica dell'Europa democratica: quella che il nostro Ministro delle riforme padane chiama affettuosamente Forcolandia. 
Le elezioni austriache confermano poi il ristagno socialista. Eviterei, in proposito, commenti catastrofisti. Il socialismo resta dappertutto, tranne che in Italia, una grande forza: la sola antagonista della destra moderata. Però è una forza che ha perduto slancio e smalto. E soprattutto, e da tempo, ha perduto quella che potremmo definire l'egemonia riformista. 
E' singolare la parabola di questa parola: riformismo. Ci sono parole che sono esposte allo "scippo semantico". Come quello che consentiva a Togliatti di definire democrazie progressive i più biechi regimi polizieschi dell'Europa orientale. Sono come gli adesivi: significanti che si possono staccare da un significato per essere appiccicati a un altro, magari di segno opposto. Il riformismo era connesso al significato di una società più giusta. Ora è stato appiccicato a quello di una società più competitiva. Una volta era riformista chi voleva estendere l'area dei diritti sociali, del reddito e del lavoro. Ora è riformista chi vuole ridurla. E non solo a destra. Anche a sinistra c'è chi civetta con questo nuovo tipo di riformismo, in modo alquanto maldestro.
Una cosa, infatti, è combattere le esagerazioni, le remore, i lacci di un protezionismo sociale che diventa paralizzante e addirittura iniquo, quando finisce per proteggere gli uni lasciando scoperti gli altri, in nome della difesa di diritti che diventano privilegi. Un'altra è rovesciare i termini della questione sociale: ponendo la competitività come obiettivo da massimizzare e la giustizia come costo da minimizzare. Il riformismo socialista manteneva la competitività come vincolo e la giustizia come fine. E per assicurarne la compatibilità, proponeva e perseguiva le modificazioni del contesto istituzionale che la rendevano possibile: le riforme, appunto. Furono le grandi riforme del mercato del lavoro, della politica economica e della sicurezza sociale a rendere, al tempo stesso, più umano e più stabile il capitalismo.
Quel che è mutato, da almeno tre decenni ormai, è proprio il contesto istituzionale. La globalizzazione economica e finanziaria ha indebolito il potere degli Stati nazionali europei, troppo piccoli per controllare le nuove variabili del gioco economico. Ma i socialisti sono rimasti attaccati come ostriche allo Stato nazionale. E si capisce: lo Stato nazionale è diventato, in regime democratico, il loro alleato naturale: altro che comitato d'affari del capitalismo! 
Ora, è proprio l'incapacità di dare una risposta sopranazionale alla globalizzazione che è causa fondamentale dell'indebolimento del riformismo socialista. E non sono né le resistenze rigide della sinistra pura e dura, né le evoluzioni fatue delle mosche cocchiere del falso riformismo a offrire una risposta alternativa valida. 
Da questo punto di vista, è fatale, ai socialisti, l'incomprensione dell'importanza assolutamente prioritaria che la costruzione dell'Europa assume per loro. Per loro, molto più che per la destra: la quale si accomoda molto più facilmente all'egemonia del capitalismo americano, che della globalizzazione è il fulcro strategico. Ora, dopo un lungo periodo iniziale di incomprensione, i socialisti europei sono diventati sinceri sostenitori dell'Europa. Ma il primo amore non si scorda mai. Lo Stato nazionale resta il loro riferimento organico. Solo una minoranza è diventata consapevole della assoluta priorità del progetto europeo per il rilancio di una politica socialista capace di affrontare i nuovi problemi. La maggioranza, o è assorbita nelle contese nazionali al punto da non accorgersi d'altro; o partecipa dello scetticismo snobistico di una tradizione essenzialmente conservatrice; o crede di essere pragmatica e realistica quando raccomanda la politica dei piccoli passi, mentre i bolidi della globalizzazione gli schizzano a lato.
Questa incomprensione è il vero punto debole del socialismo europeo. Il quale, perduto il grande sostegno dello Stato nazionale (nonché dei sindacati, messi anch'essi in crisi dal turbocapitalismo) vi possono trovare la pedana di lancio per un progetto realistico e ambizioso di società politica e solidale, invertendo la marcia del loro attuale declino. Un grande nuovo soggetto politico europeo permetterebbe infatti di sviluppare tre dimensioni di un progetto socialista: quella politica, di un equilibrio mondiale multipolare, oggi pericolosamente sbarrato dall'unilateralismo della strapotenza americana; quella sociale, di un compromesso con il capitalismo nelle tre forme indicate da Michel Rocard: tra il capitale e il lavoro, tra il mercato e lo Stato, tra la competitività e la solidarietà. E infine, quella culturale - non certo la meno importante - di una terza via umanistica tra le due derive dell'ipermercatismo e del fondamentalismo. 
Finora, i socialisti non hanno saputo cogliere questa chance storica, diventando la forza europeista di punta. Ma non è mai troppo tardi. Si presentano oggi due nuove occasioni di "svolta". La prima è quella sostenuta da Rocard, Mauroy e Fabius, nel loro appello "Socialisti di tutta Europa, unitevi", pubblicato da questo giornale il 31 ottobre scorso: ed è costituita dalle elezioni europee del 2004. In quelle, i socialisti europei dovrebbero presentarsi, non solo con un "manifesto" comune, come Rocard e compagni propongono (i manifesti lasciano il tempo che trovano) ma con un vero e proprio programma comune di iniziative politiche e legislative da realizzare nel nuovo Parlamento europeo; sostenuto da una struttura politica comune, che dia corpo all'attuale inconsistente partito del socialismo europeo.
La seconda occasione, più ravvicinata nel tempo, è la Convenzione dalla quale dovrà uscire il nuovo assetto istituzionale dell'Unione europea. In questo senso opera già una valorosa pattuglia di socialisti, italiani in prima linea - cito per tutti Giorgio Napoletano ed Elena Paciotti - sostenitori di una posizione avanzata. Essi propugnano, tra l'altro, i tre risultati cruciali che distinguerebbero il successo della Convenzione da uno scacco: il voto a maggioranza, l'elezione del Presidente della Commissione congiunta del Consiglio dei Ministri e del Parlamento Europeo, la costituzione di un vero governo economico dell'Unione a partire dalla zona euro. Penso che dovranno sostenere, anche tra i loro compagni socialisti, una dura battaglia. Penso anche che potrebbero perderla (l'ostinazione antiunitaria dei laburisti inglesi è l'esempio più significativo di come ci si possa proclamare moderni e riformisti con la parrucca in testa). Meglio perdere che non combattere, comunque. Bisogna guardarsi, anche qui, dal falso pragmatismo di quelli che ieri criticavano Spinelli, e oggi Delors, in nome della concretezza. Spinelli ebbe ragione quando dichiarò che la resistenza inglese al mercato comune la si vinceva andando avanti, non fermandosi per "tirarseli dietro". Altro che utopia! E comunque: è' vero che a guardare troppo lontano si può perdere l'equilibrio. Ma è un po' più derisorio cadere per essersi guardati troppo i piedi. 

la Repubblica
12 dicembre 2002(con il titolo "il turbo-capitalismo e i falsi riformisti")


Sinistra e servizi pubblici

Combattere la solitudine dei cittadini

di TONY BLAIR

I maggiori successi che il partito laburista ha registrato nella sua storia sono stati realizzati grazie alla passione riformista e al coraggio di intraprendere le riforme necessarie per far fronte alle nuove sfide. A metà del secolo scorso, il Labour ha combattuto contro i cinque giganti - miseria, malattia, ignoranza, squallore e disoccupazione - indicati da William Beveridge. Il governo Attlee (1945-1951) definì un quadro radicalmente riformato per i diritti di base all’occupazione, all’istruzione, alle tutele sociali e all’assistenza medica. La strategia politica del 1945 riuscì a creare un consenso trentennale per il welfare state, lo stato del benessere. La sfida principale era la costruzione di uno Stato in cui «l’equità per tutti» avrebbe messo al bando la povertà e la disoccupazione cresciute drammaticamente negli anni tra le due guerre. Adesso è tempo di riconoscere che le scelte adottate nel 1945, pur essendo state motivo di conquiste eccezionali, appartengono a una stagione ormai passata di cui non possiamo essere prigionieri. Oggi dobbiamo essere in grado di garantire sicurezza e nuove opportunità ai cittadini britannici partendo da una riforma radicale dei servizi pubblici. La sfida che ci attende è assicurare che tali servizi diventino universali, siano il motore dell’uguaglianza e si personalizzino rispondendo alle crescenti aspirazioni dei nostri cittadini. Negli ultimi cinque anni di governo abbiamo tracciato le fondamenta della nostra riforma dei servizi pubblici. In questo momento, mentre il ritmo delle riforme sta accelerando, dobbiamo continuare a sostenere con convinzione il nostro disegno politico in vista del traguardo che ci siamo prefissi e a cui sottende un unico messaggio: solo riforme radicali potranno garantire la giustizia sociale.
Le riforme devono soprattutto riconciliare due impulsi che spingono gli individui, la società e i governi in direzioni opposte.
Il primo di questi è l’individualismo. Un mondo in cui le opportunità di scelta aumentano, i servizi si individualizzano e crescono le possibilità di realizzare le proprie aspirazioni, è anche un mondo in cui il senso di insicurezza può divenire opprimente per chi si trova ad affrontare la vita da solo o senza gli strumenti e le risorse adatti. L’altro è l’interdipendenza, in un mondo in cui sfere una volta distinte oggi tendono inesorabilmente ad avvicinarsi grazie alle nuove tecnologie e alla maggiore fa cilità negli spostamenti e in cui i problemi di una parte del Globo si riflettono immediatamente sull’altra. Un mondo in cui si avverte il bisogno di legami comunitari e il rafforzamento della solidarietà all’interno della società. Servizi pubblici moderni - sanità, istruzione, trasporti, ordine pubblico - devono essere conciliati con la libertà dell’individuo di scegliere muovendosi all’interno di un contesto di solidarietà. La nostra strategia si articola nei quattro principi enunciati dopo le scorse elezioni: standard nazionali, devoluzione, nuovo trattamento contrattuale per i dipendenti pubblici e maggiori opportunità di scelta. Principi che si stanno sedimentando tra i promotori dell’innovazione dei servizi pubblici e che il Labour deve sostenere con chiarezza e convinzione. Politiche concepite per incentivare la collaborazione pubblico-privato, migliorare i servizi, modernizzare e ottimizzare il lavoro, promuovere la responsabilità non sono la ragion d’essere di questo governo laburista. Sono invece alcuni degli strumenti che utilizzeremo per portare a termine la nostra missione, ovvero creare servizi pubblici che soddisfino i bisogni dei cittadini all’interno di una società forte e coesa. La varietà di soluzioni è un principio importante del nostro programma di riforma. Abbi amo bisogno di più scelta, e non solo fra diversi fornitori di servizi pubblici ma anche all’interno di ogni servizio pubblico, in modo che i cittadini più svantaggiati possano accedere a servizi di qualità, diminuendo così le disuguaglianze e consolidando nella classe media la propensione verso servizi collettivi. Nella sfera dell’istruzione la possibilità di scegliere fra scuole diverse fa sì che un numero sempre maggiore di genitori possa orientarsi verso quella che soddisfa le esigenze dei propri figli. Nel servizio sanitario l’imperativo è dello stesso tipo, aumentare la diversificazione all’interno e fra i servizi. Le nostre esigenze aumentano in corrispondenza di vite più complicate e di ritmi più veloci. Anche l’accesso al Nhs, il Servizio sanitario nazionale, richiede dunque una più ampia differenziazione di servizi. Così come è necessaria una maggiore scelta fra i fornitori di servizi sanitari affinché si possano soddisfare le richieste individuali e rispettare i tempi di attesa per le operazioni compensando le insufficienze del servizio locale. Il New Labour crede fermamente nei servizi pubblici e negli operatori che ne garantiscono il funzionamento. La nostra visione è radicata in servizi pubblici forti che estendano la giustizia sociale a un’economia di mercato dinamica attraverso l’investimento nelle capacità di ogni individuo e non solo di un’élite. Crediamo che i servizi pubblici siano la scala d’accesso verso migliori opportunità e una fonte di sicurezza nell’economia globale poiché aiutano i nostri cittadini ad affrontare cambiamenti impre vedibili. Siamo quindi pronti non solo a investire di più nei servizi pubblici, ma anche ad assicurare che questi possano svolgere appieno il loro ruolo nella creazione di una società migliore e a riformare i sistemi e le strutture di tali servizi adattandoli all’era moderna. Se saremo abbastanza determinati a portare avanti la nostra missione riformatrice riusciremo a riabilitare i servizi pubblici dopo due decenni di negligenza e registreremo non solo un importante avanzamento delle politiche progressiste ma soprattutto lavoreremo per la giustizia sociale nella nostra società. 


Questo articolo di Tony Blair è tratto dal nuovo numero di Italianieuropei , il bimestrale diretto da Giuliano Amato e Massimo D’Alema da oggi in edicola e nelle librerie. Oltre al saggio del premier laburista pubblicato in questa pagina, la rivista contiene una sezione sulle primarie come metodo per individuare la futura leadership dell’Ulivo, una parte sulla povertà in Europa e articoli di Peter Mandelson, Javier Solana e Salvatore Biasco sul socialismo europeo, sulla risposta al terrorismo e sulla fiducia economica in Italia.


IL SOCIALISMO RISORGERA' COME LA FENICE

Intervista a Zigmunt Bauman

di SERENA ZOLI

Ha la semplicità, l’eleganza nel contatto, dei grandi. E grande lo è, questo signore alto e snello di settantasette anni, uno dei maggiori sociologi del secondo Novecento con David Riesman e pochi altri, il cui nome non facile (è polacco di origine) Zygmunt Bauman viene immediatamente accostato al termine globalizzazione. La solitudine del cittadino globale uscito da noi nel 2000 è il titolo che forse più ha colpito e si è inciso nella memoria, con quel che di sollecitudine e di pena che sembra contenere. Non è una falsa impressione: Bauman è uno studioso della società, ma non freddo, distante, asettico. Le sofferenze degli uomini, le loro umiliazioni sono al centro della sua riflessione e della sua partecipazione. L’ha già scritto e ora lo ripete in questo incontro milanese a margine di un convegno sulla «società planetaria» promosso in ricordo del sociologo Alberto Melucci, a un anno dalla prematura scomparsa: «Non è possibile la neutralità morale in sociologia, chi lo sostiene mente a se stesso». La sua biografia lo conferma. Fuggito con la famiglia in Urss all’invasione della Polonia nel ’39 in quanto ebrei, là arruolatosi più tardi in un corpo di volontari polacchi per combattere contro i nazisti e finalmente rientrato a Varsavia, il suo sogno era di studiare fisica. Ma davanti alla distruzione della sua terra Bauman decise di occuparsi dei «buchi neri» del Paese e «del big bang della sua resurrezione». Come? «Scelsi la sociologia, convinto che potesse cambiare il mondo». Col tempo questa fede s’è forse stemperata, ma non persa. Lo ribadisce nel libro che esce domani in Italia (Società, etica, politica) e che essendo il frutto di cinque «interrogatori» condotti da un altro sociologo, Keith Tester, diviene quasi una summa del pensiero dello studioso, oggi professore emerito alle Università di Leeds e di Varsavia. E’ qui che Zygmunt Bauman elenca un suo particolare pantheon di «maestri»: Camus, Gramsci, Calvino, Borges. Partiamo da qui, con le prime domande. 

Albert Camus? « Mi ha insegnato la ribellione. E la sensibilità alla giustizia, che è il prevenire che la gente soffra. Senta questa frase di Camus: "C’è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qualunque difficoltà presenti l’impresa, non vorrei mai essere infedele né ai secondi né alla prima"». 
E’ il suo credo? «Spero lo sia. Non so se ho evitato tutte le trappole».
Antonio Gramsci? «Gli sono molto grato. Mi ha permesso di congedarmi onorevolmente dall’ortodossia marxista. Senza vergogna per averla condivisa e senza l’odio di tanti ex». 
In che modo Gramsci è stato illuminante? «Rifiuta il determinismo per cui, nel marxismo ufficiale, gli uomini sono solo biglie, pedine della storia. Porta una visione flessibile degli uomini: noi siamo creati dalla storia e, insieme, artefici della storia. Qui si può incontrare anche Borges: la storia è un libro che stiamo scrivendo e al tempo stesso veniamo scritti». 
Italo Calvino? Bauman passa all'entusiasmo: «E’ il più grande filosofo tra i narratori e il maggior narratore tra i filosofi. Il suo Le città invisibili è il miglior testo di sociologia mai scritto. Ho imparato più da questo libriccino che da tanti volumoni. Ogni "città" riguarda un argomento sociologico e in due paginette c’è l’analisi più acuta possibile. Per esempio, a Leonia fortuna e felicità sono misurate in base alla quantità di rifiuti che si gettano via senza rimpianto. E’ il modello di oggi: una vita è felice se è una perpetuità di nuovi inizi. La durata è sempre stata un valore da che mondo è mondo, mentre oggi per la prima volta sono valori la transitorietà, lo scarto veloce, il non conservare perché quel che si conserva può rubare il posto a cose sempre "nuove e migliori". Dove finiremo? Non lo sa Calvino né io. Di qui, nella storia, non siamo mai passati». 
Rifiuti: nella «modernità liquida», come Bauman ha battezzato il tempo attuale in cui nulla è fisso, niente garantito, tutto mutevole, dove «la storia è priva di direzioni e la biografia priva di progetti», sempre più sono i rifiuti umani. «Certi mestieri, certe specializzazioni, certe capacità sono svalutate sempre più. Già la prima modernità aveva creato un ordine artificiale dentro cui molti non erano inseribili. Non "adatti". Un secolo e più fa per questi problemi locali c’erano soluzioni globali: i "rifiuti" emigravano in America, in Canada, in Australia. Poi, oltre all’emigrazione, ecco la colonizzazione, l’imperialismo... Oggi, al contrario, cerchiamo disperatamente soluzioni locali a problemi globali. Le migrazioni sono oggi la più grande posta in gioco, ma non sono più unidirezionali, vanno in tutte le direzioni. E’ un problema globale, ma noi cerchiamo soluzioni locali, tipo "chiudiamo le frontiere". Ma non funziona». 
Che fare? Zygmunt Bauman ti guarda con perplessità ironica. «Non lo so, le soluzioni dovranno trovarle quelli che oggi hanno 20-30 anni. S’è prodotto un divorzio tra potere e politica. Prima coincidevano nel territorio dello stato-nazione. Ma oggi il potere è extraterritoriale e non c’è una politica di quell’ampiezza. La grande questione aperta è un nuovo matrimonio. E attenti a non confondere politica internazionale con politica globale. La prima è una somma di nazionalità, una poi dice sì al tal accordo, un’altra dice no e si blocca tutto. Nasceranno nuove forme». 
Intanto, come non bastasse, è divenuto globale pure il problema morale, avverte Bauman. «Si dice che l’Olocausto concerne tre categorie di persone: le vittime, i carnefici, gli astanti, o spettatori. Ebbene, oggi, tramite la tv, siano tutti spettatori, tutti consapevoli, delle sofferenze altrui anche in lontanissime parti del mondo. Prima, sapere di una carestia terribile in Africa attraverso i giornali era diverso. La tv cambia tutto. Ora vedi, sai. Dunque ti riguarda. E’ la globalizzazione della responsabilità. Oltretutto nell’economia globale siamo tutti interdipendenti (quel che fa uno a Singapore ha un impatto anche su di me e viceversa, anche se io non conosco le connessioni intermedie) e a ciò fa riscontro la vulnerabilità reciproca assicurata». Una buona notizia secondo Bauman è che «per la prima volta nella storia l’imperativo morale e l’istinto di sopravvivenza vanno nella stessa direzione. Per millenni per seguire la morale dovevi sacrificare qualche tuo interesse. Oggi gli obiettivi coincidono: o ci prendiamo cura della dignità di ognuno, nel pianeta, o moriremo insieme. E attenzione, non basta assicurare a tutti cibo e acqua: molte iniquità ieri tollerabili oggi non lo sono più, la modernità è arrivata, si è fatta conoscere in tre quarti del mondo, dunque tante ingiustizie prima ritenute "inevitabili" vengono avvertite come "inaccettabili". Parecchi conflitti attuali non sono nati per il cibo, ma per la dignità offesa». 

Se la modernità è "liquida", inafferrabile, e se la storia ci ha condotti in situazioni del tutto inedite, c’è però qualcosa di «solido» e «vecchio» che Zygmunt Bauman ritiene bussola e strumento quanto mai attuale: il socialismo. «C’è più bisogno di socialisti da che è caduto il Muro di Berlino», dice. «Prima il comunismo è stato col fiato sul collo del capitalismo producendo un meccanismo di "controllo ed equilibrio" che ha salvato il capitalismo stesso dall’abisso. Ora è indispensabile il socialismo: non lo ritengo un modello alternativo di società, ma un coltello affilato premuto contro le eclatanti ingiustizie della società, una voce della coscienza finalizzata a indebolire la presunzione e l’autoadorazione dei dominanti».
Insieme, nel libro Bauman si dichiara anche liberale («la sicurezza dei mezzi di sussistenza e la libertà sono complementari»), ma è per il socialismo che sfiora la poesia: «Come la fenice, rinasce dal mucchio di ceneri lasciate dai sogni bruciati e dalle speranze carbonizzate degli uomini. E sempre risorgerà». Concludendo: «Se è così, spero di morire socialista». 

Biografia 

1925 Zygmunt Bauman nasce a Poznan (in Polonia) da una famiglia ebrea 
1939 All’invasione della Polonia fugge in Russia dove si arruola in un corpo di volontari polacchi contro l’occupazione nazista 
1954 Diventa lettore alla facoltà di Scienze sociali dell’Università di Varsavia. 
1971 Si trasferisce in Gran Bretagna 
2001 Diventa professore emerito di Sociologia all’Università di Leeds 
Tra i suoi libri pubblicati in Italia ricordiamo Il disagio della postmodernità (Bruno Mondadori), La società individualizzata (Il Mulino), Dentro la globalizzazione (Laterza), La solitudine del cittadino globale (Feltrinelli)
L'ultimo libro di Zygmunt Bauman e Keith Tester, è «Società, etica, politica» (Raffaello Cortina editore, pagine 170, euro 16)




Per il centodiecesimo anniversario della fondazione del PSI.

intervento di VALDO SPINI

Ho avuto la ventura di essere presente come giovanissimo delegato alla celebrazione dell'ottantesimo anniversario della nascita del partito al Congresso del PSI di Genova del 1972.
Il discorso di apertura del Congresso- un bel discorso- fu pronunciato da Fulvio Cerofolini, che voglio salutare con fraterno affetto. L'elaborato cerimoniale politico del tempo non prevedeva l'intervento di Sandro Pertini forse perché troppo imprevedibile. Ma la sua presenza alla presidenza era tanto caratterizzante che egli non poteva passare inosservato. Fulvio, felicemente complice, gli dette la parola dicendo che Pertini avrebbe portato il saluto dei socialisti della Liguria. Sandro, parlando a braccio, si portò dietro la platea. Le sue affermazioni potevano sembrare scontate, ma in bocca a lui tali non erano. I socialisti italiani- egli disse tacitianamente, avevano fatto di una plebe un popolo. Ed era vero, era proprio così. L'atto, da tante parti criticato, pensiamo ad Antonio Labriola, di fondare un partito si rivelò un atto positivo un grande successo politico. Il partito socialista fu uno strumento decisivo per il miglioramento delle condizioni materiali e civili del proletariato italiano.
Ed il partito socialista, pur tra errori, contraddizioni, scissioni, momenti di arretramento, crebbe fino a diventare nel 1919 addirittura il partito di maggioranza relativa nella Camera dei Deputati italiana. Fu il suo acme, ma, per le contraddizioni politiche che lo animavano, anche l'inizio della fine. Non a caso Pietro Nenni intitolò "Il diciannovismo" un libro dedicato ai quattro, tumultuosi anni, contrassegnati anche dall'occupazione delle fabbriche che precedettero il fascismo. La società italiana non resse al peso economico e sociale della prima guerra mondiale e delle sue seicentomila morti. Il partito socialista, percorso dal massimalismo e confrontato dal mito dell'ottobre sovietico, non fu in grado di essere forza di governo in quel difficile momento.
Avvenne così la scissione comunista del 1921, quella, tardiva, dei riformisti del 1922, la marcia su Roma di Mussolini e l'avvento del fascismo . La violenza fascista, e poi l'abolizione delle libertà politiche e sindacali sbriciolarono la forza politica, sindacale, economica costruita con tanti sacrifici in molti decenni.
Ricordo l'ultimo - bellissimo e disperato-discorso parlamentare di Claudio Treves, il dioscuro, con Filippo Turati, del socialismo riformista italiano pronunciato alla Camera dei Deputati nella seduta del 10 agosto 1922: "quanto a noi, avviliti, cacciati, umiliati, percossi, morti davanti alle innegabili cruenti vittorie vostre, vi diciamo: voi avete distrutto dei materiali esteriori del socialismo, noi li rifaremo. Due volte arso, due volte è risorto l'Avanti…. Voi non potete distruggere senza uccidere la madre, il proletariato nell'alvo della Società capitalistica, coi suoi modi propri di vita e di sviluppo. Non avete distrutto e non potete distruggere, e più farete e più accenderete la volontà di socialismo delle masse". Un discorso disperato, ma anche un atto di fede. Di quel grande riformismo italiano, che non cedendo al massimalismo, rifiutando il comunismo,considerò sempre per altro la classe lavoratrice nel suo insieme come proprio ineliminabile punto di riferimento ideale e politico e necessaria e indispensabile la sua collocazione nella sinistra.
Cominciò la notte buia del fascismo, una notte in cui il punto di riferimento ideale fu la fiamma del sacrificio di Giacomo Matteotti. 
Il PSI fu quindi il vero sconfitto dall'avvento del fascismo e nel corso del ventennio e poi nella guerra e nella resistenza subì il sorpasso organizzativo da parte del Partito comunista italiano, nonostante l'appassionato volontarismo della corrente socialista eretica di Carlo Rosselli e di Giustizia e Libertà prima, del partito d'Azione poi.
Pure, nonostante tutto, alle prime elezioni politiche generali del 1946, il Partito socialista si presenta ancora come il primo partito della sinistra italiana, superando in voti, anche se di poco, il più organizzato partito comunista, e lasciandosi abbondantemente alle spalle il glorioso Partito d'Azione, rivelatosi peraltro un partito con una grande testa e ma con un corpo molto smilzo.
In quegli anni -bisogna essere oggettivi- nonostante tutte le attenuanti storiche e politiche del momento, l'errore fatale venne compiuto da Pietro Nenni che, invece di collocare il partito socialista italiano accanto agli altri partiti socialisti, socialdemocratici o laburisti dell'Europa occidentale, lo collocò accanto al Partito comunista italiano. Il PCI, sia pure con una sua originale elaborazione teorica, era legato all'Unione sovietica e allo stalinismo e lo stesso fece anche il PSI con il Fronte Popolare.
Giuseppe Saragat capì invece questa necessità di schieramento con il socialismo europeo, ma il suo partito rimase troppo inferiore di forza sia elettorale che sociale per rappresentare da solo questa prospettiva socialista.
Ci vollero quasi dieci anni, ci vollero i carri armati russi a Budapest per riportare Nenni nella sua collocazione naturale, mentre per ritornare nell'Internazionale socialista il PSI dovette addirittura attendere l'unificazione col PSDI del 1966, rimanendoci anche dopo la successiva, nuova scissione del 1969.
Il PSI nel secondo dopoguerra scrisse pagine memorabili nella lotta per la difesa della democrazia e per le riforme. L'assunzione di responsabilità di governo dopo il luglio '60, cioè dopo la caduta di quel governo Tambroni che aveva l'appoggio determinante dell'allora MSI, le entusiasmanti riforme del primo centro-sinistra, la scuola media unica e la nazionalizzazione dell'energia elettrica, nonché quelle del secondo ciclo riformatore del centro-sinistra degli anni settanta, come l'istituzione delle regioni, effettuata da un governo che aveva come vice presidente del Consiglio il compianto Francesco De Martino, o la riforma sanitaria. Le lotte per i diritti civili, i referendum per il mantenimento delle leggi sul divorzio e sull'aborto, tutti grandi momenti di modernizzazione di liberazione del paese, di emancipazione per le donne.
Più si ripercorrono queste pagine politiche e più si deve dare a questo vecchio PSI l'onore delle armi di una battaglia dura e difficile per mantenere da un lato la democrazia e dall'altro cambiare, riformare, modernizzare il paese, difendere -ed è cosa molto attuale- la laicità dello Stato. 
Pure il giudizio storico non può che amaramente sottolineare, come, causa anche la scissione del PSIUP, il PSI non sia stato in grado più di riprendersi veramente dalla batosta del 1948. Le sue percentuali elettorali non riusciranno più a tornare quelle del 1946, mentre d'altra parte il PCI spiccava quel volo che doveva portarlo nel 1976 al 34%, alle soglie del sorpasso con la DC.
Da questa frustrazione, dal formarsi nel 1976 del monocolore Andreotti, scaturisce la segreteria di Bettino Craxi, l'uomo cui lo stesso Riccardo Lombardi, così lontano dalle sue posizioni e dai suoi metodi, riconosceva di avere restituito l'orgoglio ai socialisti di essere tali. Craxi trasformò quella che De Martino viveva e gestiva come sofferenza e che Lombardi combatteva in nome dell'alternativa, e cioè la collaborazione di governo con la DC, in uno stato di ricatto politico permanente, giungendo fino ad accettare beffardamente l'appellativo di Ghino di Tacco, che Eugenio Scalfari gli aveva gettato contro. Ma bisogna ricordare che, in parallelo, al Progetto Socialista di Torino venivano associate le migliori intelligenze della sinistra revisionista italiana, mentre in un nuovo manifesto si cercava di recidere il collegamento tra socialismo e marxismo, ricollegando il primo ad altri filoni ideologici come il pensiero di Proudhon. (A noi- detto per inciso- sarebbe piaciuto di più che lo avesse collegato ad un post-marxista come Rosselli).J
Nessun traguardo si dimostrò impossibile per il socialismo del nuovo corso, dalla Presidenza della Repubblica con Sandro Pertini, alla Presidenza del Consiglio con lo stesso Craxi, ai Sindaci delle più importanti città italiane, ai Presidenti degli enti più potenti. Soprattutto il PSI riuscì a raggiungere un'influenza politica rilevante che, purtroppo gestita in modo troppo spesso arrogante e autosufficiente, pose però problemi reali di modernizzazione delle istituzioni e della società italiana, giungendo fino alla vittoria nel difficile referendum sulla contingenza.
Quello che non riuscì al "nuovo corso socialista" nonostante l'influenza politica e il potere accumulato fu un reale sfondamento elettorale. I miglioramenti elettorali ci furono, ma non certo adeguati alla grande area di potere che il PSI deteneva, né tali da mutare realmente gli equilibri politici italiani.
Ma arriva il 1989. La caduta del muro di Berlino faceva venire meno la rendita politica derivante dalla posizione determinante sulla frontiera del governo. E di questo Craxi si rifiutò di prendere atto fino in fondo. Ma di più, la sottovalutazione della questione morale e della necessità di intervenire con incisivi interventi riformatori nel senso della trasparenza e della correttezza del finanziamento della politica, insistendo invece nel giustificazionismo e nelle inutili chiamate di correo, rendeva il PSI particolarmente fragile nella bufera giudiziaria che lo investiva e ne determinava nel 1994, quella percentuale del 2,8% ben inferiore alla soglia minima del 4% richiesta per la presenza nel sistema proporzionale che metteva a terra il partito.

Genova, 30 Novembre 2002


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