BERLINGUER. LE CARTE SEGRETE DELL’ISTITUTO GRAMSCI

Pci, non fu vero strappo


Lo strappo da Mosca? Ma quale strappo. «La celebre frase sull'esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione sovietica parla soltanto ai militanti comunisti, mentre ha scarso significato per l'opinione pubblica e persino per ampi settori dell'elettorato del Pci». Lo afferma Silvio Pons, direttore dell'Istituto Gramsci. Di più: «Essa ha un carattere meramente retorico per lo stesso Berlinguer».
Una tesi radicale, quella illustrata da Pons nel corso del convegno "Gli anni '80 come storia" conclusosi ieri a Roma, in contrasto con gran parte della storiografia di sinistra, che ha sempre enfatizzato la discontinuità introdotta da Berlinguer nella storia comunista. E che si è avvalsa delle frasi celebri del segretario del Pci (non ultima, «l'ombrello della Nato») per trasformarlo nel padre nobile della svolta, inserendo così la nascita del Pds nel solco di una perfetta continuità storica e politica.
Ma ecco che il direttore del Gramsci getta sulla vicenda una luce molto diversa: «La nostra conoscenza di alcuni documenti d'archivio - esordisce - ci permette oggi di approfondire i termini della questione». I documenti in questione sono in gran parte note di Antonio Tatò per il segretario. «Proprio all'indomani del colpo di stato in Polonia - afferma Pons - Tatò scrive per Berlinguer una nota illuminante circa la visione dell'Urss fatta propria dal gruppo dirigente comunista... Tatò sottolinea l'importanza del ruolo "anticapitalista" dell'Urss sia nelle relazioni internazionali, sia quale testimonianza di una "fase" della storia del socialismo. L'esistenza del "socialismo autoritario" sovietico viene vista perciò... come una necessità per tenere viva la prospettiva di un radicale superamento del sistema capitalistico». Il giudizio del direttore del Gramsci è iconoclasta: «E' evidente che siamo in presenza di una vischiosa struttura culturale del comunismo italiano e di una visione sostanzialmente diversa da quella dei socialisti europei». Non solo. Secondo Pons, la riformabilità del socialismo reale diviene un fondamento della "politica identitaria" che sempre più nettamente prende il sopravvento in Berlinguer, attraverso «l'invenzione di una tradizione basata sulla nozione della "terza via" tra il modello socialdemocratico e quello sovietico, e sulla volontà di distinguersi in chiave di "diversità" morale». Una concezione tanto radicata da non essere destinata a dissolversi con la scomparsa di Berlinguer. Come ha scritto Roberto Gualtieri: «l'influenza della politica interna appare prevalente nella distinzione di principio dagli altri partiti, nello scontro frontale con il Psi e nel rifiuto di ogni "socialdemocratizzazione": ciò lascia ai successori l'eredità di una sostanziale paralisi».
Tale concezione viene poi corroborata dalla perestroijka. E così il paradosso dell'impatto di Gorbaciov sui comunisti italiani, afferma Pons, è che esso «finisce per costituire un ostacolo alla coscienza della crisi del comunismo e ad un avvicinamento culturale verso le socialdemocrazie europee». Il crollo del Muro di Berlino spinge quindi il Pci a «improvvisare un cambiamento volto a salvaguardare il proprio profilo di forza della democrazia italiana, privo però di solide basi culturali»
Un limite culturale su cui non può non incidere l'avvento del reaganismo. La risposta dei comunisti italiani, rivolta anzitutto a difendere un'identità "diversa", non più equiparabile al comunismo sovietico ma nemmeno alle socialdemocrazie, appare dunque al direttore del Gramsci come «l'elemento più pronunciato, ambiguo e velleitario di una conflittualità cieca, senza autentiche prospettive». Ma anche i socialisti, aggiunge, contribuiscono «a spostare il conflitto dal momento delle scelte politiche a quello della cultura politica, sotto il segno di un anticomunismo improprio e strumentale». Con la svolta impressa da Reagan emerge infatti, da un lato, il rilancio dell'imperativo anticomunista, che impone di sconfiggere il nemico sul piano morale e ideologico in quanto portatore di una «radicale alternativa negativa»; dall'altro, la polemica antitotalitaria, che riprende la distinzione tra regimi totalitari e regimi autoritari come criterio di orientamento della politica americana. In questo quadro, i socialisti cercano un fondamento alla loro opzione mitterrandiana incalzando il Pci nel giudizio sull'Urss. Ma se è vero che il Psi appare molto più consapevole della crisi del comunismo, è anche vero che l'insistenza sull'antitotalitarismo ha implicazioni polemiche «che finiscono per divenire un fine in sé e per appiattire su contingenze di politica interna l'attenzione al problema delle libertà all'Est». Si determina così «una tendenza a slittare dal realismo mitterandiano all'imperativo anticomunista reaganiano». L'introiezione della guerra fredda nella sinistra italiana si rivela dunque fortissima. La sua fine, nel 1989, invece di costituire un evento liberatorio - conclude Pons - annuncia la fine di entrambi i duellanti». 

Il Riformista 
15 Marzo 2003 

Amadeo Bordiga. Leader della corrente «comunista pura» e direttore della rivista «Il Soviet», guida la scissione del 21 gennaio 1921 al Teatro Goldoni di Livorno dove si svolge il XVII congresso del Psi. Con i suoi seguaci, dopo la votazione che li vede minoritari con 58.735 voti, abbandona l’aula: si riuniscono al Teatro San Marco della stessa città e fondano il Partito comunista d’Italia (Pcd’I), che si definisce sezione dell’Internazionale comunista 

Giacinto Menotti Serrati. Al congresso di Livorno è il leader della corrente massimalista «comunisti unitari». Nel ’20 aveva partecipato per il Psi al congresso della Terza Internazionale in Urss con Bombacci e Graziadei. Serrati aveva rifiutato due dei 21 punti imposti da Mosca: cacciare i riformisti e cambiare il nome del partito da socialista in comunista. Ora, a Livorno, la sua mozione vince con 98.023 voti (ai riformisti di Filippo Turati 14.695 voti) 

Umberto Terracini. Con Bordiga guida a Livorno i «comunisti puri», nati dall’unione tra i torinesi della rivista «Ordine nuovo» di Gramsci e i napoletani di Bordiga. Al Teatro San Marco, Terracini è eletto nel comitato centrale del Pcd’I insieme con: Gramsci, Bordiga, Grieco, Marabini, Bombacci, Gennari, Misiano, Parodi, Sessa, Tarsia, Repossi, Fortichiari, Belloni e Polano. Il giorno dopo Togliatti firma su «Ordine nuovo» un fondo dal titolo: «Che avverrà domani?». Stava per cominciare l’era fascista 

L’eredità del comunismo italiano 80 anni dopo

IL COMPLEANNO DI UN FANTASMA

di PAOLO FRANCHI


Può darsi, anzi è pressoché certo: della scissione, a Livorno, dal partito socialista, di cui ricorre il 21 gennaio l’ottantesimo anniversario, si ricorderanno, ci mancherebbe, solo le due formazioni (Rifondazione e il partito di Armando Cossutta) tuttora dichiaratamente comuniste. Eppure, a ottant’anni dalla nascita e a dieci dallo scioglimento, una riflessione su quel che ci ha lasciato in eredità il Partito comunista italiano interessa, o dovrebbe interessare, tutta la sinistra. A cominciare, ovviamente, dai Ds, gli eredi principali del Pci che però in questi anni si sono ben guardati dal confrontarsi troppo da presso con la storia del partito che sicuramente veniva da lontano ma troppo lontano non riuscì ad andare. Nonostante questa fosse, in tutta evidenza, tanta parte della loro stessa storia. E’ ben vero, certo, che negli ultimi tempi persino Silvio Berlusconi ha un po’ annacquato, e a ragione, il vino del suo anticomunismo, convinto, evidentemente, della presa ormai modesta di questo tema nella contesa elettorale. Ma è altrettanto vero, e per le sorti della sinistra italiana ben più importante, che non ha preso corpo nessuna delle due principali ipotesi di riconversione politica e culturale che si sono confrontate sin da quando Achille Occhetto, nel 1989, annunciò la nascita, in luogo del Pci, di una nuova Cosa con un nuovo nome. Niente «partito democratico» più o meno all’americana, ammesso, e non concesso, che qualcosa di simile potesse nascere in Europa, e sulle ceneri di un partito comunista. E niente partito socialista di stampo europeo, nonostante i Ds delle organizzazioni del socialismo europeo facciano parte ormai a pienissimo titolo. Cosicché la forza largamente prevalente tra quelle di matrice comunista da cinque anni partecipa al governo del Paese, e per diciotto mesi lo ha anzi guidato in primissima persona con il suo dirigente più autorevole. Ma non sa esattamente né che cosa è né che cosa vuole diventare, né chi rappresenta né chi vorrebbe rappresentare. E la sinistra italiana, di cui i Ds sono di gran lunga, nonostante la loro leggerezza, il principale partito, continua a essere l’unica, in Europa, a non poter nemmeno sperare di essere, un giorno non lontano, maggioranza: contribuendo così del suo, in maniera determinante, perché determinante è stato il suo peso nella storia italiana, al mantenimento del carattere posticcio e illusorio, che è venuto assumendo il nostro bipolarismo. 
C’entra, tutto questo, con la vicenda iniziata a Livorno nel ’21? A noi pare di sì. L’Ottantanove rappresentò un’occasione straordinaria, e straordinariamente mancata, non solo per cambiare un nome e archiviare in fretta (o magari rimuovere) una storia, ma per affrontare a viso aperto, con il rigore e anche la sofferenza comprensibile in una comunità chiamata a riconoscere che la sua nascita è stata un tragico errore, una questione antica e irrisolta della nostra vita democratica: l’assenza, cioè, di un grande, e forte, e radicato partito riformista in un Paese dove il socialismo ha prodotto di tutto, compreso il Duce del fascismo, ma non una seria socialdemocrazia. Sono passati dieci anni e passa, non sono mancate affermazioni di principio importanti. Nella sostanza, però, il problema del socialismo italiano (del suo passato, del suo futuro) è rimasto aperto. Può darsi che si tratti di un tema destinato ormai solo agli storici. Ma è più probabile che anche la sinistra politica e sociale sia chiamata (o costretta) assai presto, le piaccia o no, a farci i conti. 


Corriere della Sera
18 gennaio 2001


All’origine di questo scambio epistolare c’è una questione specifica (quella dei rapporti tra il carcerato Antonio Gramsci, la moglie Julka e la cognata Tatiana, così come Indro Montanelli li ha tratteggiati in una sua «Stanza») che non ha evidentemente attinenza diretta con la scissione di Livorno, di cui il 21 gennaio ricorre l’ottantesimo anniversario. Ma di questa storia si parla. Perché è anche e soprattutto del comunismo dopo il comunismo, e del Pci dopo il Pci, che Emanuele Macaluso, oggi direttore della rivista «Le ragioni del socialismo», scrive al carissimo nemico Montanelli. Lo fa, è ovvio, con grande cognizione di causa, visto che del Partito comunista, cui aderì in Sicilia nel 1941, è stato, con Palmiro Togliatti, Luigi Longo ed Enrico Berlinguer, un dirigente di primissimo piano, prima di assumere la direzione dell’«Unità». Ma, e questo, con i tempi che corrono, è un po’ meno ovvio, lo fa anche con grande passione. Con la passione di chi si rifiuta di rinnegare il passato e vuole ragionarci su, ma non certo per imbalsamarlo, tanto che tuttora s’interroga (magari, direbbe lui, per tigna) sul come e sul perché neppure quella straordinaria occasione che fu la caduta del Muro valse a indurre comunisti e socialisti a dare all’Italia un grande partito socialdemocratico. La risposta di Montanelli è altrettanto appassionata e impegnata. Non tanto per quel che concerne la storia del Pci, della quale, anzi, Montanelli fa mostra, ironicamente ma non troppo, di volersi impicciare il meno possibile. Quanto, piuttosto, per ciò che riguarda il suo giudizio, politico, culturale ed umano su quanti, di questa storia, sono stati, e pagandone il prezzo, protagonisti, comprimari o anche semplici comparse: «Vi odiavo e ho continuato a odiarvi finché è rimasto in piedi il Muro, ma nemmeno allora vi ho mai mancato di rispetto». 
P. Fr. 
Corriere della Sera
18 gennaio 2001

DISCUSSIONI Dalla scissione di Livorno nel ’21 al destino di Gramsci e al tramonto della prospettiva socialista

PCI Ottant’anni e il peso di un’illusione

«C’è chi ha vissuto la nostra storia e ora vuole demonizzarla»

Caro Indro, ho esitato molto prima di scrivere questa lettera, dopo aver letto la tua «Stanza» (sabato 30-12-2000) dedicata ai rapporti fra Antonio Gramsci, sua moglie Julka e sua cognata Tatiana. Lo spunto ti è stato offerto da un libro di Massimo Caprara, promosso, per l’occasione, a «sovietologo». 
La tentazione di scrivere l’avevo avvertita dopo aver visto un’ampia recensione di quel libro, dovuta alla penna di uno che diversamente da tanti «sovietologi» conosce le cose di cui scrive, Enzo Bettiza, apparsa sulla «Stampa». Riflettendo sulla mia esitazione mi è venuto in mente quell’anziano artigliere di Napoleone il quale, ferito e stremato nel corso di una ritirata, continuava a sparare. Bonaparte vedendolo in quelle condizioni gli avrebbe detto: lo fai per l’Impero? No, rispondeva l’artigliere; lo fai per la Francia? No, insisteva l’artigliere; lo fai per l’Imperatore? No, replicava l’artigliere. E per chi lo fai? chiedeva stizzito Napoleone. Per tigna, solo per tigna, rispose con rabbia l’artigliere. 
Questa storia la raccontava Amerigo Terenzi, il mitico amministratore dei giornali del Pci, nei momenti in cui gli sembrava che venissero meno le motivazioni di fondo per cui si era impegnato nel costruire, amministrare la stampa comunista e trovare i mezzi finanziari per sostenerla. 
Anch’io, in questi ultimi anni, scrivendo e polemizzando, a destra e a manca, mi sono chiesto se nel farlo sono in causa «le ragioni del socialismo», del socialismo democratico, come si legge nella testata della mia rivista, o se nella Waterloo politica continuo a fare qualcosa solo per «tigna», come l’artigliere di Napoleone. Eppure, credimi, non ho mai considerato una Waterloo la caduta del muro di Berlino, anzi mi apparve come un’occasione storica per dare finalmente vita ad un grande partito socialista di stampo europeo. Non è stato così, e sulle cause del fallimento di questo obiettivo ambizioso ho riflettuto, ho scritto, ho detto la mia. E continuo a dirla, ma forse solo per tigna. E lo faccio anche perché mi ferisce il fatto che sulla storia del Pci, e anche del Psi, spesso si scrive con superficialità sorprendente. 
Non mi riferisco agli storici «revisionisti», i quali fanno il loro mestiere e debbono confrontarsi con altri storici che non la pensano come loro. Mi riferisco soprattutto a persone che hanno vissuto quella storia e pensano di cancellarla, per cancellare le loro responsabilità, o la demonizzano mentre altri continuano ad esaltarla acriticamente. Veltroni dichiara che si è iscritto al Pci di Berlinguer e non si sarebbe iscritto a quello di Togliatti, come se potesse esistere un Berlinguer, il quale fu il più togliattiano di tutti noi, senza Togliatti. Bertinotti - udite! udite! - vuole rifondare il comunismo, e Cossutta presiede un partito comunista che raccoglie l’1,5 per cento. 
I Ds vogliono fare un partito socialista (D’Alema tentò con la Cosa 2) con una guida costituita da persone che nel Pci impersonarono l’antisocialismo. Martelli recupera il figlio di Craxi e, con De Michelis, vuole ricostruire il Psi nella casa di Berlusconi, Fini e Bossi. Ci sono momenti in cui un partito forte di sinistra può fare un compromesso governativo con la destra costituzionale (lo fecero in Germania), ma non si è mai visto e sentito che un partito socialista nasca o rinasca nella culla approntata della destra. E un altro partito socialista, quello di Boselli, pensa con il suo 2 per cento di rappresentare la storia del socialismo nel centrosinistra. 
Non dico nulla sulla cosiddetta «casa delle libertà», non perché non mi interessa, ma so come la pensi e non vorrei ripetermi. Cosa fare in questa situazione? Cosa fare alla mia età, con la mia storia, se non indignarmi e intignarmi rispetto a storie e vicende che nel raccontarle meritano di essere rispettate, per amore di verità e per aiutare a capire il passato, non per imbalsamarlo ma per riflettere e costruire il futuro? 
Del resto è quello che tu fai con l’autorevolezza che ti sei guadagnato sul campo. L’abbiamo visto in più occasioni, e recentemente sul tema scottante dell’eutanasia. Grazie per quello che hai detto. E grazie anche al «tecnico» Veronesi che ha dato un senso alla politica. Ma, per l’autorità che hai, vorrei farti osservare con amicizia che le cose dette nella «Stanza» dedicata a Gramsci non aiutano a capire un pezzo del nostro passato. 
Del resto mi permetto di dirti che nell’affrontare un tema così spinoso - Gramsci e i suoi familiari, Gramsci e il suo partito, Gramsci e Togliatti, Gramsci e l’Urss e Stalin - potevi utilizzare studiosi, di diverso orientamento politico culturale, che negli anni hanno sviscerato questo tema studiando documenti antichi e recenti. Caprara non è tra questi. Libero di scrivere quel che si vuole, non ha autorità per essere considerato uno studioso del ramo. Ti assicuro che nei suoi confronti non nutro nessuna animosità. Molti comunisti usciti, in tempi diversi e su posizioni diverse, dal Pci erano e sono rimasti miei amici, da Antonio Giolitti a Valentino Parlato, da Napoleone Colajanni a Giuliano Ferrara. E con lo stesso Caprara ho mantenuto rapporti cordiali. Massimo è stato segretario di Togliatti (non per vent’anni, come scrivete tu e Bettiza, ma per molto meno dato che nel 1952 era già sindaco di Portici) in un periodo importante: la costruzione del Pci, la sua partecipazione al governo, la Costituente, il 1948 e l’avvio dell’opposizione. Quell’osservatorio consentiva certo a Caprara di avere un quadro delle iniziative, delle relazioni politiche, dei comportamenti del leader comunista; egli avrebbe potuto trasmettere sue riflessioni critiche, pacate e severe, sull’opera di Togliatti. Ha scelto un’altra via, raccontando fatti e fatterelli (anche quello, vero o falso, sull’aborto di Nilde Jotti raccontatogli dall’ex moglie di Longo, Teresa Noce) che non so quanto possano servire a capire la storia del Pci. Io ne parlo, come ho detto, per «tigna», perché anche sulla vicenda di Gramsci leggo oggi storie di buoni e cattivi, rovesciate rispetto a quelle, sempre di buoni e di cattivi, che leggemmo negli anni Quaranta e Cinquanta. In quegli anni i fondatori del Pci, tranne i «traditori» Bordiga e Tasca, erano tutti uniti attorno al «capo» Gramsci, del quale apparivano le opere in parte purgate; conoscevamo i rapporti epistolari con i figli e la moglie, e l’intensa attività e la vicinanza della cognata Tatiana. Negli anni successivi abbiamo letto l’edizione integrale e critica dei «quaderni» curata da Valentino Giarratana, e molti libri e articoli che, usando documenti inediti, diedero un quadro diverso e critico dei rapporti di Gramsci con il suo partito e con Togliatti; fu accuratamente studiata la stessa lettera di Grieco di cui parli. Anche i rapporti della moglie di Gramsci con il partito sovietico e la malattia di una donna drammaticamente provata sono stati discussi; così come il ruolo di Tatiana con Gramsci da una parte, con le strutture del partito e dello Stato sovietico dall’altra. La bibliografia è ampia. La cosa che mi colpisce oggi è il rovesciamento dei giudizi; i carcerieri di Gramsci, i suoi aguzzini non sarebbero più i fascisti, ma i comunisti, Togliatti e Grieco, la moglie e la cognata. I documenti degli archivi sovietici a cui accenni non aggiungono nulla. Gramsci da anni in carcere dubitava e sospettava anche dei suoi compagni? Ma c’è un carcerato che dopo tanti anni non sospetti di amici e parenti, e con loro non si irriti? 
Un Magistrato-poliziotto usava la lettera di Grieco, che si prestava ad essere usata per insinuare dubbi? Faceva il suo mestiere. Potrei continuare. Tu stesso, con la tua esperienza dici che i documenti presi in sé, separati dal contesto in cui sono stati prodotti, da chi parlava, da chi ascoltava e da chi registrava, per le intenzioni che mettevano nel parlare, nell’ascoltare e nel registrare, hanno un valore relativo. Del resto tu e Bettiza avete respinto e confutato la documentazione prodotta da due storici sui presunti servizi resi da Ignazio Silone all’Ovra. 

Corriere della Sera
18 gennaio 2001


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina