1° anniversario
Bettino: paradossi, meriti ed errori


Ad un anno di distanza dalla morte di Craxi, ci torna alla memoria un fatto curioso.
Nel commentare la tragica notizia giunta da Hammamet tanto i suoi fedelissimi quanto i suoi detrattori si trovarono uniti nel formulare la stessa domanda retorica, addirittura con parole identiche: "Ci dicano se era uno statista o un delinquente latitante; se era uno statista non doveva essere lasciato a morire fuori dal suo Paese, se era un delinquente latitante non dovevano offrirgli i funerali di Stato". Chissà se -obnubilati dall'affetto gli uni e dal livore gli altri, o vittime entrambi di crassa ignoranza storica - non si erano neppure accorti dell'assurdità di una domanda provocatoria che non teneva conto di un piccolo particolare: che, nella storia, la maggior parte dei leader e degli statisti non furono affatto adamantini. Senza scomodare Giulio Cesare e Napoleone, abbiamo nella storia patria dell'ultimo secolo il caso da manuale di Giovanni Giolitti, il "ministro della malavita" (Salvemini) al quale sono ancora intitolate piazze e strade in tutta la penisola.
In effetti, il bilancio politico ed umano di Craxi presenta paradossi, luci ed ombre, casi eclatanti di eterogenesi dei fini, elementi di grandezza e di bassezza legati in un viluppo quasi inestricabile.
Solo per fare qualche esempio, il leader socialista ha dedicato molte delle sue energie ad abbattere il partito comunista, ma alla fine è riuscito in pochi mesi - certo non da solo - a distruggere il PSI, dopo un secolo di storia in parte gloriosa e quasi sempre onorata.
E ancora, Craxi è stato uno degli artefici più efficaci della lotta al leninismo ed alla sua egemonia culturale nel nostro Paese, ma ha anche incarnato al massimo grado l'etica leninista (e machiavellica) dell'autonomia della politica da ogni scrupolo morale. Quell'autonomia che rende il rivoluzionario di professione capace di ogni scelleratezza in nome di un partito depositario della ricetta per la felicità del genere umano, e che ha fatto di Craxi un leader disposto ad anteporre a tutto l'interesse del partito, e perciò legibus solutus e sostanzialmente amorale.
Quest'amoralità si è rivelata, con tangentopoli, soprattutto nella ricerca delle risorse economiche, che era divenuta progressivamente ossessiva e pervasiva, non perchè fosse finalizzata - almeno questa è l'opinione di chi scrive - all'arricchimento personale, ma perchè l'uso di enormi quantità di denaro, uso nel quale con Craxi si arrivò ad una totale confusione tra amministrazione del partito e gestione personale del Capo, era considerato un elemento decisivo della lotta politica.
Ma la stessa amoralità si era rivelata ben prima, in alcuni passaggi cruciali della strategia politica craxiana.
Ci riferiamo alla decisione di schierare il PSI sul fronte del partito della trattativa durante il rapimento di Moro: fu il primo episodio in cui Craxi si dimostrò propenso a privilegiare un interesse vitale del partito, quale era quello di spezzare l'asse DC-PCI che lo stava soffocando, rispetto ad un dovere etico di fedeltà allo Stato, che indiscutibilmente in quel caso vietava ogni cedimento nei confronti del terrorismo brigatista.
Un altro caso rimarchevole fu, negli anni ottanta, quello del referendum sul nucleare: consigliato da Martelli, folgorato durante un viaggio in Germania, Craxi scelse improvvisamente di cavalcare l'ondata di paura seguita all'incidente di Chernobyl per impegnare il PSI, fino ad allora in prevalenza nuclearista, nella battaglia contro le centrali atomiche. L'ansia dello sfondamento elettorale, che non arrivava mai, portava ad abdicare anche qui ad una responsabilità etico-politica, solleticando l'irrazionalità delle masse e trascurando l'interesse nazionale a ridurre la dipendenza energetica e l'inquinamento da combustibili fossili.
Eppure questi elementi di pernicioso tatticismo non possono farci dimenticare le linee di fondo della politica craxiana, che furono largamente positive e valide.
Craxi nel 1976 ereditò un PSI politicamente superfluo, subordinato all'egemonia del PCI sul piano della strategia politica ed invischiato nella rete del potere democristiano nell'ambito della prassi di governo e di sottogoverno, e ne fece un partito autonomo, ridandogli ragion d'essere, capacità di elaborazione progettuale e protagonismo.
Prese in mano un partito ideologicamente confuso, che rincorreva qualunque suggestione gauchiste e disprezzava la tradizione turatiana (complice anche l'astio seguito alla scissione socialdemocratica del 1969), e ne rilanciò con forza la cultura riformista ed il legame con la socialdemocrazia europea.
In politica interna, si battè contro il consociativismo, che oggi tutti i sostenitori del bipolarismo riconoscono come un cancro della democrazia, ma che allora era trattato dai più come un valore ed era praticato, ben al di là di quanto fosse necessario per fronteggiare le emergenze nazionali (terrorismo, recessione economica), mediante un assemblearismo parlamentare che vedeva verso la fine degli anni '70 circa l'80 % delle leggi votate anche dal PCI, con punte del 90 % per ciò che riguarda le leggi di spesa. La fine della pratica consociativa, alla quale Craxi contribuì con decisivi colpi di maglio, dal decreto sulla scala mobile, alla vittoria nel dissennato referendum voluto da Berlinguer per abrogarlo, all'abolizione del voto segreto in parlamento, costituirà paradossalmente una risorsa fondamentale per il PCI-PDS per sottrarsi almeno in parte, grazie all'opposizione vera alla quale era dovuto tornare negli anni '80, al giudizio sommario di condanna che ha sommerso i partiti della prima repubblica.
In politica economica, certo giovandosi anche di una favorevole congiuntura, realizzò un'incisiva azione di riduzione dell'inflazione e di rilancio dello sviluppo del Paese.
In politica estera, compì scelte giuste di fondamentale importanza come lo schieramento degli euromissili in risposta alla minaccia degli SS20 sovietici e l'accelerazione dell'unione europea (su altri aspetti, come l'episodio di Sigonella - in cui si consentì la fuga del capo dei terroristi - o come le frequenti concessioni al terzomondismo e all'ostilità verso Israele, si potrebbero esprimere parecchie riserve).
In fin dei conti, nei capisaldi della politica di Craxi vi sono forti ragioni e successi innegabili. Del resto, quando D'Alema al congresso di Torino dei DS ha riconosciuto che "la storia ha dato ragione a loro" (i socialisti), è evidente che dentro a quel "loro" c'è anche il migliore Craxi.
In questo senso, e in questi limiti, non possiamo non dirci "craxiani"; la sinistra democratica italiana, tutta, non può non continuare sulla strada tracciata da Craxi e, di fatto, questo è già avvenuto e sta ancora avvenendo.
Ciò naturalmente non vuol dire sottovalutare errori e colpe, che sono innegabili e gravi.
Di alcuni abbiamo già detto.
E' il caso di aggiungere che Craxi non solo tollerò, ma da un certo momento in poi incentivò la degenerazione della vita interna del PSI, facendo sviluppare una sorta di "corte" in larga parte apolitica, praticando il nepotismo, assecondando l'arroganza imitativa di molti, benedicendo carriere fulminee di arrampicatori e faccendieri, svuotando inesorabilmente la democrazia di partito.
Nè può tacersi che spesso fu insensibile alla cura dei conti pubblici, contribuendo all'incontrollata crescita del debito nazionale, ma sarebbe ingiusto non ricordare che in questo fu in buona e numerosa compagnia, giacchè con la solitaria eccezione di Ugo La Malfa quasi tutte le forze di governo e di opposizione, di destra e di sinistra, per lustri considerarono il rigore economico più o meno come una fastidiosa ubbia antipopolare. E dunque fecero a gara nel condividere ed invocare a gran voce ogni provvedimento demagogico, dalle irizzazioni, alle pensioni baby, ai reiterati ripianamenti delle più vergognose gestioni allegre di enti clientelari e spesso inutili.
Gli ultimi ed esiziali errori di Craxi sono stati, riteniamo, le conseguenze della solitudine di un capo che si era da tempo chiuso in una dimensione personalistica e che aveva perduto, forse anche a causa della malattia, la lucidità di un tempo.
Parliamo di due grandi occasioni mancate.
La prima si presentò con l'improvvisa caduta del comunismo nel 1989.
Se non fosse stato accecato dai rancori sedimentati con il duello a sinistra, Craxi in quel momento avrebbe potuto lanciare un'autentica strategia unitaria e legare l'ex PCI, con il cambio del nome e l'affiliazione all'Internazionale Socialista, ad un'alleanza riformista della quale egli sarebbe stato il leader naturale, il Mitterrand italiano.
Invece sferrò una sbracata offensiva annessionistica, che suscitò una prevedibile reazione di orgoglio; lasciò che il PSI, anzichè smarcarsi dall'alleanza con la DC, si impantanasse nell'ennesimo Governo Andreotti, con la dichiarata prospettiva di "tirare a campare"; fece una palese azione di incoraggiamento verso la scissione di Rifondazione. Non si accorse, insomma, che la fine del comunismo avrebbe portato con sè anche la fine dell'anticomunismo, che stava iniziando una stagione nuova.
La seconda occasione fu quella dei famosi discorsi che Craxi fece in Parlamento sul finanziamento illecito.
Seguimmo con trepidazione quelle arringhe, che avevano un evidente contenuto di verità, sperando ogni volta che si concludessero con una frase di questo tipo: " Tutto ciò premesso, rassegno le mie dimissioni da segretario del PSI e da parlamentare, mi metto a disposizione della magistratura, ed invito tutti gli altri leader a seguire il mio esempio".
Con un simile atto di coraggio (analogo a quelli di cui circa un anno fa sono stati capaci Kohl e gli altri capi della CDU tedesca), probabilmente, la storia del PSI, la sorte di Craxi e forse perfino la storia d'Italia in questi ultimi dieci anni sarebbero state diverse.
Invece il PSI si è dissolto e Craxi ha pagato per le proprie colpe più caro di tutti gli altri, artefice fino in fondo del suo mesto destino.

Da ultimo, non è possibile celebrare il primo anniversario della scomparsa del leader socialista senza compiere una breve riflessione sulla scelta fatta da coloro che con maggiore enfasi rivendicano il ruolo di suoi continuatori. Essi hanno deciso di far sventolare le bandiere rosse col garofano del Nuovo PSI accanto a quelle di FI, di AN, della Lega e degli altri partners del centrodestra. Questa scelta di campo innaturale è stata immediatamente giudicata incompatibile con l'appartenenza alla famiglia del socialismo internazionale e non può che suscitare sentimenti di ripulsa morale e politica da parte di tutti i socialisti rimasti tali, cioè rimasti di sinistra ed antifascisti. Il fenomeno di esponenti socialisti che si scoprono un cuore a destra non è di certo nuovo nella storia d'Italia, salvo che in passato si trattava in genere di socialisti rivoluzionari (da Mussolini a Bombacci), mentre oggi si tratta di sedicenti "riformisti". In realtà, basta leggersi qualche scritto di Martelli per capire che questi signori da anni consideravano il socialismo una parola vuota e la socialdemocrazia un residuato bellico, che la loro apparente adesione al socialismo liberale era solo un modo per arrivare ad abrogare in modo felpato il sostantivo, eleggendo l'aggettivo a loro unico credo "modernista".
Del tutto diverso è il discorso per Craxi, e varrebbe la pena di approfondirlo.
Ci limitiamo qui ad osservare che non può essere considerato casuale che i suoi presunti eredi politici e gli stessi suoi figli abbiano atteso la sua morte per orchestrare l'operazione che ha portato il Nuovo PSI nel Polo di destra, nè può essere considerato privo di significato il fatto che, pur spacciandosi per suoi esecutori testamentari, essi non abbiano potuto richiamare alcuna presa di posizione del leader scomparso che avallasse un disegno di quel tipo.
In conclusione, l'uso della memoria di Bettino che hanno fatto e vanno facendo quelli che dovrebbero esserne i più appassionati aficionados ci è parso, tra gli oltraggi postumi al leader socialista scomparso, il più sanguinoso.

Luciano Belli Paci

7 gennaio 2001


Aveva visto più lontano di altri ma mancava di senso della misura

Un leader di razza tradito da se stesso
"Ti farò vedere cosa si può fare col 9 per cento"
E si lanciò all'assalto del Pci di Berlinguer


di MIRIAM MAFAI

ROMA - Succedono cose strane quando muore qualcuno con il quale hai avuto, da giornalista, rapporti frequenti e spesso polemici, qualcuno che hai conosciuto e frequentato, con cui hai discusso, polemizzato, del quale hai raccolto interviste dichiarazioni, talvolta confidenze. E succedono cose ancora più strane quando quel qualcuno è Bettino Craxi, morto improvvisamente ieri sera ad Hammamet, da latitante, condannato da un Tribunale italiano per corruzione e ricettazione. Nella testa di chi lo ha conosciuto si affollano le immagini e, non esito a dirlo, i sentimenti più diversi.

L'ho conosciuto che aveva poco più di trent'anni, consigliere comunale (o forse assessore, non ricordo bene) a Milano, un ragazzone alto massiccio che aveva stampata sulla faccia la voglia e la "felicità" del far politica. Scrivendone, previdi per quel giovanotto milanese un avvenire da leader. L'ho visto, l'ultima volta, come lo videro in televisione milioni di italiani, sulla soglia dell'hotel Raphael, sua residenza romana, fatto oggetto degli insulti della folla che si era radunata davanti all'albergo e del lancio delle monetine al grido di "ladro, ladro".

Meno di trent'anni dividevano quelle due immagini, trent'anni nel corso dei quali l'uomo politico di razza che era (perchè lo era, senza dubbio) aveva raggiunto una serie di successi - primo socialista a entrare a Palazzo Chigi e rimanervi per ben tre anni rompendo la serie dei governi brevi e impotenti cui sembrava destinata la Prima Repubblica - ma aveva mancato il più alto, quello di diventare il Mitterrand italiano, e aveva dissipato per una sorta di cieca avidità, nella certezza o nella illusione della impunità, tutto il suo patrimonio politico.

E lo ricordo ancora al Midas, il brutto albergo sulla Via Aurelia, quando un Psi diviso e rissoso, ridotto a poco più del 9% dei voti ma ricco di personalità di primo piano, decise di affidare i suoi destini a quel quarantenne che aveva costruito la sua carriera all'ombra di Pietro Nenni e che, prudentemente, non aveva nemmeno preso la parola nel corso dei lavori di quel Comitato Centrale. Era il 16 luglio del 1976, nelle stanze e nei corridoio del Midas faceva un caldo soffocante. Qualcuno, sbagliando, pensava che si trattasse di una soluzione provvisoria, di transizione. Lo avevano sottovalutato.

L'uomo era intelligente, ambizioso, spregiudicato. Ha coltivato negli anni ottimi rapporti con i leader socialdemocratici europei. Viene definito "il tedesco" non solo per la sua capacità di lavoro e per i suoi legami con la socialdemocrazia tedesca, ma anche e forse soprattutto per la durezza del temperamento. Sulla stampa viene presentato subito come "il tedesco del Psi che non ama il Pci". E' vero, Bettino Craxi non ama i comunisti, che nelle elezioni del 20 giugno 76 hanno raggiunto il 33% dei voti, ma, soprattutto - è questo il suo tratto caratteristico - non ha nessuna soggezione politica o culturale nei loro confronti. A un intervistatore ( Fausto De Luca della Repubblica) che gli chiede: "A lei fa paura il Pci?", risponde: "Mi fa paura il comunismo, non il Pci". E prosegue: "I giovani hanno avuto il Vietnam come grande esperienza, la mia generazione si è invece formata sotto il trauma dell'Ungheria".

Primum vivere: questo l'obiettivo del nuovo segretario del Psi. E anche soltanto vivere, o sopravvivere, per un partito socialista ridotto al suo minimo storico non è facile stretto come si trova tra i due partiti maggiori, il Pci (quello che Bobbio definirà in quei giorni il "terribile cugino") e la Dc, che insieme, con circa il 75% dei voti, stanno avanzando sulla strada del "compromesso storico". Primum vivere, e dunque stare nell'alleanza di governo (anche il Psi si asterrà sul governo Andreotti) ma insieme prendere le distanze dai comunisti. Nel Transatlantico di Montecitorio che il neosegretario socialista frequentava allora volentieri (solo più tardi comincerà a definirlo un suk e a definire i giornalisti "raccoglitori di cicche") Bettino Craxi in quei convulsi giorni del 1976 mi prese da parte, mi confidò alcuni dei suoi progetti ("Cambiare, cambiare, è ora di portare gente giovane in tutti i posti di comando del partito") per poi concludere: "Ti farò vedere io cosa si può fare anche soltanto con il 9% dei voti". E, in effetti, ce lo fece vedere.

Quel 9% dei voti, una miseria, doveva servire a "sparigliare". Nei confronti della Dc di Moro (che non amava ed anzi disprezzava l'alleato socialista) e nei confronti del Pci di Enrico Berlinguer. Dal segretario del Pci, ideatore del "compromesso storico" lo divideva tutto. Erano due figure opposte, per temperamento stile cultura, persino per struttura fisica: fragile e quasi timido l'uno, aggressivo e corpulento l'altro, severo nei costumi e nei comportamenti l'uno, amante delle donne e della buona cucina l'altro. Avevano in comune un solo vizio, il fumo, che gli aveva reso giallastri i polpastrelli e le unghie. Berlinguer era un accanito fumatore di Turmac, Craxi preferiva (o gli avevano consigliato) delle sottili sigarette alla menta.

Cominciò a sparigliare subito, nel 1978 quando di fronte a un Pci impegnato nella "linea della fermezza" e quindi nel rifiuto di ogni trattativa con le Br che avevano rapito Moro, sostenne la linea della ricerca di una "soluzione umanitaria". E continuò a "sparigliare", sempre. In pochi anni Berlinguer e Craxi bruciarono, anche in virtù dei diversi caratteri e della reciproca diffidenza, ogni possibile occasione di incontro o anche soltanto di azione comune. Così quando Berlinguer privilegiava, nella prospettiva del "compromesso storico", l'accordo con la Dc, Bettino Craxi rilanciava dal congresso di Torino un progetto, sia pure confuso, per l'alternativa di sinistra. E quando Berlinguer, nel 1980 avanzerà l'ipotesi dell'alternativa, Bettino Craxi sarà già su un'altra lontanissima sponda.

Il Psi aveva sempre soltanto il 10% dei consensi. Ma di quel partito Bettino Craxi non è più il segretario, ma il padrone assoluto, il fuhrer, come commenterà amareggiato Riccardo Lombardi. Viene incoronato padrone assoluto al congresso di Palermo, più simile ad una "convention" americana che a un tradizionale congresso di partito, mentre centinaia di belle ragazze distribuiscono tra la platea dei delegati e per le strade della città, i garofani arrivati, a decine di migliaia, con un treno speciale.

Bettino Craxi ha capito tutto, in anticipo. Ma la sua dismisura lo porterà alla rovina. Ha capito che un partito moderno ha bisogno di una direzione monocratica, di un leader, in grado di muoversi sulla scena politica con assoluta libertà; ha capito che, più che il radicamento sociale, è importante il controllo del sistema dei media (di qui il suo legame con Berlusconi); ha capito infine che tra tutti i mezzi per l'azione politica, la priorità va assegnata alla risorsa finanziaria. Il vecchio Nenni, quando era diventato vicepresidente nel governo di centro sinistra, aveva invano cercato a Palazzo Chigi "la stanza dei bottoni". Il suo discepolo, Bettino Craxi, capì che i veri bottoni da schiacciare erano quelli della cassaforte. Un finissimo storico socialista, Luciano Cafagna, ha scritto che Ghino di Tacco (secondo la felice definizione di Eugenio Scalfari), per poter taglieggiare gli alleati, per poter fare il ricattatore di professione, aveva bisogno di assoluta autonomia anche sul piano finanziario. Di qui la sua passione, la sua spregiudicatezza negli affari. Anzi, scrive Cafagna, si poteva fare di più: "e, attraverso un disegno diabolico, collocarsi come un ragno, al centro della tela del finanziamento politico, ampliandola a proprio favore più rapidamente degli altri, in modo da farsene addirittura regista e redistributore. E diventare così definitivamente centrale, indispensabile, arbitro".

Per una drammatica ironia della storia, questo sembra l'unico vero disegno portato a compimento dal leader socialista che pure si era proposto obiettivi assai più ambiziosi, quale quello di modernizzare il paese attraverso una Grande Riforma (pur non ben definita) che rendesse possibile una autentica alternativa, che presupponeva però l'esistenza di una grande forza di sinistra socialista. Ma quando questa occasione, dopo la caduta del Muro di Berlino si presenterà, a lui, che ambiva essere il Mitterrand italiano mancò la necessaria lucidità politica e il coraggio. Accecato dall'arroganza e dall'avidità di potere, preferì scommettere sulla fine del Pci, il "terribile cugino" che stava affrontando il travaglio della fuoruscita dalla sua vecchia storia (e ne sarebbe sia pure faticosamente uscito a prezzo di una profonda lacerazione).

Nè si accorse, Bettino Craxi, della valanga che si stava abbattendo sul suo partito. E quando Mario Chiesa venne arrestato, a Milano, con le tangenti ancora in tasca, pensò di poter liquidare la vicenda, definendo lo stesso Chiesa da "mariuolo". Era il febbraio del 1992. E Craxi si illudeva ancora - singolare cecità - di poter definire i futuri assetti del paese, spartendosi con Andreotti il Quirinale e Palazzo Chigi. Poco dopo, doveva affrontare l' umiliazione del lancio di monetine davanti al Raphael, e poi la incriminazione e la condanna. Aver trovato e largamente usato i bottoni della cassaforte provocava il suo suicidio politico.

La Repubblica
(20 gennaio 2000)


"Io, la sinistra e i meriti di Craxi"

Amato: quanti errori, ma fu un rapporto pulito


Presidente Amato, molti vorrebbero capire come e perchè la sua storia politica la portò al fianco di Craxi, a condividerne le responsabilità e le idee; come e perchè foste insieme per anni, come e perchè lui e altri furono travolti dalla slavina politica e lei invece no.
"Dovremo fare un passo indietro e cominciare dall'epoca in cui Bettino Craxi emerse nella politica italiana, quando il Psi sembrava affondare (...) Nel partito il nostro leader di riferimento restava Giolitti, ma lo scossone interno al partito, nel famoso Comitato centrale dell' hotel Midas, portò all'ascesa di Craxi come segretario. Ci aspettavamo che fosse possibile eleggere Giolitti alla segreteria e invece un'intesa tra quelli che chiamavamo "i colonnelli" (Craxi, Claudio Signorile, Enrico Manca) lo aveva impedito. Tuttavia pensavamo che il nuovo assetto interno non avrebbe retto, che la competizione tra le correnti avrebbe reso la situazione altamente instabile. Più avanti, nel 1980, ci fu un Comitato centrale in cui sembrava che la prospettiva di una segreteria Giolitti si potesse realizzare. All'epoca non ricoprivo una posizione dirigenziale nel partito, ma facevo parte del Cc e del gruppo che si riconosceva in Giolitti. Grazie al rapporto che avevo con Norberto Bobbio, convinsi anche lui a partecipare alla riunione per sostenere la candidatura giolittiana. Ma in quell'occasione furono due, a mio avviso, gli eventi determinanti. Il primo fu il discorso dello stesso Giolitti, che non riuscì a far breccia nella maggioranza. L'altro fu il sostegno fornito a Craxi da Gianni De Michelis, che si staccò dalla corrente della sinistra lombardiana guidata da Signorile. A quel punto non c' era più nulla da fare (...)".
Il tentativo di farlo fuori deve averlo non poco innervosito.
"Passò del tempo e dovetti riconoscere che Craxi, ormai saldamente in sella come segretario del Psi, si era dimostrato in grado di fare cose di cui prima, per quel poco che lo conoscevo, non lo avrei creduto capace. A un certo punto maturarono in me due convinzioni. La prima era che l'uomo era riuscito a dare una voce unica ai socialisti, accrescendone enormemente la credibilità. Per lungo tempo il Psi era stato visto come un partito in cui non c'era accordo su nulla (...). Con Craxi tutto ciò era finito: era lui ad esprimere la posizione socialista, sovrastando ogni altra voce. Il suo secondo merito era stato quello di agganciare il Psi alla famiglia del socialismo internazionale. Così, in una successiva riunione del Cc socialista, intervenni per differenziarmi dalla componente giolittiana. Piuttosto che rimanere su un' incerta posizione di astensione, dissi, è meglio prendere "il Craxi per le corna" cioè accettarne pregi e difetti per lavorare con lui in un clima di leale cooperazione".
Molti ebbero l'impressione che a un certo punto, negli anni del pentapartito, l'obiettivo ultimo dell'alternativa fosse andato smarrito.
"Questo fu materia di disputa tra me e Giolitti. Si può dire che Craxi, una volta rientrato il Psi al governo, avesse abbandonato l'orizzonte dell'alternativa, assumendo come prospettiva strategica l'alleanza con la Dc? Io continuavo a pensare che non fosse così. Per come si misero poi le cose nel 1989-90, devo dire che forse aveva ragione Giolitti. Ma il governo Craxi, nel 1983, nacque all'insegna di una felice ambivalenza. E all'epoca il Psi raccoglieva consensi proprio in questa prospettiva".
Nel 1983 lei fu chiamato da Craxi al governo, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Qui viene la fase centrale della sua esperienza con lui. Fu all'altezza delle aspettative che la avevano spinta a schierarsi con lui e a separarsi da Giolitti?
"Sï, e a Palazzo Chigi vidi emergere altre doti del personaggio. Constatai che, dopo aver affermato la predominanza della propria voce sul cicaleccio del Psi, si rivelava in grado di imporsi e decidere anche in sede di governo. In un esecutivo di coalizione è fondamentale che il capo del governo senta il momento della decisione, se ne assuma la responsabilità e la sappia imporre, facendo percepire a tutti che la scelta tocca a lui e a nessun altro. Ebbene, questa capacità Craxi la dimostrò più volte in modo efficacissimo. Si ricorda soprattutto il clamoroso episodio di Sigonella, che suscitò consensi anche a sinistra per una certa riscoperta dell'orgoglio nazionale nei riguardi degli Stati Uniti (...). Penso poi alla decisione di scommettere la testa, nel 1985, sul referendum promosso dal Pci per abrogare il decreto che aveva tagliato la scala mobile: fu una scelta salvifica per l'economia nazionale. Ma Craxi lo emanò anche perchè su quel terreno era in grado di contrapporsi ai comunisti, di sfidarli in un duello che lui aveva la possibilità di vincere".
Nello scontro tra Berlinguer e Craxi, che divampò sulla scala mobile, c'erano anche altre poste. La questione morale era già un problema acuto.
"C'è da osservare come i due leader concentrassero la loro attenzione su aspetti diversi ed egualmente importanti della crisi italiana, ma come nessuno dei due riuscisse a cogliere quanto di buono c'era nelle posizioni dell'altro (...). Berlinguer, tramontato il progetto del compromesso storico, aveva sottolineato con forza la diversità comunista come espressione di una superiore tensione morale, rispetto alle gravi degenerazioni della vita pubblica. A Craxi quel tema non interessava: era un uomo di potere, attento anche ai poteri abusivi, e non vide la portata di una questione che stava crescendo nel Paese. Nel Psi cominciavano a emergere fenomeni negativi, ma non erano al centro della sua attenzione. Al contrario Berlinguer aveva capito che la questione morale sarebbe presto divenuta esplosiva, ma non avvertiva la domanda di un governo responsabile che saliva dalla società".
La lotta tra Pci e Psi era una lotta per la vita o per la morte; sia Craxi che Berlinguer sembravano viverla cosï. Il che lasciava ben poco spazio a possibilità d'intesa.
"E' stata proprio questa attitudine a concepire la lotta politica in termini di mors tua vita mea a determinare l'epilogo sbagliato del lungo duello a sinistra, vanificando la "felice ambiguità" che avrebbe dovuto portare all'alternativa. Ciò avvenne dopo la caduta del Muro di Berlino, quando i socialisti commisero un errore letale, del quale anch'io, che pure non ero convinto della linea adottata allora dal partito, devo assumere la mia parte di responsabilità. Qui s'intrecciano comportamenti personali e fatti politici. Io non ero tra quelli che dicevano sempre di si a Craxi. Non era così il mio rapporto con lui. E a volte lui si accorgeva che non ero d' accordo semplicemente perchè tacevo. Piuttosto che manifestare fragorosamente il mio dissenso, come faceva in qualche occasione De Michelis, preferivo rimanere in silenzio. Perchè lo facevo? Perchè sentivo la soverchiante autorità del capo? Oppure perchè affidavo il rapporto con il mio interlocutore a un gioco intellettuale, nel quale un'argomentazione che non viene raccolta finisce per cadere? Non lo so, potrebbero essere vere entrambe le cose. Fatto sta che molte volte Craxi aveva accolto il mio punto di vista perchè aveva percepito che io, tacendo, non condividevo il suo. Comunque sia, dopo il 1989 Craxi era il leader potenziale di tutta la sinistra italiana".
Ma intanto arrivano governi democristiani: Fanfani, Goria, De Mita, Andreotti e il Caf.
"Nella legislatura iniziata nel 1987, le ragioni della governabilità ci avevano indotto a sostenere governi a guida democristiana. Ma gli eventi ormai stavano maturando e pareva che quella fase di transizione storica dovesse finire. La caduta del Muro faceva pensare che fosse ormai una questione di mesi. Ci fu il governo Goria, nel quale io fui vicepresidente del Consiglio e ministro del Tesoro. Lasciai il governo nel 1989, quando a Palazzo Chigi tornò Giulio Andreotti, perchè - così mi disse Craxi - con le mie politiche di bilancio e il sostegno al ticket ospedaliero avevo superato il limite che il Psi poteva tollerare. Se anche altre fossero le ragioni della mia esclusione dall'esecutivo, non l' ho mai saputo (...). Per due mesi mi isolai completamente nella mia casa di Ansedonia. Poi Craxi mi telefonò e mi prospettò l'ipotesi che il partito, entrato Martelli al governo, avesse non più uno, ma tre vicesegretari, tra i quali dovevo esserci anch'io. Accettai e tornai a via del Corso, con un compito che in sostanza era sempre lo stesso e, lo sottolineo, non aveva niente a che fare con l'amministrazione del partito. Era ormai alle spalle il crollo del Muro di Berlino, il Pci si era sciolto, era nato il Pds. Quello poteva essere l'anno della conquista di ua sinistra unita. Quando cadde, nel 1991, il governo Andreotti, messo in crisi dal Psi, io ebbi la sensazione che fosse arrivato il momento di sciogliere la "felice ambiguità" e puntare sull'alternativa. Si trattava di provocare lo scioglimento anticipato delle Camere e cambiare le carte in tavola. Il mondo mutava sotto i nostri occhi, era caduto il Muro, la nostra collaborazione con la Dc si faceva sempre più stentata (...). La crisi del 1991 sembrava offrire l'occasione per una svolta. Non andò così. Per un insieme di circostanze, Craxi accettò che nascesse un nuovo governo Andreotti. Osteggiato dalla Dc e dagli stessi pidiessini, che in teoria erano i beneficiari della crisi, ma non osavano affrontare le elezioni, Craxi rinunciò. E io ho sempre pensato che, nonostante le enormi difficoltà della situazione, il Craxi di Sigonella non avrebbe rinunciato".
Aveva perso le doti dell'epoca di Palazzo Chigi? E come mai?
"Non so se avesse dei motivi particolari di preoccupazione. Forse ebbe un peso anche la sua malattia, molto seria, alla quale teneva testa solo grazie alla sua fibra veramente robusta, perchè nei fatti non si curava, era sregolatissimo. Mi venne detto da medici esperti che l'incedere del diabete determina anche incertezze nuove nel carattere delle persone che ne soffrono. Può essere dunque che il suo ritrarsi da una decisione rischiosa fosse anche la conseguenza di un cattivo stato di salute. Certo è che fu un passaggio determinante, perchè a quel punto finimmo per contare più sulla definitiva disfatta dell'ex Pci che non sulla prospettiva di assumere noi la guida della sinistra. Sbagliammo: invece di attendere che il cadavere del Pds passasse sul fiume, avremmo dovuto invocare noi le ragioni della convergenza. Questa fu la prima occasione nella quale colsi in Craxi un certo appannamento. La seconda, notissima, riguardò il referendum sulla preferenza unica. Craxi esortò gli elettori ad astenersi, chiese loro di andare al mare e non ai seggi, senza rendersi conto che avrebbe ottenuto l'effetto opposto" (...).
Poi nel 1992 esplose Tangentopoli, che costrinse Craxi a rinunciare all'ipotesi di tornare a Palazzo Chigi. E a quel punto nacque il primo governo Amato. Ci furono tentativi di coinvolgere direttamente Palazzo Chigi nello scontro tra i giudici di Milano e i politici inquisiti.
"C'è quello, che molti mi rimproverano, del cosiddetto "poker d' assi". Io, come capo del governo, non pensavo di dover partecipare alla direzione del partito nè che quella fosse la sede adatta per fare i conti con Antonio Di Pietro. Ci fu alla fine di agosto, a via del Corso, una riunione cui Craxi mi invitò perchè tenessi una relazione sulla situazione economica alla vigilia della legge finanziaria. Io illustrai i problemi dei conti pubblici e poi lui affrontò l'argomento Di Pietro, enumerando le accuse nei suoi confronti che sono passate alla storia come "poker d' assi": un'espressione attribuita a Rino Formica, benchè lui non l'avesse usata. Da allora non partecipai più alla direzione del Psi, anche perchè non ero d'accordo con quel modo di procedere. Craxi, prima dell'estate, aveva espresso più volte i suoi dubbi sulla persona di Di Pietro, che poi sono stati anche oggetto di indagini della procura di Brescia, dalle quali l'ex pm di Mani pulite è uscito completamente scagionato. All'epoca io, Balzamo e Martelli suggerimmo a Craxi di passare quegli elementi ai suoi avvocati, in modo che facessero un esposto in sede giudiziaria. Rimanemmo tutti sorpresi quando invece vedemmo gli stessi argomenti apparire in forma di corsivi dell' "Avanti!". Fu una scelta personale di Craxi, che non condivisi assolutamente".
Poi viene il momento forse più acuto di contrasto con Craxi e di tensione tra il suo governo e l'opinione pubblica. Il segretario del Psi voleva chiaramente provvedimenti politici di garanzia per i politici accusati di corruzione.
"Gli ultimi colloqui che ebbi con lui riguardarono proprio questi temi. Si pose la questione del finanziamento illecito dei partiti. Io ritenevo corretto depenalizzarlo, come in effetti poi si è fatto, ma reputavo impensabile eliminare ogni sanzione per comportamenti del genere o addirittura depenalizzare reati molto gravi come la corruzione e la concussione. Anche qui tra me e Craxi ci furono punti di vista diversi. Io gli spiegavo che qualcosa si poteva fare, ma c'erano dei limiti invalicabili. Craxi mi ascoltava, non mi contraddiceva, ma chiaramente non era persuaso. Nel nostro ultimo incontro, però, parlammo anche di politica. E lui mi disse: "Visto che si va verso un sistema elettorale maggioritario, tu devi cercare di ridurre la tensione tra noi e gli ex comunisti, perchè in futuro un rapporto con loro lo dovremo comunque riallacciare". Mi parlò così anche se la sua vicenda giudiziaria era già cominciata e stava iniziando, da parte del Pds, un'inaudita strumentalizzazione dell'inchiesta Mani pulite per distruggere Craxi".
In definitiva oggi qual'è il suo giudizio sulla figura di Craxi?
"E' una persona che ha contato molto nella mia vita, mi ha fatto crescere e mi ha fatto anche soffrire. Ho sempre continuato a rispettarlo, anche dopo la sua disgrazia politica. I socialisti, in questi ultimi anni, si sono specializzati nelle polemiche personali. Io invece certe riflessioni critiche continuo a tenermele dentro. Considero immorale attaccare una persona con cui ho avuto quel tipo di legame. Posso comportarmi così perchè il mio rapporto con Craxi è stato sempre pulito, per cui non devo prendere le distanze da lui per rendere la mia immagine più accettabile ad altri. Per queste ragioni non mi sono mai associato a facili cori di critica, nemmeno dopo che tra me e lui era sceso il silenzio, che ciascuno di noi due probabilmente spiegava con una responsabilità dell'altro: io che non lo avevo più cercato dopo la sua partenza definitiva per Hammamet, lui che non mi aveva fatto neppure una telefonata dopo la caduta del mio governo".
Infine venne l'epoca dei fax da Hammamet.
"Ho taciuto anche quando lui, reagendo regolarmente allorchè leggeva cose che non gli garbavano in qualche mia intervista, mandava in giro fax contenenti allusioni su di me che assolutamente non meritavo, no proprio non meritavo (e lui lo sapeva bene). In simili circostanze ho ritenuto che fosse mio dovere morale astenermi da ogni commento. Il mio silenzio può essere stato male interpretato, ma non me ne importa niente, perchè conosco la realtà di quel rapporto e continuo a rispettarlo".
Ha imparato cose da lui?
"Da Craxi ho imparato diverse cose su come si fa politica, perchè è stato un leader di grandi qualità. Da lui ho imparato a percepire quando arriva il momento della decisione e tu te ne devi assumere la responsabilità. Ho imparato inoltre che non si può esaurire la politica sulla scena domestica: quando ancora non si parlava di globalizzazione, lui mi fece capire bene che bisogna guardare sempre oltre l'orticello di casa e sapersi creare una rete di rapporti internazionali (...). Craxi commise diversi errori, ma quando si valuta l'opera di un uomo, bisogna fare con equanimità il bilancio del bene e del male".

La Repubblica
8.9.2000



L'audace parabola del craxismo

di Gaetano Arfè


Il disegno di Bettino Craxi era ambizioso: ridimensionare il Pci per riunificare nel Psi tutti i riformisti. Ma quel progetto si è infranto proprio mentre cadeva il muro di Berlino. E - come se l'Italia fosse un paese dell'Est - nella crisi si è disintegrata anche la storia dei socialisti italiani. Una ricerca da riaprire oltre l'effetto Tangentopoli
Bettino Craxi è stato, dopo Togliatti, l'uomo politico che, pur nella sua rozzezza culturale, ha meglio intuito l'importanza della "battaglia delle idee" nella lotta politica, cogliendovi successi dei quali (per errori e colpe non attribuibili al destino cinico e baro di saragattiana memoria) non gli è stato concesso di diventare beneficiario. Egli era divenuto, grazie al concorso di circostanze in parte fortuite, capo di un partito logorato da un esercizio del potere dove il negativo aveva finito col prevalere sul positivo, diviso in correnti rissose, intrappolato nella stretta del "compromesso storico", sottoposto da sempre, in forme mutevoli e duttili, a una pressione vigile, costante e pesante da parte del Partito comunista.

Il problema politico principale di Craxi era perciò quello di allentare la presa del Pci, fino ad annullarla, contrastandone al tempo stesso l'influenza che, con articolazioni e modi diversi, si estendeva a tutte le forze comprese in quello che allora veniva definito l'arco costituzionale, le forze che avevano votato la Costituzione e che in essa si riconoscevano. Si trattava in sostanza, per dirla con una formula d'uso comune, di metterne in crisi l'egemonia lungamente esercitata, la capacità - diceva Giorgio Amendola - di indirizzare gli alleati e di intimidire gli avversari, senza ricorrere al bastone, con la forza delle idee e le armi della politica.

Il costruttore di questa egemonia era stato Palmiro Togliatti. Il suo partito si era presentato agli intellettuali come il partito di Gramsci, elevato da Benedetto Croce all'altezza dei maggiori pensatori italiani; agli antifascisti come il partito che aveva pagato il più alto prezzo di persecuzioni e di sangue, il partito dei carcerati e dei fucilati; ai cattolici come il partito dell'articolo 7, della pace religiosa in Italia. Si era presentato ai monarchici come il partito che aveva impedito che alla pregiudiziale repubblicana si sacrificasse l'unità nazionale; ai fascisti, come il partito dell'amnistia, il partito della pacificazione, che ammetteva nella comunità nazionale quanti, senza macchiarsi di crimini, avevano aderito al fascismo e alla repubblica di Salò per un malinteso amor di patria. Ai socialisti, infine, il partito comunista si presentava come il giovane rigoglioso virgulto del vecchio tronco, che indicava la via dell'unità di classe, attraverso il superamento delle esperienze di un riformismo imbelle e di un massimalismo inconcludente.

Il suo punto debole, e alla lunga letale, era lo stalinismo, un'insanabile contraddizione col partito nuovo teorizzato e costruito da Togliatti, e gli effetti di questa contraddizione, per un paradosso solo apparente, erano destinati a far sentire i loro effetti via via che ci si allontanava dalla fase più drammatica della guerra fredda. Di questo Craxi ebbe lucida intuizione. Egli avvertì che le fondamenta sulle quali questa egemonia poggiava erano corrose dal trascorrere del tempo e dal mutare dei tempi, che il meglio della cultura comunista si era sclerotizzato in senile accademia, che il gruppo dirigente del partito, nonostante gli sforzi pressochè solitari di Enrico Berlinguer, era nel suo complesso incapace di promuovere un'opera di rinnovamento profondo e convincente nei tempi brevi imposti dall'accelerarsi del corso delle cose. Era questa per lui la prima, necessaria e sufficiente condizione per dare battaglia senza cadere nel velleitarismo.

La seconda, per certi aspetti pregiudiziale, era quella di non avere intralci all'interno del partito, sempre pronto a dividersi, anche per ragioni deteriori di tattica interna sul problema del rapporto con i comunisti. Anche qui egli si mosse alla luce di un'intuizione confermata dai fatti. Le correnti, come egli stesso ebbe a dire, scomparsi o in declino gli uomini che le avevano nutrite di ideologia e di politica, erano divenute "rami secchi" o, ancora peggio, delle compagnie di ventura, come le definì Riccardo Lombardi, che ne fece sulla propria pelle diretta e amara esperienza. E difatti, le due maggiori personalità sopravvissute, Francesco De Martino e lo stesso Lombardi, erano ancora i capi autorevoli e indiscussi delle due maggiori correnti, ma intorno al loro candore si erano raccolti giovani scalpitanti, vogliosi di uscire di tutela, anelanti all'arrembaggio. Assorbirli e asservirli, isolando i capi e liquidando gradualmente i refrattari, era solo un problema tattico che egli risolse con destrezza da manuale, evitando scontri politici, alla luce di un disegno che era di "normalizzazione", ma anche di modernizzazione e che meriterebbe di essere studiato meglio di quanto sia stato fatto nella letteratura politologica corrente.

Il disegno di Craxi, ambizioso ed audace, fu quello di ridimensionare il Partito comunista, contendendogli l'egemonia fino a strappargliela, costringerlo a fare i conti con un Partito socialista rinnovato e galvanizzato da una ritrovata carica di quel patriottismo di partito troppo a lungo mortificato dal "grande fratello", che non aveva mai rinunciato a "indirizzarlo", adeguando alle circostanze tattiche e tecniche. Fu così che Craxi cominciò a vibrare i suoi colpi, con ben calcolata gradualità, scegliendo e variando i suoi bersagli con tattica corsara, in relazione alle resistenze incontrate e ai risultati conseguiti, in maniera da rendere difficoltoso a un quadro dirigente avvezzo a campar di rendita sulla eredità togliattiana e col fiato ormai corto, qualsiasi tentativo di opporgli una linea di difesa mediata e non puramente passiva.

L'offensiva ebbe un inizio a prima vista quasi pittoresco, con una estemporanea contrapposizione del libertario Proudhon all'autoritario Marx. Nella reazione comunista le note della sufficienza saccente si accompagnarono a quelle dell'imbarazzo. Per la prima volta i comunisti si trovarono a dover giustificare il loro marxismo, a difendersi dall'accusa di conformismo, a contestare, perfino, la presunta modernità di Proudhon con argomenti validi e apprezzabili in un convegno scientifico, privi di ogni mordente in un dibattito ideologico scopertamente strumentale.

Le mie riserve di fronte a Craxi riformista non erano frutto di indulgenze massimalistiche. Le prime, che rimasero inespresse, derivavano da una istintiva diffidenza nei confronti di un'operazione che non riuscivo a ritenere ispirata dalla volontà di recupero di una tradizione poco congeniale alla sua personalità politica e ancora meno da un'ansia di chiarezza dottrinale. Mi domandavo quale senso volesse avere il proclamare un ritorno al riformismo che nel dibattito ideologico interno aveva originariamente significato contrapposizione del legalitarismo all'insurrezionismo, dalla democrazia parlamentare alla democrazia dei soviet. Su questo terreno Togliatti, portandoci di suo una sentita e risentita repulsione intellettuale per ogni eresia di sinistra, era andato al di là di Turati, anche se all'apologia da lui fatta di Giovanni Giolitti non aveva accompagnato alcun cenno autocritico per gli insulti deposti, a suo tempo, sulla bara di Turati morto in esilio.

Il secondo ordine di considerazioni riguardava il merito della questione. Lo stesso Turati, osservai, aveva accolto con fastidio la qualifica di riformista: per lui esistevano due socialismi soltanto, quello di chi sapeva e quello di chi ignorava che cosa il socialismo fosse.

E poi, di riformismi in Italia ce ne era stato più d'uno. C'era stato quello di Turati e del suo gruppo, che era restato ancorato al marxismo, che aveva tenuta ferma la critica del sistema capitalistico ed era rimasto fedele all'ipotesi che l'ineluttabile sbocco delle sue contraddizioni interne, alla lunga insanabili, sarebbe stato l'avvento di un ordine fondato sulla collettivizzazione dei mezzi di produzione e di scambio. C'era stato il riformismo dichiaratamente revisionistico di Bonomi e di Bissolati che dissociava le riforme dal socialismo. C'era stato quello, tendenzialmente agnostico, di alcuni capi delle grandi organizzazioni di classe sindacali e cooperative; di esso il riformista Gaetano Salvemini aveva denunciato le involuzioni settoriali, corporative e localistiche e la conseguente subordinazione al "ministro della malavita" Giolitti e al suo sistema di potere; contro di esso si era duramente scagliato Matteotti per i suoi capitolanti propositi di "collaborazioni tecniche" col fascismo.

Una chiarificazione in questa aggrovigliata problematica dottrinale, storica e storiografica sarebbe stata di grande interesse e avrebbe introdotto fermenti vitali nella languente cultura politica socialista, ma non vedevo a che cosa potesse servire il rimettere in circolo una formula che aveva ormai una sua collocazione nella storia.

Ancora alla vigilia del primo centenario del Partito socialista - io ne ero già uscito da qualche anno ed ero senatore della Sinistra indipendente - in un incontro causale nei corridoi di Montecitorio, Craxi mi invitò a collaborare alla preparazione di un programma per la celebrazione dello storico evento. La sua idea, mi disse, era che esso avesse a tema politico l'unità socialista e a bandiera l'autonomia del socialismo, senza discriminazioni a sinistra che non fossero quelle nei confronti della tradizione staliniana.

Le mie esperienze in materia erano antiche, risalivano al 1952, l'anno del sessantesimo anniversario della fondazione del partito. Regista dell'operazione era stato allora Gianni Bosio e i risultati conseguiti - come ultimo testimone ne ho solo fugacemente rievocato qualche episodio - meriterebbero di essere fatti oggetto di una specifica e difficile ricerca, perchè furono, per merito di Bosio, nel clima greve del frontismo imperante, la prima manifestazione di autonomia da sinistra. Con cautele cospiratorie si parlò della Prima Internazionale senza insultare Bakunin, in qualche conciliabolo si fece il nome della "spontaneista" Rosa Luxemburg, alla quale l'eretico Lelio Basso si era legato di romantico postumo amore. Ancora con Bosio, dieci anni dopo, con una qualificata partecipazione di storici comunisti, promuovemmo un convegno i cui atti furono pubblicati col titolo Il movimento operaio italiano. Bilancio storiografico e problemi storici che resta documento importante su quello che era allora lo stato sugli studi e sui temi del dibattito storiografico apertosi col "disgelo" seguito alla morte di Stalin e al XX congresso.

Nel '72, episodio di rilievo, ma fuori delle celebrazioni, fu la costituzione a Firenze, favorita da Francesco De Martino, segretario del partito, dell'Istituto socialista di studi storici, divenuto poi Fondazione Turati, che reperì e incamerò quanto restava dell'archivio del Partito socialista, che raccolse e raccoglie le carte dei personaggi di primo piano nella vita del partito, che ha sviluppato e sviluppa un'intensa e continua attività scientifica, in rapporti di collaborazione con istituti europei di orientamento affine, e che, pur rimanendo nell'ambito del Partito socialista e sposandone il riformismo, ha conservato la propria autonomia anche in regime craxiano. Mi pare interessante ricordare che quando si cominciò a parlare della costituzione di un archivio storico del partito, Giorgio Amendola, in spirito - come sempre - da fratello maggiore, ci esortò a far sul serio, osservando che mentre noi accusavamo i comunisti di essersi appropriati nelle regioni rosse della nostra eredità, non ci eravamo ancora preoccupati di raccogliere - a sostegno - i documenti della nostra storia. Gli risposi che, per quanto mi riguardava, l'accusa andava in senso inverso: che i comunisti non erano stati capaci di raccogliere quell'eredità in tutta la sua varietà e in tutta la sua ricchezza. La sua replica fu che avevo ragione e mi consegnò un assegno quale suo personale contributo alla realizzazione del progetto, che trasse da una sottoscrizione tra i compagni il suo primo finanziamento.

La proposta di Craxi di associarmi alle celebrazioni del centenario, purchè fosse stata salva l'autonomia scientifica e politica dell'iniziativa, mi parve meritevole di essere presa in considerazione. Ne discussi con alcuni compagni, tra i quali qualche superstite del gruppo formatosi intorno a Bosio e qualche storico comunista ancora non dimissionario dall'impegno politico, tutti partecipi delle ansie e dei travagli, delle speranze e delle delusioni che avevano segnato la nostra vita di storici militanti. Ne ebbi più o meno venato di uno scetticismo, che era peraltro, anche mio, un consenso di massima e preparai un progetto che trasmisi a Craxi e che rimase senza risposta. Il socialismo italiano celebrò il suo primo secolo di vita tra gli echi assordanti della caduta del muro di Berlino e le prime, ma già avvertite, scosse di Tangentopoli.

C'è da domandarsi a questo punto che cosa sia rimasto dell'operazione craxiana e quali effetti essa abbia avuto sulla cultura storica e politica del nostro paese e sulle ideologie della sinistra italiana. C'è innanzitutto da rilevare che l'ideologia storiografica forgiata da Togliatti, ammodernata in qualche suo tratto da Amendola - l'abbandono del mito della rivoluzione mancata per colpa dei socialisti - ne è uscita demolita. Gli ultimi suoi cultori, annidati nelle file di Rifondazione comunista, sono i soli a ripeterne scolasticamente le formule. Il revisionismo lirico di Achille Occhetto, quello tattico di Massimo D'Alema, quello goliardico di Walter Veltroni, hanno avuto da Craxi la strada spianata.

Con metodi e per fini diversi, la manovra craxiana ha investito però anche l'ideologia storiografica dei socialisti e a risultarne storpiata e mutilata è stata l'idea stessa di riformismo. L'esplosione di Tangentopoli ha fatto il resto. Cadute le barriere dell'opportunità politica, il socialismo è stato identificato col "craxismo". Sul gracile e strumentale riformismo craxiano si è abbattuta un'onda turbinosa e torbida carica di un settarismo deliberatamente e temerariamente alimentato dallo stesso Craxi con la sua tattica del "bastone e della carota", con le sue provocazioni in serie, giunte fino alla plateale volgarità dei fischi a Berlinguer, ospite invitato al congresso socialista di Verona. I risultati sono stati negativi per tutti: per il Partito socialista, i cui residuati si sono raggruppati in tre o quattro sgangherate compagnie di ventura, per il Pds che assume i connotati di un identikit incompiuto; per la sinistra nel suo insieme, che ha visto buona parte dell'elettorato socialista cadere nelle braccia di Berlusconi o rifugiarsi nell'astensionismo.

Su tutti questi temi il dibattito storiografico deve riaprirsi; da esso, purchè si lavori nel rispetto dell'etica e delle regole del mestiere, risulterà quello che è vivo e quello che è morto del nostro patrimonio comune e sarà comunque la nostra cultura a trarne quel vigore di cui non è mai stata così carente. Si tratta, in parole semplici e al di là della scelta dei temi, di restituire alla storia la sua funzione nel rispetto della vita morale. La storiografia "pura" non esiste. Non c'è vero libro di storia nel quale non si riflettano le idealità e le passioni dei tempi nei quali viviamo.

da "Aprile" 25 gennaio 1999


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina