I documenti che mostrano il coinvolgimento Usa nel golpe dell’11 settembre
Obiettivo Allende
Dalla campagna elettorale, orchestrata dagli Usa contro il candidato socialista, ai tentativi di impedirne l’insediamento, al colpo di Stato
di Emanuela Sanna
“Fate tutto il necessario per danneggiarlo e farlo cadere”. A parlare è il presidente degli Stati Uniti. I sui interlocutori sono il segretario di Stato, il suo Gabinetto, i vertici della
Cia. Il soggetto in questione su cui si sta scatenando l’ira del presidente (“Quel figlio di puttana va schiacciato con qualsiasi mezzo”), non è il terrorista Osama bin
Laden, o il tiranno di Bagdad Saddam Hussein, né qualche piccolo dittatorello dell’America Latina alla Ortega implicato in traffici di stupefacenti, ma il presidente, democraticamente eletto, di un paese pacifico di tradizione costituzionale e repubblicana. É il settembre 1970, il socialista Salvador Allende ha ottenuto la maggioranza relativa alle elezioni presidenziali contro il candidato democratico cristiano Tomic e quello di destra
Alessandri, sponsorizzato da una massiccia campagna pagata dalla Cia e dagli Stati Uniti, che non avevano badato a spese pur di sventare il pericolo di un’altra Cuba. Un piano avviato tre anni prima che prevedeva il controllo di tutti gli organi di stampa, con in testa il gruppo editoriale “El Mercurio” impegnato in uno stillicidio quotidiano contro
Allende, finanziamenti alla destra economica, stretti contatti con le Forze Armate. Tutto ciò nonostante Allende non avesse mai preso contatti con Mosca, cercando da sempre una via cilena al socialismo, nonostante tutta la sua storia politica fosse improntata alla ricerca dell’unità delle sinistre, nonostante le sue prese di distanza con i gruppi più estremisti che invocavano alla dittatura del proletariato, nonostante nulla lasciasse intendere nel suo comportamento mosse anticostituzionali o al di fuori della legalità. Su questo anche i numerosi rapporti della Cia erano concordi: Allende non era Castro e il Cile non era Cuba. Eppure, in piena guerra fredda, all’allora presidente Nixon e al suo consigliere Henry Kissinger l’idea di un socialista alla Moneda sembrò inaccettabile e già all’indomani della sua elezione si mossero per impedirne la presa di potere. “Il presidente – afferma l’allora direttore della Cia Richard Helms nelle sue memorie – mi ordinò di preparare un golpe militare in Cile, un Paese fino a quel momento democratico”. Fatti noti, emersi in seguito dalle varie commissioni statunitensi, come l’ultima voluta da
Clinton, e dalla lettura dei documenti declassificati e resi pubblici da Washington nei quali il coinvolgimento statunitense nel sanguinario golpe del 1973 che portò al potere Pinochet non è mai messo in dubbio.
Eppure, ancor oggi, nel Cile democratico quei documenti restano un tabù. Nessuno ne parla, nessuno li conosce. Una trasmissione televisiva che si accingeva a renderli noti è stata interrotta durante la diretta e il direttore del canale costretto alle dimissioni. Tutto questo nel Cile di oggi. Il gruppo “El Mercurio” proprietario del più grosso giornale del Paese, oltre che di stazioni radiofoniche, appartiene agli stessi proprietari di allora. L’altro gruppo “Tercera”, vanta nel consiglio di amministrazione gli stessi uomini che sono passati nei governi di
Pinochet. Le forze economiche che hanno in mano il Paese devono crescita e prosperità al regime e le forze armate sono ovunque presenti. L’editoria continua a incarnare il pinochettismo puro. Da qui la necessità, a trent’anni dal golpe, di rendere noti i fatti, i memorandum, i documenti. Perché all’estero non si dimentichi, perché in Cile si sappia. Da qui è nato questo libro di Patricia
Verdugo, “Salvador Allende, anatomia di un complotto organizzato dalla Cia”, giornalista cilena che da sempre si è battuta perché la verità venisse a galla. Niente considerazioni personali, solo fatti e documenti. Dalla campagna elettorale, orchestrata dagli Usa per impedire la vittoria di
Allende, ai tentativi di impedirne l’insediamento, agli interventi del “Comitato dei Quaranta”, un gruppo di cui facevano parte il presidente del comando congiunto dei capi di Stato maggiore, il direttore della
Cia, i sottosegretari di Stato alla Difesa e agli Affari politici, e che era presieduto da Henry
Kissinger, consigliere del presidente per la sicurezza nazionale, sfociati nel colpo di stato dell’11 settembre 1973. Un piano scientifico portato avanti per tre anni, nel quale tutto era consentito tranne un intervento militare da parte americana. Ma il Cile è un Paese democratico. E i suoi deputati, anche se all’opposizione, come Frei al quale era stata offerta la presidenza, non ci stanno a scavalcare la Costituzione, così come i suoi militari, come i generale
Schneider, o Araya (entrambi assassinati) o Prats, sono contrari a venir meno al giuramento fatto. Lo stesso
Allende, nonostante i timori di Washington, non interverrà mai per chiudere la bocca alla stampa sempre più ostile, o a reprimere con la forza i disordini e gli scioperi. Il piano di Kissinger non lasciava scampo: stritolamento dell’economia, con la fuga di tutti gli investimenti, la fine degli aiuti, il divieto di qualsiasi accordo; sovvenzione dei gruppi estremisti di destra e sinistra per creare un clima di terrore anche attraverso bombe e attentati; utilizzo dei mezzi di comunicazione per criticare il governo
Allende, contatti con i militari. Dopo tre anni, con un’economia stremata e un paese devastato dai disordini Allende decide di indire un plebiscito popolare. Eletto dal popolo, sarà il popolo a decidere se deve andarsene. Troppo tardi. L’undici settembre, giorno in cui avrebbe fatto l’annuncio, è quello del golpe. I capi delle forze armate, marina, aeronautica e esercito, tra cui
Pinochet, sono d’accordo. Allende tradito dai suoi generali si ritrova alla Moneda sotto i bombardamenti con uno sparuto gruppo di fedelissimi della polizia civile a difenderlo. Rifiuta di fuggire, di mettersi in salvo. Lui il pacifista, imbraccia per la prima volta un mitra per difendersi. Poi, finge di arrendersi, fa uscire i suoi, e si suicida. Il Cile precipita nella dittatura, cominciano gli arresti, le torture, le sparizioni, gli omicidi dei dissidenti. Quell’11 settembre l’addetto navale dell’ambasciata americana in Cile, membro della marina Usa, si affrettò a informare il Pentagono con queste parole: “Il nostro D-day è stato pressoché perfetto”.
Avanti della Domenica
anno 6 - numero 33 del 14 settembre 2003
AMNESTY INTERNATIONAL: CILE, TRENT'ANNI DOPO NON POSSONO ESSERCI PIU' SCUSE PER L'IMPUNITA'
"Quest'anno l'anniversario del colpo di Stato militare dovra' essere marcato dal pieno impegno delle autorita' cilene per raggiungere
verita', giustizia e riconciliazione e per assumere tutte le misure necessarie al fine di riconoscere e rispettare i diritti delle vittime delle violazioni dei diritti umani e delle loro famiglie". E' quanto dichiarato da Amnesty International alla vigilia del trentesimo anniversario del golpe diretto da Augusto
Pinochet, che diede vita a un regime militare che governo' il Cile fino al 1990.
Tredici anni dopo il ritorno del governo civile, molte preoccupanti questioni ? come l'impunita' per gli autori delle gravi violazioni dei diritti umani commesse sotto il regime militare e la richiesta di piena riparazione per le vittime e le loro famiglie ? rimangono irrisolte nella lotta per affrontare la pesante eredita' di 27 anni di gravi abusi dei diritti umani.
"Il colpo di Stato dell'11 settembre 1973 divise la societa' cilena e inauguro' una catena di eventi brutali le cui ripercussioni si avvertono ancora oggi, a 30 anni di distanza" ? ha affermato Amnesty
International. "Di fronte agli attuali richiami all'unita' nazionale, occorre ribadire che un'effettiva riconciliazione non potra' essere raggiunta fino a quando non saranno stabilite verita' e giustizia".
Le diffuse e sistematiche "sparizioni", esecuzioni extragiudiziali e torture di cui si rese responsabile il regime militare cileno costituiscono crimini contro
l'umanita'. La sorte della maggior parte degli "scomparsi" resta sconosciuta e la vasta maggioranza dei responsabili di quelle violazioni dei diritti umani rimane impunita.
Le recenti proposte in tema di diritti umani avanzate dal governo cileno rappresentano un passo positivo, ma Amnesty International continua a intravedere diversi ostacoli sul cammino per ottenere quella giustizia, quella verita' e quella riparazione per cui le vittime e le loro famiglie stanno lottando da 30 anni. Il principale di questi ostacoli e' costituito dal Decreto legge 2191 del 1978, conosciuto come Legge di amnistia, che garantisce
l'immunita' dai procedimenti giudiziari ai militari implicati negli abusi dei diritti umani commessi all'indomani del colpo di Stato e fino al marzo 1978.
"Questa legge, che ha ostacolato la verita' e la giustizia per 25 anni, e' incompatibile con gli obblighi assunti dal Cile sulla base del diritto internazionale. Deve essere invalidata e abolita" ? ha sottolineato l'organizzazione per i diritti umani.
Un altro ostacolo e' rappresentato dall'ampia giurisdizione dei tribunali militari, che va ridotta. Le autorita' cilene devono assumere i provvedimenti opportuni per far si' che i casi di violazioni dei diritti umani commesse dalla giunta militare siano esaminati da corti civili.
Inoltre, l'impunita' per i violatori dei diritti umani non deve essere perpetuata attraverso amnistie, provvedimenti di grazia o ulteriori atti che garantiscano
l'immunita' dai procedimenti giudiziari ai militari che sostengono di aver agito eseguendo ordini superiori. Amnesty International ricorda che invocare il rispetto degli ordini superiori in caso di crimini contro
l'umanita' e' assolutamente proibito dal diritto internazionale.
Dopo 30 anni di campagne per i diritti umani in Cile, Amnesty International rinnova la richiesta a nome di migliaia di vittime affinche' le autorita' agiscano immediatamente per dare seguito ai propri recenti propositi attraverso un programma di piene indagini e riparazioni.
Ulteriori informazioni Un mese fa, il presidente Ricardo Lagos ha reso noto il programma del governo per affrontare l'eredita' degli abusi dei diritti umani commessi sotto il regime militare di Augusto
Pinochet. Le proposte del governo vengono finalmente incontro alla richiesta di migliaia di vittime della tortura, che chiedono il riconoscimento ufficiale della sofferenza patita e una riparazione per questa gravissima violazione dei diritti umani. Due commissioni governative istituite all'inizio degli anni 1990 hanno ufficialmente documentato 3197 casi di vittime di "sparizioni", esecuzioni extragiudiziali e uccisioni a seguito di tortura sotto il regime militare. Tuttavia, questi dati non comprendono le migliaia di vittime di tortura sopravvissute a quell'incubo.
Roma, 10 settembre 2003
Rocco Cotroneo