Lettera aperta del Partito Comunista Italiano
ai partiti ed alle organizzazioni di massa aderenti al CLNAI

pubblicata su "La Nostra lotta" del 15 dicembre 1944, n.21-22 [qui riprodotta dagli "Annali Feltrinelli", XIII (1971), Milano 1973, pp.777-783]


Nella "lettera aperta" che l'esecutivo del Partito d'azione per l'Alta Italia ha recentemente indirizzato ai partiti aderenti al C.L.N.A.I. le necessità nuove ed i compiti urgenti, che gli sviluppi della situazione pongono di fronte al C.L.N.A.I., sono prospettati su di una linea rispondente a quella che il nostro partito ,da tempo ha propugnato e propugna nella sua azione politica generale, come in quella specifica svolta in seno al C.L.N.A.I.. Il Partito d'azione dichiara di ispirarsi ai principi e ai metodi di una democrazia progressiva; e il nostro partito, che di questi principi e di questi metodi è stato sin dalla costituzione del C.L.N. il convinto e deciso assertore, è lieto di constatare come nuove forze del movimento di liberazione intendono oggi fare convergere i loro sforzi in questo senso democratico, unitario, costruttivo, nel quale tutta l'azione del nostro partito è stata ed è indirizzata.

L'esperienza di un anno di lotta di liberazione e di attività del C.L.N.A.I., l'analisi dei compiti nuovi ed urgenti che gli sviluppi della situazione gli pongono, induce ora anche il Partito d'azione a riconoscere ed a prospettare - nella prima parte della sua "lettera-aperta" - le insufficienze del C.L.N. concepito come pura e semplice coalizione di partiti, privo di organi di lavoro per affrontare il governo delle regioni dell'Italia occupata, privo di legami con le grandi organizzazioni di massa, privo di una sua rete organizzativa di collegamenti con i C.L.N. periferici. E la lettera del Partito d'azione giustamente rileva che, di fronte al collasso del vecchio apparato statale burocratico ed autoritario, di fronte all'affermarsi di nuovi organismi democratici, di nuove organizzazioni di massa unitarie (sindacali, giovanili, femminili, professionistiche, ecc.) il C.L.N. non ha sempre saputo riconoscere che questi, appunto, avrebbero dovuto essere gli strumenti straordinari dell'inquadramento del popolo italiano nella vita pubblica e nello sforzo militare del paese, sia prima che dopo la liberazione; ma tutt'al più ha pensato di concedere loro una rappresentanza nel futuro C.L.N. legale, fermo restando che l'amministrazione del paese sarebbe avvenuta solo mediante gli organi dello stato fascista o neo-fascista, e tutti possono constatarne fin d'oggi l'importanza e il progressivo fatale disfacimento, oltre che l'incapacità ad esprimere la volontà del rinnovamento democratico della massa. Ma un anno di dure battaglie che hanno attratto, nell'Italia occupata, milioni di italiani nella lotta di liberazione ha spezzato in realtà ogni quadro preconcetto che volesse limitare l'iniziativa e l'attività democratica delle masse. Perché di questa iniziativa e di questa attività il C.L.N.A.I. potesse divenire l'espressione e la guida adeguata si rendeva necessario anzitutto che esso si articolasse in un sistema di organismi periferici che, dalla provincia al comune, al villaggio, al rione, alla fabbrica, coordinassero e indirizzassero agli obiettivi comuni la lotta delle masse. Su questo terreno si è particolarmente affermata l'iniziativa del nostro partito, vincendo esitazioni e resistenze passive che non possono ancora considerarsi del tutto superate. Fin dai primi mesi di quest'anno la delegazione del nostro partito (nel C.L.N.A.I.) proponeva una serie di misure per la creazione ed il riconoscimento, per il potenziamento degli organismi di massa periferici del C.L.N.A.I.; e dopo lunghe insistenze esso otteneva che queste misure fossero adottate dal C.L.N.A.I. nelle sue istruzioni e diramate in una circolare del 2 giugno 1944. Molto resta da fare certo, in questo campo; ma è fuori dubbio che, attraverso la vasta rete dei suoi organismi periferici, il C.L.N.A.I. ha acquistato una sensibilità, si è assicurato una possibilità (se non altro) di direzione effettiva, un'autorità di fronte alle masse, a cui esso non avrebbe mai potuto pretendere senza questa sua più democratica articolazione, senza questo suo più largo e intimo contatto con le masse stesse. Ma il problema del rafforzamento della sostanza democratica e della autorità del C.L.N.A.I. era ed è ancora condizionato, oltre che dal necessario ulteriore perfezionamento della sua struttura organizzativa periferica, da un effettivo adeguamento della composizione dei suoi organismi alla loro funzione di direzione unitaria e democratica.

Nel C.L.N., il nostro partito non ha mai visto, e non vede semplicemente una sorta di comitato "interpartitico", l'organo di una momentanea coalizione di partiti ai fini della lotta di liberazione. La situazione particolare in cui il popolo italiano si è venuto a trovare dopo vent'anni di illegalità fascista, ha potuto far sì che il C.L.N. sia nato come iniziativa e coalizione di partiti che della lotta antifascista sono stati i promotori e gli organizzatori: a tale coalizione di partiti non vogliamo certo negare la funzione importantissima. Ma a nessuna coalizione di partiti un popolo rinato alla via e alla lotta democratica avrebbe potuto affidare l'esclusiva della sua rappresentanza e della direzione della lotta di liberazione. La realtà è che il C.L.N. deve rispondere ad una esigenza democratica e nazionale ben superiore a quella di ogni coalizione di partito; una esigenza non temporanea ed effimera, né soggetta alle mutevoli vicende dei raggruppamenti delle forze politiche e sociali. È l'unione del popolo - di cui il C.L.N.A.I. vuole esser la superiore espressione di lotta dell'Italia occupata - è una necessità per i compiti che si allargano ben oltre quelli attuali della guerra di liberazione, all'opera di ricostruzione e di rinnovamento democratico del paese.

Dopo un anno di lotta che ha commosso e ridestato all'iniziativa democratica gli strati più profondi del popolo italiano, l'attività delle masse è ormai ben lungi dall'esaurirsi nel quadro delle organizzazioni di partito. Non sono, per la massima parte, inquadrati in nessun partito i nostri gloriosi volontari, di cui pur nessuno vorrà negare la partecipazione attiva e cosciente alla lotta di liberazione, al di sopra del quadro dei partiti, giovani, donne, operai, contadini, intellettuali, hanno costruito i loro C.L.N. di categoria e le loro organizzazioni unitarie che danno un apporto essenziale alla lotta di liberazione.

In queste condizioni nuove, il mantenimento di una sorta di "monopolio dei partiti" nel C.L.N. e sui C.L.N. acquisterebbe un significato nettamente antidemocratico, e non potrebbe quindi che indebolire gravemente la loro autorità sulle masse, la loro capacita di direzione effettiva del movimento di liberazione. I partiti non hanno mai costituito e non possono costituire che un'avanguardia di elementi più attivi, più formati e magari cristallizzati. Potevano ancora pretendere di esprimere soli la segreta volontà di liberazione del popolo italiano negli anni duri delle lotte clandestine, quando l'azione delle grandi masse era ancora sotterranea e invisibile; ma come affacciare questa pretesa esclusiva oggi, mentre milioni di italiani senza partito partecipano attivamente alla lotta, nelle formazioni dei volontari della libertà e nelle organizzazioni di massa unitarie? Questi milioni di italiani, tutti gli italiani hanno il diritto, manifestano coi fatti la loro volontà e la loro capacità di essere rappresentati negli organismi di direzione unitaria della lotta comune, di partecipare in prima persona alla soluzione dei compiti della guerra e della ricostruzione. Non v'è democrazia là dove la partecipazione alla direzione, di governo della cosa pubblica sia ridotta a quella delle avanguardie dei partiti, al gioco dei loro equilibri, senza l'intervento quotidiano, attivo e risolutivo, delle grandi masse del popolo : che non si interessano forse di "politica" e di partiti, ma che hanno pure la loro parola da dire quando si tratta del pane e del lavoro, della pace e della guerra, dei sacrifici per una lotta comune. I partiti hanno una loro funzione, che non saremmo certo noi a svuotare o a voler diminuire; ma come potrebbe pretendere ad un'autorità decisiva sulle masse - oggi più che mai necessaria - un C.L.N. che restasse, per la maggioranza degli italiani, un "affare" di partito, e non la loro cosa ; come mai potrebbe un C.L.N. pretendere di decidere l'ora dello sciopero generale insurrezionale, in una data città, come potrebbe pretendere la disciplina della massa degli operai, dei comitati di agitazione che dello sciopero han da essere gli organizzatori, se questi non si sentono rappresentati nel C.L.N. stesso? E come mai potrebbero le organizzazioni delle donne e dei giovani dare il loro apporto essenziale alla lotta comune, se non hanno voce in capitolo? Né vale a dire che gli operai, i giovani, le donne si sentono rappresentati dai partiti del C.L.N.; che ad uno sciopero o ad un'azione di massa partecipa un'enorme maggioranza di cittadini che, proprio, non si sentono rappresentati da nessun partito ma bensì dal loro comitato di agitazione, dalla loro organizzazione di massa unitaria.

L'azione pertinace ed i ripetuti interventi del nostro partito hanno ottenuto dal C.L.N.A.I. il riconoscimento della funzione nazionale dei comitati di agitazione. Il Fronte della gioventù ed i Gruppi di difesa della donna han visto ammesso il loro diritto alla rappresentanza negli organismi del C.L.N.A.I.. Ma dobbiamo constatare che non mancano le resistenze a questo adeguamento alla composizione del C.L.N. alla loro funzione democratica; e troppo spesso ancora la partecipazione effettiva dei rappresentanti delle organizzazioni di massa ai C.L.N. è contestata per motivi che non sono semplicemente cospirativi.

Queste residue resistenze ed esitazioni si fanno tanto più preoccupanti quanto più il problema della necessaria autorità del C.L.N. diventa oggi il problema dei poteri del C.L.N..

Già oggi, in effetti, non si tratta più solo per il C.L.N.A.I. di affermare e di rafforzare la sua autorità nell'Italia occupata. Le esigenze, le difficoltà, i successi stessi della nostra lotta propongono come urgenza - come giustamente si riconoscere nella lettera del Partito d'azione - il problema del potere del C.L.N., delle sue capacità di affermarsi come organo del nuovo potere democratico. Esigere l'imposta straordinaria di guerra che gli sviluppi della lotta rendono necessaria, assicurare l'esecuzione dei decreti che il C.L.N.A.I., delegato dal governo democratico di Roma, ha emanato ed emana; far fronte alle esigenze della guerra di liberazione, prendere nelle proprie mani, nelle mani del popolo, la soluzione dei problemi del freddo e della fame, cui il sedicente governo fascista abbandona l'Italia occupata: tutti questi sono problemi non solo di direzione e di autorità morale, sono problemi di potere. E in forma ancora piena ed acuta questo problema del potere del C.L.N. si pone, ben inteso, in quei territori che l'azione eroica dei volontari della libertà e l'avanzata degli eserciti alleati viene liberando. Anche a questo proposito l'azione e l'intervento del nostro partito sono stati tutti rivolti nel senso di un decisivo rafforzamento del C.L.N.A.I. e dei suoi organi come organi effettivi del nuovo potere democratico. Contro ogni forma dell'intervento autoritario dall'alto, il nostro partito si e chiaramente pronunciato per l'assunzione dei poteri di amministrazione e di governo da parte dei C.L.N. allargati con l'effettiva immissione dei rappresentanti delle organizzazioni di massa e dei volontari della libertà. A questi C.L.N., che conservano la loro funzione di guida politica unitaria della lotta del nostro popolo per la liberazione e la ricostruzione, spetta il compito di promuovere, non appena questa sia possibile, la costituzione delle giunte popolari di amministrazione, i nuovi organi elettivi del potere democratico locale. Di fronte al C.L.N. debbono essere responsabili i commissari delle province e le altre autorità provvisoriamente designate : e in questo senso il PCI ha presentato un progetto di testo unico di decreto per l'assunzione dei poteri, che e stato approvato dal C.L.N.A.I.. Non era concepibile d'altronde che, a liberazione avvenuta, anche nell'impossibilità di una immediata consultazione elettorale, gli organi provvisori di governo del nuovo potere democratico restassero sottratti ad ogni controllo popolare: ed anche a questo proposito, la nostra delegazione ha chiesto che fosse stabilito il principio - poi sancito da una circolare d'istruzione del C.L.N.A.I. - della convocazione di assemblee di rappresentanti dei C.L.N. periferici (di rione, di villaggio, di azienda) che assistessero gli organi provvisori del nuovo potere democratico e assicurassero il loro più diretto contatto con le masse. Non mancano tuttavia anche in questo campo, le esitazioni e le resistenze. Persone, gruppi e formazioni militari che pur si richiamano al C.L.N.A.I. e dichiarano di riconoscerne l'autorità ed i poteri, propugnano, e all'occasione applicano, nella costituzione degli organi di governo e di amministrazione dei territori liberati, metodi autoritari incompatibili con i principi democratici del C.L.N.A.I., esplicitamente sanciti nelle sue istruzioni e nei suoi decreti. A proposito della zona liberata dell'Ossola, la delegazione del nostro partito ha ottenuto dal C.L.N.A.I. che un richiamo ad una più rigorosa applicazione di questi principi fosse indirizzato alla giunta provvisoria del governo, ma non si può dire che da parte del C.L.N.A.I. stesso vi sia sempre stato un adeguato e tempestivo intervento in una situazione del genere, suscettibile di compromettere gravemente l'autorità e il potere democratico.

Intorno ai problemi, appunto, del potere democratico del C.L.N.A.I. si accentra una serie di proposte concrete che il partito d'azione sviluppa nella sua seconda parte della "lettera aperta". Queste si possono riassumere:

a) nella proposta di una immediata e formale dichiarazione di assunzione di poteri da parte del C.L.N.A.I. come "governo segreto" dell'Alta Italia;

b) nella precisazione dei compiti cui il C.L.N.A.I., in tale funzione di governo, deve assolvere prima e dopo la liberazione;

c) nella proposta di adeguamento organizzativo del C.L.N.A.I. e dei suoi organismi ai loro nuovi compiti, mediante la creazione di adatti organi di lavoro e di un proprio apparato di collegamento, indipendenti da quelli dei partiti.

Rafforzare l'autorità, il potere effettivo del C.L.N., farne un organo sempre più efficiente di mobilitazione delle masse per la lotta di liberazione e il rinnovamento democratico del paese; attorno a questo compito, lo abbiamo già dimostrato, il PCI ha da tempo concentrato la sua azione, ogni suo intervento politico. E quanto sopra abbiamo accennato delle iniziative prese in questo senso dalla delegazione del nostro partito mostra che il Partito d'azione concorda perfettamente con noi quando anch'esso constata che i problemi di un adeguamento del C.L.N.A.I. e dei suoi organismi ai compiti internazionali e democratici dell'ora giungono ormai a maturazione.

Vi può essere un "governo segreto" dell'Italia ancora occupata? Non può trattarsi, si intende, di una semplice dichiarazione formale. L'aspetto essenziale della questione, che non ci sembra sufficientemente messo in rilievo nella lettera del Partito d'azione, è quello dell'impostazione di un lavoro concreto volto a far si che il C.L.N.A.I. ed i suoi organismi assumano oggi il controllo effettivo della vita nazionale. Il disfacimento e la carenza del potere fascista, che il Partito d'azione stesso giustamente rileva, aprono in questo senso vaste possibilità all'allargamento del potere democratico di un C.L.N.A.I. che divenga "governo segreto dell'Alta Italia". Il problema del potere del C.L.N.A.I. è, insomma, il problema dello sviluppo e della vivificazione dei suoi organi locali e periferici. Vi è e vi può essere un "governo segreto" dell'Italia ancora occupata? Sì, noi rispondiamo, se in ogni città, in ogni villaggio, in ogni rione, in ogni fabbrica noi lavoriamo a creare un C.L.N. efficiente, effettivamente rappresentativo della volontà di lotta delle masse, ad esse strettamente legato, capace di mobilitarle nella lotta e di assumere un controllo sempre più largo e completo della vita locale; e su questo obiettivo ci sembra che tutte le forze del movimento di liberazione debbano oggi concentrare i loro sforzi. Quanto alla precisazione dei compiti che il C.L.N.A.I. deve assolvere prima e dopo la liberazione, il Partito d'azione concorda sostanzialmente con le posizioni e le iniziative da noi già da tempo sostenute. Fra i compiti attuali la lettera del Partito d'azione pone giustamente al centro quello del potenziamento della guerra di liberazione, del suo finanziamento con la riscossione di una regolare imposta di guerra. Nella sua azione nel paese, e nei suoi interventi nel C.L.N.A.I., il nostro partito ha sempre particolarmente posto l'accento su questi compiti urgenti di mobilitazione delle masse e delle risorse nazionali della guerra di liberazione. Nell'allargamento di questa mobilitazione noi vediamo, con la garanzia della vittoria, il pegno più sicuro, il contributo essenziale che le masse dell'Italia occupata ed il C.L.N.A.I. possono e debbono dare al rinnovamento democratico del paese e dello stato, giacché questo contributo è innanzitutto una questione di iniziativa e di azione democratica, di forza effettiva delle masse, dei loro organismi e delle loro organizzazioni unitarie e, in primo luogo, dei C.L.N. stessi, che dell'autogoverno democratico delle masse possono divenire un organo essenziale.

Ma con i problemi della meditazione delle masse nella guerra di liberazione ci appaiono indissolubilmente legati, per un C.L.N.A.I. che debba divenire effettivamente il "governo segreto dell'Italia occupata, i compiti della lotta contro il freddo, la fame, cui il tradimento e la contumacia del sedicente governo di Mussolini abbandona le nostre popolazioni. A questo problema essenziale ed attuale non si dà nella lettera del Partito d'azione la parte che gli spetta; si tratta di impedire nella misura del possibile la rapina delle nostre ultime risorse di viveri, di combustibili, di materie prime. E come far ciò senza C.L.N. e comitati contadini di villaggio, senza C.L.N. aziendali efficienti, che curino l'occultamento dei prodotti? Si tratta di assicurare, all'infuori e contro la regolamentazione delle autorità fasciste, la distribuzione di viveri e di combustibili alle popolazioni, la lotta contro la speculazione della borsa nera, attraverso un'equa fissazione dei prezzi, una soluzione dei problemi angosciosi degli sfollati e dei sovraffollati. Esempi concreti, e non solo in piccoli centri, ma anche in grandi città come Genova, mostrano che non si tratta, nella situazione attuale, di compiti insoluti e utopistici per l'iniziativa dei C.L.N. locali, rionali, di categoria che abbiano un minimo di efficienza e di autorità. Ma qui, di nuovo, la possibilità per il C.L.N.A.I. di assolvere i compiti che la situazione gli impone appare evidentemente condizionata alla vivificazione dei suoi organismi periferici, che sola gli può dare l'autorità, la forza, il potere a ciò necessari.

Non si può dire che questo compito essenziale della vivificazione dei C.L.N. periferici, della loro trasformazione in veri organismi di massa, che è essenziale per la realizzazione di un vero "governo segreto" dell'Italia occupata, sia posto con la necessaria urgenza nella lettera del Partito d'azione. Dobbiamo anzi rilevare in proposito esitazioni e riserve, che debbono essere superate con uno sforzo comune, se "il governo segreto" del C.L.N.A.I. deve diventare una realtà, come noi auspichiamo col Partito d'azione. Nella lettera del Partito d'azione si dichiara ad esempio che "quali siano gli inconvenienti della rappresentanza paritetica dei cinque partiti, essa non può essere cambiata nella fase dell'illegalità". Nessun partito pretende certo stabilire un monopolio o una prevalenza nella rappresentanza dei C.L.N.: ma questa non e una buona ragione per mantenere sui C.L.N., sia pure nella fase della illegalità, un monopolio dei partiti presi nel loro complesso.

Il Partito d'azione stesso riconosce i danni di una tale antidemocratica esclusione delle organizzazioni di massa; e la realtà è che proprio questa esclusione ostacola sovente, tra l'altro, la creazione e l'efficienza dei C.L.N. periferici in cui la rappresentanza paritetica dei partiti è spesso impossibile per il fatto che mancano i militanti dei partiti ; mentre non mancano affatto patrioti attivi e capaci di esprimere e di dirigere la volontà di lotta delle masse. Pienamente concordano invece gli sforzi del Partito d'azione coi nostri, quando si insiste nella lettera sulla necessità che i C.L.N. cessino di essere una testa senza corpo. Ma il corpo del C.L.N.A.I., come di un C.L.N. regionale o provinciale, è appunto l'insieme dei suoi organismi periferici, delle organizzazioni e degli organismi di massa unitari, che si tratta di vivificare e di sviluppare. In questo corpo si tratta di assicurare la necessaria circolazione. Una segreteria, che assicuri i collegamenti di ogni C.L.N. con gli organismi superiori e con quelli periferici coi mezzi e tramiti propri, indipendenti da quelli dei singoli partiti; commissioni di lavoro che assicurino il rapido disbrigo e la soluzione di vari compiti speciali, sempre più vari e numerosi, cui ogni C.L.N. deve assolvere, sono necessità sulle quali il nostro partito da tempo ha insistito e insiste. Ed anche qui, nei C.L.N. locali e periferici, attraverso le locali organizzazioni di massa, il C.L.N. provinciale, ad esempio, pub disporre già di uomini, di energie, di organismi propri, democratici e non burocratici, che si tratta di potenziare e di utilizzare ben più di quanto non si sia fatto finora; ed è qui che un C.L.N. deve attingere per la creazione di un suo apparato che non divenga burocratico e incontrollato, ma resti aderente alle necessità delle masse. Ma come potrebbe, ancora una volta, un C.L.N. realizzare questo suo adeguamento alle necessità organizzative di un "governo segreto" senza un permanente contatto, senza un'intima compenetrazione e partecipazione delle masse e delle organizzazioni unitarie?

Nell'ultima parte della sua lettera il Partito d'azione espone il suo punto di vista sulla questione della futura restituzione da parte del C.L.N.A.I. della delega dei poteri fattagli dal governo di Roma e della formazione di un governo unico capace di guidare tutto il paese.

Vogliamo sottolineare nella lettera del Partito d'azione la dichiarazione che esso non intende con le sue proposte fare alcuna specie di secessione nei confronti del governo democratico di Roma. Importa riaffermare con particolare fermezza, in questo momento così grave della vita nazionale, la nostra decisa volontà di evitare ogni manifestazione che potesse, anche solo formalmente, menomare il principio dell'unità e della disciplina nazionale. Ma questo non significa, ben inteso, che il C.L.N.A.I., espressione della lotta di tanta parte degli italiani, debba assumere una posizione di passività, puramente ricettiva di fronte ai problemi di governo nell'Italia tutta e una, di oggi e di domani.

Sul merito dei singoli temi di politica interna ed esterna prospettati in questa parte della lettera del Partito d'azione non pochi rilievi sarebbero necessari, che ci ripromettiamo di sviluppare in più adatta sede. Non vogliamo : tralasciare tuttavia l'occasione di riaffermare la necessità di una politica estera che avvii il popolo e lo stato italiano ad una collaborazione ed a legami politici, economici e culturali sempre più stretti con tutte le democrazie europee, per il consolidamento della pace e per la solidarietà nell'opera di ricostruzione del continente. Per quest'opera di ricostruzione pacifica, per assicurare all'Italia e all'Europa tutta una pace giusta e democratica, per assicurare la piena indipendenza dello sviluppo politico, sociale, economico del nostro paese, un fattore particolarmente importante e il deciso orientamento della nostra politica estera verso il rafforzamento dell'amicizia con quei paesi che, come la grande Unione Sovietica e la nuova Jugoslavia del popolo, sono oggi all'avanguardia della lotta e del progresso democratico. Il rilievo di certe limitazioni e di certe esitazioni, ed altri che si potrebbero fare nel dettaglio dei problemi e delle soluzioni prospettate nella lettera del Partito d'azione, non vogliono per nulla sminuire la valutazione dello sforzo costruttivo in essa compiuto per un adeguamento del C.L.N.A.I. e della sua politica alle necessità dell'ora. Il C.L.N.A.I. può e deve divenire il "governo segreto" dell'Italia occupata, Perché questa comune aspirazione possa divenire una realtà, perché il C.L.N.A.I. possa adeguarsi alle esigenze che la situazione impone proponiamo:

a) che il C.L.N.A.I. e tutti i suoi organi regionali, provinciali, comunali si pongano come compito concreto di lavoro lo sviluppo e il potenziamento degli organi periferici di massa (C.L.N. aziendale, di rione, di villaggio) e delle organizzazioni di massa unitarie. Questo sviluppo non deve essere abbandonato alla sola iniziativa dei singoli, ma potenziato dall'intervento coordinatore dei C.L.N. superiori, che prenderanno periodicamente in esame la situazione in questo campo per colmare le lacune, promuovere le iniziative, assicurare i necessari collegamenti. Ogni C.L.N. provinciale deve assicurarsi che in ogni città, in ogni villaggio sia costituito il C.L.N. locale; ogni C.L.N. cittadino dovrà assicurare in ogni azienda, in ogni rione, la costituzione del C.L.N. rionale o aziendale suscitando e promuovendo le iniziative locali. Dal C.L.N.A.I. ai C.L.N. regionali e provinciali si dovrà provvedere con la costituzione di una segreteria e a mezzo di tramiti propri, indipendenti da quelli del partito, ai necessari collegamenti con gli organismi superiori e periferici;

b) che il C.L.N.A.I. e tutti i suoi organismi si allarghino con l'effettiva partecipazione dei rappresentanti delle organizzazioni di massa unitarie, sindacali, femminili, giovanili, delle categorie intellettuali. Pur assicurando a queste organizzazioni la necessaria autonomia, è necessario che il C.L.N.A.I. sia a conoscenza della loro attività, e che queste d'altra parte siano poste in grado di fare sentire la loro voce in seno al C.L.N..

Là dove, per ragioni cospirative, il C.L.N. non possa sempre riunirsi con la partecipazione di tutti i suoi membri di diritto, esso potrà costituire nel suo seno una commissione esecutiva, che potrà essere costituita dai soli rappresentanti dei partiti, e sarà responsabile di fronte al C.L.N. stesso. Un contatto permanente dovrà comunque essere stabilito dalla segreteria del C.L.N. con le organizzazioni di massa e queste a mezzo dei loro delegati nel C.L.N. dovranno essere chiamate ad esprimere i loro voti, sulle questioni di carattere politico generale come su quelle che particolarmente si riferiscono alla loro attività; sulla loro attività saranno periodicamente chiamate a riferire nel C.L.N., al quale potranno chiedere d'altronde di venire a porre questioni di loro specifica competenza.

Un C.L.N.A.I. che voglia agire come effettivo "governo segreto" dell'Italia occupata deve porsi evidentemente come obiettivo centrale quello della mobilitazione di tutte le forze e di tutte le risorse nazionali per la guerra di liberazione, per la lotta contro il freddo e contro la fame, cui il sedicente governo fascista abbandona la popolazione. Come obiettivi concreti di questa azione di governo, proponiamo:

a) l'adozione di tutte le misure esecutive necessarie per l'applicazione effettiva del decreto del C.L.N.A.I. che costituisce un'imposta straordinaria di guerra sulle persone e sugli enti facoltosi;

b) l'iniziativa e l'appoggio del C.L.N.A.I. per tutte le azioni volte alla mobilitazione delle masse e delle risorse nazionali nell'insurrezione nazionale (reclutamento, scioperi, azioni di massa, settimane del partigiano, assistenza alle vittime e alle loro famiglie, ecc.);

  1. la promulgazione di decreti e l'adozione delle misure esecutive necessarie per la realizzazione di un'effettiva solidarietà nazionale nella lotta contro il freddo e la fame; per assicurare, contro la rapina tedesca, all'infuori e contro le disposizioni delle autorità fasciste, che se ne fanno strumento, l'equa distribuzione di un minimo vitale di combustibile, di viveri alla popolazione dell'Italia occupata; per garantire l'integrità di quel che resta del patrimonio umano e materiale della nazione (decreti penali contro i padroni collaborazionisti, imposizione del pagamento dei salari ai lavoratori in sciopero e in serrata, decreti per l'occultamento delle materie prime, ecc.). L'esecuzione di tali decreti sarà affidata ai C.L.N. locali e aziendali, che potranno ricorrere, in caso di inosservanza, all'azione dei volontari della libertà, dei gap e delle sap. Nella lotta per il potenziamento della guerra di liberazione nazionale contro il freddo e contro la fame, con la vivificazione dei suoi organismi periferici, con la partecipazione attiva delle organizzazioni di massa ai lavori dei suoi organismi, con la creazione di un suo apparato e di suoi organi di lavoro indipendenti da quelli dei partiti, il C.L.N.A.I. può e deve divenire il "governo segreto" dell'Italia occupata. Da questo rafforzamento della sua sostanza democratica, l'unità, l'autorità, il potere del C.L.N.A.I. non possono, ne siamo convinti, che uscire rafforzati. Non può che uscirne rafforzata l'unione di lotta del popolo italiano, alla quale con tutti i partiti e le organizzazioni di massa del C.L.N.A.I. vogliamo lavorare, per la vittoria, per la ricostruzione.

    La direzione del Partito comunista italiano

 


Note a: l'Ufficio difesa del Psiup e la riorganizzazione delle brigate "Matteotti" (1945-1946), di Cesare Bermani

1 Luigi Passoni (Torino, 29 dicembre 1926) fu staffetta partigiana del Comando formazioni mobili "Matteotti", operante a Torino e sulla collina torinese. Dopo la Liberazione fu iscritto al Partito socialista di unità proletaria. Nel 1951-53 fu dirigente nazionale del Movimento giovanile socialista, poi membro del Comitato centrale del Psi (1955) e deputato per la circoscrizione Brescia-Bergamo dal 1958 e nelle due successive legislature. È stato anche vicesindaco di Torino.

2 Fausto Francesco Nitti (Pisa, 2 settembre 1899 - Roma, 28 maggio 1974), fu uno dei fondatori del Partito d'azione dal quale si staccò nel 1937 per entrare nel Partito socialista. Durante la guerra di Spagna fu comandante di un gruppo di anarchici catalani e successivamente di un gruppo di artiglieria. Ferito nel 1939, rientrò in Francia, dove fece parte del gruppo "Berteaux", uno dei primi nuclei di resistenti, come dirigente del dipartimento dell'Alta Garonna. Arrestato nel '41 dal governo di Vichy, condannato all'ergastolo, nel 1944 fuggì dal treno che lo deportava in Germania e riprese la lotta clandestina nel maquis. Rientrato in Italia ebbe importanti incarichi nel Psi e nell'Anpi, dirigendo fino alla morte "Patria indipendente". Come vedremo, Nitti sostituì nell'incarioo di responsabile dell'Ufficio "D" Corrado Bonfantini.

3 Foscolo Lombardi, nato a Firenze il 15 maggio 1895, fu tra coloro che, il 23 agosto 1943, ricostituirono il Psi a Firenze. Durante la guerra di liberazione fu segretario del Comitato toscano di liberazione nazionale e riuscì nella primavera del '44 a creare una piccola formazione militare socialista a Firenze, divenuta di quattrocento uomini, divisi in tre compagnie, all'inizio dell'insurrezione. Divenne vicesegretario del Psiup nel dicembre '45 e venne riconfermato sino al gennaio 1948.

4 Si allude ovviamente all'Ufficio "D", perché - come testimonia oltre Franco Vittorio - l'organizzazione armata socialista di fatto rimase in piedi sino al '48.

5 Si veda in Beppe Minello, Fabbriche come arsenali, in "La Stampa", 12 settembre 1990.

6 Corrado Bonfantini (Novara, 22 febbraio 1909 - Imperia, 9 agosto 1989), uno dei fondatori nel gennaio 1943 del Movimento di unità proletaria per la repubblica socialista, che nonostante gli sforzi suoi e di Lelio Basso rimase circoscritto all'Italia settentrionale e in particolare alla Lombardia. Esso si fuse nell'agosto '43 con il Partito socialista italiano, dando luogo al Partito socialista italiano di unità proletaria, della cui direzione Bonfantini fece parte, divenendo durante la guerra di liberazione membro dell'esecutivo del partito nell'Italia occupata ed infaticabile organizzatore e comandante delle brigate "Matteotti". Un approfondimento della figura di Bonfantini è costituito da Cesare Bermani, Il "rosso libero". Corrado Bonfantini organizzatore delle Brigate "Matteotti", Milano, Fondazione "Anna Kuliscioff", 1995.

7 Rodolfo Morandi (Milano, 30 luglio 1902 - Milano, 26 luglio 1955), fece parte anch'egli della prima direzione del Psi ricostituito e divenne membro dell'esecutivo del Psiup nelI'Italia occupata, venendo nominato il 23 aprile 1945 presidente del Clnai. Esponente della sinistra del partito, ne divenne il segretario nel dicembre 1945, carica mantenuta sino all'aprile 1946. Per ulteriori notizie si veda Aldo Agosti, Rodolfo Morandi. Il pensiero e l'azione politica, Bari, Laterza, 1971.

8 Pietro Nenni (Faenza, 9 febbraio 1891 - Roma, 1 gennaio 1979) segretario del Psiup dal 25 agosto 1943, membro del Comitato centrale di liberazione nazionale nel 1944 divenne presidente al XXIV Congresso nazionale del partito (Firenze, 11-17 aprile 1946). Per ulteriori notizie si veda Enzo Santarelli, Nenni, Torino, Utet, 1988.

9 Lelio Basso (Varazze, 25 dicembre 1903 - Roma, 16 dicembre 1978), fu nel gennaio 1943 tra i fondatori del Mup, divenendo nell'agosto del medesimo anno membro della direzione del Psiup, nato dalla fusione di Mup e Psi. Nel novembre lasciò prima la direzione e poi il partito perché a suo avviso gli elementi di continuità con il vecchio Psi prevalevano sulle necessità di rinnovamento. Fondò il gruppo "Bandiera Rossa", ma nel maggio '44 rientrò nel Psiup, in netta opposizione alla svolta di Salerno, del quale diventò, dopo la Liberazione, vicesegretario, venendo eletto segretario del Psi dopo la scissione di Palazzo Barberini al XXV Congresso nazionale del 9-13 gennaio 1947. Altre notizie in Sergio Dalmasso, Lelio Basso nella storia del socialismo italiano. A trent'anni dalla fondazione del Psiup, Bologna, Edizioni Punto Rosso, 1995.

10 Sandro Pertini (Stella San Giovanni, 25 settembre 1896 - Roma, 24 febbraio 1990), venne eletto vicesegretario del Psiup con Carlo Andreoni il 25 agosto 1943, nella guerra di liberazione si occupò dell'organizzazione militare del partito a Roma. Traferitosi a Milano nel maggio 1944, espletò funzioni di segretario del Psiup per l'Italia occupata, divenendo poi rappresentante del partito nel Clnai. Segretario generale del Psiup nell'aprile 1945, si dimise per protesta il 4 dicembre perché in dissenso con l'atteggiamoneto che il governo De Gasperi teneva verso la destra interna e i fascisti. Eletto nuovamente membro della direzione al congresso di Firenze dell'aprile 1946, cercò di evitare la scissione di Palazzo Barberini. Al Congresso non venne riconfermato nella Direzione, di cui tornò a far parte solo al XXVIII Congresso del maggio 1949. Per ulteriori notizie si veda Sandro Pertini: sei condanne due evasioni, a cura di Vico Faggi, Milano, Mondadori, 1974, I ed. riveduta.

11 Giuseppe Saragat (Torino, 19 settembre 1898 - Roma, l l giugno 1988), rientrato dalla Francia dopo la fondazione del Psiup dell'agosto 1943, ne fu uno dei due vicesegretari in sostituzione di Carlo Andreoni. Arrestato a Roma nell'aprile '44 con Sandro Pertini, riuscì a evadere da Regina Coeli. Fu poi ministro senza portafoglio nel primo Ministero Bonomi ed in seguito ambasciatore d'Italia a Parigi sino al marzo 1946. Membro della direzione del Psiup, eletto dal Consiglio nazionale del 29 luglio-1 agosto 1945, nel corso del quale fu promotore e firmatario di una mozione antifusionista rimasta in minoranza, fautore di un socialismo liberale e principale esponente della corrente di "Critica sociale", attorno a lui si coagularono le opposizioni alla sinistra del partito. Con la scissione di Palazzo Barberini divenne segretario del Psli.

12 Testimonianza orale di Flavia Tosi (nata a Novara il 7 gennaio 1922, staffetta generale del comando Alta Italia, amica di Bonfantini, poi segretaria del ministro Giuseppe Romita), Novara, 13 maggio 1996.
La condirezione con Saragat di "Mondo nuovo" significò per Bonfantini il farsi carico di una pesante situazione debitoria, che con la sua gestione si aggravò paurosamente e nella quale restò invischiato praticamente tutta la vita, malgrado dopo la scissione Saragat avesse tentato di aiutarlo. In precedenza gruppi di partigiani che gli erano legati si erano prestati a una serie di "colpi" per alleggerire la situazione debitoria del giornale. Per esempio nel Novarese Erasmo Tosi e altri partigiani matteottini legati alla Cooperativa "Mario Campagnoli" si erano appropriati di moltissime carte annonarie in un magazzino del Comune di Novara, vendendole in tutto il Novarese e Vercellese e venendo poi scoperti nel giugno 1947. Furono inoltre saccheggiati alcuni camion del trasportatore Avandero e la merce rapinata venne rivenduta. In queste vicende - i cui veri scopi e la regia di Bonfantini furono sempre taciuti dagli arrestati - finirà rovinata la reputazione di numerosi partigiani, a cominciare proprio da quella di Erasmo Tosi "Dino", arrestato e condannato più volte in quegli anni e alla fine graziato.

13 Pietro Nenni, Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956, a cura di Giuliana Nenni e Domenico Zucaro, Milano, Sugar, 1981, p. 166.

14 Testimonianza di Franco Vittorio, Lesa, 20 maggio 1996. Nato a Abbiategrasso il 22 novembre 1924, comandante della 9a brigata "Matteotti", operante tra Corbetta, Magenta, Cerano e Vigevano. Nel dopoguerra fu membro di diritto nel direttivo della Federazione della Psiup di Milano in quanto responsabile dell'Ufficio partigiani, reduci, combattenti, carica ricoperta, dopo un breve periodo nel Psli, anche nel Psi. È stato consigliere nazionale dell'Anpi e, negli anni settanta, segretario nazionale della Unione italiana del lavoro della categoria dei chimici.

15 Testimonianza di Franco Vittorio, cit., 13 maggio 1996.

16 Le formazioni che si richiamavano alla Democrazia cristiana durante la guerra di liberazione erano state di entità nel complesso modesta. Ma in Piemonte molti partigiani delle formazioni autonome avevano tenuto le armi e mantenuto collegamenti in funzione anticomunista, con l'intenzione di appoggiarsi in caso di necessità ai carabinieri per avere un sistema logistico. La Dc inoltre aveva in piedi una rete informativa sui movimenti dei partiti di sinistra e contatti con generali dell'esercito. In Emilia, a Modena, gli ex partigiani armati e collegati erano un migliaio, con una rete di collegamento finalizzata a un ritorno alla clandestinità in caso di colpo di stato comunista. In Friuli l' "Osoppo" - che aveva tenuto le armi - si ricostituì nell'aprile 1946, assumendo nel settembre 1947 la denominazione di 3o Corpo volontari della libertà, con un organico di 4.484 uomini, poi schierati segretamente in occasione delle elezioni del 18 aprile 1948, dal 16 aprile al 2 maggio, sul confine orientale a difesa di una paventata aggressione jugoslava. Nel marzo 1948 erano stati forniti alla Dc da parte del governo americano: 50.000 proiettili US cal. 30 M 1903; 5.000 pistole automatiche cal. 45 M 1911, 20.000 fucili, mitragliatrici, cal. 45 Thompson; 30 milioni di cartucce Ball cal. 30; 20 milioni e 175.000 cartucce Ball cal. 45. Per le fonti rimando a C. Bermani, Dopo la guerra di liberazione (appunti per una storia ancora non scritta), in Aa. Vv., Conoscere la Resistenza, a cura del Laboratorio di ricerca storica "L'eccezione e la regola", Milano, Edizioni Unicopli, 1995, pp. 89-122.

17 Sulla posizione assunta dai vertici del Partito comunista sulla questione delle armi si veda idem, p. 98: "La posizione del Pci è insomma così sintetizzabile: se la gente per conto proprio e spontaneamente vuole accantonare le armi sono faccende sue, inclusi i rischi che corre e non sono problemi di nessuna organizzazione di massa. E i depositi di armi, che gruppi di partigiani non solo comunisti avevano costituito, non debbono avere niente a che vedere direttamente con l'azione politica e il comportamento politico ufficiale né del Partito comunista né delle varie organizzazioni di massa sorte attorno a lui. Tanto che addirittura la mappa di dove fossero le armi nessuno voleva averla nel Pci, perché non c'era bisogno di averla, dal momento che la concezione della lotta di popolo è che è il popolo che deve averle e che quando servono salteranno fuori".

18 Gianni Alasia (Torino, 7 febbraio 1927), partigiano della Divisione Sap cittadina "Bruno Buazzi", membro del direttivo dell'Associazione partigiani "Matteotti" del Piemonte, è stato militante del Psiup, del Psi, del Psiup (quello nato dalla scissione del Psi), del Pci e ora è militante di Rifondazione comunista, di cui è stato segretario provinciale di Torino. Parlamentare comunista dal 1983 al 1987, attualmente è consigliere comunale a Torino.

19 Gianni Alasia, "Gli sbocchi erano incerti e anche nel Psi esisteva un'organizzazione militare", in "l'Unità", 4 settembre 1990.

20 Alasia replica, in "La Stampa", 6 settembre 1990.

21 Ivi.

22 Ivi.

23 G. Alasia, art. cit.

24 Si veda Pier Paolo Benedetto, Mitragliatrici in cantina alla vigilia del referendam, in "La Stampa", 12 settembre 1990.

25 Si veda ora al proposito Laurana Lajolo, I ribelli di Santa Libera. Storia di un'insurrezione partigiana. Agosto 1946, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1995, e Roberto Gremmo, L'ultima Resistenza. Le ribellioni partigiane in Piemonte dopo la nascista della Repubblica (1946-1947), Biella, Edizioni Elf, 1995.

26 G. Alasia, art. cit.
Le posizioni di "Iniziativa socialista" sono state fortemente penalizzate da una storiografia del movimento operaio su cui lo stalinismo ha continuato a mantenere un'occulta influenza. Formata da quadri che avevano dato bella prova di sé nella lotta di liberazione (oltre a Bonfantini, Mario Zagari, Giuliano Vassalli, Aldo Valcarenghi, Umberto Calosso, Virgilio Dagnino, Matteo Matteotti, Leo Solari), essa riproponeva alcuni dei temi più suggestivi della politica del Psiup nella Resistenza.
Come hanno scritto Ennio Di Nolfo e Giuseppe Muzzi "l'autonomia del partito e la sua organizzazione democratica erano, per 'Iniziativa socialista', strumenti indispensabili di un'azione che, sul piano interno, avrebbe dovuto sostituire alla politica di unità nazionale, rivelatasi inconcludente e fallimentare, un blocco democratico e repubblicano a guida socialista, e su quello internazionale perseguire il consolidamento della pace non attraverso la ricostituita sovranità degli Stati e la divisione del mondo in sfere d'influenza, bensì attraverso l'edificazione di una nuova organizzazione proletaria internazionale, di cui l'Internazionale dei partiti socialisti avrebbe costituito il nucleo fondamentale.
La fiducia nell'avvento di una comunità socialista europea e di una rinnovata sensibilità internazionalista delle classi lavoratrici era in verità la componente più significativa del bagaglio ideale di 'Iniziativa', il cui internazionalismo, proprio perché fondato sull'affermazione della più assoluta autonomia del movimento operaio rispetto alla politica delle grandi potenze, non nascondeva un intento polemico verso i partiti comunisti, che della logica della politica di potenza apparivano interamente partecipi.
Diffidenti verso il comunismo, i giovani dirigenti di 'Iniziativa socialista' non lo erano meno verso la Dc, ritenuta espressione ai suoi vertici di interessi conservatori, nei cui confronti non esitavano a riproporre vecchie impostazioni anticlericali. Quello che li ispirava era, in sostanza, una sorta di integralismo socialista, che, pur confermando la base classista e l'ideologia marxista del partito, attirava soprattutto coloro che 'rifiutavano lo stalinismo, la divisione del mondo in sfere d'influenza ed i blocchi militari, la politica di unità nazionale e l'accordo tra i tre partiti di massa', in nome di un socialismo rivoluzionario e libertario" (Storia del socialismo italiano, diretta da Giovanni Sabbatucci, Roma, Il Poligono, 1981, vol. V, pp. 186-187. Citazione interna da Mario Punzo, Dalla Liberazione a Palazzo Barberini. Storia del Partito socialista italiano dalla ricostituzione alla scissione del 1947, Milano, Celuc, 1973, p.187).

27 A proposito di "Resistenza tradita" già si è parlato dell'agitazione condotta da "Vento del Nord", ispirato da Bonfantini.

28 Si veda P.P. Benedetto, art cit.

29 Testimonianza di Franco Vittorio, 13 maggio 1996, cit.

30 Luigi Masini (Firenze, 26 ottobre 1889 - Bergamo, 15 marzo 1959). Generale dell'esercito, durante la guerra di liberazione fu comandante delle Fiamme Verdi, formazioni prevalentemente di orientamento cattolico attive nelle zone alpine del Bresciano e della Bergamasca. Collocato a riposo il 1 luglio 1945, entrò poi nel Psiup divenendo anche membro della direzione come responsabilc degli uffici partigiani, reduci, combattenti. Lavorò in particolare all'Ufficio partigiani, reduci, combattenti di Milano.

31 Cesare Bensi (Milano, l l febbraio 1922) fu tra i fondatori del Mup. Commissario politico della 40a e poi della 42a brigata "Matteotti", fu vicecomandante di tutte le formazioni "Matteotti" durante la liberazione di Milano. Nel dopoguerra fu presidente del Fronte della gioventù. Dal '48 fu deputato del Psi per il collegio di Como-Varese-Sondrio e membro del Comitato centrale del partito.

32 Alcide Malagugini (Rovigo, 15 ottobre 1887 - Milano, 24 dicembre 1966), militante del Psi dal 1907, sindaco di Pavia nel periodo precedente la marcia su Roma, aveva preso parte alla lotta clandestina coi socialisti. Dopo la Liberazione fu segretario della Federazione del Psiup di Milano. Nel 1946 fu membro della Consulta e della Costituente. Preside del liceo Manzoni di Milano, fu eletto deputato del Psi per il collegio Milano-Pavia.

33 Libero Cavalli (Ronco Scrivia, 12 agosto 1914 - Milano,1984) aveva aderito al Mup ed era stato segretario della Federazione giovanile socialista clandestina. Fu commissario politico della brigata giovanile "Cecco Cuciniello" e delegato politico della brigata autonoma "Bruzzi-Malatesta". Dopo la Liberazione fu membro della Direzione nazionale Federazione del Psi di Milano. Dal 1952 al 1955 fu segretario della federazione della Fiot Cgil di Milano. Membro del Comitato centrale del Psi nel 1963, aderì con la scissione al Psiup, ritornando nel Psi nel 1971, in cui fu presidente della Commissione centrale di controllo.

34 In un comizio a Parma, il 7 aprile 1947, Palmiro Togliatti stimò in trentamila armati l'esercito comunista diffuso (si veda Claudio Gatti, Rimanga tra noi: l'America. l'Italia, la "questione comunista". I segreti di cinquant'anni di storia, Milano, Leonardo, 1991, p. 25). È quindi probabile che la valutazione di Franco Vittorio sia più vicina al vero di quella di Bonfantini.

35 Giuseppe Marozin era stato il comandante della divisione autonoma "Pasubio", che aveva condotto la guerra di liberazione in Veneto e in Trentino, in una zona che andava dalla valle dell'Agno sino a sud della statale Verona-Vicenza. Marozin venne però condannato a morte per atti di insubordinazione e di indisciplina verso il Cln, avendo intrapreso trattative con fascisti e tedeschi. Quindi nell'ottobre 1944 abbandonò con una cinquantina dei suoi uomini la zona dove operava, raggiungendo il Milanese, dove Sandro Pertini, rappresentante del Clnai, ritenne di potere aggregare questo gruppo alle "Matteotti", con le quali esso opererà diverse azioni, prendendo parte anche all'insurrezione di Milano. Dopo una lunga inchiesta la condanna allora richiesta per Marozin nel 1962 fu giudicata ingiusta dagli stessi rappresentanti dei partiti che avevano fatto parte del Cln di Vicenza. Per ulteriori informazioni si veda Giuseppe Marozin, Odissea partigiana. I 19 della Pasubio, Milano, Azione Comune, 1965.

36 In esso è forse da ravvisare Fausto Nitti.

37 Giuseppe Gracceva (Roma, 13 febbraio 1906) dopo l'8 settembre 1943 diresse con Sandro Pertini l'apparato clandestino del Psiup romano, divenendo poi comandante delle squadre partigiane romane del Psiup. Fu vicepresidente nazionale dell'Anpi.

38 Giuseppe Faravelli (Broni, 29 maggio 1896 - morto nel 1955) allora membro della direzione nazionale del Psiup, della corrente di "Critica sociale".

39 Riccardo Formica "Aldo Morandi" (Trapani, 4 agosto 1896). Ufficiale durante la prima guerra mondiale, iscritto al Pci dal 1921, venne degradato per le sue idee democratiche e fu costretto ad espatriare. Fu alla scuola leninista dell'Internazionale comunista di Mosca dal 1928 al 1930 e dirigente dell'emigrazione politica italiana in Urss. Combattente della guerra di Spagna, fu capo di stato maggiore della XIV brigata internazionale e comandante della 86a e 63a brigata, raggiungendo il grado di tenente colonnello. Nel febbraio 1939 diresse l'evacuazione in Francia delle "Garibaldi" e finì internato nel campo di Saint Cyprien, da cui evase un mese dopo. Fu allora che si iscrisse al Psi. Nel 1940 passò clandestinamente in Svizzera e dal settembre 1941 fu membro del Centro socialista estero svizzero, svolgendo attività politica fra i rifugiati fino alla Liberazione. Espulso dalla Svizzera nell'aprile 1945, rientrò in Italia, dove fece parte dell'Ufficio "D'' e del comitato direttivo ed esecutivo della Federazione milanese del Psi. Fu inoltre tra gli esponenti della sezione italiana del Movimento federalista europeo.
Su Riccardo Formica si veda il saggio di Pietro Ramella.

"l'impegno", a. XVI, n. 2, agosto 1996
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.


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