Confronto a sinistra, non solo in Italia:

socialisti in Europa

     in Italia : manca una radicale revisione dei post-comunisti

 

E Giddens riscopre...la socialdemocrazia

Besostri sul congresso della SPD

Schroeder:giustizia sociale, non solo mercati

"Socialisti di tutta Europa, unitevi" di L.Fabius,P. Mauroy, M. Rocard 

Maurin:perchè i socialisti francesi hanno perso

Choc..non solo  in Francia

Jospin candidato Blair: sei nuove sfide
Reichlin:vecchia sinistra e nuova storia Cafagna ed altri: dibattito su "Mondoperaio" Ferrarotti: il pensiero di Adriano Olivetti Touraine: più investimenti per la crescita 
M. D'Alema: uno spettro si aggira.... D'Alema e Amato: un progetto per l'Italia Ruffolo: sinistra, crisi da New Economy Il documento di "Socialismo 2000"

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Giddens: la terza via nasce dalla sinistra Ostellino: l'uomo di sinistra impari.... Blair: la terza via Le domande di LaPalombara
I socialisti non stanno a destra G.Arfè: per un partito socialista Casalinuovo: a destra non si può Giugni: cosa salvare del socialismo

 

Sei nuove sfide per la sinistra riformista

di TONY BLAIR 


DALL'AMERICA Latina all' Europa fino ad alcune parti dell'Asia, la scelta politica della Terza via o di un "governo progressista", come dicono alcuni, esercita grande influsso. Partiti e governi in lotta per dare un senso al mondo moderno, ma determinati a restare tenacemente aderenti al loro credo nella giustizia sociale, hanno usato la Terza via per modernizzarsi, mantenendosi fedeli a valori e principi fondamentali. In gran parte ci sono riusciti. Lo hanno fatto rivolgendosi direttamente alla gente, divisa tra il desiderio di godere dei benefici delle nuove tecnologie e il timore delle conseguenze, desiderosa di una maggiore autonomia di scelta, ma spaventata all'idea di perdere il senso della comunità. Ironicamente la Terza via è spesso denigrata come "insulsa", definita un "liberalismo riscaldato", "nè carne nè pesce". Spesso, come sa fin troppo bene chi fa politica nel centro-sinistra, la sinistra si è associata agli attacchi sferrati dalla destra. Che la destra attacchi è logico, nulla minaccia i suoi piani politici più dello spettro di un centro-sinistra non solo rivitalizzato dalle scelte elettorali, ma rigenerato ideologicamente dopo il crollo del comunismo. La sinistra però percepisce l'adesione alla Terza via come una strana forma di automutilazione. La critica costruttiva è sana, non lo è il pigro negativismo.

CERCHIAMO di seppellire alcuni dei miti nati intorno alla Terza via. Non è una Terza via riferita alla scelta tra una filosofia conservatrice e una filosofia social democratica, ma una socialdemocrazia rinnovata, fermamente ancorata alla tradizione del progressismo e dei valori che hanno ispirato la sinistra democratica per più di un secolo. E' una Terza via per la Gran Bretagna, perchè rappresenta una terza fase nella storia del dopoguerra, dopo il '45 e il '79. E' Una Terza via anche per la sinistra. Nel secolo scorso la tradizione del liberalismo sociale enfatizzava la libertà individuale in un'economia di mercato. La socialdemocrazia usava il potere del governo per promuovere la giustizia sociale. La Terza Via lavora per adattare l'insieme di questi impegni e queste qualità al ventunesimo secolo. La nuova politica progressista si ispira a due concetti trainanti.

In primo luogo assegna un ruolo nuovo all'azione collettiva, ai governi nazionali e locali, ai sindacati, alle organizzazioni di volontariato e alle comunità, quello cioè di promuovere gli interessi degli individui. Questa azione ha l'obiettivo di permettere agli individui di realizzare il proprio potenziale e di assumersi le proprie responsabilità. Non detta imposizioni, non ha nulla a che fare con la supremazia del bene collettivo sulle aspirazioni individuali. Vuole aiutare le persone a trarre il meglio da se stesse, consapevole che nelle società non egualitarie, senza questo sostegno da parte della collettività, solo pochi privilegiati avranno la possibilità di avere successo. Non tollera però forme rigide di proprietà o di finanziamento statale. Ha un atteggiamento pragmatico nel determinare se siano i mezzi pubblici o privati il miglior meccanismo per ottenere i risultati promessi. Ecco perchè la riforma dei servizi pubblici e del ruolo del governo hanno alta priorità nell'agenda politica di ogni governo progressista.

La Terza via rappresenta, in secondo luogo, un riallineamento storico delle politiche economiche e sociali, in un'epoca che vede saltare i vecchi confini tra economia, stato e società. Per anni l'ambito economico in cui si è mossa la sinistra britannica è stato principalmente quello della proprietà pubblica. Non si teneva gran conto dei mercati, i cui limiti palesi portavano la sinistra a trascurarne il grande potenziale di innovazione, di ampliamento delle scelte e di miglioramento qualitativo. Quando divennero infine evidenti le contraddizioni, l'inefficienza economica del comunismo e persino di alcuni progetti del socialismo democratico tradizionale, alla sinistra sembrò più facile decidere di non portare avanti una politica economica seria. Eravamo il partito del "sociale". Questa è stata e resta una posizione di inutile disfattismo e debolezza. In realtà ci attendono impegni economici del tutto nuovi, che dividono nettamente il centrosinistra dalla destra e che sfidano le nostre capacità.

Mercati efficienti sono la premessa necessaria al successo di un'economia moderna. Il problema non è se averli o meno, ma permettere agli individui di avere successo al loro interno. Ciò che un tempo veniva considerato socialmente importante oggi è un imperativo economico.

All'interno dei mercati gli individui necessitano di opportunità ma anche di salvaguardia, soprattutto necessitano di tutte le opportunità di maturare nuove conoscenze e capacità per sviluppare il proprio potenziale. Senza una dichiarata parità, l'estensione a tutti del fondamentale diritto al lavoro e ad investire nelle proprie capacità, l'economia e la società risultano impoverite. Emarginazione sociale, istruzione deficitaria, alti tassi di disoccupazione, razzismo e sessismo non sono solo socialmente sbagliati ma economicamente inefficaci. Un sistema giudiziario severo, che non affronti le cause del crimine, non funziona mai. Ecco perchè l'indifferenza del laissez-faire, sia in politica economica che nelle politiche sociali sembra destinata al fallimento.

Ma il mondo non si è fermato agli anni '90, nè dobbiamo farlo noi. La tecnologia ha continuato a trasformare le scelte pubbliche e private. La caduta del muro di Berlino è un fatto storico, non un avvenimento recente. Avranno successo quelle società che sapranno adattarsi velocemente alle esigenze di questo cambiamento così rapido e profondo. La sfida per noi è risanare questa ereditïà ma anche andare avanti, affrontare nuove tematiche. Ne evidenzierei sei.

Primo, controllare le nuove tecnologie affinchè producano ricchezza e corrispondano alle esigenze dell'uomo. E' una sfida da affrontare a livello locale e globale, economico e sociale, che spazia dalla necessità di far progredire un'economia basata sulla scienza a quella di nutrire una popolazione mondiale che in 15 anni passerà da 6,1 a 7,2 miliardi di individui. La straordinaria esplosione di nuove conoscenze porta ad un moltiplicarsi di imprese dinamiche nei settori dell'informatica e della biotecnologia e ci offre nello stesso tempo nuove sorprendenti possibilità di vivere la nostra vita. In ogni caso, dagli alimenti geneticamente modificati alla ricerca sulle cellule staminali, dobbiamo avere la certezza di disporre di meccanismi di salvaguardia della fiducia del pubblico e di norme legali adeguate ad incoraggiare il comportamento responsabile delle imprese. La tecnologia è serva, non padrona. Sono tuttavia convinto che dobbiamo incoraggiare la scienza a espandere le frontiere del sapere se vogliamo affrontare quella che è, in termini storici, la questione più importante della nostra epoca, costruire cioè uno sviluppo economico ecologicamente sostenibile.

Secondo, trasformare l'istruzione per far progredire l'economia e la società. Se vogliamo prosperità per tutti in una società fondata sul sapere, è essenziale che ciascuno abbia l'opportunità di imparare e possa realizzare interamente il suo potenziale nel corso della propria vita. Sapremo di aver raggiunto l'obiettivo quando "sapientone" non sarà più un insulto, e all'insegnamento sarà riconosciuto il rispetto e la considerazione sociale che oggi va alle professioni in campo economico e legale.

Terzo, affrontare i problemi delle disuguaglianze e della mobilità sociale. E' una sfida che ci chiede di ridisegnare lo stato sociale adeguandolo alle nuove povertà e ad una società che invecchia. Nei paesi sviluppati la disoccupazione a lungo termine, sacche di emarginazione, alti livelli di criminalità, la droga hanno segnato la vita di milioni di persone. Ma combattere l'emarginazione significa ben più che impedire che si crei una classe inferiore. Significa anche promuovere un'autentica mobilità sociale, incoraggiando l'imprenditorialità, dando spazio alle professionalità, creando nuove opportunità.

Quarto, modernizzare e rinnovare il governo stesso, soprattutto i servizi pubblici. Quando, alla metà del ventesimo secolo, la socialdemocrazia raggiunse il suo apogeo, la sfida era quella di garantire i diritti sociali fondamentali ad una classe lavoratrice di massa, e un servizio pubblico uguale per tutti, possibilmente di buon livello, rappresentava già un progresso. Oggi un servizio "taglia unica" che limita l'innovazione e la partecipazione, è insostenibile. Abbiamo raggiunto l'apice di un incremento sostenuto e sostanziale degli investimenti pubblici. Non dobbiamo difendere lo status quo nei servizi pubblici e nello stato sociale. I nostri interventi di riforma tesi a incrementare le professionalità e a decentralizzare le autonomie e le responsabilità, devono essere ingenti in termini di efficacia, non solo di spesa.

Quinto, rinnovare la democrazia e superare l'alienazione e il distacco dalla politica che caratterizza questa nostra epoca. La strategia politica dei nostri avversari può essere sintetizzata come cinismo, ma rappresenta anche un'istanza più profonda. La democrazia deve dare una risposta alla sensazione che ha la gente di non essere ascoltata e alla rivendicazione del diritto di far sentire la propria voce anche se le decisioni poi non sempre vanno nella direzione desiderata. Le riforme sono importanti a tutti i livelli ma credo che rinnovare l'impegno civico a livello locale sia importante oggi come lo era nel diciannovesimo secolo, quando le grandi città guidavano il progresso della nazione.

Sesto, impegnarsi a livello internazionale. Tutti i paesi hanno interesse a che si sviluppino istituzioni globali legittime che governino il commercio, la finanza, l'ambiente. E' una questione morale e di interesse soggettivo illuminato. In questo c'è una specificità per la Gran Bretagna. A partire dalla seconda guerra mondiale siamo stati generalmente in pace con gli altri paesi, ma non ci siamo mai rappacificati con l'ordine mondiale che ne è emerso. Oggi, se finiamo tra l'Europa e l'America non avremo peso nei confronti nè dell'una nè dell'altra. Se invece continuiamo il nostro impegno con un'Europa riformata e allargata, manterremmo il rapporto che abbiamo con l'America. Da politico, di questi obiettivi mi colpisce profondamente una cosa.

Tutti, senza eccezione, sono temi sui quali il centro sinistra è in grado di rispondere meglio in termini di soluzioni pratiche, rispetto alla destra. Tutti rappresentano essenzialmente una sfida alla nostra capacità di cooperare, di condividere, di lavorare insieme, una sfida tanto ai nostri valori che alla nostra inventiva. I valori del centro-sinistra non sono cambiati molto in due secoli. Derivano dalla concetto che abbiamo del mondo intorno a noi, dalla consapevolezza che le persone sono inclini alla cooperazione quanto all'egoismo, che la crescita del sapere umano ha avuto uno straordinario ruolo liberatore, che il mondo oggi è più che mai interdipendente e intercorrelato. Ma anche dalla fede in alcune verità, soprattutto che la giustizia sociale per ciascuno di noi dipende dalla giustizia sociale che regna in mezzo a noi.

Chi abbiamo contro? Sicuramente le forze reazionarie, un conservatorismo minore radicato nelle vecchie strutture di classe, privilegio inspiegabile; la xenofobia della nuova destra che si alimenta di timori e insicurezza; gli estremisti verdi, fondamentalisti anti-scienza. Con noi abbiamo gran parte dell'opinione pubblica che ha sempre voluto un governo competente in economia, che condivida quello che è il suo senso di giustizia sociale. Sono con noi anche la maggior parte delle correnti dinamiche della vita intellettuale - lo scontro decisivo nelle scienze sociali avviene sulla natura, sui limiti e le dinamiche della cooperazione, su trust e capitale sociale, sapere e capitale umano.

Il dibattito è tornato su temi come la comunità, la responsabilità reciproca, e un cauto internazionalismo. Ora è la destra ad essere in crisi, divisa tra un atteggiamento conservatore nel sociale che la porta a denigrare le minoranze e l'affidarsi al libero mercato abbandonando la gente in balia del cambiamento.

(traduzione di Emilia Benghi)

La Repubblica

18 febbraio 2001

 Che i socialisti non stiano a destra non è materia di discussione. Sul nuovo PSI non voglio aprire un dibattito politico, nè tantomeno, per le ragioni cui accennerò, una campagna diffamatoria. Il nuovo partito è anche un miscuglio di rampantismi perenni, opportunismi estremi (eredi legittimi di una parte dell'ultima fase del vero PSI) rancori che sostituiscono alla appassionata razionalità della politica i risentimenti di cui - in altra epoca e ad altro proposito- parlava Nenni.
Non abbiamo la minima tentazione, nè - su quale sia la parte da cui stanno i socialisti- il minimo dubbio.
Ma poichè non c'è solo questo, poichè molti di quei compagni - si,anche i compagni possono sbagliare- li conosciamo, vorrei cogliere questa triste occasione per chiedere al resto della sinistra quando verrà il momento di una riflessione seria e non banale sulla storia recente del nostro paese, quando sarà possibile discutere serenamente di tragici errori politici, magari con le migliori intenzioni sul piano morale - vedi Enrico Berlinguer - e di grandi meriti politici nell'ammodernamento della sinistra e nella attualizzazione dei suoi obiettivi, che è e resta il grande merito storico del PSI, compresi i compagni che non ci sono più, Craxi per primo, ed alcuni di coloro - non tutti, sia ben chiaro, perchè anche ad altri fenomeni abbiamo alluso prima - che oggi credono di vendicarsi rinunciando alla loro storia.
Questo noi socialisti senza aggettivi - perchè socialisti e sinistra sono in Europa sinonimi da più di un secolo- non smetteremo di esigerlo, anche da chi mescola approssimazione massmediatica e degenerazione burocratica per eludere il dibattito, riducendo a folklore ( dalla "mia africa" al "vademecum del boyscout") la vita del maggior partito della sinistra.
Questo, soprattutto, lo si dovrà fare se la sinistra non vorrà continuare a far finta di combattere, e vorrei tornare a combattere sul serio, riconquistando anche il meglio di coloro che oggi a noi non credono più.
(M.A.)

aprile 2001

I SOCIALISTI E LA LORO LUNGA STORIA

Allearsi con la destra è una contraddizione palese, insanabile ed antistorica.

di Mario Casalinuovo

Ma che pasticcio è questo? Saverio Zavettieri parla a Catanzaro, nel congresso provinciale del cosiddetto nuovo partito socialista italiano e, tra l'altro, protesta per le dichiarazioni di Berlusconi che non vuole dare ai massimi dirigenti nazionali del nuovo partito spazi elettorali; e le cronache danno un lungo elenco di vecchi socialisti presenti nell'assemblea: c'è perfino il mio vecchio e fraterno amico Vittorio Passafari che ricorda il primo nucleo dei socialisti a Catanzaro quando tornò la democrazia: Alfredo Speranza, Gino Guarnieri, Severino Serrao, Paolo Apostoliti. Li ricordo anche io con grande commozione: Alfredo Speranza, allora il più vecchio dei socialisti catanzaresi, amava ricordarmi che, nei primi anni del novecento, mio padre "scendeva" a Catanzaro Marina (un tempo si chiamava così) per insegnare a scrivere ai compagni analfabeti, ed anche al lume di candela. Nella cronaca del congresso, leggo anche che "il nuovo PSI insiste su un concetto: siamo alleati con il centro - destra , ma siamo di sinistra".

Cerco di capire. Ma, intanto, trovo un'altra notizia che riguarda questa volta la "Lega dei socialisti". Ritenevo che si fosse unita agli altri. Ed invece Leopoldo Chieffallo che la guida, a Gizzeria Lido, in un altro congresso, esprime rammarico per l'iniziativa unilaterale intrapresa dai socialisti calabresi del P.S. di Gianni De Michelis di celebrare il congresso anticipato del nuovo PSI che legalmente nascerà soltanto dal congresso di Milano.
Nei due congressi, presunti numerosi rappresentanti istituzionali e politici del centro-destra calabrese, da Forza Italia ad Alleanza Nazionale, alle forze minori.
Debbo una premessa: sono molto amico di Saverio Zavettieri e di Leopoldo Chieffallo. Con Zavettieri ci siamo incontrati giorni or sono in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario e gli ho espresso le mie congratulazioni per la sua personale attività, seria e competente, nell'ambito della Giunta regionale di centro-destra. Leopoldo Chieffallo l'ho visto crescere e giustamente affermarsi per le sue note capacità: abbiamo collaborato intensamente per lunghi anni. Io sono assai rispettoso del pensiero di tutti, come si deve essere in una società davvero democratica; a maggior ragione lo sono di quello di due carissimi amici. Ma è che non sono riuscito a capire come ci si possa ancora definire socialisti e collocarsi nel centro-destra, a fianco, giusto per meglio intenderci, di Berlusconi, di Fini ed anche di Bossi. Ci si può schierare ovunque se le convinzioni del passato non ci sono più o se si ritiene ormai inesistente la vecchia ideologia o, comunque, nel caso, il richiamo al socialismo ed alla sua identità. Ma se questo non è, o non si ritiene, non ci si può collocare nel centro-destra. Non è una "contraddizione apparente" , come ho letto. E' una contraddizione palese, insanabile ed antistorica.

La sinistra italiana, dal 1892, è stata rappresentata dal partito socialista. Il partito comunista, in Italia, fu una deviazione dalla retta via ed altrove il comunismo portò alle dittature, con tutte le tragiche conseguenze che ne derivarono. Ma io non voglio e non debbo parlare di storia e delle nostre radici antiche ben conosciute; ma soltanto affermare che se gli ex comunisti nella maggior parte, perchè mi riferisco ai DS, hanno più volte ed in maniera indiscutibile riconosciuto gli errori del passato, questo deve essere il nostro orgoglio.
Non è possibile, quindi, sostenere di essere socialisti e collocarsi nel centro-destra. Qualunque argomento a sostegno di questo si voglia portare non può reggere: è del tutto evidente.
Ma, finora, di argomenti ne ho sentito uno solo che il bravo cronista di questo giornale, politico ed attento, ha annotato:  "la lunga storia di tangentopoli che ha tracciato un profondo solco di divisione con l'ex PCI, oggi DS". Ma, pur mettendo da parte il riconoscimento degli errori politici del passato da parte degli ex comunisti, basta questo per farci rinunciare alla nostra storia ed alle nostre radici? A me pare davvero di no! Sarebbe come rinunciare al nostro posto. Gli altri dicono "abbiamo sbagliato" e noi ce ne andiamo da un'altra parte. Se proprio si cerca una nuova collocazione, si può dire ben altro ed ognuno potrà ritenere di collocarsi alla maniera giusta.
Per concludere e toccando più da vicino la realtà. Ma se si vuole ricostituire il PSI (che erroneamente alla Fiera di Roma venne sciolto) non è più naturale ricostituirlo nella sua vecchia casa carica di storia, di vittorie ed anche di sofferte sconfitte? E, se lo facessimo, nessuno potrebbe vietarci di entrare in competizione con chiunque, specialmente considerando che gli avvenimenti politici ci hanno dato sempre ragione. Certo, per far questo, bisognerebbe avere la forza per farlo, forza che i socialisti riuniti giustamente a sinistra, da soli, non hanno avuto e non hanno.

Un'ultima annotazione. Penso con grande dolore a Bettino Craxi, ma nessuno potrà convincermi che se egli fosse ancora in vita avrebbe potuto abbandonare le nostre tradizionali posizioni. Non avrebbe mai rinunciato a quelle che furono le sue scelte, fin dalla giovinezza, sempre al seguito del grande Maestro che fu per lui e per tutti Pietro Nenni.
Non so se qualcuno vorrà ascoltarmi, ma non importa. Per essere a posto con la mia coscienza e per il mio passato di fede che è il mio presente, ho sentito il dovere di dirla una parola. Ai vecchi compagni, che scelgono vie nuove e diverse, va sempre il mio affetto, quello di sempre.


(Gaetano Arfè ha scritto questo pezzo come "suggerimento" allo SDI,ma a noi pare che a maggior ragione valga per il i DS, sempre che vogliano tornare a fare politica)   

 

Un partito per il socialismo

 di Gaetano Arfè

 

Io non so se siano state le doti fisiche di Rutelli a far pendere la bilancia a suo favore nella scelta del candidato alla presidenza del consiglio o, come di dice oggi, con termine che non sa di provincialismo, alla "premiership" del centro-sinistra. 

Se così fosse il metodo più trasparente -mi adeguo al linguaggio del tempi- sarebbe stato quello in uso per l'elezione di miss Italia: la sfilata in passerella.  Si è proceduto, invece, alla maniera di come fanno certe associazioni di non chiara fama- la consultazione segreta all'interno di un vertice dal quale trapelano solo indiscrezioni interessate, la decisione assunta sulla base di motivazioni anch'esse accuratamente "segretate", la comunicazione al popolo bruto del fatto compiuto in termini che, senza enfasi, possono dirsi ricattatori: Rutelli o Berlusconi.

Ora, se questo è potuto avvenire è perchè ogni politica è tenuta a esprimersi nelle forme che gli sono organiche e la sostituzione alla repubblica dei partiti con quella delle compagnie di ventura non poteva sortire effetti granchè diversi.  Le risse, già in atto, per la "vicepremiership" confermano che una volta imboccata questa strada regole di stampo diverso non possono essere date.

Il primo risultato conseguito è che di qui alle elezioni l'Italia sarà governata da un presidente del consiglio che , di fatto, non ha più la fiducia della sua maggioranza, con quanto prestigio per il paese e con quanto vantaggio per la maggioranza stessa non è difficile immaginarlo. Il fatto che queste cose sia Berlusconi a dirle, anche in sedi dove suonano offesa alla dignità nazionale, nulla toglie alla loro verità. Il secondo è che avremo una campagna elettorale di estenuante lunghezza, platealmente rissosa e volgarmente scomposta, nel corso della quale i due candidati si combatteranno senza esclusione di colpi mettendo in piazza i loro rispettivi vizi privati e le loro pubbliche virtù, a conclusione della quale il partito dell'astensione sarà il solo a poter celebrare un limpido e imponente successo.

Io credo, però, che tra i motivi della scelta quello della prestanza fisica, sulla quale c'è unanimità di giudizi, anche da parte della opposizione, non sia stata la sola e neanche quella determinante.  Al fondo c'è, per confusionario e velleitario che sia, un disegno politico fumoso ma perseguito da tempo con tenace miopia suicida dai capi "diessini" e che un duplice obiettivo, tattico e strategico:  "americanizzare" il partito spezzando ogni residuo filo di continuità coi passato, cancellare la tradizione socialista in tutte le sue componenti.  Di qui discende la necessità di eliminare un uomo legato per più fili all' "infausto regime" e, per di più, di estrazione socialista.

Questo secondo obiettivo accomuna tutti i residuati di quello che fu il partito comunista italiano: Veltroni che sogna il partito clintoniano; Cossutta che interroga l'ombra di Togliatti e ne fraintende le risposte; Bertinotti che si rifugia in una sorta di neo-massimalismo roco e sbiadito che forse gli salva la coscienza, ma gli restringe l'elettorato; il gruppo del "Manifesto", il solo a sinistra dotato di buona cultura, di buona volontà e di buoni sentimenti, che non riesce a liberarsi dai postumi di un settarismo alimentato tutto e solo da miti infranti eppure snobisticamente ostentato, per il quale, a partire dalla nascita della Terza Internazionale, in Italia e in Europa, il socialista buono è quello mai nato.

Sulla esistenza di una "questione socialista" ho tentato di richiamare più volte l'attenzione dei personaggi che guidano, senza patente, la smembrata sinistra italiana.  Arrivati ora a un punto critico, anche se con speranza assai fievole, ritengo doveroso riproporla.

A volerne ignorare l'esistenza il primo fu Occhetto, candidamente convinto che se i comunisti avevano avuto torto i socialisti non potevano aver avuto ragione. I variopinti e cangianti argomenti nei quali via via ha espresso questa sua convinzione gli conferiscono nella storia della letteratura politica del nostro paese un posto originale che prima e poi gli verrà riconosciuto.

Il risultato fu che il socialismo venne identificato col "craxïsmo" e su di esso si scatenò tutto il rancore e tutto il livore che Craxi, per la verità, aveva irresponsabilmente fomentato: a distinguersi, poi, in questa operazione fu Massimo D'Alema, portandovi di suo la sicura certezza che l'elettorato socialista, messo con le spalle al muro, non avrebbe avuto altra scelta che quella di votare per il suo partito.  Trascurò il fatto che il mito del "nemico di classe" era stato sepolto e che egli stesso aveva concorso a gettar palate di terra sulla bara.

I socialisti, anche se pochi e sbigottiti come i superstiti di un naufragio, che si associarono alla coalizione di sinistra furono presentati come accattoni di seggi, e nei pochi eletti il risentimento legittimamente prevalse sul sentimento della gratitudine. 

Nella fase successiva quelli dï loro che decisero di confluire nella "cosa due" sono stati trattati come cani in chiesa o, per dirla con espressione adeguata ai tempi, come glï immigrati nei regni di Bossi.. Si può aggiungere, per amor di giustizia, che senza rancori e con motivazioni diverse, lo stesso trattamento è stato riservato al vecchio quadro dirigente comunista e alla sua tradizione, arrivando al punto di seppellire con l'Unità anche il suo fondatore, presentato di volta in volta come alfiere della rivoluzione mancata, come teorico della democrazia progressiva liberalmente egemonizzata dai comunisti, come precursore del "compromesso storico", ma divenuto oggi del tutto inutilizzabile.

Io non sono un esperto in sondaggi e per più ragioni ritengo che assumerli a guida nelle scelte politiche sia rovinoso.  Il compito del politico, quando sia sicuro delle proprie ragioni, è quello non di seguire, ma di rovesciare i sondaggi che alle sue ragioni si frappongono: il sondaggismo è il suggeritore primo di scelte assurde e contro natura e anche per chi resiste, ma ci crede, alle indicazioni degli astrologi, padre naturale del disfattismo, che oggï si chiama con audace neologismo, "sconfittismo". 

In questo caso, affidandomi alla sensibilità che mi viene da una lunga esperienza e da una rete ancora vasta e varia di relazioni, sono convinto che la incoronazione di Rutelli, al di là di ogni considerazione di merito, non faccia guadagnare un voto nell'elettorato berlusconiano, ne faccia perdere parecchi negli strati più maturi di quello tradizionale del centro-sinistra, anche "diessino" che non sa intendere le ragioni del "cambio della guardia", provochi una nuova frana in quello, assai modesto, che i socialisti faticosamente stavano cercando di rimettere insieme e che nella brutale e immotivata liquidazione di Amato vede un nuovo episodio della operazione di "pulizia etnica" operata al loro danni. I più recenti risultati hanno già dimostrato che larghissimi gruppi dell'elettorato attivo e cosciente, quelli capaci di mobilitarsi e di mobilitare hanno ripiegato nell'astensione ed è assai probabile che il fenomeno sia destinato ad accentuarsi.

E' a questo punto che riemerge e ritorna attuale la "questione socialista".

Premetto che il mio patriottismo di partito non si estende al presente.

Io ho collaborato con Craxi nella prima fase della sua segreteria e, se la memoria non mi inganna, fui io presentargli Giuliano Amato raccomandandoglielo per le doti e le qualità che gli riconoscevo. Le mie riserve sul nuovo corso divennero via sempre più consistenti e alla fine espressi il giudizio nel solo modo possibile nel regime interno che si era creato, abbandonando il partito nel quale avevo militato per oltre quarant'anni.  In sede ormai storica di quel mio giudizio non ho nulla da rivedere, semmai ho da riconoscere, cosa che peraltro non ho mancato di fare anche in scritti polemici, che egli ebbe sulle tendenze emergenti dal mutare della situazione politica del paese intuizioni assai lucide che non seppe tradurre in atti conseguenti e che avrebbero meritato da parte dei capi attuali della sinistra italiana riflessioni attente e forse illuminanti.

Le occasioni di farlo sono state tutte mancate e non c'è da aspettarsi che questo avvenga oggi.  Ciò non toglie che per chi voglia sfuggire alla tentazione di accettare la formula del "tanto peggio, tanto meglio", la "questione socialista" si riapra oggi, all'inizio della campagna elettorale e interessi la coalizione nel suo insieme.

Si tratta di porre un argine alla prevedibile nuova frana tentando di fare emergere tra i vari raggruppamenti che si richiamano alla botanica o alla zoologia -le querce, gli ulivi, i cespugli, i trifogli, le margherite, gli asini e gli elefanti- una posizione che francamente e coraggiosamente, si rifaccia alla esperienza dottrinale e politica del socialismo italiano ed europeo, ai suoi principi e ai suoi valori: l'Italia è il solo paese europeo dove il socialismo non sia il nucleo e il motore di una coalizione di centro-sinistra. 

E' questo, con buona pace di Veltroni, che dà il marchio del provincialismo al centro-sinistra italiano, che rende ridicolmente imbelle e impotente il suo partito modestamente e inutilmente maggioritario. 

E' una esigenza, questa, che dovrebbe accomunare tutti i gruppi e le formazioni politiche di matrice socialista, dovunque si trovino collocati, che è vitale per il partito di Boselli, che dopo le decantazioni avvenute nel suo seno, può presentarsi come I' unico erede, anche se, per la verità, assai male in arnese, di quelli che furono i partiti socialista e socialdemocratico. 

E' questa, io credo, l'ultima occasione che la sorte gli concede di conquistarsi un posto nella politica italiana. I problemi di tattica elettorale meritano attenzione e anche rispetto, ma prima di essi c'è una scelta politica da fare: intrupparsi, quali componente trascurabile e trascurata, in un rassemblement che si presenti come un coacervo di anonime e screditate impotenze, all'insegna non del riformismo ma del trasformismo, o aprire subito un dialogo con tutti i dispersi gruppi, e in primo luogo quelli emarginati ma ancora presenti tra i "dlessini" che intendono criticamente ricollegarsi alla grande tradizione del socialismo italiano e europeo, in aperto e leale confronto con una sinistra solo formalmente maggioritaria che ha i connotati e il fascino di un identikit incompiuto.

Quali e quanti siano gli ostacoli che si frappongono alla ideazione, prima ancora che all'attuazione di un così ambizioso disegno non lo ignoro, primo dï essi il divieto di accesso ai mezzi di comunicazione di massa.  Ma non vedo che cosa impedisca al partito di Boselli di aprire la propria campagna elettorale col proposito e con la proposta di raggruppare e federare, impegnandosi a procedere uniti per il futuro, quali che siano gli esiti delle elezioni persone e gruppi per i quali la parola socialismo non sia una bestemmia e neanche patetica manifestazione di nostalgie senili.  La condizione pregiudiziale per farlo utilmente è che si sia convinti che esistono in questo paese, tra i giovani e tra i vecchi, quelli che per motivi diversi ma convergenti rifiutano le ragioni del realismo bottegaio e sanno guardar lontano, strati assai vasti, sensibili a un messaggio di speranza e di fiducia nell'avvenire e che a questa speranza voglia e sappia dar voce.

Non c'è situazione che non contenga in sè sbocchi potenzialmente diversi.  Berlusconi non è imbattibile ma per batterlo, oggi, è necessario tornare a una concezione della politica come attività creativa che risvegli le coscienze, che susciti entusiasmi, che introduca nel gioco delle forze la volontà cosciente degli esseri umani.  Si può essere anche sconfitti, ma la sconfitta non è una disfatta quando, ammoniva Turati, non si sia ceduto alle viltà e agli opportunismi minuscoli e si sia salvato l'onore. Nella fase difficile che stiamo attraversando questo monito vale ancora, è il solo realismo politico che possa fare da guida.


Cosa salvare oggi del socialismo

di GINO GIUGNI

IL TITOLO dell'articolo di venerdì 16 giugno "Da Craxi e De Michelis fiorirà il garofano Psi" è un po' ingannevole e anche piuttosto malevolo.
Vorrei qui, invece, ancora una volta, rivendicare del socialismo quel passato che, forse, oramai parlerà poco alle nuove generazioni ma che fu protagonista nella storia politica italiana, e non solo in questa in quanto fu presente in tutta l'Europa continentale ma anche, con il laburismo, nell'impero britannico. Per noi fu una vicenda che partì alla fine dell' Ottocento, attraversò i primi anni del secolo e poi i due dopoguerra. Ma la storia più accidentata fu proprio quella del nostro paese.
Fin dall'inizio il movimento socialista aveva sentito la necessità di darsi una struttura organizzativa che si tradusse nella fondazione di quello che divenne il partito socialista italiano. Dopo alterne vicende e finalmente dopo la parentesi fascista, rinato su nuove basi risultò secondo nella prima prova elettorale avvenuta nel 1946. Ma a partire dalle elezioni del 1948 il partito era piombato in una defaillance apparentemente senza rimedio. E cominciò subito dopo l'affannosa e senza via d'uscita ricerca di un recupero che purtroppo andò via via sprofondando fino alle vicende di questi ultimi anni, che addirittura condussero all'estinzione del partito stesso. Al di là di tutti gli errori, e furono innumerevoli, gli effetti più negativi ebbero un andamento cumulativo che si risolse in una fine che venne a coincidere fatalmente col centenario del partito stesso nel 1993.
Al posto del vecchio partito ora ne risultano invece due, più un terzo, il più forte ed efficiente, che vuole essere il vero continuatore e che porta infatti come secondo nome quello socialista, cioè Ds. Un piccolo movimento denominato partito socialista mantiene accesa una fiammella che non è più consistente di quella di una candela; l'altro è nulla più che un fuoco fatuo, essendosi ormai incorporato in un centro-destra proteiforme.
Il pezzo più consistente della realtà socialista è, paradossalmente, quello che vive invece nell'ambito di un vecchio partito comunista che tutto ha abbandonato ormai del suo pregresso e il cui cammino non è fatto di rose ma piuttosto di spine. Il Ds pur contando tra i suoi capi di prestigio alcuni, pochissimi in effetti, di origine socialista,è munito di una classe dirigente che non è non è più quella vetero-comunista ma non è neanche quella socialista e ancora non è neanche un partito nuovo.
In realtà esso vive una vita acefala, ma ha tutto, quadri e struttura organizzativa, vissuta nella storia e nella memoria del partito comunista italiano, partito certamente ben diverso da quasi tutti gli analoghi partiti che fino a epoca recente avevano in realtà vissuto nella storia e nel passato del partito comunista internazionale.
Ed è qui il dramma. Perchè in realtà il socialismo, rinnovato nei simboli e nella denominazione, è riuscito a ripulirsi delle scorie del passato ma non a rappresentare una radicale novità. Ne sono prova le recenti elezioni politiche. Ma anche quelli che scelsero come leader chi era stato privo di legami con le forze delle varie aree della sinistra (stiamo parlando di Prodi, per intenderci) non si sono poi costruiti un'identità nuova e originale. E poi, subito dopo, anche il leader della più forte componente della sinistra non potè identificarsi con la sinistra nella sua integralità, e così infine la lunga vicenda approda a chi appartiene a pieno titolo a un passato socialista, e che si guarda bene dal ripudiare, quale Giuliano Amato.

L'aspetto più sconcertante della vita di questa sinistra è che essa non presenta una identità omogenea ma è costituita da un partito forte che nella parte maggiore è largamente mutuata dalla classe dirigente del vecchio partito comunista con cui condivide linguaggio, espressività, memoria storica. Purtroppo il vecchio partito socialista, che ne avrebbe costituito la sua legittimazione storica e politica, ha invece lasciato una eredità senza beneficio di inventario. E così non si potrà neppure dire con Nanni Moretti "diteci qualcosa di sinistra".
Sarebbe necessario un recupero di potenziale vitalità anche da una rinnovata area socialista. Dovunque ci aggiriamo troviamo socialisti siano essi vecchi socialisti, aspiranti socialisti, intellettuali socialisti, ma nessuna di queste componenti ideali nel mondo politico attuale può evocare efficacemente questa realtà politica e chiamarsi definitivamente con il suo nome.
Per "rifiorire" non basta mettere in gioco uomini e persone del vecchio partito. Sulla base del vecchio non si costruisce. Meno che mai quando si cerca l'identità in una realtà politica che rappresenta il diverso e l'opposto da quello della tradizione e cioè la destra.

La Repubblica
21 giugno 2000


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