Milano 2001
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Milano
non è facile. Ma il
centrosinistra ce l'ha
messa tutta per
aggravare la sconfitta
ogni oltre limite. In una
città laica, continua a
confidare negli
inesistenti
"cattolici
democratici", in
una città aperta
continua a presentare le
sue parrocchiette- ex
PCI, ex DC, democratici
da operetta- e dimentica
le culture che - europee
e nazionali- a Milano
hanno avuto una grande
influenza politica: il
socialismo democratico
ed umanitario, quello di
Turati e Kuliscioff, e
via via fino a Greppi ed
Aniasi, che non a caso
appartiene allo stesso
ceppo,con tutte le
specifiche e le
evoluzioni necessarie,di
quello che governa
ancora gran parte
dell'Europa; e l'azionismo,
sia nella sua variante
di sinistra, che
confluisce nel
socialismo, sia in
quella più moderata,
dei La Malfa, che
insieme ai liberali
aperti - alla Spadolini-
tanto hanno influenzato
anche il peculiare clima
imprenditoriale della
città. Scrivevamo:
"nei termini in cui
sta partendo (giugno
2000) potrebbe essere
qualunque cosa, anche se
sembra più un nuovo
tormentone che una
autentica ricerca, di
cui sinistra e
centrosinistra avrebbero
un disperato bisogno:non
solo ricerca degli
uomini, ma, prima, delle
idee, degli obiettivi e
delle strategie. Ottobre 2000.Conclusione prevedibile, dopo mesi di tormentone: Moratti: "no grazie" E ora? A quale altro spettacolo teatrale ci affideremo? Novembre/Dicembre 2000: nasce e tramonta un vero spettacolo, la candidatura di Dario Fo. Ci si riesce a far male lo stesso. Che gli dei facciano impazzire davvero quelli che vogliono perdere? Comunque: CONTRA JOGULATORES OBLOQUENTES (Fo riceve il Nobel) Fo esce di scena, la farsa prosegue. Il livello si abbassa, nessuno ride. febbraio 2001. Ancora peggio. Ma più che il politichese, sono i fatti a deprimere, come la breva nota che segue, dal Corriere della Sera del 15 febbraio: "L'Ulivo in
calo nelle periferie. Dove può guardare con serenità il centrosinistra? Dove è rimasta una fascia di elettori malgrado tutto fedele? Chi continua, malgrado le indecisioni della coalizione, a credere nell’Ulivo si connota in modo abbastanza definito. L’età media è compresa fra i 25 e i 44 anni. Il titolo di studio è medio-alto (dalla scuola superiore all’Università), la professione è di dirigente o libero professionista. Lo zoccolo duro dei fedeli al centrosinistra abita spesso nel centro storico, mentre nei quartieri popolari di Greco-Zara o di Baggio si registra un calo clamoroso di popolarità. Dopo che avrà individuato l’uomo su cui puntare, il centrosinistra ha, dunque, parecchio lavoro da fare.
" |
L’interizzazione della sinistra
Anche i lettori che hanno intenzione di rinnovare la loro fiducia nel sindaco uscente converranno che non è sano, in democrazia come nella vita, vincere senza combattere, senza confrontarsi con un avversario la cui forza, almeno morale, renda più preziosa la vittoria. Tutto lascia invece pensare, e lo dico senza ironia, che la sinistra milanese abbia intenzione di aspettare il giorno dopo le elezioni per ricompattarsi e scegliere un candidato unitario per il futuro. Non che manchino i candidati: se ad ogni nome proposto corrispondesse un voto, il centrosinistra avrebbe la vittoria in tasca. E invece alcuni di questi candidati, com'è noto, non solo hanno rifiutato ma hanno fatto dichiarazioni pro Albertini a dimostrazione del fiuto politico di chi ha avanzato la loro candidatura. Tutti gli altri, noti e meno noti, persone degne di rispetto e alcune addirittura di fiducia, sono stati messi sulla graticola, cotti e mangiati in un battibaleno. Salvo miracoli dell'ultima ora, non si profila soltanto una sconfitta della sinistra - sta diventando una simpatica tradizione meneghina - ma il declassamento a "terza forza", una sorta di interizzazione, sia detto con tutta la mia simpatia per gli amici nerazzurri. Questa situazione per una parte politica che a Milano ha avuto per buona parte del secolo scorso una presenza e un prestigio considerevoli è un risultato non solo imbarazzante e sconsolante ma soprattutto riprovevole. Perché non v'è dubbio che la disintegrazione della sinistra milanese non può essere imputata soltanto alle mitiche interferenze romane ma in buona misura alla insipienza locale, alle rivalità di cortile, agli interessi personali di carriera, al distacco tra dirigenti e base, al patetico scimmiottamento di metodi e obiettivi della destra che hanno finito per sconcertare e irritare gli elettori. Ora io credo che da questa situazione sinistra e centrosinistra possano uscire soltanto dimostrando agli elettori che oltre alla capacità di sfornare candidati ad un ritmo prodigioso, sono anche in grado di impegnarsi su un programma chiaro e davvero alternativo a quello dello schieramento avversario, con scelte decise in tema di ambiente, occupazione, cultura, infanzia, sicurezza e difesa delle fasce deboli e marginali della popolazione. Votare a sinistra deve tornare ad avere un significato e a comportare un'assunzione di responsabilità sia per gli elettori sia per gli eletti. Finiamola con la ricerca del nome accalappiavoti, del testimonial che presta la sua bella faccia per vendere un prodotto di cui non sappiamo nulla. C'è modo e modo di perdere.
Fulvio Scaparro
Corriere della Sera
24 febbraio 2001
Si profila il rischio che il centrosinistra, rassegnato a perdere, presenti a Milano tre o quattro candidati di disturbo al listone del sindaco Albertini, ultra favorito dai sondaggi. E' chiaro che l'azione di disturbo non sarebbe in questo caso nei confronti del sindaco di Berlusconi, ma nei confronti del centrosinistra stesso, che ama seguire la strategia di Tafazzi, nota macchietta televisiva abituata a farsi male da solo.
E' un altro passo nel delirio della sinistra milanese, che in questi anni ha dato prove di autolesionismo proverbiali. Prima candidando personaggi di scarso spessore e poi abbandonando del tutto il terreno alla destra, senza neppure accennare a un briciolo di opposizione. Eppure un candidato sindaco di sinistra, sostenuto decentemente dallo schieramento ulivista, seppure destinato alla sconfitta, potrebbe divertirsi a raccontare sulla Milano di Albertini moltissime cose che i giornali e le televisioni non dicono.
Per esempio che nella Milano felix di Albertini in questi cinque anni i poveri sono cresciuti di un quarto e oggi raggiungono la cifra impressione di trecentomila persone. Oppure che la grande città del lavoro e dell'impresa, la Milano dal cuore in mano e dalle mille opportunità, continua a perdere abitanti. O ancora che Milano è la città che, sempre nell'ultimo decennio, ha visto peggiorare più d'ogni altra metropoli la qualità della vita e dell'aria, crescere in misura maggiori i tassi d'inquinamento e ridursi la quota di verde per abitante.
E questo nonostante la dismissione di grandi aree industriali che in altre città, Torino e Napoli per esempio, sono state riciclate in luoghi di attività culturale e in parchi, mentre a Milano sono state svendute per farci altri ipermercati. Forse, anzi quasi sicuramente, un candidato ulivista che dicesse queste cose perderebbe ugualmente contro Albertini, ma potrebbe costruire le basi per il futuro.
Corto Maltese
La Repubblica
6 febbraio 2001
MILANO / COSÌ È NAUFRAGATA LA CANDIDATURA DEL NOBEL
Mistero poco buffo
In 8 mila lo hanno applaudito. Malgrado questo si è ritirato dalla corsa a sindaco. Chi lo ha frenato? I diessini liberal, dice l'attore. Ma anche Folena e Veltroni. Con il loro silenzio Colloquio con Dario Fo
di Enrico Arosio
Tre settimane sulla graticola e poi il non possumus. San Dario martire della Sinistra Spaccata si sfila appena in tempo per non finire arrostito sulle braci milanesi della corsa a sindaco. Attizzate da chi? Dai Ds, dice lui. Nella sua casa di Porta Romana Dario Fo racconta a "L'Espresso" i retroscena della sua avventura politica.
Il candidato Fo è nato fuori dei partiti, dalla proposta di un piccolo giornale, il "Diario" di Enrico Deaglio. Non è lì il vizio di partenza?
«L'idea è nata una sera, in una casa di intellettuali: qualcuno ha detto: ci vorrebbe uno come Dario. Entusiasmo, eccitazione, "ma chissà se ci sta, certo romperemmo con i sindaci industriali". Anche perché i Ds ormai cosa sono, il partito dei...».
Dei petrolieri?
«Ma no, non è quello, i Moratti sono bravissime persone. Erano entusiasti della mia disponibilità, la mia amica Milly e anche lui. Se non fosse inchiodato a quella cognata così, diciamo, moderata, poverino... Morale, io stavo facendo i suffumigi a Tabiano quando mi è arrivata la proposta di Deaglio. Mi sono consultato con Franca [Rame, ndr], molto cauta, e ho risposto che avrei tentato, ma solo se avevo l'appoggio di tutta la coalizione».
Che cosa aveva in mano Deaglio?
«Una sua inchiesta che dava un esito interessante. Veltroni gli aveva detto: stimo Fo, non so se si potrà convincere tutto il centro-sinistra, ma sarebbe una bella scossa. Però l'inchiesta non bastava. Mi sono consultato con i vecchi amici, dai compagni di scuola al primario di Niguarda. Verdi e Rifondazione subito positivi. Ma alla prima riunione qui in casa, perché io ho detto prima vediamo, non vado mica a fare il draghinazzo...».
Chi ha frenato di più tra i Ds?
«C'erano tutti i rappresentanti della coalizione tranne due partiti del centro cattolico, mi pare ci fosse il Ppi ma non gli altri. Tra i Ds quello biondo, coso, Majorino [Pierfrancesco, coordinatore cittadino, ndr] era vivo, ma l'altro, Ottolenghi [Federico, segretario provinciale, ndr] era esitante, preoccupato, più che un giovane pareva un cinquantenne. Poi invece sono rientrati i cosi, i comunisti di comesichiama, Cossutta, che di solito con gli altri di Bertinotti si azzuffano. I Ds rimanevano possibilisti: sentivano la base entusiasta, le sezioni che premevano, l'appoggio dei gruppi cattolici del volontariato. Dai giovani, poi, adesione incredibile, un migliaio di e mail».
Insomma: chi l'ha silurata?
«Michele Salvati e la destra interna, i liberal. Fo rompe l'unità, dicevano. Loro, che sono già rotti da un pezzo».
Momento clou, la kermesse al Palavobis.
«Prima sono andato da Biagi, in televisione, e ho ripetuto: m'interessa l'unità del centro-sinistra. Se i cattolici non ci stanno non mi pare un gran danno, a Milano. Ma contano, eccome, a Roma. Al Palavobis, un bagno di folla, 8 mila persone, neanche me l'aspettavo».
Ma nel frattempo...
«Non a me di persona, ma sui giornali i Ds lanciavano segnali di freddezza. "La Repubblica" più del "Corriere". Anche se due sondaggi davano un esito lusinghiero. La progressione era straordinaria, dopo soli dieci giorni. Non si saliva oltre il 35 per cento, ma a Milano è già un record. Perché qui non ci si batte contro Albertini, ma contro Berlusconi. Sono lui e i suoi interessi i veri padroni di Milano. Albertini è l'impiegato, il prestanome».
E lei, Fo, intralciava grandi interessi.
«Milano è ricchissima ma con una banlieue folle di quattro milioni di abitanti, problemi di vivibilità, traffico, inquinamento grave, neanche il depuratore. E la svendita delle società comunali di pregio come la Aem. Anche su quello si sono scissi i Ds. Qui sei aree dismesse tra i Bastioni vengono cedute alla Esselunga, invece di ridarle ai cittadini. I privati fanno i loro empori e se ne fregano assai delle aree verdi o degli asili. Io penso che la terapia Fo avrebbe ricostruito un tessuto, una partecipazione. Ma è su questi temi che ero pericoloso per la coalizione».
Il momento decisivo per gettare la spugna?
«Il giorno della nostra riunione alla Camera del lavoro. Nelle stesse ore i big dei Ds, con Folena e Veltroni, si riunivano a pranzo. Decidevano di non decidere. Lo abbiamo saputo in presa diretta. Sia i dirigenti della destra milanese sia Veltroni hanno sostenuto: Fo è uomo di prim'ordine ma non è accettato da tutta la coalizione. Lì ho capito: è finita. Anche perché loro, in qualche maniera, volevano impormi il programma».
Ma Folena e Veltroni l'hanno chiamata?
«Mai. Mai sentiti».
Preferivano Umberto Veronesi o Franco Bassanini.
«Ma lo sapevano già che Veronesi non accettava. Ne avevo parlato io stesso con lui. Io ero anche disposto a dargli una mano. Bassanini, invece, mi ha chiamato lui: loro insistono, ma io non posso accettare, mi ha detto, sarebbe indegno, devo finire la riforma della pubblica amministrazione, vai tu, che conosci Milano. E i Ds, intanto: aspetta, fermo, non ti muovere. Cosa facevo: la ruota di scorta? Ed eccoli lì: senza un candidato».
L'Espresso
21.12.2000
Milano, Dario Fo rinuncia alla candidatura a sindaco
Il Nobel non si
presenterà alle elezioni
amministrative per il
centrosinistra. Troppi dubbi
fra i Ds: "A queste
condizioni non ci sto"
MILANO, 6 DICEMBRE - «A
queste condizioni non ci
sto». Lo ha detto Dario Fo,
riferendosi alle posizioni dei
Ds (che martedì sera non
hanno votato sulla sua
candidatura a sindaco di
Milano). Fo è intervenuto a
margine di un incontro per la
presentazione del libro di
Anita Preti, 'Il sipario
lacerato' dedicato alla storia
del teatro Petruzzelli di
Bari, distrutto da un incendio
il 27 ottobre di nove anni fa.
«Mi vorrebbero agnello
sacrificale di una sconfitta
annunciata, e per questo dico
di no»: così Dario Fo ha
spiegato la sua rinuncia a
candidarsi a sindaco di Milano
per il centrosinistra. Una
rinuncia dettata dalla
posizione dei Ds («hanno
deciso di non decidere») ma
lacerante, e ancora lascia
aperto uno spiraglio. «Sono
un ex candidato sindaco» ha
detto infatti a chi lo
salutava al termine del
dibattito, salvo poi, a
distanza di pochi secondi,
precisare ai giornalisti che
si tratta di «rinuncia quasi
sicura», ovvero di «una
rinuncia al 90%». E cita «un
certo Gramsci: bisogna
muoversi con l'entusiasmo
della passione e con il
cinismo della ragione».
Fo critica i Ds: «Hanno
deciso di sacrificare Milano
per evitare di rompere
definitivamente con il centro
del centrodestra e con la
sinistra del centrosinistra.
Si sentono tirati di qua e di
là e non sanno decidere. Come
sempre avviene in Italia, si
aspetta che succeda qualcosa
in uno scenario che vede
chiunque si presentasse oggi
per il centrosinistra votato
sicuramente alla sconfitta. È
la conseguenza di una
situazione che viene da
lontano: non si è lottato.
Per esempio quanti milanesi
sono a conoscenza di quanto
questa amministrazione ha
perduto con le svendite, più
di quanto sia stato rubato
prima di Mani Pulite?».
«Nessuno si indigna -
prosegue Fo - nessuno ha
cercato di impedirlo. Parla di
buona amministrazione uno che
ha fatto perdere miliardi ai
cittadini... Ho la sensazione
che i Ds pensino a me come
possibile candidato se non
riescono a esprimere un'altra
candidatura: provaci tu
perchè non abbiamo nessun
altro. Come nel gioco dei
clown: vieni avanti cretino.
Noi tutti dobbiamo muoverci
misurando l'interesse della
gente, ma senza perdere di
vista la nostra dignità».
«Mi sono proposto - aggiunge
- perché credo di essere
l'unico a poter portare avanti
almeno le istanze di
rinnovamento, lo slancio; che
durante la campagna elettorale
potrebbe far conoscere alla
gente che cosa ha
rappresentato l'
amministrazione di questo
sindaco. Loro invece
preferiscono giocarsi gli
equilibri tattici con la
destra dei cattolici,
guardando con un occhio a
quello che succede sul piano
nazionale che rappresenta il
grande scontro sul futuro del
Paese. Non voglio essere il
capro espiatorio, l'emblema
che bisogna bruciare per
dirgli: che gloria, si è
sacrificato per noi».
Quando gli ricordano di aver
detto «la base del partito è
con me», replica: «Certo, ma
io non voglio creare diaspore
interne ai partiti che già
sono uniti con la colla. Sarei
un incosciente se contribuissi
a sfasciare ciò che resta.
Ora la piazza cui sono
abituato non basta. Occorre
che sia il partito a
sostenere, convinto, il
prossimo candidato sindaco».
Il resto del carlino
7.12.2000
FO
CANDIDATO SINDACO DI MILANO
NON è più uno scherzo. Dario
Fo si è veramente candidato a
sindaco di Milano. Ormai ci
crede, ha persino abbozzato un
programma al cui centro
campeggia il sogno ecologista
di una città finalmente
respirabile, passeggiabile,
conversabile. Il suo slancio
elettorale sembra gradito alla
base diessina, un po’ meno
ai vertici, che oltre a una
generica simpatia manifestano
disorientamento. «Sarebbe il
suicidio della Sinistra»,
commenta allibito l’ex
sindaco veneziano Massimo
Cacciari, che forse ha ragione
e forse no. L’idea di un
anarchico dolce e fantasioso
in competizione con i
burocrati delle leggi e dei
regolamenti dev’essere
traumatica anche per un
filosofo. Ma se il sogno di Fo
porta con sé un’idea
autodistruttiva, questo non
investirebbe la Sinistra. La
sua vittima sarebbe una sola:
Fo.
È bella la sua utopia. È
bella l’idea di un premio
Nobel che decide di governare
la propria città. Bello
pensare a Socrate che
amministra Atene con gli
stessi strumenti (la fantasia,
il buon senso, la sana
praticità) che vorrebbe usare
Dario. Ma, ecco il dubbio:
sono ancora governabili le
grandi città? Non sono,
magari esagerando, un congegno
mostruoso che rigenera se
stesso per pura forza d’inerzia?
E quante vite occorrono per
invertire una tendenza
necrotica?
Oh, sì: l’idea di Fo
sindaco è suggestiva. José
Saramago e Günter Grass, in
quanto confratelli del Nobel,
scenderebbero spesso a Milano
per opporre alla
globalizzazione il valore
deprezzato dell’uomo.
Finirebbe l’orribile prassi
di trasformare i teatri in
garage. I consigli comunali
acquisterebbero una tale
spettacolarità (magari
potenziata dal grammelot ) da
doverli trasferire al Forum di
Assago, con i ragazzi del
Leoncavallo alla cassa, in
modo che con il ricavato dai
biglietti si riduca finalmente
la tassa sulla raccolta
rifiuti. Ma, scendendo di
gradino, come farà Dario a
liberare i marciapiedi di
Milano dall’assedio perenne
e invalicabile delle auto in
sosta? Come curerà il bubbone
dei mazzettieri e dei
tangentisti involontariamente
favoriti dalla rigidità dei
regolamenti? Come restituirà
agli amministrati quel che l’abate
Parini chiamava «la
salubrità de l’aria»? Come
costringerà il Lambro a
fluminare tranquillo anche
sotto la pioggia più furiosa?
Dario, non farlo. Per la tua
stessa generosità civile, non
farlo. La lotta politica è
bella; tortuosa è la prassi.
Devi averlo imparato da un
pezzo, perché da un pezzo ne
inchiodi l’icona sul
palcoscenico. Se proprio vuoi
scendere in campo ( pardon ),
fallo a modo tuo, nel modo che
conosci meglio, avendo per
interlocutore la gente e non i
professionisti della politica
tutti cifre e furbizie. Fallo
da Nobel, provocando e
fascinando, fallo da giullare
e da polemista, magari con un’epopea
ruvida di sghignazzo e densa
di vetriolo. Potresti
intitolarla Johan Padan a la
descoverta de Milan.
Osvaldo Guerrieri
La Stampa
5 Dicembre 2000
L’INTERVISTA
/ «Sono dispiaciuto di non
poter rispondere
immediatamente sì, mi
impegnerò per un progetto»
«Non correrò per fare il
sindaco a Milano»
Moratti: non posso
abbandonare l’Inter, l’azienda
e la famiglia ma lavorerò per
il centrosinistra
MILANO - Il pressing è
finito. Massimo Moratti si
sforza di non chiamarsi fuori,
di restare un riferimento per
tutta quell’area che sabato
al Palavobis ha lanciato
Rutelli come candidato
premier, ma da oggi il
centrosinistra a Milano cerca
un altro sfidante per Gabriele
Albertini. Si ricomincia con
il tormentone delle
candidature, con la ricerca di
qualcuno che possa contrastare
la vittoria annunciata del
Polo. Era nell’aria questo
non possumus di Moratti. Da
quando, il 28 giugno, in un’intervista
al Corriere , aveva usato il
condizionale per chiarire la
sua posizione: «Se dovessi
correre lo farei da solo, con
una lista civica. La sinistra
ha il diritto di trovare un
suo rappresentante». Sono
stati quattro mesi di speranze
e di tormenti, di attese e di
confronti: Moratti cercava di
spiegare, la sinistra ha
continuato a sognare. Milano
si è divisa, molti hanno
appaudito, qualcuno si è
preoccupato. Bruciate tante
candidature di bandiera, nate
e morte nello spazio di un
mattino. Ignorati i segnali di
prudenza, che arrivavano dallo
stesso entourage del
presidente dell’Inter.
Moratti contro Albertini: la
sfida per mesi è apparsa
possibile. Con il
centrosinistra ipnotizzato su
questo nome: un imprenditore
che pensa positivo, che piace
alla gente, che può ribaltare
pronostici e sondaggi. Fino a
sabato, a quel maledetto tre a
zero di Udine che
involontariamente ha fatto
precipitare tutto. Adesso, che
sembra buio a mezzogiorno per
il fronte dell’opposizione a
Palazzo Marino, tocca al
presidente dell’Inter
caricarsi sulle spalle il peso
di un rifiuto «che non è un
abbandono».
Qual è la sua risposta,
presidente Moratti?
«Non correrò per fare il
sindaco ma lavorerò per chi
mi ha dato fiducia. Voglio
testimoniare ancora di più il
mio amore per Milano, per i
valori che questa città deve
rappresentare».
Come?
«Sto pensando alla forma
migliore per mettere in rete
idee, progetti, contenuti. C’è
una parte della città che ha
tante cose da dire, è la
parte più fantastica di
Milano»
Lontano dai partiti?
«Io non sono un politico, ma
in questi mesi ho visto una
tale disponibilità, una tale
voglia di fare da parte di
tanti cittadini, che non si
può disperdere in nessun
modo».
Deluso dalla politica?
«No. La discrezione e la
sensibilità che le persone
del centro sinistra hanno
avuto nei miei confronti mi
spinge a rafforzare un ruolo
di testimonial per difendere
certi valori che meritano di
essere appoggiati».
Anche lontano da Palazzo
Marino?
«Se è per questo, anche con
un maggior entusiasmo»
Ma non è una
contraddizione?
«Non la vedo. Il mio impegno
non è mai stato condizionato
da una poltrona o dalla corsa
per un posto. Questi mesi
hanno fatto affiorare ancora
di più il bisogno di dare
risposte a tante attese di chi
vuole una Milano più amica,
più aperta, competitiva ma
anche solidale».
Che cosa ha ostacolato una sua
candidatura a sindaco?
«Ho sempre riconosciuto il
valore e il fascino del ruolo
di sindaco, che diventa ancora
più forte quando si è
chiamati a lavorare per la
città che si ama. Ma nel mio
caso, per mantenere l’impegno
con i milanesi, avrei dovuto
lasciare tutto il resto. E
credo si possa capire la mia
difficoltà a mollare tutto.
Altri avrebbero avuto la
sensazione di un
abbandono».
I tifosi dell’Inter, per
esempio.
«I tifosi, la squadra, l’azienda,
la famiglia. Penso che si
debba dire con franchezza e
onestà che per fare bene una
cosa serve un impegno totale.
Io ho dato la mia
disponibilità a lavorare per
un progetto, ma i tempi oggi
sono troppo stretti».
Le hanno fatto pressioni
sbagliate?
«Affatto. Sono dispiaciuto di
non poter rispondere
immediatamente sì. Sono i
miei impegni che non lo
consentono, anche se la mia
apertura resta».
Non teme ripercussioni
negative di immagine?
«Guardi, io sono abituato a
soppesare le proposte, e l’offerta
di una candidatura a sindaco
meritava il dovuto
approfondimento. Senza per
questo voler mettere in
imbarazzo nessuno o
paralizzare la coalizione di
centrosinistra».
Di fatto, però, è
così.
«Non so che cosa sarebbe
stato più negativo. Ho già
detto che il mio non è un
passo indietro, perché questi
mesi sono stati una lunga
riflessione sui bisogni della
città. Ho capito e ho cercato
di far capire che cosa
significa impegnarsi per un
progetto. Massimo Moratti non
fa una retromarcia: resta
disponibile per la sua
città».
Ma non è salito sul
ring.
«Non ci sono mai salito,
perché ho sempre detto che la
candidatura era un passaggio
successivo. E questo, anche i
miei interlocutori del
centrosinistra lo avevano ben
chiaro. Sono stati sempre
discreti, nella loro
attenzione ho sempre avvertito
grande sensibilità».
Ha ricevuto più critiche o
più consensi su una sua
eventuale discesa in campo
contro Albertini?
«Ho raccolto tante voci di
gente che chiede di avere più
attenzione. Ho avvertito che c’è
una Milano da esplorare, da
coinvolgere, che ha
straordinarie risorse.
Qualcuno ha parlato di freni
all’interno della famiglia.
L’affetto è stato scambiato
per contrasti: non è mai
stato così. Anche nell’Inter
la preoccupazione era solo
affettiva: Peppino Prisco, il
vicepresidente, è stato di
una grandissima signorilità.
Qualche battuta velenosa è
arrivata dalla parte politica
che sostiene l’attuale
giunta, ma fa parte del gioco.
Comunque, non facciamo del
disfattismo. Io sono ancora
qui, pronto a lavorare ancora
di più per costruire qualcosa
per Milano».
Giangiacomo Schiavi
Corriere della Sera
Lunedì 23 Ottobre 2000
L’INTERVISTA
/ Il segretario Ds: nella
maggioranza il tempo delle
aggressioni reciproche è
finito, abbiamo trovato l’intesa
su legge elettorale, Dpef,
federalismo e nuovo nome della
coalizione
«Il riformismo deve
ripartire da Milano»
Veltroni: Moratti è il
candidato giusto per Palazzo
Marino. Al Nord la
sinistra ha perso perché ha
avuto difficoltà a capire il
nuovo Ma nelle regioni
settentrionali noi siamo
cresciuti dal 4 al 6%. E’ la
base del nostro rilancio: la
risposta alla modernità non
è Bossi
Onorevole Veltroni, è
disposto a dire tutta la
verità? «Spero di sì».
Sapeva della nomina di Gad
Lerner a direttore del Tg1?
«L’ho appreso leggendo
"Il Foglio"».
«Il Foglio» sapeva e lei no?
«Che devo dire... Ho sempre
sostenuto che la Rai doveva
diventare una sorta di Banca d’Italia».
Capirà che dire queste cose
è come dire che i bambini
nascono sotto i cavoli.
«In questo caso i bambini
sono nati sotto i cavoli. E’
stato inaugurato un metodo
nuovo che però dovrà essere
rispettato in futuro, sia per
il livello professionale delle
scelte sia per il livello di
autonomia nelle scelte».
E’ un modo per chiedere al
centro-destra di attenersi al
nuovo metodo nel caso vincesse
le elezioni?
«Sì, anche se sono
preoccupato per i segnali che
vengono dal Polo. Mi
preoccupano, a un anno dal
voto, certe liste di
proscrizione. Mi ricordano la
frase pronunciata da Previti:
"Non faremo
prigionieri"».
Però «lottizzazione» è una
parola che non appartiene solo
alla destra.
«Tutto si può dire tranne
che la Rai sia stata un’azienda
infeudata dal centro-sinistra:
il direttore di Rai uno, il
direttore del Tg2 o il
principale anchorman
giornalistico della Rete Uno,
non mi pare siano vicini al
centro-sinistra».
Ma se il direttore generale
della Rai, Celli, rivelò che
ai tempi del governo D’Alema
passava da Palazzo Chigi prima
di procedere a certe nomine.
«Non so cosa disse Celli,
però sono più contento di
questo nuovo corso».
Anche il centro-sinistra
dovrebbe inaugurare un nuovo
corso politico se spera almeno
di «perdere onorevolmente»,
come dice Cacciari.
«Noi alle elezioni possiamo
vincere, perché dopo cinque
anni consegniamo ai cittadini
un altro Paese. Gli elettori
potranno guardare le
fotografie delle due Italie:
quella che abbiamo trovato
arrivando al governo e quella
di oggi, dell’Italia che sta
in Europa, dell’Italia dove
è aumentata l’occupazione e
dove è diminuito il debito
pubblico».
Quella di oggi, però, è
anche un’Italia più povera.
«No, se ha meno debiti vuol
dire che è più ricca. Anche
se è vero che dopo il
risanamento la ricchezza non
è stata ancora
sufficientemente ed equamente
distribuita. Ed è chiaro che
non basta ciò che finora
abbiamo fatto. Perciò la
nostra attenzione va posta
sulle condizioni di vita dei
cittadini. Concretamente. Già
sul versante sicurezza, per
esempio, abbiamo deciso di
spostare ventimila uomini
delle forze dell’ordine
dagli uffici alle strade, di
istituire in alcune città la
figura del poliziotto di
quartiere. E poi con il Dpef,
dopo molti anni, gli italiani
non dovranno temere la
Finanziaria: inizia una fase
di redistribuzione della
ricchezza. Anche se questa
ricchezza, a mio parere, non
va distribuita a pioggia, ma
concentrata in tre direzioni:
aumento delle pensioni minime;
riduzione dell’Irap per le
piccole imprese; incentivi per
la scuola e gli insegnanti».
Insomma vi preparate alla
campagna elettorale.
«In campagna elettorale
dovremo saper lanciare un
messaggio nuovo. Il
"diritto di scelta",
l’idea cioè di una società
nella quale il cittadino deve
poter decidere: voglio
lavorare un mese e poi curare
la mia formazione? Devo
poterlo fare. Voglio andare in
pensione a 50 anni? Devo
poterlo fare sapendo che
prenderò una cifra uguale ai
contributi versati. In questo
percorso la società dovrà
evitare che ci siano dei
vuoti, e che il cittadino
precipiti nell’indigenza.
Maggiore libertà di scelta in
una società di opportunità:
questa è la proposta da
opporre a una destra che
rischia di costruire un’Italietta
velenosa e provinciale».
Definisca il Polo come vuole,
ma all’elettore dà l’idea
di una coalizione, mentre
voi...
«Attenzione: nel
centro-sinistra la situazione
sta cambiando. Il tempo delle
aggressioni reciproche è
finito. Fino a poco tempo fa l’alleanza
aveva difficoltà persino a
chiamarsi, poi abbiamo trovato
l’intesa sulla legge
elettorale, sul Dpef e
martedì ci accorderemo sul
federalismo e sul nome».
Sarà «Nuovo Ulivo»?
«A me interessa il
riconoscimento del nuovo che
caratterizza questa alleanza,
ma anche il richiamo alla
migliore e più popolare
esperienza del
centro-sinistra».
Poi dovrete scegliere il
ticket per Palazzo Chigi:
Cohn-Bendit, riferendosi all’ipotesi
Bazoli, sostiene che
«affidarsi a un banchiere, è
come dire che la politica
rinuncia al proprio ruolo».
«Nel ’96 con il ticket
Prodi-Veltroni riuscimmo a
raggiungere un equilibrio tra
un’espressione della
società civile, un’espressione
della classe politica, il
centro e la sinistra.
Decideremo più avanti quale
scelta fare per il 2001, e
sulla scelta peserà il
successo del governo, ma non
sono tra quelli che quando
sentono la parola
"società civile"
mettono mano alla pistola.
Perché, pur essendo
segretario di una forza
politica, non posso
dimenticare che viviamo in una
fase in cui i partiti sono al
minimo della loro popolarità
e della militanza, mentre si
affermano volontariato,
associazionismo,
organizzazioni di settore.
Pensare di governare questa
società attraverso i soli
partiti è ormai
impossibile».
Di qui nasce anche l’idea di
candidare Massimo Moratti a
sindaco di Milano?
«Conosco Moratti da molto
tempo e ho grande stima della
sua passione civile. Gliel’ho
rinnovata al telefono giorni
fa: lui ha la fisionomia
giusta per interpretare una
città come Milano, perché è
la Milano che produce capitali
ma anche valori, è la Milano
di quella borghesia dalla
tradizione riformista e
democratica che spesso ha
difficoltà ad interloquire
con la sinistra milanese. Sì,
a Milano la sinistra ha avuto
sinora difficoltà ad
interpretare insieme il
riformismo e la modernità.
Invece oggi c’è bisogno che
il centro-sinistra in quella
città sia capace di guardare
alle componenti innovatrici,
piuttosto che rifarsi ai
vecchi, tradizionali schemi».
Che vuol dire?
«Penso a quella sinistra che
è stata costretta, anche da
pressioni nazionali, a
ricorrere alla candidatura di
Diego Masi per cercare di
emergere. Si è delusa la
sinistra e non convinto il
centro. Il nostro compito è
ritrovare l’orgoglio di sé,
di un riformismo di sinistra
capace di esprimere il meglio
della cultura cattolico
democratica e di quella del
riformismo liberale e
democratico. A Milano la
risposta alla modernità non
può essere Bossi. Moratti
invece, per il suo impegno
sociale, è una figura che
può parlare alla Milano
democratica e liberale, e
anche alla Milano di
sinistra».
Il suo atto di accusa alla
sinistra lombarda è pesante.
«Noi a Milano abbiamo perduto
molte opportunità, non
abbiamo saputo interpretare il
riformismo moderno. Ma la
colpa non è della sinistra
milanese, bensì di una
difficoltà nazionale a
leggere i mutamenti sociali e
culturali in atto. A Milano
non abbiamo saputo fare i
conti con i soggetti sociali,
con un’economia che non era
più un’economia vecchio
stampo. E quando abbiamo
rincorso il bisogno di
innovazione, abbiamo perso un
pezzo di Dna della sinistra
senza avere la forza di
parlare al nuovo che
avanzava».
Questo deficit politico è la
causa della vostra crisi nel
Nord?
«Al Nord siamo cresciuti dal
4 al 6%. Questo risultato è
la base del nostro rilancio
che partirà dal trasferimento
di un pezzo del nostro partito
a Milano, guidato da Folena:
non sarà un gesto simbolico,
verranno trasferite delle
competenze. Sono atti di cui
si parla da anni e che nessun
partito ha mai fatto».
Ne parlò anche D’Alema,
quando era segretario del Pds.
«Noi partiremo a luglio. A
questo gruppo dirigente spetta
il compito di fare molte cose
difficili e di prendersi molte
responsabilità complicate.
Tra cui questa, che considero
un pezzo della strategia di
rilancio della sinistra».
Torniamo a Moratti: sarà lui
dunque il candidato del
centro-sinistra a Milano?
«Siccome ho promesso di dire
la verità, devo dire che già
negli anni passati ne
parlammo, dopo l’elezione di
Albertini. E ne parlammo tante
volte. Tuttavia non è una
decisione che si prende a
Roma, ma a Milano. Registro
però che l’ipotesi riscuote
grande consenso».
Ce la farete nel frattempo ad
accordarvi con il Polo sulla
legge elettorale? L’avvocato
Agnelli pronostica che
rimarrà il Mattarellum.
«Può darsi che lo
scetticismo dell’avvocato
Agnelli sia motivato dal fatto
di conoscere le rapsodie
ungheresi nelle quali è
impegnato gran parte del mondo
politico, ma noi facciamo sul
serio, e sarebbe
irresponsabile perdere l’occasione».
In questo clima, però, non si
capisce la vostra iniziativa
in Commissione stragi: il
dossier presentato dai
parlamentari ds ha scatenato
la polemica nel partito e
nella maggioranza.
«Non voglio rivolgere lo
sguardo al passato. C’è un
problema di oggi, ancora di
oggi: è la verità negata ai
parenti delle vittime. Solo a
questo problema deve guardare
il lavoro dei parlamentari
impegnati in Commissione. Noi
siamo interessati all’evoluzione
democratica della destra
italiana, cominciata con il
passaggio dall’Msi ad An».
Con tutti questi impegni, si
sarà perso le partite di
calcio dell’Europeo.
«No, riesco a seguire l’Italia.
E diversamente da Bossi tifo
per una Nazionale che mi piace
perfino di più per il gioco
che fa».
Tocchi pure ferro, ma in caso
di sconfitta...
«Della Nazionale?».
No, in caso di sconfitta
elettorale lascerebbe la
segreteria?
«Io mi sono sempre posto un
solo problema: lavorare per il
bene del partito e della
coalizione. E’ questa la mia
concezione della politica. E
siccome ho promesso di dire la
verità, mi auguro che nel
2001 la domanda venga fatta a
Berlusconi. Che peraltro non
si pose il problema tra il ’96
e il ’98, quando il Polo
andò giù. Questa forse è
anche una delle ragioni per le
quali una reazione non emotiva
ha consentito alla destra di
risalire la china».
Francesco Verderami
Corriere della Sera
24 giugno 2000
Prima
del diluvio...
(ma allora non tutto era
imprevedibile....)
Ci avviamo verso le
prossime elezioni di
primavera: molti Consigli
regionali,ed, in tutte le
regioni del Nord, un
interrogativo pressante: cosa
riusciremo a fare, noi del
centrosinistra, contro il
polo.
A Milano siamo all'ultima
spiaggia. Il polo controlla
ormai tutto - Comune,
Provincia, Regione - e, se
dovesse trionfare, il governo
nazionale sarebbe comunque in
pericolo.
L'alleanza tra Polo e Lega
pone in dubbio praticamente
tutti i collegi parlamentari,
ed il rischio della debacle
alle politiche è concreto.
Naturalmente: viva il
maggioritario!
Come si può governare il
paese senza e contro le aree
più avanzate,più ricche,
più industrializzate ed ora,
più ...postindustrializzate?
Su questi temi non si avverte
una grande riflessione, e
tutto quel che passa il
convento è....Martinazzoli.
Martinazzoli , sia chiaro, è
una persona stimabilissima,
probabilmente utile anche a
recuperi qua e là in
Lombardia, anche perchè, per
essere più espliciti, l'uomo
è addirittura un marziano
rispetto a quel che passa
questo scorcio di Seconda
Repubblica.
Con un problema grosso come
una casa: che a Milano non la
persona, che, ripetiamo, è
rispettabile e rispettata, ma
la sua cultura politica dice
molto poco.
Qualcuno ha detto brutalmente
che non parla nè al cuore nè
al portafoglio dei milanesi.
E allora?
Qual'è la cura?
Fare la lista unica
Martinazzoli.
E così ogni tentativo di
spiegare che c'è Martinazzoli,
ma c'è anche il socialismo
democratico e liberale,
europeo e moderno, visibile
coi propri simboli ed i propri
candidati, sarà problematico.
Come poi si possa sperare di
costruire il nuovo partito,
dichiarazioni solenni a parte,
resta tutto da scoprire.
Che le prospettive della lista
unica siano superiori alla
somma delle ragionevoli
articolazioni della
maggioranza resta poi tutto da
dimostrare.
(M.A.,febbraio 2000)