L’11 settembre cileno dimenticato dietro le Ande 

di ANTONIO SKARMETA*

Non era certo la tremenda sorpresa seguita allo schianto di due aerei contro le Twin Towers, ma la conferma che la nostra rivoluzione pacifica era arrivata a un crocevia dove l’attendeva la violenza. 
Poco più di un’ora dopo, aerei militari bombardavano il palazzo presidenziale con precisione meticolosa e qualche minuto più tardi i sostenitori del presidente spodestato venivano arrestati, messi in carcere, torturati, perseguitati, fatti sparire. In poche ore, come è successo a New York, l’11 settembre cileno apriva una crepa in un terreno fino ad allora sicuro, e introduceva una divisione insolita, inedita nella nostra società, fra oppressi e oppressori. La divisione tradizionale fra conservatori e progressisti, fra gente di destra e gente di sinistra, doveva considerarsi superata dal momento in cui le bombe e le pallottole si erano sostituite alla discussione e al dialogo. 
Possiamo ritenere la destituzione di Allende uno in più fra cento episodi fatidici che attraversano la storia contemporanea. Lasciamo stare la passione, diciamo solo che Allende aveva sperimentato la via cilena al socialismo, cioè il percorso di una rivoluzione originale capeggiata da un presidente marxista. Il quale, nella legalità delle istituzioni, si proponeva di rendere più consistente la democrazia. 
Questo progetto, nuovo e pacifico, suscitava l’attenzione della Spagna, dell’Italia, della Francia, Paesi in cui, ancora, i gruppi più progressisti della società non avevano accesso ai rispettivi organici di governo. 
In quel mattino dell’11 settembre 1973, in Cile, si praticarono senza limiti la violenza e la brutalità. Furono giorni di sofferenza, settimane che inaugurarono un lungo terrore incapace di affievolirsi per anni ed anni. Nonostante i rischi, i partiti democratici si sono lentamente ricostituiti e forze nuove li hanno ingrossati, fino a trovare la strada per sconfiggere, alle elezioni del 1988, la dittatura di Pinochet. 
Migliaia di persone in tutto il mondo sono rimaste esterrefatte per l’incredibile coincidenza: il disastro dell’11 settembre a New York è avvenuto un martedì e alla stessa ora dell’Apocalisse cilena del 1973. 
Quelli che allora ebbero compassione per i cileni democratici e quelli che hanno costruito la loro formazione politica spinti dalla brutalità con la quale fu infranto un sogno di giustizia, sentono che l’11 cosmopolita degli Stati Uniti, l’11 che si è trasformato in un festival delle comunicazioni di massa, l’11 che ha reso “democratico" il terrore nel mondo, ha steso un manto di dimenticanza su quell’11 cileno, umile, nascosto dietro le Ande. 
Certo, qua e là qualche giornalista ha menzionato la coincidenza e l’ha analizzata con dolore, ironia o distacco. Eppure il ricordo del Cile non ha bisogno di una data precisa per essere attuale in ognuna delle persone che ha partecipato, molto o poco, alla resistenza che ci ha condotti alla democrazia. Può essere che la spettacolarità tragica del “nuovo" 11 ci abbia rubato parte del simbolo che il mio Paese è stato nel mondo. Ma il fatto sostanziale, il linguaggio della solitudine, la tenerezza, la fraternità nei confronti delle decine di migliaia di emigranti che hanno raggiunto l’Europa, rimane una chiara e rotonda vittoria che ha contribuito a formare, politicamente e umanamente, generazioni intere. 
Con queste virtù nei nostri cuori non vedo perché contendere alle Twin Towers, e al terrorismo fanatico, la spettacolarizzazione del suo protagonismo. 
(traduzione di Rita Sala) 

*Scrittore, autore de “Il postino di Neruda", ambasciatore del Cile a Berlino

Il Messaggero
12 Settembre 2002


Le tappe

1915 Augusto Pinochet Ugarte nasce in Cile 
1973 È a capo del golpe che abbatte il governo di Allende 
1975 Assume la carica di presidente della Repubblica cilena 
1990 Cede il potere ai civili, tenendo per sé il comando delle forze armate 
1998 È arrestato a Londra mentre si trova ricoverato in una clinica 
2000 Viene lasciato libero dal governo britannico 
2001 La Corte d’Appello di Santiago del Cile sospende i procedimenti giudiziari a suo carico per infermità mentale 


PINOCHET Il dittatore che odiava i poeti

La «carovana della morte» grida ancora giustizia


di Vincenzo Consolo

Il filosofo Jacques Derrida, in un pubblico incontro, parlava del superamento oggi dei contesti nazionali, dovuto alle concentrazioni dei poteri capitalistici, e insieme del costituirsi di nuove forme di diritto, di tribunali penali internazionali. Affermava che nessun capo di Stato, nessun tiranno, nessun militare, nessun uomo di potere occulto è più sicuro ormai dell’immunità e dell’impunità davanti al nuovo diritto. Un’ottimistica visione, questa di Derrida, riguardo soprattutto alla possibilità di catturare e di processare i responsabili di crimini contro l’umanità. È recentissimo il caso, ad esempio, del sacerdote cattolico ruandese Atanasio Sumba Bura. Rifugiatosi in Italia dopo il massacro di duemila tutsi, compiutosi con la sua partecipazione, se non sotto la sua direzione, nella parrocchia di Nyango dello Stato africano, il prete, colpito da ordine di cattura internazionale, si è reso irreperibile. 
Dei grandi criminali del nostro tempo, soltanto il dittatore serbo Milosevic si è riusciti a trascinare davanti al Tribunale penale internazionale dell’Aja. 
Con il ritorno della democrazia in Argentina, durante la presidenza di Alfonsín c’è stata la condanna, dopo un processo, di dieci militari colpevoli di torture, omicidi, furti, la condanna dei tre capi delle forze armate golpiste Videla, Massera e Agosti. Ma con la presidenza di Menem si è arrivati all’amnistia, alla scarcerazione dei condannati, alla cancellazione dei crimini del passato in nome della cosiddetta concordia nazionale. E le madri dei trentamila desaparecidos continuano a manifestare nella Plaza de Majo e a reclamare giustizia; le nonne, a voler sapere del destino dei bambini sottratti alle figlie che avevano partorito nelle prigioni e che poi sarebbero state assassinate. 
Nessun tribunale, nazionale e internazionale, è riuscito fino a oggi a processare il dittatore cileno Augusto Pinochet. Le strategie messe in atto dalla difesa per eludere l’incriminazione e la condanna dell’autore del golpe del 1973, del responsabile di torture e assassini, della sparizione di tremila cileni, è un grottesco, osceno balletto sullo sfondo della tragedia cilena. Dall’oceano di quotidiane notizie ne affiora di tempo in tempo qualcuna che riguarda la vicenda giudiziaria di Pinochet. Ultima, del luglio di quest’anno, è la richiesta, da parte del giudice Canicoba Corral, di estradizione di Pinochet in Argentina, dove il dittatore dovrebbe essere processato quale primo responsabile del Plan Condór, il piano messo in atto dai regimi militari sudamericani per stroncare le opposizioni. Con questa richiesta il giudice argentino forse spera di superare la sospensione del processo in patria a Pinochet per la «carovana della morte», per i settantacinque oppositori assassinati nell’ottobre del ’73. La sospensione è dovuta a quell’estremo escamotage della difesa fissato nel certificato medico in cui il vecchio generale risulta affetto da «lieve demenza subcorticale» e per cui può restarsene tranquillo nella villa della sua tenuta di Bolano, confortato dall’affetto e dalle cure dei familiari e protetto dai suoi seguaci. 
Andando a ritroso, è opportuno ricordare che i primi passi del balletto muovono da Londra, dalla London Clinic, dove il generale, nell’ottobre del ’98, viene arrestato su mandato di cattura del giudice spagnolo Baltazar Garzón e quindi liberato, per ragioni di salute, dal ministro degli Interni inglese Straw e rispedito in Cile. Al suo arrivo all’aeroporto di Santiago, tutto il mondo assiste alla scena più indecente e oltraggiosa. Trasportato dall’aereo sulla pista d’atterraggio seduto sulla sedia a rotelle, si alza e agile e allegro va incontro all’abbraccio dei figli e dei militari, mentre la banda intona la canzone da lui preferita, «Lili Marlene». Così, se l’ultima richiesta di estradizione del giudice argentino sarà ancora una volta vanificata, crediamo che il vecchio massacratore, come tanti altri della sua razza, come i più grandi mafiosi, finirà per morire sereno nel suo letto. In questo balletto pinochetiano, il pensiero va al dolore, alla malinconia, al furore di quanti hanno sofferto in Cile a causa della dittatura militare, va ai sopravvissuti alle torture, agli scampati alle carovane della morte, ai tanti che sono stati costretti a fuggire, a riparare in esilio. In un occasionale ritorno in patria, lo scrittore Luis Sepúlveda, andando per le strade di Santiago, ricorda i compagni massacrati, gettati in mare, nei fiumi, nei pozzi delle miniere. «Per tutti loro», dice, «io non dimentico e non perdono». 
Non dimentica e non perdona neanche il poeta Armando Uribe Arce, già esule in Francia e tornato definitivamente in Cile nel ’90, dopo la fine della dittatura militare. 
Avevo incontrato la prima volta Uribe a Venezia nel settembre del ’75, al Centro internazionale di critica delle istituzioni, al convegno sui crimini di pace promosso da Franco e Franca Basaglia. A quel convegno, tra i tanti, c’erano Julio Cortazar, Noam Chomsky, Vladimir Dedijer, Robert Castel, Giulio Bollati. Armando Uribe, poeta, ma anche professore di diritto, era stato nominato dal governo di Allende ambasciatore in Cina. Fu bloccato in Francia per il colpo di stato nel suo Paese. A Parigi incontrò Sciascia, a cui raccontò il terribile episodio dell’uomo dal passamontagna. «Colui che senza dire una parola, soltanto con un gesto della mano, sceglieva tra i prigionieri ammassati nello stadio nazionale chi mandare alla tortura e alla morte». 
Uribe, a Parigi, insegna alla facoltà di scienze politiche della Sorbona, scrive assiduamente su Le monde diplomatique , pubblica saggi politici ( I «signori» del Cile , Il libro nero dell’intervento nordamericano in Cile ), libri di poesia, saggi letterari (scrive anche su Leopardi, Ungaretti, Montale, Quasimodo, Lucio Piccolo). 
Invitato nel ’99 dall’Istituto italiano di cultura e dall’Università di Santiago, ho rincontrato laggiù dopo anni Armando Uribe: un signore appartato, quasi estraneo ormai nel suo Paese, che vive con i suoi libri, i suoi poeti, i suoi ricordi, ma che continua a scrivere e a pubblicare poesie. Mi fa omaggio di due suoi libri, Las criticas do Chile e A peor vida . Mi fa da guida per i giorni che resto a Santiago e mi accompagna anche a Isla Negra, a visitare la casa di Neruda, di cui è stato grande amico. In quella casa su un promontorio roccioso davanti all’oceano, rimango stupito davanti a tutti quegli oggetti strani, tra il surreale e il metafisico, raccolti dal poeta: il lungo corno d’avorio del mitico pesce Narvalo posto tra le due valve di un enorme mollusco, vetri, navi in bottiglia, e bompressi, timoni, polene. «Ognuna di queste polene, di queste prosperose e belle sagome femminili, potrebbe svelarsi d’un tratto, qui in Cile, come una sagoma di morte, come la polena-scheletro della nave del Benito Cereno di Melville» mi dice Uribe. Nel piccolo giardino sul ciglio del promontorio, dove sono le tombe di Neruda e della moglie Matilda, mi racconta di quando, nei primi giorni del golpe, poco prima che il poeta venisse trascinato nella capitale, dove sarebbe morto da lì a poco, irrompono in questa casa di Isla Negra i militari. 
L’ufficiale chiede a Neruda: «Ebbene, don Pablo, nasconde armi qui, qualcos’altro di pericoloso?», «Sì», risponde il poeta «la poesia: è molto pericolosa!». E Uribe aggiunge che Pinochet, in una intervista, aveva dichiarato: «Odio la poesia! Odio leggerla, ascoltarla, e tanto più scriverla!». 
In un libro di Uribe, che contiene il saggio El Fantasma de la Sinrazon , leggo: «Pinochet incarna una tendenza antica e radicata nel modo d’essere cileno, che emerge e s’impone in circostanze accidentali della storia: ed è proposto quindi come modello unico e assoluto dell’esistenza in Cile». E ancora: «Pinochet, a voce e per iscritto si rivolge sempre solennemente al destino chiamandolo Provvidenza (...) Quando, dopo il golpe, fu nominato capo dell’esercito, disse: "Credo che la Divina Provvidenza guiderà i miei passi"». 
La Provvidenza, gli uomini della Provvidenza, sorgono di tempo in tempo, nelle notti della ragione, di qua e di là nel mondo. 
Abbiamo conosciuto anche noi in Italia l’uomo o gli uomini della Provvidenza.

Corriere della Sera
11 settembre 2001


Il Cile ha deciso: processo a Pinochet

Il giudice Guzman fa arrestare l’ex dittatore, «coautore e mandante di 57 omicidi»


RIO DE JANEIRO - Il giudice Juan Guzmán non si ferma, il processo cileno ad Augusto Pinochet si farà. Ieri l’ex dittatore cileno è stato nuovamente arrestato e incriminato per i crimini commessi dalla «carovana della morte», subito dopo il golpe del 1973. Un ufficiale giudiziario si recherà nelle prossime ore nella sua villa e svolgerà le modalità di rito: prenderà al vecchio generale le impronte digitali e scatterà la foto segnaletica. Pinochet, per ragioni di età, resterà agli arresti domiciliari. Per tutta la mattinata, prima e dopo il verdetto, gruppi a favore e contro Pinochet si sono sgolati di fronte al Palazzo del tribunale. E’ una scena consueta a Santiago. Per ogni passaggio di questo interminabile iter, è stata una fazione o l’altra a festeggiare. Stavolta, però, non ci sono dubbi. In lacrime Viviana Diaz, leader dei familiari dei desaparecidos : «Siamo felici ed emozionati. Non avevamo mai smesso di considerare possibile questo momento, per 27 anni. Per i nostri cari oggi comincia la giustizia». Per il Cile è una giornata storica. A tre anni dalle prime denunce giudiziarie, alle quali seguì, nell’ottobre del 1998, l’arresto a Londra su richiesta della giustizia spagnola, il processo alla dittatura si può dire ora ufficialmente iniziato. Guzmán ha accolto in pieno le tesi dell’accusa. Pinochet è senza dubbio «coautore, mandante, complice e insabbiatore» per l’omicidio dei 75 oppositori cileni, colpiti dalle squadracce del generale Arellano Stark subito dopo il golpe. Di essi 57 sono certamente morti e 18 scomparsi. Per questo le imputazioni sono «omicidio» e «sequestro qualificato». E’ proprio grazie al mancato ritrovamento di alcuni corpi che il magistrato, in questi anni di caparbio lavoro, è riuscito a sfilare il caso «carovana della morte» dall’amnistia generale che Pinochet aveva promulgato poco prima di lasciare il potere. Guzmán non ha creduto a una sola delle parole che Pinochet ha pronunciato la scorsa settimana, nella villa di La Dehesa, nel primo, storico faccia a faccia tra i due. «Non ho ordinato di ammazzare nessuno - disse il generale - e di quelle morti sono responsabili solo i comandanti delle vari guarnigioni del Cile». 
Il magistrato, avendo trovato l’ex dittatore fisicamente malandato, ma «straordinariamente normale» per quanto riguarda le sue capacità mentali, ha respinto la richiesta della difesa di archiviare il processo. Non lo ha commosso nemmeno il ricovero-lampo del generale in un ospedale, tre giorni fa, per un lieve attacco di ischemia. Guzmán ha piuttosto creduto alle durissime parole pronunciate, alla fine della scorsa settimana, da un alto generale dell’epoca, Joaquin Lagos Osorio. Indignato per il tentativo di Pinochet di scaricare sui subordinati le responsabilità degli omicidi, Lagos ha rotto gli indugi e svelato particolari sui crimini, in parte inediti. «Mai avrei pensato che Pinochet avrebbe risposto a Guzmán attribuendo a me la colpa di quegli episodi - ha detto Lagos Osorio - e in cuor mio speravo che a questo punto della sua vita avrebbe detto la verità». Oggi ottantenne, Lagos Osorio si ritirò dall’esercito alla fine del 1974, un anno dopo gli eccidi. Era il responsabile dell’esercito nella città di Antofagasta. Racconta di essersi dissociato già allora dagli omicidi, di aver raccontato a Pinochet la brutalità degli episodi dei quali era venuto a conoscenza. Si occupò anche di far riavere subito alle famiglie i corpi delle vittime. «Pinochet mi apparve più preoccupato per i miei dubbi che per la sostanza delle cose che gli stavo raccontando. Non c’è dubbio che fosse molto soddisfatto per il lavoro dell’esercito». Inoltre Lagos Osorio racconta che il generale Stark gli mostrò un documento nel quale Pinochet lo nominava suo delegato personale nella caccia agli oppositori. 
Gli spazi per la difesa di Pinochet sono ormai ridottissimi. I suoi avvocati hanno presentato ricorso alla Corte suprema contro l’arresto. Il 1° dicembre scorso, di fronte a una mossa analoga di Guzmán, riuscirono a ribaltare la decisione, sulla base che un processo non può partire senza un interrogatorio e, nel caso di un imputato anziano, senza gli esami medici sullo stato mentale. Ora tutto questo è avvenuto. Pinochet resterà un detenuto in attesa di giudizio, nel Paese che ha governato per 17 anni con la forza, fino alla sentenza. Si trova già nella sua residenza estiva, a Los Boldos e lì probabilmente resterà. Isabel Allende, figlia dell’ex presidente socialista suicida il giorno del golpe, si è detta assolutamente d’accordo con gli arresti domiciliari: «Il carcere sarebbe disumano. La civiltà ha delle regole, ben diverse da quelle della dittatura». Che il processo riesca mai a concludersi, però, resta incerto. Potrebbe durare dai sei agli otto anni, si dice in tribunale a Santiago, troppi per un imputato dell’età di Pinochet. 

Rocco Cotroneo 


Corriere della Sera
Martedì 30 Gennaio 2001

L’ARRESTO : 16 ottobre ’98: Augusto Pinochet viene arrestato in un ospedale di Londra su mandato del giudice spagnolo Garzón che indaga sui crimini commessi durante la dittatura in Cile (1973-1990) ai danni di cittadini spagnoli
LA LIBERTA’ : Il 2 marzo 2000, dopo 503 giorni di arresti domiciliari a Londra e dopo un lungo ping pong giudiziario, il governo inglese lascia partire Pinochet. Quattro giorni dopo, il giudice cileno Juan Guzmán chiede alla Corte d’Appello di Santiago di togliere a Pinochet l’immunità senatoriale
L’IMMUNITA’ :l’1 agosto la Corte Suprema del Cile toglie l’immunità con 14 voti contro 6. Il generale può essere processato per la sparizione di 77 persone nel 1973 per mano dei militari della cosiddetta «carovana della morte»
LA POLMONITE : 30 ottobre. Pinochet ricoverato per polmonite. I suoi avvocati chiedono alla Corte d’Appello che Pinochet non venga processato per le sue condizioni di salute
L’AMMISSIONE : 26 novembre, nel giorno del suo 85° compleanno, per la prima volta nella sua vita Pinochet si assume tutte le responsabilità per gli atti commessi dalle Forze Armate durante la dittatura

LA VERGOGNA: gennaio 2001: Pinochet tenta di evitare l'umiliante perizia, ma poi fa dietro-front. Verrà sottoposto a processo! 

LA VOCE DEI DESAPARECIDOS

«Proveremo che ha voluto ogni crimine compiuto dai militari»

«Adesso festeggiamo, ma ci preoccupa la possibile reazione della destra e dei suoi fedelissimi»


«E’ una grande gioia. Sono tanti anni che aspettiamo questo momento». E’ euforica Viviana Diaz. La raggiungiamo al telefono a Santiago mentre con gli altri attivisti dell’associazione dei familiari dei desaparecidos cileni - di cui lei è la presidentessa - si prepara a marciare verso il centro della città. Una manifestazione organizzata in poche ore, «aperta a tutti i cileni felici della decisione del giudice Juan Guzmán Tapia» che ha decretato ieri il rinvio a giudizio e gli arresti domiciliari per l’ex dittatore Augusto Pinochet. «E’ una decisione importante - dice la Diaz - perché dimostra che Pinochet ha la piena responsabilità delle violazioni dei diritti umani commesse nel nostro Paese nei diciassette anni in cui abbiamo vissuto sotto la sua dittatura (dal golpe dell’11 settembre 1973 fino al 1990, ndr )». In un certo senso lo ha ammesso lo stesso Pinochet, quando, appena una settimana fa ha detto che «in qualità di ex presidente» accetta «le responsabilità per tutte le azioni attribuite all’esercito e alle forze armate»...
«E’ quello che noi sosteniamo da sempre. Esattamente quello per cui ci battiamo. Augusto Pinochet deve assumere la piena responsabilità di ogni singolo crimine commesso in Cile durante la sua dittatura. In questo Paese, in quegli anni, non si è mossa una foglia se non per preciso ordine di Pinochet. Non è accaduto nulla che il generale non volesse. Si è trattato a tutti gli effetti di terrorismo istituzionale: sono state usate le strutture dello Stato per imprigionare, torturare e far scomparire gli oppositori o semplicemente i personaggi sgraditi al regime. E al vertice dello Stato c’era lui, Pinochet. In parte il generale lo ha ammesso, ora devono sancirlo i tribunali».
Circolavano in questi giorni in Cile voci che potevano far pensare a un imminente arresto dell’ex dittatore o la decisione del giudice Guzmán è arrivata improvvisa?
«Non ce lo aspettavamo. O almeno non ancora. E’ stata per noi una bella sorpresa. Per la verità eravamo molto preoccupati perché in queste ultime settimane i giudici hanno subìto una fortissima pressione: la difesa dell’ex dittatore voleva che Pinochet fosse sottoposto ancora a diversi esami medici. E questo avrebbe ritardato notevolmente l’avvio del processo. I legali del generale chiedevano inoltre che gli esami fossero eseguiti dall’ospedale militare. Noi ci siamo fortemente opposti: questa procedura non poteva darci alcuna garanzia di regolarità».
In quest’ultima settimana, accanto a quello di Pinochet, è arrivato anche un altro mea culpa eccellente: quello della Chiesa cilena per i cattolici che durante la dittatura hanno abusato del loro potere violando i diritti umani...
«Su questo punto bisogna fare delle distinzioni: siamo molto riconoscenti ai preti e agli esponenti della Chiesa cattolica che negli anni del regime di Pinochet sono stati vicini alle vittime della repressione. Diversamente da molti Paesi dell’America latina, come per esempio l’Argentina, in Cile solo una minoranza di cattolici, per lo più esponenti delle alte gerarchie ecclesiastiche, è stata compiacente, e in alcuni casi connivente, con il potere militare. La maggior parte dei religiosi, invece, è stata la voce di chi non poteva parlare o era stato zittito. A queste persone noi saremo sempre molto riconoscenti».
Quali conseguenze avrà adesso per il Cile la decisione di processare l’ex dittatore?
«Staremo a vedere. A preoccuparci è soprattutto la reazione della destra e degli ambienti militari. Ma questo si vedrà nei prossimi giorni. Per quanto ci riguarda, noi andiamo in piazza a festeggiare».

Alessandra Coppola

Corriere della Sera
2 dicembre 2000


Josè Saramago "Se i morti si levassero"

SANTIAGO (c.p.) - Quando ha saputo che il generale Pinochet non sarebbe andato alla cerimonia in onore del presidente Lagos, il premio Nobel per la letteratura José Saramago ha deciso d'accettare l'invito e di venire a vedere con i suoi grandi occhi un momento storico per il Cile. Così eccolo arrivare all'Hotel Carrera, affacciato su quella Piazza della Costituzione che è stata lo scenario del cruento golpe del '73. E proprio da questo osservatorio lo scrittore si lascia andare ad una prima osservazione sulla nuova fase della storia politica cilena. Si ferma a guardare la splendente facciata appena imbiancata del palazzo presidenziale e commenta: "Per lo meno la Moneda ha cambiato colore, è più chiara. Ecco, è proprio quello che ci vuole adesso: più chiarezza".
Saramago non nasconde che ciò che gli sta più a cuore è la battaglia per la verità sui desaparecidos: "Vorrei tanto che le vittime delle violazioni dei diritti umani in Cile e nel mondo riapparissero come per miracolo - dice l'autore del "Vangelo secondo Gesù Cristo" - vorrei potessero dirci dove sono stati seppelliti tutti questi anni e chi li uccise, perché nessuno li dimentichi".
L'amnesia, il grande male dei paesi vissuti nella dittatura, non può durare, dice Saramago. "Non si può dimenticare quel che è successo, perché il passato non è passato, ma è vivo, e continua ad essere vivo come se stesse accadendo in questo istante". Ma il Nobel per la letteratura che imparò a leggere a 18 anni è ottimista, forse sull'onda dell'entusiasmo per Lagos: "Ho molta...non direi fede perché non sono credente, ma ho molta speranza che cambi qualche cosa". Proprio com'è cambiato il colore della Moneda.

da "La Repubblica"
12.3.2000


LO SCRITTORE SKARMETA

Battaglia non vana: per i diritti umani è un nuovo inizio
È tempo di bilanci.
Hanno avuto senso gli sforzi enormi del mondo occidentale per tentare di avere giustizia su Pinochet? Ora che le luci del quartiere ricco di Santiago sono state decorate con bandierine cilene, ora che il generale che da 27 anni complica il destino del Cile attraverserà le stesse strade di quella Santiago insanguinata, che cosa attende i cileni?
Mai un caso internazionale è stato più confuso. Poiché i cileni sono stati incapaci di giudicare in Cile il militare che, protetto dalla sua Costituzione, si era rifugiato nella carica di senatore a vita, un magistrato spagnolo con grinta e astuzia è riuscito ad acchiapparlo a Londra.
Il dittatore dalla mandibola brutale e dagli occhiali tenebrosi ha concentrato su di sé, per decenni, tutte le perversioni immaginabili nell’immaginario politico internazionale. Il golpe in Cile del 1973 e le sue conseguenze colpirono i giovani democratici del pianeta. Nulla di strano se quei ragazzi che lanciarono maledizioni contro Pinochet negli anni ’70, sulle strade d’Europa, siano diventati i governanti di questi Paesi senza dimenticare il dolore di un popolo vicino.
Mentre gli europei mantenevano vivi quei ricordi atroci, i cileni, incapaci di battere quel Pinochet protetto da un esercito compatto, hanno attenuato i loro rancori cercando soluzioni politiche per liberarsi, un giorno, del Golpista. La strategia di unire forze contro la dittatura diede i suoi frutti nel 1988 quando in un plebiscito la gente votò contro il dittatore e poi lo cacciò dal governo.
Dal governo, ma non dal potere che rimase in mano all’astuto generale in due modi. Con l’appoggio di tutte le Forze armate che al minimo segnale del dittatore mostravano volti feroci, e con la sua famosa Costituzione anche oggi immodificabile, che ha assicurato ai fedelissimi del generale una maggioranza certa al Senato.
Tutte le volte che in Cile si è tentato di fare giustizia, grazie alla «prudenza» dei politici democratici, la destra ha potuto provare che l’invenzione di una «democrazia sotto tutela» ha funzionato alla perfezione.
I politici cileni con un pragmatismo feroce si sono rassegnati alla costituzione autoritaria, timorosi di sfidarla. I temi dei diritti umani sono così passati a un malinconico secondo piano. In Cile si è creato un vero squilibrio tra il pragmatismo che permetteva di mantenere salva una democrazia appiccicosa e un’etica politica che predicava, con una certa enfasi retorica, la necessità di dimenticare. Certo, è diventata popolare la frase «non si può dimenticare senza avere giustizia». Ma, a parte un paio di casi di criminali di regime processati e finiti in prigione, la frase non è servita ad altro che a imbrattare i muri.
Nel mezzo di questa situazione ecco il «londonazo», lo schiaffo di Londra. Il governo e l’opposizione restarono perplessi. In un modo furbo, machiavellico, il generale è parte di questo tipo di democrazia che hanno inventato i cileni. La paura era che gli inglesi, togliendo Pinochet dall’ingranaggio, provocassero il crollo della fragile costruzione. Dunque i cileni si stupirono dell’arresto di Pinochet e il mondo si stupì della reazione dei cileni.
Il governo di Santiago, che era arrivato al potere con una campagna anti-Pinochet, si schierò in difesa del «paziente inglese» ricorrendo a diverse strategie: dal patriottismo, fino all’invocazione della caducità fisica e mentale del generale, arrivando a chiederne la libertà per compassione.
Oggi che Pinochet è di ritorno, i venerabili strateghi si staranno complimentando gli uni con gli altri con pacche sulle spalle. Si sono comportati come ragazzi diligenti e possono godere della equivoca gloria di aver ricollocato il patriarca nel suo ambiente naturale. Allora tutti gli sforzi sono stati vani? Assolutamente no.
Innanzitutto, non lo sono stati per il Cile, perché il cumulo di prove sulle violazioni dei diritti umani esposte al mondo ha colpito i sostenitori di Pinochet che preferivano non credere a quello che sapevano.
Secondo, perché per poter sostenere il proprio diritto a giudicare l’imputato in Cile, il governo ha dovuto dimostrare che si poteva fare giustizia ed è così che si sono aperti diversi procedimenti contro gli ex seguaci del generale davanti a tribunali indipendenti.
Terzo, perché si è creata una commissione di personalità di spicco, con la partecipazione degli avvocati dei detenuti scomparsi e di militari di alto rango, per cercare di conoscere il destino delle vittime del regime.
Non è stata inutile l’iniziativa mondiale. Ora finalmente c’è un abbozzo di forza internazionale che vuole porre i diritti umani come base di ogni etica politica, al di sopra delle garanzie territoriali.
È un beneficio di lusso per il prossimo esecutivo del socialista Lagos. Le Forze armate e la destra hanno contratto un enorme debito con il governo della Concertazione. Se avessero lasciato il Generale nella nebbia londinese, difficilmente Pinochet starebbe ora guardando il cielo ancora estivo della sua patria.
Infine la domanda da un milione: sarà giudicato in Cile? Beh, questo è il compromesso che il mio Paese ha fatto con il mondo intero e sarebbe una pagliacciata se non lo rispettasse. Lagos solo potrà garantire che non ci sia nessuna pressione sui tribunali perché esercitino con indipendenza il proprio mandato costituzionale. Quasi sessanta denunce attendono l’ex dittatore nel palazzo di giustizia. Forse vorrete sapere come sarà questo processo, se per caso i medici stabiliranno che il «Tata» può essere processato nonostante il suo deterioramento fisico e mentale? Ecco il mio pronostico: lungo. O, meglio ancora, «luuuuungooooo».


di Antonio Skarmeta

Scrittore cileno, autore de «Il postino di Neruda»

da "Il Corriere della Sera"
del 3.3.2000


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