Alla fine è sembrato quasi un pallino personale: Ruffolo ad insistere su un progetto ed un programma per la sinistra, gli altri, segretario in testa, a rispondere in termini di immagine e di cartapesta. Noi stiamo con Giorgio e con chi pensa che la politica sia una cosa seria. 

CONFERENZA PROGRAMMATICA

Roma, 15 dicembre 2000

Relazione di Giorgio Ruffolo

Questa Conferenza è la prima tappa del percorso che abbiamo intrapreso a Torino con l'approvazione del Progetto Sinistra 2000.

Ricordiamo: quel progetto non è un'utopia, l'immagine rotonda e conchiusa di una società ideale e atemporale, ma una prospettiva aperta: la prospettiva del viaggiatore, che muta lungo il cammino.

Società investite da una corrente continua e intensa di cambiamento hanno bisogno nel tempo stesso di mutare valutazioni e giudizi: ma anche di inserire continuamente le loro azioni in una prospettiva nella quale tenere fermi principi e valori.

Per questo abbiamo convenuto di aggiornare a scadenza annuale questo nostro lavoro progettuale. E di farlo affrontando ogni volta non l'insieme dei problemi, ma temi specifici che emergono non da un piano astratto, ma dalla evoluzione concreta della realtà.

La prima scadenza è questa. Essa cade in un momento particolarmente critico della congiuntura politica.

E' evidente l'esigenza di collegare la nostra Conferenza alla severissima prova elettorale cui il nostro partito è chiamato, nell'ambito dell'Alleanza dell'Ulivo.

Alle elezioni questa Alleanza si presenterà con il suo programma.

Abbiamo ovviamente tenuto conto di questa esigenza. E pertanto, senza venir meno al disegno di Torino, abbiamo inteso contribuire al programma dell'Ulivo in due modi. Anzitutto, approfondendo in un testo  (l'Italia nella società della conoscenza: buona occupazione, qualità dello sviluppo, equità sociale) uno dei temi dell'evoluzione sociale più impegnativi per un'azione di governo di largo respiro. Inoltre, sintetizzando in un manifesto un identikit programmatico sintetico, un'immagine di una Italia desiderabile e possibile che l'Alleanza di centro-sinistra possa proporre agli elettori come un suo impegno e come base di un nuovo patto sociale.

Poche parole sull'uno e sull'altro esercizio. Sul primo  si soffermeranno soprattutto Giorgio Tonini e Laura Pennacchi nei loro interventi.

Molta retorica è stata spesa sulla società della conoscenza o del sapere o, più riduttivamente, della informazione. Troppa nebbia mediatica rischia di offuscare un concetto semplice. Con una brutta ma efficace parola un economista, già molto tempo fa, diceva che il processo produttivo moderno è destinato sempre più a "cefalizzarsi", ad usare le macchine invisibili del pensiero (come Waddington diceva, gli strumenti per pensare) - modelli, algoritmi, calcoli - insomma, le macchine pensanti, anziché le macchine pesanti. E' evidente che l'esplosione dell'elettronica e dell'informatica ha impresso a questo processo un'accelerazione vertiginosa.

Ma non si tratta solo di grandi innovazioni tecnologiche, che comportano un formidabile progresso quantitativo della potenza comunicativa. Si tratta di una trasformazione dell’organizzazione produttiva, dal modello pesante fordista, che impegnava molti uomini a produrre poche cose standardizzate in una lunga serie di operazioni specializzate, a un modello flessibile in cui pochi uomini fanno molte cose diverse comprimendo le operazioni in tempi minimi. Questa trasformazione investe le forme e l’accumulazione del capitale. Investe la natura e la struttura del lavoro. Investe i rapporti di forza tra il capitale e il lavoro. Essa costituisce l’aspetto temporale (l’accelerazione del tempo) di quella più vasta rivoluzione capitalistica, l’altro aspetto della quale - complementare a questo -  è rappresentato dalla globalizzazione: dalla dilatazione dello spazio.

Questa rivoluzione capitalistica, che ha origine nella crisi degli anni settanta, la crisi del compromesso socialdemocratico e dei suoi sistemi di regolazione - quello internazionale di Bretton Woods, quello nazionale keynesiano, quello sociale del Welfare State - racchiude un potenziale drammatico e ambiguo, di liberazione e di servitù. Essa suscita entusiasmi acritici e paure regressive, perché contiene una promessa di liberazione – il lavoro umano sottratto agli automatismi alienanti della catena di montaggio e arricchito dall’intelligenza e dall’autonomia delle scelte – e una nuovissima minaccia di disgregazione sociale, costituita da nuove forme di diseguaglianza, di privilegio, di esclusione. E’ un fatto incontestabile che oggi le minacce prevalgono sulle promesse, determinando una sfida per la democrazia: la sfida della mercatizzazione della società.

La crisi dei sistemi di regolazione costruiti nel dopoguerra non si è risolta infatti in nuovi sistemi di regolazione – di governance, come è diventato obbligatorio dire oggi – ma semplicemente in deregolazioni: degli scambi, dei capitali, del lavoro. E la deregolazione è diventata una ideologia. L’ideologia della nuova destra. Il nuovo credo liberista.

La sinistra, dovrebbe essere evidente, non può mettersi di traverso a questa rivoluzione, senza negare la sua essenza, di forza politica di progresso. Non può ridursi a sfasciare rabbiosamente vetrine e a incendiare auto in sosta, precipitando nella società della disconoscenza e nella rivoluzione del teppismo. Ma non può neppure negarsi prosternandosi di fronte al mito della mercatizzazione come modernizzazione, e della modernizzazione come nuovismo che poi consiste nel tornare indietro, compiacendosi in uno scimmiottamento patetico dell’efficientismo manageriale.

La sinistra deve guardare dritto negli occhi questo fenomeno, del riemergere drammatico delle diseguaglianze, presentato dai profeti della mondializzazione come imprescindibile costo di una mutazione che sta iscritta negli astri – come dice uno dei suoi più entusiastici sicofanti: il fenomeno lacerante per cui le convergenze degli anni sessanta, della produzione, della produttività, dei salari, della occupazione, della spesa sociale, della distribuzione del reddito, sono diventate le divergenze degli anni novanta. Per cui la formazione di quella che fu il prodotto del dopoguerra, la poderosa classe media, un po’ filistea ma fiduciosa del futuro e aperta alla socialità, si sta dissolvendo in due direzioni opposte. Verso l’alto, con l’emergenza di nuove élites di rentiers dalle ricchezze sfacciate, che ingigantiscono mentre quelli dormono, e di tecnocrazie dai redditi favolosi, guadagnati al gioco dell’oca, nei giganteschi quiz della promozione manageriale. Verso il basso, con la ricomparsa di un proletariato di esclusi: non un proletariato marxiano delle fabbriche, ma un proletariato tardo romano delle suburre: degli emarginati, degli esclusi, dei secessionisti.  Questa diffrazione genera ansietà, incertezza, frustrazione. Genera le fughe della droga e le scorciatoie della criminalità.

No: la società della conoscenza non è un paradiso. Ma neppure l’inevitabile inferno prossimo venturo. E’ la prova drammatica cui deve confrontarsi una nuova stagione riformista, di regolazione sociale e politica. Nessuno uscirà da questa prova vittorioso se tenterà di ricostituire le regole vecchie, chiudendosi nel conservatorismo difensivo o riducendosi nella contestazione sterile. La sinistra può e deve dare una risposta costruttiva, pragmatica e programmatica: che sappia cogliere il nuovo autentico racchiuso nello sviluppo della potenza tecnologica; e che sappia declinarlo in nuove regole e in nuove istituzioni del potere politico. Che sappia, in altri termini, costruire una Nuova Politica per una Nuova Economia.

Questo è un lavoro che è insieme esaltante e modesto, artigianale. Si tratta di estrarre dalla sfida della Nuova Economia le potenzialità di progresso e di fronteggiarne i rischi. Abbiamo cercato, ponendoci concretamente nel quadro del qui e ora, del nostro tempo e del nostro paese, di contribuire a questa impresa di comprensione e di costruzione. 

E' quel che abbiamo tentato di fare, in estrema sintesi, nel testo che vi è stato presentato. Lo abbiamo fatto, in particolare, in tre campi: quello della produzione, quello del lavoro, quello della formazione.

Nel primo abbiamo messo in luce la nostra opzione, che è lo sviluppo della competitività attraverso l'innovazione molto più che attraverso la compressione dei costi.

Nel secondo abbiamo concentrato la nostra scelta sulle strategie di informazione del lavoro, piuttosto che su quelle di una sua intensificata mercificazione.

Nel terzo abbiamo posto l'accento sulla educazione permanente, come strategia di diffusione equa e continuativa della conoscenza in tutti gli strati della popolazione.

Dunque, lo sviluppo della conoscenza non è soltanto, per noi, una strategia di risposta agli imperativi della tecnica. E non è neppure soltanto una risposta a un'esigenza sia pure più ampia, di promozione della prosperità e del benessere. La conoscenza - non si dovrebbe dimenticarlo- è anche e soprattutto un fine della curiosità e del raffinamento dell'uomo. E' il monito dantesco che esprime al meglio, in forma icastica, questa suprema istanza esistenziale.

Ma il perseguimento della conoscenza, sia come risorsa, sia come ideale umano, non può prescindere dal più ampio quadro delle regole e delle istituzioni che assicurano la stabilità e la pace sociale.

Non può prescindere - in particolare - da tre esigenze che questo nostro testo richiama come ineludibili impegni dell'azione politica. E cioè: la sicurezza sociale, la sostenibilità ambientale, la legalità civile.

La prima ribadisce il principio che sta alla base delle grandi conquiste del riformismo socialista: che la protezione dei rischi della vita, della salute, dell'età, del lavoro e delle iniquità di genere e di appartenenza etnica fa parte integrante, per la sinistra, del concetto di sviluppo: non c'è sviluppo, nel senso autentico del termine, nei processi di crescita che ribadiscono  e inaspriscono condizioni gravi e persistenti di sofferenza e di iniquità.

La seconda, e cioè una condizione accettabile di sostenibilità ambientale, segna l'emergere alla coscienza sociale del nostro tempo di un nuovo imperativo etico, come risposta a una crescita  distruttiva, suicida, ecologicamente incontrollabile: imperativo che la sinistra riformista ha fatto proprio nel suo programma, armonizzando il principio umanistico della pace con la natura con quello della solidarietà sociale.

La terza esigenza, quella della certezza della garanzia delle leggi, a cominciare da quella dell'integrità e della sicurezza personale, è antica quanto l'uomo sulla terra. Ma subisce oggi una minaccia nuova e  tremenda di imbarbarimento della convivenza e del costume, in una società nella quale  la criminalità organizzata raggiunge  una potenza che sfida quella dei più grandi Stati del mondo.

Ecco. Queste sono le principali direttrici di un messaggio inteso a chiarire il senso del nostro riformismo: le grandi azioni da intraprendere per promuovere - attraverso la diffusione della conoscenza - uno sviluppo temprato dall'equità; le garanzie da offrire per preservare la coesione sociale.

 

Queste direttrici programmatiche, le abbiamo collocate nel quadro geopolitico nel quale ormai storicamente si svolge la nostra vicenda nazionale, che è quello dell’Europa. L’Europa è veramente la sfida del secolo, del nuovo secolo. Stiamo costruendo un nuovo soggetto mondiale, un nuovo protagonista della storia. Stiamo partecipando a un’impresa che, se compiuta, costituirà un miracolo dell’immaginazione politica, una vittoria della progettazione politica sull’inerzia gravitazionale del cosiddetto realismo politico: una vittoria postuma sul Principe di Metternich e sui suoi epigoni contemporanei. Una impresa davvero realistica, in senso proprio, perché costituisce la risposta appropriata, nella direzione e nella dimensione, della politica alla economia, del potere alla potenza. In essa si può compiere, in tutta la sua pienezza, il destino della nostra unità nazionale.

 

Abbiamo però sentito anche il bisogno - come dire - di "fare la punta" a questi messaggi. E cioè, di sintetizzarli in una serie di traguardi, di indicatori-obiettivo, che li rendano immediatamente riconoscibili nei risultati delle azioni che essi propongono. Questo è lo scopo dell'altro documento che vi presentiamo: il progetto di Manifesto.

Da tempo la sinistra ha rinunciato a presentarsi come messaggera di visioni chiliastiche, come portatrice di quelle ideologie salvifiche che un sociologo contemporaneo ha chiamato "metaracconti". Curiosamente, oggi, è piuttosto una certa destra a lanciarsi disinvoltamente nell'annuncio di futuri radiosi, di bengodi dispensatori miracolosi di tutto e di più.

La nostra sinistra riformista ha appreso la lezione del governo: i limiti, i costi, i nodi dell'azione politica, soprattutto quando deve affrontare la sfida del cambiamento.

Non per questo, però, ha rinunciato alla sua vocazione genetica, che è quella illuminista di migliorare la società; di renderla sempre più civile, sempre più umana. Incivilimento, civilisation: ecco una parola che bisognerebbe riabilitare in tempi di revisionismi barbarici. A quella parola solare si contrappose per qualche tempo quella di Kultur, che evocava profondità tenebrose della coscienza e della stirpe: con una vocazione alla introversione di cui troviamo oggi tracce caricaturali in certi riti giullareschi del risorgente razzismo etnico: che siano le bevute alle sorgenti del Po o gli schiaffoni sulle cosce dei danzatori bavaresi.

La sinistra, dunque, non può rinunciare al futuro senza negarsi. Alla pretesa di sceglierlo e di costruirlo. Essa è diventata ben consapevole che nessuna utopia può imprigionare il futuro, specialmente in società complesse, caratterizzate da gradi più elevati di incertezza. Ma anche che, proprio nel mondo dell'incertezza, l'unica certezza sta nella nostra volontà. A questa libera volontà deve ispirarsi l'azione politica: non ai determinismi della Tecnica o agli imperativi metaeconomici dei Mercati.

Ma questa volontà di fare deve essere comunicata con chiarezza e onestà a coloro cui chiediamo di darci il loro consenso, la loro fiducia. Non appartengono certo alla chiarezza e all'onestà gli slogan che promettono di tutto e di più. Ma neppure sono sufficienti testi programmatici, per quanto elaborati con scrupolo, come quelli che vi presentiamo. Pensiamo che una grande forza politica come la nostra, in una prova elettorale severa come quella cui ci accingiamo, debba sfidare sé stessa, impegnandosi su certi traguardi inequivocabili. I numeri sono inequivocabili: come quelli dei parametri di Maastricht che, sbeffeggiati da certi professori - i quali tra parentesi continuano imperterriti a professare - hanno avuto il merito di concentrare il fuoco dell'azione politica sul bersaglio. Mentre c'è chi "dà i numeri" in senso metaforico e funambolesco, noi proviamo, nel nostro Manifesto, a tradurre in numeri gli obiettivi del nostro programma. Non è un esercizio statistico. E' un impegno politico. Tanto più serio, in quanto è assunto da chi ha dimostrato con i fatti di assolvere i suoi impegni e di realizzare i suoi obiettivi.

Ecco. Io credo che la politica della sinistra ci guadagni molto a distinguersi da quella della destra, se gioca a carte scoperte: carte sulle quali non c'è scritto: di tutto di più, di meno, di meglio; ma quanto, quando, come, dove. Credo che abbia tutto da guadagnare in identità e credibilità, se non promette un paese di balocchi per i più  piccini sotto lo sguardo benevolo di un papà un po' stempiato; ma se s'impegna a costruire in un patto sociale con i suoi elettori, non per il  non si sa quando, ma per il 2005, al termine della prossima legislatura, un'Italia un po' migliore, di cui offre l'immagine.

Questo è ciò che la sinistra può fare. E non vedo che cosa ci sia da dire, e da fare, più di sinistra di questo. Uno storico francese, Yves  Renouard, diceva che i mercanti italiani dominarono per cinque secoli l'economia europea perché "preferivano la percussività delle cifre al vuoto lirismo delle parole". Ecco una buona occasione, per noi, di applicare una grande lezione di mercato. Dopo tutto si tratta non di cinque secoli, ma di cinque anni.

Vorrei concludere sul tema del rapporto che corre tra il progetto e il partito.

Questo nostro esercizio ha costituito, per coloro che ci si sono dedicati, un impegno intenso, serio, concreto.

Devo e voglio ringraziarli tutti.

Anche perché non sempre, diciamolo così, questo lavoro è assistito da un’attenzione partecipativa intensa dei quadri dirigenti del partito.

E questo è più che un male. E’ un errore.

Il rapporto tra partiti e programmi è stato sempre, nella sinistra, un rapporto non facile. La destra non ha bisogno di programmi, ma solo di slogan. Essa si affida a quel programma “naturalistico”  che è costituito dagli interessi e dalle emozioni.

Certo, di programmi la sinistra ne ha fatti tanti.

Una volta, quando essa viveva immersa in una cultura ideologica, quei programmi erano degli aggiornamenti dell’ideologia: dei tentativi di leggere il presente alla luce dei principi ideali e delle mète finali, per ricavarne conferme e conforti.  Erano un po’ come le messe al campo prima della battaglia.

Ora l’ideologia non c’è più. E non abbiamo bisogno di messe, almeno in questo campo. Tutto è assorbito e dominato dall’azione politica quotidiana. In questa temperie empirica i programmi rischiano di ridursi a un gesto dovuto e un po’ distratto, anche se volenteroso. Un po’ come il segno della croce che fanno certi calciatori quando entrano in campo.

Bè, questo davvero sarebbe un errore. Perché, usciti felicemente dall’armatura ideologica di un tempo, i partiti rischiano di essere esposti a una deriva nella quale l’agenda dei temi e dei tempi è dettata solo dalla congiuntura. E nella quale la dialettica politica, che dovrebbe essere animata da contrasti tra idee, rischia di decadere a conflitti posizionali.  Guelfi e ghibellini, che riflettevano in un primo tempo le due grandi ideologie del Medioevo, diventarono poi dei pretesti con l’impallidire di quelle ideologie: sicché, come dice il grande Bartolo di Sassoferrato, uno poteva essere guelfo in un luogo e ghibellino in un altro. E poi distinguersi a sua volta in guelfo bianco o nero a Firenze e a Pistoia, e a ghibellino verde o secco a Lucca e ad Arezzo. Intanto, negli altri paesi europei, per l’assillo di Machiavelli, si costruiva lo Stato moderno.

Ne è passato del tempo. E sarebbe ingiusto e ingeneroso affermare che la sinistra si occupa solo di arbusti, verdi o secchi che siano. No, la sinistra, intanto, ha una grande storia di idee nella quale può riconoscersi, senza troppe contrizioni. Inoltre, in questi ultimi anni si è misurata concretamente, e vittoriosamente, con il potere e con il governo del paese. Con saggezza, con responsabilità, con coraggio, con competenza. Ha maturato, in questa esperienza, una classe di governo moderna.

Ora si tratta, semplicemente, quel patrimonio antico, quell’esperienza recente, di investirla in una strategia progettuale di più ampia prospettiva, nella quale collocare i suoi impegni e i suoi traguardi. A questo investimento abbiamo tentato di dare un contributo.


La lunga marcia a ostacoli dal Pci ai Ds 


di Giovanna Pajetta

Provocatorio già nel titolo, quel «Pci-Pds-Ds» divenuto una delle tiritere preferite dell’estenuante campagna elettorale di Silvio Berlusconi, il libro di Bellocci, Maraffi e Segatti si propone un compito ambizioso. Ovvero rispondere alla domanda se, a undici anni dalla fatidica «svolta della Bolognina», il partito di Walter Veltroni e Massimo D’Alema sia davvero diverso da quello in cui militavano ragazzini tanti suoi dirigenti. E quanto di quel mondo sia rimasto vivo nel rapporto con l’elettorato, nella vita interna, nella stessa percezione dei quadri, i delegati ai congressi provinciali e nazionali, interrogati e minuziosamente messi sotto la lente d’ingrandimento a partire dai giorni lontani del 1990, quando ancora si chiamavano «comunisti». Alla fine delle quasi duecento pagine di analisi, dati e interviste, i tre sociologi sono però in qualche modo costretti a gettare la spugna. Il partito che sta sotto i loro occhi infatti non appare soltanto impigliato, impantanato a metà del cammino, ma vittima e portatore di un singolare paradosso. Perché in questo decennio i suoi iscritti e militanti hanno sì lavorato duro, ma solo per cambiare se stessi.

I delegati dei Ds sono diventati oggi a esempio di «centro sinistra» (come si definisce nel 2000 il 76,9%, la stessa quota che si definiva di «sinistra» nel 1990), sono più moderati e perbenisti (il 58,6% ritiene la famiglia "vero cardine della società", contro il 34,3 di un tempo) e in tanti, il 45,3%, ovvero quasi la metà, non vengono, anche per motivi generazionali, dalle fila del vecchio Pci. Ma per quanto grande, questo mutamento appare il frutto di un travaglio chiuso in se stesso, perché quadri e militanti non sono nel contempo riusciti a cambiare né il mondo attorno a loro, né il loro rapporto con questo. Come dimostra il cocciuto immobilismo dell’elettorato di sinistra, e la tragica vicenda della selezione dei quadri dirigenti.

Tra gli spunti più interessanti del libro c’è sicuramente quello che racconta come, nonostante tanti mutamenti, poco o nulla sia cambiato nel bacino elettorale del vecchio e del nuovo partito. In tredici anni infatti, dalle politiche del 1987 alle europee del 1999, ciò che la sinistra ha raccolto è sempre e solo quello che gli autori chiamano «il gruzzolo di voti Pci». Certo, la suddivisione è diversa da un tempo, ma se si sommano a esempio nel 1996, l’anno più felice, i consensi dei Ds (16,2%) e quelli di Rifondazione comunista (6,6) il risultato è impressionante: 22,8%, ovvero solo uno 0,4 in più di quel che aveva raccolto il Partito comunista italiano nell’87. Se si passa poi alla distribuzione territoriale, o ai numeri assoluti, le cose vanno ancor peggio. Perché l’astensionismo ha scavato a fondo, facendo perdere centinaia di migliaia di votanti, e il partito di Walter Veltroni è diventato molto meno «nazionale» di quello fondato da Achille Occhetto, ridotto a forza minoritaria nel Nord, arroccato nel Centro e debole, anche se in lieve ripresa, nel Sud.

Un risultato deludente e una vera sconfitta, visto che il Pds era nato proprio per rompere gli steccati che dividevano i «comunisti» dal resto della società italiana, ma in qualche modo verrebbe da dire che chi è causa del suo mal pianga se stesso. Perché se non si è riusciti a far entrare aria nuova nella propria base elettorale, tanto meno lo si è voluto fare nel corpo del partito. Nonostante siano cambiati gli iscritti, e i funzionari, un tempo potenti, si siano ridotti una manciata di centralinisti e segretari (negli anni ’80 l’apparato contava più di duemila persone, oggi sono poche centinaia), i dirigenti del «Pci-Pds-Ds» sono in gran parte davvero, come dice provocatoriamente Silvio Berlusconi, «sempre gli stessi». Seguendo una regola ovviamente non scritta infatti, ancora oggi coloro che vengono dal Pci fanno valere le loro nobili origini. Non perché siano di più, ma perché, come dicono Bellucci, Maraffi e Segatti «a dieci anni dalla sua costituzione il partito non può ancora definirsi la casa comune di tutti i suoi iscritti».

Paolo Bellucci, Marco Maraffi, Paolo Segatti «Pci, Pds, Ds», Donzelli, Roma 2000, pagg. 174, Lire 18.000.


Il Sole 24Ore
24 Dicembre 2000 


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina