Socialismo 2000

 

Una inopinata conclusione, dichiarazioni di Mario Artali e di Federico Coen 

la nascita di Socialismo 2000:

Ragioni e prospettive della iniziativa Editoriale del n.0 della newsletter Socialismo 2000 Il documento dei promotori Il Convegno nazionale di Socialismo 2000
Dal "Corriere della Sera" del 14 luglio La riunione della Direzione DS del 5 giugno La prima iniziativa(18 luglio), anche sulla stampa La rosa rossa, il libro ed il dibattito


Dal socialismo che vivrà al "come eravamo"

 

In questi giorni, tra le vicende minori della politica, se ne è svolta una su cui dobbiamo qualche spiegazione ai nostri quattro lettori. 

"Dobbiamo" perchè la vicenda non riguarda una sola persona, ma tutto il microcosmo che si confronta nel e con l'Ossimoro: alcuni componenti la Direzione nazionale e le direzioni locali di alcune federazioni e comitati regionali Ds, qualche parlamentare, un po' di compagni ed amici con cui avevamo concorso a dar vita prima ed alimentare poi l'esperienza di Socialismo 2000. 

Poichè nelle prossime ore ciascuno di questi compagni ed amici assumerà posizione pubblica, aderendo all'uno o all'altro dei documenti congressuali, possiamo risparmiarci la sempre sgradevole fase delle conte e delle citazioni. Anzi, per evitare ogni malinteso e sospetto di strumentalizzazione, vorrei da qui in poi -almeno per questa volta- parlare in prima persona. 

Socialismo 2000, ed i documenti che resteranno nel sito anche come utile documentazione ne sono la prova, nacque in una riunione della direzione nazionale Ds in cui 5 compagni, senza essersi consultati prima, decisero che ne avevano abbastanza degli equivoci politici della gestione veltroniana, della maggioranza di Torino, del fumo ulivista e della inconsistenza totale di una linea destinata alla catastrofe: accettarono - e grande merito va reso a Cesare Salvi - tutti i rischi di una posizione molto esposta in un partito che è andato sostituendo le camarille -mediocri e d'apparato, ma sempre camarille - ai gruppi dirigenti. 

Si tentò per qualche mese, e con tutti i limiti dati dalla difficoltà di confrontarsi politicamente nei DS- ora questa difficoltà viene riconosciuta da tutti, anche da coloro che l'hanno provocata- nonchè dalla modestia delle nostre forze ad intraprendere un diverso cammino. 

Gli obiettivi erano chiari, a partire dalla scelta del nome: "Socialismo 2000", oltre il post ed ex che ancora è la caratteristica saliente del partito, la voglia di contribuire a costruire il partito del socialismo, quali che fossero le provenienze, senza rinunciare nè agli orgogli nè alle memorie, ma con la forte intenzione di superare l'uso strumentale che di orgogli e memorie si è fin qui fatto. 

Un partito socialista, e per essere chiari al limite della semplificazione, in un partito socialista un'area più attenta alle ragioni storiche del socialismo, ai suoi riferimenti nella società, alle sue prospettive di libertà ed uguaglianza. Chi ci ha voluto scherzare sopra, a volte anche senza malizia, ha parlato di area "jospiniana", diversa e non coincidente con terze e quarte vie, annacquamenti eccessivi, modernizzazioni senza scelte e senza valori. 

Riformismo forte, o, come ora si incomincia a dire diffusamente, riformismo "con" il popolo. Comunque, un'area ed una opzione politica dentro il partito del socialismo europeo.
Mettiamo tra parentesi la fase della campagna elettorale: poichè, non siamo ingenui, non erano sfuggite le fasi di appannamento di linea, ma....poteva essere un prezzo sgradevole ma sopportabile da pagare ad umane esigenze ed ambizioni.
Così non è stato. Dalla ostilità al vuoto ulivista-veltroniano si è  passati alla simbiosi, dalla ricerca di una prospettiva che andasse oltre i Ds si è ripiegato sulla mobilitazione di tutti gli istinti più regressivi.
Una cosa è battersi per una globalizzazione che porti nel mondo diritti e progresso, un'altra rinchiudersi nella invocazione passatista di ciò che è stato.
Da una sinistra che vuole costruire il futuro ad una che rimpiange il passato, e che per sfuggire -apparentemente - alle contraddizioni, ha l'eterno strumento della demagogia a piene mani. Altro che riformismo forte!
Tutto ed il contrario di tutto. Ma su questi temi ci saranno molte occasioni per ritornare, anche in discussione con compagni che sostengono la mozione Berlinguer ma non sono entusiasti del parto delle micro-dirigenze figiciotte.
Il clou, e la prova finale del pasticcio, sta infine  nella scelta del candidato segretario. Giovanni Berlinguer è una degnissima persona, ma non sembra un eccesso di malignità ritenere che non le qualità, ma il nome, lo abbiano fatto prescegliere. 

Comunque sia, immaginare che sia possibile un passaggio decisivo come quello della costruzione del partito di tutti i socialisti mischiando a piene mani demagogia e simboli di una fase politica morta - quella del berlinguerismo - è, nel migliore dei casi, una operazione politicamente non onesta. 

Peccato! Restano due speranze: la prima, che l'operazione, così scoperta e maldestra, risulti indigesta anche a molti compagni disponibili ad una posizione di "riformismo forte",e che si possa quindi, anche nell'area Fassino, mantenere una dialettica aperta e libera, in attesa di un più forte coinvolgimento anche di chi ai Ds non ha voluto aderire, ma si dichiara ed è disponibile ad una operazione di più vasto respiro; la seconda, che non tutto si esaurisca in questo confronto "taroccato" e che anche compagni che staranno sull'altra posizione congressuale mantengano la capacità autonoma di confronto e di convergenza nella fase di costruzione del nuovo. 
Il mondo non finisce con il congresso Ds : c'è solo la speranza che con il congresso una nuova, meno disastrosa fase inizi.

Mario Artali

30 agosto 2001

Caro Cesare,
sento il bisogno di chiarire nei confronti tuoi e degli altri compagni e amici di Socialismo 2000 le ragioni della scelta che ho fatto di unirmi per il Congresso ai compagni Ruffolo, Artali, Aniasi, Guerrieri e altri nell'adesione alla mozione del compagno Fassino anzichè a quella del compagno Berlinguer nella quale la maggioranza del gruppo da te fondato è confluita.
    Una decisione che è stata al tempo stesso sofferta e motivata.
    Sofferta perchè le ragioni di fondo che mi avevano indotto più di un anno fa a partecipare alla fondazione di Socialismo 2000 restano per me pienamente valide, sia in positivo sia in negativo: in positivo, perchè alla base della nostra iniziativa c'era una opzione chiara e netta per la costruzione di un partito che si collochi in modo irreversibile nell'area del  socialismo europeo, liberandosi delle ricorrenti nostalgie rispetto a un comunismo più o meno rifondato; in negativo, perchè sentivamo il dovere di dissociarci da una gestione politica - quella del duo Veltroni/Folena - che spingeva il partito a confondere sempre più la sua iniziativa politica e la sua stessa identità con una formazione eterogenea ed eterodiretta come l'Ulivo, con gli effetti disastrosi che abbiamo potuto misurare nelle elezioni di maggio.
    A mio parere, entrambe queste ragioni di fondo della nostra iniziativa rischiano di appannarsi fin quasi a scomparire nel quadro di uno schieramento - quello che va sotto il nome di Berlinguer - dove coesistono gli eredi diretti della gestione veltroniana (da Folena a Mussi) con una sinistra che non ha fatto i conti fino in fondo nè con il passato comunista nè con le ricorrenti tentazioni movimentiste.
    La mozione Fassino non presenta queste contraddizioni di fondo. Richiede invece una più precisa caratterizzazione sul terreno dei contenuti programmatici, con particolare riguardo all'impegno del partito sui problemi internazionali e alla valorizzazione sociale del lavoro. Ed è proprio per questo che tanto io quanto gli altri compagni sopra menzionati abbiamo voluto motivare e interpretare la nostra adesione con un sintetico documento programmatico che è uscito su L'Unità dell'11 settembre. Se avrai la pazienza di leggerlo, potrai constatare che si ispira largamente alle ragioni politiche che ci avevano indotti a inventare Socialismo 2000.
    Il mio augurio è che - superati i traumi e le sofferenze di un Congresso che tende purtroppo a dividere più che a unire - potremo ritrovarci a lavorare insieme, anche e soprattutto per dare a questo partito e alla sua politica uno spessore culturale che ancora non c'è e al quale il gruppo di Socialismo 2000, se riuscirà a sopravvivere, ha le carte in regola per contribuire.

    Cari saluti,

    Federico Coen

Roma, 5 settembre 2001

La rosa rossa di Cesare Salvi - premessa Rossanda:sul libro di Salvi Passione ed impegno civile Il futuro del centrosinistra Una ricetta per la sinistra Socialismo 2000

La rosa rossa
di Cesare Salvi

premessa

Per reagire a una sconfitta, bisogna in primo luogo riconoscerla come tale. Poi analizzarne le cause. Infine, studiare le adeguate contromosse.
Ho deciso di scrivere questo libro quando ho constatato che neppure il primo passo veniva compiuto dopo le elezioni regionali della primavera scorsa. Non solo non si è discusso del risultato negativo, per esaminarne le ragioni e introdurre le necessarie innovazioni e correzioni di rotta. Anzi, secondo la vulgata più recente sembra quasi che non ci sia stata alcuna sconfitta. Eppure i Ds hanno perso in pochi anni più di tre milioni di voti, il governo di sei delle dodici regioni nelle quali erano in maggioranza, il Comune di Bologna e la presidenza del Consiglio di Massimo D'Alema.
Lo stato d'animo del "popolo della sinistra" è oggi di scoramento e di delusione. Paragonandolo a quello del periodo magico che seguì quattro anni fa la vittoria dell'Ulivo, mi sono chiesto: com'è stato possibile? dove abbiamo sbagliato? e, soprattutto, come reagire, per recuperare il consenso perduto e tornare a vincere, nelle elezioni politiche del prossimo anno?
In queste pagine ho provato a dare ordine alle riflessioni che ho maturato negli ultimi anni, e che finora le avevo espresse soltanto nelle dimensioni dell'intervento politico quotidiano. E anche, perchè negarlo? da quel tanto di autocensura, che non so se attribuire a senso di responsabilità, ovvero a un residuo delle regole diplomatiche che presidiavano il dibattito politico interno ai tempi del Pci. In ogni caso, oggi tacere sarebbe davvero qualcosa di più di un errore: sarebbe un atto di irresponsabile reticenza.
La tesi di fondo di questo libro è che la crisi di consenso del maggior partito della sinistra italiana non si esprime nel passaggio di consensi ad altro schieramento o partito, ma prevalentemente non andando a votare. Le cause di questa disaffezione vanno fatte risalire, più che a singoli episodi più o meno recenti, ai limiti che hanno segnato il cambiamento operato dalla sinistra italiana nell'ultimo decennio. Questi limiti si possono riassumere nella mancanza di una chiara e inequivoca scelta per ciò che ha significato e significa la tradizione del socialismo europeo, con tutto quello che ne consegue: nei valori di riferimento, nel modo di concepire il partito, nell'approccio con le altre forze politiche (alleati e avversari), nelle scelte di linguaggio, di comunicazione politica, di proposte programmatiche. Il mancato ancoraggio al socialismo europeo ha portato all'inseguimento di temi e contenuti moderati (a cominciare da quelli neoliberisti), a fronte di un atteggiamento di insicurezza, se non di malcelato pudore, quando si tratta di sostenere le ragioni della sinistra (dallo Statuto dei lavoratori alle tutele previdenziali).
Ne sono derivati sconcerto, disillusione, a volte rabbia nell'elettore di sinistra, e scarsa presa nell'elettore moderato (il potenziale nuovo bacino di consenso), che legittimamente diffida degli eccessi mimetici. E' stato rievocato in proposito, di recente, l'aneddoto di Martin Bieber: se il tuo rabbino è uguale al mio, mi tengo il mio. Occorre invertire la rotta, creare tutte le condizioni perchè nell'alleanza che affronterà le elezioni politiche del prossimo anno la sinistra svolga il suo compito: convincere il maggior numero dei suoi elettori, che hanno abbandonato le urne, a tornare a votare a sinistra, contribuendo così pro quota al successo del centrosinistra.
Una sinistra moderna, di governo, dotata di una forte capacità di coalizione: ecco ciò che occorre. Non l'offuscamento delle proprie ragioni, e neppure una scelta quasi pregiudiziale per l'opposizione, per una sinistra di pura testimonianza ideologica. Non è questo che serve. E del resto Rifondazione comunista ha perso anch'essa consenso rispetto al 1996, e in proporzioni non minori rispetto ai Ds.
Decisiva è la scelta per l'insieme di valori e di esperienze che caratterizza la grande storia del socialismo. Il socialismo non è morto, come molti credevano dieci anni or sono. Oggi governa gran parte dell'Europa. L'ideologia dominante, nell'ultimo quarto del Novecento, il neoliberismo, mostra tutti i suoi limiti.
Le grandi domande per le quali la sinistra è nata restano a interrogarci. A iniziare dalla rivendicazione, insieme, di più libertà e di più eguaglianza: perchè l'aver perseguito l'obiettivo di un'eguaglianza senza libertà ha condotto a regimi inefficienti e autocratici, quando non spietatamente dittatoriali; ma perseguire la libertà senza tener conto delle ragioni dell'eguaglianza significa riconoscersi in un mondo dove le differenze tra ricchi e poveri aumentano, e dove forte è la tendenza a usare la globalizzazione per ridurre o smantellare le protezioni sociali e i diritti del mondo del lavoro anche nelle nazioni ricche. Certo, vanno date risposte nuove rispetto al passato: ma che siano risposte vere a quelle domande, non abdicazioni, o dichiarazioni di non possumus, quando non vere e proprie abiure.
Attualità del socialismo, dunque. Un'affermazione impegnativa. Nel libro, quindi, alla rilettura della vicenda politica della sinistra italiana (e di quella europea) nell'ultimo decennio, si accompagnano riflessioni su questo tema, ragionamenti su grandi questioni oggi aperte, e che il neoliberismo - rispetto al quale la sinistra italiana troppo spesso si è mostrata subalterna - è incapace di affrontare in modo socialmente accettabile: dalla globalizzazione al futuro dell'Europa, dallo Stato sociale ai problemi del mondo del lavoro.

Roma, 31 luglio 2000


A proposito del libro di Cesare Salvi


di Rossana Rossanda 



Cesare Salvi ha scritto un libro chiaro e senza reticenze sulla crisi dei Democratici di sinistra e da dove ricominciare per mettervi fine ("La rosa rossa", Mondadori, Milano 2000, pagg.142, L.24.000). La crisi - egli scrive -è clamorosa fra gli iscritti e i votanti, in caduta verticale proprio quando l'allargamento ad area del vecchio partito avrebbe dovuto farli crescere. Le cifre dei Ds restano di tutto rispetto: seicentomila sarebbero gli iscritti (anche se si stenta a vederli, nella chiusura della maggior parte delle sedi e dell'Unità) e 5.400.000 sono stati i voti alle europee del 1999. Ma erano già due milioni e mezzo di meno rispetto al 21 aprile del 1996, e non recuperati da Rifondazione Comunista. E poi nelle regionali del Duemila i ds, dove si presentano in lista separata perdono ancora 1.600.000 voti; in Lombardia, dove si presentano con Martinazzoli, prendono meno voti che nel 1996 da soli. A questo calo corrisponde un astensionismo mai raggiunto in Italia: sono i voti di sinistra che hanno disertato.
Salvi esamina i voti in un tempo ravvicinato, perchè ritiene che fino alla prova del 1996 - sconfiggere Berlusconi e andare per la prima volta al governo - l'elettorato dell'ex Pci, pur turbato dal cambiamento del nome e dalla scissione, abbia rinnovato una fiducia. Sono i quattro anni dei ds nella maggioranza del governo che mettono fine alla delega. E così oggi i Ds sono fra i "socialisti" europei una forza minore. Non solo, ma avvelenati dalla persuasione che, differentemente da Francia, Germania e Gran Bretagna, e per lungo tempo la Spagna, in Italia una forza che si richiami sia pur vagamente al socialismo non ce la farà mai a portare una coalizione alla maggioranza dei voti, non mettono più freno alla rincorsa al centro, contendendo al Polo l'opinione moderata con argomenti moderati.
Ma la deriva è iniziata da tempo. Salvi la denuncia solo ora - qualcuno dice "Fuori tempo massimo" - come se anch'egli avesse concesso un tempo d'appello al partito scombussolato dal 1989 e dall'oscillazione del gruppo dirigente sulle prospettive di lungo termine. Sa che la prospettiva liberista è stata scelta almeno da quando l'euro è stato raggiunto e la "fase due" non si è aperta, donde la crisi del governo Prodi. Ma se brucia i vascelli soltanto ora, è perchè non vede neppure ammessa dalla leadership del suo partito la sconfitta alle regionali del 2000, che segnano oltre al rovescio elettorale la sua scomparsa dalle regioni storiche del nord, come è stata un segnale funesto la perdita di Bologna, roccaforte che pareva dover restare rossa o almeno rosa. Veltroni e d'Alema rifiutano di parlare di sconfitta, o se incidentalmente la ammettono, la attribuiscono a un essere gli italiani fondamentalmente di destra, quindi da catturare con argomenti sempre più moderati.
E nel medesimo tempo rifiutano qualsiasi discussione e consultazione del partito. La proposta ancora vagamente lumeggiata al Lingotto di essere una forte socialdemocrazia lascia il posto alla scelta, non esplicita ma perseguita un passo dopo l'altro, di diventare un partito democratico sul modello americano. Nè le perdite del New Labour nè le proprie frenano la dirigenza ds dal puntare a un bipolarismo fra il centrodestra, somigliante ai repubblicani, e un centrosinistra diventato partito dei democratici. Distinzioni di classe non ce ne sarebbero più e quelle di "valori", che Veltroni peraltro ha cercato fuori da una genealogia socialista, stingono ogni volta che si presenta una spinta di destra. I ds le vanno incontro, sulle questioni sociali, sulla sicurezza, sulla scuola, sulle pretese vaticane. Molto oltre i limiti d'una moderna democrazia repubblicana.

Per questo Salvi parla. Egli pensa che l'errore viene dall'89: non si era opposto alla svolta e la considera necessaria ancora oggi, ma ritiene che essa sia andata di molto oltre il segno. Non ha cancellato quanto del Partito comunista era o pareva subalterno all'Urss, ne ha cancellato l'identità sociale. E lo ha fatto sia nel cambiare il nome - abiura cui altri partiti in Europa non si sono piegati - e senza aprire un onesto esame della propria storia, valori e limiti, liquidando del tutto quel ruolo democratico e progressista del Pci nel quale Salvi - venuto alla politica nel '68, giusto a venti anni - aveva creduto di trovare una gestione antiestremista ma coerente della spinta di quegli anni. Così facendo si sono perduti militanti ed elettori, devastati nelle ragioni della propria vita.
E non pi� rappresentati nei loro interessi e fini, a partire dai diritti del lavoro. Questo è l'argomento centrale de "La rosa rossa". La scelta preliminare caratterizzante d'un partito socialista è rappresentare il lavoro e i suoi diritti. E' l'unica vera ragion d'essere dei comunisti o socialisti o socialdemocratici: rappresentare la classe di coloro che non hanno mezzi di produzione, dipendenti o eterodiretti, nel dominio planetario del capitale globalizzato. Giurista di formazione Salvi espone la tesi come un'ovvietà giuridica, dalla quale deriva l'intera teoria sociale: il lavoro non è assimilabile ai contratti retti dal diritto civile. Essi presuppongono una parità fra contraenti che nel rapporto di lavoro non è data: è l'antica critica di Marx sul limite che la struttura sociale mette alla libertà. 
Dire questo oggi è sommamente eretico. Significa non solo che il lavoro è pagato sempre meno di quel che rende (è sfruttato, ammette la coscienza comune) ma che un contratto di lavoro non è come gli altri, che hanno per oggetto una cosa - una terra, un edificio, una vettura, un prodotto o un servizio - ma intelligenza, forza fisica e psichica, competenza moltiplicate per il tempo. Che non sono "cose", sono inerenti all'io, alla persona, alla sua sopravvivenza e realizzazione. Non possono perciò essere valutate dal mercato, come non lo è il corpo dallo schiavismo in poi. Nessuno può possedere il corpo e la mente dell'altro, che sono un'unica cosa e sono lo strumento della umana libertà. Tutto quel che di essa è messo a diposizione o utilizzato ha dei limiti, va dunque regolata in altro modo che lo scambio fra cose, tenendo fermo e invalicabile un essenzialmente umano, cui ordinare la società e in essa i rapporti di proprietà, di produzione, di servizi e di mercato. Tirate le somme, l'idea del socialismo, dalla prima alla terza internazionale, è riducibile a questo.
Il lavoro dell'uomo non è riducibile a merce: questo è un approdo della modernità, che va oltre, e a dire il vero contro la spinta naturale all'appropriazione dell'altro (per non parlare dell'altra), da dominare o mettere a frutto per la propria sopravvivenza. Ma su questo principio è nata la sinistra, non solo sull'equilibrio fra libertà e uguaglianza, che Norberto Bobbio ricorda sempre. E con questo si rivendica non solo il diritto al lavoro in quanto accesso a una sia pur inuguale distribuzione del reddito - richiesta minima del disoccupato e garanzia per l'occupato di poter almeno parzialmente progettare la propria esistenza. Si sottolinea la peculiarità dei diritti del lavoro, che non può essere acquistato o venduto a qualsiasi condizione, fungibile, usa e getta, separato dalla persona che lo eroga. E' per questo che il contratto di lavoro non è riducibile al resto dei contrati civili.

Affermandolo, Cesare Salvi mette il dito sull'ingranaggio del discorso spesso vago del liberismo o dell'antiliberismo. Il problema non è tanto e soltanto se il capitale si sposta o si scambia, ma quali esiti ne derivano per il lavoro dal quale dipende la sua riproduzione. Se questo è l'orizzonte, la sfera politica gli impone dei limiti - percepisce una tassa sugli spostamenti finanziari, stabilisce l'obbligo del contratto e i suoi livelli minimi salariali e normativi, dall'orario alle condizioni di lavoro, vieta lo scioglimento unilaterale del rapporto da parte dell'impresa. Implica insomma un'iniziativa autonoma del politico rispetto ai meccanismi puri del mercato, e una serie di interventi in settori strategici per lo sviluppo. Sono dunque lo stato o i governi locali, dove si esprime una volontà collettiva o il rapporto di forza fra volontà conflittuali, a garantire un campo che il mercato non può nè ignorare nè scompaginare oltre un certo limite. 
Tener ferma questa "inflessibilità" implica ordinare le priorità politiche, valutare in termini non puramente monetari la spesa sociale, iscrivere in essa i diritti delle parti. Ad essa inerisce il costo del Welfare, cioè l'accesso a prestazioni che non riguardano solo i lavoratori ma tendono a essere universali, beni in sè, anch'essi diritti non acquistabili nè vendibili. Ne deriva un ruolo del "pubblico" che si è tentato di azzerare, come dipanando una matassa, dai diritti del lavoro - ragion d'essere d'un partito socialista, o comunista o socialdemocratico, è nel come arrivarci che si è delineata una differenza - discende una diversa architettura della società.. Quando una formazione politica vi rinuncia non è più nè socialdemocratica nè comunista nè socialista - è liberista. 
Ed è questo passo che ha compiuto o sta compiendo il partito dei ds, smentendo anche quel minimo di ispirazione che egli vede nella mozione conclusiva del congresso del Lingotto. Ma se sulla periodizzazione di questo processo si potrebbe discutere, è un fatto che con la sua uscita il problema è posto dall'interno di quel partito, da un suo ministro al governo. Che D'Alema, esplicitamente liberista, non registri, che Veltroni, intento a rutellizzare le truppe, non apra bocca si può capire: che la sinistra dei ds non lo discuta e faccia suo e non lo presenti alla base è sorprendente. E sarebbe sorprendente che non facesse lo stesso la Cgil, investita ormai nella sua ragion d'essere.
Ma è tema decisivo anche per Rifondazione e per le forze della cosiddetta sinistra critica. Esso rimette infatti in discussione un tema sul quale è sceso un non innocente silenzio, il peso del lavoro nella valorizzazione del capitale, troppo presto, e con un uso discutibile dei Grundrisse, gettato nel nulla. E verrebbe al duqnue il discorso sul riformismo e la socialdemocrazia quando una rivoluzione non è - e non è detto che più sia - all'ordine del giorno. Viene al dunque un confronto con le pratiche antagoniste radicali ma parziali ed eminentemente simboliche. O su un conflitto ridotto al solo terreno sociale. Su tutto questo sarebbe interessante verificare accordi e dissensi, riaprendo un dialogo che con l'attuale dirigenza dei ds è finito.

la rivista del manifesto 
ottobre 2000


"La rosa rossa" di Salvi per rilanciare la sinistra


Una "rosa rossa", simbolo del socialismo europeo, per spronare la sinistra italiana. Cesare Salvi ha presentato ieri, con il premier Giuliano Amato e il presidente del Senato Nicola Mancino, il suo libro: "La rosa rossa". Si chiede il ministro del Lavoro: "la grande speranza del 21 aprile 1996 è stata soltanto un'illusione?". No, purchè la sinistra ritrovi "passione e impegno civile".

La Repubblica
28.9.2000


Il futuro dell'Ulivo al centro del dibattito sul libro di Cesare Salvi
Amato incalza la sinistra


Il Centro-sinistra si è appena ritrovato sulla candidatura di Francesco Rutelli per Palazzo Chigi. Ma la discussione su quello che sarà il ruolo della sinistra e del centro nell'Ulivo del futuro continua. Anzi riprende vigore. L'occasione è quella della presentazione del libro del ministro del Lavoro Cesare Salvi "La rosa rossa - Il futuro della sinistra". Attorno al tavolo, oltre allo stesso Salvi, il presidente del Senato Nicola Mancino e il presidente del Consiglio Giuliano Amato.

Mancino entra subito nel merito del dibattito e lo fa, una volta tanto, mettendo da parte il ruolo istituzionale e riprendendo, con un certo orgoglio quello prima di tutto di chi è stato democristiano. Non gli sta bene quello che chiama "un bipolarismo coatto", si dice convinto che quella dell'Ulivo è e deve essere prima di tutto un'alleanza tra partiti attorno ad un programma. Insomma, prima di tutto rispetto delle identità di ciascuno. Perchè l'affievolimento delle identità, la mancata difesa delle stesse può portare alla labilità della politica, a confini mobili tra gli schieramenti. E non a caso il presidente del Senato ricorda che tanto il Governo Dini che quello D'Alema nacquero dai cosiddetti ribaltoni.

Non usa gli stessi termini Giuliano Amato, ma sul discorso delle identità è in sintonia con Mancino. Preferisce usare però il termine radici. Spiegando che queste (nel caso della sinistra) si possono e si debbono allargare, ma non si possono nè si devono sostituire. Anche perchè se si dichiara, magari senza riuscirvi, che si sta procedendo alla sostituzione si rischia di perdere voti. Amato, non lo dice, ma nella storia più recente della sinistra si è andati anche ben oltre il semplice rischio.

Naturalmente questo non vuol dire che chi ha a cuore il futuro della sinistra non si impegni a fondo per renderla sempre più compatibile con la società del mercato, nella quale deve operare. Con la convinzione che anche in un'economia di mercato la sinistra può e deve fare la sinistra, ed in questo la differenza con la destra è evidente. Basta guardare a come si muove il Cancelliere Schroeder che, spiega Amato, non ha bisogno di andare in via Filodrammatici, naturalmente detto in tedesco.

Quella di ieri era solo la presentazione di un libro, ma l'attenzione di Amato a quello che dovrà essere il lavoro di costruzione di una sinistra sempre più dichiaratamente ancorata al socialismo europeo, è la conferma di quelli che sono gli interessi politici del presidente del Consiglio, una volta lasciato a Rutelli il compito di contendere palazzo Chigi a Berlusconi.

In sintonia su radici e identità Amato e Mancino lo sono un poi meno su aspetti per così dire più spiccioli della politica. Così al presidente del Consiglio che spiega come sia sbagliato considerare il Ppi (troppo piccolo) rappresentante di tutto il centro, Mancino replica ricordando come la Dc consentì a Spadolini con poco più del 4% e a Craxi con l'11% di governare. E sul centro qualcosa la dice anche Salvi spiegando che se si continua a dire che, con la scelta di Rutelli, ha vinto il centro si rischiano di perdere voti a sinistra. Mentre Amato insiste sulla modernizzazione da fare perchè l'insufficienza di un processo di trasformazione priva la sinistra di una necessaria vocazione maggioritaria e non la legittima ad esprimere il punto di equilibrio. Insomma la sinistra viene vista ancora come non sufficientemente matura per esprimere figure a vocazione maggioritaria.

G.Co.

Il Sole24Ore
28 Settembre 2000


IL LIBRO La ricetta di Salvi: guardare a sinistra


BOLOGNA - Titolo: La rosa rossa . Sottotitolo: Il futuro della sinistra . Un giovanotto guarda la copertina e sorride amaro: Ah, saperlo! è il libro scritto da Cesare Salvi, ministro del Lavoro, e pubblicato da Mondadori. Perchè? Per reagire all'ultima sconfitta elettorale. Meglio ancora: per cercare di vincere le prossime. Salvi ha un'idea: bisogna fare come il buon pastore, cioè andare alla ricerca delle pecorelle smarrite. In pochi anni i Ds hanno perso oltre tre milioni di voti. Ipotesi politica: più che sfondare al centro bisogna recuperare gli elettori di sinistra che hanno girato le spalle o che non sono andati alle urne.
Cesare Salvi, alla Festa dell' Unità, presenta la sua opera parlando con voce robusta, intanto nel padiglione accanto si esercita un complesso musicale. E così qualche volta il "popolo di sinistra" in sala, che per consistenza numerica è piuttosto un popolino, stenta a capire. Perfetta metafora della situazione politica, stando alla tesi del ministro: si discute tanto sulla sfida fra Amato e Rutelli, che la gente si disorienta e si distacca. Non gli piace il metodo ("Sono i segretari di otto partiti che decidono") e lancia un appello: "Possiamo vincere, se puntiamo sui contenuti".
Come si usa, il libro viene presentato attraverso un'intervista pubblica all'autore. Paolo Franchi, editorialista del Corriere , lo promuove: è un bel libro politico. La narrazione comincia con lo sventolio di bandiere nella notte del 21 aprile 1996, vittoria elettorale dell'Ulivo. Svolta epocale consumata in fretta: fino all'ultima botta elettorale. Salvi dice: "Si avvicina il redde rationem ... a un partito di sinistra si chiede di rendere evidente che è consapevole del ruolo svolto ed è deciso a motivare il popolo della sinistra a un nuovo impegno: riportare nelle sezioni gli iscritti e alle urne gli elettori. Nelle quasi 150 pagine e davanti alle domande di Franchi, il ministro del Lavoro racconta che la "rosa rossa", simbolo del socialismo europeo, ha un futuro. Cominciando dall'Italia: "Sarebbe un'anomalia mandare al governo Berlusconi, Bossi e Fini". Salvi ha messo una citazione in apertura: "I fini e gli obiettivi che hanno in passato attirato la gente verso il socialismo restano tuttï oggi importanti come cinquant'anni fa.". Domanda del giornalista: Veltroni ha detto di non essere mai stato comunista. E lei? "Io lo sono stato dal 1971 e non me ne vergogno".

V. M.
 
Corriere della Sera
Mercoledì 13 Settembre 2000


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