Peres: «Yasser resta un partner credibile»
«Mi ha chiamato al telefono: gli ho detto che ha poco tempo per provare che fa
ciò che promette»
GERUSALEMME - Shimon Peres, capo della diplomazia israeliana, in un’intervista
al quotidiano Yedioth Ahronoth , fa il punto sulla crisi. La decisione del
governo di dichiarare l’Autorità palestinese un’entità che appoggia il
terrore ha un significato operativo?
«Assolutamente no. Ha solo un significato verbale. E’ un cambio di direzione
che non mi rende troppo felice e che non aiuta. Voglio capire se è un cambio
permanente o qualcosa che passerà».
Pensa che il premier Ariel Sharon abbia un piano diplomatico?
«Lui sostiene che questo è il suo piano: un cessate il fuoco a lungo termine,
un accordo ad interim e alla fine uno Stato palestinese. Io credo che
un’intesa possa esistere solo se è accettata dalle due parti. Ho ascoltato il
suo discorso e penso che non possa servire come piano diplomatico».
Ma lei continuare a stare nel governo. Ritiene di poterlo influenzare?
«Penso di sì. E credo che dobbiamo influenzare anche la parte palestinese.
Sono sicuro che mi ascoltano quando parlo».
Ha avuto un colloquio con Arafat, cosa vi siete detti?
«E’ lui che mi ha chiamato. Ha sostenuto che non poteva fare gli arresti
perché le nostre forze lo stavano attaccando. Ho risposto che la sua credibilità
è in crisi davanti ad America, Europa e Israele. E che ha poco tempo per
provare che fa quello che promette. Ho ribadito: tu hai una lista di 36 persone
e hai dodici ore. Arrestali».
Come lo ha trattato?
«Abbiamo parlato in modo cortese. Ho ascoltato che cosa volesse, ho risposto
chiaro. In genere mi esprimo così con chiunque».
Ma Arafat è ancora un partner?
«Certo che lo è. Il governo lo vede proprio come un partner. Fintanto che c’è
l’Autorità palestinese noi abbiamo un accordo con loro, l’uomo che la guida
è Yasser Arafat. Questa è una situazione di legalità. L’ex generale Anthony
Zinni (inviato degli Usa in Medio Oriente, ndr )sta parlando con lui, gli
americani parlano, gli europei anche, i nostri ufficiali lo fanno con i suoi. E
io dico: è una cosa buona. Lo scopo di questi contatti deve essere ampliato.
Dobbiano trovare una breccia».
Yedioth Ahronoth
Sima Kadmon
Corriere della Sera
8 dicembre 2001
Il mediatore degli accordi di Oslo non crede
all’unità nazionale: «Spero che Shimon porti i laburisti all’opposizione»
Yossi Beilin: «Il vero errore è stato l’alleanza con la destra»
Pochi in Israele credono che lo scontro tra Shimon Peres e il premier Ariel
Sharon conduca presto alla fine del governo di unità nazionale. Ma Yossi Beilin
è tra quelli che la vorrebbe davvero. E subito. «Peres sbagliò in marzo,
quando accettò di diventare ministro degli Esteri laburista in un governo
dominato dalla destra più ultranazionalista. Ora mi auguro che se ne sia reso
finalmente conto e porti il nostro partito all’opposizione», dice senza mezze
parole. E’ nel suo stile. Beilin incarna la «colomba» per eccellenza: grande
tessitore dei negoziati dietro le quinte con Yasser Arafat nel ’93, che
condussero agli accordi di Oslo, da almeno quattro mesi è tra i pochissimi che
in Israele chiedono pubblicamente la ripresa dei negoziati quale unica via di
uscita dalla spirale di violenze innescata dallo scoppio dell’intifada, un
anno fa. Peres litiga con Sharon che gli vieta l’incontro con Yasser Arafat,
non si presenta alla riunione del gabinetto pur in una contingenza tanto
difficile e addirittura annuncia che si «prende una vacanza». E’ rottura?
«Sharon ha umiliato Peres, con lui ha giocato a tira e molla, lo ha preso in
giro sulla questione del summit con Arafat. E Peres ha dovuto reagire. Non so se
ora consumerà la rottura sino in fondo. A mio parere avrebbe dovuto farlo da un
pezzo. Anzi, sin dall’inizio non avrebbe dovuto neppure accettare la formula
della coalizione unitaria».
E perché mai? Sharon aveva stravinto alle elezioni di febbraio e Peres concepì
il suo ruolo come quello del salvatore del processo di pace.
«Un ruolo illusorio, perdente. Peres non ha mai avuto alcun mandato, perché è
Sharon l’unico a tenere le fila della politica israeliana. E il premier si
mostra palesemente contrario a qualsiasi compromesso con i palestinesi, il suo
governo è strutturalmente l’antitesi del processo di pace così come si era
evoluto dal 1993. Lo vediamo bene anche nel tormentone dell’ormai fantomatico
summit con Arafat. Sharon lo condiziona alle 48 ore di cessate il fuoco, ma poi
lui si erige a unico arbitro e troverà sempre un pretesto per bloccarlo. E
comunque non facciamoci troppe illusioni: anche se il summit ci sarà i suoi
risultati saranno nulli. Peres vuole presentarsi nel ruolo del bambino che mette
il dito nel buco della diga per evitare la catastrofe. Ma non si rende conto che
alleandosi con Sharon è automaticamente corresponsabile di tutti i buchi nella
diga».
Il ministro palestinese Abdel Rabbo ha definito «irresponsabile» la scelta di
Sharon di rinviare il summit.
«In questa vicenda nessuno è innocente. I palestinesi hanno commesso tali e
tanti errori nell’ultimo anno che sarebbe meglio tacessero».
Sembra vi sia stata una telefonata tempestosa tra il segretario di Stato Usa,
Colin Powell, e Sharon. Siamo tornati alla situazione della crisi del Golfo nel
1990-91, quando Washington chiese a Israele di restare in disparte per cementare
l’alleanza con i Paesi arabi moderati?
«Sì, oggi viviamo una dinamica simile, a noi viene chiesto di restare un
partner discreto e silenzioso. Ma il presidente Bush oggi vorrebbe qualche cosa
di più che va nel nostro interesse: dovremmo cercare di porre fine al più
presto alle violenze con i palestinesi».
Vuole dire che la crisi internazionale generata dagli attentati dell’11
settembre potrebbe aiutare il Medio Oriente?
«Gli sforzi americani di creare una coalizione internazionale contro il
terrorismo spingono Bush ad abbandonare la politica isolazionista che voleva
perseguire nelle prime fasi del suo mandato. Inevitabilmente riappaiono i
programmi e gli impegni dell’ex amministrazione Clinton tesi a risolvere i
conflitti regionali. Un mutamento di 180 gradi anche per il Medio Oriente.
Israeliani e palestinesi vedono ora riaprirsi nuove opportunità per un
negoziato mediato con il ricoinvolgimento diretto dell’America».
Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera
24 settembre 2001
IL PUGNO DI SHARON
di SANDRO VIOLA
MENTRE cresce la caterva dei morti, mentre la cieca violenza dell'uno gareggia ogni giorno con la cieca violenza dell' altro, il rischio di chi guardi al dramma che si svolge in Palestina è quello di ritrovarsi con le idee confuse. Il rischio, cioè, di non saper più rispondere a tre interrogativi fondamentali. Perché tanto sangue? Chi ne porta le maggiori responsabilità? Com'è che non si riesce a fermare il carnaio? Così, a costo di dover ripetere cose già dette più d'una volta, sarà utile ricapitolare i punti cruciali, i nodi al momento inestricabili, di quest' ultima fase del secolare conflitto tra ebrei e palestinesi.
Anche se da lontano, di fronte alle grandi convulsioni della storia conviene infatti avere le idee il più possibile chiare. Altrimenti subentrano l'indifferenza, il cinismo, e cominciano a circolare frasi del tipo: «Se è questo che vogliono, s'ammazzino pure tra di loro». Dunque ricapitoliamo. Un punto su cui tutti convengono, è che lo scontro può essere fermato soltanto con un doppio approccio. Primo, arrestando il macello con un accordo di cessate il fuoco. Secondo, negoziando i termini del ritiro israeliano dai territori occupati e la nascita di uno Stato palestinese. Ma attenzione: primo e secondo non significano qui prima l'uno e poi l'altro. Per condurre a un qualche risultato, i due approcci devono essere infatti paralleli, contemporanei. In altre parole: per smettere di sparare contro le case e le automobili dei coloni ebrei, per convincerli a non lanciarsi con una bomba nascosta nella camicia contro i caffè di Haifa o Gerusalemme, i palestinesi devono sapere che cosa glie ne verrà in cambio. Sapere se stavolta vedranno finalmente la luce alla fine del tunnel, l'odioso e soffocante tunnel dei
trentaquattr'anni d'occupazione israeliana. Sapere se l'attuale governo d'Israele sia disposto (come sembrava che lo fosse il governo di Ehud
Barak) a riconoscere il loro diritto di costituirsi in uno Stato autonomo, diritto che il resto del mondo gli ha già riconosciuto da tempo. Insomma: cessate il fuoco sì, ma solo se nel frattempo si sia iniziato a trattare il ritiro israeliano da Gaza e dalla
Cisgiordania. E non un ritiro a tappe, come nei sette anni trascorsi dagli accordi di Oslo alla «seconda
intifada». Bensì un ritiro rapido, completo, salvi beninteso i ritocchi alle frontiere del 67 (necessari alla sicurezza d'Israele) che verranno stabiliti nel quadro del negoziato. Ora, qual è su questo punto la posizione del primo ministro israeliano Ariel
Sharon? Una posizione totalmente negativa. Sharon e la destra israeliana non intendono infatti far intravedere alcuna concessione politicoterritoriale in cambio d'un arresto dello scontro. Il cessate il fuoco deve essere accettato dai palestinesi al buio, senza alcuna condizione da parte loro e senza alcun impegno preventivo da parte d'Israele. Né si tratta d'una forzatura tattica: un modo, cioè, per dimostrare che lo Stato ebraico non intende piegarsi di fronte alla violenza. No, non è di questo che si tratta. Quel che offre
Sharon, infatti, è soltanto lo status quo. Si smette di sparare e tutto resta congelato sulle posizioni di dieci mesi fa, quando la «seconda
intifada» ha avuto inizio. Certo, Sharon dice che «dopo» si negozierà. Ma negoziare su che cosa? Sulle colonie ebraiche nei territori palestinesi, certamente no. Qui la posizione della destra israeliana è fermissima: tant'è vero che essa ha respinto, nonostante le pressioni americane, il «piano
Mitchell», che prevedeva tra l'altro la sospensione immediata dei lavori edili per i nuovi insediamenti. Nessuna trattativa, quindi, su quella che è per i palestinesi la questione fondamentale. La fine cioè dell'avanzata ebraica nella «loro» parte di Palestina, che già oggi è ridotta a una fetta di gruviera dalla presenza delle colonie. Ma proseguiamo con la posizione israeliana. Sharon lascia intendere che un negoziato, «dopo» il cessate il fuoco, è possibile. Ebbene, con chi è disposto a negoziare? Con Arafat sembrerebbe proprio di no, visto che innumerevoli volte lo ha definito un interlocutore inattendibile, capo d'una banda d'assassini votata alla distruzione d'Israele. E se non con
Arafat, è forse pronto a farlo con altri dirigenti dell'Autorità palestinese? Neppure. L'aver chiuso
l'Orient House a Gerusalemme significava proprio questo. Il rigetto del riconoscimento reciproco uscito dagli accordi di Oslo, di cui
l'Orient House era il simbolo. Meglio: la materializzazione d'un rapporto politico tra lo Stato d'Israele e l'embrione d'uno Stato palestinese. Lì Sharon ha calato la sua mazzata: su quello che per i palestinesi era il simbolo d'una disponibilità israeliana a concedergli d'avere, un giorno, uno Stato. Del resto, né Ariel Sharon né nessun altro esponente della destra israeliana ha mai detto d'accettare la nascita d'una patria palestinese. Questo lo hanno detto altri -
Rabin, Peres, Barak, ma non Sharon. E non sarebbe stato invece opportuno, utile e giusto dichiarare, mentre infuria la carneficina, che se la violenza cessasse, se un negoziato andasse in porto, i palestinesi non troverebbero altri ostacoli alla realizzazione dei loro diritti? Qualcuno obbietterà: Barak questo passo l'aveva fatto, nessun dirigente israeliano s'era spinto tanto avanti nelle concessioni ai palestinesi, e il risultato è noto: Arafat ha rifiutato la sua offerta generosa. Su questo punto vorrei a mia volta avanzare un paio d'obbiezioni. Le offerte di Barak erano concrete, realizzabili? A leggere un lungo articolo della «New York review of
Books» del 9 agosto, firmato da uno dei negoziatori americani a Camp David, Robert
Malley,e da un palestinese coinvolto da anni nelle trattative con gli israeliani, Hussein
Agha, quelle offerte erano nella sostanza interlocutorie, anzi poco più che virtuali. Sicché Arafat temette di ritrovarsi, come già gli era successo un paio di volte con Netanyahu e un altro paio nel primo anno del governo
Barak, con niente o quasi niente in mano. Ma ammettiamo pure che il leader palestinese, come tutti sostenemmo dopo Camp David, abbia commesso un errore fatale. Forse che il suo errore cancella i diritti che sono stati riconosciuti ai palestinesi dalle risoluzioni
dell'Onu 242 e 338? E se non li ha cancellati, perché dal governo d'Israele non viene una parola a riguardo, l'impegno a rispettarli il giorno che il sangue finisse di scorrere? Certo, non è facile dirsi pronti al dialogo con chi entra in un luogo affollato e si fa saltare insieme a donne e bambini incolpevoli. Anzi,
dev'essere molto difficile. Ma chi vorrà sostenere che la violenza è soltanto quella dei kamikaze palestinesi, e non anche quella di un'occupazione militare che dura da
trentaquattr'anni col suo corollario di prepotenze e umiliazioni, con quel rosicchiamento continuo, inesorabile, della terra altrui? Il peggio è che ragionare, a questo punto, serve a poco. Per fermare il mattatoio sarebbe necessario un intervento dal di fuori, vale a dire un intervento americano, il solo che possa avere qualche probabilità di successo. Ma gli Stati Uniti stanno dimostrando ancora una volta d'essere, nei riguardi d'Israele, una nazione a sovranità limitata. Il segretario di Stato Colin Powell s'era detto a favore dell'invio di osservatori internazionali. Lo stesso era stato ripetuto da membri della delegazione americana al G8. Ma Sharon non vuole gli osservatori internazionali, e a Washington, adesso, nessuno ne parla più.
la Repubblica
28 agosto 2001
C'era una volta la sinistra...Che sia rimasto Bobo Craxi a chiedere un intervento politico per la drammatica situazione in Palestina, che sia Ruggero ad assumere iniziative e posizioni ci fa da un lato piacere perché mostra con evidenza che una cultura politica "forte" come quella del socialismo lascia tracce e condizionamenti anche aldilà delle collocazioni. Resta un interrogativo drammatico: che fine ha fatto la sinistra? I palestinesi erano "buoni" quando l'URSS si contrapponeva agli Stati Uniti, ed ora sono sacrificabili? Una sinistra così priva di riferimenti ideali non durerà...
L'ITALIA INVII UNA DELEGAZIONE DI PARLAMENTARI
(Adnkronos)- ''Occorre inviare subito osservatori internazionali in medio oriente''. Lo chiede Bobo Craxi in una lettera a Pier Ferdinando Casini in cui gli ricorda gli ''impegni presi con il presidente Yasser Arafat nel corso della sua recente visita romana, concernenti l'invio di una delegazione parlamentare in qualita' di osservatori internazionali nei confronti di una situazione che oramai e' giunta ad un punto di non ritorno ed e' precipitata in un punto nel quale le diplomazie internazionali devono agire con grande rapidita' ed efficacia''.
Roma,27 agosto
Le critiche di un giovane ebreo italiano alla politica dello stato d'Israele: "L'oppressione dei palestinesi, la loro chiusura in enclave circondate dall'esercito, contraddicono la storia del mio popolo"
STEFANO SARFATI NAHMAD
Sono tra gli ebrei che hanno firmato l'appello a favore del ritiro di Israele dai territori occupati e sento il bisogno di fare chiarezza su questo gesto. La materia è complessa, devo partire da lontano. Mi definisco ebreo perché i miei genitori sono ebrei, ossia figli di ebrei (ecc.). La mamma di mia mamma, per rimanere nel lato della genealogia che è più significativa per l'ebraismo (il solo padre ebreo non fa figli ebrei) nacque a Smirne, in Turchia, nel 1911 e parlava spagnolo nonostante i suoi avi fossero stati scacciati dalla Spagna ben 4 secoli prima. Non era religiosa, ma aveva un senso di appartenenza al popolo ebraico. Sposatasi a Milano negli anni '30 (nella sinagoga di via Guastalla), conobbe le leggi razziali, fu profuga all'estero con la famiglia (tra cui mia madre) e quando alla fine tornò, queste vicende lasciarono in lei un segno che valeva come una particolare attenzione agli accadimenti storico politici. Leggeva sempre e con attenzione i giornali, guardava i telegiornali e quando vedeva Berlusconi mormorava: "che masal bascio", che in dialetto ebraico spagnolo significava qualcosa tipo: che disgraziato. Ho avuto un'educazione laica ma ho sempre avuto la consapevolezza di non essere proprio uguale agli altri, non perché così mi era stato insegnato, anzi, ma perché i compagni di classe, fin dalle elementari, davanti al fatto che ero esonerato dall'ora di religione e davanti a un cognome così strano con una h in mezzo, mi ricordavano costantemente, con le loro domande, che io non ero come loro. Da ragazzo ho poi frequentato un movimento che si definiva sionista e socialista ma in pratica era come andare dagli scout solo che eravamo quasi tutti ebrei. Così ho anche conosciuto quelli dai quali non avrei dovuto sentirmi troppo diverso e con alcuni dei quali sono oggi amico fraterno. Due volte l'anno, per la pasqua ebraica e per il capo d'anno ebraico, facciamo una cena di famiglia allargata ad amici ebrei e non ebrei, durante la quale anche cantiamo.
L'appartenenza Così, dalla mia storia, si può capire cosa è per me essere ebreo: relazioni con altri ebrei/ebree, un certo senso della famiglia, un lessico familiare, cibi, una certa cadenza dell'anno e, attraverso l'interiorizzazione della storia della mia famiglia durante la 2^ guerra mondiale, una certa attenzione per le minoranze oppresse e l'impossibilità di stabilire un rapporto di simpatia con chi le opprime. Quel che voglio dire è che io, ebreo italiano di origine sefardita, senza una storia di pogrom alle spalle come i russi (che anche per questo motivo hanno dato inizio intorno al 1880 al sionismo moderno emigrando nella Palestina ottomana), ma anzi con una tradizione di integrazione nella differenza, col pensiero che gli alleati e i sovietici e non Israele mi hanno salvato la pelle dai nazisti, non ho bisogno, nella mia soggettività, di uno stato ebraico. Non ne ho bisogno ma non per questo Israele mi è estraneo: ho un legame con Israele che mi deriva dall'avere lì dei parenti, dal conoscere almeno in parte le motivazioni storiche per cui è nato, dall'essere stato aiutato, all'ufficio del turismo di Gerusalemme, da un anziano e servizievole signore col numero tatuato sul braccio, di cui mi è sembrato di visualizzare in un attimo, davanti a me, la storia. Il legame che sento funziona un po' come il sentimento verso un familiare, che so, un cugino, una zia, per cui l'affetto segue una strada quasi indipendente dalla relazione in atto. Ci sono invece ebrei qui in Italia e in altri paesi europei che per diversa storia personale si sentono insicuri senza uno stato ebraico eppure, proprio loro che lo vogliono sostenere, che dicono di desiderare un futuro di pace per Israele rischiano oggi di danneggiarlo con un appoggio che molte volte è acritico, incondizionato e non tiene conto dei dati di fatto. Ad esempio può essere interessante leggere la risoluzione sul Medio Oriente che esprime in modo ufficiale la posizione dell'Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) e di altre comunità europee che è consultabile all'indirizzo Internet http://www.ucei.it/attualita/risoluzione.htm. Questo documento in sostanza condanna il terrorismo palestinese, chiede ad Arafat di fare altrettanto e di fermare la violenza, si appella ai governi europei affinché anche loro condannino i palestinesi e afferma che Israele ha fatto tutto quel che poteva fare per favorire la pace. Quello che il documento invece non dice è che la creazione dello stato d'Israele ha avuto come effetto collaterale, tra il 1947 e il 1949, l'esodo di circa 700.000 palestinesi, che sono così divenuti profughi e che dal 1967 la parte restante del territorio abitato dai palestinesi (pari al 22% del territorio originale) è occupato militarmente da Israele. Gli effetti di questa occupazione, oggi, sono sotto gli occhi di tutti: taglio delle principali vie di comunicazione interne il che impedisce agli studenti di andare a scuola, ai lavoratori di lavorare, ai malati e ai feriti di essere ricoverati all'ospedale, molti dei quali sono morti ai checkpoint; isolamento dei territori verso l'esterno, soffocamento dell'economia locale, distruzione di case, sradicamento degli ulivi che per molte famiglie sono la principale fonte di sostentamento, furto delle risorse idriche già misere così mentre i palestinesi non hanno acqua da bere gli israeliani possono lavare la loro automobile. Inoltre, per aumentare il controllo e la presa sul territorio (il restante 22%), i governi israeliani hanno puntato sugli insediamenti (cresciuti soprattutto sotto il governo della "colomba" laburista Barak) e così, nel bel mezzo di zone palestinesi anche molto densamente abitate, com'è il caso di Hebron, oggi possiamo trovare villaggi israeliani, dove l'acqua ovviamente non manca e dove i prodotti della terra vengono impacchettati con l'adesivo "Made in Israel". Infine, con esecuzioni mirate, i militari israeliani eliminano i leader politici che cercano di organizzare una resistenza che non può che essere armata dato che l'occupazione israeliana è militare. Anche i partigiani venivano chiamati terroristi dai tedeschi ma erano la forza che resisteva all'occupazione e dopo la guerra molti di loro sono stati tra i fondatori della Repubblica Italiana.
Voci critiche Fortunatamente, anche in Israele, non ci sono solo voci acritiche: ci sono giovani israeliani - i refusenik - che con un'obiezione di coscienza si rifiutano di prestare servizio militare nei territori occupati perché non accettano l'occupazione. Idan Landau, il primo e più coraggioso è stato a lungo nella prigione militare (dove ha ricevuto moltissime lettere di solidarietà) ma dopo il processo è alla fine tornato a casa. Altri lo stanno imitando e lo chiamano per sapere come devono comportarsi. Sono ancora in carcere David Chacham-Cherson e Alex Lyakas, 26 anni, che ha detto: "Non intendo contribuire a portar via vite umane, violare le loro libertà né altri diritti umani come ritengo venga fatto oggi in Cisgiordania e Gaza". Ci sono movimenti di pacifisti israeliani che fanno manifestazioni e cercano di proteggere villaggi palestinesi con i loro stessi corpi. E c'è la grande Amira Hass, corrispondente di Ha'aretz, che partendo da un lavoro quotidiano nei territori occupati, dove abita dal 1993, prima a Gaza, poi a Ramallah, ha capito che mentre il governo israeliano parlava di processo di pace alla luce del sole, di nascosto moltiplicava gli insediamenti e attuava quella che a tutti gli effetti si deve chiamare occupazione. In un articolo in cui lei definisce "regalo" il riconoscimento dei palestinesi dei confini del 4 giugno 1967, Amira scrive: "Il regalo che i palestinesi hanno continuato ad offrire allo stato di Israele per oltre un decennio, è che Israele si liberi della sua brama di continuare a espandere il territorio in cui è sovrano a spese dei palestinesi e di insediare un numero sempre maggiore di israeliani in quei territori. Il regalo dei palestinesi è un'opportunità d'oro per Israele di smettere le sue abitudini di far crescere generazioni di cittadini che danno per scontati i loro privilegi: israeliani che si rifiutano di vedere come i palestinesi vengono metodicamente spossessati dei loro fondamentali diritti alla terra, all'acqua, di movimento, di pianificare il proprio futuro in modo indipendente; israeliani che si rifiutano di capire che questo spossessare è ciò che più di ogni altra cosa minaccia la possibilità di sviluppare un futuro normale".
Il Manifesto
12-Agosto-2001
Il sogno europeo dei diseredati della Palestina
di SANDRO VIOLA
SE UNA copia della Repubblica è arrivata da quelle parti, sono certo che i miei amici di Gerico o di Nablus saranno stati lieti di leggere l'articolo in cui Mario Pirani proponeva, giorni fa, l'inserimento d'un futuro Stato palestinese nell' Unione europea. La proposta è infatti generosa. Se Israele deve entrare nell'Unione, come aveva già suggerito Adriano
Sofri, perché allora non aprire la porta anche ai palestinesi il giorno in cui riusciranno ad
autodeterminarsi? Perché li si dovrebbe discriminare, escluderli da una straordinaria occasione d'ascesa politica, di pace e di sviluppo? Suppongo però che subito dopo aver provato un sentimento di gratitudine dinanzi alla proposta di
Pirani, i miei amici palestinesi siano rimasti perplessi. Lì, col giornale in mano, a rimuginare una quantità di pensieri. Certo, nulla renderebbe più felici gli uomini e le donne dei cosiddetti "territori occupati" (occupati trentaquattro anni fa da Israele) che il poter entrare in Europa.
Sedere da pari a pari allo stesso tavolo degli austriaci, dei lussemburghesi, degli spagnoli, dei tedeschi e degli italiani. Andare e venire da Bruxelles. Affidare la loro moneta, quando ne avranno una, alla Banca europea di Francoforte, e mettersi a fare i conti in euro.
Questo, lo ripeto, è certo: da Gerico a Nablus, da Ramallah ad Hebron, almeno sulle prime sarebbero tutti in tripudio. Ma il fatto è che un popolo cui sia toccato di vivere nell'ultimo mezzo secolo il calvario vissuto dai palestinesi, non conosce più illusioni o entusiasmi. È diventato grettamente realista, amaramente incredulo. Gli è stato tolto tanto, e tante volte, che se d'un tratto gli si promette l'oro di Creso, si fa circospetto. Dubbioso. Diffidente.
A voler fare un paragone, è come se a un assetato venisse proposta da uno sconosciuto una botte d'acqua di fonte profumata con la menta migliore. L'assetato penserebbe a una burla crudele, o a un inganno. Oppure si chiederebbe se un'offerta tanto munifica non comporti, poi, un'attesa che la sua sete non si può permettere. Se l'acqua di fonte odorosa di menta deve infatti tardare, la sua scelta è già fatta: un bicchiere, fosse pure dell'acqua più torbida, gli basta.
In "Luci della città", Chaplin ha descritto una situazione del genere.
Quando il miliardario ubriaco gli offre d'ospitarlo e condividere con lui la sua ricchezza, Charlie o Charlot si schermisce, si ritrae. Non che non sia grato al lunatico miliardario. Ma l'offerta, così grandiosa, così superiore alle sue attese, lo allarma. I pezzenti come lui sanno bene, infatti, che la vita non conosce svolte radicali e improvvise. Alle fate e ai miracoli hanno smesso di credere sin da bambini. Sicché Charlie o Charlot va subito al sodo. Non vuole diventare miliardario: vuole soltanto quel che gli è più urgente, e cioè il danaro che servirà a ridare la vista alla fioraia cieca. E quanto al resto, se sono rose fioriranno.
Credo che siano stati gli stessi calcoli e pensieri del pezzente di "Luci della città", ad aver prevalso dopo un po' nei palestinesi che hanno avuto occasione di leggere l'articolo di
Pirani. Gratitudine, certo. Ma anche un timore che la prospettiva d'essere accolti nell'Unione europea, nientemeno che nei palazzi di Bruxelles, possa risultare o troppo lontana o troppo aleatoria. Ai pezzenti di Gaza, a quelli che vivono nei campi profughi in
Cisgiordania, ai contadini della Samaria e agli artigiani di Hebron, non serve infatti tanta grazia. Basterebbe meno, molto meno.
Basterebbe per esempio che l'Unione europea esigesse una forza d'interdizione che andasse ad arrestare, sotto le bandiere
dell'Onu, il carnaio che insanguina da nove mesi la Palestina. Non che i caschi blu debbano mettere in discussione la sovranità di Israele sul proprio territorio. Questo no. Essi andrebbero a calcare soltanto il suolo palestinese, entro i confini pre'67 di Gaza e della
Cisgiordania. Fermando - da una parte e dell'altra - le mani omicide, e quindi rendendo più salda la tregua precaria di questi giorni.
Se poi l'Europa volesse fare anche di più, i palestinesi chiederebbero di riavere indietro le terre confiscate da Israele per costruirvi le sue «colonie». Terre buone. O già irrigue, o rese tali dirottando le acque che irrigavano gli orti palestinesi. Chissà: tolti i fanatici, tolti gli assassini, forse questo basterebbe alla maggioranza dei palestinesi. E meglio ancora se l'Unione europea pagasse la spesa per ripiantare gli ulivi che i bulldozer dell'esercito israeliano hanno divelto (insieme a tante case) o per rappresaglia, o per stendere l'asfalto di duecento chilometri di strade ad uso militare.
Quanto all'ingresso tra i paesi dell'Unione, è un'idea che ai palestinesi deve procurare non poco imbarazzo. Il giorno che avranno uno Stato, lo Stato di Palestina, esso sarà infatti impresentabile. Un territorio spezzettato, a mozziconi, disseminato di «colonie» israeliane, posti militari israeliani, strade israeliane non percorribili dalla gente del luogo. Insomma uno Stato di cui arrossire, non certo da portare a Bruxelles.
Qualcuno dirà che i palestinesi sono incontentabili; qualcun altro dirà che essi non vogliono affatto far parte dell'Unione europea, così da essere più liberi di buttare gli israeliani a mare. E qui, evidentemente, la discussione si chiude. Ma resto convinto che questo popolo disgraziato non abbia pretese eccessive. Non aspiri, oggi come oggi, a sedersi tra i paesi più prosperi ed evoluti. Basterebbe che gli dessero una mano per rinvenire dalla disperazione alla speranza. E forse a quel punto riuscirebbe a neutralizzare i violenti, a mettere in galera gli assassini, a rinunciare all'idea insensata del ritorno di tutti i profughi alle loro case del 1948. Purchè - questo è ovvio - gli si restituisca finalmente la poca terra che gli era rimasta, sulla quale si sono insediati da
trentaquattr'anni i coloni e i carri armati d'Israele.
La Repubblica
23 giugno 2001
LINEA DI CONFINE
L'Europa apra a Israele ma anche ai palestinesi
MARIO PIRANI
Dal fondo della sua cella (non bisogna mai dimenticare questa condizione carceraria, tanto più perché la sua presenza nel dibattito politico tende ad apparire sempre più «normale», come se stesse nella stanza accanto), Adriano Sofri ha scritto sulla tragedia israelopalestinese uno dei più equilibrati e appassionati articoli usciti dalla penna di un intellettuale di sinistra (la Repubblica del 12 giugno). Dopo aver giustamente riconosciuto le ragioni e i torti delle due parti, anch'egli avverte come stia purtroppo tornando in primo piano la questione della sopravvivenza stessa d'Israele. Non solo per le rivendicazioni esplicite dei gruppi più impegnati nella lotta armata e negli attentati suicidi, ma per la ribadita proclamazione da parte di Arafat del diritto al ritorno per i circa quattro milioni di profughi palestinesi, quasi tutti ormai nati in esilio.
«La ragione storica a sostegno del ritorno -ricorda Sofri - non toglie che esso sia impossibile se non al prezzo dell'esplosione dello Stato di Israele, che ne verrebbe travolto come un Kosovo moltiplicato... la propaganda sul ritorno non è che un modo per ribadire nell'animo dei palestinesi l'aspirazione a distruggere Israele e buttare a mare gli ebrei». Per contrastare questa prospettiva, che annulla di per sé ogni sforzo di pace e lascia spazio solo allo scontro armato, Sofri fa sua una «utopia minoritaria», caldeggiata da Pannella e da pochi altri, che auspica l'ingresso di Israele nell'Unione Europea, un gesto che suonerebbe «a saldo parziale di un vecchio e irrisarcibile conto», quello della
Shoà. Così facendo l'Europa «cancellerebbe la mai sopita tentazione araba della cacciata degli ebrei e diventerebbe garante del loro Stato, come di una propria parte».
Sofri, pur consapevole che i fatti corrono e che le idee li rincorrono da molto lontano, propone che europei, israeliani e palestinesi promuovano una discussione seria sulla proposta. Non è, però, la
«realpolitik» a renderla di ardua -ma non impossibile -attuazione e neppure il fattore geografico (la candidatura della Turchia lo prova), quanto una preoccupazione di ordine storico, culturale e, sullo sfondo, anche religioso.
Se per avventura questa idea andasse in porto o, comunque, divenisse una richiesta fortemente sostenuta, temo che la sicurezza di Israele ne uscirebbe maggiormente indebolita: esso si configurerebbe, infatti, agli occhi del mondo arabo ancor più come un «pezzo» di Europa inserito a forza nell'universo musulmano. Per contro, quanto più lo Stato degli ebrei apparirà giustificato dalle sue origini bibliche e non soltanto dal sionismo del XIX secolo e dalla Shoà (il che non vuol dire rivendicare la grande Israele dei re di Giudea) tanto più la sua natura mediorientale potrà affermarsi. Quanto più i filoni mistici dell'ebraismo riemergeranno da un recupero della cultura cabalistica e della tradizione
sefardita, tornando a contaminarsi col pensiero arabo, come ai tempi del califfato di Granada e di
Maimonide, tanto più la sua presenza sembrerà naturale.
Infine e soprattutto -al di là e oltre le prospettive di sterminio e di guerra -il lungo cammino per superare l'odio reciproco non potrà che passare -se passerà -da un dialogo intereligioso che riaffronti il nodo dei due figli di Abramo, Israele e Ismaele, da cui nacquero, ma da due madri diverse, le due tribù destinate a detestarsi. Il lunghissimo e travagliato percorso della fragile ma preziosa amicizia ebraicocristiana (dalla bimillenaria accusa di deicidio al pellegrinaggio di Giovanni Paolo al Muro del Pianto) testimonia l'enorme importanza della componente religiosa in un dramma storico che proprio dalla religione ha origine.
Tutto questo non vuol dire che gli strumenti della pace e della forza militare, della diplomazia e del coinvolgimento internazionale non abbiano una funzione decisiva, soprattutto in tempi brevi e medi, quando occorre far tacere le armi e far parlare gli uomini. Ma nel lungo periodo solo un disarmo sincero degli animi potrà dare sicurezza agli uni, senza negare la giustizia agli altri.
Da tutto questo ho tratto il convincimento che la proposta di un'adesione all'Unione Europa potrebbe essere determinante se non coinvolgesse soltanto Israele ma anche il futuro Stato palestinese. Un'iniziativa del genere costituirebbe davvero una piena assunzione di responsabilità da parte europea sia per quanto riguarda la pace in Medio Oriente sia per il futuro economico, politico e civile della regione. L'Europa recupererebbe una grande funzione e pagherebbe il suo debito non solo verso gli israeliani ma anche verso i palestinesi.
La Repubblica
18 giugno 2001
Non cessa la resistenza
Respinto dai comitati dell'Intifada il cessate il fuoco di Arafat, le forze laiche contro gli attacchi ai civili. Hamas e Jihad per la "guerra santa", ma a mezza bocca pronti a fermare i kamikaze
MICHELE GIORGIO - GERUSALEMME
Una calma carica di tensione regna nei Territori palestinesi schiacciati sotto il peso della pressione militare delle forze di occupazione e dalla paura di una massiccio attacco israeliano. Condizioni che rendono di fatto impossibile il successo del cessate il fuoco proclamato dal leader palestinese Yasser Arafat sabato scorso dopo la strage di venti israeliani, in gran parte adolescenti, a Tel Aviv.
Arafat ieri sera era impegnato in un delicato colloquio con i rappresentanti della 14 fazioni che compongono il Comitato di forze islamiche e nazionali che domenica avevano, di fatto, respinto l'appello alla "fine delle ostilità" e riaffermato, come era prevedibile, la loro volontà di continuare "la lotta contro l'occupazione" dei Territori. Un colloquio difficile in cui dovevano essere stabiliti i limiti precisi della resistenza all'oppressione ma, più di tutto, i rapporti dell'Anp con Hamas e Jihad, responsabili degli attentati in Israele. Il governo Sharon ha messo in chiaro che vuole l'arresto dei leader delle due organizzazioni, altrimenti potrebbe lanciare un attacco devastante contro l'Anp prendendo di mira, con ogni probabilità, lo stesso Arafat. Il presidente palestinese non intende procedere ad una campagna di arresti mentre la sua popolazione è stretta nella morsa dell'esercito israeliano e preferisce ottenere da Hamas e Jihad, almeno per il momento, l'assicurazione che non ci saranno più attentati contro i civili israeliani - ieri sera in una dichiarazione alla Reuters, un esponente di Hamas ha lasciato intendere a mezza bocca che il suo movimento potrebbe sospendere "temporaneamente" gli attacchi suicidi.
Tutto molto vago e Israele è già pronto con i suoi carri armati e aerei a scatenare l'inferno. Ma la situazione esplosiva sul terreno ribadisce la necessità di garantire protezione anche ai civili palestinesi che la comunità internazionale ha dimenticato in fretta. Ieri nonostante il "cessate il fuoco" proclamato prima da Sharon e poi da Arafat, i mezzi blindati di Israele sono entrati nuovamente in azione a Yebna, periferia di Rafah (Gaza) sparando anche sulle abitazioni civili, hanno denunciato i centri per i diritti umani, non appena gruppi di palestinesi hanno cominciato a protestare per la demolizione di alcuni edifici (prima, sempre a Gaza, i bulldozer israeliani avevano spianato alcuni ettari di terra, in zona "A" controllata dall'Anp).
Almeno 18 civili sono rimasti feriti, secondo gli ospedali palestinesi, tre in gravi condizioni. Colpiti anche due militari israeliani, un soldato e un ufficiale, dal fuoco di palestinesi armati. Per il maggiore Ran Adam, portavoce militare, il resoconto è una "invenzione dei palestinesi". L'esercito, ha detto, non è mai entrato a Yebna, ma "durante un normale pattugliamento" al confine con l'Egitto uomini armati hanno aperto il fuoco sui soldati che hanno risposto, "per difendersi", sparando sugli edifici da dove partivano i colpi palestinesi. La colpa è solo dei palestinesi. La realtà invece sul terreno riferisce anche delle azioni e provocazioni israeliane che negano qualche possibilità di successo al cessate il fuoco.
La vita degli abitanti di Cisgiordania e Gaza, ad eccezione dei 200 mila coloni israeliani liberi di fare ciò che vogliono, è un inferno. La Cisgiordania è stata suddivisa dall'esercito israeliano in otto settori completamente separati tra di loro dalla massiccia presenza delle truppe israeliane appoggiate da carri armati e blindati. Muoversi tra un settore ed un altro è impossibile. Analoga la situazione a Gaza, spaccata in due all'altezza di Deir Al-Balah. Sono queste le condizioni che contribuiscono alla campagna di Hamas e Jihad che reclutano sempre più giovani militanti pescando nelle aree palestinesi più disperate. Il mondo ha dimenticato in fretta che senza le organizzazioni umanitarie internazionali 250 mila palestinesi a Gaza e altre decine di migliaia in Cisgiordania sarebbero oggi alla fame a causa del rigido blocco israeliano.
"La resistenza nei territori sotto occupazione è un diritto del popolo palestinese", ha ribadito Marwan Barghuti, il capo di Al-Fatah in Cisgiordania, dopo il cessate il fuoco ordinato da Arafat. Resistenza, ha lasciato capire Barghuti in una intervista alla Reuters, circoscritta ai territori che Israele occupa esattamente da 34 anni. In casa palestinese le organizzazioni laiche, come Al-Fatah e una parte della sinistra, hanno espresso, sia pure a voce troppa bassa, la loro contrarietà ad attacchi contro i civili in Israele. Hamas e Jihad invece sono sempre di più impegnati nella "guerra santa", in quello che ritengono un conflitto decisivo "tra musulmani ed ebrei", e sono certi di vincere a colpi di attentati sempre più sanguinosi compiuti da giovani kamikaze. Non importa se a morire sono anche ragazzine di 15 anni, senza alcuna colpa. E' quella dei gruppi islamici una guerra che non appartiene allo storico movimento di liberazione palestinese che farebbe bene a prendere subito le distanze e in modo netto. A pagare le conseguenze politiche della strategia di Hamas e Jihad sono proprio l'Olp e Arafat, ora isolati internazionalmente. Ma non possiamo non ribadire che dall'altra parte Israele rifiuta di riconoscersi come una potenza occupante e con l'appoggio degli Stati Uniti e, spesso, dell'Europa, può permettersi di strangolare economicamente Cisgiordania e Gaza, violare i diritti umani, colpire i civili palestinesi, lanciare bombardamenti aerei e sostenere allo stesso tempo di "attuare solo misure difensive". Senza dimenticare il ruolo distruttivo che svolgono in Cisgiordania e Gaza i coloni, fanatici venuti in maggioranza da Stati Uniti ed Europa che vivono nel mito della biblica "terra di Israele" e occupano le terre dei palestinesi. Gente che può fare tutto ciò che crede, nella terra di un altro popolo, grazie al sostegno governativo e alla complicità Usa.
In questo clima dove i mezzi d'informazione e varie parti politiche hanno colto l'occasione della strage di 20 giovani israeliani a Tel Aviv compiuta da un kamikaze di Hamas, per definire automaticamente tutti i palestinesi "assassini e terroristi" e tutti i musulmani "bestie assetate di sangue", è significativo il gesto dei familiari di farmacista di Gerusalemme est ucciso, secondo le testimonianze, venerdì da un colono israeliano, che hanno deciso di donare gli organi della vittima salvando la vita di quattro israeliani (tre ebrei e un palestinese della Galilea) gravemente ammalati. "Siamo andati nella nostra moschea per chiedere cosa fare - ha detto Mohammed, il fratello della vittima - il nostro Imam ci ha detto che dovevamo ordinare il trapianto degli organi: l'importante per l'Islam è salvare vite umane. Musulmani, cristiani, ebrei, non fa la minima differenza".
Il Manifesto
5 Giugno 2001