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Il partito unico che sognava Amendola

UNA SINISTRA SENZA CORAGGIO

di PAOLO FRANCHI


Ragionare su Giorgio Amendola a vent'anni dalla morte, come si farà oggi nella giornata di studio promossa a Roma dalla rivista di Emanuele Macaluso Le Ragioni del socialismo , può apparire cosa destinata a interessare solo gli storici e i politici di più lungo corso: chi altri mai potrebbe indugiare ancora su un passato peggio che remoto, appassionandosi a un personaggio di prima grandezza, certo, e tuttavia così irrimediabilmente lontano? Il fatto è, però, che il passato ci ha lasciato in eredità grandi questioni irrisolte (questioni nazionali, avrebbe detto Amendola), più significative, forse, del nome da dare a una coalizione, e persino di una nuova legge elettorale. Tra queste ce n'è una, la cui mancata soluzione continua a pesare gravemente sulla sinistra e, più in generale, su tutta la democrazia italiana: in nome di antiche e nuove «anomalie», l'Italia continua ad essere l'unico Paese significativo in Europa dove non è mai esistito, e forse non esisterà mai, un grande partito socialdemocratico, una grande casa socialista in cui possano convivere le diverse anime della sinistra. Ebbene: ragionare su Giorgio Amendola, e cioè sul leader della destra comunista che, tra il '64 e il '65, lanciò sulle colonne di Rinascita la proposta di «lavorare con pazienza e tenacia alla formazione di un grande partito unico del movimento operaio, nel quale trovino il loro posto i comunisti, i socialisti e uomini come Norberto Bobbio, che rappresentano degnamente la continuazione della battaglia liberale iniziata da Piero Gobetti» (così come, per altri versi, riflettere sulle grandi speranze e le anche maggiori delusioni suscitate più o meno negli stessi anni dall'unificazione tra il Psi di Pietro Nenni e il Psdi di Giuseppe Saragat), può essere anche un modo per tornare a discutere da presso su una simile, ineludibile questione. Che molti, a sinistra, preferiscono viceversa continuare a rimuovere. Come fece il Pci di Luigi Longo negli anni Sessanta. Come fecero Achille Occhetto e il gruppo dirigente della «svolta», nel timore di finire dritti nelle fauci di Bettino Craxi. Come provò a non fare, ma alla fine concretamente fece, Massimo D'Alema con la Cosa Due.
E' giusto, s'intende, sottolineare rispettosamente e criticamente (lo ha fatto Bobbio sulla Stampa , ripubblicando un suo saggio del 1985) come l'Amendola del '64, secondo il quale tanto il comunismo quanto la socialdemocrazia avevano fallito in Occidente, somigliasse più a un antesignano della Terza Via (quella di Enrico Berlinguer, naturalmente, non quella di Anthony Giddens), e dunque a un comunista riformatore, piuttosto che a quel socialdemocratico che mai volle essere appieno. O ricordare (in giorni di appelli per la definitiva caduta di quel che resta degli «storici steccati» tra laici e cattolici) che il laicissimo Amendola aveva in gran dispetto, come e più della Dc, le diverse sinistre cattoliche, per non dire dei cattocomunisti.
Ma nessuno, crediamo, si proporrà di trasformare Giorgione in un'icona. Sarà meglio, piuttosto, chiedersi quale altro e diverso corso avrebbe potuto prendere la vicenda della sinistra e della democrazia italiana se la sua coraggiosa proposta dei lontani anni Sessanta avesse trovato, dentro e fuori il Pci, orecchie ricettive, e perché mai le cose siano andate in tutt'altra direzione. Gli uomini più lungimiranti della nostra sinistra vanno segnalando in questi giorni la necessità di porre mano alla costruzione di una moderna forza riformista, strettamente legata al socialismo europeo. Anche in tempi di politica sempre più sovrannazionale, è difficile che prenda corpo senza fare con più coraggio i conti anche con la storia del socialismo e del comunismo italiani.


Corriere della Sera
28 Giugno 2000


SULLA CRISI DEL PARTITO DEI D.S.
di Federico Coen


1. Il problema maggiore che si pone oggi ai D.S. per crescere come partito e per contribuire in modo più efficace a rafforzare la coalizione di centro-sinistra, si può definire con una formula semplice: recupero di identità.
Le ragioni che hanno impedito finora al maggior partito della sinistra italiana l'assunzione di un'identità meno evanescente sono essenzialmente due. La prima, di ordine storico, sta nel fatto che la maggior parte dei quadri dirigenti e degli stessi militanti dei D.S. proviene dal Partito Comunista, e quindi da una sconfitta storica. Questa ferita non è stata ancora sanata. La seconda ragione è di ordine più strettamente politico. Avendo assunto responsabilità di governo nell'ambito di una coalizione frammentata e litigiosa, i D.S. rischiano di annullare la propria identità in una sorta di mimetismo, che trova nella retorica dell'Ulivo la sua espressione più tipica. Ciò nella convinzione infondata che, quanto più i partiti di governo "faranno un passo indietro" - per riprendere l'espressione di Veltroni - tanto più la coalizione ne trarrà giovamento.
A nostro giudizio, è vero esattamente il contrario. Solo attraverso una franca e coraggiosa esplicitazione delle rispettive identità politiche e programmatiche è possibile giungere a una effettiva semplificazione degli schieramenti, incalzando e marginalizzando le identità fittizie e strumentali e facendo emergere quelle reali, che si riducono in buona sostanza al cristianesimo sociale, ai movimenti ambientalisti e al socialismo democratico. E' questa la via maestra per rafforzare la coalizione offrendo a ciascuno dei soggetti che hanno le carte in regola per farlo la possibilità di rivolgersi all'area di consenso politico ed elettorale loro congeniale, e ponendo fine alla diffidenza verso le tentazioni egemoniche che nel quadro di un generico ulivismo possono essere alimentate.

Il partito dei D.S., come componente principale della coalizione, ha la responsabilità maggiore di questo recupero di identità, che viene incontro del resto a un'esigenza che si fa strada anche nella cosiddetta "gamba di centro" dell'alleanza. Ma nel caso dei D.S. questa necessità è tanto più forte in quanto serve a concludere positivamente la transizione da una vicenda storica ormai conclusa, che però continua a pesare nella vita del partito.

2. Le due direttrici principali lungo le quali il partito dei D.S. dovrebbe muoversi per assolvere il compito qui indicato si possono così schematizzare:

2.1 In primo luogo è essenziale riprendere il dialogo con le altre formazioni politiche che si richiamano alla sinistra storica e ai valori che le hanno dato sostanza sul versante socialista, su quello del comunismo italiano e anche - perché no? - su quello dei movimenti ambientalisti. E' venuta l'ora di porre fine ai devastanti duelli a sinistra, che hanno lasciato sul campo soltanto morti e feriti.


2.2. In secondo luogo, occorre valorizzare al massimo la dimensione internazionale su cui deve impegnarsi più che mai una sinistra all'altezza dei tempi. Per l'appartenenza all'Internazionale socialista e al P.S.E., i D.S. hanno più di tutti le carte in regola per questa valorizzazione, che però è rimasta finora soltanto potenziale. A che serve partecipare a questi organismi se non si sviluppa al loro interno una costante sollecitazione di iniziative politiche a livello europeo e mondiale, attraverso un confronto anche critico con i partner che sono al governo in Europa? E' questa una risorsa importante da far valere come fattore di consenso anche nella prossima competizione elettorale: uno dei punti deboli del carrozzone berlusconiano, in tutte le sue componenti vecchie e nuove sta infatti nella sua estraneità agli indirizzi e agli schieramenti politici che hanno cittadinanza in Europa.

3. Il mutamento di indirizzo politico qui delineato - che si riassume nello slogan "Il partito e i partiti facciano un passo avanti e non un passo indietro" - non può configurarsi solo in termini di schieramento. Il recupero di identità dei D.S. e il dialogo da avviare con gli altri soggetti che appartengono all'area della sinistra deve essere necessariamente nutrito di concreti indirizzi programmatici.

Su questo terreno, non si tratta di partire da zero. Il Congresso di Torino ha approvato un documento - il Progetto Duemila - che non è solo una piattaforma programmatica da far valere nell'azione di governo, ma è anche e prima di tutto un documento di identità politica e culturale per una sinistra moderna. Un documento che non può essere considerato come un fiore all'occhiello da esibire nella grandi occasioni, ma deve diventare la pietra di paragone del dialogo per un rapporto preferenziale e per una possibile aggregazione con i soggetti affini dell'area di sinistra.

4. Gli indirizzi contenuti nel Progetto Duemila vanno messi a confronto con le ragioni che hanno causato gli insuccessi elettorali dell'anno scorso e di quest'anno. Lo strapotere finanziario e mediatico di Berlusconi - che non è stato contrastato in tempo utile sul piano istituzionale, come era doveroso - non basta a spiegare questi insuccessi. C'è stata anche, in sede di governo come in sede in partito, una sottovalutazione di ciò che è cambiato nella società italiana, soprattutto nelle regioni del Nord, in seguito alla crescita dell'imprenditorialità autonoma e in genere dei ceti medi produttivi, da cui proviene una domanda politica concentrata fondamentalmente sul ruolo dello Stato, che si vorrebbe al tempo stesso più incisivo - sul terreno della sicurezza, della giustizia, dei servizi pubblici - e meno oppressivo in campo fiscale, e soprattutto nei meccanismi burocratici e nell'inconcludente proliferazione legislativa.

Come soddisfare queste domande legittime senza arrendersi alle resistenze delle corporazioni professionali, e come renderle compatibili con le ragioni dei ceti esclusi dallo sviluppo economico, è il banco di prova principale delle prossime elezioni politiche. Una prova che potrà essere superata dalla coalizione di centro-sinistra soltanto con il contributo di una sinistra riformista in grado di portare fino in fondo nella coalizione il valore aggiunto dei suoi legami con l'Europa migliore.

5. C'è però anche un altro aspetto del rinnovamento più che mai necessario per superare la crisi in atto in seno ai D.S. E' l'aspetto che riguarda il recupero di un rapporto più diretto con la società, e con i movimenti che in essa spontaneamente si esprimono, da parte di un partito che in questi anni si è sostanzialmente identificato con l'esercizio del potere a tutti i livelli. Il disimpegno dalla politica attiva di tanta parte della cittadinanza e soprattutto dei giovani non è dovuto solo alla riduzione della politica a spettacolo deteriore, alimentato da Forza Italia con il consenso dei media pubblici e privati, è dovuto anche alla scarsa sensibilità della sinistra.

Quando fu varata, tra molti contraddizioni, l'operazione detta della Cosa Due, era stata sottolineata con forza la necessità di sviluppare rapporti di alleanza e azione comune, nell'osservanza delle rispettive autonomie, con movimenti e associazioni attivi nella società in aree di interesse reciproco: il volontariato, la difesa dell'ambiente, i diritti civili, la solidarietà internazionale con i popoli oppressi. Questa dimensione della politica non è stata quasi per nulla coltivata. Eppure, è anche su questo terreno del rapporto in presa diretta con la società che si misura la volontà di un partito di sinistra che non voglia limitarsi ad amministrare l'esistente.

Non possiamo rassegnarci, noi di sinistra, a fare politica a una sola dimensione. Si possono anche perdere le elezioni ma non si può e non si deve rinunciare alla propria ragion d'essere.


maggio 2000


Intervento di Mario Artali alla Direzione nazionale DS
17.3.2000

Devo confessare che sono stato incerto se intervenire nel dibattito di oggi, nel senso che alcune delle osservazioni che pur vorrei fare le proporrò, motivandole ampiamente e senza reticenze, nella direzione che seguirà al confronto elettorale, e che quindi – lontano dalle competizioni - consentirà una più franca ed esplicita discussione.

E tuttavia ad alcune questioni ritengo di dover almeno accennare oggi per due ragioni.

La prima è che non avendo, come molti dei compagni che non provengono dal pci-pds, ruolo apprezzabile nel partito, non ho molte altre possibilità, ed è quindi meglio non farsi sfuggire una occasione di dire la propria opinione.
La seconda è che provengo da una storia in cui chi non era d’accordo lo diceva, e questo aveva anche l’effetto di mantenere un collegamento con compagni – e purtroppo so che ce ne sono molti – che non si sentono a proprio agio e che, se non avvertono che le loro ragioni sono condivise ed esposte pubblicamente se ne stanno – come minimo- a casa, considerando ormai non riuscita una esperienza.

Credo quindi che anche gli altri compagni farebbero bene a parlare perché questo darebbe forse a tutti una idea un po’ più reale di come le cose stanno e di quel che sta avvenendo.

Parto dalla vicenda del referendum per l’abolizione della quota proporzionale, per dire subito che non sono convinto del valore di punto discriminante che sta assumendo nella visione di alcuni.
Dovrebbe invece risultare evidente a tutti che il maggioritario ad un turno non è una soluzione e che anzi questo sistema - con o senza quota proporzionale- aumenta non solo i partiti ma addirittura i ricatti personalistici.
Chi ha in un certo collegio 10.000 voti riesce a farsene dare tre di collegi, ed è difficile sfuggire a questo fatto rifugiandosi in quella che diventa la mitologia della politica: il punto discriminante, il punto oltre il quale c’è la svolta, la democrazia compiuta……..
Noi dobbiamo lavorare seriamente per un sistema elettorale che consenta la riduzione del numero dei partiti e la governabilità.
Non sono un tecnico di tali questioni, penso però che sia molto pericoloso seguire gli abbagli semplificatori come quelli che avverto e che hanno in sè un altro grave pericolo.
Non credo che attorno alla questione del metodo elettorale ci sia il preteso grande interesse degli italiani.
Credo abbia ragione Giuliano Amato quando dice che la politica commette un grave errore ritenendo che le proprie regole siano quelle che interessano di più ai cittadini.
Mi pare che ai cittadini interessino di più quelle questioni relative alle regole complessive di funzionamento della economia e della società su cui guarda caso non si riesce mai ad avere una attenzione forte e protratta nel tempo.
Non mi si risponda che le regole di funzionamento vengono prima perché consentono di affrontare correttamente gli altri problemi dopo, perché sono troppi anni che si da questa risposta e nulla avviene.
Una formazione politica di cultura non totalmente idealistica su questi punti avrebbe il dovere di maturare qualche più convincente riflessione.

Ma la questione di cui vorrei rapidamente parlare è un’altra, con una piccolissima appendice milanese.

E’ la questione del pluralismo culturale.
Vedi, Vitali, veniamo tutti da culture in cui oltre alle liturgie ed alle invocazioni di rito, c’erano i fatti.
Pluralismo culturale significa che compagne e compagni di provenienza diversa e di cultura diversa si confrontano e stanno negli organismi, hanno ruoli dirigenti e stanno nelle liste e nei listini e si dice il numero e si dice quanti e si dice dove. Altrimenti è una fuga dalla realtà, è una concezione del pluralismo che somiglia a quella del ventriloquo, nel senso che qualcuno fa tutte le parti ed il risultato finale non ha francamente senso comune.
Ognuno faccia la propria parte.
Tutte le nostre culture sono buone, valide, rispettabili. Hanno un limite necessario, proprio perché affondano nel tempo e nel tempo si sono stratificate. Di fronte ai problemi di oggi non hanno ricette pronte, e queste vanno cercate nel confronto, nel superamento dei recinti, nella contaminazione e qualche volta nella sintesi.
Ma vivaddio, ognuno faccia il proprio mestiere nel confronto culturale,
L’idea che gli stessi facciano contemporaneamente i socialisti liberali, i dossettiani, i gramsciani, mentre quelli che in carne ed ossa ci sono nel Partito di fatto ruolo non hanno, è il fallimento del pluralismo e con questo il fallimento di una idea forte a cui ho aderito, caro Walter, che era l’idea di farlo questo partito plurale.


L’ultima cosa che voglio accennare – e concludo- riguarda Milano.
Noi a Milano abbiamo avuto la grande fortuna di incontrare un cavaliere coraggioso, Mino Martinazzoli.
Credo che dobbiamo rivolgergli un ringraziamento forte, perché senza di lui non saremmo probabilmente neppure riusciti a fare una battaglia decorosa.
Molti di noi ricordano l’ultima battaglia elettorale per le regionali : il nostro candidato è stato Masi.
E tuttavia detto questo, anche se so che non è il momento delle valutazioni – le faremo dopo - non posso non segnalare quello che è avvenuto, noi tutti non possiamo non constatare i limiti della nostra - non di quella degli altri –azione.
Perché al coraggio di Martinazzoli non si è accompagnato un comportamento coerente.
Nel listino qualcosa si è riuscito a fare …..ma passatemi la cosa: il listino in Lombardia voi sapete cosa significa.
Ma nelle liste, no. Sono credo le più brutte che siamo mai riusciti a produrre.
Le chiusure, i settarismi, la scomparsa dei dirigenti che dovevano esercitare un ruolo, sono impressionanti.
Ciononostante la battaglia la faremo, la faremo al meglio delle nostre forze, la faremo, caro segretario del partito, però ricordandoci di una cosa: non possiamo tutte le volte dire che Milano è - come noto - il centro della cultura e della tradizione laico-socialista ma i socialisti nelle proposte del partito non ci sono mai.

Macaluso: i Ds sono un partito di cartapesta

«Definire "gruppo dirigente" il comando d’una nave che non conosce la rotta, naviga a vista e non sa nemmeno dove attraccare, è quantomeno esagerato». Il «gruppo dirigente» è quello postcomunista, adesso alle prese con lo strappo di Bassolino. L’autore d’un giudizio così impietoso è Emanuele Macaluso, che del vertice di Botteghe Oscure ha fatto parte quando il Pci era saldamente guidato da Togliatti. L’articolo è sull’ultimo numero del mensile «Le ragioni del socialismo». Lo spunto è «La casa brucia», il libro in cui Iginio Ariemma, ex strettissimo collaboratore di Achille Occhetto, ripercorre il cammino che parte dalla svolta occhettiana della Bolognina e arriva a D’Alema. Macaluso coglie l’occasione per fare un impietoso bilancio dell’ultimo decennio. Gli eredi del Pci — scrive — «si sono accapigliati sul contenitore, cioè sul partito, ma molto meno sui contenuti». Si è andati avanti «senza un disegno strategico comprensibile». Costruendo «cartelli di cartapesta, passando dal partito democratico o socialdemocratico, al superpartito dell’Ulivo». Invece, il gruppo dirigente che si costruì attorno a Togliatti aveva una linea: la via italiana al socialismo. E’ con Berlinguer, dopo la crisi politica della solidarietà nazionale (1978-79), che il Pci non ha più un suo progetto per il governo del Paese e si apre anche la crisi nel gruppo dirigente togliattiano». Natta viene estromesso da Occhetto e D’Alema allora alleati. Con Occhetto segretario, «la dialettica democratica si manifesta ancora con vivacità, grazie all’esistenza di correnti politiche organizzate apertamente». Con D’Alema «le cose cambiano in peggio». Lui «liquida ogni residua funzione dei gruppi dirigenti» e nasce «l’unanimismo attorno al segretario».


R.R.

dal "Corriere della Sera"
4.3.2000


La diaspora dei socialisti

di GINO GIUGNI


TORNA d'attualità il problema dei socialisti. Forse è tuttora un evento effimero dovuto ai fatti che si sono accumulati nelle ultime settimane. Inoltre, va rilevato che, e lo dico con tono di lieve ironia ma tutt'altro che malevolo, gli eventi in casa socialista sono sempre stati caratterizzati da un elevato tasso di litigiosità. I socialisti dovunque li poni, e parlo con riferimento a esperienza anche vissuta, si dividono, si scindono, litigano comunque. Ciò non toglie che appartengano o meglio siano appartenuti a una grande tradizione, forse la più grande della storia del secolo di ieri, e non solo italiana.
Il problema si pone in termini di forte attualità perché l'alternativa è semplice, anche forse binaria. Il mondo socialista ha un'area di sviluppo che da una parte si identifica con il repertorio quasi totalmente post-comunista (e così è, se si faccia mente locale alla composizione del gruppo dirigente) e, dall'altra parte, un'area che è tutta protesa verso ciò che è stato e che pochi uomini di buona volontà cercano di riprodurre, dimenticando l'origine litigiosa peraltro espressione di vitalità da cui provengono.
Il tentativo più consistente di reperimento congiunto di un' antica e di una più recente identità, i post-comunisti insieme ai post-socialisti, è naufragato poco meno di due anni fa a Firenze, nella Cosa Due. Ma il problema indubbiamente resta ancora attuale; è vero che i Ds hanno per così dire rubato l'area di coloro che vogliono ancora chiamarsi socialisti, ma questi, a conti fatti, si sono ridotti a pochi.
Aggiungerei che l'analisi politica sembrerebbe indicare come quella che nelle ultime ristrette tornate elettorali è identificabile come socialista vive in forte misura su un sentimento alimentato da un anticomunismo che neppure corrisponde più a un dato politico reale. In questi ultimi giorni, inoltre, questo sentimento è stato rafforzato con la memoria del passato craxismo (devo dire che vi ho appartenuto anch'io, salvo constatare verso la fine degli anni Ottanta un affievolirsi della spinta vitale: è vero che c'è stata "Mani pulite" aggravata, almeno ad opinione di chi scrive, da una volontà un po' persecutoria di una parte dei giudici).
Oggi la situazione è caratterizzata nel mondo socialista dalla coesistenza di brandelli, quasi tutti di antica origine o appartenenza. Aspirazione di questi è la realizzazione di un programma di ricomposizione della "diaspora", programma nobile di per sé ma volto al passato e la cui speranza di successo è oggi sempre più tenue. La formazione più consistente, lo Sdi, non sembra abbia forti possibilità di rimonta, se non principalmente in sedi locali prive di altra spinta che non sia, appunto, quella localistica. L'altra, ancor più volta al passato, è la nuova lega socialista nata nel grembo di Forza Italia.
Né l'una né l'altra pare che abbiano grandi prospettive, anche perché, pur costituite da alcuni leaders poco o molto rappresentativi, sembra che stiano affondando nell'antico vizio della litigiosità, questa volta priva di sbocchi, senza prospettive che non siano affidate a un destino incerto e imperscrutabile.
La terza opzione è quella più consistente e comunque più mirata al futuro, costituita dai Ds, che del mondo socialista hanno incorporato simboli, ragione sociale e anche collocazione internazionale. Quello che è mancato è un'adeguata potenza di fuoco, a seguito della quale domina l'incertezza che attiene al destino delle prossime elezioni regionali e a quelle meno imminenti ma ormai avvertite come prossime, che sono le politiche del 2001
.
Il destino dei socialisti si ripartisce dunque in tre prospettive, una, quella dotata di reale consistenza e pienamente identificata con il socialismo europeo, non può che essere coi Ds. Può avere un esito brillante e definitivo, ma v'è da chiedersi se essi riescano ad appropriarsi sufficientemente dei vantaggi legati agli aspetti più positivi del passato, e cioè all'antica storia del socialismo italiano, ossia dei due o tre partiti socialisti, e anzi più, che precedettero quello oggi estinto.
Sarebbe probabilmente l'esito più fecondo quello che collegandosi a nome e destino dei socialisti europei rimuovesse l'anomalia costituita dalla disgregazione tuttora in atto e riavviasse il percorso che, comunque si definisca, sarebbe poi quello della sinistra riformista. Non va nascosto, perlomeno all' avviso di chi scrive, che questo è un messaggio tanto positivo da rasentare l'ottimismo; il cammino da percorrere non sarà di poco conto e gli ostacoli da superare non lo saranno di meno.
Il messaggio alla fin dei conti è molto elementare. A differenza delle prospettive del socialismo europeo complessivamente considerato, quello italiano è atipico. In queste condizioni i Ds rischiano di partecipare ma non di vincere. Per superare l'atipicità vi è molto cammino da compiere e non sappiamo quanto di ciò si sia resa conto la sinistra italiana sia pure nella sua acquisita identità europea.

da "la Repubblica "
del 6.2.2000


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