Israele si ritira da Ramallah
Arafat libero dopo un mese d'assedio
Israele si ritira. Una volta appresa la notizia dell'ingresso nel carcere di Gerico dei killer del ministro
Zeevi, i mezzi blindati israeliani hanno iniziato il ritiro da Ramallah, concludendo di fatto l'operazione "Muraglia di difesa". Arafat è, quindi, di nuovo libero dopo un mese di assedio. Appena partiti i soldati israeliani, circa 200 palestinesi armati si sono riuniti davanti alla sede del leader Anp lanciando grida di vittoria.
Arafat, appena liberato, ha denunciato l'assedio dei soldati israeliani, definiti "terroristi", alla Basilica della Natività. "Non è importante quello che è successo a me qui - ha detto - Ciò che èimportante è quello che sta succedendo nella chiesa della Natività. E' un crimine. E' inaccettabile ". Il leader
dell'Anp è parso visibilmente stanco e provato dall'assedio.
Riferendosi a quello che è avenuto a Jenin, Arafat ha paragonato la strage di palestinesi a quello che avvenne a Stalingrado durante la seconda guerra mondiale, quando circa 200mila persone furono uccise in Russia. "Mi recherò personalmente in Cisgiordania per vedere con i miei occhi quello che è avvenuto", ha detto.
Il ritiro israeliano da Ramallah è avvenuto subito che i sei palestinesi accusati di aver ucciso l'ex ministro del Turismo israeliano,
Zeevi, erano stati trasferiti nel carcere di Gerico.
Intanto, carri armati e soldati israeliani hanno occupato nella notte la città palestinese autonoma di
Tulkarem, nel nord della Cisgiordania. Secondo fonti palestinesi, l'esercito con la stella di David ha imposto il coprifuoco in tutta la città. Durante l'operazione vi sarebbero stati scambi di colpi di arma da fuoco, ma non si hanno al momento notizie di vittime. Tulkarem era stata già occupata dall'esercito israeliano nel mese di aprile in tre diverse occasioni.
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2-5-2002
JENIN, ANNAN SMANTELLA COMMISSIONE ONU
NEW YORK - Il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha deciso di smantellare la commissione Onu che avrebbe dovuto indagare su quello che era successo nel campo profughi di
Jenin, in Cisgiordania. In una lettera ai 15 membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite - che iniziavano in serata una riunione - , Annan precisa che la comunicazione verra' resa nota oggi
(giovedi'). Annan si dice dispiaciuto del fatto che, con la cancellazione della commissione,
''rimarra' una lunga ombra sugli avvenimenti recenti''. A Ginevra era in attesa da giorni di un via libera una delegazione di 20 persone, guidata dall'ex presidente finlandese Martti Ahtisaari per fare luce sulle presunte violenze, denunciate dai palestinesi, compiute dall'esercito israeliano durante l'occupazione del campo profughi. (ANSA).
2 maggio 2002
SHARON PRONUNCIA L´ULTIMO RIFIUTO, ANNAN SCIOGLIERA´ LA COMMISSIONE
L´Onu si arrende: niente inchiesta a Jenin
«Profonde divergenze sugli obiettivi e il mandato» Escono dalla Basilica della Natività 26 palestinesi
TEL AVIV. Con un gesto senza precedenti nella storia delle Nazioni Unite, il Segretario generale Kofi Annan era ieri sul punto di annullare la missione di accertamento dei fatti avvenuti all'inizio del mese nel campo profughi palestinese di
Jenin. La Commissione aveva ricevuto dieci giorni fa un solenne incarico dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dopo che i palestinesi avevano avanzato la preoccupazione che nel campo fossero stati compiuti da soldati israeliani massacri di civili. Ieri, dopo ripetute tergiversazioni, il governo di Sharon ha informato Annan che «allo stato attuale delle cose» Israele ha deciso di non cooperare con i quattro membri della Commissione per il persistere di profonde divergenze sui loro obiettivi e il loro mandato. La reazione di Annan è stata stizzita. Dopo aver ricevuto una nuova telefonata del ministro degli Esteri Shimon Peres (secondo il quale esiste ancora la possibilità di raggiungere un compromesso), Annan ha fatto sapere che la missione potrebbe essere annullata del tutto. Per Israele, secondo analisti di Gerusalemme, non si tratta di una vittoria. In prospettiva, esiste il rischio di sanzioni Onu nei confronti dello Stato ebraico, anche se si presume che in casi estremi gli Usa ricorrerebbero al diritto di veto. Ieri Peres ha negato ancora una volta che Israele abbia compiuto un massacro a
Jenin. Finora, ha detto, sono stati recuperati una cinquantina di cadaveri dei quali solo «sette sono di donne e bambini, che vanno dunque considerati vittime innocenti». Gerusalemme ha perso nella battaglia 23 militari. Oggi il Consiglio di Sicurezza
dell'Onu terrà una riunione a porte chiuse per esaminare la situazione alla luce del rifiuto israeliano. Un allentamento della tensione si è registrato a Betlemme, dove 26 palestinesi, da un mese rinchiusi nella Chiesa delle Natività, si sono consegnati alle forze armate israeliane nella speranza di essere presto rimessi in libertà. Le trattative sui circa 200 compagni che restano barricati nella chiesa ristagnano. Una delle ipotesi è che quanti sono ricercati da Israele per atti di terrorismo vengano espulsi verso l´Italia per un periodo concordato. Il presidente palestinese Arafat segue questi sviluppi dal suo comando generale di
Ramallah. Il permesso di uscire, garantitogli dal ministro della Difesa israeliano Ben
Eliezer, non ha per lui cambiato la situazione: «Finchè a Ramallah restano i carri armati israeliani e i cecchini sono dislocati sui tetti, il Raíss non intende uscire allo scoperto», ha spiegato il suo ex consigliere politico Ahmed
Tibi, deputato arabo alla Knesset. A Gerico sono state ripulite le celle destinate ai quattro assassini del ministro israeliano di estrema destra Rehavam
Zeevi, al loro presunto mandante Ahmed Saadat (leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina) e a Fuad
Shubaki, consigliere economico di Arafat. Una volta che i sei vi saranno rinchiusi (vigilati da guardiani inglesi e americani) i soldati israeliani lascerebbero
Ramallah, Arafat riacquisterebbe l´effettiva libertà di movimento e il nodo di Betlemme dovrebbe sciogliersi. Ma da parte palestinese si mantiene una buona dose di scetticismo. Ancora sangue a
Rafah, nel Sud della Striscia di Gaza, dove ieri sera una bimba palestinese di 2 anni, Huda Mohamad Abu
Shalluf, è stata uccisa dall'esplosione di un serbatoio pieno di combustibile colpito dalla palla di cannone sparata da un carro armato di soldati israeliani. Secondo fonti militari, la cannonata era diretta ad un gruppo di «terroristi» che volevano innescare una bomba stradale vicino a un mezzo corazzato. Nella notte l'esercito israeliano ha invece completato il ritiro da Hebron dopo aver arrestato 52 palestinesi ricercati. La stampa israeliana ha riferito di atti di vandalismo compiuti da soldati a
Ramallah. Secondo il quotidiano Haaretz, danni per centinaia di migliaia di dollari sono stati provocati a uffici, banche, appartamenti. In un parcheggio sono state viste trenta auto palestinesi distrutte senza motivo. I vertici militari ammettono che possano esserci stati episodi isolati di vandalismo: dieci soldati sono in attesa di processo di fronte a corti marziali. «I gesti di pochi infangano molti», ha commentato il portavoce militare.
Aldo Baquis
PROFESSORE A PRINCETON ED ESPONENTE DELL´EBRAISMO
AMERICANO DI SINISTRA
«L´errore di Sharon è stato di non lasciare uno spiraglio»
Michael Walzer: gli è mancato un progetto politico che Arafat o un suo erede
avrebbero potuto cogliere. «L´Europa non ha più un ruolo utile»
LA guerra e l'orrore del Medio Oriente sembrano infinitamente lontani, all'Institute
for Advanced Study di Princeton. I prati e il giardino delle betulle hanno già
i colori e i profumi della primavera. Al ristorante c'è il brusio di sempre. I
più taciturni sono i matematici asiatici; i più loquaci sono, quest'anno, gli
storici. Al tavolo della Scuola di Scienza Politica e Sociale Clifford Geertz
ascolta l'ennesima teoria dei rituali religiosi; Albert Hirschman chiede
dell'Italia. Ma per Michael Walzer la tragedia è vicina. Tocca, ancora una
volta, il suo popolo e il suo mondo.
L'ex Primo Ministro d'Israele Ehud Barak ha dichiarato in un'intervista
pubblicata su questo giornale che l'offensiva militare israeliana era
inevitabile, dopo gli attacchi terroristici. Ma ha aggiunto che «Israele ha
perso nell'opinione pubblica mondiale la superiorità morale sui suoi avversari
conquistata nelle guerre del 1948 e del 1967».
«Ritengo anch'io che una forte risposta militare fosse inevitabile dopo la
spaventosa ondata di terrorismo suicida. Non riesco a immaginare un governo
democratico che non s'impegni a proteggere la vita dei cittadini. Ma è vero
anche che quest'iniziativa militare non ha ottenuto in Europa e nel mondo il
consenso che accompagnò le iniziative militari del 1948 e del 1967.
Quest'iniziativa militare è stata lanciata senza un progetto politico. Per
questo è difficile, per chi giudica dall'esterno, capire se Israele stia
combattendo per sconfiggere il terrorismo o per proteggere gli insediamenti nei
territori occupati».
Lei ha detto molte volte di sentire un legame morale e politico particolare con
la comunità ebraica e con il popolo e lo Stato d'Israele. Perché un filosofo
politico, e un critico sociale, può e deve essere legato ad un popolo?
«Ho una risposta generale e una particolare. La risposta generale è che
nessuna azione politica decente è possibile senza un senso di solidarietà per
i tuoi concittadini. Anche il critico sociale più severo critica una società
particolare; vuole cambiare una società particolare. Critica una società in
particolare e non altre perché avverte un legame speciale con un popolo, con
una storia e con una cultura. La risposta particolare è che sono nato negli
Anni 30; ho vissuto la Seconda Guerra Mondiale e la distruzione degli ebrei; ho
assistito con meraviglia alla rinascita di una politica ebraica con
l'istituzione dello Stato d'Israele, nel 1948, quando avevo tredici anni. Queste
esperienze hanno fatto nascere in me sentimenti speciali, il senso di un legame
con la comunità ebraica, anche se è sempre stato un legame critico».
Quando lei è andato in Israele c'era consapevolezza della tragedia che si
avvicinava?
«Vado in Israele quasi ogni estate, ed ero là anche l'estate scorsa. C'era già
l'Intifada e il senso della tragedia era ben presente, anche se la situazione
non era ancora al punto che ha raggiunto negli ultimi mesi. Tutti cercavano di
capire perché la situazione fosse degenerata».
Ha mai visitato i campi palestinesi?
«Sì, sono stato nei campi vicino a Betlemme e nei vecchi campi che ora non
esistono più. Non sono mai stato a Gaza. Ho provato sensazioni contrastanti. I
campi palestinesi si stanno trasformando in città, assomigliano più a povere
periferie urbane che a campi profughi nel senso classico del termine. Gli spazi
sono ristretti, molte persone vivono miseramente. Ho provato un senso di
solidarietà per le persone e sdegno per i politici che rendono impossibile per
loro una vita decente».
Nel 1993 lei era alla Casa Bianca quando Rabin e Arafat firmarono gli accordi di
pace di Oslo. Che cosa ricorda di quei giorni?
«Ricordo che fu un momento di grande gioia. Per noi ebrei di sinistra fu una
vittoria. Ma non si trattò di una vera e propria mediazione americana. Clinton
organizzò la cerimonia e volle che Rabin e Arafat si stringessero la mano, cosa
che l'uno e l'altro fecero con evidente riluttanza, soprattutto Rabin. L'accordo
di pace di Oslo fu realizzato con negoziati diretti fra israeliani e palestinesi
alle spalle degli americani. Purtroppo non credo che vedremo qualcosa di simile
in futuro».
Quali sono state le ragioni del fallimento degli accordi di pace?
«Ci sono stati errori di calcolo da una parte e dall'altra. È difficile
elencare quelli più gravi. Certo l'assassinio di Rabin è stato un disastro.
Era un leader capace di portare Israele dalla sua parte nel processo di pace.
Rabin, e anche Barak, hanno commesso un errore grave nel modo di affrontare il
problema degli insediamenti nei territori palestinesi. L'uno e l'altro sapevano
bene che dovevano fermare i coloni, ma decisero di affrontare il problema dopo
aver raggiunto l'accordo completo di pace. Ritenevano in questo modo di avere
maggiori probabilità di successo. Quella scelta si è dimostrata un tragico
errore. Se avessero affrontato lo scontro con i coloni prima, avrebbero
rafforzato i moderati palestinesi e indebolito la destra estrema israeliana. Al
tempo stesso ci sono stati errori e calcoli sbagliati, e forse anche inganni, da
parte dei leader palestinesi. Sappiamo ora che all'indomani dell'accordo di Oslo
i palestinesi avevano incominciato ad armarsi in violazione palese del trattato.
Gli israeliani scelsero allora di ignorare quelle violazioni o di protestare
solo debolmente».
Il terrorismo è moralmente e politicamente sbagliato. Senza giustificarlo
possiamo cercare di capirlo?
«Nessuno è in grado di capire quest'ondata di terrorismo. Nessuno l'aveva
prevista. Dopo i primi attentati di terrorismo suicida, tutti pensavano che ci
sarebbe stato un numero molto piccolo di persone disposte a farsi esplodere per
uccidere civili innocenti. Ora sembra invece che i candidati al sacrificio siano
molti. Sembra che l'intera società palestinese sia in preda a una sorta di
psicosi collettiva. I genitori incoraggiano i figli a immolarsi e celebrano con
la comunità il loro sacrificio. Non esiste una spiegazione per tutto questo. Ci
sono stati nella storia esempi di oppressione più dura di quella che Israele
impone nei territori occupati; ci sono esempi di sfruttamento e di sottosviluppo
più gravi; ci sono esempi di violazioni più serie dei diritti individuali che
non hanno dato origine a un terrorismo come quello che si è scatenato in
Palestina e in Israele. Non può che essere un fenomeno religioso che sfrutta la
condizione di oppressione, ma non nasce da essa».
Gli esperti di Medio Oriente sono concordi nel rilevare che Arafat ha la grave
responsabilità politica di non aver combattuto il terrorismo e di essersene più
volte servito.
«Il terrorismo è sempre stato uno degli aspetti della politica di Arafat, a
cominciare dai dirottamenti aerei e dalle bombe nei supermercati e negli
autobus, quando ancora non c'erano i terroristi suicidi. Il terrorismo è sempre
stato un suo strumento di lotta politica. Arafat è convinto, anche ora, di
poter usare il terrorismo impunemente».
Sharon sembra voler umiliare Arafat più che cercare la pace.
«La debolezza della politica di Sharon sta nel fatto di non aver lasciato
aperta una possibilità di soluzione politica che Arafat, o un suo successore,
avrebbero potuto cogliere. Ma l'idea che molti hanno in Israele è che i leader
palestinesi non vogliono un piccolo Stato, ma sono convinti che lo Stato
d'Israele farà la fine dei regni crociati, se i palestinesi sapranno lottare e
resistere abbastanza a lungo, o sarà assorbito in un grande Stato palestinese,
per effetto della pressione demografica. Ma chiudere Arafat nell'edificio di
Ramallah è stato un errore. Alla fine Arafat potrà uscire e annuncerà al
mondo di essere il vincitore, per il solo fatto di essere sopravvissuto».
Vista dall'America, come giudica l'impotenza dell'Europa a svolgere un ruolo di
forza di pace nella crisi palestinese?
«Guardo alla politica europea da un punto di vista che non è esattamente
americano, ma ebreo-americano. Ritengo che la politica europea abbia fallito in
primo luogo con Arafat, e a causa degli errori compiuti con Arafat gli europei
abbiano perso l'autorevolezza per spingere gli israeliani sulla via della pace.
L'Unione Europea, o alcuni importanti Stati europei, avrebbero dovuto dire ad
Arafat: "Non siamo più disposti a sostenere finanziariamente l'Authority
palestinese se non parli pubblicamente, in arabo, al tuo popolo per condannare
in maniera inequivocabile il terrorismo e per affermare che gli attacchi
terroristici sono contro l'esistenza dello Stato d'Israele e non portano alla
creazione dello Stato Palestinese, e che tu non intendi sostenerli in alcun
modo". Se l'Europa avesse detto questo ad Arafat, avrebbe potuto dire agli
israeliani che dovevano ritirarsi dai territori occupati e fermare gli
insediamenti. Ma non lo ha fatto, e non ha neppure chiesto ad Arafat di rendere
conto del denaro che ha ricevuto dagli Stati europei, parte del quale è stato
usato per acquistare armi dall'Iran. Per questa ragione l'Europa non è in grado
di esercitare un utile ruolo di mediazione politica».
La Stampa
18.4.2002
PALESTINA: L'ATTACCO ISRAELIANO A JENIN
17 aprile 2002: i giornalisti britannici che hanno violato una zona interdetta
dagli israeliani per entrare nel devastato campo profughi di Jenin hanno
descritto immagini orribili di distruzione e spargimento di sangue.
Nel Daily Telegraph, il corrispondente David Blair ha scritto: "l'attacco
israeliano ha causato la sistematica distruzione di quelle che una volta erano
strade frequentate da 15.000 persone."
Ha detto, quando i giornalisti sono entrati a Jenin: "è chiaro perché gli
israeliani hanno fatto il massimo per proteggere il campo di Jenin da occhi
indiscreti".
Il corrispondente del Guardian Suzanne Goldenberg ha descritto il campo
distrutto come "una landa silenziosa permeata dal fetore dei cadaveri in
putrefazione e della polvere da sparo. Ha riferito di prove relative ad
esecuzioni sommarie ma che ancora non erano disponibili cifre attendibili
riguardo i morti palestinesi. Per aggirare il blocco israeliano, i giornalisti
sono dovuti entrare a Jenin da una "porta secondaria" e tutti i
resoconti includono interviste a palestinesi che denunciano atrocità
israeliane.
Il primo ministro israeliano Ariel Sharon ha negato che ci siano state atrocità,
dicendo che a Jenin c'é stata una durissima battaglia nell'ambito di una guerra
contro il terrorismo ed evidenziando che anche 23 soldati di Israele sono stati
uccisi.
da "Nessuno tocchi Caino"
20 aprile 2002
Israele : Ricostruire la speranza
Siamo solidali con il popolo israeliano così duramente colpito dal terrorismo
palestinese, che punta all'eliminazione dello Stato di Israele.
Siamo solidali con il popolo palestinese che da decenni soffre sotto
l"occupazione israeliana e aspira al riconoscimento dei propri diritti
all'indipendenza, alla terra, alla dignità.
Noi pensiamo che la dirigenza palestinese, rompendo le trattative nell'inverno
2000-2001 e ricorrendo all?intifada, abbia distrutto nella maggioranza degli
israeliani la speranza nel processo di pace, e abbia favorito l'ascesa al
governo di Sharon, propenso a soluzioni di forza e alla liquidazione
dell'autonomia palestinese. Ma con il governo Sharon, eletto per garantire la
sicurezza, l'insicurezza è cresciuta tragicamente.
Noi pensiamo che l?ininterrotta politica israeliana di espansione degli
insediamenti nei territori occupati abbia minato tra i palestinesi la speranza
nel processo di pace come via per ottenere la propria indipendenza territoriale
e statuale.
Il terrorismo va combattuto radicalmente. A ispirarlo è il fondamentalismo
nemico di ogni accordo, ma a nutrirlo è la caduta della speranza in una
soluzione politica. Ricostruire quella speranza è la via principale per
soffocare il terrorismo privandolo del consenso popolare.
Le rappresaglie e il blocco militare dei territori hanno, con alto prezzo di
vite umane, costretto finalmente Arafat a intervenire contro il terrorismo. Ma
questo risultato rischia di vanificarsi se una svolta non avviene da entrambi i
lati: da parte palestinese l'impegno nei fatti per sconfiggere il terrorismo, da
parte israeliana il blocco degli insediamenti in vista della loro evacuazione ci
sembrano le condizioni indispensabili per ricostruire la fiducia reciproca
necessaria per la ripresa del negoziato.
Ora le forze della pace in Israele e tra i Palestinesi sono in terribile
difficoltà, sotto il ricatto ripetitivo delle stragi e delle ritorsioni. Tanto
più riteniamo necessario appoggiarle, convinti che non ci sia alternativa alla
trattativa politica. Non c?è alternativa a che due popoli e due stati si
riconoscano e convivano nella sicurezza e dignità.
Ci riconosciamo nella azione coraggiosa di esponenti politici come Yossi Beilin,
Yossi Sarid, Yael Dayan da parte israeliana, Yasser Rabbo, Ziyad Abu Ziyad,
Hannan Hashrawi da parte palestinese che in una manifestazione congiunta appena
qualche giorno fa al posto di blocco di Kalandia, vicino a Gerusalemme, hanno
confermato l'impegno per una azione comune di pace.
Dopo l'11 settembre le ripercussioni globali del conflitto
israeliano-palestinese si sono moltiplicate. Ci uniamo a quanti si appellano all?UE,
agli USA, alla Russia, perché intervengano con decisione per interporsi alla
violenza e per spingere le due parti a riprendere il negoziato.
Stefano Levi Della Torre (Milano), Giorgio Gomel (Roma), Guido Fubini (Torino),
Lia Tagliacozzo (Torino), Pupa Garribba (Roma), Giovanni Levi (Venezia), Silvio
Ortona (Torino), Paul Ginsborg (Firenze), Carlo Ginzburg (Bologna), Marina
Morpurgo (Milano), Gabriele Nissim (Milano), Gavriel Segre (Torino), Andrea
Ginzburg (Bologna), Andrea Levi (Genova), Gloria Arbib (Roma), Silvia Finzi Levi
(Torino), Stuart Woolf (Venezia), Emilio Jona (Torino), Emanuele Fiano (Milano),
Lia Pergola (Venezia), Roberto Bassi (Venezia), Valerio Fiandra (Trieste), Bice
Fubini (Torino).
IL MEDIO ORIENTE BRUCIA
di LUCA MOLINARI
Ancora sangue in Medio Oriente. Il leader palestinese Yasser Arafat è stato isolato dai soldati israeliani nel suo quartiere generale di Ramallah in una sorta di esilio in patria. Le truppe israeliane hanno rioccupato i territori palestinesi puntando i loro cannoni sui luoghi santi della Cristianità e dell'Islam provocando l'indignazione e la condanna della comunità internazionale. È stata la risposta voluta dal governo di Ariel Sharon alla lunga scia di attentati suicidi compiuti da kamikaze provenienti dalle file dell'estremismo arabo-palestinese. Risposta che, non tenendo conto delle differenze esistenti nel mondo palestinese, rischia di far precipitare la situazione fino ad un drammatico punto di non ritorno. La Palestina, e con essa l'intero Medio Oriente, continua a bruciare e far tremare il mondo. Una lunga scia di lutti, attentati e rappresaglie sta segnando profondamente la storia di una delle zone più travagliate e importanti del pianeta. All'orizzonte non si vedono colombe, ma solo falchi. Nessuno spiraglio di pace, ma solo nubi che si addensano all'orizzonte lasciando presagire un'involuzione ancora più cruenta della crisi. Una deriva che genererà una spirale di violenza in uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi dell'età' contemporanea.
Cessata ogni trattativa, chiuso ogni margine di mediazione è stato definitivamente sepolto quello spirito di Oslo che aveva permesso al premier israeliano Rabin ed al leader palestinese Arafat di siglare gli accordi di Washington del 1993. Quei trattati che avevano fatto sperare in un futuro di pace. Invece sono tornate ad essere protagoniste le armi e il rumore della guerra si è fatto assordante, tanto da sovrastare tutte quelle voci che ancora, ostinatamente continuano ad invocare una soluzione negoziata del problema. Voci sempre meno isolate che, in ogni parte del mondo, rivendicano giustizia e pace perché due popoli possano vivere pacificamente nella stessa terra in due stati distinti e autonomi e non più in una situazione di perenne tensione e violenza che ormai dura da oltre mezzo secolo.
Da dove nasce questa feroce barbarie che genera un conflitto in quella terra, la Palestina, che ha visto la nascita delle più antiche civiltà e di tutte e tre le grandi religioni monoteiste?
Siamo di fronte alla punte di un iceberg che è la spia di una più vasta tensione che pervade l'intero Medio Oriente e che rischia di destabilizzare gli ormai già precari equilibri internazionali profondamente provati da tutte le epocali trasformazioni dell'ultimo decennio e che stentano a trovare un nuovo equilibrio che sostituisca quello sepolto dalla fine della Guerra Fredda.
Senza dubbio l'essere stata la culla di grandi culture e la genitrice di quei grandi popoli di cui ancora oggi siamo in qualche modo eredi e debitori non è un elemento estraneo all'odierna tragedia.
Tra il bacino del Mediterraneo e il Golfo persico si intrecciano troppi eventi epocali che creano una trama talmente fitta in cui è difficile districarsi.
Si sovrappongono i drammi di due popoli erranti ed esasperati con i quali la storia non è certo stata generosa. Da un parte gli Ebrei, perseguitati fin dall'antichità per i quali la Palestina prima e lo stato di Israele dopo sono quella Terra Promessa in cui vivere e prosperare dopo secoli di diaspora e prevaricazioni. Quella diaspora iniziata nel 70 d. C. quando l'imperatore romano Tito distrusse il Tempio di Gerusalemme disperdendo il popolo di David in tutto il mondo e che è terminata nel 1948 quando, alla luce della tragedia dell'Olocausto, con la nascita dello Stato di Israele, magra ricompensa per secoli di supplizi e di violenze.
Dalla parte opposta gli Arabi che, abbattuto il giogo coloniali vogliono affermare la propria autonomia di popolo libero e civile sul palcoscenico internazionale. Primo fra tutto il popolo palestinese che viveva nei territori in cui è sorto Israele e nelle terre limitrofe occupate dagli Israeliani dopo le numerose guerre vinte dai soldati di Tel Aviv ai danni degli stati arabi della regione. I Palestinesi da oltre 50 anni rivendicano il diritto di avere anch'essi una propria patria autonoma ed indipendente.
Il tutto si intreccia con le responsabilità delle nazioni coloniali, Gran Bretagna in primis, e le potenze internazionali che hanno sempre cercato di tutelare i propri interessi incentrati su quella che è la massima ricchezza del Medio Oriente: il petrolio.
La nascita di uno Stato palestinese è un reale obiettivo che da anni è all'ordine del giorno dei taccuini e dell'agenda politica internazionale, ma si scontra con l'occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele avvenuta dopo una serie di conflitti intrapresi con gli Stati arabi confinanti per tutelare la propria stessa esistenza. Dopo decenni di alternanza tra trattative e guerre nei primi anni '90 ci si stava avviando verso una situazione di positivo equilibrio che apriva spiragli incoraggianti per il futuro.
Da un lato, sulle orme di Sadat, il doveroso riconoscimento di Israele da parte della maggior parte del mondo arabo e degli stessi Palestinesi, dall'altro il lento, ma progressivo ritiro delle truppe israeliane dai territori che passavano sotto l'amministrazione palestinese dell'Anp di Arafat.
Fu questo il frutto dei trattati di Washington del 1993 che valsero il Nobel per la Pace ad Arafat, Peres e Rabin.
Nel 1995 un estremista israeliano uccide Rabin e nel campo palestinese inizia indebolimento della leadership moderata di Arafat da parte degli elementi più fanatici. È l'inizio della fine del sogno della pace possibile in Medio Oriente. Nel 2000 le trattative tra Arafat e il premier israeliano Barak di cui si era fatto mediatore il Presidente Usa Clinton, si interrompono a causa dell'impossibilità di trovare un accordo sullo status di Gerusalemme, città cara a Ebrei, Cristiani e Musulmani che sia gli Israeliani, sia i Palestinesi rivendicano come propria.
Nell'autunno dello stesso anno il leader della destra israeliani, il futuro premier Ariel Sharon si reca in visita sulla spianata delle Moschee. I gesto, di per se provocatorio, viene interpretato come un oltraggio dal mondo arabo e dà il via alla seconda Intifada che è tuttora in corso con il suo carico di attentati. Immediata e senza pietà è la rappresaglia di Sharon, eletto nel frattempo a grandissima maggioranza nuovo premier di Israele alla guida di un governo di unità nazionale.
Finisce così il già difficile dialogo tra i due popoli che lascia spazio la parola alle armi e agli elementi più oltranzisti di entrambi i campi che non lesinano il ricorso all'elemento religioso come ipocrita paravento per le violenze.
La soluzione solamente militare sostenuta da Sharon non è certamente in grado di risolvere il problema né, tantomeno di garantire una durevole sicurezza per Israele. Altresì il terrorismo non è certamente un viatico vincente alla costituzione di uno Stato palestinese autonomo e sovrano.
È provato che Israeliani e Palestinesi non riescono a dialogare e a trattare da soli. È compito della comunità internazionale, in primis Stati Uniti e Unione europea, agire affinché le parti in causa riprendano la trattativa e in Terra Santa si sentano di nuovo pronunciare le parole Shalom, Salaam. Pace che non può prescindere dal riconoscimento e dalla soddisfazione delle richieste di entrambi i contendenti: Israele ha diritto ad essere riconosciuto dai vicini arabi e di vedere garantita la propria sicurezza con la fine degli atti terroristici che da anni insanguinano il suo territorio. I Palestinesi, invece, hanno diritto ad una propria patria in ottemperanza con la storica risoluzione votata dall'ONU del marzo scorso. Per la prima volta in 17 anni le Nazioni Unite hanno formulato, in Consiglio di Sicurezza, una proposta sul conflitto mediorientale che, significativamente è stata approvata da tutti i membri tranne la Siria che si è astenuta. Si concretizza l'idea di uno Stato palestinese affiancato a quello israeliano, i cui abitanti sono chiamati a vivere come buoni vicini entro confini sicuri. La Risoluzione chiede la cessazione di ogni incitazione e forma di violenza e si dichiara a favore dei piani Tenet e Mitchell, fatti propri dal mediatore americano Anthony Zinni.
Speranze che, però, sembrano disattese dalle recenti scelte di Sharon che ha optato solo per soluzioni militari radicali. Resta valido l'auspico del Segretario dell'ONU Kofi Annan, perché le due parti cessino le violenze e si risiedano al tavolo delle trattative. Ne va del futuro della Pace mondiale. Come alle sue origini il futuro dell'Umanità passa per quella delicata regione che è il Medio Oriente.
6 aprile 2002
GLI EUROPARLAMENTARI SOCIALISTI
Il Pse a Peres: esci dal governo
Forse oggi vertice dei ministri degli Esteri della Ue. L’ipotesi delle sanzioni a Israele
di ROMANO DAPAS
BRUXELLES- Gli eurodeputati socialisti chiedono a Shimon Peres e ai laburisti israeliani di rompere con Ariel Sharon, perché la loro permanenza al governo è "incompatibile con la logica di guerra" del primo ministro. L'iniziativa è stata decisa ieri dal "bureau" del gruppo socialista presieduto dallo spagnolo, Enrique Baron Crespo. E non è la sola. Su proposta della ds Pasqualina Napoletano, vice-presidente dell'Europarlamento, una delegazione al più alto livello dovrebbe recarsi in Israele e nei Territori "per pretendere il rispetto della risoluzione dell'Onu, lo schieramento di una forza d'interposizione, il ritiro immediato delle forze di occupazione e la piena libertà di movimento per il presidente Yasser Arafat". Criticata per l'inerzia dimostrata finora, l'Europa comincia a muoversi nel disperato tentativo di trovare uno sbocco politico al dramma israelo-palestinese. Una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri dei "Quindici" si terrà forse già stasera a Bruxelles per esaminare l'evolversi della crisi dopo l'invasione della Cisgiordania. Fra le diverse ipotesi allo studio figurano la denuncia dell'accordo di associazione Ue-Israele, l'invio di osservatori sotto l'egida dell'Onu, la convocazione di una conferenza internazionale e la minaccia di sanzioni economiche.
Della possibilità di ritorsioni commerciali contro Israele ha parlato, ieri, il ministro degli Esteri spagnolo, Josep Piqué, precisando che "se le cose non dovessero evolvere positivamente, si vedrà quali potrebbero essere le altre opzioni, nessuna esclusa". Nell'attesa di scelte che sono tutte assai difficili da compiere, l'Europa sollecita l'applicazione della risoluzione 1402 con cui le Nazioni Unite hanno ordinato al governo di Ariel Sharon lo sgombero immediato di Ramallah e dei territori palestinesi invasi dai carri armati di Tshal. La preoccupazione maggiore sembra riguardare in questa fase la sorte di Arafat e dell'Autorità palestinese. D'intesa col capo della diplomazia russa, Igor Ivanov, in visita a Madrid, Piqué ha rivolto un esplicito invito a Sharon "a non confondere la legittima lotta contro il terrorismo con la distruzione delle strutture politiche dell'Autorità palestinese per le gravi conseguenze che ciò avrebbe sui precari equilibri in Medio Oriente". Sulla necessità di appoggiare il "pressing" spagnolo concordano, oltre alla Russia, tutti i partner Ue. L'ambasciatore israeliano a Madrid, Herlz Inbar, è stato convocato ieri al dicastero degli Esteri affinché riferisca al suo governo che "il conflitto non può avere una soluzione militare" e che "le truppe di Gerusalemme devono ritirarsi subito dalle città palestinesi". Molto critico verso Israele è anche Jack Straw, titolare del Foreign Office, secondo il quale "a questa situazione disperata non c'è uno sbocco basato sulla forza" e il Regno Unito esige la ripresa del dialogo, "non importa quanto sia difficile". Romano Prodi è invece tornato a caldeggiare l'idea di una conferenza internazionale che ponga fine alla tragedia palestinese. «Noi stiamo facendo tutto il possibile- ha dichiarato il Professore, alludendo alla critiche di scarsa visibilità rivolte alla Ue- ma bisogna sedersi attorno a un tavolo americani, europei, la Russia e l'Onu, perché questo problema si risolve solo stando attorno a un tavolo». Nessun aiuto finanziario supplementare è previsto almeno per ora alla Palestina. La Commissione europea ha solo confermato il versamento di 50 milioni di euro al ministero delle Finanze dell'Anp a Gaza mediante "tranches" mensili di 10 milioni di euro.
Il Messaggero
3 aprile 2002
Per una vera pace in Medio Oriente.
Questo documento compare oggi simultaneamente in Europa su importanti quotidiani
e in Italia su "la Repubblica"
28 marzo 2002
Un'escalation drammatica di violenza sta travolgendo il Medio Oriente, insanguinando ogni giorno con nuove vittime la terra di Israele e i Territori Palestinesi. Noi che siamo figli dell'Europa sappiamo, lo abbiamo appreso dai nostri genitori e dalla nostra storia, anche recente, quanto sia forte a volte quasi irresistibile la tentazione di mettere mano alle armi per risolvere i conflitti con il proprio vicino. E una strada che in meno di cinquanta anni ha prodotto in Europa due guerre continentali, ben presto divenute mondiali. Sappiamo che è possibile un'altra strada: quella del dialogo, del rispetto reciproco, del confronto anche duro ma disarmato. Proprio l'esistenza dell'Unione Europea, testimonia che questo miracolo è possibile. Per questo oggi, guardando con dolore al drammatico conflitto in Medio Oriente - dove israeliani e palestinesi lottano avvinghiati l'uno all'altro sull'orlo di un baratro, rischiando di cadervi insieme - non vogliamo arrenderci alla disperata logica delle armi: perché non è con le armi che si troverà una soluzione di pace. In quella terra l'unica possibilità è cercare di vivere l'uno al fianco dell'altro, e non l'uno al posto dell'altro. Ciò non significa inseguire miraggi di armonia universale: il contrario della guerra è la pace, non l'amore. Il nostro obiettivo - ed anche la nostra responsabilità di europei, cugini e vicini di questi due popoli - è dunque collaborare a costruire una pace duratura, agendo in ogni sede per creare le condizioni del dialogo e del negoziato: questo è però possibile solo se si riconoscerà che il conflitto in corso - che diventa sempre più simile ad una guerra - non è tra ragione e torto, ma tra due diritti. In Medio Oriente, infatti, coesistono due aspirazioni, entrambe ugualmente legittime: Israele vuole vivere in confini sicuri, certi e riconosciuti; il popolo palestinese vuole vedere riconosciuta la propria identità nazionale con la costituzione di uno Stato indipendente. Queste due aspirazioni o insieme vengono riconosciute o non ci sarà più pace. Per un lungo periodo questa verità non è stata accettata. Al contrario, per quasi mezzo secolo ciascuno dei due contendenti ha teso a fondare la legittimità del proprio diritto sulla negazione dei diritti dell'altro: i palestinesi negavano il diritto d'Israele ad esistere; gli israeliani relegavano il problema palestinese ad una sola questione di profughi. L'esito è stato cinque guerre in mezzo secolo - 1948, 1956, 1967, 1973, 1982 - che hanno scavato solchi di odio ed eretto muri di incomunicabilità. La svolta verso la pace prima con la Conferenza di Madrid nel 1991, poi con i colloqui di Oslo e lo storico accordo tra Rabin ed Arafat a Washington si è avuta proprio quando ciascuno dei due contendenti ha accettato di fondare il proprio diritto non più sulla negazione, ma sul riconoscimento della pari legittimità del diritto dell'altro. E soprattutto sia gli israeliani, sia i palestinesi hanno accettato di far convivere il proprio diritto con l'affermazione del diritto dell'altro. Tant'è che il processo di pace è incardinato su due principi "due popoli, due Stati" e "terra in cambio di pace" - capaci di sancire quei diritti e di farli vivere insieme. Il processo di Oslo ha conosciuto in questi anni battute d'arresto, arretramenti, nuovi spargimenti di sangue e drammatiche violenze, proprio per il risorgere - nell'uno e nell'altro campo - di tendenze volte a mettere in discussione la coesistenza di quei due diritti. Se si vuole la pace occorre, dunque, che ogni protagonista abbia il coraggio di fare i conti con l'altro. La destra israeliana - ieri con Netanyahu, oggi con Sharon - ha la grave responsabilità di aver praticato una politica di insediamenti colonici insensata e, contestualmente, di aver rallentato talmente il processo di pace da togliergli ogni credibilità agli occhi dei palestinesi. E' tempo che Sharon prenda atto che la pace va fatta con Arafat. Ha ragione Shimon Peres quando non si stanca di ripetere che sarebbe un tragico errore puntare sulla delegittimazione del presidente palestinese, la cui eventuale uscita di scena non offrirebbe agli israeliani alcun vantaggio e renderebbe qualsiasi negoziato ancora più difficile, se non impossibile. Anche Arafat a sua volta deve compiere scelte nette, non tollerando più l'azione di frange fondamentaliste e violente, così come conviene che colga in futuro - più di quanto non l'abbia fatto in passato -ogni opportunità di rilanciare il negoziato al fine di gettare le basi della costituzione di uno Stato palestinese, sostenibile e sovrano. Ma non solo a palestinesi e israeliani si impone coraggio. La comunità internazionale deve impegnarsi maggiormente, prendendo iniziative forti. L'Unione Europea, gli Stati Uniti, la Federazione russa, sponsor degli Accordi di Washington, devono rilanciare una nuova iniziativa diplomatica comune, anche prevedendo il dispiegamento, sul terreno, di osservatori internazionali. Serve una Unione Europea che sia finalmente capace - come troppo spesso in questi anni non è stata percepita, da israeliani e palestinesi come un attore indispensabile di una pace giusta. E serve un'amministrazione americana che - anche forte della solidarietà e del sostegno ottenuto dal mondo intero dopo l'11 settembre - non si rassegni all'inevitabile, ma utilizzi ogni strumento disponibile per incalzare i protagonisti e fare loro ritrovare la strada del negoziato. E' anche importante cogliere le aperture del mondo arabo, concretizzatesi in queste ultime settimane con la presentazione del piano Abdallah, che ha ricevuto il sostegno della grande maggioranza dei governi arabi. Facciamo appello a tutti coloro che credono nella pace e non si rassegnano alla violenza di mobilitarsi, di far sentire la propria voce, di sostenere la campagna della "Coalizione israelo-palestinese per la Pace" ("Time for Peace") promossa da importanti personalità politiche e della società civile israeliane e palestinesi, di dar vita ad iniziative che riaffermino l'assoluta necessità di far tacere le armi, di riprendere il dialogo tra le parti e di costruire l'unica pace possibile, cioè una pace fondata sul principio "due popoli, due Stati", con la costituzione quindi di uno Stato palestinese, come è stato indicato, in questi ultimi giorni, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. E' ora di uscire dal labirinto del Mito, dove spesso vengono rinchiuse le cause originarie di questo conflitto per così non scioglierle mai, e di entrare nella Storia quotidiana e nella politica. "La guerra è come la notte: avvolge tutto", ha scritto il premio Nobel della Pace Elie Wiesel. Dunque solo le ragioni della politica e del dialogo possono diradare le tenebre che avvolgono questa tormentata e bellissima regione e restituire ai suoi abitanti la luce di una vita libera, sicura e piena di speranza per il futuro.
Elio Di Rupo, Presidente del Partito Socialista - Belgio
Piero Fassino, Segretario Nazionale dei Democratici di Sinistra Italia
François Hollande, Primo Segretario del Partito Socialista Francia
José Luis Rodriguez Zapatero, Segretario Generale del Partito Socialista Operaio Spagnolo