Gli Italiani

 

Dio lo vuole! Molinari: per il voto agli immigrati Dahrendorf:grazie agli immigrati  Le leggi della forza e della miseria
Tariq Ramadan: una rivoluzione silenziosa

Muhamad Arkoun: l'Islam nello spazio mediterraneo

Rigoberta Menchù Quando emigravamo: tagliatori di teste
La paura dell'altro Ma gli immigrati servono l'Italia vera è un'altra Grazie, Livia!
GLI ITALIANI 

Basterebbe che ogni italiano, in una di quelle domande rivolte alla propria coscienza che neppure il fascismo può impedirgli di porsi, si chiedesse di che razza è, da dove viene il colore dei suoi occhi o della sua pelle, perché l’ "antica purezza del sangue" proclamata dal Ministro della Cultura Popolare prenda un aspetto assurdo. Abitante di grandi porti che sono comunità viventi di tutte le genti, contadino di quelle campagne del sud, da cui tanti sono partiti emigranti per il mondo per tornare africanizzati, americanizzati, europeizzati, abitanti di quelle isole che sono state fecondate dalle più diverse civiltà, e percorse dai pirati di tutte le coste, lavoratore di quel nord d’Italia che da tanti secoli è uno di quei centri in cui l’Europa si è riconosciuta nella sua multiforme varietà, tutti gli italiani portano in se stessi le tracce delle "razze" dei quattro punti cardinali.

(1938, in "Giustizia e Libertà")

F.Venturi, La Lotta per la libertà, Torino 1996, Einaudi, pag.123

Dio lo vuole

di ALESSANDRO ROBECCHI 

E così, un allegro manipolo del Klu Klux Klan veronese è andato a randellare il professore islamico negli studi di una tivù. Lo ha fatto per difendere «l'occidente e la cristianità», rivendicando il gesto e menandone vanto. Al contrario di quel che accade nei film con Gene Hackman, l'Fbi non c'era, e pure la Digos è arrivata in ritardo. Il drappello di camicie brune ha vendicato a suo modo l'atterramento alla prima ripresa del professor Carlo Pelanda, steso qualche giorno fa durante un dibattito con lo stesso professore islamico, dopo che lui stesso aveva cominciato a menare le mani. Pure lui rivendicando il gesto e menandone vanto. E pure lui - e te pareva - a nome dell'occidente. E' quella che si chiama un'escalation: prima un cazzotto, poi una rissa, poi un'aggressione organizzata, una spedizione punitiva e le bastonate. Sempre naturalmente a nome e per conto e in difesa dell'occidente.

Forse non è il caso di stupirsi, visto che in nome dell'occidente si stanno caricando tonnellate di bombe su navi e aeroplani che poi ci sorvolano armati fino ai denti. Suppongo che sia in nome dell'occidente che il ministro Martino ce lo dice due giorni dopo, quasi en passant. Lo dico da occidentale, sia chiaro: ma l'idea che l'occidente sia difeso dal professor Pelanda, dai nazisti veronesi e dai caccia americani con il permesso di sorvolo del ministro Martino dovrebbe essere notizia inquietante per tutti. E del resto con sempre maggior virulenza (e inarrivabili punte di assurdità) l'intellighenzia fascio-berlusconica insiste e batte su quel tasto. 

Le prediche lisergiche di Baget Bozzo sono un esempio lampante di questa sindrome da crociata, per cui bisogna con una mano difendere l'occidente, con l'altra mano la cristianità, sempre però anche attenti che i comunisti non ti prendano alle spalle e che i no global non ti facciano lo sgambetto.

Sempre in strenua difesa dell'occidente, Ferrara (su un settimanale del presidente del Consiglio) giura tolleranza zero nei confronti di chi non vuole la santa guerra. Per lo stesso motivo Guarini (sul giornale del fratello del presidente del Consiglio) denuncia il neopacifismo come nemico dell'occidente, in un bizzarro ragionamento che parte da Stalin e finisce su Picasso. 

In questa situazione di cieca propaganda per i valori cristiani e occidentali, Umberto Bossi e i suoi mullah locali buttano la benzina di argomenti come la difesa della razza. E i nazisti di Forza Nuova il peso politico delle squadracce pronte a menare le mani. L'Occidente non pare messo in buone mani. Né qui, se lo difendono Gentilini e i nazi, né dall'altra parte dell'oceano, dove lo difende un gruppo di petrolieri texani e affaristi che ha vinto alla lotteria della Florida un mandato presidenziale

Forse è troppo dietrologico pensare che i cazzotti menati dal professor Pelanda siano parte dell'ingranaggio propagandistico planetario che vuole acuire lo scontro. Certo che ci si inseriscono alla perfezione, come un costante, progressivo, inesorabile alzare i toni, estremizzare, mostrare i muscoli. E le squadracce fasciste servono invece a far capire che aria tira, che non si scherza.

Il famoso occidente per cui si polemizza e ci si azzuffa rischia di essere una stanzetta del pentagono, o una faccenda di crocefissi nelle scuole, o di permessi di soggiorno: un concetto sacro a cui appigliarsi nei momenti del bisogno. Chi (nel suo grande) per bombardare l'Iraq; chi (nel suo piccolo) per criminalizzare l'immigrazione. 

E così la stragrande maggioranza degli occidentali deve sentirsi ogni giorno il sermoncino sull'occidente assediato, avvilito e offeso, da difendere con le unghie e coi denti anche se, guardandosi intorno, non ha esattamente questa sensazione. Eppure, sempre di propaganda si tratta: la scazzottata del professore è passata in tivù decine di volte, ghiotto boccone che coniuga le comiche con la santa difesa dei valori occidentali. Poi se arrivano i picchiatori, non c'è da stupirsi. 

ALESSANDRO ROBECCHI

Il manifesto 
domenica 12 gennaio 2003


Il voto agli immigrati: riconoscimento di un diritto come forma di integrazione

di Luca Molinari

Oltre il 60% dei bolognesi è favorevole al riconoscimento del diritto di voto agli immigrati extracomunitari residenti in città da anni per le elezioni amministrative. Il dato, emerso da una recente ricerca del Censis, indica come sia ormai impossibile rinviare ancora un atto necessario: non si tratterà solo del riconoscimento di un diritto di cittadinanza fondamentale come quello del voto, ma di un provvedimento necessario per favorirne l'integrazione e preservare il nostro (già fragile) sistema politico da scossoni e fratture che potrebbero travolgerlo qualora il voto agli extracomunitari venisse concesso solo tra alcuni decenni. Che prima o poi ciò avvenga sta scritto nella naturale evoluzione della storia: uomini e donne che vivono, magari da generazioni in un determinato stato e che pagano regolarmente le tasse finiscono per lottare per poter decidere attraverso il voto le sorti di quello che è diventato la loro Patria. Così fu per gli operai autoctoni a cavallo del XIX e XX secolo, così sarà da qui a venti anni per gli stranieri extracomunitari. L'ineluttabilità di questo percorso storico ci invita ad affrontarlo al meglio. Oggi, secondo i dati ufficiali (questure, enti locali, Caritas, ecc. …) gli stranieri regolari e stanziali in Italia sono il 3% del totale della popolazione italiana e rappresenterebbero poco più del 2/2,5% dell'intero corpo elettorale. Ma il dato, a fronte dei sempre maggiori arrivi e regolarizzazioni dovute alla richiesta di manodopera a basso costo, è destinato ad aumentare. Far accedere al voto chi già ne avrebbe diritto oggi e poi gradualmente chi arriverà e ne avrà i requisiti nei prossimi anni è un modo saggio e funzionale per affrontare in modo razionale e costruttivo la questione e dare soddisfazione ad un diritto fondamentale come quello del voto. Così facendo i neo elettori si spalmerebbero sul quadro politico esistente evitando la nascita di partiti etnici o religiosi che per storia e definizione finiscono per essere portatori di interessi solo parziali. Se si rinviasse l'estensione del voto ai nuovi cittadini si sarebbe costretti a concederlo poi in blocco a centinaia di migliaia, forse milioni, di persone fra pochi anni: ma allora ci troveremmo di fronte a quelle forze politiche particolaristiche e etniche di cui sopra. Con grandi difficoltà sia per il quadro politico già esistente, sia per i nuovi elettori che avrebbero maggiori difficoltà a far sentire le proprie ragioni se rappresentati da partiti etnico-religiosi frammentati, in competizione fra loro e guardati con distanza e sfiducia dalle forze politiche "italiane". Con il rischio di una reazione inversa e contraria come la nascita (o il rafforzamento poiché partiti del genere già esistono) di formazioni nazionalistiche-razziste italiane che chiamano a raccolta la popolazione autoctona in una sorta di scontro di civiltà per arginare gli stranieri. La storia stessa conferma questa tesi: la Gran Bretagna, madre di tutte le democrazie, cominciò già nella seconda metà dell'800 a far votare operai che collocarono nel sistema politico; i paesi continentali europei, tra cui l'Italia, aspettarono quasi un secolo fino alla I Guerra Mondiale e quando mancanza fu concesso il suffragio universale (maschile) ciò comportò scossoni e traumi frutto di preparazione delle masse, soprattutto quelle medie urbane (nazionaliste) e quelle rurale egemonizzate dalla Chiesa e dalle tendenza clericali. Un clima di paura e di incertezza che contribuì non poco ad aprire le porte alla dittatura fascista, illiberale e antidemocratica. La via della gradualità e della reciproca conoscenza è, senza dubbio la migliore, anche se le parti conservatrici del quadro politico si oppongono temendo la perdita di una meglio non identificata "identità nazionale" italiana, dimostrando così di non conoscere la differenza, liberaldemocratica e illuminista tra nazionalità e cittadinanza. Alla nazionalità spettano tutti quei requisiti legate al luogo di nascita o di origine dei genitori: la lingua, il credo religioso, le abitudini culinarie, il modo di essere e di pensare: la cambia nel corso degli anni e delle generazioni e più cittadinanze convivono all'interno degli stessi Stati perché nulla ha a che fare con i diritti politici e civili, ma appartiene alla sfera del personale della propria vita. Invece la cittadinanza è un requisito che si acquista vivendo, lavorando e pagando le tasse in un determinato Stato e in un determinato periodo della propria vita: ad essa appartengono diritti e doveri stabiliti dalla legge tra cui, appunto quello di voto. 

27 dicembre 2002 


Perché dobbiamo dire grazie agli immigrati

di RALF DAHRENDORF


STRANAMENTE quest'anno in campagna elettorale uno dei temi più sentiti, l´immigrazione, è stato o ignorato o esasperato, questo sia in Francia che in Germania, in Olanda come in Svezia. Sembra quasi che i partiti tradizionali rispettino un patto silenzioso a minimizzare la portata del fenomeno. A quanto pare è prevalsa la tendenza ad escludere dal dibattito questo tema così delicato, come se fosse meglio non usare il clima di esaltazione della consapevolezza politica creato dalle elezioni per discutere i problemi seri. Di conseguenza i partiti minori si sono gettati nella mischia con slogan che vogliono il paese "invaso" dagli immigrati e proclamano la necessità di mantenere "pure" le nazioni. Come rimproverare agli elettori di guardare con sospetto al silenzio dei partiti di maggioranza oppure di farsi ingannare dalla furia degli estremisti?
È ora – anzi, è già tardi – che coloro che credono in un discorso politico liberale e illuminato facciano valere le proprie ragioni. È il caso di ricordare alcune semplici verità sulle migrazioni e trarne le dovute conseguenze. Ecco cinque di queste verità, o almeno cinque spunti di discussione.

Primo, emigrare non è un gioco. Di norma la gente non lascia la sua casa per capriccio o per smania di avventura. In genere emigra per sfuggire a condizioni disperate, come fecero molti europei partiti nel XIX e XX secolo di solito alla volta dell´America. Sia che la scelta di emigrare risponda a motivi di oppressione politica o di indigenza, è importante rendersi conto che il prezzo che questa gente è pronta a pagare è alto e la spinta a partire forte.

Secondo, l´immigrazione è un grande complimento ai paesi scelti dai migranti come destinazione finale. Dove andare dovendo partire? La risposta non è di solito la Cina o qualche paese africano, né lo è ormai più gran parte dell´America Latina. I paesi che attirano i migranti come calamite in genere sono ricchi e liberi. Il Canada è stato il sogno di molti, ma anche i paesi europei, che dovrebbero andar fieri di questo magnetismo, come per molto tempo hanno fatto gli Usa.

Terzo, è fuorviante pensare ad un´immigrazione contingentata, mirata a coprire posti vacanti nell´high-tech o altri settori. Accaparrarsi un paio di informatici indiani non è un motivo valido per concedere permessi di soggiorno permanenti, se non altro perché questo tipo di immigrati è probabilmente destinato a restare un´esigua minoranza. I paesi ricchi al giorno d´oggi hanno bisogno di immigrati per occupare posti di lavoro che Adair Turner, nel suo saggio Just Capital, definisce "ad alto contatto". La gente nei paesi ricchi non ne vuole più sapere di sporcarsi le mani. Dal lavoro nelle cucine dei ristoranti all´assistenza agli anziani, dalla raccolta del cotone al lavoro nei cantieri, gli individui dei paesi ricchi vogliono consumare servizi che non intendono più fornire in prima persona. Forse non sarà un atteggiamento nobile aspettarsi che siano gli immigrati a fare questi "lavori sporchi", ma per loro rappresentano l´opportunità di salire di un gradino sulla scala della speranza contribuendo al funzionamento delle economie e delle società avanzate.
Quarto, nessuno ha finora analizzato fino in fondo le implicazioni dei cambiamenti sociali e demografici in corso, ma è un dato di fatto che senza gli immigrati i paesi sviluppati non potranno affrontare i costi del Welfare State. Non è una cosa gradevole da dire. Usare i migranti per soddisfare i bisogni della popolazione locale, senza però permettere loro di aver parte dei benefici è un discorso che non alletta moralmente. Deve esserci il modo di mitigare il risultato, ma senza l´immigrazione le prestazioni sociali in tutta Europa sono destinate a subire tagli pesanti nell´arco di una generazione.
Quinto, l´immigrazione può essere considerata sia alla stregua di un passo verso la piena integrazione dei migranti, sia come una fase di transizione nelle vite di questi individui. Bisogna aprire ai migranti entrambe le possibilità, ma la seconda merita molta attenzione. Gli italiani (e in seguito i turchi) emigrati nel nord Europa e poi tornati in patria con un capitale sufficiente ad avviare una piccola attività sono stati portatori di un doppio contributo, a sostegno dei paesi ospiti e di quelli di origine. Il fatto che si possano verificare delle inversioni di tendenza nei flussi migratori fa ben sperare. Il Portogallo e soprattutto l´Irlanda ne sono ottimi esempi. Per più di un secolo l´Irlanda è stata paese di emigrazione per eccellenza, oggi è talmente prospera da attrarre a sua volta immigrati, persino dalla Gran Bretagna. Non è l´unica via d´uscita, l´integrazione degli immigrati nel paese ospite ha più senso, ma è auspicabile contribuire a creare condizioni sostenibili nei paesi problematici con l´aiuto di una generazione di emigrati che inizialmente trasferisca risorse per poi rientrare. Sono molte le conseguenze che derivano da queste cinque semplici verità sull´immigrazione, non da ultimo un dibattito più razionale. Visto dalla prospettiva di queste verità l´allargamento ad est dell´Ue ad esempio è altamente auspicabile non "benché", ma "perché" forse porterà ad una migrazione dai nuovi Stati membri ai vecchi. Così sarà possibile creare altri "portogalli" e "irlande" e insieme mantenere il benessere di regioni già prospere.
Traduzione di Emilia Benghi
Copyright Project Syndicate and Institute for Human Sciences


Le leggi della forza e della miseria

di Michele Ainis


E’ accaduto un’altra volta, e non sarà l’ultima, purtroppo. Una carretta del mare con un centinaio di clandestini a bordo fa naufragio al largo delle coste siciliane, ne annegano 14, fra cui almeno un minore. Dopo di che si recita il copione già andato in scena troppe volte, dai 300 risucchiati in mare fra Malta e la Sicilia durante la notte di Natale del 1996, ai 40 morti l’8 giugno scorso nelle acque pugliesi di Castro Marina: la polizia cattura gli scafisti, il magistrato interroga i sopravvissuti, il ministro dell'Interno invia una task force per fronteggiare l'emergenza. 
Emergenza? Ma la pressione degli extracomunitari alle nostre frontiere è ormai la norma, è cronaca quotidiana. E del resto già nel marzo di quest’anno il governo ha varato un decreto che dichiara lo stato d’emergenza per l’immigrazione su tutto il territorio nazionale. Quattro mesi dopo le Camere hanno battezzato la legge Bossi-Fini, che ha reso la vita assai più dura a chi non ha in tasca il nostro stesso passaporto. Per esempio ponendo limiti drastici ai ricongiungimenti familiari.

Comminando l’arresto per chi dia lavoro a un extracomunitario irregolare. Introducendo il reato d’immigrazione clandestina, nonostante le carceri italiane siano già sature, e sature in larga parte di stranieri (un terzo del totale). Rafforzando i poteri della Marina militare. Riducendo la durata del permesso di soggiorno (da 5 a 2 anni), e soprattutto legandolo alla condizione che l’immigrato abbia un contratto di lavoro in tasca: insomma se t’assumo entri, e se poi domani ti licenzio, al tempo stesso t’avrò espulso dall'Italia.

Intanto per quest'anno il tetto massimo di extracomunitari ammessi è stato stabilito in meno di 40 mila; l'anno scorso erano il doppio. Ma non è sufficiente vietare l’immigrazione con tutti i crismi della legge, per allontanarla come un cattivo sogno. E del resto se per realizzare i nostri desideri bastasse stamparli dentro un codice, saremmo tutti ricchi, giovani, felici.

Loro, poi, i diseredati della terra, è alquanto dubbio che consultino la nostra Gazzetta Ufficiale prima di mettersi per mare. Sicché almeno una lezione quest'ultima tristissima vicenda dovrebbe avercela impartita: smettiamola di gonfiare i muscoli, di porre limiti e divieti che la realtà dei fatti butta poi giù come birilli, e cominciamo a ragionarci sopra. Con la testa, e anche col cuore.

La Stampa
16 settembre 2002

La paura dell'altro

L'anno appena trascorso lascia un'impronta da Paese impaurito per la criminalità predatoria e per i flussi di immigrazione; un Paese in cui la reazione emotiva trascende la realtà dei fatti nei confronti di problemi che pure esistono e che vanno risolti. Il 76,9% degli italiani è convinto che nell'ultimo anno i reati siano aumentati; mentre il numero complessivo di reati denunciati è stazionario o addirittura in calo (-2,2% tra il 1998 ed il 1999). Quanto all'immigrazione, il 74,9% degli italiani dichiara che esiste una correlazione diretta tra presenza di immigrati e crescita di criminalità e l'80,4% ritiene che il numero di immigrati presenti nel nostro paese sia troppo elevato. Al contrario, gli stranieri che vivono in Italia continuano ad essere assai meno che negli altri paesi europei (tav. 3).

Diversi fattori possono essere chiamati in causa per motivare la genesi di un'insicurezza che si traduce nella paura dell'altro.

In primo luogo, la crescente sfiducia dei cittadini nei confronti dell'amministrazione della giustizia e dell'impegno delle istituzioni preposte ad elaborare gli strumenti normativi, regolatori ed organizzativi per la salvaguardia della sicurezza: solo il 10,7% degli italiani ritiene che la giustizia sia amministrata in modo giusto. Vi è la consapevolezza che la stragrande maggioranza dei reati minori rimanga impunita. 

In secondo luogo, occorre tenere conto del ruolo dei media nell'alimentare le paure che attraversano sempre più di frequente l'opinione pubblica. Dalle nostre indagini si ricava che il 66,2% degli italiani si forma un'opinione sulla criminalità guardando la televisione e il 21,9% leggendo i giornali (tav. 4). In terzo luogo, la paura cresce di pari passo con l'aumento della criminalità predatoria che è quella che interessa più da vicino i cittadini determinando una violazione della privacy ed un'aggressione alla sfera personale o domestica. 

Infine, la paura cresce perché gli italiani si sentono più soli e sempre meno rappresentati: a seguito delle trasformazioni politiche e sociali degli anni scorsi sono entrati in crisi i grandi luoghi di ritrovo e di identificazione collettiva (i partiti politici, i sindacati, le fabbriche) che funzionavano anche come spazi di rassicurazione sociale, senza essere sostituiti da nessun'altra forma di aggregazione; la solitudine è ben espressa da quel 42,3% di italiani che dichiara di non sentirsi rappresentato da nessuno.

In questa situazione, la paura del diverso risponde ad un duplice bisogno: quello di creare "nemici" che, in quanto esterni da noi, ci consentono di ricostruire il nostro senso di identità collettiva; e quello di rinserrarci sempre di più in noi stessi evitando il confronto.

Dal Rapporto annuale del Censis - anno 2000
www.censis.it

ISLAM: UNA RIVOLUZIONE SILENZIOSA IN EUROPA 

intervista a  TARIQ RAMADAN

Tariq Ramadan è il degno erede di suo nonno, Hassan al-Banna, fondatore nel 1928 del movimento dei Fratelli musulmani in Egitto, assassinato nel 1949. Dalla Svizzera, dov'è nato e tuttora vive, lancia questo suo messaggio di riconciliazione fra l'islam e la modernità.

Umanista, credente e molto militante. Tariq Ramadan, filosofo ed islamologo - insegna a Ginevra e Friburgo - è uno di quei nuovi intellettuali musulmani che rifiutano con forza gli arcaismi e cercano di pensare l'islam diversamente: una fede fondata su valori universali, coniugata con una cittadinanza attiva. Cosa che esige, più che un'integrazione, un "radicamento" nel più profondo del proprio essere. È ancora più complicato, si dirà. Lui però ci crede. Questo è un estratto di una lunga intervista rilasciata in occasione della presentazione del suo ultimo libro - Peut-on vivre avec l'islam? Le choc de la religion musulmane e des sociétés laïques et chrétiennes (Favre, Lausanne, 1999, 239 pp.) - scritto a quattro mani con Jacques Neirynck.

Recentemente, durante un seminario all'Università Rudgers, negli Stati Uniti, Lei ha parlato di un'autentica rivoluzione silenziosa che si sta realizzando nelle comunità musulmane europee. Che cosa intende con esattezza? Qualcosa di fondamentale sta cambiando nelle comunità musulmane in Europa. Fino ad oggi, sono state caratterizzate da una certa freddezza, dovuta a ragioni storiche. La loro presenza sul Vecchio Continente è recente, 62 anni appena, e i primi immigrati nordafricani, turchi o pakistani, d'origine modesta, cercavano soprattutto dei luoghi dove potersi rifugiare, senza partecipare eccessivamente alla società ospitante. Per anni, hanno creduto di rimanere in Europa soltanto per un po'. Io stesso, che sono nato e cresciuto in Svizzera e non ho mai conosciuto l'Egitto dei miei genitori, per molto tempo mi sono detto: "Un giorno, tornerò.". Da una quindicina d'anni, gli immigrati di seconda e terza generazione hanno acquisito un atteggiamento del tutto diverso: si sentono a casa loro in Europa. Si considerano svizzeri, francesi, britannici, pur essendo di confessione musulmana. Dicono apertamente: "Non siamo colpevoli di nulla, abbiamo diritti e doveri, siamo cittadini come gli altri".

Tuttavia, si dice che l'integrazione non sta procedendo come si vorrebbe. Si deve considerarla a diversi livelli. Sul piano sociale, l'integrazione sta procedendo ovunque in Europa. Ma ha bisogno di compiersi anche sul piano legale: un musulmano rispetta delle regole, dei rituali che talvolta si scontrano con la legislazione del paese. Bisogna studiarli caso per caso, perché gli obblighi e le possibili contraddizioni non hanno la medesima importanza: pratica religiosa, macellazione rituale, abbigliamento, ecc. I musulmani europei devono anche promuovere una lettura corretta delle loro fonti, e per far questo c'è bisogno di tempo. Esiste inoltre un'integrazione culturale. Abbiamo cioè bisogno di inventare una cultura islamica europea, che dica sostanzialmente: "Resta fedele alla tua etica e ai tuoi principi, ma accetta la sensibilità e il gusto europei". Questo non significa rompere con la cultura dei nostri genitori; al contrario, significa tendere a fare nostre le produzioni artistiche occidentali che sono in accordo con la nostra etica di vita e contribuire noi stessi al loro arricchimento. Bisogna infine andare più lontano ancora, rispetto all'ultimo livello di integrazione, quello dell'intimità.

In altre parole? Avere un cuore che si senta bene là dov'è, in pace con l'ambiente circostante, mantenendo il legame con la propria fede. La vera integrazione è un radicamento che si vive nella profondità dell'essere. Nei miei viaggi, vedo spesso delle integrazioni apparenti che nascondono delle disintegrazioni profonde: gente lacerata, esseri squilibrati nella formazione della propria personalità. La violenza delle periferie non è soltanto il risultato del disequilibrio socio-economico, della disoccupazione, dell'esclusione. Rivela anche un disturbo dell'identità. Il progetto di costruire una società multiculturale - che è quello dei paesi europei - esige un'integrazione molto profonda, che non si ferma alla cittadinanza.

Bisogna però che la società sia pronta. L'immagine dei musulmani in Occidente è cattiva. Siamo un po' nella condizione degli ebrei nel passato, sempre sospetti. Ci si interroga sulle nostre origini e sulle nostre intenzioni, e non veniamo considerati dei cittadini a tutti gli effetti. Se vi chiamate Ahmed, siete evidentemente sfavoriti nel trovare una casa o un'occupazione. Di recente ho visto sulla carta d'identità di una giovane francese di confessione musulmana la scritta: "Segni particolari: musulmana praticante". Bisogna lottare contro queste devianze e contro un certo razzismo nascosto. Nella storia d'Europa, ci sono stati momenti di grande scambio fra le due culture, ad esempio in Andalusia, ma si sono poi persi in una specie di amnesia collettiva. Si ha spesso la tendenza, in Occidente, a conservare solamente la memoria dei conflitti, e a giustificare le idee ricevute. Era assolutamente normale, all'inizio dell'immigrazione, che i musulmani si ripiegassero su loro stessi: vivendo in esilio, uno cerca sempre di proteggersi. Alcuni francesi hanno interpretato questo ripiegamento come la prova che l'islam non possa coniugarsi con la laicità e la democrazia. È assurdo! Il riconoscimento del pluralismo e la scelta da parte del popolo dei suoi rappresentanti sono inscritti nel pensiero musulmano. Affinché questo si sappia, bisogna promuovere in Francia (ma anche nel resto d'Europa, ndr) un'educazione, una formazione: una società pluralista esige che vengano rivisti i programmi scolastici e che vengano valorizzate le diverse memorie ed origini che compongono la realtà sociale.

I francesi si schierano con forza contro la costituzione di comunità etniche, senza però vedere che esiste un altro tipo di comunità, pure molto reale: quella degli esclusi, musulmani e non.


Ci sono comunque diverse interpretazioni del Corano. Esistono chiaramente delle letture tradizionaliste dell'islam. Non si può rimproverare ad un francese il fatto di interrogarsi sull'islam, quando vede sul piccolo schermo cosa stanno facendo i talibani in Afghanistan. Ma la maggior parte dei musulmani in Europa, come negli Stati Uniti, segue una via riformista, che rivendica come principio base il pluralismo democratico. Per costoro, il testo e la pratica religiosa non sono incompatibili con la via moderna. In Spagna, in Svezia, nei Paesi Bassi, ovunque vada, un numero crescente di quadri di associazioni musulmane fa lo stesso discorso: "È la nostra Europa! È la nostra terra, il nostro luogo di vita!". Stranamente la Francia, che agli occhi dei musulmani è apparso il paese più resistente alla loro integrazione, è in Europa il più avanzato. Perché c'è stato un dibattito: qui la comunità musulmana è numerosa (fra i 4 e i 5 milioni di persone); e il sistema francese di integrazione individuale è valido sul piano sociale e linguistico.

Ciò che fa paura ai francesi è l'idea dei ghetti all'americana. E a ragione. I francesi si schierano con forza contro la costituzione di comunità etniche, senza però vedere che esiste un altro tipo di comunità, pure molto reale: quella degli esclusi, musulmani e non. Detto questo, bisogna rifiutare con determinazione la mentalità del ghetto del tipo "fra noi, per noi". A Bradford, in Inghilterra, ho conosciuto dei musulmani di terza generazione che parlano tuttora malissimo l'inglese. Si pensava che il modello di integrazione anglosassone preservasse la lingua, le tradizioni. Ci si rende conto che implica la rinuncia a dei diritti e crea una nuova prigione. Ora numerose associazioni musulmane britanniche vogliono uscirne. Cercano dei valori universali da condividere, una fraternità umana da incoraggiare... Capiscono che vivere fra simili può certo contribuire ad evitare dei conflitti, ma anche che così ci si impoverisce.

Non voglio essere meno musulmano per essere più europeo. Voglio poter coniugare pienamente le due cose.

A suo avviso si può avere una storia, una pratica musulmana e sentirsi profondamente svizzeri o italiani? Ci sono e ci saranno sempre dei conflitti. È bene che ci siano, ma bisogna viverli come una sfida alla ricchezza della nostra umanità. Il pluralismo culturale non si costruisce su una coesistenza semplicemente pacifica ed amorfa. Non si può comprendere ed accettare tutto dell'altro, di ciò che è o che crede. Tuttavia bisogna rispettarlo! Da pari a pari. Bisogna anche sviluppare delle relazioni attive e feconde con gli attori sociali e politici delle società europee. C'è bisogno di spiritualità, di fiducia, di tempo e di perseveranza. Non voglio essere meno musulmano per essere più europeo. Voglio poter coniugare pienamente le due cose.



PENSARE L'ISLAM NELLO SPAZIO MEDITERRANEO. 

intervista a MUHAMAD ARKOUN

Dopo lo storico M. Talbi e il filosofo T. Ramadan, interpelliamo una terza voce riguardo al rinnovamento in atto nel mondo musulmano europeo. Si tratta di M. Arkoun, docente di Storia del pensiero islamico alla Terza Università di Parigi.

Una vera rivoluzione silenziosa si sta producendo nelle comunità musulmane in Europa. È in corso, cioè, un rinnovamento del pensiero islamico. E i musulmani residenti in Francia, in Italia, in Gran Bretagna, ecc. giocheranno un ruolo di primo piano all'interno di questo". Ecco che cosa sosteneva, in un'intervista recentemente pubblicata da MO (6/2000), il filosofo ginevrino ed imam Tariq Ramadan. Ma le cose stanno davvero così? Lo abbiamo chiesto a Muhamad Arkoun, da oltre trent'anni docente di Storia del pensiero islamico alla Terza Università di Parigi. Il suo punto di vista è appunto quello di storico, non di credente. Dunque, il discorso qui si sviluppa diversamente. S'allarga fino ad addentrarsi in considerazioni sullo spazio mediterraneo, sul futuro dell'Unione Europea. Questa è la prima puntata.

Sono un insegnante. E un insegnante deve descrivere oggettivamente ai suoi allievi o al suo pubblico le realtà di fronte alle quali ci troviamo oggi, sia sul fronte musulmano che europeo. È per questo che il mio modo di accostarmi alla questione che Lei ha posta, è un po' diverso da quello di Tariq Ramadan. Costui si mette, come molti musulmani credenti, all'interno della fede. E cerca di dare delle risposte a partire da lì. La fede musulmana tradizionale dice che il Corano è la parola di Dio - cosa che già pone molti problemi nei confronti di altre religioni, ugualmente convinte di aver ricevuto la parola di Dio. Mentre io non posso dire come musulmano che la parola di Dio sta nel Corano. Perché non posso ignorare che anche i cristiani oppure gli ebrei parlano di parola di Dio e di rivelazione. È un fatto di storia e di sociologia religiosa. Mi si pongono, di conseguenza, due importanti questioni. In primo luogo, quella di una teologia della rivelazione e secondariamente quella di un'antropologia religiosa: oggi, non possiamo infatti più accontentarci di teologie elaborate nel Medio Evo, sulle quali i musulmani, gli ebrei, i cristiani, vivono tuttora. In questo dibattito, intervengo quindi in qualità di storico delle religioni e, in particolare, del pensiero islamico.

Fatto questo preambolo, che cosa è successo nel corso della storia, da quando l'islam è emerso in Arabia, in un contesto nel quale il giudaismo e il cristianesimo occupavano già il posto di ciò che noi chiamiamo la rivelazione, la profezia, le scritture sacre, con tutte le teologie che ne derivano? I credenti non si pongono questa domanda. Domanda di una storia comparata della rivelazione, in quanto fatto storico e culturale. Essi introducono la loro visione della rivelazione e proseguono sulla propria strada, come hanno sempre fatto dal Medio Evo in avanti. Oggi, alla fine del XX secolo, non si può più proseguire in questo modo. Perché le scienze sociali che hanno studiato le religioni, hanno risolto un certo numero di problemi non trascurabili dai credenti. Non possiamo più ignorare le scoperte della biologia, i progressi della medicina. Mentre per quanto riguarda la religione, gli uni e gli altri accettiamo di parlare della fede con il vocabolario e gli schemi mentali ereditati dal Medio Evo. Come se l'antropologia e la sociologia religiose non esistessero, come se la linguistica moderna che si occupa dell'analisi del discorso religioso, non ci fosse. E questo non è possibile.

A partire da qui, quale sarà la posizione e l'esito dell'islam in Europa? Ebbene, l'islam dovrà necessariamente seguire il destino del cristianesimo, da quando questo si è confrontato con la modernità. Subirà dunque una sempre maggiore secolarizzazione. E questa laicizzazione sfocerà sia in una disaffezione nei confronti della fede religiosa - come esiste una decristianizzazione all'interno del cristianesimo - sia in una continuazione della fede religiosa staccata dalla realtà scientifica moderna. Ciò è poco probabile che avvenga in Europa, mentre lo è di più nei paesi musulmani. In Europa prevarrà la secolarizzazione tramite la conoscenza scientifica, e non solamente tramite la vita quotidiana che ci impongono ormai l'economia e la tecnologia moderne. Di conseguenza, c'è un avvenire inesorabile della fede religiosa, al quale i musulmani potranno sempre meno resistere. È per questo che essi si attaccano ad un'espressione rituale, e non intellettuale, dell'islam. Perché l'espressione rituale protegge la religione, a differenza di quel che fanno invece le scienze sociali ed umane. Ma se i musulmani continueranno a vivere l'islam semplicemente all'interno dei riti, tralasciando la sfera intellettuale, correranno il rischio di ghettizzarlo. Tale rischio esiste anche per il giudaismo, che si trova in una condizione molto simile.

E cioè? Il giudaismo è un supporto politico per Israele, non solamente una religione. Ecco perché la condizione attuale del cristianesimo è diversa da quella del giudaismo e dell'islam. Anche l'islam è infatti un punto d'appiglio politico. Cosa che impedisce un'evoluzione in profondità della teologia musulmana e di quella ebraica. Dunque, il momento storico che sta vivendo l'islam e il giudaismo da un lato, e il cristianesimo dall'altro, è differente. Per questa ragione, Giovanni Paolo II può giuocare un ruolo che viene presentato come un magistero spirituale, scevro da preoccupazioni riguardanti le ripercussioni politiche. Tuttavia, anche nel cristianesimo si pongono dei problemi per un rinnovamento della teologia, che integri le scienze sociali: il cristianesimo non sfugge a questa necessità. Il papa s'appella ad una "rievangelizzazione" del mondo che non potrà però andare in profondità, se non sarà accompagnata da una rivoluzione del pensiero teologico cristiano. Quindi, il movimento generale delle religioni in Europa è la risposta che le religioni danno o daranno ai problemi posti dall'evoluzione scientifica, dalle scoperte della biologia sul corpo umano e sulle condizioni psicologiche dell'evoluzione del soggetto umano in relazione con queste nuove scoperte. Vediamo chiaramente che la nostra concezione della sessualità, della persona umana - così come l'avevamo imparata nelle teologie classiche - è sconvolta dalle spiegazioni della biologia. Tutto ciò va integrato in una nuova teologia. Di conseguenza, le tre religioni monoteiste si trovano di fronte alla stessa sfida. La sfida della modernità, alla quale l'islam non potrà sfuggire. Bisogna aggiungere poi un'altra cosa. È cioè che l'islam non si può ridurre ai 10 o 15 milioni di musulmani emigrati in Europa.

L'Unione Europea dovrà assolutamente imparare ad ascoltare le sue diverse anime: dei cristiani, dei musulmani, dei buddisti, ecc. E ad ascoltarle non in chiave esotica o turistico-culturale.


Intende dire che va considerato nel suo insieme? Precisamente. Come una forza storica e politica che si estende al mondo intero, simile per certi versi al cristianesimo. Quest'ultimo sta cercando nuove vocazioni soprattutto in Africa, per accrescere le proprie fila. Dunque le tre religioni - viste a livello mondiale - hanno dei destini storici differenti. L'islam e il cristianesimo sono universali, nel senso che si trovano ovunque. Ma giocano dei ruoli diversi, a causa della loro storia. Oggi, il peso principale che influenza l'evoluzione dell'islam, è quello della domanda politica. Molto più del peso della domanda scientifica e culturale. Mentre sul cristianesimo l'influenza della domanda politica ha sicuramente una funzione minore. E il fatto che sull'islam pesi moltissimo la questione politica in tutto il mondo - dall'Indonesia al Marocco, dall'Asia centrale al Sud Africa - crea una situazione in cui siamo ancora lontanissimi da un sistema educativo moderno, da una società moderna, da un'economia moderna. Qui ci sono dei bisogni così consistenti, che l'islam rischia di giocare ancora per molto tempo il ruolo di leva politica. Leva che allontana il pensiero islamico dal suo obiettivo principale: e cioè la costruzione spirituale della religione, e il rafforzamento dell'esperienza del divino, che è la funzione prima di ciascuna religione. Ecco, dunque, una serie di difficoltà che mostrano quanto sia problematica l'evoluzione dell'islam.

Lo spazio mediterraneo, in cui nascono fra conflitti le tre grandi religioni e il pensiero greco e romano, deve essere ripensato storicamente, abbandonando ogni pretesa egemonica di un pensiero sull'altro.


In tutta Europa, le grandi istituzioni musulmane sono finanziate dall'Arabia Saudita, dal Marocco, ecc. La moschea di Parigi, ad esempio, è la voce dell'Algeria. Ramadan raccomanda: "Interrompete la vostra relazione di dipendenza finanziaria con il paese d'origine e sviluppate delle associazioni musulmane indipendenti (che oltretutto già esistono), una cultura dell'indipendenza". È d'accordo? Sì. I musulmani dovrebbero acquisire una loro indipendenza nei confronti dei loro paesi d'origine, per quanto riguarda la gestione dello spazio religioso in Europa; in primo luogo, delle moschee. Queste devono essere create autonomamente e secondo le norme vigenti in Europa circa la politica del culto, che è appunto libero e viene garantito dalle Costituzioni democratiche di tutti i paesi dell'Unione. Ciò significa che la gestione delle moschee deve essere autosufficiente, cosicché la vita religiosa musulmana diventi un'esistenza spirituale e culturale indipendente dalla politica. È un bisogno fondamentale. Finché i musulmani non avranno compreso questo, ritarderanno la liberazione dell'islam, della sfera spirituale da quella politica. Perché se i paesi d'origine continuano a sorvegliare su ciò che accade nelle moschee in Europa, è perché vogliono esercitare una pressione politica, come succede nei paesi musulmani. Quindi, l'islam europeo rischia di soffrire di una deriva politica, come soffre di una deriva politica nei paesi musulmani.

L'islam, ora, sta facendo la propria rivoluzione esattamente come il cristianesimo, sta affrontando le sfide della modernità. È in questa prospettiva che occorre guardare all'islam e non fermarsi alle sue manifestazioni attuali.

Lei ritiene che si possa avere una pratica e una storia musulmane e sentirsi profondamente italiani o francesi? Sì, se l'islam diventa un'esperienza religiosa del divino. Allora, è una questione interiore e non più pubblica. E dunque se ci si troverà in Italia, si vivrà secondo le regole della cittadinanza italiana, beneficiando di questo spazio; e poi, quando ci si troverà all'interno della propria comunità o famiglia, ci si esprimerà in quanto musulmani. Non c'è alcun tipo di contraddizione tra le due cose. Ma affinché l'islam conquisti questa libertà, deve elaborare una nuova teologia della rivelazione e della legge religiosa. Questo è un punto estremamente importante perché, ad esempio, ci sono musulmani che reclamano l'applicazione della Sharia (legge islamica, ndr) nello spazio europeo. Ho sentito che recentemente in Italia, a Torino, c'è stata una manifestazione di musulmani/e per ottenere la possibilità di utilizzare foto di volti velati sulle carte d'identità. Si pone quindi un problema di conflitto tra le regole della cittadinanza e quelle di una fede religiosa. L'esempio citato mostra che bisogna ripensare la nozione di legge religiosa. Prendiamo i cristiani: continuano ad obbedire al diritto canonico, che viene applicato dalla chiesa (ad esempio, per il matrimonio e il divorzio), ma la loro è una fede privata. Chi lo desidera, lo applica nella propria famiglia; tuttavia non lo impone in uno spazio pubblico, plurale, di cittadinanza comune, dove ci sono anche dei buddisti, degli atei, ecc. Gente che deve potersi incontrare qui. Dunque l'islam deve conquistare questo spazio religioso privato, così da potersi poi posizionare in uno spazio di cittadinanza plurale, rispettoso delle altre comunità culturali ed etniche. Ciò richiede un'evoluzione, uno studio. Ma questo studio, purtroppo, ancora non si fa nelle scuole musulmane o nelle università. Soprattutto in Europa, manca. Non abbiamo insegnamenti di storia e di diritto musulmani, che dimostrino che sia possibile separare la legge musulmana dall'attuale concezione religiosa dei credenti. Qui sta il dovere delle autorità politiche europee di creare dei programmi di insegnamento, che affrontino la questione delle religioni: è infatti un problema che vale per tutti. Bisogna educare il cittadino moderno a fare questa distinzione tra uno spazio di cittadinanza plurale - dal punto di vista delle religioni, delle culture, delle etnie - e uno spazio di espressione religiosa privata.

A cura di ALESSANDRA GARUSI


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