Tutto il mondo contro il divieto di Sharon
Anche il rabbino capo Meir Israel Lau si è espresso con durezza contro la decisione del governo israeliano, che ha impedito ad Arafat di andare a Betlemme per la messa di Natale.
GERUSALEMME - La decisione del governo israeliano di impedire ad Arafat di andare a Betlemme per la messa di Natale viene duramente criticata da tutta la comunità internazionale, ma anche dallo stesso rabbino capo Meir Israel
Lau. "Si è trattato di una decisione inopportuna" ha detto.
Critiche molto dure sono state rivolte al premier Sharon anche dal leader del Partito Nazional-Religioso Shaul Yahalom (destra), per il quale la scelta di Israele ha ferito i sentimenti del mondo cristiano. I collaboratori del premier hanno replicato che ad Arafat verrà fatto uscire da Ramallah (dove e' confinato dall'inizio di dicembre), sarà solo dopo la cattura degli assassini del ministro Rehavamen
Zeevi, e dei mandanti del Fronte popolare per la liberazione della Palestina.
Questa mattina la fotografia della seggiola vuota predisposta martedì sera nella basilica della Nativita' a Betlemme per
Arafat, e una 'keffya' (copricapo tradizionale) deposta su di essa, campeggia sulla prima pagina del quotidiano al-Quds di Gerusalemme est. Accanto appare la immagine del patriarca latino di Gerusalemme, Monsignor Michel
Sabbah, mentre celebra la Messa di mezzanotte.
Per Sabbah, se Israele avesse consentito ad Arafat di raggiungere Betlemme in occasione del Natale ''si sarebbe compiuto un passo verso la
pace''.
Al-Quds riferisce che, rivolgendosi ad Arafat, Sabbah ha pronunciato queste parole: ''Signor Presidente, Lei e' presente oggi fra di noi ancora piu' che non in ogni altra occasione
passata''.
Natale di occupazione
I carri armati israeliani hanno attraversato la riva occidentale del Giordano penetrando nel settore autonomo in localita'
Tammoun, nella parte nord di Nablus, in Cisgiordania, in una incursione contro militanti della Jihad islamica.
(25 DICEMBRE 2001, ORE 10,30)
il Nuovo
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MICHAEL WALZER PROFESSORE DI SCIENZE SOCIALI A PRINCETON E AUTOREVOLE ESPONENTE DEL PROGRESSISMO DEMOCRATICO
La guerra: occasione perduta dalla sinistra
di Maurizio Viroli
Le ragioni principali dell'opposizione alla guerra nella sinistra sono due, e hanno radici lontane. La prima è la convinzione che gli Stati Uniti, e l'Occidente in generale, non possono combattere una guerra giusta perché rappresentano le forze del capitalismo e dell'imperialismo. La seconda è l'incapacità di riconoscere la forza dell'estremismo religioso nella realtà politica e sociale. Molti non si accorgono che le religioni hanno una capacità di mobilitazione che nessuna ideologia laica oggi possiede». Come altre volte nel passato, la guerra ha diviso la sinistra e unificato la destra. I governi e la maggioranza dei partiti di sinistra hanno sostenuto con coerenza l'iniziativa militare contro il terrorismo, ma altre componenti del popolo della sinistra hanno manifestato apertamente il loro dissenso. Ne parliamo con Michael Walzer, professore alla School of Social Science dell’Institute for Advanced Study di Princeton. E’ la voce più autorevole della sinistra democratica americana e dirige la prestigiosa rivista
«Dissent».
Per quali ragioni invece la guerra contro il terrorismo è una guerra giusta?
«Ritengo che la guerra contro il terrorismo sia giusta perché è una guerra preventiva che ha quale fine rendere impossibile l'addestramento di terroristi in Afghanistan e nuovi attacchi terroristici. Non credo che il fine principale sia quello di assicurare alla giustizia i responsabili degli attentati dell'11 settembre. Ci saranno probabilmente dei processi, ma il fine è quello di rendere impossibili nuovi atti di terrorismo».
Nella sinistra c'è chi sostiene che non è giusto ricorrere ai bombardamenti perché producono la morte di civili innocenti.
«Nessuno di noi che lavora nelle università ha la percezione esatta di come stanno le cose sul campo. Da quello che leggo nei giornali risulta che ci sono state relativamente poche vittime civili, certo meno che in altri bombardamenti. La ragione consiste nel fatto che l'aviazione americana è molto attenta a non provocare vittime innocenti. I comandi militari sanno che una delle condizioni necessarie per il successo della guerra è non imitare i terroristi, che appunto mirano ad uccidere il maggior numero possibile di vittime innocenti. In questa guerra la motivazione politica per evitare di uccidere vittime innocenti è così forte che non è neppure necessario cercare ragioni morali. Per ridurre al minimo le vittime civili, gli Stati Uniti hanno fatto intervenire fin dall'inizio truppe di terra che potessero dare informazioni precise all'aviazione sugli obiettivi da colpire. Hanno accettato il rischio di mandare truppe di terra, e questo è molto importante, anche dal punto di vista morale».
Lei è stato di recente a West Point per tenere lezioni agli allievi dell'Accademia. Qual è la mentalità di quei giovani che si preparano a diventare ufficiali delle forze armate americane. Parliamo molto di guerra ma poco dei soldati che la combattono e del loro modo di pensare.
«È vero, sappiamo molto poco dei soldati e degli ufficiali. A West Point ho tenuto lezioni a studenti che seguivano un corso obbligatorio di etica e dovevano studiare Guerre giuste e guerre ingiuste. In generale i soldati professionali ci tengono molto a sottolineare che loro non sono né massacratori né macellai. I responsabili dei peggiori crimini di guerra non sono soldati professionali, ma leaders civili di milizie, come
nell'ex-Jugoslavia».
I militanti della sinistra che si oppongono alla guerra sostengono che la causa del terrorismo internazionale è l'ingiustizia, che la guerra non elimina l'ingiustizia e che quindi la guerra non è la soluzione al problema del terrorismo.
«È un sillogismo che riflette una bella concezione del mondo che tuttavia esiste solo nell'ideologia. La verità è che l'ingiustizia, la povertà e l'oppressione non sono la causa del terrorismo di Al
Qaeda. Ci sono ottime ragioni per combattere l'ingiustizia, ma queste ragioni esistevano anche prima dell'11 settembre e esisteranno anche dopo la vittoria in Afghanistan. Ritengo che sia un errore molto grave credere che i terroristi siano gli esecutori degli ideali della sinistra, come dire: “Se voi capitalisti non fate quello che noi della sinistra chiediamo i terroristi vi colpiranno”. Questo modo di ragionare è orribile. Gli obiettivi del terrorismo di Al Qaeda sono del tutto opposti agli ideali della sinistra. Per capirlo è sufficiente un piccolo esercizio di comparatistica politica: le ingiustizie più drammatiche, la povertà più estrema esistono in Africa. E in questa parte del mondo che l'Occidente ha le responsabilità più gravi. Eppure la diaspora africana non è un terreno favorevole per il terrorismo. Analogamente le conseguenze più devastanti del capitalismo americano sono in America Latina. Le grandi compagnie americane hanno provocato e sostengono la povertà di quelle popolazioni, ma neppure la diaspora latino-americana è terreno favorevole al terrorismo. L'oppressione e l'ineguaglianza hanno molte conseguenze, ma il terrorismo di Al Qaeda non è una di esse. Il terrorismo che stiamo combattendo oggi è il risultato di una rivoluzione religiosa all'interno dell'Islam. È necessario che la sinistra capisca la natura specifica di questo terrorismo e i suoi obbiettivi».
Lei ha proposto un esercizio di comparatistica politica. Vorrei ora proporle un esercizio di ragionamento
«controfattuale»: che cosa avverrebbe se Al Qaeda vincesse e realizzasse i suoi obiettivi?
«Per quello che possiamo capire dalle sue dichiarazioni, Osama bin Laden vuole unificare l'Islam e istituire regimi politici che impongono il rispetto della legge
coranica, distruggere il potere dei non musulmani nelle terre dell'Islam, cacciare gli americani dall'Arabia Saudita e distruggere lo Stato di Israele. Una volta unificato l'Islam cercherebbe di espandersi in Africa e in Asia».
Esiste dunque una differenza significativa fra il terrorismo di Al Qaeda e altre esperienze di terrorismo come il terrorismo degli algerini contro i francesi o il terrorismo dell'Ira contro gli inglesi e contro i protestanti?
«Il terrorismo ha sempre una tendenza genocida perché i terroristi uccidono indiscriminatamente i membri di una popolazione. È una forma di pulizia etnica. Anche il fine del terrorismo palestinese è di cacciare gli ebrei dalla Palestina. Credo che questo sia il significato profondo del terrorismo, ovunque. Per questa ragione la sinistra deve rifiutarlo nel modo più assoluto. Non ci può essere nessun compromesso con il terrorismo».
Qual è invece la risposta all'argomento che la guerra non basta; che la soluzione del problema del terrorismo è una pace giusta fra israeliani e palestinesi?
«Fin dal 1967 sostengo che ci devono essere due stati. Ma non esiste una connessione fra il problema del conflitto arabo-palestinese e il terrorismo di Al
Qaeda. Una soluzione giusta del conflitto fra ebrei e palestinesi nella forma dei due stati che garantisca sovranità dei palestinesi e la sicurezza dello Stato d'Israele non è in alcun modo il fine di Al
Qaeda. Al Qaeda giudicherebbe come un oltraggio una soluzione del conflitto che comporti il riconoscimento della sovranità dello stato di Israele da parte dei palestinesi. Osama ha infatti dichiarato che uno dei nemici dell'Islam è proprio
Arafat, perché cerca il compromesso».
La storia della lotta contro il terrorismo in Italia insegna che una democrazia vince il terrorismo se combatte con assoluta determinazione ma al tempo stesso rimane fedele ai principi fondamentali di libertà.
«È importante proteggere le libertà civili dei cittadini americani e dei non americani che vivono nel nostro paese. A volte però la sinistra non riconosce il pericolo del terrorismo. Quando difendiamo le libertà civili noi della sinistra dobbiamo saper dire che è possible realizzare le necessarie operazioni di polizia nel rispetto dei limiti posti dalla Costituzione. Ma se davvero dovesse apparire evidente che è impossibile lottare con efficacia contro il terrorismo all'interno rispettando i limiti posti dalla Costituzione, allora dobbiamo essere pronti a ridefinire i limiti, senza accettare che siano aboliti. La sinistra deve capire che il fine prioritario dello Stato, come Hobbes insegna, è quello di garantire la sicurezza delle persone».
La sinistra avrebbe potuto affermare la sua egemonia morale e politica difendendo con coerenza tre principi: che la guerra al terrorismo internazionale è giusta; che bisogna combatterla nel rispetto delle regole della giustizia in guerra; che le democrazie devono saper vincere senza rinunciare alle libertà fondamentali.
«Questo è esattamente ciò che la sinistra avrebbe dovuto fare, soprattutto qui negli Stati Uniti. Dopo vent'anni di propaganda contro lo Stato era questa l'occasione per affermare la necessità di un buon uso dello Stato e dire che siamo all'altezza del compito. E invece molti miei amici della sinistra parlano come se non avessero la minima idea di che cosa vuol dire essere responsabili per la vita di milioni di cittadini».
Questo che lei dice ha un'implicazione politica molto seria: se i cittadini percepiscono che la sinistra non è consapevole del fatto che il primo obbligo di chi rappresenta lo Stato è proteggere la sicurezza di tutti, essi affideranno o continueranno ad affidare il governo dello Stato alla destra.
«Sono d'accordo».
Lei è americano, ebreo e socialista democratico. Quale aspetto della sua identità le ha posto più problemi, dopo l'11 settembre?
«Quando sento dire che la colpa di quanto è avvenuto è tutta dello Stato di Israele, mi sento offeso come ebreo, ma mi ha amareggiato e irritato anche notare nella sinistra una malcelata soddisfazione perché il grande potere imperiale ha finalmente avuto quello che meritava. Questa reazione di fronte a ciò che tutti abbiamo visto l'11 settembre ha provocato in me un sentimento di disprezzo».
La Stampa
22 dicembre 2001
Tahar Ben Jelloun : "I pregiudizi sono la tomba della ragione "
di Oreste Pivetta
MILANO Tahar Ben Jelloun è uno dei più conosciuti scrittori maghrebini. Maghrebino per essere nato a
Fès, una delle capitali antiche del Marocco, cinquantacinque anni fa. Come molti maghrebini è immigrato in Francia, ha studiato e ha scritto molto, prima veri reportage, che cercavano di rappresentare la condizione dei suoi connazionali in Francia, e poi romanzi, cominciando con «Creatura di sabbia», pubblicato in Italia nel 1987, storia di una ragazza costretta a vivere nelle sembianze di uomo in una famiglia senza figli maschi, metafora di una identità soffocata e di un travestimento imposto. Tre anni fa ha ricevuto dalle mani di Kofi Annam il
«Global Tolerance Award», premio a un libro di un centinaio di pagine: «Il razzismo spiegato a mia figlia». Un altro libro di un centinaio di pagine appena stampato in Italia da Bompiani (prima che sia uscito in Francia ed è un primato) ispirato al medesimo segno della tolleranza è «L’Islam spiegato ai nostri figli», un libro didattico, nato di slancio dopo l’attentato alle Torri gemelli e dopo una domanda della figlia che aveva saputo dalla televisione di quell’orrore e di quei morti: papà, i musulmani sono cattivi?
Tahar Ben Jelloun, i musulmani sono cattivi?
«Come tutti gli uomini»
Però nell’immaginario occidentale e soprattutto italiano lo stereotipo del "cattivo saracino" o dell’arabo infido resiste. Sporco, bello ma ambiguo, cattivo...
«I pregiudizi sono la tomba della ragione. Poi dipende dall’eco di certi pregiudizi. Quelli manifestati da Oriana Fallaci e da Silvio Berlusconi hanno provocato un gran frastuono e mi sono sembrati i peggiori di questi tempi. Oriana Fallaci è una brava giornalista che conosce in modo approssimativo l’Islam, ma aveva i suoi conti da regolare con un uomo che l’ha trattata male. Per questo la perdono. Berlusconi è un capo di stato, ha molte responsabilità e non può esprimersi come fosse al circo
barnum. Ma è un uomo di cultura: spero che voglia leggere questo libretto che gli manderò con dedica. L’ho scritto per cercare di illuminare qualche aspetto della cultura e della religione islamiche: se ne sono sentite di tutti i colori».
Ma integralismo e fondamentalismo sono solo calunnie?
«Sono espressioni che riguardano questa ed altre religioni. Integralisti si definiscono anche i cattolici che pretendono più rigore e la messa in latino. Gli islamici non sono nè integralisti nè
fondamentalisti. Possono diventarlo a certe condizioni: arretratezza economica in un paese senza democrazia, vittima quindi dell’ignoranza. Non c’è dubbio che molta parte di noi soffra per questo: siamo poveri, oppressi, incolti. Però in tutto questo c’è una responsabilità dell’occidente e non è solo storia della colonizzazione in questo e nei secoli passati. Qualcuno ha cercato di tirarsene fuori con le proprie forze. C’è qualcosa che riguarda invece molto di più l’attualità. L’occidente ha tutti gli strumenti per favorire il cammino verso la democrazia dei paesi islamici. Non parlo di guerre. Parlo intanto di politiche economiche, che favoriscano i paesi più moderati. Gli Stati Uniti intrattengono grandi e ricchi rapporti commerciali con l’Arabia Saudita, ma in questo caso non vedono le ingiustizie e le sofferenze che quel popolo deve subire».
Sua figlia le chiede infatti che cosa abbia mai fatto l’America per rendere così crudeli quei terroristi...
«E rispondo che da dieci anni bombarda le popolazioni irachene, che molti bambini sono morti sotto le bombe. L’invasione del Kuwait respinta, l’ha pagata una popolazione inerme. La decadenza dei paesi islamici comincia con le colonie, quando la religione diventa una ragione di identità e si manifesta il
fondamentalismo: mentre crollano le strutture statuali, l’unica cosa in cui riconoscersi è la fede, una fede che deve essere protetta dalle altre culture e dalla modernità».
Il fondamentalismo aggiunge all’Islam l’intolleranza, ma lei nel libro cita versetti del Corano che provano il contrario: "Non vi sia costrizione nella Fede...", "Né voi venerate quel ch’io venero: voi avete la vostra religione, io la mia".
«L’Islam non costringe nessuno a credere nel suo messaggio, l’Islam è arrivato a riconoscere gli altri profeti come Abramo, come
Mosè, come Gesù. Ogni religione si presenta però come la migliore. È ovvio. Questa è la premessa dell’intolleranza, che la politica mette a nudo quando si serve della religione. Le Crociate non le hanno inventate i musulmani. Quel mondo, che aveva relazioni con tutte le culture, di fronte all’assalto, si chiude. La rovina nasce dalla contaminazione tra politica e religione. In una società laica la religione non si piega al
fondamentalismo».
Lei esprime la religione di un laico, che considera la fede un scelta solo personale.
«La fede è il risultato di un rapporto personale con Dio, che non implica l’osservanza determinate regole esteriori. L’Islam detta un codice molto temporale, non solo spirituale, che occupa anche la quotidianità. Qui dovrebbe soccorrere l’interpretazione. La religione, diceva un teologo, è una locanda nella quale chiunque può entrare: entra chi sa leggere, chi non sa leggere, chi legge male. Gli integralisti, come i
talebani, sfruttano semplicemente i testi a loro vantaggio, leggendoli in modo perverso».
L’Islam è in Europa. Lei viene da un paese dove gli islamici sono quattro o cinque milioni. Come ha reagito la comunità islamica francese a questi mesi di attentati e di guerra?
«La prima reazione è stata dei capi religiosi che hanno condannato il terrorismo. Ma è stata una condanna che esprimeva quell’equilibrio cui prima accennavo: la Francia è un paese laico e democratico, la fede non invade il campo della politica e la comune fede religiosa non può offrire alcuna copertura, alcuna giustificazione, alla violenza dei terroristi. La Francia in questo senso è un modello di coesistenza, secondo regole che detta la democrazia. Il maghrebino che sta in Francia, che pratica la sua religione, riconosce quel valore: è una scuola che vorrebbe ritrovare anche nel suo paese se dovesse tornare».
l'Unità
21/11/2001
Dalla guerra alla pace:ritornare alla politica
di Andrea Ranieri
Di fronte alla crescita impetuosa del movimento dei no-global Alain Touraine scrisse, qualche tempo fa, che si trattava del riemergere prepotente, nella testa di migliaia di giovani, della voglia e della necessità della politica, messa da parte, dentro i processi della globalizzazione, dalla finanziarizzazione dell'economia, dallo strapotere delle multinazionali, dei grandi oligopoli dell'informazione e della comunicazione. Ma nutriva molti dubbi che la politica che c'è - degli Stati nazione, dei partiti politici nazionali - sarebbe stata in grado di raccogliere quella sfida. Forse l'elemento centrale del passaggio dalla globalizzazione dolce a quella dura, di cui ha scritto Aldo Bonomi dopo l'attacco alle Twin Towers, sta proprio nella presa di coscienza pratica della necessità di un nuovo agire politico anche fra quegli attori, che solo poche settimane fa Touraine pensava impermeabili alle istanze poste dai movimenti.
Mi sembrano tre le direzioni di questa rinnovata consapevolezza. La prima: si scopre finalmente, e nella maniera più brutale, di quali fonti di rischio sia foriera l'assoluta libertà di movimento dei capitali e la impenetrabilità dei mercati finanziari. L'orrore delle Twin Towers, la certezza che dietro a quell'orrore ci siano non solo terroristi suicidi ma potenti movimenti di capitale, costringono a scelte di controllo sui mercati finanziari che erano state fino ad ora scartate anche di fronte all'evidenza dei narco dollari, del riciclaggio di denaro sporco, delle enormi ingiustizie causate dalla finanziarizzazione senza limiti dell'economia. Forse, dopo l'orrore, potrà persino essere più facile parlare di Tobin Tax.
La seconda: si scopre come l'economia vera, quella che alimenta la domanda e l'offerta, che fa muovere le imprese e dà da mangiare alla gente, non possa essere affidata ai puri meccanismi di mercato. Tanto più in una economia globale, che certo apre alle imprese le opportunità del mondo, ma porta in casa i rischi dell'imprevedibilità del mondo. La svolta keynesiana della Federal Reserve e dell'Amministrazione americana è il segno più clamoroso dell'imporsi oggettivo, e della necessità pragmatica, di queste scelte, proprio perché a farle è un'Amministrazione approdata al potere sotto la spinta dell'onda lunga del pensiero unico liberista
La terza: la convinzione universalmente diffusa della impossibilità che le azioni militari siano in grado di far fronte da sole alla sfida del terrorismo. Proprio la necessità della risposta militare ha portato gli Usa a confrontarsi in modo finalmente consapevole con la cultura e l'economia del mondo arabo, e ad assumere l'idea della globalizzazione policentrica e regolata come l'asse politico di un'azione volta a tenere sotto controllo i rischi terribili della globalizzazione verticale e senza regole.
Le affermazioni di Bush sul riconoscimento dello Stato palestinese, l'apertura di canali di diplomazia e di ascolto verso gli stessi Paesi arabi più intransigenti, sono i segni più clamorosi di questa nuova tendenza. La svolta parte addirittura dai generali, da quel sorprendente von Clausewitz alla rovescia che è Colin Powell, che appare sempre più consapevole di quanto la guerra non risolva i problemi, se la politica non l'accompagna con i propri mezzi.
Segni di questa novità arrivano addirittura fino a Berlusconi: la proposta di un 'piano Marshall' per la Palestina è un'indicazione straordinariamente appropriata, perché coglie sia il carattere non risolutivo di qualsiasi intervento militare senza un iimpegno politico mirato a risolvere i problemi che ostacolano il costruire una pace duratura e nuovi equilibri in Medio Oriente, sia perché sembra cogliere il carattere internazionale su cui oggi deve muoversi un intervento keynesiano capace, come fu allora il piano Marshall, di sollecitare una nuova domanda nei Paesi ricchi collegata alle necessità di far fronte alle drammatiche condizioni economiche e sociali dei Paesi più poveri e martoriati.
Condivido molti dei dubbi avanzati a sinistra sulla consapevolezza e sulla reale volontà di dare corso effettivo a queste proposte del nostro governo in carica. Anzi aggiungo un altro motivo di perplessità, che mi deriva dalla difficoltà a trovare una qualche coerenza fra questi propositi e il supermarket delle opere pubbliche paesane aperto da Lunardi, e che pare essere uno dei pochi punti da tenere comunque fermi in una Finanziaria di guerra.
Ma il compito della sinistra italiana ed europea, di un movimento consapevole e non ideologico per la pace, dovrebbe essere quello di conquistare queste coerenze, di declinare politicamente una nuova scala di priorità, di sconfiggere il partito dei due né, per dare forza e visibilità alla strategia delle due e, capace di tenere insieme la risposta militare al terrorismo e la affermazione di un nuovo primato della politica, come condizioni entrambi irrinunciabili per offrire al mondo globale una speranza di equità e di pace
Occorrerà piuttosto lavorare tutti per dare a questa nuova consapevolezza i tempi lunghi e lo spessore culturale necessario, per evitare che la e della politica sparisca - come troppe volte è successo - con le angosce e le paure collegate all'intervento militare.
Perché questo sia possibile occorre fare i conti con le tante pigrizie e inerzie del nostro modo di pensare il mondo. L'una è il primato dell'economico, la misurazione dei gradi di civiltà sul Prodotto Interno Lordo, l'altro è il policentrismo pigro del "politicamente corretto", dell'assunzione acritica dei diversi modelli culturali e civili come equivalenti e come egualmente rispettabili.
Purtroppo per noi i modelli si confrontano, e l'orrore probabilmente nasce dal fatto che l'Occidente ha saputo proporre come unico terreno di confronto quello della capacità di consumo, e della potenza tecnologica e militare che l'accompagna.
Il fondamentalismo, come fenomeno di massa, non è il frutto di una cultura tradizionale e originaria mai toccata dal progresso economico e civile dell'Occidente, ha origine invece proprio dal confronto con i modelli di vita che il mondo sviluppato propone e che spesso risultano, ai più, irragiungibili.
Tutti i modelli: quelli proposti da classi dirigenti locali tese a promuovere l'occidentalizzazione dell'economia e della società; quelli del socialismo reale importati da molti Paesi del Terzo mondo nella prima fase della decolonizzazione. Da qui il ritorno, per recuperare un'identità altrimenti lacerata, e impossibile, a un passato che non c'è mai stato, a una assoluta, quanto disumana, purezza religiosa e sociale, alla negazione dell'orizzonte della democrazia e della libertà (ma anche dell'uguaglianza, e del socialismo) come opera del demonio e delle degenerazione dei costumi.
Fenomeno dall'Occidente tollerato, finché restava separato e teneva in casa i propri orrori; finché le vittime erano le donne d'altri e i figli d'altri. Anzi persino auspicabile, quando permetteva uno sfruttamento più ordinato e regolare delle risorse di quei Paesi, ne frenava un poco l'anarchia e la turbolenza.
Ma un fondamentalismo che nasce dal confronto, in un mondo che tende a scovare anche i più riposti e minuti segmenti di separatezza per rimetterli in circolo, non può che diventare aggressivo: se il suo fondamento è in realtà non la tradizione, ma la recentissima scoperta del diavolo, col diavolo non può che confrontarsi e confliggere.
Se la comunicazione, la relazione, come ha scritto De Rita, sono le caratteristiche più di ogni altre non eliminabili dal mondo in cui viviamo e dal mondo che ci aspetta; se sempre più le povertà "relative" diventeranno "assolute", nel mondo del confronto permanente, abbiamo il dovere di ricercare insieme i nuovi termini del confronto, come orientamento e premessa di qualunque azione volta davvero a rimuovere le condizioni del sottosviluppo.
Non esistono civiltà e religioni - meno che mai l'Islam - di per sé intolleranti e repressive, ed assurda è qualsiasi discriminante o graduatoria che si basi su questo.
Ma proprio perché le cose stanno così bisogna aver chiaro che non è in nessun modo tollerabile - né religiosamente giustificabile - nessuna separazione delle ragioni dello sviluppo da quelle della democrazia e della libertà, che è prima di tutto la possibilità per le persone di scegliere - perché ne hanno le capacità e gli strumenti - i percorsi della propria vita.
Dalle graduatorie basate sul Pil, dalla legittimazione acritica di ogni diversità, bisogna passare al confronto basato sul livello di istruzione dei bambini e delle donne, sulla funzionalità dei sistemi sanitari, sulla diffusione dei livelli di sapere e delle nuove tecnologie, sul godimento dei diritti civili e sociali fondamentali.
Il piano Marshall non solo per la Palestina, ma per i paesi del Sud del mondo, se mai ci sarà, dovrà partire da qui, e sarà efficace se saprà internalizzare in ogni aiuto materiale i contenuti concreti della libertà e della democrazia.
dal numero 11 di "Argomenti Umani"
Un anno di violenza: uccisi 750 palestinesi e 250 israeliani
di u.d.g.
Quattordici mesi di sangue, di odio, di sofferenza. Quattordici mesi scanditi da un crescita agghiacciante di violenza e di orrore. Quattordici mesi (da quel 28 settembre 2001, giorno in cui esplode la nuova Intifada) che hanno seppellito le speranze di pace tra israeliani e palestinesi. Speranze sepolte assieme alle oltre mille vittime di una sporca guerra che non conosce la parola pietà: 743 palestinesi uccisi e tra gli 8.500 e i 10 mila feriti; 258 israeliani uccisi, 2.104 i feriti. A cui si aggiungono 18 arabi israeliani (caduti sotto il fuoco dei soldati di Tsahal, l’esercito dello Stato ebraico) e 4 cittadini stranieri.
Ma questo lugubre conteggio non dà identità alle vittime, non ricostruisce la loro storia, le loro speranze, la loro terribile morte. Non dice dell’angoscia che ti prende quando ti siedi ad un caffè di Gerusalemme o provi ad avventurarti in un campo profughi palestinese assediato dai tank israeliani. La stragrande maggioranza delle vittime di un odio insaziabile non vestivano uniformi, non si erano arruolati in eserciti che si fronteggiano su di un campo di battaglia. Una guerra ha anche le sue regole, i suoi codici, le Convenzioni internazionali a cui rifarsi. Tutto ciò non esiste nella sporca guerra che ha come «campi di battaglia» discoteche, pizzerie, autobus, scuole. Una guerra che non risparmia i bambini, gli adolescenti: quelli che festeggiavano la scorsa estate la fine dell’anno scolastico in una pizzeria di Gerusalemme prima di essere massacrati da un uomo-bomba palestinese. Ma anche sul fronte opposto è spesso storia di una innocenza violata, di bambini che saltano in aria su una mina piazzata dall’esercito israeliano nei pressi della loro scuola.
Tutti sono «arruolati» a forza in questo conflitto che appare insolubile. Lo sono i bambini palestinesi che abbiamo incontrato un giorno in un campo profughi palestinese mentre venivano addestrati alla «jihad». Addestrati ad odiare. «Il mio sogno? Quello di diventare un martire e uccidere tanti israeliani», ci disse allora il piccolo Ahmed, nove anni. «Io ero per la pace, ma come posso continuare ad esserlo dopo aver visto massacrare le mie compagne di classe», confessa Nora, compagna di liceo delle ragazze dilaniate da un altro kamikaze davanti ad una discoteca di Tel Aviv. «Per chi non possiede carri armati, elicotteri e caccia bombardieri, le bombe-umane sono l’arma più potente per sconfiggere il nemico», ha affermato in un’intervista alla «Cnn» araba, Al Jazira, uno dei capi della Jihad islamica palestinese. Considerazione agghiacciante ma con cui Israele ha dovuto fare i conti più volte in questi anni di guerra. Le «bombe-umane»: quelle che colpiscono a Natanya (18 maggio 2001) in un centro commerciale (sei civili uccisi), e che si ripetono il primo giugno sul lungomare di Tel Aviv, dove un kamikaze palestinese si fa salatre in aria tra centinaia di giovani israeliani davanti alla discoteca Dolphin-Disco (oltre all’attentatore muoiono venti ragazzi, per lo più di origine russa). L’estate si tinge di sangue il 9 agosto, quando un terrorista di Hamas entra nel ristorante fast-food Sbarro a Gerusalemme, a quell’ora pieno di genitori con i loro figli. Senza dire una parola, il kamikaze si fa esplodere, provocando la morte di 16 persone (oltre cento i feriti).
Il bilancio di questa sporca guerra «racconta» di una stazione dei treni fatta saltare, stessa sorte toccata ad autobus (a Pardes Hana ed ora ad Haifa), di ragazzi massacrati ai tavoli dei caffè (Gerusalemme) dove si erano ritrovati per trascorrere qualche ora spensierata. «Hanno violentato l’adolescenza, hanno annegato nel sangue quel desiderio di normalità che è un bene introvabile in questo martoriato lembo di terra», commenta amaramente Amos Elon, uno dei più autorevoli scrittori israeliani. Piangono i loro ragazzi, i padri e le madri israeliani.
Ma lo stesso pianto disperato fa da colonna sonora alle sofferenze che abbiamo toccato con mano nell’inferno dei campi profughi della Striscia di Gaza o nelle città palestinesi assediate della Cisgiordania. Fare una gerarchia degli orrori e attribuire il primato della sofferenza, equivarrebbe ad oltraggiare la memoria delle Shulavet, degli Ahmed, dei David e Mahmud, alcuni dei bambini, israeliani e palestinesi, caduti in una guerra che non è, che non può essere la loro. «Provate a svegliarvi la mattina con il terrore di accendere la radio e ascoltare che un autobus è saltato in aria. E provate a pensare cosa può provare un padre che ha appena accompagnato i propri figli ad un autobus che doveva portarli a scuola», dice David Grossman, scrittore israeliano che ha raccontato la sofferenza dei palestinesi. Nulla è più normale in Israele e nei Territori, se non la morte. Essa sì è diventata la compagna di viaggio che ti accompagna in ogni momento di una giornata «normale» segnata dalla paura.
l'Unità
Lunedi 3 Dicembre 2001
Gravissima denuncia di Peres: "Israele vuole uccidere Arafat"
Peres: "Israele vuole uccidere Arafat" In una clamorosa intervista dal quotidiano "Yediot Ahronot" il ministro degli Esteri denuncia un piano segreto per eliminare il presidente palestinese. L'idea è del vicecapo di Stato maggiore, Moshe
Yaalon.
I DETTAGLI DEL PIANO CONTRO ARAFAT
GERUSALEMME - Lo Stato maggore israeliano starebbe organizzando l'eliminazione fisica di Yasser Arafat. A denunciarlo è il ministro degli Esteri di Tel Aviv, Shimon Peres, intervistato dal quotidiano Yediot Ahronot. L'intervista, che comparirà sul numero di lunedì, è stata diffusa in anteprima dal quotidiano.
Secondo Peres la "mente" dell'operazione sarebbe il vicecapo di stato maggiore Moshe "Bughy" Yaalon. ''Ammettiamo pure che Arafat venga ucciso - dice Peres - Che succederà dopo? Che probabilmente al suo posto verranno Hamas, la Jihad islamica o gli Hezbollah...''. Arafat, ha ricordato Peres, ''accetta l'esistenza dello Stato di Israele, vuole negoziare con noi e con l'Occidente, mentre gli altri vorrebbero un unico Stato dall'Iraq al Mediterraneo''.
Il Nuovo.it (30 SETTEMBRE 2001, ORE 15:00)