di Cesare Bermani
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"Allora chi non aveva armi? - ha detto l'ex militante socialista Luigi Passoni1 - Tutti i partiti in parallelo all'organizzazione politica, disponevano di una struttura militare. Parlo per quel che so. Ero socialista e da noi c'erano responsabili di zona provinciali, regionali e nazionali che si occupavano della struttura armata, pronta ad intervenire qualora se ne fosse presentata l'occasione. Non è successo nulla, e le armi non sono state usate. Posso aggiungere che il responsabile nazionale della struttura era Fausto Nitti2, valoroso comandante partigiano, nipote dello statista, ed il coordinatore centrale, il vicesegretario del partito, Foscolo Lombardi3. Questa struttura rimase in piedi fino alla vigilia del referendum, o poco dopo. Poi si sciolse4. Certo è che di armi ne circolavano. Erano state consegnate soltanto in parte, altre le avevamo tenute un po' tutti perché si avvertiva un'esigenza di autodifesa nei confronti di uno Stato ancora fragile''5.
Lo scambio di lettere dattiloscritte tra Corrado Bonfantini6 e Rodolfo Morandi7 - ora conservato, in copia per le lettere di Bonfantini e in originale (firmata a penna e con alcune correzioni di pugno) per la lettera di Morandi, alla Fondazione "Anna Kuliscioff" di Milano - è stato reperito da Guido Polotti a Milano nella casa di Marilena Dossena, che di Bonfantini è stata a lungo la compagna, e ha per tema principale proprio la struttura militare del Psiup cui ha accennato Luigi Passoni.
Il carteggio va valutato sullo sfondo di una situazione politica ancora gravida di pericoli per il consolidamento dello Stato democratico e caratterizzata all'interno del Psiup dai continui tentativi da parte della sinistra - in particolare di Pietro Nenni8, Lelio Basso9 e Sandro Pertini10 - di ridimensionare il grande prestigio che nel partito si era conquistato Corrado Bonfantini per essere stato durante la guerra di liberazione il principale organizzatore delle brigate "Matteotti" e il maggior procacciatore di finanziamenti per l'attività socialista clandestina.
"Non sapevano più toglierselo di dosso, non lo volevano, perché lui aveva séguito e loro no. Lì era una lotta feroce, volevano farlo fuori ad ogni costo. Finché Nenni l'ha convinto ad andare a Torino a prendersi 'Mondo Nuovo', salvando Giuseppe Saragat11 dai debiti del giornale e facendo morire Bonfantini"12.
Uno dei risultati di quella lotta era stata l'estromissione di Bonfantini dalla direzione del Psiup al Consiglio nazionale del 29 luglio-1 agosto 1945 e nei mesi successivi anche da responsabile dell'Ufficio difesa (che peraltro anche la sinistra del partito riteneva prudente mantenere in vita), cosa che aveva generato una ribellione da parte di numerosi comandanti partigiani e a cui Bonfantini aveva reagito con la riorganizzazione delle brigate "Matteotti" come forza fiancheggiatrice del partito e da esso non controllata.
Come ha ricordato Pietro Nenni, il 2 gennaio 1946 la situazione era poi stata oggetto d'analisi alla direzione del partito, dove Morandi aveva posto il "dito sulle piaghe interne: amici di 'Critica sociale', gruppo dissolvitore della federazione giovanile, scandalo dell' 'Epoca', caso Bonfantini. Questo mi sembra il più grave, perché offre un vasto terreno alla provocazione. Il tema è stato ripreso in serata, discutendo del pronunciamento dei matteottini milanesi. Tutti 'briganti' sentenzia Faravelli. Pertini ha detto una cosa gravissima e che cioè le 'brigate' continuano a ricevere milioni dagli industriali. Per quale fine?"13.
Ma quei finanziamenti erano ancora, come già durante la guerra di liberazione e sull'onda di rapporti nati con essa, quelli di Valletta e degli industriali comaschi Porrino e Fila, tutti amici personali di Bonfantini e, nel caso degli ultimi due, anche simpatizzanti socialisti. Quindi non c'era bisogno di invocare recondite finalità per quei finanziamenti, tra l'altro probabilmente meno ingenti di quanto dicesse Pertini. Tutto si risolveva nel fatto che, come racconta Franco Vittorio "Corrado, per farsi dare i soldi era una cosa tremenda, capacissimo e li chiedeva a tutti. Soprattutto agli amici di Torino. Ma Mario, il fratello di Corrado, abitava allora in una casa vicino al palazzo di giustizia, questo povero uomo era disperato, perché mi diceva che Corrado andava a casa sua a dormire e ogni tanto arrivava con dietro tre o quattro disperati arrivati dal Veneto o da altri posti, li portava lì a mangiare e a dormire, gli dava qualche lira. Partigiani che andavano da Corrado a cercare i soldi ce n'erano parecchi"14.
E, a proposito degli "incidenti" di cui si parla nelle lettere, ricorda ancora Franco Vittorio, che era allora all'Ufficio "D" di Milano: "Corrado è sempre stato un estemporaneo e a Milano, in quello che è adesso corso Matteotti, con partigiani di diverse provenienze si fondò un foglio che si chiamava 'Vento del Nord'. Milano era ancora sotto controllo alleato e questo giornale cominciò a dire che la Resistenza era tradita, che bisognava ritornare in montagna, fondare la Repubblica cisalpina. Gruppi di partigiani andarono in montagna, in modo particolare quelli dell'Oltrepò Pavese, ma intervennero duramente gli Alleati e molti finirono in galera. Poi il ministro degli Interni, che allora era Giuseppe Romita, tenne una riunione e la cosa rientrò"15.
La riorganizzazione delle brigate "Matteotti" - voluta da Bonfantini - era comunque dettata da preoccupazioni ben reali per la situazione politica italiana. C'era allora nell'aria il pericolo di un colpo di stato monarchico, operavano squadre armate fasciste e qualunquiste, la stessa Dc aveva delle organizzazioni militari sparpagliate in varie regioni16, gran parte dei partigiani garibaldini si erano tenuti le armi17.
Così anche sull'Ufficio "D'' di Torino abbiamo invece la testimonianza di Gianni Alasia18: "Io militavo allora nel Psi, venivo dalla clandestinità e dalla Resistenza nelle file della 'Matteotti'. Ricordo bene che certamente almeno sino alle elezioni del 2 giugno 1946 - essendo aperto il problema monarchia-repubblica, pieno di incognite lo sbocco istituzionale e presenti rischi di marca neofascista anche sotto altre forme, col ripristino di una burocrazia e alti apparati dello Stato di formazione fascista, esisteva nel Psi una organizzazione militare. C'era l'ufficio 'D', che stava per 'difesa'. A Torino, in via Valeggio, nemmeno molto incognito, c'era il coordinamento delle ex 'Matteotti' e ufficio 'D'. So per diretta esperienza che di armi ne passarono fra quella sede e le sezioni ed organizzazioni del Psi"19. Per quel che concerneva l'armamento dell'Ufficio difesa di Torino Alasia ha precisato di non avere voluto alludere a "qualche souvenir in casa"20, che tutti in quel momento avevano, ma a "un'organizzazione, degli uomini, dei ruolini; a Torino una villa dove si poteva addirittura allestire un museo... "21; e ha parlato di "armi smistate il 30-31 maggio-1 giugno 1946 nelle sezioni, nelle organizzazioni, ecc."22, perché in quel momento "c'era chi pensava a fronteggiare un eventuale colpo di mano monarchico"23. "La mia sezione, - ha detto ancora Alasia - tra l'altro, custodiva tre mitragliatrici. Le prendemmo ai fascisti dopo un conflitto a fuoco e le portammo nel sottoscala della sezione di corso Moncalieri 61. Rimasero nascoste fino alla fine del maggio '46. Due giorni dopo si votava il referendum. [...] Metti che fosse il 29 o il 30. Arriva in sezione un personaggio grosso del partito di cui non faccio il nome, dico soltanto che qualche mese dopo si schiererà anche lui con Saragat, e chiede di avere le mitragliatrici: gliele diedi, ma ignoro dove le portò. [...] Alla vigilia di una consultazione referendaria molto combattuta ma incerta era logico immaginare anche il peggio. Rivendicare al Psi una legittima preoccupazione in tal senso mi sembra meritorio"24.
In seguito "più d'uno dei dirigenti torinesi che coordinavano l'ufficio 'D'e lo smistamento di armi di lì a pochi mesi sarebbero confluiti nel Partito socialdemocratico. [...] Debbo dire, per quel che io so, che nessun comportamento non degno ebbe luogo entro quei rapporti, e nemmeno furono compiuti atti, e che la lotta contro le tendenze avventuriste fu proprio anche partendo da lì, come le vicende della 'Repubblica di Santa Libera'25 stanno a dimostrare. Ma sta di fatto che quei rapporti 'comprendevano', per così dire, elementi di doppiezza. Ma doppiezza (o possibile duplicità di sbocchi) c'era anche nella situazione, aperta a sviluppi democratici ma anche a ritorni reazionari. C'era chi pensava a fronteggiare un eventuale colpo di stato monarchico. E c'era anche chi pensava alla 'rivoluzione permanente' e addirittura accusava il Pci di essere rinunciatario, come notoriamente sosteneva almeno una delle correnti ufficiali del Psi che poi sarebbe confluita con Saragat, 'Iniziativa socialista' "26, alcuni dei principali esponenti della quale, e anzitutto Corrado Bonfantini, parlavano di "resistenza tradita", sottolineandone l'aspetto di rivoluzione sociale incompiuta27. "Va ricordato - ha detto ancora Alasia - che nel Psi di allora fioccavano le critiche a Togliatti, accusato di cedimento: non si accettava la logica del compagno Ercoli, che aveva lanciato un ponte ai monarchici. I socialisti si dissociarono dalla svolta di Salerno''28.
Sull'Ufficio difesa di Milano riporto questa testimonianza di Franco Vittorio29: "Siamo stati nell'Ufficio 'D' il generale Luigi Masini30 delle Fiamme Verdi ed io. C'era infatti l'Ufficio difesa, prima era stato diretto da Corrado, che però ne era stato estromesso per le sue vecchie ruggini con la sinistra, poi dopo se n'erano presa la responsabilità prima Fausto Nitti e poi Luigi Masini e Cesare Bensi31. La nostra organizzazione era vista di buon occhio dalla sinistra del partito e da tutti coloro che non erano contenti di come andavano le cose. Ma un conto era l'Ufficio difesa, che anche la sinistra voleva, e un conto era affidarlo a Corrado.
In quel periodo io ero alla Federazione di Milano ed ero all'Ufficio partigiani, reduci, combattenti che poi era divenuta la faccia pubblica dell'Ufficio difesa. Ogni federazione socialista aveva l'Ufficio partigiani, reduci, combattenti, dove si convogliavano tutti gli iscritti del partito che erano reduci e partigiani, ma poi ogni Ufficio partigiani, reduci, combattenti si trasformava, in maniera molto riservata, anche in Ufficio difesa. Tenendo conto dei tempi, siccome si temeva il revanscismo fascista, I'Ufficio difesa significava le brigate 'Matteotti' clandestine ancora in piedi nel caso di un ritorno di fiamma fascista o colpo di stato monarchico. Il rappresentante dell'Ufficio partigiani, reduci, combattenti provinciale entrava poi di diritto nel direttivo provinciale del partito perché c'era un collegamento stretto fra queste attività e il partito.
Quando Corrado è entrato in collisione con la sinistra del partito ed è uscito dal Psiup per passare al Psli (Partito socialista dei lavoratori italiani), fondato a Palazzo Barberini il 12 gennaio 1947, il nascente Partito socialista italiano ha tentato di mantenere stretto il suo rapporto con gli ex compagni partigiani delle formazioni 'Matteotti'. E in quel momento lui ha fatto una cosa intelligente. Invece di portarli al Partito socialdemocratico, ha ritenuto che valesse la pena di mantenere autonome le 'Matteotti'. Siccome Corrado non era stupido, aveva capito che nel Psli non c'era spazio per uffici difesa o cose del genere. E così in piazza San Sepolcro, nello stesso stabile dove c'era la sede della Federazione del Psi, noi - come Associazione 'Matteotti' abbiamo tenuto degli uffici e avevamo due o tre grandi locali e un salone. C'era un vecchio compagno delle formazioni 'Matteotti', Mazzini, che faceva un po' il segretario e povero cristo era sempre morto di fame. Perché allora non ne abbiamo mai visti di soldi. Il Psi però non vedeva di buon occhio questa associazione. Allora era segretario Alcide Malagugini32 e vicesegretario Libero Cavalli33. Loro non la vedevano bene perché dicevano che i compagni socialisti partigiani dovevano attivarsi nell'Ufficio partigiani, reduci, combattenti esistente nella Federazione. Perché rimaneva un dualismo, c'era l'Ufficio partigiani, reduci, combattenti, che era l'organo della Federazione, e poi c'era questa strana associazione (strana per loro dirigenti), che era quella in cui si ritrovavano tutti i compagni. Comunque, anche se questa nostra associazione era nella sede della Federazione del Psi, noi non eravamo iscritti al Psi e neppure al Psli. Inizialmente io ero passato al Psli, però ci rimasi ben poco. Ci fu una fase in cui molti che erano passati con il Psli uscirono dal partito e altri che erano nel Psi uscirono anche loro. Sicché ci fu un periodo che si frequentava l'Associazione con nessuno iscritto a uno dei due partiti. Eravamo delusi ed era un travaglio. Passò almeno un anno e mezzo prima che quelli che erano più di sinistra, cioè che mal tolleravano l'egemonia della Democrazia cristiana, tornassero nel Psi. Ti dirò che comunque i due schieramenti politici, i "piselli" (come si chiamavano i saragattiani) e i "fusionisti", pesavano. Riuscivamo però a fare cose assieme nell'Anpi, perché tutta 'sta gente confluiva poi nell'Anpi e lì tentavamo di mantenere una nostra unità come organizzazione. Quindi attraverso questa Associazione avevamo mantenuto dei collegamenti tra noi partigiani socialisti, malgrado la scissione. E Corrado veniva alle riunioni, perché eravamo nello stesso palazzo, che poi era l'ex Federazione fascista di Milano. Comunque l'organizzazione armata è rimasta in piedi senz'altro fino al '48, anche se con grande riservatezza. Dire che fossimo trentamila è esagerato34. La forza dell'organizzazione delle 'Matteotti' era soprattutto a Milano, e un po' nel Veneto, dove c'era Marozin 'Vero'35, che era rimasto con noi, ma anche quello dopo... Quindi parlare di diecimila armati è già tanto. Tieni conto che il movimento partigiano era fatto da ventenni. Pensa che Corrado lo chiamavamo 'il vecchio'. Ma già dire ventenni è dire troppo vecchi, perché le classi che hanno dato maggiore apporto alle brigate partigiane e che sono andate in montagna erano il '23, '24 e '25. E tre mesi dopo la Liberazione era già tutta gente malcontenta di quello che stava succedendo. Poi con l'attentato del 14 luglio 1948 a Togliatti tu hai rivisto le formazioni garibaldine in piedi, ma anche le nostre socialiste. In quel periodo avevamo una buona intelaiatura, formata dai quadri delle formazioni 'Matteotti' ma anche delle formazioni di Giustizia e libertà che erano passate al partito e delle brigate anarchiche 'Malatesta'. Si tenevano delle belle riunioni. Dopo l'attentato a Togliatti le cose si sono però ancora più deteriorate, per cui l'Associazione 'Matteotti' a poco a poco si è divisa tra chi era tornato nel Psi e gli altri. Allora Corrado si è trasferito in un ufficio, che il Comune di Milano gli aveva messo a disposizione in piazza Castello. E lì, dove è rimasto tutta la vita, c'era l'Associazione 'Matteotti', che è rimasta in piedi fino alla sua morte, anche se negli ultimi anni lì non c'era più niente, salvo carteggi".
Lettera di Corrado Bonfantini a Rodolfo Morandi
17 dicembre 1945 da casa, ore 9
Caro Morandi,
sono a letto da venerdì e non ho potuto quindi venire a cercarti di persona, data la tua resistenza a venire da me. La tua lettera è assolutamente ingiustificata verso chi, come me, ti ha sempre trattato come un amico intimo e con la massima lealtà. Se tu ben ricordi nelle riunioni con Pertini si era concordato che la responsabilità dell'organizzazione di tutte le forze "parallele" era mia, e quindi ero nel mio pieno diritto nel prendere contatti con Mantova, Cremona, ecc. ecc.
Quanto alla questione dell'Uff. Difesa regionale piemontese, nell'ultimo colloquio a casa di mio fratello ci eravamo messi d'accordo nel senso desiderato da me. Mi ha meravigliato piuttosto il tuo modo di fare col compagno Fausto36 che intendeva semplicemente mettersi a tua disposizione per il collegamento Milano-Venezia, mentre già effettuava il collegamento col Veneto per me come comandante delle forze "parallele".
Quanto agli incidenti avvenuti essi trovano una spiegazione, non dico "giustificazione" nell'atteggiamento della Direzione e in generale del Partito nei confronti degli ex-matteottini. Io ad ogni modo ero all'oscuro di tutto come vi sono ampie documentazioni, e come chiedo alla tua lealtà ed amicizia, se ne hai ancora per me, di credere. Anzi appena a conoscenza delle cose mi sono arrabbiato moltissimo e sono riuscito a fermare ulteriori manifestazioni, ottenendo anche che voi dell'Uff. Difesa, e tu in particolare, restate [sic] al vostro posto in attesa della nuova sistemazione.
È evidente che impostate le cose sul piano di una nuova sistemazione dell'Uff. Difesa (e questo mi hanno dichiarato apertamente desiderare i comandanti delle formazioni) io non ho potuto rifiutare il mio consiglio per la stesura del nuovo piano dell'Ufficio Difesa.
Mi ha meravigliato moltissimo, anzi debbo dire mi ha addolorato moltissimo (più di una battaglia politica perduta, poiché i miei amici dicono che io ho il torto di essere troppo ingenuo e sentimentale), il tuo contegno durante i colloqui con Gracceva37 e in particolare la tua dichiarazione relativa alla "frazione" che avrebbe voluto impadronirsi dell'Uff. Difesa.
Caro Morandi, per me non vi sono frazioni, ma vi sono solo galantuomini e amici! E poi, perché mi hai sempre tenuto nascosto che tu eri un così accanito sostenitore della frazione di Faravelli38, quando sapevi che io ho sempre visto con simpatia "Critica Sociale", e comunque che non avrei obbiettato nulla a che tu ti servissi dell'organizzazione dell'Uff. Difesa (come mi appare oggi che tu hai tentato di fare) per rafforzare detta frazione e comunque per combattere i varii Nenni, Basso e C. che rappresentano il vero pericolo per il Partito?
Col tuo contegno di questi giorni sei apparso, anche ad osservatori neutrali, allearti addirittura con Nenni Basso e C.; per dare addosso al tuo vecchio amico Corrado.
Io spero che tutto questo sia dettato solo da un tuo più che giustificato risentimento per il trattamento avuto, ma questo risentimento non doveva riversarsi anche su di me, e soprattutto dovevi tenere conto della situazione generale del Partito e della convenienza o meno di certe tue prese di posizione.
Io spero che tu vorrai rivedere tutto il tuo atteggiamento e addivenire ad una franca spiegazione con me. Se vorrai farla sarai tu che dovrai cercarmi. Attendo una tua telefonata venerdì prossimo venturo.
F.to Corrado
* * *
Lettera di Morandi a Bonfantini
Caro Corrado,
Nessuna "resistenza" e riluttanza per venire da te sabato u.s. - Di solito, per gli appuntamenti, bisogna essere in due nel [sic] stabilirli.
Per spiegare: al mattino, quando inviasti a casa per cercarmi, avevo da fare per impegni presi in precedenza, tanto che arrivai in ufficio verso le 11; nel pomeriggio fui impegnato con il compagno Gracceva ed altri dalle 14 alle 23. Impossibilitato quindi ad essere da te secondo i vari appuntamenti che avevi fissato.
Non posso affermare che il compagno Pertini, nella riunione che si ebbe da lui con gli altri compagni, avesse "concordato che le responsabilità dell'organizzazione di tutte le forze parallele" era tua. Posso affermare, invece, il contrario: nessun incarico ti veniva dato per quello che abbiamo chiamato "forze parallele". Di questo il compagno Pertini potrebbe, del resto, dire qualcosa. Ma ammettendo, senza concederlo, che se tale incarico ti fosse stato affidato, sarebbe stato elementare che tu avessi preso accordi con l'Ufficio "D" Alta Italia, altrimenti sarebbe, come lo fu, un lavoro slegato e per nulla controllato. Converrai che non è ammissibile per un Ufficio dirigere un lavoro quando una branca di esso sfugge o si fa sfuggire, al suo controllo, alle direttive organizzative.
E questo per polemizzare.
Per quanto concerne l'Ufficio Regionale Piemontese. Mai ho accettato tale tua idea. Nei brevi colloqui che ebbi, specie prima di andare a Roma agli ultimi di Novembre, ti esposi continuamente come di uffici regionali non se ne dovesse parlare.
Nel colloquio che ebbi a casa tua, dopo la riunione da Pertini, parlasti effettivamente a lungo sulla questione dell'Ufficio Regionale del Piemonte, come ricordi, ma devi pure ricordare quanto risposi: non era ammissibile ed impossibile vi fosse un Ufficio Regionale del Piemonte. Tu hai insistito facendomi presente come in una riunione di tutti i Segretari delle Federazioni Piemontesi, avessi concordato la costituzione di un tale Ufficio, a capo del quale avevi messo Marsili; come nel Piemonte mai nulla avessimo potuto fare se non ci si recava prima dal Marsili stesso; risposi allora che del Piemonte avrei dovuto disinteressarmi.
La mia "lealtà" verso il Partito che servo - e non servo singoli uomini -, mi imponeva, di conseguenza, d'avvertire il centro dal quale dipendo di tale anormalità organizzativa.
Le istruzioni avute, e che ho applicato senza derogare di un filo, mi imponevano che organismi regionali non ne dovevo creare ma solo Provinciali - e la mia lealtà mi dettava di applicare tali disposizioni. Non potevo di conseguenza essere d'accordo con te sulla creazione di Uffici Regionali.
Del resto, se tu avessi letto i vari progetti che vennero varati quando detenevi il posto di capo dell'Ufficio "D" Alta Italia, mai si parlò di organismi regionali.
La stessa cosa dissi a Fausto e se il mio modo di fare con Fausto è apparso strano, la causa va ricercata nella "sua" dichiarazione: che gli uomini delle Brigate seguono un uomo, essendo esse formazioni personali, che se questo uomo dovesse dar l'ordine, alle formazioni, di passare al partito Liberale, queste non avrebbero che ubbidito.
Capirai che nessun affidamento, il Partito, può fare con uomini e formazioni professanti un tale principio.
Lealmente, quale membro del Partito, non mi restava altro da fare che avvertire da chi dipendo di tale "anormalità".
In quanto agli incidenti avvenuti ho affermato, e tutti ne sono convinti, che tu ne sei estraneo. Questo lo dissi e lo ho ripetuto. Ma chi ha mantenuto in istato di abolizione [sic, ma ebollizione], i vari comandanti delle formazioni?
Certo non io. Né io li ho mai provocati.
La formula di formazioni fiancheggiatrici, venne scelta e concretizzata appositivamente per poter controllare le formazioni stesse, per politicizzarle, cosa che non si è fatta né poteva essere fatta da noi. Chi ha mantenuto nei comandi lo stato d'allarme, chi fece vedere, con un'analisi errata, che si era giunti ad una situazione di emergenza e bisognava agire? Chi, ancora, dava disposizioni di creare nuove formazioni ed organizzazioni superiori, all'insaputa dell'Ufficio? Certo non io, caro Corrado.
Considerare l'Ufficio il rappresentante presso il Partito delle Formazioni è cosa errata. Non è questo l'organismo adatto a tale bisogno.
La nomina dei dirigenti l'Ufficio non può essere fatta con elezioni, come hai sempre caldeggiato, ma deve, e non potrebbe essere altrimenti, venire dalla Direzione, solo organo competente e responsabile.
Nessun risentimento è in me se non sono gradito, se mi si taccia di incapacità od altro, solo un senso di dolore, di profondo dolore, perché ho visto l'incomprensione totale di cosa deve essere questo Ufficio, e per tutto il lavoro che subì un dannoso colpo d'arresto.
Troppo attaccato sono al partito per potermi risentire se da un posto vengo rimosso.
In ventotto anni di lotta politica sono riuscito a spogliarmi di ogni risentimento piccolo borghese.
Non concepisco come membri di Partito, o che si dicono tali, che affermano di voler essere disciplinati al Partito, rompono con la più elementare disciplina di Partito ed impongono i loro criteri organizzativi. Che tu abbia dato il tuo consiglio nella stesura delle rivendicazioni organizzative dell'Ufficio, non mi è sfuggito - tutti i tuoi punti di vista, e non solo i tuoi, vi ho trovato ribaditi -, sta alla Direzione decidere.
Ma ti assicuro che se quel progetto di organizzazione venisse accettato il nostro organismo non sarebbe più tale, e con lo spirito di disciplina che regna tra i comandanti di Brigata, il Partito nessun affidamento serio potrebbe fare su tale organismo.
Vorrei poi che la persona, la quale riferì quanto ebbi ad esporre nella riunione con il compagno Gracceva, fosse più onesta, meno animosa, e vedesse le cose come realmente sono: I Comandanti delle formazioni a te ligie ti sono sfuggiti di mano, tuo malgrado, si diedero ad azioni incomposte, disorganiche, vennero poi prese in mano ed incanalate; chiunque avrebbe visto questo.
Le prime formulazioni di quella gente furono informi, poi presero forma e si concretizzarono e si diede carattere politico alla prima forma di inscandescenza. Ed è questo che feci rilevare.
Nemici, per me, nel Partito, non ve ne sono, i nemici sono fuori. Posso e non posso condividere l'indirizzo politico dell'attuale Direzione, ma tale mio pensiero lo esprimo nell'organismo politico al quale sono iscritto.
Non uso l'organismo politico al quale la fiducia della Direzione mi pose per sostenere questa o quella corrente politica fosse pur essa la mia.
Nessuna dedizione ad uomini od a uomo, non sarei socialista, ma dedizione al Partito. Dedizione e lealtà al partito anche se diretto da uomini che non appartengono alla mia tendenza, tendenza e non frazione.
Potei polemizzare su quanto hai scritto, forse lo feci ma involontariamente, non desidero comunque farmi trascinare.
Mi hai colpito moralmente e se credi essere stato nel tuo diritto, hai fatto bene.
Ci faccio la figura della serpe che dopo esser stato scaldato nel seno è morso.
È per me una lezione.
Non verrò a cercarti. Non per orgoglio, ma perché credo sia inutile continuare la discussione e trascendere in polemica.
Io passo.
Se un appello posso fare a te è quello di esortarti nel vedere e credere nel Partito del quale siamo membri.
Ti avverto che copia della nostra corrispondenza la passo alla Direzione.
Cordialmente
Morandi
* * *
Lettera di Bonfantini a Morandi
28 gennaio 1946
Caro Rodolfo,
In merito alle spiegazioni che mi hai chiesto a nome della Direzione del Partito, ti dichiaro quanto segue:
1) Non ho avuto a che fare nulla col finanziamento dell' "Epoca", e su questo punto hai già avuto conferma "diretta";
2) Io non debbo dare giustificazioni quanto all'aver riorganizzato le Brigate Matteotti fuori dal partito, ma se mai dovrei avere dalla Direzione del Partito un elogio speciale per questo mio lavoro indefesso (e... pericoloso) che mi permette oggi - in un momento tanto delicato per l'appena sorta democrazia italiana - di mettere al servizio della democrazia tutta ed in particolare a disposizione del Psiup circa 30.000 uomini armati nell'Italia centro-settentrionale, e tutto questo nonostante le difficoltà frappostemi da elementi dirigenti del partito e la campagna di calunnie fatta contro di me.
Non debbo dare "giustificazioni" per questo mio lavoro perché, se è vero che la Direzione del Partito mi aveva estromesso dagli uffici difesa (con procedimento assolutamente ingiustificato verso chi dall'età di quindici anni e cioè per ventidue anni consecutivi aveva dato tanto alla causa del proletariato, in particolare aveva tanto meritato per la rinascita del partito socialista della cui direzione è stato l'unico membro che sia rimasto indefessamente al suo posto - nonostante le ben note... avventure - come membro dell'esecutivo dell'Alta Italia dal settembre 1943 a tutto il luglio 1945, avendo al suo attivo tra l'altro la preparazione dell'insurrezione di Milano, che tanto onore doveva portare al nostro partito, sfatando per sempre la leggenda relativa al nostro cronico pacifismo attenuista) la direzione stessa, però, non mi ha mai proibito il lavoro di riorganizzazione delle Brigate Matteotti come forze "parallele" o "fiancheggiatrici" (riorganizzazione di cui avrebbe [dovuto] essere al corrente attraverso i rapporti di Aldo Morandi Formica39 che era da me informato) e tanto meno poi si è mai curata di chiedermi informazioni o rapporti diretti.
3) Quanto poi alle "giustificazioni" che dovrei dare relativamente al finanziamento di detta organizzazione e sue dipendenze (cooperative e società sportive) pur affermando che non vedo di che giustificarmi quando si tratta di un'organizzazione fuori del partito (anzi "messa fuori" dalla direzione stessa, la quale, come è noto, aveva accettato per l'Ufficio difesa il progetto Morandi Formica che escludeva precisamente l'utilizzazione delle ex Brigate Matteotti) mi dichiaro però pronto, su richiesta specifica, a presentare un rendiconto delle entrate e delle uscite relative alla riorganizzazione delle Brigate Matteotti. Sin d'ora sarà però bene chiarire che fra le entrate non figura nessuna somma che avrebbe dovuto essere versata alla cassa del partito.
Così chiarita la situazione, ti debbo informare che i rappresentanti delle brigate Matteotti Alta Italia in una riunione plenaria tenuta a Milano il 20 di questo mese hanno votato un ordine del giorno il quale, visto il pericolo del[la] rinascente reazione fascista, visto l'abbandono nel quale il Partito li ha lasciati, visto il prolungarsi dello stato di incertezza dei rapporti fra Brigate Matteotti e Uffici Difesa, decidono di perfezionare la propria organizzazione mantenendola per il momento completamente autonoma dagli Uffici Difesa e dal partito stesso alle sole dipendenze "di Corrado Bonfantini, che viene incaricato di trattare da solo con la Direzione del Partito la futura sistemazione delle Brigate Matteotti che riaffermano in forma solenne di essere al servizio del Psiup".
Nell'ordine del giorno è aggiunto che "non crede che sia incompatibilità con l'appartenenza al Partito e con la disciplina dello stesso l'appartenenza all'organizzazione matteottina".
A questo punto, tenute presenti le proposte già fatte dai rappresentanti delle Brigate Matteotti in merito alla riorganizzazione degli Uffici Difesa, io approvo pienamente lo scioglimento degli Uffici Difesa disposto dalla Segreteria del partito. Penso che si dovrebbe creare al loro posto degli Uffici Assistenza ai Partigiani e Reduci e degli uffici sportivi. Naturalmente i preposti a detti uffici dovrebbero essere di gradimento delle formazioni matteottine e rispettivamente dei Comitati Esecutivi delle federazioni provinciali, di cui dovrebbero essere membri. Il responsabile della sezione sportiva dell'Ufficio assistenza e sport dovrebbe avere alle sue dirette dipendenze le attuali forze matteottine, in modo segreto e con precauzioni tali da non coinvolgere assolutamente la responsabilità del partito.
Ritengo però sia meglio, prima di stendere un progetto definitivo su questo argomento, che tu ti renda conto personalmente della situazione dell'Alta Italia con una visita a Milano.
"l'impegno", a. XVI, n. 2, agosto 1996
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.