Le premesse dello Stato e del conflitto


I PRIMI INSEDIAMENTI Fra il 1880 e il 1910 la comunità ebraica in Palestina crebbe assai lentamente: gli ebrei a Gerusalemme erano 17 mila nel 1880, 25 mila nel 1890, 35 mila nel 1900, 45 mila nel 1910. Il primo kibbutz venne fondato nel 1909 
I PRIMI SCONTRI 
La situazione cambiò a seguito della Rivoluzione russa, quando un gran numero di ebrei dell’Est giunse in Palestina. Nel 1920 gli arabi di Gerusalemme si gettarono sul quartiere ebraico e uccisero una decina di persone 
Dichiarazione d’indipendenza e resistenza

LA NASCITA Il 14 maggio del 1948 venne proclamato lo Stato d’Israele: gli Stati arabi della regione tentarono di soffocarlo sul nascere, Israele contrattaccò e allargò il proprio territorio. Oltre 800 mila palestinesi divennero profughi 
LA RESISTENZA 
Nel 1964 in Giordania nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), di cui diviene leader Yasser Arafat. Gli anni Settanta e Ottanta sono la stagione del terrorismo. Nell’87 scoppia nei territori occupati l’Intifada, che nel ’93 farà posto ai negoziati di pace 

La sfida dei coloni nella «terra di frontiera»


LE COLONIE 
Gli insediamenti ebraici costruiti all’interno dei territori palestinesi (Cisgiordania e a Gaza) sono 145, abitati da circa 200 mila persone 
SOTTO TIRO 
Tra i più estesi quello di Benyamin, vicino a Betlemme e Ma’ale Adumin, alle porte di Gerusalemme, entrambi abitati da più di 25 mila coloni. Tra gli insediamenti più esposti agli attacchi palestinesi, quello di Efrat (6.600 persone) nell’area di Betlemme, Kiryat Arba (5.900 abitanti) vicino a Hebron, e un piccolo nucleo dentro Hebron (480 persone) 
IN CRESCITA 
Le colonie rispondono a un obiettivo politico di occupazione del suolo. Né il governo laburista di Ehud Barak, né tanto meno quello di Ariel Sharon hanno voluto ridurre o bloccare la loro espansione. Sotto Barak, le colonie sono cresciute del 7% 
AGEVOLAZIONI 
Per spingere la gente ad andare a vivere in «posti di frontiera» come gli insediamenti, Israele concede prestiti agevolati per l’acquisto della casa e drastiche riduzioni fiscali 
SICUREZZA 
Per proteggere i coloni dagli attacchi, il governo ha costruito delle «by-pass roads», strade alternative che portano agli insediamenti senza sfiorare i centri abitati palestinesi. L’esercito provvede alla sicurezza con tank all’entrata delle colonie e scorte militari agli studenti. I bambini vengono portati a scuola con pullman dai vetri anti-proiettile. I coloni sono autorizzati ad andare in giro armati 


Per Theodor Herzl i palestinesi non esistevano


Per Theodor Herzl, profeta dello «Stato ebraico» e fondatore del movimento sionista, i palestinesi non esistevano. La terra dove gli ebrei europei avrebbero costruito la loro nazione presentava ai suoi occhi il doppio vantaggio di essere povera e «vuota». Sperò che il sultano di Costantinopoli l’avrebbe venduta (gli offrì un milione e 600 mila sterline) e che avrebbe permesso in tal modo a un «popolo senza terra di far fiorire una terra senza popolo». Herzl non ignorava naturalmente l’esistenza di una popolazione indigena e sapeva che il numero degli arabi e degli ebrei a Gerusalemme, nella seconda metà dell’Ottocento, era pressoché eguale. Ma dovette giungere alla conclusione che non erano un popolo, che non avevano una identità nazionale e che si sarebbero spostati altrove, senza sollevare obiezioni, per fare posto ai cittadini dello Stato sionista. Non aveva del tutto torto. Alla fine dell’Ottocento «Palestina» era soltanto un termine storico, desunto dal nome di una provincia romana, e i «palestinesi» non esistevano. Li avrebbe creati, nei decenni seguenti, il movimento di Theodor Herzl. I primi sionisti vennero prevalentemente dal grande «recinto» in cui la Russia aveva confinato gli ebrei dell’Impero dopo l’ultima spartizione della Polonia, alla fine del Settecento. Erano polacchi, ucraini, bielorussi, lituani e s’installarono in piccoli lotti agricoli venduti dagli arabi e comprati con denaro donato da alcune grandi famiglie ebraiche della diaspora. Ma la maggior parte degli ebrei orientali, in quegli anni, emigrò versò l’Europa occidentale e gli Stati Uniti. All’epoca della creazione del primo kibbutz (1909) quelli che sbarcavano ogni anno sulle banchine del porto di New York erano mediamente più di centomila. La comunità ebraica di Palestina crebbe quindi, ma assai lentamente. Nel 1880, a Gerusalemme, erano 17 mila: divennero 25 mila nel 1890, 35 mila nel 1900, 45 mila nel 1910. 
Le cose cominciarono a cambiare durante la Grande guerra. Per compiacere alcuni gruppi di pressione, soprattutto negli Stati Uniti, il ministro degli Esteri inglese, Lord Balfour, promise agli ebrei, con una dichiarazione del 2 novembre 1917, un «focolare» nella Terra promessa. Fu una dichiarazione politica, dettata dalle esigenze del conflitto e accompagnata da altre promesse che la Gran Bretagna fece in quel periodo alle popolazioni arabe dell’Impero Ottomano. Due mesi dopo, alla vigilia di Natale, il generale Allenby scese di cavallo di fronte alla porta di Giaffa e assicurò gli abitanti di Gerusalemme che avrebbe personalmente garantito, in nome del governo di Sua Maestà, la libertà delle tre maggiori religioni monoteiste. 


CONVIVENZA PACIFICA - L’impresa si dimostrò assai più difficile di quanto gli inglesi non avessero immaginato. Non avevano previsto, in particolare, che la rivoluzione d’Ottobre e la guerra civile russa avrebbero costretto alcune centinaia di migliaia di ebrei a fuggire precipitosamente dall’Europa orientale. Una parte giunse in Palestina (dal 1922 protettorato britannico), dove gli insediamenti sionisti andarono progressivamente aumentando. Sino ad allora gli ebrei e gli arabi avevano convissuto pacificamente. S’incontravano al mercato, scambiavano i beni di cui avevano bisogno, si sfioravano nelle vie dei villaggi, si incrociavano nei luoghi di culto ambigui o contigui che le religioni del Libro avevano sparso nella città santa di Gerusalemme, in Giudea e in Samaria: la spianata della Moschea e quella del tempio, la Grotta dei Patriarchi a Hebron (in arabo al-Haram al-Ibrahimi), la tomba di Rachele (al-Rahil, nella zona di Betlemme), quella di Giuseppe (al-Yussuf, nella zona di Nablus). A mano a mano che le comunità ebraiche divenivano più numerose e gli acquisti di terra più frequenti, i rapporti fra i due popoli divenivano più sospettosi e ostili. Il 4 aprile del 1920, durante una celebrazione musulmana, gli arabi di Gerusalemme si gettarono sul quartiere ebraico e uccisero una decina di persone. Nell’agosto del 1929 la morte di un bambino ebreo, nel corso di una lite, provocò una dimostrazione sionista a Gerusalemme e, nei giorni seguenti, una serie di scontri sanguinosi in tutta la Palestina nel corso dei quali 133 ebrei perdettero la vita. 
Negli anni seguenti l’avvento di Hitler al potere e l’applicazione delle leggi di Norimberga ebbero il duplice effetto di aumentare l’immigrazione ebraica e l’ostilità araba. Nel 1936 gli arabi insorsero contro gli inglesi, s’impadronirono per un breve periodo di Gerusalemme e sfogarono la loro collera contro gli ebrei. E’ la prima «Intifada». Messo alle strette, il governo britannico affidò a una commissione, nel 1937, il compito di avanzare proposte. Presieduta da Lord Peel la commissione suggerì la creazione di due Stati separati e di una zona neutrale intorno a Gerusalemme, soggetta al controllo britannico. La proposta non piacque né agli uni né agli altri, e fu ben presto archiviata dallo scoppio della Seconda guerra mondiale. 
Terminato il conflitto, mentre molti ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento sbarcavano in Palestina, la questione divenne politicamente insolubile. Nel 1947, dopo due anni di attentati terroristici e di inutili mediazioni diplomatiche, la Gran Bretagna abbassò le braccia e restituì alle Nazioni Unite il mandato che aveva ricevuto dalla Società delle Nazioni. Un’altra commissione, istituita dall’Onu, propose anch’essa la creazione di due Stati distinti e uno statuto internazionale per la città di Gerusalemme. Nacque così, il 14 maggio 1948, lo Stato d’Israele. 


SPARTIZIONE INIQUA - Ma la spartizione della terra - il 56,5% a 608 mila ebrei, il 43,5% a 1.300.000 arabi - parve iniqua e fu motivo, o pretesto, di una guerra con cui le potenze arabe della regione cercarono di uccidere sul nascere il nuovo Stato. Israele si difese, contrattaccò, allargò il proprio territorio e occupò, prima dell’armistizio, i quartieri occidentali di Gerusalemme. Se le vecchie popolazioni fossero rimaste nelle zone occupate, gli ebrei, paradossalmente, sarebbero divenuti la minoranza dello Stato d’Israele. Fu questa la ragione per cui i vincitori incoraggiarono e talvolta provocarono l’esodo arabo. I profughi furono probabilmente più di 800 mila. Nella sua Storia delle relazioni internazionali dal 1918 ai nostri giorni , Ennio Di Nolfo calcola che 200 mila si rifugiarono nella striscia di Gaza, 465 mila in Giordania, 107 mila in Libano, 80 mila in Siria, quasi tutti alloggiati in campi di fortuna che divennero da quel momento la loro patria. I Paesi «fratelli» li ospitarono, ma non fecero quasi nulla per integrarli nelle loro società e li usarono come strumento politico del nazionalismo arabo. Due di essi, in particolare - Siria e Giordania - aspiravano alla Palestina e avevano interesse a coltivare nei rifugiati la rabbia e la speranza del ritorno. 
Comincia da allora la lunga incubazione della nazionalità palestinese. Nei campi vi è il brodo di coltura in cui si agitano progetti di riscossa, sorgono movimenti politici, si formano i quadri di una militanza radicale. Nel 1964, in Giordania, alcuni gruppi decidono di confederarsi e di formare una «Organizzazione per la liberazione della Palestina». Uno di questi movimenti, Al Fatah, ne assumerà presto la direzione. Il suo leader è un uomo piccolo, tozzo, il busto infagottato in una casacca militare, la testa avvolta in una sciarpa bianco-nera, le guance coperte da un’ispida barba. Si chiama Yasser Arafat, è nato nel 1929 ed è una sorta di centauro: per metà guerrigliero e terrorista, per metà pragmatico e diplomatico. 
Ma accanto a lui vi sono gruppi più radicali che cercano di scavalcarlo e di strappargli la leadership dell’Olp. Uno di essi è il «Fronte popolare per la liberazione della Palestina», composto da intellettuali e militanti marxisti. La guerra arabo-israeliana del 1967 favorisce la loro strategia. Israele vince, conquista nuovi territori (l’intera Gerusalemme, la Cisgiordania, le alture del Golan) e getta così altri rifugiati nel calderone della resistenza palestinese. Non basta. Nella primavera del 1970 la collera dei movimenti più radicali si dirige contro Hussein, re di Giordania, dove i palestinesi dell’esodo formano ormai una seconda popolazione. Dopo una lunga guerra civile, particolarmente sanguinosa in settembre, Hussein ha il sopravvento e si sbarazza di molti dei suoi scomodi «ospiti» costringendoli ad abbandonare il Paese. E’ il «settembre nero» che diverrà fra poco il nome di una spietata organizzazione terroristica. Cacciati dalla Giordania, i palestinesi si rifugiano in Libano dove divengono rapidamente uno Stato nello Stato e installano basi per operazioni di commando contro Israele. 


OPERAZIONI TERRORISTICHE - Risale a quegli anni una impressionante sequenza di operazioni terroristiche. Il primo episodio è il dirottamento di un aereo israeliano il 23 luglio del 1968. Seguiranno attentati, operazioni suicide o di commando (fra cui l’uccisione degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972) e molti altri dirottamenti, da quello di Entebbe del 1976 a quello della nave italiana Achille Lauro nel 1985. 
Gli israeliani reagiscono duramente, restituiscono biblicamente ogni colpo, invadono il Libano e costringono una parte della popolazione palestinese a emigrare, ancora una volta, nell’agosto del 1982. Ma certe vittorie possono nuocere al vincitore più di una sconfitta. Il 16 settembre del 1982, in una zona di Beirut occupata dalle forze israeliane, gli alleati cristiani di Israele fanno strage della popolazione civile nel campo palestinese di Sabra e Chatila. Il ministro della Difesa del governo di Gerusalemme era allora Ariel Sharon, l’uomo che qualche mese fa, con una provocatoria «passeggiata» sulla spianata delle moschee, ha acceso la miccia dell’ultima insurrezione palestinese. 
Non è tutto. L’intervento israeliano in Libano introduce nel dramma un nuovo protagonista: il fondamentalismo islamico. Al vecchio terrorismo d’ispirazione marxista si affianca ora un nuovo terrorismo di ispirazione religiosa, più intransigente e motivato. Nascono così nuove organizzazioni: in Libano gli Hezbollah, sostenuti e finanziati dall’Iran, nei territori occupati Hamas e «Jihad islamica». Sono al tempo stesso movimenti politici, organizzazioni combattenti e istituzioni assistenziali, attrezzate per fornire ai giovani palestinesi un po’ d’istruzione, un po’ di lavoro, un fucile e un ideale. Sono questi giovani, nati nei campi o in «cattività», i protagonisti di una nuova Intifada che scoppia nei territori occupati alla fine del 1987 e si protrae fino ai primi anni Novanta. Alessandro Colombo e Giovanni Scirocco, ricercatori del Centro di politica estera e opinione pubblica dell’università di Milano, calcolano, basandosi su fonti palestinesi, che gli israeliani ebbero 73 morti e 5 mila feriti, mentre gli insorti ne ebbero rispettivamente 1.100 e più di 80 mila, «oltre a decine di migliaia di arrestati e ai 900 uccisi dai palestinesi con l’accusa di "collaborazionismo"». 


PROGETTO POLITICO - Anche la seconda Intifada, come quella del 1936, generò alla fine un progetto politico. Con i negoziati di Oslo e gli accordi di Washington del settembre 1993 comincia quello che è stato definito, con un certo ottimismo, il «processo di pace». Arafat smette i panni del guerrigliero e diventa «leader nazionale», in attesa di essere finalmente «capo di Stato». Ma nel campo palestinese, come in quello israeliano, sopravvivono i partigiani del «tanto peggio tanto meglio», sempre pronti a inceppare il meccanismo della conciliazione e a ritardarne gli effetti. Il resto, sino allo scoppio della nuova sommossa, è storia recente. Quanto dovrà durare la terza Intifada prima che la mano torni ancora una volta alla politica? O meglio: chi capirà per primo che la guerra strisciante sta distruggendo la terra che ciascuno dei due contendenti considera la Patria? 

Sergio Romano

Corriere della Sera
10 maggio 2001


I palestinesi uccisi dalla povertà


Nell'ultimo semestre del 2000 dati sconfortanti. Un palestinese guadagna 13 dollari al giorno a Gaza, 27 in Israele. Con la nuova Intifada la disoccupazione è passata dal 18,5% al 39%. 

di Umberto De Giovannangeli 

E’ l’altra faccia dell’occupazione. Quella meno visibile, all’apparenza meno cruenta, ma forse è la faccia più dura, quella che segna quotidianamente la vita di milioni di persone: è la faccia dell’oppressione economica. A parlare sono i dati, le fredde cifre che dicono molto di più di tante dichiarazioni di leader politici o pseudo tali. Sono dati inquietanti, quelli che Il Nuovo. it pubblica in anteprima, che aiutano a cogliere le radici della rabbia e della disperazione che hanno scatenato la seconda Intifada. 

I dati in questione sono contenuti nell’ultima inchiesta condotta dall’Ufficio centrale palestinese di statistica e si riferiscono all’ultimo semestre del 2000. La dipendenza dall’economia israeliana, innanzitutto. La paga media giornaliera per i lavoratori palestinesi (706.00, di cui 605mila impiegati a tempo pieno per 35 o più ore settimanali, 37mila svolgono attività lavorative irregolari e 63mila sono forza lavoro disoccupata) è di 16,8 dollari in Cisgiordania e di 13 dollari a Gaza. In Israele o negli insediamenti ebraici un palestinese percepisce invece 27 dollari. Un trattamento economico indubbiamente migliore ma che nasconde, anch’esso, un’altra ingiustizia: la paga minima giornaliera in base alla legge israeliana, infatti, è di 31,5 dollari. “Parlare di separazione totale in questo contesto caratterizzato da un fortissimo gap economico-sociale significa gettare le basi per un regime di apartheid”, annota lo scrittore ed economista israeliano Meron Benvenisti. 

Il raggiungimento degli accordi di Oslo e il tormentato cammino del processo di pace non hanno mai interrotto la politica di chiusura dei confini tra Israele e i territori palestinesi da parte del governo ebraico. La chiusura ha infatti caratterizzato tutto il corso degli anni Novanta. Nel periodo tra il 1993 e il 1996 i giorni di blocco forzato alle frontiere hanno raggiunto quota 342 a Gaza e quota 291 in Cisgiordania (rispettivamente il 37,8% e il 36,2% sul totale annuo): 
ciò significa che più di un giorno su tre i palestinesi autorizzati a recarsi in Isarele per lavoro non hanno potuto farlo. Una politica che, sia pur con alti e bassi, è proseguita anche nel periodo tra il 1997 e il 1999. E tuttavia lo sfruttamento della forza lavoro palestinese (meno pagata e senza alcuna tutela sindacale) è continuato ad essere un volano di crescita per l’economia israeliana. Nonostante la chiusura prolungata dei valichi di frontiera, il numero dei palestinesi occupati all’interno di Israele e negli insediamenti ebraici è risalito sostanzialmente a partire dal 1996 sia in termini assoluti che relativi. Attualmente, sempre secondo i dati dell’Ufficio statistico palestinese, questi sono 143mila (con o senza regolare permesso) di cui 113.600 provenienti dalla Cisgiordania e 29.400 da Gaza e rappresentano insieme il 22.3% dei 643.00 impiegati nei territori palestinesi. La dipendenza emerge anche da un dato del commercio estero: la bilancia commerciale della Cisgiordania-Striscia di Gaza è fortemente negativa, in particolare con Israele. Il totale delle importazioni nel 1998, ultima rilevazione accertata, ammontava a 1.747 milioni di dollari, dei quali 1.102 in provenienza da Israele, mentre le esportazioni ammontavano a soli 391milioni di dollari.

Uno stato di occupazione significa anche impossibilità di programmare qualsiasi politica di sviluppo e di integrazione economico-commerciale con le economie dei Paesi arabi limitrofi, come Egitto e Giordania: un altro dato strettamente legato alla politica delle chiusure è il tasso di disoccupazione nei territori. 
Da studi condotti dalla Banca Mondiale emerge un dato econometrico che ha evidenti ricadute politiche: negli anni del negoziato di pace si determina un miglioramento sostanziale di tutti gli indicatori dell’economia israeliana in termini di Pnl, di Pil, di investimenti stranieri e di consumo privato. Contemporaneamente assistiamo ad un quasi proporzionale peggioramento degli indicatori palestinesi: il 19.1% della popolazione dei Territori vive sotto la soglia di povertà, fissata a 670 dollari annui pro capite. La percentuale aumenta a Gaza ove si stima che un terzo della popolazione viva al di sotto della soglia di povertà. “La verità – ammette Meron Benvenisti – è che i palestinesi sono stati tagliati fuori dai dividendi della pace e che la pace ha portato ad una forte prosperità solo di una delle parti in causa. E questo ha finito per accrescere la delusione e la rabbia”. 

Nessun controllo delle risorse idriche e della terra, sostanziale impossibilità a spostarsi, limiti assoluti allo sviluppo: è la condizione strutturale dei Territori e della popolazione che in essi vive o, per meglio dire, sopravvive. La nuova Intifada ha accresciuto ulteriormente questa sperequazione sociale. Basti pensare che fino al settembre 2000 la percentuale di disoccupati a Gaza e in Cisgiordania era del 18.5%. Dopo l’inizio, il 28 settembre, della rivolta popolare il tasso di disoccupazione è salito vistosamente fino a raggiungere il 39%. “Se la pace – conclude amaramente Nabil Shaath, ministro palestinese per la Cooperazione internazionale – si fonda anche sulla giustizia sociale e su condizioni di vita perequate, allora una pace giusta tra israeliani e palestinesi è ancora un’astrazione”.

"Il Nuovo"(www.ilnuovo.it)
Domenica, 07 Gennaio 2001


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