A Ginevra l´intesa tra israeliani e palestinesi
di BERNARDO VALLI
IL "patto di Ginevra" è un lampo nella buia, sanguinosa contesa tra israeliani e palestinesi. È uno sprazzo di luce che illumina la strada in fondo alla quale potrebbe esserci un´intesa. Cioè la pace. Lo sappiamo, rischia di essere un semplice miraggio, condannato a spegnersi. Non ci facciamo troppe illusioni. Ma non è il vano esercizio di un gruppo senza potere e senza legittimità. Non è un fatto privato. Il valore simbolico è forte. Nella storia, non tanto remota, ci sono stati esempi di minoranze, anche infime, che hanno rappresentato la ragione. Sono già significativi l´interesse che il "patto di Ginevra" ha suscitato, il dibattito politico che ha acceso, le speranze che ha dischiuso, nei due campi. È come se il virtuale fronte della pace, occultato dal muro dell´odio e del rifiuto, avesse cominciato a vibrare. Non è poco. Cosi come la diffidenza, i sospetti, o addirittura la collera, che il "patto" ha sollevato, tra coloro che nei due campi giudicano insormontabile quel muro della paura, lasciano intravedere l´effetto dirompente della sola prospettiva di arrivare a un accordo. La semplice idea di pace spaventa chi della guerra -del terrorismo o della repressione - ha fatto un monopolio, un mestiere, una droga. In questo senso il miraggio di Ginevra è benefico. L´accordo che oggi verrà presentato al mondo è il frutto del paziente, coraggioso lavoro compiuto in due anni da uomini di buona volontà: ministri, deputati, militari, tuttora in servizio o che lo furono, riuniti e guidati dall´israeliano Yossi Beilin, ex ministro della giustizia, e dal palestinese Yasser Abed Rabbo, ex ministro dell´informazione. È l´opera di patrioti che non si rassegnano all´idea di vedere i loro popoli prigionieri di un inarrestabile ciclo di violenza. Ex negoziatori presenti alle ultime discussioni ufficiali tra israeliani e palestinesi a Taba, nel gennaio 2001, quegli uomini hanno ripreso ("privatamente") i fili del processo di pace iniziato nell´ottobre ?91 a Madrid, e naufragato dieci anni dopo, e sono arrivati a un accordo che, pur non avendo alcun valore ufficiale, né l´appoggio di un importante schieramento politico, offre un progetto che tende a dimostrare come la pace sia possibile. A noi piace vedere nella loro iniziativa un tentativo di rianimare l´azione di Ytzhak Rabin. Azione interrotta dal suo assassinio. Il "patto" non propone un progetto vago, elenca soluzioni concrete, minuziose su tre punti essenziali: il tracciato dei confini della Cisgiordania, vale a dire tra Israele e la Palestina; lo statuto di Gerusalemme; la questione dei profughi palestinesi. Da entrambe le parti sono state fatte rilevanti, dolorose concessioni, finora rivelatesi impossibili nella realtà. Da un lato si accetta la sovranità palestinese su una parte importante di Gerusalemme; dall´altro si rinuncia al ritorno in Israele dei profughi palestinesi. Al futuro Stato palestinese viene garantita una continuità territoriale attraverso il riconoscimento delle frontiere che seguono la Linea Verde del 1967, l´anno della Guerra dei Sei Giorni, che si concluse con l´occupazione della Striscia di Gaza e della Cisgiordania. Una forza internazionale dovrebbe vegliare all´applicazione dell´accordo. Il quale comprende lo smantellamento di grosse colonie israeliane che sorgono nel cuore del territorio palestinese; e, in cambio, la cessione definitiva a Israele di importanti zone di Gerusalemme, come Givat Zeev a Nord, e Pisgat Zeev e Maale Adoumim a Est. Fra gli esperti cartografi che hanno disegnato i confini dei due Stati c´è un ex colonnello israeliano, Shaul Arieli, che oggi lavora nell´industria di guerra, e un ex vice ministro del piano palestinese, Samir al-Abed. Questa abbondanza di "ex", di ministri privi di ministeri e di militari ormai in borghese, tra i negoziatori di un patto senza avvenire, stimola il sarcasmo del Jerusalem Post. Il giornale, molto vicino all´attuale governo di destra, vede nella manifestazione di oggi uno spettacolo inutile, perché i partecipanti non hanno alcun potere, né traccia di legittimità, e nocivo perché teso a screditare Ariel Sharon, a dimostrare soprattutto la sua rigidità, la sua incapacità a trattare con i palestinesi. Il giudizio non è del tutto avventato. È vero infatti che l´accordo preparato dall´israeliano Beilin (ma sostenuto da tanti altri personaggi di rilievo, da uomini come Abraham Bourg, ex presidente della Knesset, e dal generale Abraham Mitzna, ex segretario del partito laburista) dimostra che Sharon non ha il monopolio delle anime e delle menti israeliane. Società democratica, e quindi composita, quella israeliana non si identifica esclusivamente in un governo, la cui robusta maggioranza è costruita anche sull´emergenza del terrorismo. Il "patto di Ginevra" rivela, a chi non se ne fosse accorto, l´esistenza di un Israele che non si riconosce in Sharon. Che non contesta ben inteso la legittimità democratica del suo governo, ma che nel nome di quello stesso principio democratico si prende la libertà di dimostrare la possibilità di rianimare il processo di pace. L´accordo presentato oggi verrebbe probabilmente bocciato anche da una parte dei deputati dell´opposizione di sinistra israeliana. Un conflitto tanto atroce e tanto lungo scava ferite profonde e alimenta sospetti e diffidenze non facili da estinguere. Crea anche conflitti all´interno della società politica: e dubbi in quella civile. Ma l´interesse e lo slancio con cui è stata accolta l´iniziativa di Beilin e di Rabbo, non solo in Israele, ma in tante comunità ebraiche e palestinesi nel mondo, provano quanto sia forte il desiderio di porre fine a quel dramma angoscioso. È un errore affrontare in modo manicheo il problema israelo-palestinese.. La giusta scelta è trasversale. Vanno sostenuti nell´uno e nell´altro campo coloro che sono favorevoli a una convivenza. Perché questo è l´inevitabile destino dei due popoli. Puntare sulla vittoria dell´uno sull´altro equivale a un delitto. Non è sempre stato facile mantenere questa posizione. Ma oggi il "patto di Ginevra" ci aiuta. Ci aiutano il palestinese Rabbo, contro il quale i terroristi lanciano minacce (e raffiche di mitra contro la sua casa), e l´israeliano Beilin, che suscita la collera dei falchi. All´ex primo ministro francese Laurent Fabius sta a cuore Israele. Là vivono suoi congiunti. In queste ore ha ricordato a israeliani e palestinesi che, otto anni dopo la morte di Rabin, il loro avvenire è nel "patto di Ginevra". Come dargli torto, anche se per ora si tratta di un miraggio?
di TAHAR BEN JELLOUN
OGGI, degli uomini di buona volontà, uomini di buona fede israeliani e palestinesi senza incarichi ufficiali, firmeranno un accordo di pace detto "accordo di Ginevra". Non è una meraviglia ma è l´unica luce scaturita da questo lungo e tragico conflitto dove l´odio è stato fecondato, dove paure e lutti sono stati numerosi. Questa iniziativa è nata dalla ragione e dall´intelligenza di gente che non accetta che la fatalità della guerra sia totale. L´orizzonte di questo conflitto è chiuso. Il "foglio di viaggio" è stato accartocciato e gettato nella spazzatura. La proposta del principe saudita Abdallah è stata ignorata dagli americani e dagli altri. I responsabili dei due campi hanno avuto il coraggio di lanciare un piano di pace fatto di concessioni, di aggiustamenti ragionevoli e soprattutto modesti, vale a dire realistici, allo scopo di mettere fine alla violenza e alle rappresaglie, alle ingiustizie e alle umiliazioni. Di mettere fine alle passioni distruttive, al terrorismo della disperazione cui risponde un terrorismo di Stato sanguinoso e condannabile quanto il primo. Da quando sono nato sento parlare di voi, a casa, per strada, nei bar. Mi sono sempre sentito dei vostri. Da qualche tempo i media di tutto il mondo riportano ogni giorno le vostre ferite, la vostra sventura e la vostra disperazione. Quando un adolescente si fa esplodere in un ristorante uccidendo altri adolescenti, mi sento nell´impossibilità seguirvi. Quando arrivano le rappresaglie, mi sento aggredito anch´io ma sempre impotente di fronte al meccanismo dell´odio. Nel 1965 ero studente a Rabat; ricordo di aver manifestato come un imbecille contro il discorso del presidente tunisino Habib Bourguiba che esortava i palestinesi ad aderire al piano di spartizione proposto dall´Onu. Gli arabi hanno gridato allo scandalo e al tradimento. «I palestinesi non accetteranno l´esistenza dello Stato d´Israele!». Mio Dio, se i palestinesi dell´epoca avessero accettato quel piano, se avessero accettato di costituirsi in uno Stato accanto a quello di Israele, non solo non avremmo evitato due guerre (1967 e 1973), ma gli israeliani non avrebbero occupato e annesso tanti territori, e in particolare la città santa di Gerusalemme. Dico questo perché i dirigenti degli Stati arabi della regione avevano sopravvalutato le loro forze e soprattutto sottovalutato la potenza della volontà israeliana di restare su una terra che pensavano di aver diritto di recuperare dopo duemila anni. Gli arabi avevano lasciato passare la passione davanti alla ragione e fatto più affidamento sul loro spirito d´improvvisazione che sulla logica. Avrebbero dovuto fare affidamento sulla realtà e sulla storia e riconoscere che la Shoah è stata una tragedia senza precedenti. Sarebbe stato un gesto elegante, tanto più che quelli che hanno mandato cinque milioni di ebrei nelle camere a gas erano tedeschi aiutati da milizie europee. Ad ogni modo, per Hitler gli arabi erano sullo stesso piano degli ebrei e se avesse vinto la guerra avrebbe massacrato anche loro. Cari amici, da quando avete evocato la Nabka (catastrofe) del giugno 1967, Israele non ha più smesso di insediare colonie di popolazione sulle vostre terre, e sta completando l´opera di colonizzazione con la costruzione di un muro che ingoia ancora altre terre che spettano a voi. Un muro di apartheid e di vergogna, ma che non si potrà abbattere se non con una pace negoziata. Secondo un sondaggio pubblicato lunedì 24 novembre scorso da una fondazione americana, ormai gli israeliani che accettano il contenuto dell´accordo di Ginevra sono il 53%, mentre a ottobre erano solo il 29%. E la stessa inchiesta ci dice che il 55,6% della popolazione palestinese sosterrebbe l´accordo. Ovviamente gli estremisti dei due campi vi si oppongono. Non è affar loro. Lo chiamano "il tradimento di Ginevra". Naturalmente se un giorno questo accordo verrà applicato dai dirigenti ufficiali, gli estremisti che vogliono tutto e non ottengono niente saranno obbligati a prendere atto della nuova realtà, quella che darebbe spazio a due popoli con uno Stato ciascuno. Bisogna firmare quell´accordo e dare ai vostri figli un avvenire in cui la guerra e l´umiliazione saranno proscritte. Non bisogna mancare questo appuntamento con la Storia, anche se è stato organizzato da uomini che non sono al potere. (traduzione di Elda Volterrani)
1 dicembre 2003
UN ASSASSINIO E’ UN ASSASSINIO
L’idea anticipata dal Jerusalem Post di alcuni membri del Governo israeliano di eliminare fisicamente Yasser Arafat in quanto terrorista è ripugnante, anche se fosse giudizialmente accertato che è un terrorista ovvero è complice o mandante di terroristi.
Quando si ritiene la pena di morte incompatibile con la civiltà si è contro anche alla morte data legalmente, immaginarsi la repulsione per un’esecuzione politica?
Se Israele ritiene di avere giurisdizione su Arafat lo processi, se non ha giurisdizione lo sottoponga al tribunale penale internazionale competente per crimini contro l’umanità tra i quali è compreso il terrorismo nei confronti di civili.
Israele, malgrado i suoi errori, ha goduto di simpatia ed appoggi in quanto unico stato democratico in Medio Oriente e di diritto: abbandonare i principi di civiltà giuridica è un colpo mortale inflitto ad Israele ed agli ideali sionisti, così come si sono realizzati, con danni superiori alla permanenza in vita di Arafat.
Quali che siano le colpe di Arafat finché è il rappresentante del popolo palestinese, è un interlocutore. Se questo principio viene meno, non vi è nessuna credibilità nella Road map e nell’obiettivo di uno Stato Palestinese.
Se a capo di un futuro stato palestinese dovesse esserci un Quisling o un monsignor Tiso non si prepara la pace, ma la guerra permanente.
L’idea di uccidere Arafat, oltre che moralmente esecrabile, è anche sbagliata, se l’obiettivo è una pace duratura e sicura per i popoli israeliano e palestinese, cioè per quel pezzo di umanità che è condannata a convivere, se non decide la sua mutua distruzione fisica e/o morale.
Felice Besostri
15 settembre 2003
Parla Yael Dayan, figlia del grande generale Moshe, che non siederà più in Parlamento
«Questa è la sconfitta di chi ha parlato di pace»
Ex sottotenente, femminista, 64 anni di cui 10 alla Knesset, è tra i leader di «Peace Now»
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
GERUSALEMME - Poteva anche andare peggio? «No. E’ un disastro».
La figlia di un generale si riconosce nell’ora difficile. Non gira attorno al problema, non accampa scuse, non cerca attenuanti, non minimizza le perdite. Chiama il risultato di ogni battaglia con il suo nome: «Questa è una disfatta».
Yael Dayan è o meglio era la figlia di un vincitore. E’ o piuttosto è stata la sua erede nel partito laburista. Non ne ha seguito le impronte militari: dopo due anni di servizio nella riserva, col grado di sottotenente e il ruolo di portavoce dell’esercito, è diventata una delle più tenaci femministe e pacifiste mediorientali in movimenti come «Peace Now» e il «Women Network for Peace».
Papà ha sbaragliato i vicini arabi nella Guerra dei Sei Giorni, ha tracciato i confini di casa, è diventato un eroe nazionale, di più: il simbolo di Israele negli anni in cui il piccolo Stato, appena ventenne, sembrava strategicamente imbattibile. La benda nera sul suo occhio sinistro era la bandiera di un popolo alla riscossa. Yael non ha mai smesso di considerarlo un punto di riferimento. Anche quando è passato dalla sinistra alla destra. Anche quando è morto: «Lui e tutti gli israeliani hanno vissuto in un mondo immaginario dopo la grande vittoria della Guerra dei Sei giorni - ha detto una volta Yael -, ma con la prima e la seconda Intifada è arrivato il risveglio». Da molto prima, Yael è contraria all’occupazione dei territori e alle colonie: «L’occupazione è madre e padre di tutti i nostri mali».
Da ventidue anni Yael è orfana, con altri sei milioni di connazionali, di Moshe Dayan. Ma, a differenza del fratello Assaf, che s’è dato al cinema, Yael ha mantenuto il nome di famiglia nella vita pubblica. E per dieci anni nella Knesset, il parlamento israeliano. Fino a ieri mattina, quando la distribuzione dei seggi ha chiarito che non ci sarà alcun Dayan alla Camera, per la prossima legislatura. Non sarà nelle diciannove sedie riservate ai laburisti, perché Yael, 64 anni, scrittrice e giornalista, ha abbandonato il partito a dicembre, offesa dalla sua remota collocazione in fondo alla lista elettorale. Non sarà neppure nei sei posti attribuiti a Meretz, lo schieramento pacifista dove la figlia del generale è emigrata assieme a Yossi Beilin, uno degli architetti degli accordi di Oslo.
E adesso?
«Adesso si va avanti - risponde -. Non si può fare altro che continuare a battersi. Non si può accettare al governo un’ala destra, alleata all’estrema destra».
Sarà questa dunque, secondo lei, la composizione del secondo governo Sharon?
«Immagino di sì. Probabilmente Sharon tenterà prima di convincere i laburisti a collaborare, poi si rivolgerà alla destra radicale di Lieberman e, se necessario, anche ai religiosi. Incredibile? No, perché? E’ successo di recente in molti Paesi europei che la destra e l’estrema destra andassero al potere insieme. L’unica differenza è che in Israele c’è la guerra».
Non è un dettaglio.
«Infatti. La responsabilità della vittoria di Sharon è soprattutto dell’Intifada. E del terrorismo. La gente ha paura. Mette al primo posto la sicurezza».
Ma non sono stati proprio gli anni di governo di Sharon quelli con più vittime israeliane?
«Lo so bene. Non sono io quella da convincere. Ma la maggioranza degli elettori ha la falsa speranza che la politica di Sharon possa sconfiggere il terrorismo».
Lei ora esce dal Parlamento: che cosa farà?
«Continuerò a occuparmi di problemi sociali: la condizione delle donne, i diritti delle minoranze. E a lavorare per la pace. Continuerò a impegnarmi per la democrazia».
Senza un partito alle spalle?
«No, non senza un partito. Senza Meretz e senza il Labour. Ma sto partecipando alla costruzione di un fronte sociale e democratico».
Un movimento o un partito?
«Sarà proprio un partito, e si chiamerà il Partito Social-Democratico. Vi confluiranno esponenti laburisti e di Meretz, ma anche russi e arabi».
Yossi Beilin?
«Sì, anche lui. E Yossi Sarid».
Condivide la decisione di Sarid di dimettersi dalla guida di Meretz?
«No, ma la capisco. Si sente responsabile della sconfitta elettorale. Sperò diventerà il leader del nostro nuovo partito».
Perché Meretz ha perso tanti consensi?
«Ha perso perché la gente non s’interessa alla pace, non vuole sentirne parlare».
Tommy Lapid, l’antireligioso leader di Shinui, ha un lungo futuro politico?
«Ne dubito. Offre niente, ma sa presentarlo bene. Ha vinto questa volta, ma durerà poco».
Elisabetta Rosaspina
Corriere della Sera
31 gennaio 2003
Si riportano le principali risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che esprimono condanna dell'operato di Israele. Le risoluzioni sono citate per numero e data; se ne indicano inoltre degli estratti che ne illustrano il contenuto.
Risoluzione n. 93 (18 maggio 1951) Il CS decide che ai civili arabi che sono stati trasferiti dalla zona smilitarizzata dal governo di Israele deve essere consentito di tornare immediatamente nelle loro case e che la Mixed Armistice Commission deve supervisionare il loro ritorno e la loro reintegrazione nelle modalita' decise dalla Commissione stessa.
Risoluzione n. 101 (24 novembre 1953) Il CS ritiene che lazione delle forze armate israeliane a Qibya del 14-15 ottobre 1953 e tutte le azioni simili costituiscano una violazione del cessate-il-fuoco (risoluzione 54 del Consigio di Sicurezza dellONU); esprime la pi forte censura per questa azione, che pu pregiudicare le possibilit di soluzione pacifica; chiama Israele a prendere misure effettive per prevenire tali azioni.
Risoluzione n. 106 (29 marzo 1955) Il CS osserva che un attacco premeditato e pianificato ordinato dalle autorit israeliane stato commesso dalle forze armate israeliane contro le forze armate egiziane nella Striscia di Gaza il 28 febbraio 1955 e condanna questo attacco come una violazione del cessate-il-fuoco disposto dal Consiglio di Sicurezza dellONU.
Risoluzione n. 111 (19 gennaio 1956)
Il CS ricorda al governo israeliano che il Consiglio ha gi condannato le azioni militari che hanno rotto i Trattati dell'Armistizio Generale e ha chiamato Israele a prendere misure effettive per prevenire simili azioni; condanna l'attacco dell'11 dicembre 1955 sul territorio siriano come una fragrante violazione dei provvedimenti di cessate-il-fuoco della risoluziona 54 (1948) e degli obblighi di Israele rispetto alla Carta delle Nazioni Unite; esprime grave preoccupazione per il venire meno ai propri obblighi da parte del governo israeliano. Risoluzione n. 127 (22 gennaio 1958) Il CS raccomanda ad Israele di sospendere la "zona di nessuno" a Gerusalemme.
Risoluzione n. 162 (11 aprile 1961)
Il CS chiede urgentemente ad Israele di rispettare le decisioni delle Nazioni Unite.
Risoluzione n. 171 (9 aprile 1962) Il CS riscontra le fragranti violazioni operate da Israele nel suo attacco alla Siria.
Risoluzione n. 228 (25 novembre 1966) Il CS censura Israele per il suo attacco a Samu, in Cisgiordania, sotto il controllo giordano. Risoluzione n. 237 (14 giugno 1967) Il CS chiede urgentemente a Israele di consentire il ritorno dei nuovi profughi palestinesi del 1967.
Risoluzione n. 248 (24 marzo 1968) Il CS condanna Israele per il suo attacco massiccio contro Karameh, in Giordania.
Risoluzione n. 250 (27 aprile 1968) Il CS ingiunge a Israele di astenersi dal tenere una parata militare a Gerusalemme.
Risoluzione n. 251 (2 maggio 1968) Il CS deplora profondamente la parata militare israeliana a Gerusalemme, in spregio alla risoluzione 250.
Risoluzione n. 252 (21 maggio 1968) Il CS dichiara non valido latto di Israele di unificazione di Gerusalemme come capitale ebraica.
Risoluzione n. 256 (16 agosto 1968) Il CS condanna gli attacchi israeliani contro la Giordania come fragranti violazioni.
Risoluzione n. 259 (27 settembre 1968) Il CS deplora il rifiuto israeliano di accettare una missione dellONU che verifichi lo stato di occupazione.
Risoluzione n. 262 (31 dicembre 1968) Il CS condanna Israele per l'attacco all'aeroporto di Beirut.
Risoluzione n. 265 (1 aprile 1969) Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei su Salt in Giordania.
Risoluzione n. 267 (3 luglio 1969) Il CS censura Israele per gli atti amministrativi tesi a cambiare lo status di Gerusalemme.
Risoluzione n. 270 (26 agosto 1969) Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei sui villaggi del Sud del Libano.
Risoluzione n. 271 (15 settembre 1969) Il CS condanna Israele per non aver obbedito alle risoluzioni dellONU su Gerusalemme.
Risoluzione n. 279 (12 maggio 1969) Il CS domanda il ritiro delle forze israeliane dal Libano.
Risoluzione n. 280 (19 maggio 1969) Il CS condanna gli attacchi israeliani contro il Libano.
Risoluzione n. 285 (5 settembre 1970) Il Cs domanda limmediato ritiro israeliano dal Libano.
Risoluzione n. 298 (25 settembre 1971) Il CS deplora che Israele abbia cambiato lo status di Gerusalemme.
Risoluzione n. 313 (28 febbraio 1972) Il CS domanda che Israele ponga fine agli attacchi contro il Libano.
Risoluzione n. 316 (26 giugno 1972) Il CS condanna Israele per i ripetuti attacchi sul Libano.
Risoluzione n. 317 (21 luglio 1972) Il CS deplora il rifiuto di Israele di rilasciare gli Arabi rapiti in Libano.
Risoluzione n. 332 (21 aprile 1973) Il CS condanna i ripetuti attacchi israeliani contro il Libano.
Risoluzione n. 337 (15 agosto 1973) Il CS condanna Israele per aver violato la sovranit del Libano.
Risoluzione n. 347 (24 aprile 1974) Il CS condanna gli attacchi israeliani sul Libano. Risoluzione n. 425 (19 marzo 1978) Il CS ingiunge a Israele di ritirare le sue forze dal Libano. Risoluzione n. 427 (3 maggio 1979) Il CS chiama Israele al completo ritiro delle proprie forze dal Libano.
Risoluzione n. 444 (19 gennaio 1979) Il CS deplora la mancanza di cooperazione di Israele con il contingente di peacekeeping dellONU.
Risoluzione n. 446 (22 marzo 1979) Il CS determina che gli insediamenti israeliani sono un grave ostacoloalla pace e chiama Israele al rispetto della Quarta Convenzione di Ginevra.
Risoluzione n. 450 (14 giugno 1979) Il CS ingiunge a Israele di porre fine agli attacchi contro il Libano.
Risoluzione n. 452 (20 luglio 1979) Il CS ingiunge a Israele di smettere di costruire insediamenti nei territori occupati.
Risoluzione n. 465 (1 marzo 1980) Il CS deplora gli insediamenti israeliani e chiede a tutti gli stati membri di non sostenere il programma di insediamenti di Israele.
Risoluzione n. 467 (24 aprile 1980) Il CS deplora con forza lintervento militare israeliano in Libano.
Risoluzione n. 468 (8 maggio 1980) Il CS ingiunge a Israele di annullare le espulsioni illegali di due sindaci e un giudice palestinesi, e di facilitare il loro ritorno.
Risoluzione n. 469 (20 maggio 1980) Il CS deplora con forza la non osservanza da parte di Israele dellordine di non deportare Palestinesi.
Risoluzione n. 471 (5 giugno 1980) Il CS esprime grave preoccupazione per il non rispetto da parte di Israele della Quarta Convenzione di Ginevra.
Risoluzione n. 476 (30 giugno 1980) Il CS ribadisce che le rivendicazioni israeliane su Gerusalemme sono nulle.
Risoluzione n. 478 (20 agosto 1980) Il CS censura con la massima forza Israele per le rivendicazioni su Gerusalemme contenute nella sua "Legge Fondamentale".
Risoluzione n. 484 (19 dicembre 1980) Il CS formula l'imperativo che Israele riammetta i due sindaci palestinesi deportati.
Risoluzione n. 487 (19 giugno 1981) Il CS condanna con forza Israele per lattacco alle strutture nucleari dellIraq.
Risoluzione n. 497 (17 dicembre 1981) Il CS decide che lannessione israeliana delle Alture del Golan siriane nulla e domanda ad Israele di annullare immediatamente la propria decisione.
Risoluzione n. 498 (18 dicembre 1981) Il CS ingiunge a Israele di ritirarsi dal Libano.
Risoluzione n. 501 (25 febbraio 1982) Il CS ingiunge a Israele di interrompere gli attacchi contro il Libano e di ritirare le sue truppe.
Risoluzione n. 509 (6 giugno 1982) Il CS domanda che Israele ritiri immediatamente e incondizionatamente le sue forze dal Libano.
Risoluzione n. 515 (19 giugno 1982) Il CS domanda che Israele tolga lassedio a Beirut e consenta lentrata di rifornimenti alimentari.
Risoluzione n. 517 (4 agosto 1982) Il CS censura Israele per non aver ubbidito alle risoluzioni dellONU e domanda ad Israele di ritirare le sue forze dal Libano. Risoluzione n. 518 (12 agosto 1982) Il CS domanda ad Israele piena cooperazione con le forze dellONU in Libano.
Risoluzione n. 520 (17 settembre 1982) Il CS condanna l'attacco israeliano a Beirut Ovest.
Risoluzione n. 573 (4 ottobre 1985) Il Cs condanna vigorosamente Israele per i bombardamenti su Tunisi durante lattacco al quartier generale dellOLP.
Risoluzione n. 587 (23 settembre 1986) Il CS ricorda le precedenti richieste affinch Israele ritirasse le sue forze dal Libano e chiede con urgenza a tutte le parti di ritirarsi.
Risoluzione n. 592 (8 dicembre 1986) Il CS deplora con forza luccisione di studenti palestinesi dellUniversit di Birzeit ad opera delle truppe israeliane.
Risoluzione n. 605 (22 dicembre 1987) Il CS deplora con forza le politiche e le pratiche israeliane che negano il diritti umani dei Palestinesi.
Risoluzione n. 607 (5 gennaio 1988) Il CS ingiunge a Israele di non deportare i Palestinesi e gli chiede con forza di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra.
Risoluzione n. 608 (14 gennaio 1988) Il CS si rammarica profondamente che Israele abbia sfidato lONU e deportato civili palestinesi.
Risoluzione n. 636 (14 giugno 1989) Il CS si rammarica profondamente della deportazione di civili palestinesi da parte di Israele.
Risoluzione n. 641 (30 agosto 1989) Il CS deplora che Israele continui nelle deportazioni di Palestinesi.
Risoluzione n. 672 (12 ottobre 1990) Il CS condanna Israele per violenza contro i Palestinesi a Haram al-Sharif/Tempio della Montagna.
Risoluzione n. 673 (24 ottobre 1990) Il CS deplora il rifiuto israeliano di cooperarre con lONU.
Risoluzione n. 681 (20 dicembre 1990) Il CS deplora che Israele abbia ripreso le deportazioni di Palestinesi.
Risoluzione n. 694 (24 maggio 1991) Il CS deplora la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele e ingiunge ad Israele di assicurare loro un sicuro e immediato ritorno.
Risoluzione n. 726 (6 gennaio 1992) Il CS condanna con forza la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele.
Risoluzione n. 799 (18 dicembre 1992) Il CS condanna con forza la deportazione di 413 Palestinesi da parte di Israele e chiede il loro immediato ritorno.
Risoluzione n. 904(18 marzo 1994) Il CS: sconcertato dallo spaventoso massacro commesso contro fedeli palestinesi nella Moschea Ibrahim di Hebron il 25 febbraio 1994, durante il Ramadan; gravemente preoccupato dai conseguenti incidenti nei territori palestinesi occupati come risultato del massacro, che sottolinea la necessit di assicurare protezione e sicurezza al popolo palestinese; prendendo atto della condanna di questo massacro da parte della comunit internazionale; riaffermando le importanti risoluzioni sulla applicabilit della Quarta Convenzione di Ginevra ai territori occupati da Israele nel giugno 1967, compresa Gerusalmemme, e le conseguenti responsabilit israeliane; Condanna con forza il massacro di Hebron e le sue conseguenze, che hanno causato la morte di oltre 50 civili palestinesi e il ferimento di altre centinaia e ingiunge ad Israele, la potenza occupante, di applicare misure che prevengano atti illegali di violenza da parte di coloni israeliani, come tra gli altri la confisca delle armi.
Risoluzione n. 1402 (30 marzo 2002) Il CS alle truppe israeliane di ritirarsi dalle citt palestinesi, compresa Ramallah.
Risoluzione n. 1403 (4 aprile 2002) Il CS chiede che la risoluzione 1402 (2002) sia applicata senza ulteriori ritardi.
Risoluzione n. 1405 (19 aprile 2002) Il CS chiede che siano tolte le restrizioni imposte, soprattutto a Jenin, alle operazioni delle organizzazioni umanitarie, compreso il Comitato Internazionale della Croce Rossa e lAgenzia dellONU per lAssistenza e il Lavoro per i Profughi Palestinesi in Medio Oriente.
Risoluzione n. 1435 (24 settembre 2002) Il CS domanda che Israele ponga immediatamente fine alle misure prese nella citt di Ramallah e nei dintorni, che comprendono la distruzione delle infrastrutture civili e di sicurezza palestinesi; domanda anche il rapido ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle citt palestinesi e il loro ritorno alle posizioni tenute prima di settembre 2000.
Fonti: 1. Paul Findley, Deliberate Deceptions: Facing the Facts about the US/Israeli Relationship (Chicago: Lawrence Hill, 1993) 2. http://www.un.org/documents/scres.html
A cura del Comitato contro la Guerra dell'Università di Roma "Tor Vergata"
IL DIVIETO (NON RISPETTATO) A META´ ANNI SETTANTA PER DIMOSTRARE CHE I VALORI DELL´AMERICA ERANO DIVERSI DA QUELLI DELL´UNIONE SOVIETICA
Da Lumumba a Milosevic tutti i complotti targati Cia. Fino al 1976 i tentati omicidi di Stato venivano considerati «legali» e quando i servizi segreti fallivano entravano in scena i killer mafiosi
Penne con dentro inchiostro avvelenato, sigari tossici ed una tuta da sub cosparsa di sostanze irritanti. Così la Cia tentò di uccidere in ripetute occasioni il leader cubano Fidel Castro quando alla Casa Bianca c'erano Dwight Eisenhower e John Fitzgerald Kennedy. A causa dei ripetuti fallimenti degli agenti federali furono elementi mafiosi a metterci lo zampino, ma l'«Operazione Mangusta» sebbene fantasiosa - cera chimica negli stivali di Fidel per farlo cadere e morire battendo la testa - non diede frutto. A svelare i dettagli dei tentativi di assassinio, riusciti o falliti, da parte della Cia negli anni Cinquanta e Sessanta fu nel 1975 la commissione di indagine del Congresso presieduta dal senatore democratico dell'Idaho, Frank Church. Al termine di sessanta udienze con settantacinque testimoni il «rapporto Church» descrisse in ottomila pagine alcuni dei segreti fino allora più impenetrabili dell'intelligence americana. Le prove raccolte confermavano che la Cia era stata a conoscenza del complotto che nel 1961 aveva portato all'uccisione del presidente del Congo, Patrice Lumumba, considerato troppo oscillante verso l'Unione Sovietica. In quello stesso anno, in maggio, il coinvolgimento fu invece diretto nell'uccisione del dittatore della Repubblica Domenicana, Rafael Trujillo, perché erano stati alcuni agenti della Cia a fornire le armi per l'esecuzione. Due anni dopo fu del turno del presidente del Vietnam del Sud, Ngo Dinh Diem, ma questa volta la Cia si limitò a pagare chi eseguì materialmente il delitto. In Cile a pagare con la vita fu il generale Renè Schneider, capo dello Stato Maggiore dell'esercito, che non si era opposto all'arrivo al potere di Salvador Allende e che si accingeva a lanciare una caccia agli informatori di Washington in tutto il Paese. Il senatore Church riuscì a ricostruire questi episodi anche grazie alla collaborazione di un comitato di esperti guidato da Nelson Rockfeller, all'epoca vice presidente nell'amministrazione Ford. «La pratica dell'omicidio è incompatibile con la nostra società» affermava il «Rapporto Church» per attestare che i valori dell'America erano differenti da quelli dell'Unione Sovietica. Gerald Ford lo fece proprio e ne trasse le conclusioni firmando l'ordine esecutivo 11905 nel quale stabiliva che da quel momento in avanti gli Stati Uniti non avrebbero mai più cercato di assassinare nessuno in giro per il mondo. La decisione di Ford è del 1976, lo stesso anno in cui diviene capo della Cia George Bush padre, che diventa così il primo capo dell'intelligence a dover rispettare le nuove disposizioni, ribadite nero su bianco dai due presidenti che seguirono: il democratico Jimmy Carter e il repubblicano Ronald Reagan. In realtà i tentativi di eliminare i nemici dell'America sono continuati. Nel 1985 con un´autobomba si tentò di uccidere (senza successo) a Beirut lo sceicco Mohammed Hussein Fadhallal, leader degli Hezbollah filo-iraniani responsabili dell'attentato contro la sede dei Marines, costata la vita a 241 soldati. Nell'aprile dell'anno seguente Ronald Reagan invia i cacciabombardieri contro la residenza del leader libico Gheddafi per vendicare l'attentato alla discoteca «La Belle» di Berlino Ovest. Il colonnello si salva per un pelo mentre la figlia adottiva rimane sotto le macerie. L'iracheno Saddam Hussein contende a Fidel il numero dei tentativi di eliminazione: Bush padre mandò gli aerei per colpirlo durante la Guerra del Golfo del 1991 e Bill Clinton provò di nuovo nel 1993, all'indomani del fallito attentato iracheno contro Bush in Kuwait. Sempre Clinton nel 1999 fece bombardare la casa del presidente serbo Slobodan Milosevic durante la guerra per il Kosovo. L'unico «successo» degli ultimi anni è stato colto in Colombia, dove nel 1993 il boss del narcotraffico Pablo Escobar venne eliminato dalle locali forze di sicurezza in un blitz reso possibile dalle informazioni ottenute dalla Cia. Fra gli esperti di diritto non tutti ritengono questi atti una violazione dell'ordine di Ford perché trattandosi di guerre - in Iraq e Kosovo - o di risposte ad atti terroristici - nel caso di Gheddafi o Fadhallah - l'America in realtà ha reagito una volta attaccata, esercitando il diritto all'autodifesa previsto dall'articolo 51 della Carta dell'Onu. E' questa l'interpretazione con la quale il presidente George Bush ha giustificato nel 2001 l'ordine impartito all'intelligence di eliminare il leader di Al Qaeda, Osama bin Laden, all'indomani degli attacchi terroristici subiti a Washington e New York. Il precedente a cui si richiama Bush è quello dell'aprile del 1943, quando l'ammiraglio Nimitz venne autorizzato da F.D.Roosevelt ad abbattere l'aereo su cui volava l'ammiraglio giapponese Yamamoto, regista dell'attacco a Pearl Harbour. C'è invece chi ritiene che la caccia ai miliziani di Al Qaeda ricordi da vicino l'«Operazione Phoenix»: lanciata all'inizio degli anni Settanta dalla Cia in Vietnam contro i Vietcong portò all'uccisione di 26 mila guerriglieri ed alla cattura di altri 22 mila.
La Stampa
16/12/2002
PER LO SCRITTORE PACIFISTA ISRAELIANO L´IMPORTANTE E´ NON PERDERE LA SPERANZA
«Israele la nuova ragion d´essere di Al Qaeda»
Yehoshua: spegnere le fiamme per togliere ai terroristi i motivi per attaccare
«ATTRAVERSIAMO un brutto momento: da una parte Al Qaeda sta scoprendo che la sua ragion d´essere può diventare una più mirata serie di attacchi contro Israele. Dall´altra c´è il risultato elettorale in seno al Likud per la scelta del candidato alle elezioni di gennaio: la vittoria di Ariel Sharon è la vittoria di un politico brutale, senza scrupoli, mentre Benyamin Netanyahu, se avesse vinto, sarebbe forse stato un avversario meno ostico per Amram Mitza, il candidato laburista, sicuramente l´uomo di pace di cui il Paese avrebbe bisogno». Avraham B. Yehoshua, lo scrittore pacifista israeliano, non cede comunque allo sconforto: «L´importante è ricordare, ma sovente molti lo dimenticano, che i palestinesi possono in qualche caso essere nemici, ma restano sempre i nostri vicini di casa, con pieno diritto a un territorio in cui vivere».
Non le pare che la vittoria di Sharon, che a differenza di Netanyahu non nega l´esistenza di uno Stato palestinese, segni il prevalere - nell´ambito del Likud oltre che nel Paese - di una linea che va verso la formazione di quello Stato?
«Devo sfogarmi: francamente non so che cosa sia in realtà la differenza fra le espressioni "Stato" e "non Stato" attribuite a quelle due personalità politiche. Entrambe quelle dichiarazioni non sono serie, perché di fatto lo Stato palestinese esiste già. Il primo accordo di Oslo lo indica: la zona A, formata dal 42 per cento dei territori. Comunque il problema non è l´esistenza di uno Stato palestinese, ma semmai di uno Stato palestinese demilitarizzato. E comunque Sharon, da vero falco, fa finta che quello Stato, a sua volta nucleo di uno Stato più grande, non esista. Netanyahu è più moderato, o forse lo è unicamente perché più codardo: sta di fatto che non oserebbe mai fare quello che Sharon sta facendo. Conosco bene il primo ministro: eravamo militari insieme».
Mi racconti.
«Nella campagna del Sinai, io naturalmente ero soldato semplice, lui colonnello in quel battaglione di paracadutisti. Lo ricordo bene quando ci parlava. Esprimeva molto coraggio, forse troppo: nella lotta poteva essere brutale. Persino il generale Ben Gurion ebbe a lamentarsi che c´erano stati troppi morti fra i siriani, i nostri avversari di allora. In realtà Sharon è rimasto il generale di allora, adattando le sue capacità al mondo della politica. E´ un eccezionale manipolatore, un uomo senza scrupoli; a questo deve il suo successo».
Perché allora Sharon è diventato, non solo all´interno del suo partito, così popolare?
«La situazione in Israele è molto grave. Non c´è un successo negoziale per risolvere politicamente la crisi, c´è anzi un deterioramento; e lui sembra offrire, a una popolazione inorridita, l´unico modo sicuro per combattere il terrorismo palestinese. Sbaglia però, a mio avviso, dove dice che è impossibile negoziare sotto il fuoco nemico. In passato abbiamo ben negoziato con il nemico mentre lo combattevamo: con i siriani, con i giordani, persino con gli egiziani».
Si avvicina il suo sogno del grande muro - in realtà un preciso confine - che dia pace e stabilità sia a Israele sia allo Stato palestinese?
«Si sta costruendo. Io spero che il nuovo leader laburista, Mitza, conquisti abbastanza voti alle elezioni di gennaio da poter formare un solido blocco di opposizione. Questo costringerebbe Sharon a tentare con lui una coalizione come aveva fatto con Shimon Peres; e a quel punto Mitza potrebbe esigere, per esempio, l´uscita della macchina d´occupazione israeliana almeno da Gaza, dove esiste già un vero confine. E se quell´esperimento funzionerà sarebbe poi possibile spingere Sharon a fare cose analoghe in Cisgiordania».
E se nel voto di giovedì avesse vinto Netanyahu?
«Ci sarebbero state più speranze per Mitza alle elezioni. E poi non bisogna demonizzarlo, anche se sulla carta era lui a dire no allo Stato palestinese: non è un personaggio gradevole, ma quando era primo ministro è riuscito a fare un accordo con Arafat, l´economia tirava, soprattutto non osava fare ai palestinesi quello che sta facendo Sharon. Non dimenticava, insomma, che sono i nostri vicini, che con loro abbiamo una terra in comune».
Gli attacchi in Kenya sembrano aprire un nuovo fronte.
«Non è la prima volta. Basta ricordare l´attacco terroristico di Roma. Ma appare certo che Al Qaeda sta sfruttando la situazione per fare degli attacchi a Israele la sua principale ragion d´essere. Occorrerà affrontare questo pericolo con grande fermezza. Ma c´è un solo modo per ridurre i rischi».
Quale?
«Bisogna risalire all´origine della ferita, cioè essenzialmente ridurre le fiamme della violenza in Medio Oriente. Detto questo, va precisato che sarebbe inutile pensare a soluzioni definitive, perché quelle sarebbero praticamente irraggiungibili. Occorre invece mirare ad accordi temporanei, cioè mirare in basso, se si vuole davvero concludere qualcosa. Quando le fiamme saranno ridotte in Medio Oriente, anche Al Qaeda perderà le sue motivazioni per attaccare. Non avrà più l´ispirazione ideologica che possono fornire le immagini di bambini palestinesi che muoiono o quelle dei "martiri" kamikaze. Quelle, però, sono prospettive a lungo termine. L´importante, oggi, è non perdere la speranza».
La Stampa
30/11/2002