L’11 settembre cileno dimenticato dietro le Ande
di ANTONIO SKARMETA*
Non era certo la tremenda sorpresa seguita allo schianto di due aerei contro le Twin
Towers, ma la conferma che la nostra rivoluzione pacifica era arrivata a un crocevia dove l’attendeva la violenza.
Poco più di un’ora dopo, aerei militari bombardavano il palazzo presidenziale con precisione meticolosa e qualche minuto più tardi i sostenitori del presidente spodestato venivano arrestati, messi in carcere, torturati, perseguitati, fatti sparire. In poche ore, come è successo a New York, l’11 settembre cileno apriva una crepa in un terreno fino ad allora sicuro, e introduceva una divisione insolita, inedita nella nostra società, fra oppressi e oppressori. La divisione tradizionale fra conservatori e progressisti, fra gente di destra e gente di sinistra, doveva considerarsi superata dal momento in cui le bombe e le pallottole si erano sostituite alla discussione e al dialogo.
Possiamo ritenere la destituzione di Allende uno in più fra cento episodi fatidici che attraversano la storia contemporanea. Lasciamo stare la passione, diciamo solo che Allende aveva sperimentato la via cilena al socialismo, cioè il percorso di una rivoluzione originale capeggiata da un presidente marxista. Il quale, nella legalità delle istituzioni, si proponeva di rendere più consistente la democrazia.
Questo progetto, nuovo e pacifico, suscitava l’attenzione della Spagna, dell’Italia, della Francia, Paesi in cui, ancora, i gruppi più progressisti della società non avevano accesso ai rispettivi organici di governo.
In quel mattino dell’11 settembre 1973, in Cile, si praticarono senza limiti la violenza e la brutalità. Furono giorni di sofferenza, settimane che inaugurarono un lungo terrore incapace di affievolirsi per anni ed anni. Nonostante i rischi, i partiti democratici si sono lentamente ricostituiti e forze nuove li hanno ingrossati, fino a trovare la strada per sconfiggere, alle elezioni del 1988, la dittatura di
Pinochet.
Migliaia di persone in tutto il mondo sono rimaste esterrefatte per l’incredibile coincidenza: il disastro dell’11 settembre a New York è avvenuto un martedì e alla stessa ora dell’Apocalisse cilena del 1973.
Quelli che allora ebbero compassione per i cileni democratici e quelli che hanno costruito la loro formazione politica spinti dalla brutalità con la quale fu infranto un sogno di giustizia, sentono che l’11 cosmopolita degli Stati Uniti, l’11 che si è trasformato in un festival delle comunicazioni di massa, l’11 che ha reso “democratico" il terrore nel mondo, ha steso un manto di dimenticanza su quell’11 cileno, umile, nascosto dietro le Ande.
Certo, qua e là qualche giornalista ha menzionato la coincidenza e l’ha analizzata con dolore, ironia o distacco. Eppure il ricordo del Cile non ha bisogno di una data precisa per essere attuale in ognuna delle persone che ha partecipato, molto o poco, alla resistenza che ci ha condotti alla democrazia. Può essere che la spettacolarità tragica del “nuovo" 11 ci abbia rubato parte del simbolo che il mio Paese è stato nel mondo. Ma il fatto sostanziale, il linguaggio della solitudine, la tenerezza, la fraternità nei confronti delle decine di migliaia di emigranti che hanno raggiunto l’Europa, rimane una chiara e rotonda vittoria che ha contribuito a formare, politicamente e umanamente, generazioni intere.
Con queste virtù nei nostri cuori non vedo perché contendere alle Twin Towers, e al terrorismo fanatico, la spettacolarizzazione del suo protagonismo.
(traduzione di Rita Sala)
*Scrittore, autore de “Il postino di Neruda", ambasciatore del Cile
a Berlino
Il Messaggero
12 Settembre 2002
Le tappe
1915 Augusto Pinochet Ugarte nasce in Cile
1973 È a capo del golpe che abbatte il governo di Allende
1975 Assume la carica di presidente della Repubblica cilena
1990 Cede il potere ai civili, tenendo per sé il comando delle forze armate
1998 È arrestato a Londra mentre si trova ricoverato in una clinica
2000 Viene lasciato libero dal governo britannico
2001 La Corte d’Appello di Santiago del Cile sospende i procedimenti
giudiziari a suo carico per infermità mentale
PINOCHET Il dittatore che odiava i poeti
La «carovana della morte» grida ancora giustizia
di Vincenzo Consolo
Il filosofo Jacques Derrida, in un pubblico incontro, parlava del superamento
oggi dei contesti nazionali, dovuto alle concentrazioni dei poteri
capitalistici, e insieme del costituirsi di nuove forme di diritto, di tribunali
penali internazionali. Affermava che nessun capo di Stato, nessun tiranno,
nessun militare, nessun uomo di potere occulto è più sicuro ormai
dell’immunità e dell’impunità davanti al nuovo diritto. Un’ottimistica
visione, questa di Derrida, riguardo soprattutto alla possibilità di catturare
e di processare i responsabili di crimini contro l’umanità. È recentissimo
il caso, ad esempio, del sacerdote cattolico ruandese Atanasio Sumba Bura.
Rifugiatosi in Italia dopo il massacro di duemila tutsi, compiutosi con la sua
partecipazione, se non sotto la sua direzione, nella parrocchia di Nyango dello
Stato africano, il prete, colpito da ordine di cattura internazionale, si è
reso irreperibile.
Dei grandi criminali del nostro tempo, soltanto il dittatore serbo Milosevic si
è riusciti a trascinare davanti al Tribunale penale internazionale dell’Aja.
Con il ritorno della democrazia in Argentina, durante la presidenza di Alfonsín
c’è stata la condanna, dopo un processo, di dieci militari colpevoli di
torture, omicidi, furti, la condanna dei tre capi delle forze armate golpiste
Videla, Massera e Agosti. Ma con la presidenza di Menem si è arrivati
all’amnistia, alla scarcerazione dei condannati, alla cancellazione dei
crimini del passato in nome della cosiddetta concordia nazionale. E le madri dei
trentamila desaparecidos continuano a manifestare nella Plaza de Majo e a
reclamare giustizia; le nonne, a voler sapere del destino dei bambini sottratti
alle figlie che avevano partorito nelle prigioni e che poi sarebbero state
assassinate.
Nessun tribunale, nazionale e internazionale, è riuscito fino a oggi a
processare il dittatore cileno Augusto Pinochet. Le strategie messe in atto
dalla difesa per eludere l’incriminazione e la condanna dell’autore del
golpe del 1973, del responsabile di torture e assassini, della sparizione di
tremila cileni, è un grottesco, osceno balletto sullo sfondo della tragedia
cilena. Dall’oceano di quotidiane notizie ne affiora di tempo in tempo
qualcuna che riguarda la vicenda giudiziaria di Pinochet. Ultima, del luglio di
quest’anno, è la richiesta, da parte del giudice Canicoba Corral, di
estradizione di Pinochet in Argentina, dove il dittatore dovrebbe essere
processato quale primo responsabile del Plan Condór, il piano messo in atto dai
regimi militari sudamericani per stroncare le opposizioni. Con questa richiesta
il giudice argentino forse spera di superare la sospensione del processo in
patria a Pinochet per la «carovana della morte», per i settantacinque
oppositori assassinati nell’ottobre del ’73. La sospensione è dovuta a
quell’estremo escamotage della difesa fissato nel certificato medico in cui il
vecchio generale risulta affetto da «lieve demenza subcorticale» e per cui può
restarsene tranquillo nella villa della sua tenuta di Bolano, confortato
dall’affetto e dalle cure dei familiari e protetto dai suoi seguaci.
Andando a ritroso, è opportuno ricordare che i primi passi del balletto muovono
da Londra, dalla London Clinic, dove il generale, nell’ottobre del ’98,
viene arrestato su mandato di cattura del giudice spagnolo Baltazar Garzón e
quindi liberato, per ragioni di salute, dal ministro degli Interni inglese Straw
e rispedito in Cile. Al suo arrivo all’aeroporto di Santiago, tutto il mondo
assiste alla scena più indecente e oltraggiosa. Trasportato dall’aereo sulla
pista d’atterraggio seduto sulla sedia a rotelle, si alza e agile e allegro va
incontro all’abbraccio dei figli e dei militari, mentre la banda intona la
canzone da lui preferita, «Lili Marlene». Così, se l’ultima richiesta di
estradizione del giudice argentino sarà ancora una volta vanificata, crediamo
che il vecchio massacratore, come tanti altri della sua razza, come i più
grandi mafiosi, finirà per morire sereno nel suo letto. In questo balletto
pinochetiano, il pensiero va al dolore, alla malinconia, al furore di quanti
hanno sofferto in Cile a causa della dittatura militare, va ai sopravvissuti
alle torture, agli scampati alle carovane della morte, ai tanti che sono stati
costretti a fuggire, a riparare in esilio. In un occasionale ritorno in patria,
lo scrittore Luis Sepúlveda, andando per le strade di Santiago, ricorda i
compagni massacrati, gettati in mare, nei fiumi, nei pozzi delle miniere. «Per
tutti loro», dice, «io non dimentico e non perdono».
Non dimentica e non perdona neanche il poeta Armando Uribe Arce, già esule in
Francia e tornato definitivamente in Cile nel ’90, dopo la fine della
dittatura militare.
Avevo incontrato la prima volta Uribe a Venezia nel settembre del ’75, al
Centro internazionale di critica delle istituzioni, al convegno sui crimini di
pace promosso da Franco e Franca Basaglia. A quel convegno, tra i tanti,
c’erano Julio Cortazar, Noam Chomsky, Vladimir Dedijer, Robert Castel, Giulio
Bollati. Armando Uribe, poeta, ma anche professore di diritto, era stato
nominato dal governo di Allende ambasciatore in Cina. Fu bloccato in Francia per
il colpo di stato nel suo Paese. A Parigi incontrò Sciascia, a cui raccontò il
terribile episodio dell’uomo dal passamontagna. «Colui che senza dire una
parola, soltanto con un gesto della mano, sceglieva tra i prigionieri ammassati
nello stadio nazionale chi mandare alla tortura e alla morte».
Uribe, a Parigi, insegna alla facoltà di scienze politiche della Sorbona,
scrive assiduamente su Le monde diplomatique , pubblica saggi politici ( I «signori»
del Cile , Il libro nero dell’intervento nordamericano in Cile ), libri di
poesia, saggi letterari (scrive anche su Leopardi, Ungaretti, Montale, Quasimodo,
Lucio Piccolo).
Invitato nel ’99 dall’Istituto italiano di cultura e dall’Università di
Santiago, ho rincontrato laggiù dopo anni Armando Uribe: un signore appartato,
quasi estraneo ormai nel suo Paese, che vive con i suoi libri, i suoi poeti, i
suoi ricordi, ma che continua a scrivere e a pubblicare poesie. Mi fa omaggio di
due suoi libri, Las criticas do Chile e A peor vida . Mi fa da guida per i
giorni che resto a Santiago e mi accompagna anche a Isla Negra, a visitare la
casa di Neruda, di cui è stato grande amico. In quella casa su un promontorio
roccioso davanti all’oceano, rimango stupito davanti a tutti quegli oggetti
strani, tra il surreale e il metafisico, raccolti dal poeta: il lungo corno
d’avorio del mitico pesce Narvalo posto tra le due valve di un enorme
mollusco, vetri, navi in bottiglia, e bompressi, timoni, polene. «Ognuna di
queste polene, di queste prosperose e belle sagome femminili, potrebbe svelarsi
d’un tratto, qui in Cile, come una sagoma di morte, come la polena-scheletro
della nave del Benito Cereno di Melville» mi dice Uribe. Nel piccolo giardino
sul ciglio del promontorio, dove sono le tombe di Neruda e della moglie Matilda,
mi racconta di quando, nei primi giorni del golpe, poco prima che il poeta
venisse trascinato nella capitale, dove sarebbe morto da lì a poco, irrompono
in questa casa di Isla Negra i militari.
L’ufficiale chiede a Neruda: «Ebbene, don Pablo, nasconde armi qui,
qualcos’altro di pericoloso?», «Sì», risponde il poeta «la poesia: è
molto pericolosa!». E Uribe aggiunge che Pinochet, in una intervista, aveva
dichiarato: «Odio la poesia! Odio leggerla, ascoltarla, e tanto più scriverla!».
In un libro di Uribe, che contiene il saggio El Fantasma de la Sinrazon , leggo:
«Pinochet incarna una tendenza antica e radicata nel modo d’essere cileno,
che emerge e s’impone in circostanze accidentali della storia: ed è proposto
quindi come modello unico e assoluto dell’esistenza in Cile». E ancora: «Pinochet,
a voce e per iscritto si rivolge sempre solennemente al destino chiamandolo
Provvidenza (...) Quando, dopo il golpe, fu nominato capo dell’esercito,
disse: "Credo che la Divina Provvidenza guiderà i miei passi"».
La Provvidenza, gli uomini della Provvidenza, sorgono di tempo in tempo, nelle
notti della ragione, di qua e di là nel mondo.
Abbiamo conosciuto anche noi in Italia l’uomo o gli uomini della Provvidenza.
Corriere della Sera
11 settembre 2001
Il Cile ha deciso: processo a Pinochet
Il giudice Guzman fa arrestare l’ex dittatore, «coautore e mandante di 57
omicidi»
RIO DE JANEIRO - Il giudice Juan Guzmán non si ferma, il processo cileno ad
Augusto Pinochet si farà. Ieri l’ex dittatore cileno è stato nuovamente
arrestato e incriminato per i crimini commessi dalla «carovana della morte»,
subito dopo il golpe del 1973. Un ufficiale giudiziario si recherà nelle
prossime ore nella sua villa e svolgerà le modalità di rito: prenderà al
vecchio generale le impronte digitali e scatterà la foto segnaletica. Pinochet,
per ragioni di età, resterà agli arresti domiciliari. Per tutta la mattinata,
prima e dopo il verdetto, gruppi a favore e contro Pinochet si sono sgolati di
fronte al Palazzo del tribunale. E’ una scena consueta a Santiago. Per ogni
passaggio di questo interminabile iter, è stata una fazione o l’altra a
festeggiare. Stavolta, però, non ci sono dubbi. In lacrime Viviana Diaz, leader
dei familiari dei desaparecidos : «Siamo felici ed emozionati. Non avevamo mai
smesso di considerare possibile questo momento, per 27 anni. Per i nostri cari
oggi comincia la giustizia». Per il Cile è una giornata storica. A tre anni
dalle prime denunce giudiziarie, alle quali seguì, nell’ottobre del 1998,
l’arresto a Londra su richiesta della giustizia spagnola, il processo alla
dittatura si può dire ora ufficialmente iniziato. Guzmán ha accolto in pieno
le tesi dell’accusa. Pinochet è senza dubbio «coautore, mandante, complice e
insabbiatore» per l’omicidio dei 75 oppositori cileni, colpiti dalle
squadracce del generale Arellano Stark subito dopo il golpe. Di essi 57 sono
certamente morti e 18 scomparsi. Per questo le imputazioni sono «omicidio» e
«sequestro qualificato». E’ proprio grazie al mancato ritrovamento di alcuni
corpi che il magistrato, in questi anni di caparbio lavoro, è riuscito a
sfilare il caso «carovana della morte» dall’amnistia generale che Pinochet
aveva promulgato poco prima di lasciare il potere. Guzmán non ha creduto a una
sola delle parole che Pinochet ha pronunciato la scorsa settimana, nella villa
di La Dehesa, nel primo, storico faccia a faccia tra i due. «Non ho ordinato di
ammazzare nessuno - disse il generale - e di quelle morti sono responsabili solo
i comandanti delle vari guarnigioni del Cile».
Il magistrato, avendo trovato l’ex dittatore fisicamente malandato, ma «straordinariamente
normale» per quanto riguarda le sue capacità mentali, ha respinto la richiesta
della difesa di archiviare il processo. Non lo ha commosso nemmeno il
ricovero-lampo del generale in un ospedale, tre giorni fa, per un lieve attacco
di ischemia. Guzmán ha piuttosto creduto alle durissime parole pronunciate,
alla fine della scorsa settimana, da un alto generale dell’epoca, Joaquin
Lagos Osorio. Indignato per il tentativo di Pinochet di scaricare sui
subordinati le responsabilità degli omicidi, Lagos ha rotto gli indugi e
svelato particolari sui crimini, in parte inediti. «Mai avrei pensato che
Pinochet avrebbe risposto a Guzmán attribuendo a me la colpa di quegli episodi
- ha detto Lagos Osorio - e in cuor mio speravo che a questo punto della sua
vita avrebbe detto la verità». Oggi ottantenne, Lagos Osorio si ritirò
dall’esercito alla fine del 1974, un anno dopo gli eccidi. Era il responsabile
dell’esercito nella città di Antofagasta. Racconta di essersi dissociato già
allora dagli omicidi, di aver raccontato a Pinochet la brutalità degli episodi
dei quali era venuto a conoscenza. Si occupò anche di far riavere subito alle
famiglie i corpi delle vittime. «Pinochet mi apparve più preoccupato per i
miei dubbi che per la sostanza delle cose che gli stavo raccontando. Non c’è
dubbio che fosse molto soddisfatto per il lavoro dell’esercito». Inoltre
Lagos Osorio racconta che il generale Stark gli mostrò un documento nel quale
Pinochet lo nominava suo delegato personale nella caccia agli oppositori.
Gli spazi per la difesa di Pinochet sono ormai ridottissimi. I suoi avvocati
hanno presentato ricorso alla Corte suprema contro l’arresto. Il 1° dicembre
scorso, di fronte a una mossa analoga di Guzmán, riuscirono a ribaltare la
decisione, sulla base che un processo non può partire senza un interrogatorio
e, nel caso di un imputato anziano, senza gli esami medici sullo stato mentale.
Ora tutto questo è avvenuto. Pinochet resterà un detenuto in attesa di
giudizio, nel Paese che ha governato per 17 anni con la forza, fino alla
sentenza. Si trova già nella sua residenza estiva, a Los Boldos e lì
probabilmente resterà. Isabel Allende, figlia dell’ex presidente socialista
suicida il giorno del golpe, si è detta assolutamente d’accordo con gli
arresti domiciliari: «Il carcere sarebbe disumano. La civiltà ha delle regole,
ben diverse da quelle della dittatura». Che il processo riesca mai a
concludersi, però, resta incerto. Potrebbe durare dai sei agli otto anni, si
dice in tribunale a Santiago, troppi per un imputato dell’età di Pinochet.
Rocco Cotroneo
Corriere della Sera
Martedì 30 Gennaio 2001
LA VOCE DEI DESAPARECIDOS
«Proveremo che ha voluto
ogni crimine compiuto dai militari»
«Adesso festeggiamo, ma ci preoccupa la possibile reazione della destra e dei
suoi fedelissimi»
«E’ una grande gioia. Sono tanti anni che aspettiamo questo momento». E’
euforica Viviana Diaz. La raggiungiamo al telefono a Santiago mentre con gli
altri attivisti dell’associazione dei familiari dei desaparecidos cileni - di
cui lei è la presidentessa - si prepara a marciare verso il centro della città.
Una manifestazione organizzata in poche ore, «aperta a tutti i cileni felici
della decisione del giudice Juan Guzmán Tapia» che ha decretato ieri il rinvio
a giudizio e gli arresti domiciliari per l’ex dittatore Augusto Pinochet. «E’
una decisione importante - dice la Diaz - perché dimostra che Pinochet ha la
piena responsabilità delle violazioni dei diritti umani commesse nel nostro
Paese nei diciassette anni in cui abbiamo vissuto sotto la sua dittatura (dal
golpe dell’11 settembre 1973 fino al 1990, ndr )». In un certo senso lo ha
ammesso lo stesso Pinochet, quando, appena una settimana fa ha detto che «in
qualità di ex presidente» accetta «le responsabilità per tutte le azioni
attribuite all’esercito e alle forze armate»...
«E’ quello che noi sosteniamo da sempre. Esattamente quello per cui ci
battiamo. Augusto Pinochet deve assumere la piena responsabilità di ogni
singolo crimine commesso in Cile durante la sua dittatura. In questo Paese, in
quegli anni, non si è mossa una foglia se non per preciso ordine di Pinochet.
Non è accaduto nulla che il generale non volesse. Si è trattato a tutti gli
effetti di terrorismo istituzionale: sono state usate le strutture dello Stato
per imprigionare, torturare e far scomparire gli oppositori o semplicemente i
personaggi sgraditi al regime. E al vertice dello Stato c’era lui, Pinochet.
In parte il generale lo ha ammesso, ora devono sancirlo i tribunali».
Circolavano in questi giorni in Cile voci che potevano far pensare a un
imminente arresto dell’ex dittatore o la decisione del giudice Guzmán è
arrivata improvvisa?
«Non ce lo aspettavamo. O almeno non ancora. E’ stata per noi una bella
sorpresa. Per la verità eravamo molto preoccupati perché in queste ultime
settimane i giudici hanno subìto una fortissima pressione: la difesa dell’ex
dittatore voleva che Pinochet fosse sottoposto ancora a diversi esami medici. E
questo avrebbe ritardato notevolmente l’avvio del processo. I legali del
generale chiedevano inoltre che gli esami fossero eseguiti dall’ospedale
militare. Noi ci siamo fortemente opposti: questa procedura non poteva darci
alcuna garanzia di regolarità».
In quest’ultima settimana, accanto a quello di Pinochet, è arrivato anche un
altro mea culpa eccellente: quello della Chiesa cilena per i cattolici che
durante la dittatura hanno abusato del loro potere violando i diritti umani...
«Su questo punto bisogna fare delle distinzioni: siamo molto riconoscenti ai
preti e agli esponenti della Chiesa cattolica che negli anni del regime di
Pinochet sono stati vicini alle vittime della repressione. Diversamente da molti
Paesi dell’America latina, come per esempio l’Argentina, in Cile solo una
minoranza di cattolici, per lo più esponenti delle alte gerarchie
ecclesiastiche, è stata compiacente, e in alcuni casi connivente, con il potere
militare. La maggior parte dei religiosi, invece, è stata la voce di chi non
poteva parlare o era stato zittito. A queste persone noi saremo sempre molto
riconoscenti».
Quali conseguenze avrà adesso per il Cile la decisione di processare l’ex
dittatore?
«Staremo a vedere. A preoccuparci è soprattutto la reazione della destra e
degli ambienti militari. Ma questo si vedrà nei prossimi giorni. Per quanto ci
riguarda, noi andiamo in piazza a festeggiare».
Alessandra Coppola
Corriere della Sera
2 dicembre 2000
Josè Saramago "Se
i morti si levassero"
SANTIAGO (c.p.) - Quando ha saputo che il generale Pinochet non sarebbe
andato alla cerimonia in onore del presidente Lagos, il premio Nobel per la
letteratura José Saramago ha deciso d'accettare l'invito e di venire a vedere
con i suoi grandi occhi un momento storico per il Cile. Così eccolo arrivare
all'Hotel Carrera, affacciato su quella Piazza della Costituzione che è stata
lo scenario del cruento golpe del '73. E proprio da questo osservatorio lo
scrittore si lascia andare ad una prima osservazione sulla nuova fase della
storia politica cilena. Si ferma a guardare la splendente facciata appena
imbiancata del palazzo presidenziale e commenta: "Per lo meno la Moneda ha
cambiato colore, è più chiara. Ecco, è proprio quello che ci vuole adesso: più
chiarezza".
Saramago non nasconde che ciò che gli sta più a cuore è la battaglia per la
verità sui desaparecidos: "Vorrei tanto che le vittime delle violazioni
dei diritti umani in Cile e nel mondo riapparissero come per miracolo - dice
l'autore del "Vangelo secondo Gesù Cristo" - vorrei potessero dirci
dove sono stati seppelliti tutti questi anni e chi li uccise, perché nessuno li
dimentichi".
L'amnesia, il grande male dei paesi vissuti nella dittatura, non può durare,
dice Saramago. "Non si può dimenticare quel che è successo, perché il
passato non è passato, ma è vivo, e continua ad essere vivo come se stesse
accadendo in questo istante". Ma il Nobel per la letteratura che imparò a
leggere a 18 anni è ottimista, forse sull'onda dell'entusiasmo per Lagos:
"Ho molta...non direi fede perché non sono credente, ma ho molta speranza
che cambi qualche cosa". Proprio com'è cambiato il colore della Moneda.
da "La Repubblica"
12.3.2000
LO SCRITTORE SKARMETA
Battaglia non vana: per i diritti umani è un nuovo inizio
È tempo di bilanci.
Hanno avuto senso gli sforzi enormi del mondo occidentale per tentare di avere
giustizia su Pinochet? Ora che le luci del quartiere ricco di Santiago sono
state decorate con bandierine cilene, ora che il generale che da 27 anni
complica il destino del Cile attraverserà le stesse strade di quella Santiago
insanguinata, che cosa attende i cileni?
Mai un caso internazionale è stato più confuso. Poiché i cileni sono stati
incapaci di giudicare in Cile il militare che, protetto dalla sua Costituzione,
si era rifugiato nella carica di senatore a vita, un magistrato spagnolo con
grinta e astuzia è riuscito ad acchiapparlo a Londra.
Il dittatore dalla mandibola brutale e dagli occhiali tenebrosi ha concentrato
su di sé, per decenni, tutte le perversioni immaginabili nell’immaginario
politico internazionale. Il golpe in Cile del 1973 e le sue conseguenze
colpirono i giovani democratici del pianeta. Nulla di strano se quei ragazzi che
lanciarono maledizioni contro Pinochet negli anni ’70, sulle strade
d’Europa, siano diventati i governanti di questi Paesi senza dimenticare il
dolore di un popolo vicino.
Mentre gli europei mantenevano vivi quei ricordi atroci, i cileni, incapaci di
battere quel Pinochet protetto da un esercito compatto, hanno attenuato i loro
rancori cercando soluzioni politiche per liberarsi, un giorno, del Golpista. La
strategia di unire forze contro la dittatura diede i suoi frutti nel 1988 quando
in un plebiscito la gente votò contro il dittatore e poi lo cacciò dal
governo.
Dal governo, ma non dal potere che rimase in mano all’astuto generale in due
modi. Con l’appoggio di tutte le Forze armate che al minimo segnale del
dittatore mostravano volti feroci, e con la sua famosa Costituzione anche oggi
immodificabile, che ha assicurato ai fedelissimi del generale una maggioranza
certa al Senato.
Tutte le volte che in Cile si è tentato di fare giustizia, grazie alla «prudenza»
dei politici democratici, la destra ha potuto provare che l’invenzione di una
«democrazia sotto tutela» ha funzionato alla perfezione.
I politici cileni con un pragmatismo feroce si sono rassegnati alla costituzione
autoritaria, timorosi di sfidarla. I temi dei diritti umani sono così passati a
un malinconico secondo piano. In Cile si è creato un vero squilibrio tra il
pragmatismo che permetteva di mantenere salva una democrazia appiccicosa e
un’etica politica che predicava, con una certa enfasi retorica, la necessità
di dimenticare. Certo, è diventata popolare la frase «non si può dimenticare
senza avere giustizia». Ma, a parte un paio di casi di criminali di regime
processati e finiti in prigione, la frase non è servita ad altro che a
imbrattare i muri.
Nel mezzo di questa situazione ecco il «londonazo», lo schiaffo di Londra. Il
governo e l’opposizione restarono perplessi. In un modo furbo, machiavellico,
il generale è parte di questo tipo di democrazia che hanno inventato i cileni.
La paura era che gli inglesi, togliendo Pinochet dall’ingranaggio,
provocassero il crollo della fragile costruzione. Dunque i cileni si stupirono
dell’arresto di Pinochet e il mondo si stupì della reazione dei cileni.
Il governo di Santiago, che era arrivato al potere con una campagna
anti-Pinochet, si schierò in difesa del «paziente inglese» ricorrendo a
diverse strategie: dal patriottismo, fino all’invocazione della caducità
fisica e mentale del generale, arrivando a chiederne la libertà per
compassione.
Oggi che Pinochet è di ritorno, i venerabili strateghi si staranno
complimentando gli uni con gli altri con pacche sulle spalle. Si sono comportati
come ragazzi diligenti e possono godere della equivoca gloria di aver
ricollocato il patriarca nel suo ambiente naturale. Allora tutti gli sforzi sono
stati vani? Assolutamente no.
Innanzitutto, non lo sono stati per il Cile, perché il cumulo di prove sulle
violazioni dei diritti umani esposte al mondo ha colpito i sostenitori di
Pinochet che preferivano non credere a quello che sapevano.
Secondo, perché per poter sostenere il proprio diritto a giudicare l’imputato
in Cile, il governo ha dovuto dimostrare che si poteva fare giustizia ed è così
che si sono aperti diversi procedimenti contro gli ex seguaci del generale
davanti a tribunali indipendenti.
Terzo, perché si è creata una commissione di personalità di spicco, con la
partecipazione degli avvocati dei detenuti scomparsi e di militari di alto
rango, per cercare di conoscere il destino delle vittime del regime.
Non è stata inutile l’iniziativa mondiale. Ora finalmente c’è un abbozzo
di forza internazionale che vuole porre i diritti umani come base di ogni etica
politica, al di sopra delle garanzie territoriali.
È un beneficio di lusso per il prossimo esecutivo del socialista Lagos. Le
Forze armate e la destra hanno contratto un enorme debito con il governo della
Concertazione. Se avessero lasciato il Generale nella nebbia londinese,
difficilmente Pinochet starebbe ora guardando il cielo ancora estivo della sua
patria.
Infine la domanda da un milione: sarà giudicato in Cile? Beh, questo è il
compromesso che il mio Paese ha fatto con il mondo intero e sarebbe una
pagliacciata se non lo rispettasse. Lagos solo potrà garantire che non ci sia
nessuna pressione sui tribunali perché esercitino con indipendenza il proprio
mandato costituzionale. Quasi sessanta denunce attendono l’ex dittatore nel
palazzo di giustizia. Forse vorrete sapere come sarà questo processo, se per
caso i medici stabiliranno che il «Tata» può essere processato nonostante il
suo deterioramento fisico e mentale? Ecco il mio pronostico: lungo. O, meglio
ancora, «luuuuungooooo».
di Antonio Skarmeta
Scrittore cileno, autore de «Il postino di
Neruda»
da "Il Corriere della Sera"
del 3.3.2000