Sinistra, crisi da New economy
di GIORGIO RUFFOLO


I SOCIALISTI e le loro coalizioni, in Europa, sono in difficoltà a pochi anni dalle loro vittorie. L' onda socialista è stata dunque così breve? E perché? Perché i socialisti si sono dimostrati troppo rigidi? O troppo accomodanti? O semplicemente perché gli elettori sono molto volubili? Forse, per tutt'e tre queste cose insieme, la coerenza non fa parte della politica. Ma, al di là delle vicende del ciclo politico breve, un fatto mi sembra indubbio. Il socialismo riformista manca di una risposta forte alla rivoluzione della Nuova Economia, del turbocapitalismo. Una volta, si diceva: di un suo modello di sviluppo. Il suo modello forte, quello keynesiano del dopoguerra, è stato travolto dal turbocapitalismo nei suoi presupposti: la sovranità economica degli Stati nazionali, pregiudicata dai mercati dello spazio globale; l'organizzazione industriale fordista sconvolta dalla rivoluzione tecnologica del tempo reale. In queste nuove condizioni, vince il nuovo credo neoliberista centrato sulla privatizzazione delle attività economiche, sulla flessibilità dei mercati, sulla regolazione monetaria dell' economia apolitica. A questa nuova ortodossia la sinistra offre risposte deboli. Una consiste nell' arroccarsi nelle Maginot dello Stato sociale. È una risposta debole perché, come la storia insegna, le Maginot vengono aggirate: le difese rigide non bloccano forze mobili, dinamiche, potenti. All'estremo opposto, c'è la risposta del "liberismo ben temperato" da interventi correttivi diretti a ridurre l' impatto socialmente disgregante del turbocapitalismo. Anche questa risposta è debole: affronta le conseguenze, non le cause degli squilibri. E risulta poco efficace come ideale politico mobilitante. L'ospedale da campo non è affascinante come il Welfare State. Adoperarsi per una società un po' meno ingiusta è ben diverso dal perseguire una società giusta. Gli ideali, sempre irraggiungibili, sono comunque una forza trainante. È alla contrapposizione di valori alternativi a quelli del capitalismo che si deve se quest'ultimo è stato "civilizzato", umanizzato e in qualche modo salvato da se stesso, nel "compromesso socialdemocratico". E dunque, non è una "fuoruscita dal capitalismo", né una resa a discrezione, ma un nuovo compromesso con il capitalismo che si tratta di costruire nelle nuove condizioni dell'economia mondiale. Un compromesso ad alto livello, che utilizzi la sua enorme forza propulsiva smantellando le impalcature burocratiche e corporative che ne intralciano la crescita; ma che ne blocchi le derive socialmente inaccettabili.

La deriva finanziaria, anzitutto. La libertà incontrollata dei movimenti di capitale provoca inondazioni fertili e deflussi devastanti. Dodici grandi crisi monetarie e finanziarie si sono succedute dagli anni Settanta ad oggi. Nessuna di queste ha deflagrato, come negli anni Trenta. Ma chi può garantire per il futuro? Ed è proprio sicuro che il percorso lungo l'orlo dell'abisso sia la strada migliore per l' avvenire? L'economia americana, coinvolta in una poderosa fase di sviluppo, corre su un cuscino d' aria che il signor Greenspan percuote ogni tanto con colpetti discreti nella speranza che si sgonfi a poco a poco. Il rapporto tra economia reale e economia virtuale, tra il cane e la sua coda, è invertito. I giganteschi flussi finanziari che turbinano per il mondo promuovono l'evasione fiscale, gonfiano la finanza sommersa e quella criminale, che costituisce ormai una superpotenza mondiale. È accettabile che tanta potenza, creata dall'inventiva e dal lavoro degli uomini, sia alienata a questa entità metaeconomica dei Mercati, enigmatica e imperscrutabile come gli antichi oracoli?
La deriva sociale. L'ultimo quarto di secolo ha segnato, per quanto riguarda le distanze sociali, una netta inversione di tendenza rispetto ai trenta anni gloriosi dell'era keynesiana. In quegli anni, le distanze si accorciavano continuamente. Dopo hanno preso a divergere. In America, fulcro della Nuova Economia, i poveri sono diventati più poveri, i ricchi più ricchi, i molto ricchi ricchissimi. È vero che negli ultimissimi anni sembra che la tendenza si sia arrestata. Ma, a parte che è troppo presto per giudicare, è probabile che il fenomeno sia dovuto ai tassi di sviluppo eccezionali, del 4 o 5% annuo, del prodigioso boom americano: a quei ritmi l'onda della prosperità raggiunge anche le fasce più povere. Ma è possibile mantenere la marcia a quella velocità? È possibile contare a lungo sul cuscino d'aria che la sostiene? Sul dollaro forte che consente di sostituire il risparmio americano, ridotto a zero con l'afflusso di capitali dall'estero? Senza suscitare tensioni inflazionstiche che inducano il signor Greenspan a usare la mazza?
La deriva civile. Nelle società povere di una volta, le élites dirigenti costituivano un'infima minoranza. Quando arricchivano, si impegnavano a promuovere, come si diceva allora, le arti e le lettere. Le maggioranze arricchite di oggi si impegnano soprattutto nel continuare a far quattrini. Con la diffusione della ricchezza, si allarga il disavanzo culturale. Si diffonde un neoanalfabetismo (un italiano su tre, secondo i sondaggisti). L'ineducazione civile. La superstizione volgare, salutata anche da prestigiosi intellettuali "liberali" come recupero dell'innocenza contro l'ateismo comunista. Le visioni, i riti, più o meno satanici. La frenesia dei giochi. L'idolatria della fortuna. La mimesi del successo.
Insomma, i beni pubblici sono trascurati rispetto a quelli privati. Gli economisti ce ne hanno spiegato il perché. I beni pubblici non possono essere appropriati individualmente. Non sono mio e tuo. Sono di tutti e di nessuno. Quindi nessuno ha interesse a spendere per loro; preferisce che lo facciano gli altri per beneficiarne gratuitamente. Questa è la logica del motto leghista: lotta dura, senza fattura. Dal lato dell'offerta, poi, i costi dei servizi sociali, di regola, non possono essere ridotti. Dunque, di regola non conviene produrli. Deve produrli lo Stato, con le tasse. Ma i cittadini non sono felici di pagarle. E lo Stato neppure di imporle. Ed ecco le ragioni del languore pubblico nell'opulenza privata.

A queste derive, la sinistra non ha finora saputo opporre una diga. Né proporre alternative concrete. Potrebbe? Sì che potrebbe e dovrebbe. Contro la deriva finanziaria dovrebbe proporre una regolazione concertata sul piano mondiale dei movimenti speculativi di capitale ; una nuova intesa internazionale per stabilizzare i cambi, un'armonizzazione della tassazione del risparmio in Europa; la fine della vergogna dei paradisi fiscali; e soprattutto un sostegno positivo e robusto degli investimenti reali, nella ricerca e nell'innovazione: quelli che creano ricchezza vera e non illusioni.
Alla minaccia della frattura sociale dovrebbe contrapporre una politica dei redditi che stimolasse un aumento proporzionale dei salari e dei profitti, basandola su un patto sociale esteso a tutte le categorie produttive. Alla deriva civile, un possente impegno allo sviluppo della qualità sociale: della conoscenza (arti e lettere comprese) dell'educazione, della vita buona in un ambiente sano e sicuro, con servizi efficienti, in un contesto di solidarietà che combatta l'esclusione e la povertà. In una parola: dei beni pubblici. Ma per produrre beni pubblici non si può più contare solo sullo Stato. Occorre che gli stessi cittadini se ne facciano sempre più carico direttamente nell'ambito di una economia associativa il cui sviluppo dovrebbe diventare impegno centrale dei riformisti.
Alla svolta del secolo la sinistra dovrebbe coniugare i suoi ideali storici con una realtà nuova, carica di promesse e di minacce. Queste, del nostro tempo, sono certo società ricche, le più ricche della storia. Ma non società sane. Non felici. Peggio: sono società in via di desocializzazione. Non era del resto proprio questo l'assioma barbarico della signora Thatcher?: "La società, non esiste" disse una volta la buona Signora.
Il compito fondamentale della sinistra, oggi, è quello di fare rientrare il capitalismo nei gangheri. C'è dunque un rovesciamento delle parti. Di fronte a una destra sempre più anarchica e populista, la sinistra deve offrire la visione e l'ideale di un ordine, fondato su una società giusta. Il suo deve essere un modello di società (non una prescrizione di analgesici) che parta dalle minacce e dai rischi di un capitalismo "bello e pericoloso" (Deaglio). Per costruire politiche che permettano di aggiogarlo al carro del progresso civile. Di colmare il divario tra il sistema neurovegetativo degli interessi e delle passioni e il sistema nervoso centrale della giustizia e della ragione. Di costruire una Nuova Politica per una Nuova Economia.

La Repubblica
31 maggio 2000


“New economy? Opportunità, ma anche rischio”

Giuliano Amato:lavoro per unire democratici, popolari e socialisti


“Lei mi parla della net-economy, della nuova economia che sta esplodendo anche in Italia .... ”.

Sì professor Giuliano Amato perché lei, oltre ad aver preconizzato quello che va accadendo lungo l'orizzonte inedito della globalizzazione, è pure il ministro del Tesoro, e dunque insieme proprio parte in causa e osservatore privilegiato.


“Le racconto una cosa. Tre giorni fa il 'Financial Times' ha scritto cosa succede a Silicon Valley, dove le imprese del tipo di Tiscali sono moltissime, e finanziate con quel capitale di rischio di cui in Italia ci sarebbe tanto bisogno per svecchiare e innovare tecnologicamente le aziende. Ebbene, perché il “venture capitaI” arrivasse a quelle imprese di Silicon Valley, un tempo occorrevano mesi di istruttoria. Oggi basta un week-end. E se in quel week-end il gestore se n'è andato al mare, lascia accesa la sua segreteria telefonica con un messaggio, se avete bisogno di soldi chiamate Steve sul cellulare, lui è autorizzato a darveli sulla parola ... ”.

Un altro mondo. Però il turbocapitalismo sta svegliando anche l'Italia e basta guardare l'operazione Telecom-Seat o le recenti capitalizzioni di Tiscali e Finmatica.
Che effetto le fa?

“Non c'è dubbio che la new economy desti maggior fiducia nel futuro che non il vecchio manifatturiero, o le assicurazioni. Ma il mercato è un animale complesso: sono iniziati i giochi speculativi a breve sui titoli più appetibili, le corse al rialzo e al ribasso su cui si fanno degli straordinari guadagni, rendendo così instabile il livello di queste imprese”.
 Non c'è il rischio che dalla net economy si passi alla “bubble economy”, ovvero che la speculazione esploda appunto come una bolla di sapone?
“Come sempre accade, il mercato è severo con se stesso, concede libertà ma poi punisce gli eccessi. Le facevo l'esempio, invidiabile, del “venture capital” che si scarica su Silicon Valley: esso consente a moltissime idee di trovare finanziamenti, ma è evidente che chi ha investito potrebbe guadagnare cento volte tanto in un anno, oppure prendere una fregatura. E quando si saranno prese tante fregature, si tornerà a una qualche ragionevolezza. Ma é chiarissimo che il futuro va in quella direzione: perché la 'net economy' porta ricchezza a tutti. Alle imprese, e agli investitori”-

Mi pare di capire che lei, teorico del mercato regolato, creda che questo tipo di mercato, invece, non si possa regolare.

“Tutti i mercati hanno bisogno di regole. Ma una regolazione che elimini i rischi sarebbe una regolazione che elimina il mercato. Ciò che si può e si deve fare è evitare la destabilizzazione, l'esplosione che mette a repentaglio un'intera economia. Un tempo, al rischio sistemico nei mercati nazionali provvedevano le banche centrali, ma non esistendo una banca centrale mondiale si sta faticosamente cercando di affermare un insieme di norme convenute internazionalmente ed accettate nazionalmente, principi prudenziali degli investitori, norme imposte dai Paesi, e coordinamento tra le diverse istituzioni finanziarie e bancarie. Uno sforzo titanico, ma anche la sfida più affascinante dei prossimi dieci anni: costruire un'architettura istituzionale che faccia da cornice a un mercato globale. Un pezzo di governo del mondo. Difficile da fare, perché il governo globale non può essere la proiezione col pantografo della schema di governo nazionale, fosse solo perché deve valere per culture diverse .... ”.

E allora, cosa potrebbe essere il Governo Globale?

“Per ora sappiamo cosa non deve essere: Seattle è stato il non governo globale, la prova della difficoltà di imporlo. Oggi nella comunità finanziaria internazionale alcuni standard di comportamento che prevengano rischi sistemici sono stati definiti, e li trovo molto ragionevoli. Ma sa qual è l'obiezione che trovano in diversi Paesi del mondo? Li avete fatti voi, Paesi industrializzati: chi vi ha legittimato? E questo a volte lo dicono i Paesi che noi riteniamo le vittime di quei comportamenti che noi stessi cerchiamo di regolare. Ma il problema della legittimazione si pone comunque.
Il pregio del gruppo dei 20, pur costruito tra malumori e dissensi, è di allargare la piattaforma della legittimazione e quindi di combinare principi di efficienza e democrazia nella ricerca di regole di governo mondiale”.

E però la politica stenta a governare già nei singoli Paesi. Non c'è solo il nuovo terrorismo tecnologico che fa saltare la Rete e allarma BiIl Clinton. C'è anche il caso italiano: in cui la “governance”, lo ha detto lei stesso tempo fa, è difficoltosa. il tutto, in un quadro in cui l'economia europea stenta ancora a decollare...

“Francia, Germania e Italia, come dire il cuore dell'Europa, sono i Paesi più sviluppati e sofisticati, ma hanno architetture organizzative stantie, e molto forti, che oppongono una strutturale resistenza all'innovazione superabile solo con una leadership collettiva che individui il futuro, lo renda credibile, rimuova le resistenze, generi consenso. E anche, come è emerso in quest'ultima tornata di Davos, che si faccia carico di chi resiste, perché senza il consenso necessario le riforme, e non solo quelle di struttura, non si fanno”.

Un esempio tutto italiano?

“I prepensionamenti che sono buona parte delle pensioni di anzianità. Sono il grosso dell'indennità di disoccupazione degli italiani. Ma se li togliamo, che facciamo delle persone che si prepensionano? Il lenzuolo è comunque corto”.

Perché in Europa il Welfare è la forma stessa della democrazia, mentre gli Stati Uniti macinano crescita economica a tutta velocità…...

“Il cambiamento che negli Stati Uniti è intervenuto si è tradotto in un'economia che sta crescendo ininterrottamente da dieci anni. Se non cambiamo anche noi, la nostra economia ripeterà i cicli del passato, congiunturali, brevi, e che non bastano a riassorbire l'accumulo di disoccupazione. L'Europa deve allungare il ciclo della crescita: è qui che le resistenze diventano conservatrici. Anche da parte del sindacato”.

Lei parlava prima di leadership collettiva. Come si fa ad avere una forma così avanzata di classe dirigente quando l'Italia è governata da una coalizione a dir poco litigiosa?
“Parte del problema italiano è che la leadership è premiership. Noi abbiamo talmente essiccato la classe dirigente con visione comune che riconosciamo un unico leader, il premier. Mentre il problema è ricostruire cultura, visione e lavoro condivisi. A quel punto la scelta dei premier non diventa una questione così ossessiva com'è in Italia. E qui tocca alla politica porre fine a questa corrosiva frammentazione che caratterizza in particolare il centrosinistra, ma che ora, a furia di mettere insieme pezzi eterogenei, tocca anche il centrodestra.”

A proposito: cosa dice della nuova possibile alleanza di Emma Bonino con Silvio Berlusconi?

“Bonino è mia amica, e tale resta anche se ci troviamo in disaccordo. Non condivido tutti i referendum che lei ha presentato, per esempio. Ma io sono un riformista moderato, lei una radicale. E stante che i radicali, inseriti in schieramenti più grandi, sono dei Giamburrasca, è chiaro che se arriva lei il Polo salta. Perché Berlusconi ne sta facendo uno schieramento in cui si possano rappresentare i moderati cattolici. Bonino entra qui come una carica di dinamite”.

Gira voce che le sia stato offerto di passare con i Democratici.

“A me non è stato offerto nulla. lo sto lavorando da tempo perché Popolari, Democratici e Socialisti concorrano ad una coalizione nelle forme che ritengono rispetto ai Diesse, in modo da dar fine alla frammentazione. Della quale a mio avviso hanno maggior responsabilità i frammentini che non il frammentone diesse. Assestare una buona volta la politica e le istituzioni è urgente per tante ragioni: i ritardi in un tale assestamento finiscono per mettere i problemi economico-sociali al secondo, se non al terzo punto dell'ordine del giorno”.

Sta dicendo che in Italia c'è troppa politica e poco governo?

“Sto dicendo che le riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno, affidate ai disegni di legge sono affidate a tempi assolutamente soraggianti. Ma insomma, tra par condicio, conflitto d'interesse, legge elettorale, commissioni d'inchiesta, il Parlamento quando varerà la liberalizzazione dei pubblici servizi locali, la valorizzazione dei beni demaniali, le riforme del mercato del lavoro, quella societaria che è pilastro essenziale per avvicinare le piccole imprese al mercato?”.

E' una critica alla maggioranza?

E’ una critica anche all'opposizione. La politica tutta sta alienando da se stessa l'opinione pubblica, che si interessa giustamente dei problemi economico-sociali, ovvero dei suoi propri problemi. Sembra di stare in un condominio in cui l'ascensore è rotto, ma invece di pensare a ripararlo si litiga su quanti voti ha in tasca ciascuno”.


Intervista di Antonella Rampino
da
LA STAMPA

13 febbraio 2000


Alain Touraine:"Più welfare e la crescita decollerà"
dal nostro inviato FEDERICO RAMPINI

PARIGI - La fine del Novecento è stata dominata dalla transizione liberista, oggi ci attende una sfida diversa: imporre nuove finalità sociali alla logica dei mercati. Le profezie sulla fine del lavoro sono smentite da un progresso tecnologico che offre opportunità senza precedenti di attività ricche e qualificate. Ma lo Stato- nazione e il Welfare non riescono più a promuovere la democrazia e il nuovo millennio si apre all'insegna di una grave latitanza della politica. Delle sfide del 2000 ci parla uno dei massimi sociologi contemporanei: il francese Alain Touraine, celebre fin dagli anni Sessanta per le sue analisi studi sul lavoro di fabbrica alla Renault, teorico dei movimenti sociali e della crisi della democrazia nell'èra della globalizzazione.
Lei dunque pensa che la grande ondata liberista si stia esaurendo?
"Sì, e al tempo stesso respingo le nostalgie reazionarie di chi rimpiange lo statalismo. Molti dei nostri paesi (la Francia in testa, con le sue imprese di Stato) devono ancora completare il processo di liberalizzazione. Ma progressivamente le nostre priorità cambiano. Superato il dirigismo, dovremo ristabilire un certo controllo sociale, definire finalità che orientino l'economia. Dopo la transizione liberista si apre fin d'ora una fase nuova".
E il '900 si è chiuso sullo shock di Seattle, le grandi proteste contro il vertice del Wto sulla mondializzazione.
"Le manifestazioni di Seattle segnano l'esaurimento di un modello, la fine della fiducia illimitata nei benefici automatici della liberalizzazione degli scambi. Eppure gran parte dell'umanità - in particolare i paesi in via di sviluppo - ha bisogno che quella liberalizzazione faccia dei progressi. La necessità di aprire l'economia mondiale è ancora attuale. Ciò che si coglie in questo passaggio cruciale sul finire del secolo è la conclusione di un ciclo ideologico decennale: cioè quell'onda lunga di liquidazione dei sistemi dirigisti costruiti negli anni 50 e 60".
Ma se lo statalismo appartiene al passato, lei cosa intende allora quando parla della necessaria fuoriuscita dalla transizione liberista?
"L'aumento delle diseguaglianze ci porta a vivere quotidianamente in situazioni di tipo latinoamericano: le nostre sono società fortemente duali, dove il 20% delle persone vivono nella precarietà. Non solo gli Stati Uniti o la Gran Bretagna ma anche la Francia, la Germania, l'Italia, hanno ormai un quinto della popolazione ai margini del sistema. Questo diffonde un sentimento di fragilità, l'immagine di una società del rischio. Come nell'ultimo passaggio di secolo, tra il 1890 e il 1910, il liberismo rappresenta l'autonomia decisionale degli attori economici. Di fronte ad essi emerge la necessità di difendere delle finalità sociali".
È per questo che nell'Europa fin de siècle governano le sinistre e si riparla di Terza via?
"La Terza via per ora è semplicemente una dichiarazione d'intenti. È la constatazione che non si può continuare a dire soltanto: avanti a vele spiegate nell'oceano della globalizzazione liberale. La fine della transizione liberista si accompagna ad una riscoperta dei fattori indiretti che sostengono la crescita in un'economia complessa. Cent'anni fa i fattori indiretti dello sviluppo - che chiamavano in causa lo Stato - erano le ferrovie, l'elettricità. Oggi per promuovere la crescita bisogna eliminare le spaccature sociali, combattere l'emarginazione, aiutare le fasce di popolazione meno istruite. L'esempio viene dagli Stati Uniti, dove almeno il 50% dei nuovi posti di lavoro sono stati creati nelle attività ad alta tecnologia".
È quella New Economy che in Europa invece stenta ancora a decollare.
"Perché l'Europa è rimasta prigioniera della vecchia cultura industrialista: il modello fondato sulla grande azienda, la grande banca, il grande sindacato, con lo Stato in appoggio. In America il passaggio dal modello industriale all'economia della comunicazione in rete nasce da una nuova organizzazione dei rapporti fra ricerca, imprese, istruzione. È un compito che l' Europa non ha ancora saputo affrontare. Richiede un'attenzione sempre più forte ai fattori socio-culturali: non solo ai fini della crescita, ma per la stessa sopravvivenza delle nostre società".
L'Europa riuscirà a raccogliere questa sfida, a colmare il ritardo che accumulato nei confronti degli Stati Uniti?
"Dobbiamo farlo e possiamo farlo. Ma ciò impone un ritorno alla politica, che invece è in crisi dappertutto. Partiti e sindacati attraversano un grave declino. Più i paesi sono sviluppati, più questo degrado è accentuato: basti pensare a Stati Uniti, Giappone, Germania. Questo è il problema che mi angoscia di più. Ci sono tante domande nuove che si esprimono dal basso, ma non c'è un'innovazione nell'agenda politica. Dalle associazioni del volontariato, ai temi della vita familiare, vedo una società civile molto viva, afflitta da un'incomunicabilità totale con la politica. Per questo aspetto la nostra epoca assomiglia curiosamente al periodo 1850-1860: allora ci vollero trent'anni perché l'agenda politica cambiasse, con la nascita del partito laburista in Gran Bretagna".
Questa crisi della politica si può risolvere dentro le frontiere nazionali?
"No, su questo ha ragione Juergen Habermas: nel nuovo millennio lo Stato-nazione non è più creatore di democrazia. E questo vale anche per lo Stato sociale. Il Welfare ha come risultato prevalente quello di creare privilegi, di accentuare le diseguaglianze. Perciò, mentre è ineluttabile uscire dalla dittatura del mercato, respingo i rigurgiti di statalismo. La difficoltà sta tutta qui: come uscire dal liberismo per andare avanti, non per tornare indietro. Il riscatto della politica deve essere guidato dalle nuove domande sociali. Che non riescono a penetrare lo spazio politico, irrigidito com'è dagli interessi organizzati".
Lei prevede un superamento del nostro Welfare State?
"Non c'è motivo di contrapporre lo Stato sociale alla competitività. Per certi aspetti, come la sanità, il Welfare semmai va rafforzato: si parla tanto dell'America, ma perfino la Francia oggi ha un milione di cittadini esclusi di fatto dagli ospedali pubblici (emarginati, immigrati clandestini). E l'invecchiamento demografico farà esplodere la popolazione nella quarta età. Avremo una generazione numerosissima sopra gli 80 anni, quindi bisognosa di assistenza e di cure sempre più costose".
E le pensioni?
"Questo è il problema maggiore. Non è serio pensare che si risolva da solo, neanche se avessimo decenni di una crescita economica fortissima. Qui abbiamo l'esempio di quanto sia necessaria l'immaginazione politica. Ci sono soluzioni diverse dal tagliare le pensioni o alzare i contributi".
Quali?
"I fondi pensione, per esempio: già oggi gran parte della nostra economia è controllata dai fondi pensione americani, allora perché non crearli in casa nostra? Il problema vero però è di una portata ben più vasta. Dobbiamo capire che nelle nostre società è entrata definitivamente in crisi la separazione tradizionale delle età. Non regge più quella distinzione rigida fra giovinezza a scuola, età adulta al lavoro, vecchiaia assistita. A 50 anni molte persone avrebbero bisogno di poter tornare a studiare per molti mesi. A 30 anni si dovrebbe poter andare in pensione per un anno: per girare il mondo, occuparsi dei figli, o programmare una vita nuova. A 60 anni molti sono ormai persi definitivamente per il lavoro, oggi la maggior parte dei francesi smette di lavorare prima dell'età legale della pensione. E anche questo è assurdo. La politica deve superare il vecchio approccio alla riforma delle pensioni, cioè quel gioco a somma zero in cui uno vince e l'altro perde; deve reinventare l'organizzazione sociale dei tempi della vita. Questo sarà sicuramente il problema numero uno dei nostri paesi in questo decennio".
Hanno ancora un futuro le teorie sulla fine del lavoro, che hanno avuto fortuna negli anni ' 90?
"È assurdo parlare di fine del lavoro proprio quando le nuove tecnologie generano attività più interessanti, meno faticose e squallide che nel passato. Il declino del lavoro dipendente nell'industria è dovuto per i due terzi alla scomparsa di mansioni da operaio non qualificato: questo è il lavoro che scompare. Uscire dal liberismo in avanti vuol dire favorire la flessibilità per spezzare le rigidità corporative, combattendo la mercificazione del lavoro attraverso politiche attive dell'istruzione. Se la sinistra ha un compito è proprio quello di armare gli individui di conoscenze, perché non siano le vittime ma i beneficiari del rapido cambiamento tecnologico. Cioè il contrario della situazione attuale in Francia o in Italia, dove l'80% dei nuovi posti sono assunzioni precarie. È questa la sfida davanti all'Europa. Non si tratta di avere un atteggiamento isterico verso i mercati, ma di rielaborare politiche sociali fondate sul capitale umano e sulla conoscenza, ripensare i nostri sistemi scolastici disastrati, creare le condizioni educative e culturali perché gli esseri umani siano vincenti sul mercato".

 
da la Repubblica
del 18 gennaio 2000


Sulle ali della crescita ma senza paracadute


di GIORGIO RUFFOLO

IN questi giorni solleviamo la testa, per quanto si può, dalle piattezze quotidiane. Anche i giullari televisivi, tra un quiz e l'altro, propongono riflessioni millenarie. E 'autorevole Economist in un amabile inserto, ci pone a confronto con una donzella dell'anno Mille, piamente intenta ad un computer.
È dunque passato un millennio, a quell'anno Mille delle grandi paure. La nostra paura è stata miniaturizzata in un baco.
E intanto, che cosa è successo?
"Questa città proprio non mi piace", diceva Richard Devize, monaco di Whinchester, parlando di Londra quando il Millennio scorso era da poco incominciato. "Riunisce persone di ogni specie, che vengono da tutti i paesi possibili; ogni razza vi porta i propri vizi e i propri usi. Nessuno può vivervi senza macchiarsi di qualche delitto. Ogni quartiere sovrabbonda di rivoltanti oscenità...Quanto più un uomo è scellerato, tanta più considerazione gode. Non mescolatevi alla folla degli alberghi...Infatti vi sono i parassiti. Attori, buffoni, giovanotti effeminati, mori, adulatori, efebi, pederasti, ragazze che cantano e ballano, ciarlatani, ballerine specializzate nella danza del ventre, stregoni, gente dedita all'estorsione, nottambuli, maghi, mimi, mendicanti: ecco il genere di persone che riempiono le case. Così, se non volete frequentare i malfattori, non andate a vivere a Londra. Non dico nulla contro la gente istruita, contro i religiosi o gli ebrei. Tuttavia ritengo che vivendo in mezzo ai furfanti, anche loro siano meno perfetti che in qualunque altro luogo..." (Le Goff, L'uomo mediocre).
Dunque, non è successo niente?
Bé, forse non è bene fermarsi alle prime apparenze. Ha ragione l'Economist. È cambiato (quasi) tutto.
È che, a differenza degli altri millenni, che scorrevano in una monotonia soporifera di imperi sorgenti e crollanti, su uno sfondo percettivamente immobile, il millennio che lasciamo quest' anno (perché Ronchey ha ragione, nel prossimo non siamo ancora entrati, ma porti pazienza!) ha incontrato niente meno che la crescita: una condizione davvero anomala di accelerazione permanente: degli uomini (e delle donne, certo!) delle loro robe e dei marchingegni attraverso i quali se le procurano. Vorrei proprio togliermi lo sfizio di accompagnare Richard per le strade di Londra: non dico di Roma, in questi giorni non è il caso.
La crescita, dunque. Per circa dieci o ventimila anni (l'abisso della preistoria non conta, vivevamo sugli alberi o appena sotto) le statistiche del reddito mondiale, ove fossero state pubblicate, avrebbero esposto un diagramma piatto: la linea della popolazione e quella delle risorse avevano, ogni qualche secolo, solo qualche fremito, un brivido, niente più. Poi (si può collocare il gomito nel 1750, anno più anno meno: e dunque quando il secondo Millennio stava avviandosi al consueto commiato) le vele si gonfiano, la prua si impenna, la nave non naviga più: vola! Chiunque segua sui grafici quelle linee verticali impazzite è colto da vertigine. Un'esplosione, una volata. Venti volte la popolazione, chi sa quante il reddito. Verso dove? E perché? Altro che Apocalisse! Giovanni avrebbe dovuto avere il suo sogno non a Patmos ma proprio nella Londra di Malthus e di Ricardo, dove tra buffoni e ballerine si potevano udire i fischi delle sirene e respirare il fumo delle fabbriche. Forse lui ci ripeterebbe la domanda: verso dove? E perché?
Questo evento infatti ha avuto la sua origine a casa nostra, in Occidente. E il secondo Millennio, che l'ha covato e l' ha fatto esplodere, è il Millennio dell' Occidente: quello che ha visto il suo prodigioso sorpasso di atleti ben più forti e favoriti, al suo inizio: la Cina, l' India, il mondo arabo. Sulle cause di quel sorpasso gli storici discuteranno forse per un altro millennio. Certo, la tecnologia! ma India Cina e Islam, all' inizio, ne era più dotati! Il progresso scientifico europeo, nel Seicento? Ma la maggior parte delle invenzioni che hanno scatenato la rivoluzione industriale sono frutto di geniali bricoleurs, gli innovatori in camice bianco verranno solo dopo. L'Economist azzarda una tesi che mi affretto a condividere, parafrasandola. La radice di quella mutazione sta nello spirito dell'Occidente, piuttosto che nella sua ragione: in una misteriosa inquietudine, una febbre dell'immaginazione che si è inserita nei suoi cromosomi culturali, e che i perturbatori elleni hanno trasmesso ai mercanti italiani, ai navigatori portoghesi. Quella ha generato l'indeferenza verso l'autorità, la voglia di uscire dal gregge, la curiosità ulisside dell'ignoto, il piacere dell'acquisività, la tendenza al cambiamento. Ma quelle forze, l'Occidente ha saputo imbrigliarle e governarle nelle istituzioni del diritto, nella ragione dello Stato, e nell'omaggio, temperato dall'inosservanza, verso un' etica superiore. Il miracolo dell'Occidente sta qui: in quella sintesi di insocievole socievolezza, di individuo e di società, di mercato e di polis. Ancora oggi, l'incanto delle città italiane sta in questo fronteggiarsi dei palazzi comunali e dei mercati cittadini, nelle piazze fiorite.
Ora, il sospetto più serio che grava su questa nuova soglia di Millennio è che questo equilibrio instabile si sia rotto irreversibilmente. Che quella linea impennata della crescita sia impazzita.
C'è chi la estrapola verso le catastrofi. E chi invece ottimisticamente, verso un mondo di cento miliardi di giocose, ma un po' compresse, sardine umane. E chi infine verso una nuova grande migrazione su altri mondi oggi ignoti.
Ma le estrapolazioni ci servono poco. Ci servirebbe di più riflettere sulle possibilità e sui modi di ristabilire, a un livello tecnoligicamente superiore, l'equilibrio sociale tra il sistema neurovegetativo e il sistema nervoso centrale.
L'equilibrio demografico, anzitutto. Sembra che nel prossimo millennio (l' Onu dice nel prossimo secolo), l'autodifesa della specie, più saggia del pontefice romano, riconduca l'umanità a un equilibrio demografico sostenibile, anche se in mezzo a tensioni migratorie stressanti: se nove miliardi sono pochi!
L'equilibrio tecnologico. Un economista rumeno, Georgescu Rogen, ha dettato la formula di un'economia sostenibile. Minimizzare lo sfruttamento delle risorse (l'input). Massimizzare la quantità e la qualità dei servizi che se ne ricavano (l'output). E stabilizzare la produzione materiale (il throughput, insomma, grosso modo, il PIL). È una formula che oggi fa inorridire politici ed economisti.
La coesione sociale. Una risposta alla minaccia di disgregazione che la crescita evoca, con lo sgranamento della "maratona" nella società dei tre terzi (soddisfatti, arrancanti, ed emarginati) è quella che altri economisti eterodossi come John Stuart Mill, come William Baumol, hanno suggerito: una volta raggiunto un benessere privato medio soddisfacente, usare il surplus "improduttivamente" per diffonderlo e per qualificarlo, aumentando continuamente le spese sociali e culturali. Altra indignazione virtuosa!

Insomma, una società dello stato stazionario, cioè sostenibile, non statico. La risposta ragionevole di un terzo Millennio che sappia orientare la prodigiosa forza della tecnologia non verso la ruota insensata della automoltiplicazione, ma verso gli orizzonti aperti della correlazione sociale e della trascendenza culturale. Una risposta sensata alla domanda: verso dove, e perché.
All'alba del nuovo millennio (che ancora deve sorgere, d'accordo) tutte le prospettive sono aperte, da quella fosca di un nuovo medioevo, nel quale precipiti una società che ha perso il bandolo del senso (questa, come storici insigni ci insegnano, è stata in fondo la sorte di quella prima prova di mondializzazione che fu l'impero romano) o quella di una "grande trasformazione spirituale", come quella "che condusse dal vecchio mondo al nuovo" (Santo Severino).
Il futuro è aperto, lo si può leggere in due modi opposti. Che scandalo c'è? Si può leggere in due modi opposti anche il passato. Sentite che cosa diceva di Londra Guillaume Stephen, un contemporaneo del monaco di Winchester: "Di tutte le nobili città del mondo, Londra, trono del regno d' Inghilterra, ha diffusa in tutto l'universo la sua gloria, la sua ricchezza, le sue mercanzie e leva la testa al sommo. È benedetta dal cielo; il suo clima salubre, la sua religione, l'ampiezza delle sue fortificazioni, la posizione favorevole, la fama che godono i suoi cittadini, il decoro delle signore, tutto torna a suo vantaggio... Gli abitanti di Londra sono universalmente stimati per la finezza delle maniere e dei costumi e per le delizie della tavola (!). Le altre città hanno dei cittadini, Londra ha dei baroni..."

 
da "La Repubblica"
del 18 gennaio 2000


L'inutile Terza via di Tony Blair


di LIONEL JOSPIN


La socialdemocrazia è passata attraverso un momento difficile della storia. Guardando ai risultati elettorali in Europa negli ultimi due anni, si rimane colpiti dalla rilevanza, più che dalla crisi, della socialdemocrazia. I nostri uomini politici sono andati al potere non solo nei quattro maggiori paesi, Italia, Gran Bretagna, Francia e Germania, ma anche in altri paesi dell'Unione Europea. Tuttavia è pur sempre vero, se guardiamo le cose con maggior distacco, che la socialdemocrazia ha passato dei momenti difficili. Buona parte della sua identità politica derivava infatti dalla sua duplice opposizione al comunismo sovietico e all'imperialismo americano.
CON la fine del bipolarismo mondiale e della guerra fredda, questa duplice opposizione ha perso il proprio ruolo. Oggi perciò la socialdemocrazia dell'ultimo cinquantennio, a metà strada tra capitalismo e comunismo -in una sorta di "interposizione"- non ha più senso. La socialdemocrazia non è però ancorata a un periodo storico ed infatti non sta scomparendo ora che le condizioni che le hanno permesso di consolidarsi non ci sono più. Tuttavia, dato l'intimo rapporto della socialdemocrazia con la società industriale e democratica, era inevitabile che una crisi a livello mondiale causasse problemi anche alla stessa socialdemocrazia. Abbiamo avuto una crisi sia economica, con il declino del modello di crescita e di produzione fordista, sia sociale, con le crescenti difficoltà dello stato sociale. Inoltre vi è stata anche una crisi ideologica, in quanto i nostri valori, in particolare l'uguaglianza, sono stati sfidati e messi in discussione dal riflusso neoliberale degli ultimi vent'anni.
Io credo che la crisi della socialdemocrazia sia in parte superata. Le speranze dei neoliberali sono andate deluse. La socialdemocrazia ha trovato dei nuovi leader ed ha iniziato a ricostruire la propria identità politica. Quest'opera è tutt'altro che compiuta, ma io ho fiducia nella sua riuscita. Parte di questa ricostruzione viene fatta a livello europeo, com'è logico del resto, visto che il socialismo è un' idea europea, nata in Europa e sviluppata da pensatori europei. Il programma del Partito Socialista Europeo pubblicato nell'aprile del 1999 prova che noi, diversamente da tutti gli altri gruppi politici, siamo capaci di definire i principi, le direttive e le proposte che coordinano il nostro approccio all'integrazione europea. I socialdemocratici saranno più forti se lavoreranno insieme su scala europea. Ma ad una condizione. Devono rendersi conto che i fattori nazionali che riguardano i singoli partiti socialdemocratici, come le radici storiche, i riferimenti ideologici e gli scenari politici, devono essere sempre tenuti in considerazione e rispettati. Questa è una delle conclusioni che ho tratto dall'attuale dibattito in seno alla socialdemocrazia europea. Gli specifici fattori nazionali vengono spesso trascurati dai commentatori, ma devono essere sempre presi in considerazione dai politici eletti.
La mia opinione è dunque che non valga molto la pena discutere sul "modo giusto", su una scelta tra il "modo di Blair", il "modo di Schroeder" o il "modo di Jospin". In questo modo, trovo difficile definire chiaramente cosa sia "la Terza Via". Se la Terza Via si trova tra il capitalismo e il comunismo, è solo un altro nome per il socialismo democratico tipico dei britannici. Ma questo non significa che noi dobbiamo avere esattamente lo stesso approccio in Francia. Se la Terza Via implica il trovare una posizione intermedia tra la socialdemocrazia e il neoliberismo, questa non è la mia strada. Come ho già detto, non vi è più nessuno spazio per una tale politica di "interposizione". Credo invece che la Terza Via sia la forma che ha assunto nel Regno Unito lo sforzo di rimodellare la teoria e la politica; lo stesso progetto nel quale si sono imbarcati tutti i partiti di ispirazione socialista e socialdemocratica d'Europa.
Nel suo breve saggio La dynamique du capitalisme, il grande storico francese Fernand Braudel ha condensato decenni della sua ricerca sulla "civiltà materiale". Ha sostenuto che la sua flessibilità e la sua adattabilità fanno del capitalismo una forza dinamica. Ma è una forza che, di per sé, non ha un indirizzo, non ha ideali o significati - nessuno degli elementi vitali per una società. Il capitalismo è una forza in movimento, ma non sa dove va. Il predominio simultaneo esercitato sull'economia da parte della finanza globale e dall'avvento della rivoluzione informatica rende questo aspetto del capitalismo ancora più evidente. La nostra risposta a questa nuova situazione è motivata e meditata. Noi riconosciamo totalmente la globalizzazione. Ma non consideriamo la sua manifestazione come inevitabile. Quindi, cerchiamo di creare un sistema di regolamentazione per l'economia capitalista mondiale. Riteniamo che attraverso l'azione congiunta europea - in un'Europa animata da ideali democratici sociali - si possano regolamentare alcune aree chiave, come la finanza, il commercio, o l'informatica. In particolare, dobbiamo lottare per restituire il suo giusto ruolo al Fondo Monetario Internazionale. A mio parere, la scelta è chiara. Adattarsi alla realtà: sì. Arrenderci a un modello capitalistico "inevitabile" e cosiddetto "naturale": no. Non dobbiamo arrenderci all'idea fatalista che il modello capitalista neoliberale sia l'unico disponibile. Al contrario, dobbiamo modellare il mondo secondo i nostri valori.
Essere socialista significa cercare di costruire una società più giusta. Quindi, essere socialista significa cercare di ridurre la disuguaglianza: non le differenze che sorgono dalle diverse capacità delle persone, ma le disuguaglianze sociali derivanti dalla nascita o dalla posizione sociale di una persona, su cui questa non ha controllo. È nostro dovere rendere la società meno dura con il debole e più esigente nei confronti del potente. Lo Stato del benessere contribuisce a questo obiettivo. Quindi, anche se è in crisi, dobbiamo riformarlo. Per nessun motivo deve essere smantellato. Lo Stato del benessere - che in Francia chiamiamo l'Etat-providence - è il prodotto di lotte storiche nelle quali la sinistra ha giocato un ruolo preminente. Questo ha segnato la nostra coscienza, come appare evidente dall'uso della parola francese providence, che è più pregnante del termine inglese "welfare". Essa esprime l' idea che fato e destino possono essere modificati o ribaltati dallo Stato democratico e sociale, che impersona i valori umani e collettivi. Se lo Stato del benessere deve essere riformato, non dobbiamo infrangere questa tradizione.

LA socialdemocrazia era sorta in origine per combattere la disparità fra le diverse classi sociali. Ma la nostra lotta odierna è contro qualsiasi forma di disuguaglianza, non soltanto economica o sociale. Esiste una disuguaglianza nei vantaggi che le persone ricavano dai servizi pubblici, come l'istruzione e la cultura; esiste una disuguaglianza nella sicurezza contro la violenza e il crimine. Esistono disuguaglianze geografiche - di qui l'importanza della nostra politica di sviluppo regionale. Dobbiamo compiere sforzi particolari quando disuguaglianze di reddito e di ricchezza si combinano con disuguaglianza nell' accesso alla casa, alla salute, all' informazione e all'esercizio della cittadinanza, o con disuguaglianza fra i sessi. Questa consapevolezza globale dei molti diversi tipi di disuguaglianza richiede un approccio che va al di là della tradizionale fiducia nella semplice ridistribuzione. Mentre la tassazione e lo Stato del benessere sono mezzi per ottenere una maggiore uguaglianza dopo l'evento, dobbiamo anche agire prima dell'evento per prevenire l'accumulo di disuguaglianze. Dobbiamo raggiungere l'uguaglianza di opportunità.
Quindi il nostro ruolo è di mediare fra le classi sociali, fra quelli che sono ragionevolmente soddisfatti della società così come è e sono riluttanti a essere penalizzati dal "costo" di una maggiore uguaglianza, e quelli per i quali l'incoraggiamento dell'uguaglianza rappresenta un obiettivo fondamentale. Questo è un importante punto filosofico e politico. Ritengo che i socialisti debbano impegnarsi nella riconciliazione fra il ceto medio e la classe operaia, anche se i loro interessi possono essere differenti e talvolta divergenti. Dobbiamo cercare di portare avanti simultaneamente i loro rispettivi interessi.
(traduzione a cura del Gruppo Logos)

Pubblicato dalla
Fabian Society di Londra


da "la Repubblica" del 17 novembre 1999


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