Incontri/A Roma per parlare del nuovo libro. E lanciare una sfida

Rigoberta Menchù: «La vera globalizzazione? E’ quella dei diritti»

di CLAUDIA ROCCO

«C’ERA una volta una bambina che si chiamava Rigoberta...». Inizia così La bambina di Chimel, la favola “vera" scritta da Rigoberta Menchù insieme allo scrittore guatemalteco Dante Liano (Sperling & Kupfer, 90 pagine, 16.000 lire). Il Premio Nobel per la Pace del ’92 torna a parlare di sé, trasfigurando la sua infanzia a Chimel, il piccolo villaggio del Guatemala dove è nata, in un luogo ideale, dove il ciclo della vita è ancora espressione di un equilibrio perfetto tra gli uomini e la natura. Vestita con un lungo abito maya, un collana di corallo, i capelli neri raccolti, gli occhi scuri e profondi, ci spiega perché ha fatto questa scelta. 
«Credo che molta gente conosca il mio lavoro, la mia lotta, la parte più dura della mia vita. E specialmente l’impatto della violenza. Volevo che i giovani, i bambini, conoscessero il mondo maya prima della guerra e, nello stesso tempo, la parte più felice della mia vita: l’infanzia». 
Ma questa “favola vera" è più per i bambini o per gli adulti? 
«E’ per tutti. Per esempio, l’invocazione al rispetto della natura è un tema universale. Non può esistere l’umanità senza natura e viceversa. Sono la stessa cosa. Negli ultimi anni stiamo pagando il risultato degli squilibri che abbiamo provocato. Non penso che tutto sia perduto, ma non basta solo esserne coscienti. Bisogna influenzare l’Agenda della Banca Mondiale, del Fondo Monetario, della Banca di Sviluppo e dei governi, che hanno il dovere di proteggere l’ambiente, di introdurre leggi per sanzionare coloro che lo distruggono». 
Un altro tema della sua favola è l’amore. Pensa che si realizzerà il villaggio multietnico della fiaba? 
«Ci sono già città fortemente interculturali, come Los Angeles: cinesi, asiatici, messicani, americani, afro-americani. Ma il problema è che non c’è armonia. Non c’è ma bisogna raggiungerla. Lotto anche per questo. Ci deve essere un progetto comune, rispetto reciproco, per evitare la violenza. Prima di arrivare a Roma ero a Los Angeles e ho visitato molti Centri per l’infanzia. C’era una ragazzina di 12 anni violentata dal patrigno, che adesso ha un bambino. Molti bambini violentati da quando avevano 6 o 7 anni rimarranno traumatizzati tutta la vita. E le madri sono spesso complici». 
Lei scrive “Non ci sono animali brutti o cattivi. Sono tutti belli e necessari". Questo vale solo per gli animali, non per gli uomini? 
«Tutti siamo belli e necessari se riusciamo a riscattare la parte migliore di noi: la razionalità, l’avere sogni, utopie, cause. Per esempio, io penso sempre agli uomini che hanno torturato mia madre e si macchiarono del sangue di mio padre. Ma i loro figli non devono essere discriminati per questo sangue, devono avere l’opportunità di essere gente buona e avere una storia limpida perché non hanno colpe. Voglio portare davanti ai tribunali i torturatori, i seviziatori, gli assassini non per i miei figli o quelli delle altre vittime, ma perché paghino il debito per i loro stessi figli». 
La spiritualità. In che senso “ogni cosa ha uno spirito"? 
«La nostra è una cosmovisione. Il calendario maya stabilisce cosa fare ogni giorno dell’anno: un giorno per pagare i tributi, onorare i morti, i bambini, le mogli. La cosa più importante è che non ci riteniamo gli unici detentori della verità e i più importanti. Ci sono altri popoli, altre credenze». 
Lei descrive nella favola i presagi della guerra: le api scappano, il fiume cambia direzione. Si chiede poi, quale “gesto di bontà" potrebbe rimettere tutto a posto. Ma chi potrebbe o dovrebbe farlo? 
«Quando si vuole fermare il male si può farlo. Tutti parlano di globalizzazione del pianeta. Ma perché non globalizzare anche la lotta per i diritti umani e le condanne di quei governi che violentano le popolazioni e la natura. Non c’è una vera globalizzazione. Il giorno in cui ci sarà, ognuno di noi dovrebbe soffrire e sentire vergogna per le violenze che accadono in una qualunque altra parte del mondo. Nei paesi del Sud del mondo, le contraddizioni si stanno riacutizzando: più bambini per strada, più persone senza lavoro e che cercano fuori dai propri confini la possibilità di una vita più degna». 
Quindi il suo sogno d’infanzia è il sogno per il futuro? 
«Assolutamente sì. E’ un appello alla coscienza umana, un’invocazione. Rivolta a tutti, specie a quelli che hanno il potere di decidere». 

Il Messaggero
11 Dicembre 2000 


Tutti i benefici dell'integrazione degli immigrati 

Il messaggio è di quelli inequivocabili: "la moschea, qui non la faranno, a costo di smontarla di notte, mattone per mattone; a costo di fare di nuovo le crociate". Lanciato in quei di Lodi in una manifestazione della Lega, viene immediatamente raccolto altrove. I giornali narrano di una petizione promossa a Venezia, "per negare qualsiasi forma di collaborazione e autorizzazione per l'insediamento di moschee nel Comune di Venezia". Come si vede, non è la destinazione di denaro pubblico alla costruzione di moschee ad essere messa in discussione, né l'utilizzo di spazi pubblici, quanto il principio stesso della libertà di culto. E' una vera e propria dichiarazione di guerra al mondo islamico, in un momento in cui, peraltro, gli animi di quella parte dell'umanità sono purtroppo già sin troppo accesi. Segue proclami come quelli dell'arcivescovo di Bologna, Giacomo Biffi, che ha chiesto di fare entrare in Italia solo immigrati di fede cattolica. Ma sono parole molto più pesanti, perché non vengono da un segmento del clero, relativamente isolato, bensì dall'interno di uno schieramento che si candida a governare l'Italia dopo le prossime elezioni. Meglio allora fermarsi un attimo a ragionare, prima di perdere il controllo delle parole.

Ad altri il compito di giudicare la moralità (meglio, la liceità) di questi richiami all'intolleranza religiosa e le loro derive razziste. Importante qui ragionare sui costi economici di questo modo di cavalcare le legittime preoccupazioni degli italiani di fronte ai problemi posti dall'immigrazione. Nel crudo linguaggio degli economisti, l'immigrazione
è un investimento di medio lungo-periodo. Secondo le stime dell'Accademia delle Scienze americane, un immigrato porta un beneficio netto alle casse dello Stato che lo ospita di circa 80.000 dollari (circa 180 milioni), anche se a breve costa di più di quanto versi al fisco. I costi sono quelli legati all'utilizzo di strutture pubbliche (scuole, ospedali, strade, parchi, eccetera) e all'accesso al Welfare. I benefici quelli derivanti dal pagamento delle tasse. Con le crociate rischiamo di far lievitare i costi di breve periodo, allontanando la data in cui i benefici si faranno sentire. Eccone i motivi. Ne vengono in mente ben sei.

Primo, si sta dichiarando guerra a una fetta consistente dell'attuale popolazione italiana. Gli immigrati registrati nelle anagrafi comunali (dunque senza contare l'immigrazione clandestina) raggiungono già oggi circa il 2% dei residenti e la maggioranza di questi proviene da paesi di fede islamica. Le proiezioni demografiche indicano per i prossimi decenni la continuazione di flussi migratori in prevalenza provenienti dai paesi africani. Soprattutto questi immigrati tendono a localizzarsi nei luoghi dove, a quanto pare, ci si appresta a combattere le crociate. Ad esempio, il 55% dei centro-africani e il 40 per cento dei maghrebini lavorano in Lombardia o in Veneto. In sintesi, meglio non soffiare troppo sul fuoco perché la guerra santa può scoppiare proprio sotto casa nostra.

Secondo, l'immigrazione in provenienza da questi Paesi è quella più giovane: ad esempio meno del 10% degli immigrati africani ha più di 40 anni, contro quasi il 30% dei lavoratori in provenienza dal centro-est Europa. Più giovani in età lavorativa arrivano, meglio è perché non hanno famiglie a carico, hanno più tempo di integrarsi, trovare un lavoro corrispondente alle loro professionalità e dunque versare contributi sociali più alti e più a lungo.

Terzo non vi è evidenza empirica di forme di spiazzamento di manodopera italiana da parte di manodopera straniera. Le ricerche condotte in Italia (tra cui un recente lavoro di Alessandra Venturini e Claudia Villosio) indicano, al più, qualche maggiore difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro per i giovani in cerca di primo impiego, ma si tratta di effetti del tutto marginali e riscontrati solo durante le fasi recessive dei primi anni 90. Semmai, collocandosi nelle regioni che hanno raggiunto condizioni di pieno impiego, gli immigrati contribuiscono a "raffreddare" il mercato del lavoro, a ridurre le pressioni inflazionistiche. Al Nord-Est vi sono vistose carenze di manodopera. La guerra santa può innescare spirali salari-prezzi e indurre delocalizzazioni di imprese in Paesi a basso costo del lavoro.

Quarto, per tutti questi motivi gli italiani non temono tanto la competizione occupazionale degli immigrati, quanto i problemi di ordine pubblico associati all'immigrazione. Le indagini della Fondazione Nord Est ci dicono che il 46 per cento degli intervistati è preoccupato per la sicurezza delle persone contro meno del 30 per cento in tutti gli altri Paesi dell'Unione. Questa associazione fra immigrazione e problemi di ordine pubblico è fondata su dati obiettivi circa la presenza straniera nella criminalità: circa un quarto degli imputati per traffico di stupefacenti, un quinto degli imputati per furto, e poco meno di un sesto degli imputati per rapina e violenza carnale sono stranieri. Ma la repressione del culto e il razzismo non sono certo d'aiuto nel reprimere questa criminalità. Al contrario, si innesca un circuito vizioso di criminalizzazione e auto-criminalizzazione, documentato da molti studi sociologici, come quello che ha portato le seconde o terze generazioni di nord-africani in Francia negli anni 80 a ghettizzarsi nelle periferie urbane in reazione ad episodi di discriminazione. La ghettizzazione, peraltro, impedisce a un Paese di trarre vantaggio dall'immigrazione perché riduce la mobilità sociale di generazioni successive di immigrati.

Quinto, sembra esservi una forte relazione fra, da una parte, intolleranza razziale e religiosa e, dall'altra, impiego irregolare di stranieri. Spesso coloro che predicano l'intolleranza razziale sono gli stessi che assumono irregolarmente gli immigrati. Molta l'evidenza anedottica di questo tipo nel mondo dei cantieri della nuova Berlino. Ma il circolo vizioso opera anche dal lato dell'offerta di lavoro: un recente studio dell'Ocse (Combating the Illegal Employment of Foreign Workers) suggerisce che il lavoro irregolare può essere combattuto con una certa efficacia solo spezzando la collusione fra datore di lavoro e prestatore d'opera nel non pagare i contributi sociali. Il patto proposto all'immigrato deve essere del tipo: "se paghi le tasse e accetti le nostre regole, avrai gli stessi diritti degli altri".

Sesto, le guerre sante non servono certo come deterrente nei confronti dell'immigrazione dei disperati. I curdi hanno certo trascorsi più inquietanti delle manifestazioni di Lodi. Semmai, i proclami contro le moschee riducono gli afflussi dei segmenti più qualificati dell'immigrazione, quelli che si vorrebbe attrarre per rimediare alle vistose carenze del nostro sistema educativo nel formare le professionalità necessarie nella nuova economia. Se il tecnico pakistano aveva bisogno di ragioni per andare a lavorare negli Stati Uniti anziché in Italia, la guerra santa gliene ha date di convincenti.

Insomma, questa guerra santa non serve certo a ridurre i costi di breve periodo dell'immigrazione, ma è destinata solo a creare sfaceli.

Tito Boeri
Il Sole 24ore
Martedì 17 Ottobre 2000 


"Quei cortei non ci fanno paura :l'Italia vera è un'altra cosa" 

Parla Abdel Hamid Al Shaari, presidente dell'istituto culturale islamico di Milano

di CONCITA DE GREGORIO 

ROMA - Abdel Hamid Al Shaari è nato in Libia 52 anni fa, da 33 vive tra Pavia e Milano. E' cittadino italiano. Dirige una cooperativa, è presidente dell'istituto culturale islamico di Milano. 
La marcia su Lodi di Lega, Fiamma e Forza Italia la spaventa?
"Erano trecento persone, e i cittadini di Lodi le hanno ignorate. Bossi provoca. E' in crisi politica e sta cercando un avversario. Non fa paura a nessuno. Noi non risponderemo certo a intolleranza con intolleranza. La Costituzione italiana garantisce il nostro culto. Siamo tranquilli".
In che senso dice che Bossi è in crisi politica?
"E' in declino. Un tempo faceva adunate oceaniche, ora raccoglie al massimo trecento persone. E' stato inglobato da Forza Italia e ha bisogno di farsi riconoscere, di trovare un nemico per strillare più forte. Aveva cominciato con la crociata contro l'immigrazione, voleva prendere le impronte dei piedi, si ricorda? Poi Confindustria deve avergli detto: guarda che abbiamo bisogno della manodopera straniera. Allora si è concentrato sui musulmani".
Lei non crede che faccia leva su un sentimento diffuso?
"No. Il popolo italiano è tollerante nei confronti delle differenze religiose".
Qui si mescola la questione religiosa con il tema dell'immigrazione, però. Lei vive a Milano, avverte intolleranza verso la vostra comunità?
"Non grave, no. Secondo me la Lega non ha neppure tra i suoi stessi militanti il seguito che vuol far credere".
Fini dice che il diritto di culto è inalienabile.
"Fini è una persona intelligente, e temo che Bossi possa costituire un problema per lui. In Italia ci sono centomila persone di religione islamica: cittadini italiani. Poi ci sono circa 700 mila altri immigrati, e molti di loro sono in regola. E' una realtà che non si cancella".
Cosa pensa del fatto che anche Forza Italia abbia preso parte alla manifestazione?
"Qualche retrogrado intollerante c'è anche in Forza Italia. D' altra parte, raccolgono anche una parte di eredità democristiana. E nella ex Dc c'era tanta gente che la pensava come il cardinale Biffi".
Neppure l'atteggiamento di Biffi la spaventa?
"Guardi, gli italiani sono migliori di certi loro rappresentanti. Noi viviamo tra la gente, e lo sappiamo. La convivenza non è né facile né difficile: è un fatto. Abbiamo molti amici e qualche nemico, come tutti. Siamo italiani. Né Biffi né Bossi ci fanno paura".

La Repubblica
16 ottobre 2000


Grazie, Livia!

"SUGLI IMMIGRATI NON CONDIVIDO":Livia Turco risponde al card. Biffi

TREVISO -"Continuo a considerare le affermazioni del card. Biffi non condivisibili dal punto di vista di uno Stato laico e democratico".Così Livia Turco replica alle affermazioni del card. Biffi sull'immigrazione. "Pensare che nel 2000 si possa eludere la fatica del dialogo tra le religioni significa ingannare gli italiani",dice il ministro, aggiungendo:"Confrontarci con religioni diverse un compito democratico, quindi lo Stato deve fare la sua parte"
(ANSA)


L’odissea degli emigranti fra i tagliatori di teste

Il viaggio di 263 trevigiani truffati nel 1880: la terra promessa era l’isola della morte


DAL NOSTRO INVIATO 
NEW ITALY (Australia) - Non sono bastati centoventi anni e centoventi raccolti di banane e centoventi tagli della canna da zucchero e centoventi messe di suffragio, a cicatrizzare la ferita di «Cea Venessia», piccola Venezia, il paesino fondato in Australia dagli sventurati protagonisti della più incredibile, spaventosa e tragica odissea che mai una comunità di emigranti italiani abbia vissuto. 
Il tempo ha stravolto i nomi dei Piero diventati Pit e dei Bepi diventati Joe. Ha eroso la lingua degli avi al punto che le nipoti del vecchio Nico Spinazè non sanno una parola d’italiano e né se il loro cognome abbia l’accento o meno. Ha donato agli eredi quella prosperità che aiuta a lenire il dolore. Ma vi basterebbe assistere alla solenne messa di Natale nella chiesa di Lismore, tra Sydney e Brisbane, sulle colline della costa orientale australiana, per capire come il ricordo straziante della spedizione verso il «Paradiso Fantasma» sia rimasto intatto. 
Erano in 263 quel 4 aprile 1880 in cui si misero in viaggio, da Conegliano, Sacile e altri paesi di quella Pedemontana veneta che oggi è tra le aree più ricche del mondo e allora era svuotata dalla emorragia del Nordest, evacuato nei quarant’anni a cavallo del secolo fino alla prima guerra mondiale, da tre milioni e 230 mila persone. Contadini che lasciavano terre dove tre persone su quattro (come rivelò l’Inchiesta Agraria del 1879) avevano un reddito inferiore alle 100 lire annue con cui non arrivavano a comprare mezzo chilo di pane al giorno, case dove la troppa polenta chiazzava le facce con la pellagra, allevamenti di bachi da seta devastati da epidemie assassine. 
Inseguivano un sogno: «Una casa di quattro stanze, costruita in legno, mattoni o pietra, secondo le località, e venti ettari di buona terra», pari a 40 campi trevisani. E con 40 campi, come avrebbe spiegato Girolamo Tomè alla fine dell’odissea, quando fu interrogato da un funzionario di polizia australiano, «uno diventa un signore e non ha più paura di niente». Un sogno assurdo. Una trappola tesa dal marchese Charles du Breil de Rays, erede di una famiglia di Finistère travolta dalla rivoluzione francese. Un personaggio dai folti mustacchi e dal vistoso papillon che un secolo dopo sarebbe diventato il protagonista di un romanzo di Stanislao Nievo («Le isole del paradiso») e di numerosi saggi, primi fra tutti «Il piccolo Veneto d’Australia» di Ulderico Bernardi (nel libro «A catàr fortuna»), «Coloni per caso» di Gabriella Dondi e «New Italy» di Floriano Volpato, un veronese emigrato a Lismore mezzo secolo fa ed entusiasta promotore del museo che oggi raccoglie le foto e le lettere e le cesoie da vigna di quei poveretti, a ricordo di quella che fu «Cea Venessia». Ribattezzata appunto, a causa della brutale assimilazione anglofona perseguita dagli australiani, «Little Italy». Avventuriero, megalomane, animato da uno spirito salgariano, Charles du Breil de Rays le aveva provate tutte, prima di buttarsi in quell’avventura. Aveva tentato la sorte partecipando alla conquista del Far West americano, dando vita a un commercio di arachidi in Senegal, avviando fallimentari affari in Madagascar e in Indocina. Finché, letto il rapporto di un navigatore francese che aveva toccato le coste di quella che allora si chiamava Nuova Irlanda, nell’oceano oltre la Nuova Guinea, descrivendole come «terre di buon clima, di belle baie e di brezze gentili», non s’era incaponito su un progetto: fondare a New Trewland la Libera Colonia di Port Breton. Capitale della Nouvelle France. Una patria «libera e cattolica» dalla quale avrebbe governato quale presidente dell’Oceania. 
Dato vita a un giornale per supportare l’iniziativa, raccolti un po’ di collaboratori, pubblicata una inserzione sul Petit Journal per trovare finanziatori non interessati a emigrare («Terre a 5 franchi l’ettaro. Fortuna rapida e sicura senza lasciare il proprio paese»), stampate 400 mila copie di un manifesto da affiggere in tutta Europa che descriveva il clima nella colonia «uguale a quello della Francia meridionale», il marchese aveva quindi cominciato a batter l’Europa per tenere conferenze, spiegare che laggiù si facevano «due raccolti l’anno» e dare interviste: «Chi vorrà emigrare colà sarà al sicuro da ogni affanno e conoscerà infine che cosa sia il lavoro nella pace e nella fede». 
«Siete pazzi!», disse il console italiano ai nostri quando, dopo un lunghissimo trasferimento, arrivarono a Barcellona per l’imbarco. E spiegò loro che delle prime due spedizioni non si era più saputo niente e che il marchese, costretto a lasciare la Francia, era un probabile truffatore. Ma i nostri non vollero sentire ragioni: «Abbiamo pagato, non ci resta niente a casa, vogliamo partire». Salparono il 9 di luglio, su un veliero a vapore di nome «India». Direzione: Suez. Sulla nave, scrive Volpato, «il calore era insopportabile, nei cameroni zeppi di gente non c’era ventilazione, il cibo era non commestibile». 
All’arrivo a Porto Said, dieci giorni dopo, il medico di bordo ha già registrato il primo morto: Lucia Roder, 28 anni. Nella discesa lungo il canale muore il piccolo Giovanni Nardi, di un anno. Ma la strage deve ancora cominciare. La nave, poco più che una carretta del mare quale quelle che oggi vanno alla deriva nel Mediterraneo, si ferma per un guasto ad Aden. Due settimane di sosta. Nel caldo spaventoso, tra dissenterie, vomiti, pulci, zecche, infezioni di ogni genere, si spengono i bambini: Giovanna Antonioli di 6 mesi, Genoveffa Martinuzzi, Agata Roder, Francesco Mellarè e Carlo Tomè di un anno e il piccolo Lodovico Lorenzini, che era nato a bordo 17 giorni prima. Altri due piccini, Nicodemo Bertolo e Cristina Roder, muoiono lungo la rotta per Singapore. 
Decimati dai lutti, ridotti a poveri scheletri, minati nel morale, i superstiti arrivano finalmente ad avvistare il loro «paradiso» l’11 ottobre. Un colpo al cuore: le strade, le casette, la chiesa, la locanda dove avrebbero dovuto dormire durante la costruzione delle cascine non sono mai esistite. E non ci sono campi né ruscelli né il dolce clima provenzale: solo una striscia di sabbia e il muro della giungla. Appare un genovese miracolosamente sopravvissuto alle prime spedizioni. Dice di chiamarsi Boero e racconta che il suo gruppo, falciato lungo il viaggio dai lutti, è stato assaltato allo sbarco dai tagliatori di teste. Tutti i suoi compagni sono stati uccisi, decapitati, mangiati. Lui si è salvato perché, impazzito dalla paura, è stato colto da una crisi isterica. I cannibali non avevano mai visto nulla di simile. E l’avevano lasciato vivere. 
Ci provarono lo stesso, i nostri, a creare una colonia. Dissodarono pezzi di terreno impossibili da dissodare e mangiarono i cibi più immangiabili. Per quattro mesi riuscirono a resistere. Uccisi dalle malattie, dalle infezioni, dalla fame... Quarantotto croci, piantarono: tre morti alla settimana. Finché, dopo avere inutilmente implorato il comandante dell’«India» di ripartire, si decisero a impossessarsi della nave. Direzione: la Nuova Caledonia. Quando arrivarono in Australia, dove sarebbero stati costretti a una assimilazione durissima (ogni famiglia venne divisa e sparpagliata in luoghi diversi perché tutti imparassero subito l’inglese) e dove un anno dopo si sarebbero ritrovati tutti insieme per fondare «Cea Venessia», erano rimasti in meno di 200. Della loro spaventosa storia ci restano il museo di Little Italy con l’osteria, i racconti dei discendenti, le fotografie sbiadite e la cronaca dell’arrivo a Sydney l’8 aprile 1881, un anno e 4 giorni dopo la partenza, pubblicata dal Sydney Morning Herald . Una cronaca che, quando oggi ci troviamo davanti un clandestino che puzza di miseria, vale la pena di rileggere: «Tra i ponti della nave, che è un rottame, varie donne giacciono moribonde, divorate dalla febbre. Due di esse sono giovanissime, tra i diciotto e i venti anni. Una mi ha mostrato un bimbo in fasce che era un piccolo scheletro vivente, sul punto di irrigidirsi nella morte. (...) La morte falcia ogni giorno questi sventurati. (...) Una donna abbandonata su un giaciglio infestato da cimici e da pulci...». 

Gian Antonio Stella 

Corriere della Sera
24.12.2000


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