LO SCRITTORE MARIO VARGAS LLOSA SUL LEADER CHE SFIDERA´ SHARON ALLE ELEZIONI DI GENNAIO 

Su Amram Mitzna

di Mario Vargas Llosa 


PER noi amici di Israele che abbiamo seguito con crescente spavento la politica attuata in questi ultimi diciannove mesi dal governo di Ariel Sharon, è arrivata come un sospiro di sollievo la notizia dell´elezione di Amram Mitzna, il famoso sindaco di Haifa, a nuovo leader del partito laburista che affronterà il Likud, attualmente al potere, nelle elezioni del 28 gennaio. Il nuovo dirigente laburista, che non è compromesso con l´alleanza stipulata da una frazione maggioritaria del suo partito con il governo Sharon, propone, se vincerà le elezioni, di riaprire immediatamente i negoziati di pace con i palestinesi, di ritirare le truppe e smantellare gli insediamenti israeliani nella Fascia di Gaza e in Cisgiordania, e di accettare, come prezzo della coesistenza con il tradizionale nemico, la divisione di Gerusalemme e la creazione di uno Stato Palestinese. Benché alcune voci solitarie, come quella dell´ex ministro degli Affari Esteri israeliano Shlomo Ben Ami, si siano espresse in questo senso contro l´opinione dello stesso loro partito, si coglie l´impressione che, finalmente, con il successo di Amran Mitza su Benjamin Ben-Eliezer, sensatezza e pragmatismo tornino a prevalere nella direzione laburista. Al termine d´un anno e mezzo di quasi completa sudditanza e subordinazione del partito alla politica estremista, xenofoba e, in ultima analisi, autodistruttiva nella quale Ariel Sharon ha precipitato Israele dopo la sua sfortunata e provocatoria passeggiata lungo la spianata delle moschee che fece scoppiare la nuova Intifada, che continua ancora adesso a disseminare il Medio Oriente di morti e macerie cancellando praticamente il processo di pace avviato a Oslo da Rabin e Arafat. Nessuno deve lasciarsi demoralizzare dalla notizia che, ora, i sondaggi pronostichino una facile vittoria del Likud sui laburisti nelle votazioni di gennaio. Una cosa è certa: sino a ora l´elettorato israeliano non aveva alternative visto che, per la deplorevole abdicazione del partito laburista, l´unica scelta che gli si offriva era la guerra senza quartiere ai palestinesi sulla quale Ariel Sharon basa tutta la propria politica. La scusa brandita dai dirigenti laburisti per integrare la coalizione di governo - che dall´interno avrebbero esercitato un´influenza moderatrice - non ha assolutamente funzionato. Al contrario: esercitando, nel governo estremista, il ruolo di mere comparse, i dirigenti laburisti si sono screditati e hanno lasciato a un Likud esacerbato e settario campo libero per promuovere il suo rifiuto degli accordi di pace - tanto laboriosamente concertati a Oslo - e scatenare una crudele offensiva militare, sproporzionata e controproducente, contro il popolo palestinese, come se fosse interamente responsabile, senza sfumature né eccezioni, degli attentati terroristici che hanno riempito d´orrore e sofferenza le città israeliane. Questi attentati, realizzati dalle organizzazioni estremiste palestinesi - occorre ricordarlo - hanno raggiunto una violenza demenziale, con le stragi cieche di civili inermi in negozi, bar, discoteche, autobus che seminano il panico in tutte le case israeliane ed esasperano, assai comprensibilmente, una società che si sente infiltrata di bande d´assassini ed esposta a essere massacrata a man salva. Ma, mentre è giusto condannare questi attentati suicidi come ingiustificabili crimini contro l´umanità, è anche giusto domandarsi se essi non siano l´inevitabile conseguenza d´una politica come quella attuata dal governo Sharon che, per principio, chiude tutte le porte al negoziato e, dopo ogni agguato, punisce con vera ferocia tutta la popolazione palestinese come se fosse collettivamente responsabile degli atti di terrore. Quale altra possibile risposta ci si può attendere dai palestinesi di fronte a una politica che li considera tutti colpevoli delle uccisioni degli israeliani e bombarda i loro villaggi, occupa le loro città, deporta i loro vicini e pratica l´assassinio selettivo? Questa politica non ha alcuna possibilità di raggiungere un successo perché, al di là di tutto il suo potere, l´esercito israeliano non riuscirà mai a colpire e intimidire i palestinesi sino a imporre loro la formula unilaterale che, secondo Sharon, dovrebbe corrispondere agli accordi di pace. Questa politica può solo alimentare l´odio reciproco e tenere indefinitamente viva la mostruosa carneficina di palestinesi e di israeliani. E´ possibile che, ora che s´apre un´alternativa, l´elettorato israeliano, che ha appoggiato in modo così risoluto Rabin e Peres quando ebbero il coraggio di firmare gli accordi di pace, smetta di sostenere una politica intransigente e violenta che non ha fatto avanzare d´un millimetro né la sicurezza né la pace. Ma che, al contrario, ha esacerbato la tensione tra le due comunità fino a rompere ogni forma di dialogo tra di loro mentre il terrorismo cresceva in modo esponenziale e Israele, a causa dell´insicurezza e della guerra, si vedeva immersa in una crisi sociale ed economica. Non è impossibile che, in queste circostanze, molti elettori israeliani ascoltino la voce della moderazione e del realismo che ha condotto al vertice del partito il sindaco Amram Mitzna, con 16 punti di vantaggio sul suo avversario, Benjamin Ben-Eliezer, già ministro della Difesa - niente meno - che di Ariel Sharon. Un ritorno al potere del laburismo è, secondo me, l´unica luce al fondo del tunnel nel quale il Likud ha affondato Israele da 19 mesi. Perché, anche se sembra pazzesco, all´interno dello stesso Likud l´alternativa ad Ariel Sharon è quella d´un ultrà ancora più estremista e impazzito, l´ex premier Benjamin Netanyahu, il quale, nel suo affanno di recuperare il potere giocando la carta dell´apocalisse, promette come primo atto d´un suo eventuale governo di sequestrare Arafat ed espellerlo dalla Palestina. Perché non di assassinarlo, semplicemente? Amram Mitzna non ha esperienza parlamentare né ha avuto incarichi all´interno del governo centrale, ma queste credenziali, visto quanto è accaduto nelle alte sfere del potere in Israele, invece di nuocergli lo favoriscono. E possono svegliare, da parte palestinese, una miglior disposizione al dialogo e all´intesa. E´ stato un magnifico sindaco di Haifa per nove anni e ha saputo meritarsi, in questa città dove vive una vasta comunità arabo-israeliana, non soltanto le simpatie degli ebrei immigrati e dei religiosi, ma anche degli elettori palestinesi. Questo è, senza dubbio, un eccellente biglietto da visita per quanti desiderano che, un giorno, Israele viva in pace con i suoi inevitabili vicini. E dovrebbe, nel contempo, rappresentare una garanzia per gli israeliani ansiosi di raggiungere, finalmente, quella sicurezza sempre sfuggita, il fatto che il nuovo leader del partito laburista sia uno degli ex ufficiali dell´esercito israeliano più decorati in azioni di guerra. Nel 1967, quando comandava un´unità d´artiglieria, rimase ferito per tre volte nella stessa battaglia. Da allora s´è fatto crescere la barba: era una promessa, fatta con un gruppo di compagni d´armi, di non radersi più sino a che Israele non siglerà una pace definitiva con gli arabi. Finché quel giorno non arriverà, Israele vivrà sull´orlo dell´abisso e con un macabro punto interrogativo sul proprio futuro. Non importa che il suo esercito sia uno dei più potenti ed efficienti, né che il suo stretto rapporto con gli Stati Uniti gli assicuri una straordinaria infrastruttura logistica e un formidabile appoggio economico. Non furono né i fucili né i dollari a rendere possibile la straordinaria epopea dei pionieri sionisti che, con indicibili sacrifici, coraggio, lavoro e idealismo, costruirono un Paese moderno e democratico in un deserto sterile e bagnato del sangue da loro sparso nei tanti secoli di satrapi e despoti. I pionieri arrivarono in quella miserabile provincia dell´Impero ottomano che era la Palestina, con le mani tese verso gli arabi e con una volontà di pace e coesistenza che diede a Israele una valenza morale di fronte all´intransigenza e alla violenza dei suoi nemici. Ma adesso, per la cecità nazionalista e dogmatica impersonata da politici come Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu, tutto questo è quasi completamente perduto. Al punto che si diffonde sempre più nel mondo l´idea coniata dai suoi nemici: quella d´una potenza colonizzatrice che prolunga, nei nostri tempi, la vecchia tradizione imperialista dell´Occidente. Quest´ultima valutazione non è vera: almeno, non lo è ancora. Perché non lo sia neppure per il futuro è assolutamente necessario che finalmente tramonti l´ora di Ariel Sharon e s´inizi, quanto prima, quella di Amram Mitzna. 

Copyright Vargas Llosa Distribuito da El País 

La Stampa
24/11/2002


IL NUOVO LEADER DEI LABURISTI ISRAELIANI 

Mitzna: sì al dialogo coi palestinesi
Rivale di Sharon nell’esercito, è una “colomba” che non crede in Arafat 


GERUSALEMME - E’ stata un’ampia vittoria quella ottenuta nelle primarie del Partito laburista israeliano dal sindaco di Haifa ed ex generale Amram Mitzna. Il nuovo leader ha ottenuto il 53,9 per cento dei voti, mentre il suo principale avversario, Benyamin Ben Eliezer, leader uscente, ha preso il 38,17 per cento. Mitzna ieri ha offerto a Ben Eliezer il secondo posto della lista dei laburisti nelle elezioni politiche previste per il prossimo 28 gennaio e ha rivolto al partito un appello all'unità per battere la destra nazionalista, che peraltro i sondaggi danno per vincente con il premier uscente Ariel Sharon. 
Amram Mitzna, il nuovo leader dei laburisti israeliani, è nato nel 1945 in un rione proletario di Haifa ed è poi cresciuto in un kibbutz prima di entrare nell'esercito. L'uomo che ieri ha disarcionato dalla guida dei laburisti l'ex potente ministro della Difesa Benyamin Ben-Eliezer è da tutti considerato una “colomba". Ma lui non si fida di Arafat. Sul presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Mitzna ha detto di recente di non nutrire più speranze. «Finora non ho avuto alcun interesse a incontrarlo», ha ammesso alcuni giorni fa. 
Nel 1982, le strade di Amram Mitzna e dell'attuale premier israeliano Ariel Sharon si incrociarono drammaticamente nelle prime fasi dell'invasione del Libano. Allora Sharon era ministro della Difesa e Mitzna ha recentemente ricordato di avere «chiesto al capo di stato maggiore Rafael Eitan di sollevarlo dall'incarico» perchè aveva «perso fiducia nell'operato del ministro della Difesa». Nel 1987, durante la repressione della prima intifada, Mitzna censurò pubblicamente le violenze compiute contro i palestinesi dai suoi sottoposti e da coloni ebrei estremisti. Mitzna ha dichiarato che una sua eventuale vittoria nelle elezioni politiche di fine gennaio 2003 dovrebbe «far comprendere ai palestinesi che in Israele è adesso maturata una nuova leadership pronta al dialogo». 
Arafat ha porto subito un ramoscello d’ulivo a Mitzna. «Siamo pronti a lavorare con chi dirige il Partito laburista e tendiamo la mano per arrivare alla pace dei coraggiosi», ha annunciato ieri Arafat. «Spero che Mitzna segua le orme di Rabin e completi l'opera da lui avviata», ha aggiunto. Sul versante opposto, l’esponente di destra e ministro degli Esteri Netanyahu ha attaccato il nuovo leader laburista, accomunandolo al suo rivale Sharon nel partito Likud, in vista delle primarie del Likud di giovedì prossimo, per il suo mancato rigetto dell'idea di uno Stato palestinese. 
Nei Territori continua lo stillicidio di uccisioni. Otto palestinesi sono morti ieri, uccisi dal fuoco dei soldati israeliani in varie località, da Tulkarem a Hebron e Gaza, dove in nottata gli israeliani hanno compiuto una incursione. 

Il Messaggero
Giovedì 21 Novembre 2002


L'IMPERO E LA QUESTIONE PALESTINESE

di Leo Solari

Con i principi enunciati nel documento sulla sicurezza nazionale che Bush ha presentato al Congresso nello scorso settembre non è stato solo codificato un indirizzo che dopo la distruzione delle due torri gemelle era venuto progressivamente profilandosi nella condotta internazionale degli Stati Uniti. Precisando testualmente che "gli Stati Uniti non intendono minimamente consentire ad alcuna potenza straniera di colmare l'enorme divario apertosi negli armamenti" Bush ha lanciato un messaggio che va ben al di là della liquidazione del regime di Sadam Hussein e della stessa lotta contro il terrorismo. Non sono i governi dell'"asse del male" i principali destinatari del messaggio. Al mondo intero, ma soprattutto alle maggiori potenze, è stato ribadito che gli Stati Uniti sono risoluti ad andare fino in fondo nella partita che hanno ingaggiato per l'instaurazione di un nuovo ordine mondiale presidiato dal loro potere imperiale.
Se la sfida americana risulterà vincente la storia potrà considerare positivo per l'umanità che attraverso questa scorciatoia si sia aperta la strada a quel governo mondiale di cui l'ONU non appare in grado, attualmente, di rappresentare una credibile anticipazione e che tutto rende vieppiù urgente creare: dall'emergenza ambientalista al problema di governare la globalizzazione, dall'esigenza di intervenire tempestivamente ed efficacemente in situazioni di grandi violazioni dei diritti umani al problema dei grandi flussi migratori che gli insostenibili dislivelli sociali tra Paesi ricchi e paesi poveri sono destinati a far crescere drammaticamente, dalla difesa della pace all'estensione della democrazia nel mondo. 
Di fronte alla straordinaria importanza del raggiungimento di un simile traguardo il fatto che ciò avvenisse in virtù del dominio che gli Stati Uniti sono in grado di esercitare sul resto del mondo non impedirebbe il futuro di riconoscere, che in tal modo sarebbe stato realizzato comunque un decisivo passo avanti nella storia umana. 

Tutto ciò convenuto, gravi sono gli interrogativi che, in una valutazione del modo in cui il governo americano si appresta alla realizzazione della seconda fase del suo disegno strategico, si pongono anche da una visuale aperta alle ragioni dell'Impero.
Non sappiamo se la guerra contro l'Irak sarà evitata o, come è più verosimile, solo differita. E' probabile che, se avverrà, porterà rapidamente alla liquidazione del regime di Sadam Hussein. Imponderabili appaiono però le conseguenze che questa impresa potrebbe avere. Esse potrebbero essere tali da oscurare i risultati ottenuti sul terreno militare. Tra le possibili conseguenze di cui si dovrebbe maggiormente preoccuparsi figurano quelle economiche. Sarebbe illusorio pensare che la nuova guerra del golfo contribuirebbe a ridare fiato all'economia mondiale. Concreto è piuttosto il rischio che, in particolare per gli effetti che essa molto probabilmente avrebbe sui prezzi del petrolio, si aggravino le esistenti tendenze recessive: tendenze vieppiù preoccupanti. Dopo le amare smentite che la realtà economica ha inflitto alle previsioni che si sono susseguite di prossime inversioni del ciclo si comincia infine a rendersi conto che incombe la possibilità di una depressione profonda e di lunga durata. Presupposti di una crisi di tale portata non mancano. Una crisi che potrebbe procurare all'Occidente più danni di nuove ondate terroristiche.
E' naturale quindi che anche ove si nutrono sentimenti di amicizia per gli Stati Uniti si guardino con preoccupazione alle incognite della partita aperta da Bush e, in particolare, ad un aspetto di essa che appare in contraddizione con i principii in nome dei quali gli americani conducono la loro crociata contro "l'asse del male" e con la stessa convenienza strategica degli Stati Uniti.
Questo aspetto è rappresentato dalla politica degli Stati Uniti nella questione palestinese: una questione che finché rimarrà aperta sarà fonte di gravi turbamenti per la situazione internazionale.
L'appoggio pressocché incondizionato che l'amministrazione americana continua a dare alla politica di Sharon non giova certo a rendere gradito nel mondo il compito che gli Stati Uniti si sono assunti di sceriffo globale. Non solo alimenta il radicamento di sentimenti antiamericani nei paesi islamici, ma contribuisce, forse più di ogni altro aspetto, a suscitare in una notevole parte -dell'opinione pubblica europea crescenti perplessità nei riguardi della politica statunitense. Favorisce la continuazione di una politica del governo israeliano che accresce le difficoltà nella guerra contro il terrorismo.
E' difficile vedere come possa conciliarsi con la "battaglia di idee e di valori" in nome della quale Bush chiede di avere mano libera per guerre preventive il sostegno dato ad un'azione, quella del presidente del governo israeliano, ispirata al disegno di liquidare con la forza delle armi la questione palestinese.
Lo stesso Blair, l'unico capo di governo di un grande Paese che si sia dichiarato pronto fin dal primo momento a partecipare a fianco degli Stati Uniti ad una guerra contro l'Irak, ha ritenuto opportuno sottolineare l'esigenza che prima di iniziare il conflitto si provveda ad avviare a una soluzione la questione palestinese precisando che Israele deve tornare ai confini del 1967.
E' di tutta evidenza l'importanza dei riflessi positivi che sulla scena internazionale avrebbe un'apertura immediata di negoziati di pace sulla base di una piattaforma ragionevole (quale potrebbe essere lo schema di proposte a suo tempo avanzate da Barak e Clinton). La crociata americana contro gli "Stati canaglia" assumerebbe una diversa, più convincente qualificazione nell'opinione mondiale. La stessa guerra contro l'Irak incontrerebbe probabilmente minori opposizioni nella comunità internazionale. Le correnti estremiste che alimentano il terrorismo islamico vedrebbero ridotta l'efficacia dell'argomento su cui fanno maggior leva nella loro opera di proselitismo. Assai più limitate sarebbero così le possibilità di gravi turbolenze, nelle masse popolari dei Paesi arabi.
Una scelta che apra la strada alla composizione del conflitto tra israeliani e palestinesi trova però una barriera nella logica della politica di Sharon. Risulterebbe pregiudicato infatti il senso di un'azione che il primo ministro israeliano ha svolto con assoluta coerenza in base ad un disegno che ha avuto fin dall'inizio un preciso obiettivo: quello di fare piazza pulita delle determinazioni dell'ONU e di quanto veniva prospettandosi a Camp David puntando a tal fine sulla massima radicalizzazione della conflittualità tra israeliani e palestinesi.
Presentemente la politica di Sharon potrebbe apparire perdente. Il raggiungimento del traguardo che egli si era posto postulava la distruzione di ogni possibilità di resistenza del popolo palestinese. Un risultato che non è stato ottenuto. La durissima repressione attuata dall'apparato militare israeliano non è valsa finora a mettere fuori gioco l'arma fondamentale di questa resistenza: quella degli attentati suicidi. Tutto quanto è stato fatto per distruggere politicamente Arafat è servito solo a risollevare nell'opinione pubblica palestinese il prestigio di una figura politica che stava perdendo terreno.
Invero l'insuccesso delle misure repressive non può sorprendere. L'esperienza insegna che in quest'epoca è estremamente difficile schiacciare definitivamente la resistenza di un popolo - avvenga essa con la lotta partigiana o con il ricorso all'azione terroristica - che non accetti l'occupazione straniera: specialmente se il movimento di resistenza può contare su santuari e appoggi esterni. Alla fine - dopo lotte sanguinose che si trascinano per lo più per decenni - si deve cedere e arrivare a concessioni sulla cui base sarebbe stato possibile alle parti in lotta trovare un accordo fin dall'inizio. Per poter riuscire a liquidare definitivamente un movimento di resistenza sostenuto dalla maggioranza di un popolo sarebbe necessario ricorrere a soluzioni estreme, cui però un Paese civile non potrebbe arrivare.
Sharon è certamente ben consapevole che il suo elettorato non gli perdonerebbe di arrivare, dopo tante vite umane che Israele ha perduto nel conflitto con i palestinesi, a negoziati di pace le cui conclusioni potessero spingersi al di là dell'eventuale creazione, in futuro, di una larva di stato palestinese: uno Stato vassallo, confinato in un grappolo di Bantustan nel ventre di Israele. Se per ipotesi si orientasse verso un compromesso Netanjahu lo farebbe fuori.
Per poter raccogliere i frutti della propria strategia Sharon deve pertanto puntare sulla concreta possibilità, che l'imminente nuovo capitolo della crociata contro l'asse del male gli offre, di avere le mani libere per porre in ginocchio la resistenza palestinese, completando la distruzione di quanto rimane delle infrastrutture, dell'economia e della vita civile in Transgiordania e a Gaza. E' del tutto probabile che in un nuovo quadro politico internazionale dominato, dopo un'esemplare liquidazione di Sadam Hussein, dal potere americano non potrebbero più sorgere serie opposizioni della comunità internazionale ad una soluzione della questione palestinese che premiasse la politica di Sharon e rispondesse ai desideri della destre israeliane rendendo definitiva l'occupazione dei territori palestinesi.
E' quanto meno discutibile, peraltro, che questa conclusione risponda agli interessi di Israele. Presto o tardi la questione palestinese tornerebbe a risorgere con nuovi drammi per israeliani e palestinesi.
Troverebbero così una conferma le preoccupazioni e le ragioni di quella parte di Israele (e in essa figurano alcune delle personalità più insigni di quel paese) che pur nel clima di esasperazione generato dal susseguirsi di atti terroristici ha continuato a sostenere l'esigenza e la convenienza di addivenire ad una soluzione equa della questione palestinese.
Concludendo, è comprensibile che Bush, lanciato nella grande sfida volta a liquidare o mettere in riga i governi degli "Stati canaglia" e a fare così della ormai incontrastabile potenza americana l'asse di un nuovo ordine mondiale e, d'altra parte, attento a un'imminente scadenza elettorale sul cui esito contano significativamente gli orientamenti della comunità ebraica, non abbia difficoltà ad accettare il costo politico che sul piano delle relazioni internazionali gli Stati Uniti debbono sostenere per la copertura che continuano a dare alla politica di Sharon.
Per l'Europa, per contro, questo costo non può trovare una ragione nei suoi interessi e nella sua visuale. Di fronte alle sollecitazioni americane a solidarizzare con la decisione di rovesciare con le armi il regime di Sadam Hussein sarebbe giusto pertanto che essa ponesse con fermezza la pregiudiziale di un immediato avvio di negoziazioni per la soluzione della questione palestinese. Sarebbe, questa, un'occasione privilegiata per affermare la specificità e l'irrinunciabilità della missione che la costruzione europea deve considerarsi chiamata ad assolvere nello scena internazionale.

ottobre 2002


Disarmati trentacinque dei 54 arabi morti in agosto
Gli “errori letali” dell’esercito israeliano
Altri palestinesi uccisi: erano solo operai 

di ERIC SALERNO

GERUSALEMME - «L'esercito israeliano è un esercito cortese», esordisce Nahum Barnea uno dei più noti e stimati giornalisti israeliani in un preoccupato e caustico editoriale sulla prima pagina del quotidiano Yediot Aharonot. Si riferisce alla «crescente lista di errori letali» per i quali l'esercito chiede scusa. L'ultimo "incidente" di cui parla è quello dell'altro pomeriggio quando due elicotteri israeliani hanno sparato tre missili per cercare di uccidere un esponente di una delle organizzazioni estremiste palestinesi. Il "pesce grosso" è sfuggito all'attacco e al suo posto sono morti due bambini, due ragazzi e un "pesce piccolo". Mercoledì scorso in un altro attacco, l'obice sparato da un carro armato a Gaza ha accidentalmente ucciso una donna, due dei suoi figli e un nipote e ha ferito una manciata di parenti vari. Un mese fa, più o meno, una bomba lanciata da un aereo su un caseggiato di Gaza per uccidere il capo militare di Hamas ha centrato il bersaglio ammazzando anche altre sedici persone, tutti civili, tra cui nove bambini. Ieri è stata un'altra giornata di sangue. Sono stati uccisi cinque palestinesi: a Jenin il figlio sedicenne di un militante della Jihad, nei pressi di Hebron quattro persone armate soltanto di attrezzi da manovale. Secondo una «prima inchiesta» dell'esercito volevano infiltrare un insediamento. Per i palestinesi erano operai, tre della stessa famiglia, che tornavano a casa dopo il lavoro. 
Almeno dieci morti in dodici ore, dunque, e l'Autorità nazionale palestinese ha sollecitato una riunione urgente del Consiglio di sicurezza. «Trenta dei 49 palestinesi uccisi in agosto erano civili» (disarmati), è il titolo di un articolo sul quotidiano Haaretz. Sette erano ragazzi al di sotto dei quindici anni. E con i morti di ieri, il bilancio sale a 54 morti, di cui 35 civili. Nahum Barnea e altri giornalisti israeliani si chiedono cosa stia accadendo alle forze armate. E non soltanto a loro. Gli alti ufficiali non hanno molto rispetto, scrivono, per gli sforzi fatti dal ministro della Difesa per cercare di raggiungere qualche intesa con esponenti dell'Autorità palestinese. «Arroganza, rozzezza e verbosità», sono le caratteristiche dei capi delle forze armate. L'altro giorno, il nuovo capo di Stato maggiore ha ribadito che i palestinesi debbono essere messi in ginocchio e capire di aver perso la loro guerra armata contro Israele. Tutte le città palestinesi, a parte Betlemme, sono assediate dalle truppe. Il coprifuoco, «insopportabile» nelle parole di un giornalista israeliano, viene sospeso di tanto in tanto ma si è ben lontani da un ritorno alla normalità. 
Le organizzazioni terroristiche come Hamas, Jihad e le brigate al-Aqsa hanno dibattuto in queste settimane l'opportunità di limitare la lotta armata ai territori occupati. Non c'è stato un chiaro accordo in questo senso e le recenti azioni israeliane con la morte di numerosi civili, stanno provocando nuova rabbia tra i palestinesi. C'è chi chiede di ricominciare con gli attentati che furono all'origine dell'ondata repressiva israeliana proprio mentre altri dirigenti palestinesi riconoscono quanto sia stata fallimentare la nuova intifada con il ricorso alle armi e al terrorismo. Dopo le critiche al capo di Stato maggiore - «non è Dio, almeno per ora», scrive Barnea - alcuni editorialisti si rivolgono al ministro della difesa che sembra incapace di frenare le forze armate e che si è limitato a ordinare un'inchiesta sui civili morti nell'attacco di sabato. 
In questo clima, una nuova iniziativa dell'Europa presentata dal presidente di turno danese sembra lasciare quasi indifferenti. «Perché l'Europa non ha adottato finora alcuna misura per fermare le uccisioni dei palestinesi?», si chiede il segretario del governo di Arafat.

Il Messaggero 
Lunedì 2 Settembre 2002 


Sacks: il conflitto con i palestinesi sta corrompendo la cultura del Paese

di ERIC SALERNO

GERUSALEMME - Questa volta la denuncia viene da uno degli esponenti più importanti dell'ebraismo mondiale. Per Jonathan Sacks, il rabbino capo della comunità britannica che conta 280 mila membri, Israele sta adottando un atteggiamento «incompatibile» con i «più profondi ideali dell'ebraismo», e il conflitto con i palestinesi sta «corrompendo» la cultura del paese. Il professor Sacks mette in dubbio la volontà dei palestinesi di fare la pace con Israele ma denuncia le conseguenze di 35 anni di occupazione militare dei Territori conquistati nel 1967. «Considero l'attuale situazione - ha detto - semplicemente tragica. E sta spingendo Israele verso atteggiamenti incompatibili, a lungo andare, con i nostri ideali più profondi». Ha aggiunto di essere «profondamente scioccato» dalle notizie di militari israeliani sorridenti in posa per una fotografia accanto al cadavere di un palestinese. «Non c'è dubbio che questo tipo di conflitto prolungato, assieme alla mancanza di una speranza, genera odi e mancanza di sensibilità che alla lunga corrompono una cultura». Fin dal 1967 Sacks era convinto che Israele dovesse restituire i territori «per amore di pace», anche se ha sempre continuato a sostenere lo Stato ebraico, sottolineando i tentativi fatti per cercare una soluzione pacifica, a differenza, dice, dei palestinesi incapaci di compiere lo stesso «salto qualitativo» verso un compromesso. 
La preoccupazione per il comportamento del governo Sharon e per le spinte sempre più radicali della destra hanno indotto Gush Shalom, un movimento pacifista israeliano, a pubblicare un annuncio a pagamento su alcuni quotidiani. In esso sollecita la mobilitazione contro Sharon e Peres che «hanno fatto di Israele l'unico paese del mondo che appoggia Bush» per quanto riguarda l'ipotesi di attaccare l'Iraq. Il premier, afferma Gush Shalom, vorrebbe usare la copertura di un eventuale conflitto contro Bagdad per sferrare una nuova offensiva contro i palestinesi e cacciarli dalla Palestina. L'idea del "trasferimento" della popolazione non è nuova. Secondo il Jerusalem Post, ottantamila palestinesi hanno abbandonato i Territori dall'inizio dell'anno e altri vorrebbero andarsene di fronte alla violenza e alla crisi economica. Un gruppo di estrema destra, con un sito internet, si offre di “incentivare" queste partenze con promesse di denaro e visti per paesi come Stati uniti, Brasile e Argentina. «Vogliamo con il tempo svuotare lo Stato della presenza degli arabi», ha commentato uno degli ideatori del progetto. Per "stato" intende sia Israele che i Territori occupati. 
Per ora continuano i negoziati tra israeliani e palestinesi sul ritiro graduale dalle località rioccupate in questi mesi. Ci sarà un altro incontro oggi mentre Israele, di fronte a una riduzione degli attacchi, dovrebbe cominciare ad alleggerire la pressione sui palestinesi soprattutto nella zona di Betlemme. 

Il Messaggero
Mercoledì 28 Agosto 2002 


L'Onu a Israele: "Via dai territori"


Una risoluzione della Nazioni unite chiede a Israele di riattestarsi sulle posizioni del settembre 2000.

NEW YORK - Ritirarsi immediatamente dai territori occupati e riattestarsi sulle posizioni raggiunte prima del settembre 2000, data d'inizio dell'ultima intifada del popolo palestinese. Solo in serata (notte qui in Italia) l'Onu trova l'accordo per mettere nero su bianco la nuova risoluzione nei confronti di Israele. E il diktat del Palazzo di vetro parla chiaro, esigendo "la cessazione immediata e completa di tutti gli atti di violenza, comprese le azioni militari, le distruzioni e gli atti di terrorismo contro civili". Dalla risoluzione emerge poi profonda preoccupazione per la "tremenda situazione umanitaria" in cui la popolazione palestinese è costretta a vivere. 

Parole durissime, rivolte all'esercito con la stella di David, che proprio poche ore prima che le Nazioni unite si pronunciassero consumava l'ultima rappresaglia del drammatico conflitto israelo-palestinese bombardando la striscia di Gaza .

A New York, però, l'Onu vota quasi all'unanimità. La risoluzione passa con 114 voti a favore e appena 4 contrari (11 le astensioni) al termine della lunga discussione che segue alla presentazione ufficiale del rapporto stilato dagli ispettori sugli scontri avvenuti nel campo profughi di Jenin, nei quali Israele era accusata di gravi abusi. Di fatto, sebbene perentoria, la risoluzione approvata resta il risultato di una difficile opera di mediazione, che ha visto, anche all'Onu, un acceso confronto tra il mondo arabo e quello occidentale. Due risoluzioni proposte dai paesi mediorientali, infatti, sono state bocciate da quelli europei, prima che si giungesse al testo definitivo partorito ieri. 

Ritiro da Nablus. Da Israele, per ora, arriva una debola risposta: in serata l'esercito si è ritirato da Nablus, in Cisgiordania dove erano penetrati cinque giorni fa per operare massicci rastrellamenti. 

Arafat convoca la direzione dell'Anp . Intanto il leader palestinese Yasser Arafat ha convocato la delegazione palestinese prima della partenza per Washington, dove tra giovedì e venerdì, i leader dell'Anp incontreranno il segretario di Stato Colin Powell e il consigliere per la sicurezza nazionale Condolezza Rice. La delegazione partirà in serata per gli Stati Uniti.

Hamas e la Jihad: Israele vuole la guerra civile. E' arrivata invece la risposta dei gruppi integralisti islamici al piano israeliano che prevede il ritiro dalle zone autonome rioccupate in cambio dell'impegno palestinese di garantirvi la sicurezza. Secondo Hamas e la Jihad islamica il piano è ''soporifero'' e rischia di provocare un confronto all'interno dei Territori. ''I palestinesi respingono questo piano. La nostra missione è di resistere contro l'occupazione e l'obiettivo di un tale progetto soporifero è quello di placare le critiche della comunità internazionale e di guadagnare tempo'', ha detto uno dei leader di Hamas a Gaza, Ismail Abu Chanab.
''Questo piano mira a porre fine all'Intifada e alla resistenza del popolo palestinese contro l'occupazione israeliana. Ma mira soprattutto a seminare i germi della sedizione e di una guerra interpalestinese'', ha detto dal canto suo uno dei capi della Jihad islamica, Khaled al-Batch. 

Nuove trattative - Stando alle indiscrezioni però, già ieri, durante un incontro con il ministro degli Interni dell'Anp Abdelrakaz al Yahya, il ministro della Difesa israliano Ben Eliezer avrebbe concordato un patto per un progressivo ritorno alla normalità e alla pace nei territori, nel rispetto degli standard di sicurezza richiesti da Israele. Secondo le indiscrezioni sui contenuti dell'incontro, il governo di Sharon sarebbe pronto a ritirare le proprie truppe da quattro città palestinesi, sempre che le autorità locali siano in grado di fermare ogni atto di terrorismo. Sui nomi dei luoghi che verrebbero "sgomberati" dall'esercito resta il mistero. Le indiscrezioni vogliono che le quattro città siano Gaza, Hebron, Betlemme e Gerico.

(06 AGOSTO 2002, ORE 7.32 aggiornato alle 23:00)


GOVERNO ISRAELIANO

Peres: «Dubito della volontà di pace di Sharon»


Duro attacco del ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres( nella foto) al premier Ariel Sharon. In un’intervista al settimanale tedesco Der Spiegel , Peres dice di avere «dubbi» sulla determinazione di Sharon a raggiungere un accordo con i palestinesi e aggiunge di non essere più certo che il primo ministro possa essere considerato un partner per la ricerca della pace.

Corriere della Sera
28 luglio 2002


QUELLO CHE TUTTI SANNO

di AMOS OZ *

Nel grande giardino d’infanzia del Medio Oriente gli israeliani affermano che non ritireranno i loro carri armati, non rimuoveranno e neppure congeleranno le colonie ebraiche nei Territori occupati se prima i palestinesi non metteranno fine al terrorismo e all’incitamento alla violenza. Contemporaneamente i palestinesi dicono che non potranno bloccare terrorismo e violenza se prima gli israeliani non concluderanno l’occupazione. Entrambi accettano più o meno in toto le idee del presidente americano Bush, che sono più o meno identiche al piano di pace europeo, il quale è a sua volta non molto diverso dalle proposte saudite. Insomma, tutti sanno bene che alla fine dovranno nascere due Stati sostanzialmente divisi dal confine precedente la guerra del giugno 1967, con due capitali a Gerusalemme Est e Ovest, con lo smantellamento degli insediamenti ebraici nel cuore di quello palestinese e senza il massiccio ritorno dei profughi palestinesi all’interno delle frontiere israeliane. E allora, che cosa stiamo aspettando? Perché si perde tempo? E’ davvero soltanto il prevalere litigioso dell’immancabile modo di pensare in tutti i giardini d’infanzia del mondo: «Ma lui deve farlo prima di me»? 
Riassunto in poche parole, i pazienti (così io considero entrambi, israeliani e palestinesi) sono riluttanti ma pronti per il tavolo operatorio, mentre i dottori (Sharon e Arafat) si dimostrano inguaribili codardi. 
Israeliani e palestinesi dovrebbero compiere uno sforzo ulteriore per negoziare un accordo che li impegni contemporaneamente a passi concreti: la rimozione di alcuni insediamenti ebraici in cambio dello smantellamento di una tra le organizzazioni terroristiche. Il piano dovrebbe funzionare in modo progressivo. E condurre in un secondo tempo a cancellare altre colonie e un nuovo gruppo fondamentalista. 
Se ciò non dovesse funzionare dovremmo allora trasferire il conflitto «a un livello più alto», che significa il negoziato tra Israele e la Lega Araba (quando ero all'asilo e non riuscivo a risolvere i miei litigi con un compagno mi rivolgevo alla sorella più grande, o ai suoi genitori). 
Forse non dovremmo iniziare le trattative sulla questione delle colonie ebraiche o dei confini, tantomeno dovremmo affrontare il nodo di Gerusalemme e dei Luoghi Santi; piuttosto sarebbe meglio parlare del futuro dei profughi palestinesi che da oltre cinquant’anni marciscono in campi di raccolta tra rabbia, povertà e risentimento. Questa gente non dovrebbe venire a vivere in Israele, se ciò avvenisse ci sarebbero due Stati palestinesi e neppure uno per gli ebrei. Ma ognuno di questi profughi necessita di una casa, un lavoro e una cittadinanza dello Stato palestinese. Ciò significa creare alcune centinaia di migliaia tra abitazioni e posti di lavoro. Questa è la dimensione più urgente del conflitto, poiché tutta questa gente soffre quotidianamente in condizioni disumane. La loro disperazione è la prima causa dei problemi correlati alla sicurezza in Israele. Sino a quando i profughi non avranno speranza, Israele non avrà sicurezza. 
Lo sforzo per risolvere i problemi dei profughi in Palestina, non in Israele, può davvero essere collettivo. L'Europa potrebbe giocare un ruolo maggiore, assieme agli Stati Uniti, con le nazioni arabe più ricche e Israele, che dovrebbe contribuire ignorando la vecchia polemica su quale parte ricada la responsabilità storica per le tragedie dei profughi. I Luoghi Santi possono attendere, i profughi no.

* Scrittore israeliano
(traduzione di Lorenzo Cremonesi) 


«L´AMERICA METTE ARAFAT SULLO STESSO PIANO DI MILOSEVIC E SADDAM HUSSEIN» 
«Hanno deciso di abbattere l´Autorità palestinese» 
Il ministro Al Khatib: instaureranno un´amministrazione civile o un governo militare 


TEL AVIV NEGLI ultimi giorni il ministro palestinese per il lavoro Ghassan Al Khatib (partito del popolo, ex comunista) è stato costretto a restare rinchiuso nella propria abitazione. Come tutti gli altri abitanti di Ramallah anche lui ha ricevuto ieri dalle forze israeliane d´occupazione appena quattro ore di libertà, il tempo necessario per compiere acquisti. «Alle due del pomeriggio ci hanno ordinato di tornare a chiuderci in casa», dice il ministro al telefono. 
«La distruzione del quartier generale di Hebron, in quanto distruzione dell´edificio pubblico palestinese più grande in assoluto nella città più popolosa della Cisgiordania - dice Al Khatib - va intesa come una conferma dell´intenzione di abbattere l´Autorità nazionale palestinese. La prossima fase sarà la rioccupazione diretta dell´intera Cisgiordania. Se ciò avverrà sotto la forma di un´amministrazione civile o di un governo militare, non lo sappiamo». 


Eppure nei giorni scorsi il ministro della Difesa Benyamin Ben Eliezer, l´uomo che ha ordinato la demolizione del quartier generale di Hebron, ha pubblicato sul quotidiano palestinese Al Quds un articolo in cui esprime sostegno all´iniziativa di pace saudita e alla costituzione di uno Stato palestinese. Malgrado l´operazione «Strada determinata» Ben Eliezer resta un partner di pace per voi ? 

«Noi pensiamo che esistano differenze di carattere strategico fra i laburisti di Ben Eliezer e il Likud, il partito di Ariel Sharon. I primi cercano davvero una soluzione, come abbiamo visto a Camp David (2000) e a Taba (2001). Il Likud vuole invece tornare ad occupare i Territori. Purtroppo è il Likud a determinare l´agenda del governo israeliano». 

Fra i palestinesi, quali sono i rapporti di forza politica ? 

«Nelle nuove elezioni il presidente Arafat sarà con tutta probabilità rieletto. Al Fatah resta la principale forza politica, seguita a distanza dagli islamici di Hamas, che sembra essere relativamente forte nei sondaggi, perché la sua linea è di totale opposizione agli accordi di Oslo. Se decidesse di partecipare alle elezioni (finora annuncia il contrario, ndr) dovrebbe fare un serio compromesso sulla propria linea politica e probabilmente perderebbe consensi».


Cosa ha provato quando il presidente Bush ha chiesto che emerga una nuova leadership politica palestinese? 


«Sono dichiarazioni gravi, ci hanno messo sullo stesso piano di Slobodan Milosevic e di Saddam Hussein. Bush vede la questione israelo-palestinese sotto l´angolatura della lotta al terrorismo. Il suo però è un errore di percezione, perché questa è piuttosto una lotta contro l´occupazione militare, una lotta di decolonizzazione». 


Fra 12 mesi lei sarà ministro in un governo di uno Stato indipendente ? 

«Fra 12 mesi, se Sharon resta al potere, saremo tutti sotto un regime di occupazione militare». 

La Stampa
30/6/2002


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