1° anniversario
Bettino: paradossi, meriti ed errori
Ad un anno di distanza dalla morte di Craxi, ci torna alla memoria un fatto curioso.
Nel commentare la tragica notizia giunta da Hammamet tanto i suoi fedelissimi quanto i suoi detrattori si trovarono uniti nel formulare la stessa domanda retorica, addirittura con parole identiche: "Ci dicano se era uno statista o un delinquente latitante; se era uno statista non doveva essere lasciato a morire fuori dal suo Paese, se era un delinquente latitante non dovevano offrirgli i funerali di Stato". Chissà se -obnubilati dall'affetto gli uni e dal livore gli altri, o vittime entrambi di crassa ignoranza storica - non si erano neppure accorti dell'assurdità di una domanda provocatoria che non teneva conto di un piccolo particolare: che, nella storia, la maggior parte dei leader e degli statisti non furono affatto adamantini. Senza scomodare Giulio Cesare e Napoleone, abbiamo nella storia patria dell'ultimo secolo il caso da manuale di Giovanni Giolitti, il "ministro della malavita" (Salvemini) al quale sono ancora intitolate piazze e strade in tutta la penisola.
In effetti, il bilancio politico ed umano di Craxi presenta paradossi, luci ed ombre, casi eclatanti di eterogenesi dei fini, elementi di grandezza e di bassezza legati in un viluppo quasi inestricabile.
Solo per fare qualche esempio, il leader socialista ha dedicato molte delle sue energie ad abbattere il partito comunista, ma alla fine è riuscito in pochi mesi - certo non da solo - a distruggere il PSI, dopo un secolo di storia in parte gloriosa e quasi sempre onorata.
E ancora, Craxi è stato uno degli artefici più efficaci della lotta al leninismo ed alla sua egemonia culturale nel nostro Paese, ma ha anche incarnato al massimo grado l'etica leninista (e machiavellica) dell'autonomia della politica da ogni scrupolo morale. Quell'autonomia che rende il rivoluzionario di professione capace di ogni scelleratezza in nome di un partito depositario della ricetta per la felicità del genere umano, e che ha fatto di Craxi un leader disposto ad anteporre a tutto l'interesse del partito, e perciò legibus solutus e sostanzialmente amorale.
Quest'amoralità si è rivelata, con tangentopoli, soprattutto nella ricerca delle risorse economiche, che era divenuta progressivamente ossessiva e pervasiva, non perché fosse finalizzata - almeno questa è l'opinione di chi scrive - all'arricchimento personale, ma perché l'uso di enormi quantità di denaro, uso nel quale con Craxi si arrivò ad una totale confusione tra amministrazione del partito e gestione personale del Capo, era considerato un elemento decisivo della lotta politica.
Ma la stessa amoralità si era rivelata ben prima, in alcuni passaggi cruciali della strategia politica craxiana.
Ci riferiamo alla decisione di schierare il PSI sul fronte del partito della trattativa durante il rapimento di Moro: fu il primo episodio in cui Craxi si dimostrò propenso a privilegiare un interesse vitale del partito, quale era quello di spezzare l'asse DC-PCI che lo stava soffocando, rispetto ad un dovere etico di fedeltà allo Stato, che indiscutibilmente in quel caso vietava ogni cedimento nei confronti del terrorismo brigatista.
Un altro caso rimarchevole fu, negli anni ottanta, quello del referendum sul nucleare: consigliato da Martelli, folgorato durante un viaggio in Germania, Craxi scelse improvvisamente di cavalcare l'ondata di paura seguita all'incidente di Chernobyl per impegnare il PSI, fino ad allora in prevalenza nuclearista, nella battaglia contro le centrali atomiche. L'ansia dello sfondamento elettorale, che non arrivava mai, portava ad abdicare anche qui ad una responsabilità etico-politica, solleticando l'irrazionalità delle masse e trascurando l'interesse nazionale a ridurre la dipendenza energetica e l'inquinamento da combustibili fossili.
Eppure questi elementi di pernicioso tatticismo non possono farci dimenticare le linee di fondo della politica craxiana, che furono largamente positive e valide.
Craxi nel 1976 ereditò un PSI politicamente superfluo, subordinato all'egemonia del PCI sul piano della strategia politica ed invischiato nella rete del potere democristiano nell'ambito della prassi di governo e di sottogoverno, e ne fece un partito autonomo, ridandogli ragion d'essere, capacità di elaborazione progettuale e protagonismo.
Prese in mano un partito ideologicamente confuso, che rincorreva qualunque suggestione gauchiste e disprezzava la tradizione turatiana (complice anche l'astio seguito alla scissione socialdemocratica del 1969), e ne rilanciò con forza la cultura riformista ed il legame con la socialdemocrazia europea.
In politica interna, si batté contro il consociativismo, che oggi tutti i sostenitori del bipolarismo riconoscono come un cancro della democrazia, ma che allora era trattato dai più come un valore ed era praticato, ben al di là di quanto fosse necessario per fronteggiare le emergenze nazionali (terrorismo, recessione economica), mediante un assemblearismo parlamentare che vedeva verso la fine degli anni '70 circa l'80 % delle leggi votate anche dal PCI, con punte del 90 % per ciò che riguarda le leggi di spesa. La fine della pratica consociativa, alla quale Craxi contribuì con decisivi colpi di maglio, dal decreto sulla scala mobile, alla vittoria nel dissennato referendum voluto da Berlinguer per abrogarlo, all'abolizione del voto segreto in parlamento, costituirà paradossalmente una risorsa fondamentale per il PCI-PDS per sottrarsi almeno in parte, grazie all'opposizione vera alla quale era dovuto tornare negli anni '80, al giudizio sommario di condanna che ha sommerso i partiti della prima repubblica.
In politica economica, certo giovandosi anche di una favorevole congiuntura, realizzò un'incisiva azione di riduzione dell'inflazione e di rilancio dello sviluppo del Paese.
In politica estera, compì scelte giuste di fondamentale importanza come lo schieramento degli euromissili in risposta alla minaccia degli SS20 sovietici e l'accelerazione dell'unione europea (su altri aspetti, come l'episodio di Sigonella - in cui si consentì la fuga del capo dei terroristi - o come le frequenti concessioni al terzomondismo e all'ostilità verso Israele, si potrebbero esprimere parecchie riserve).
In fin dei conti, nei capisaldi della politica di Craxi vi sono forti ragioni e successi innegabili. Del resto, quando D'Alema al congresso di Torino dei DS ha riconosciuto che "la storia ha dato ragione a loro" (i socialisti), è evidente che dentro a quel "loro" c'è anche il migliore Craxi.
In questo senso, e in questi limiti, non possiamo non dirci "craxiani"; la sinistra democratica italiana, tutta, non può non continuare sulla strada tracciata da Craxi e, di fatto, questo è già avvenuto e sta ancora avvenendo.
Ciò naturalmente non vuol dire sottovalutare errori e colpe, che sono innegabili e gravi.
Di alcuni abbiamo già detto.
È il caso di aggiungere che Craxi non solo tollerò, ma da un certo momento in poi incentivò la degenerazione della vita interna del PSI, facendo sviluppare una sorta di "corte" in larga parte apolitica, praticando il nepotismo, assecondando l'arroganza imitativa di molti, benedicendo carriere fulminee di arrampicatori e faccendieri, svuotando inesorabilmente la democrazia di partito.
Né può tacersi che spesso fu insensibile alla cura dei conti pubblici, contribuendo all'incontrollata crescita del debito nazionale, ma sarebbe ingiusto non ricordare che in questo fu in buona e numerosa compagnia, giacché con la solitaria eccezione di Ugo La Malfa quasi tutte le forze di governo e di opposizione, di destra e di sinistra, per lustri considerarono il rigore economico più o meno come una fastidiosa ubbìa antipopolare. E dunque fecero a gara nel condividere ed invocare a gran voce ogni provvedimento demagogico, dalle irizzazioni, alle pensioni baby, ai reiterati ripianamenti delle più vergognose gestioni allegre di enti clientelari e spesso inutili.
Gli ultimi ed esiziali errori di Craxi sono stati, riteniamo, le conseguenze della solitudine di un capo che si era da tempo chiuso in una dimensione personalistica e che aveva perduto, forse anche a causa della malattia, la lucidità di un tempo.
Parliamo di due grandi occasioni mancate.
La prima si presentò con l'improvvisa caduta del comunismo nel 1989.
Se non fosse stato accecato dai rancori sedimentati con il duello a sinistra, Craxi in quel momento avrebbe potuto lanciare un'autentica strategia unitaria e legare l'ex PCI, con il cambio del nome e l'affiliazione all'Internazionale Socialista, ad un'alleanza riformista della quale egli sarebbe stato il leader naturale, il Mitterrand italiano.
Invece sferrò una sbracata offensiva annessionistica, che suscitò una prevedibile reazione di orgoglio; lasciò che il PSI, anziché smarcarsi dall'alleanza con la DC, si impantanasse nell'ennesimo Governo Andreotti, con la dichiarata prospettiva di "tirare a campare"; fece una palese azione di incoraggiamento verso la scissione di Rifondazione. Non si accorse, insomma, che la fine del comunismo avrebbe portato con sé anche la fine dell'anticomunismo, che stava iniziando una stagione nuova.
La seconda occasione fu quella dei famosi discorsi che Craxi fece in Parlamento sul finanziamento illecito.
Seguimmo con trepidazione quelle arringhe, che avevano un evidente contenuto di verità, sperando ogni volta che si concludessero con una frase di questo tipo: " … tutto ciò premesso, rassegno le mie dimissioni da segretario del PSI e da parlamentare, mi metto a disposizione della magistratura, ed invito tutti gli altri leader a seguire il mio esempio".
Con un simile atto di coraggio (analogo a quelli di cui circa un anno fa sono stati capaci Kohl e gli altri capi della CDU tedesca), probabilmente, la storia del PSI, la sorte di Craxi e forse perfino la storia d'Italia in questi ultimi dieci anni sarebbero state diverse.
Invece il PSI si è dissolto e Craxi ha pagato per le proprie colpe più caro di tutti gli altri, artefice fino in fondo del suo mesto destino.
Da ultimo, non è possibile celebrare il primo anniversario della scomparsa del leader socialista senza compiere una breve riflessione sulla scelta fatta da coloro che con maggiore enfasi rivendicano il ruolo di suoi continuatori. Essi hanno deciso di far sventolare le bandiere rosse col garofano del Nuovo PSI accanto a quelle di FI, di AN, della Lega e degli altri partners del centrodestra. Questa scelta di campo innaturale è stata immediatamente giudicata incompatibile con l'appartenenza alla famiglia del socialismo internazionale e non può che suscitare sentimenti di ripulsa morale e politica da parte di tutti i socialisti rimasti tali, cioè rimasti di sinistra ed antifascisti. Il fenomeno di esponenti socialisti che si scoprono un cuore a destra non è di certo nuovo nella storia d'Italia, salvo che in passato si trattava in genere di socialisti rivoluzionari (da Mussolini a Bombacci), mentre oggi si tratta di sedicenti "riformisti". In realtà, basta leggersi qualche scritto di Martelli per capire che questi signori da anni consideravano il socialismo una parola vuota e la socialdemocrazia un residuato bellico, che la loro apparente adesione al socialismo liberale era solo un modo per arrivare ad abrogare in modo felpato il sostantivo, eleggendo l'aggettivo a loro unico credo "modernista".
Del tutto diverso è il discorso per Craxi, e varrebbe la pena di approfondirlo.
Ci limitiamo qui ad osservare che non può essere considerato casuale che i suoi presunti eredi politici e gli stessi suoi figli abbiano atteso la sua morte per orchestrare l'operazione che ha portato il Nuovo PSI nel Polo di destra, né può essere considerato privo di significato il fatto che, pur spacciandosi per suoi esecutori testamentari, essi non abbiano potuto richiamare alcuna presa di posizione del leader scomparso che avallasse un disegno di quel tipo.
In conclusione, l'uso della memoria di Bettino che hanno fatto e vanno facendo quelli che dovrebbero esserne i più appassionati aficionados ci è parso, tra gli oltraggi postumi al leader socialista scomparso, il più sanguinoso.
Luciano Belli Paci
7 gennaio 2001
Aveva
visto più lontano di altri ma
mancava di senso della misura
Un leader di razza tradito
da se stesso
"Ti farò vedere cosa
si può fare col 9 per
cento"
E si lanciò all'assalto del
Pci di Berlinguer
di MIRIAM MAFAI
ROMA - Succedono cose strane
quando muore qualcuno con il
quale hai avuto, da
giornalista, rapporti
frequenti e spesso polemici,
qualcuno che hai conosciuto e
frequentato, con cui hai
discusso, polemizzato, del
quale hai raccolto interviste
dichiarazioni, talvolta
confidenze. E succedono cose
ancora più strane quando quel
qualcuno è Bettino Craxi,
morto improvvisamente ieri
sera ad Hammamet, da
latitante, condannato da un
Tribunale italiano per
corruzione e ricettazione.
Nella testa di chi lo ha
conosciuto si affollano le
immagini e, non esito a dirlo,
i sentimenti più diversi.
L'ho conosciuto che aveva poco
più di trent'anni,
consigliere comunale (o forse
assessore, non ricordo bene) a
Milano, un ragazzone alto
massiccio che aveva stampata
sulla faccia la voglia e la
"felicità" del far
politica. Scrivendone, previdi
per quel giovanotto milanese
un avvenire da leader. L'ho
visto, l'ultima volta, come lo
videro in televisione milioni
di italiani, sulla soglia
dell'hotel Raphael, sua
residenza romana, fatto
oggetto degli insulti della
folla che si era radunata
davanti all'albergo e del
lancio delle monetine al grido
di "ladro, ladro".
Meno di trent'anni dividevano
quelle due immagini,
trent'anni nel corso dei quali
l'uomo politico di razza che
era (perché lo era, senza
dubbio) aveva raggiunto una
serie di successi - primo
socialista a entrare a Palazzo
Chigi e rimanervi per ben tre
anni rompendo la serie dei
governi brevi e impotenti cui
sembrava destinata la Prima
Repubblica - ma aveva mancato
il più alto, quello di
diventare il Mitterrand
italiano, e aveva dissipato
per una sorta di cieca
avidità, nella certezza o
nella illusione della
impunità, tutto il suo
patrimonio politico.
E lo ricordo ancora al Midas,
il brutto albergo sulla Via
Aurelia, quando un Psi diviso
e rissoso, ridotto a poco più
del 9% dei voti ma ricco di
personalità di primo piano,
decise di affidare i suoi
destini a quel quarantenne che
aveva costruito la sua
carriera all'ombra di Pietro
Nenni e che, prudentemente,
non aveva nemmeno preso la
parola nel corso dei lavori di
quel Comitato Centrale. Era il
16 luglio del 1976, nelle
stanze e nei corridoio del
Midas faceva un caldo
soffocante. Qualcuno,
sbagliando, pensava che si
trattasse di una soluzione
provvisoria, di transizione.
Lo avevano sottovalutato.
L'uomo è intelligente,
ambizioso, spregiudicato. Ha
coltivato negli anni ottimi
rapporti con i leader
socialdemocratici europei.
Viene definito "il
tedesco" non solo per la
sua capacità di lavoro e per
i suoi legami con la
socialdemocrazia tedesca, ma
anche e forse soprattutto per
la durezza del temperamento.
Sulla stampa viene presentato
subito come "il tedesco
del Psi che non ama il Pci".
E' vero, Bettino Craxi non ama
i comunisti, che nelle
elezioni del 20 giugno 76
hanno raggiunto il 33% dei
voti, ma, soprattutto - è
questo il suo tratto
caratteristico - non ha
nessuna soggezione politica o
culturale nei loro confronti.
A un intervistatore (è Fausto
De Luca della Repubblica) che
gli chiede: "A lei fa
paura il Pci?", risponde:
"Mi fa paura il
comunismo, non il Pci". E
prosegue: "I giovani
hanno avuto il Vietnam come
grande esperienza, la mia
generazione si è invece
formata sotto il trauma
dell'Ungheria".
Primum vivere: questo
l'obiettivo del nuovo
segretario del Psi. E anche
soltanto vivere, o
sopravvivere, per un partito
socialista ridotto al suo
minimo storico non è facile
stretto come si trova tra i
due partiti maggiori, il Pci
(quello che Bobbio definirà
in quei giorni il
"terribile cugino")
e la Dc, che insieme, con
circa il 75% dei voti, stanno
avanzando sulla strada del
"compromesso
storico". Primum vivere,
e dunque stare nell'alleanza
di governo (anche il Psi si
asterrà sul governo Andreotti)
ma insieme prendere le
distanze dai comunisti. Nel
Transatlantico di Montecitorio
che il neosegretario
socialista frequentava allora
volentieri (solo più tardi
comincerà a definirlo un suk
e a definire i giornalisti
"raccoglitori di
cicche") Bettino Craxi in
quei convulsi giorni del 1976
mi prese da parte, mi confidò
alcuni dei suoi progetti
("Cambiare, cambiare, è
ora di portare gente giovane
in tutti i posti di comando
del partito") per poi
concludere: "Ti farò
vedere io cosa si può fare
anche soltanto con il 9% dei
voti". E, in effetti, ce
lo fece vedere.
Quel 9% dei voti, una miseria,
doveva servire a
"sparigliare". Nei
confronti della Dc di Moro
(che non amava ed anzi
disprezzava l'alleato
socialista) e nei confronti
del Pci di Enrico Berlinguer.
Dal segretario del Pci,
ideatore del "compromesso
storico" lo divideva
tutto. Erano due figure
opposte, per temperamento
stile cultura, persino per
struttura fisica: fragile e
quasi timido l'uno, aggressivo
e corpulento l'altro, severo
nei costumi e nei
comportamenti l'uno, amante
delle donne e della buona
cucina l'altro. Avevano in
comune un solo vizio, il fumo,
che gli aveva reso giallastri
i polpastrelli e le unghie.
Berlinguer era un accanito
fumatore di Turmac, Craxi
preferiva (o gli avevano
consigliato) delle sottili
sigarette alla menta.
Cominciò a sparigliare
subito, nel 1978 quando di
fronte a un Pci impegnato
nella "linea della
fermezza" e quindi nel
rifiuto di ogni trattativa con
le Br che avevano rapito Moro,
sostenne la linea della
ricerca di una "soluzione
umanitaria". E continuò
a "sparigliare",
sempre. In pochi anni
Berlinguer e Craxi bruciarono,
anche in virtù dei diversi
caratteri e della reciproca
diffidenza, ogni possibile
occasione di incontro o anche
soltanto di azione comune.
Così quando Berlinguer
privilegiava, nella
prospettiva del
"compromesso
storico", l'accordo con
la Dc, Bettino Craxi
rilanciava dal congresso di
Torino un progetto, sia pure
confuso, per l'alternativa di
sinistra. E quando Berlinguer,
nel 1980 avanzerà l'ipotesi
dell'alternativa, Bettino
Craxi sarà già su un'altra
lontanissima sponda.
Il Psi aveva sempre soltanto
il 10% dei consensi. Ma di
quel partito Bettino Craxi non
è più il segretario, ma il
padrone assoluto, il fuhrer,
come commenterà amareggiato
Riccardo Lombardi. Viene
incoronato padrone assoluto al
congresso di Palermo, più
simile ad una
"convention"
americana che a un
tradizionale congresso di
partito, mentre centinaia di
belle ragazze distribuiscono
tra la platea dei delegati e
per le strade della città, i
garofani arrivati, a decine di
migliaia, con un treno
speciale.
Bettino Craxi ha capito tutto,
in anticipo. Ma la sua
dismisura lo porterà alla
rovina. Ha capito che un
partito moderno ha bisogno di
una direzione monocratica, di
un leader, in grado di
muoversi sulla scena politica
con assoluta libertà; ha
capito che, più che il
radicamento sociale, è
importante il controllo del
sistema dei media (di qui il
suo legame con Berlusconi); ha
capito infine che tra tutti i
mezzi per l'azione politica,
la priorità va assegnata alla
risorsa finanziaria. Il
vecchio Nenni, quando era
diventato vicepresidente nel
governo di centro sinistra,
aveva invano cercato a Palazzo
Chigi "la stanza dei
bottoni". Il suo
discepolo, Bettino Craxi,
capì che i veri bottoni da
schiacciare erano quelli della
cassaforte. Un finissimo
storico socialista, Luciano
Cafagna, ha scritto che Ghino
di Tacco (secondo la felice
definizione di Eugenio
Scalfari), per poter
taglieggiare gli alleati, per
poter fare il ricattatore di
professione, aveva bisogno di
assoluta autonomia anche sul
piano finanziario. Di qui la
sua passione, la sua
spregiudicatezza negli affari.
Anzi, scrive Cafagna, si
poteva fare di più: "e,
attraverso un disegno
diabolico, collocarsi come un
ragno, al centro della tela
del finanziamento politico,
ampliandola a proprio favore
più rapidamente degli altri,
in modo da farsene addirittura
regista e redistributore. E
diventare così
definitivamente centrale,
indispensabile, arbitro".
Per una drammatica ironia
della storia, questo sembra
l'unico vero disegno portato a
compimento dal leader
socialista che pure si era
proposto obiettivi assai più
ambiziosi, quale quello di
modernizzare il paese
attraverso una Grande Riforma
(pur non ben definita) che
rendesse possibile una
autentica alternativa, che
presupponeva però l'esistenza
di una grande forza di
sinistra socialista. Ma quando
questa occasione, dopo la
caduta del Muro di Berlino si
presenterà, a lui, che ambiva
essere il Mitterrand italiano
mancò la necessaria lucidità
politica e il coraggio.
Accecato dall'arroganza e
dall'avidità di potere,
preferì scommettere sulla
fine del Pci, il
"terribile cugino"
che stava affrontando il
travaglio della fuoruscita
dalla sua vecchia storia (e ne
sarebbe sia pure faticosamente
uscito a prezzo di una
profonda lacerazione).
Né si accorse, Bettino Craxi,
della valanga che si stava
abbattendo sul suo partito. E
quando Mario Chiesa venne
arrestato, a Milano, con le
tangenti ancora in tasca,
pensò di poter liquidare la
vicenda, definendo lo stesso
Chiesa da
"mariuolo". Era il
febbraio del 1992. E Craxi si
illudeva ancora - singolare
cecità - di poter definire i
futuri assetti del paese,
spartendosi con Andreotti il
Quirinale e Palazzo Chigi.
Poco dopo, doveva affrontare
l' umiliazione del lancio di
monetine davanti al Raphael, e
poi la incriminazione e la
condanna. Aver trovato e
largamente usato i bottoni
della cassaforte provocava il
suo suicidio politico.
La Repubblica
(20 gennaio 2000)
"Io,
la sinistra e i meriti di
Craxi"
Amato: quanti errori, ma
fu un rapporto pulito
Presidente Amato, molti
vorrebbero capire come e
perché la sua storia politica
la portò al fianco di Craxi,
a condividerne le
responsabilità e le idee;
come e perché foste insieme
per anni, come e perché lui e
altri furono travolti dalla
slavina politica e lei invece
no.
"Dovremo fare un passo
indietro e cominciare
dall'epoca in cui Bettino
Craxi emerse nella politica
italiana, quando il Psi
sembrava affondare (...) Nel
partito il nostro leader di
riferimento restava Giolitti,
ma lo scossone interno al
partito, nel famoso Comitato
centrale dell' hotel Midas,
portò all'ascesa di Craxi
come segretario. Ci
aspettavamo che fosse
possibile eleggere Giolitti
alla segreteria e invece
un'intesa tra quelli che
chiamavamo "i
colonnelli" (Craxi,
Claudio Signorile, Enrico
Manca) lo aveva impedito.
Tuttavia pensavamo che il
nuovo assetto interno non
avrebbe retto, che la
competizione tra le correnti
avrebbe reso la situazione
altamente instabile. Più
avanti, nel 1980, ci fu un
Comitato centrale in cui
sembrava che la prospettiva di
una segreteria Giolitti si
potesse realizzare. All'epoca
non ricoprivo una posizione
dirigenziale nel partito, ma
facevo parte del Cc e del
gruppo che si riconosceva in
Giolitti. Grazie al rapporto
che avevo con Norberto Bobbio,
convinsi anche lui a
partecipare alla riunione per
sostenere la candidatura
giolittiana. Ma in
quell'occasione furono due, a
mio avviso, gli eventi
determinanti. Il primo fu il
discorso dello stesso Giolitti,
che non riuscì a far breccia
nella maggioranza. L'altro fu
il sostegno fornito a Craxi da
Gianni De Michelis, che si
staccò dalla corrente della
sinistra lombardiana guidata
da Signorile. A quel punto non
c' era più nulla da fare
(...)".
Il tentativo di farlo fuori
deve averlo non poco
innervosito.
"Passò del tempo e
dovetti riconoscere che Craxi,
ormai saldamente in sella come
segretario del Psi, si era
dimostrato in grado di fare
cose di cui prima, per quel
poco che lo conoscevo, non lo
avrei creduto capace. A un
certo punto maturarono in me
due convinzioni. La prima era
che l'uomo era riuscito a dare
una voce unica ai socialisti,
accrescendone enormemente la
credibilità. Per lungo tempo
il Psi era stato visto come un
partito in cui non c'era
accordo su nulla (...). Con
Craxi tutto ciò era finito:
era lui ad esprimere la
posizione socialista,
sovrastando ogni altra voce.
Il suo secondo merito era
stato quello di agganciare il
Psi alla famiglia del
socialismo internazionale.
Così, in una successiva
riunione del Cc socialista,
intervenni per differenziarmi
dalla componente giolittiana.
Piuttosto che rimanere su un'
incerta posizione di
astensione, dissi, è meglio
prendere "il Craxi per le
corna" cioè accettarne
pregi e difetti per lavorare
con lui in un clima di leale
cooperazione".
Molti ebbero l'impressione che
a un certo punto, negli anni
del pentapartito, l'obiettivo
ultimo dell'alternativa fosse
andato smarrito.
"Questo fu materia di
disputa tra me e Giolitti. Si
può dire che Craxi, una volta
rientrato il Psi al governo,
avesse abbandonato l'orizzonte
dell'alternativa, assumendo
come prospettiva strategica
l'alleanza con la Dc? Io
continuavo a pensare che non
fosse così. Per come si
misero poi le cose nel
1989-90, devo dire che forse
aveva ragione Giolitti. Ma il
governo Craxi, nel 1983,
nacque all'insegna di una
felice ambivalenza. E
all'epoca il Psi raccoglieva
consensi proprio in questa
prospettiva".
Nel 1983 lei fu chiamato da
Craxi al governo, come
sottosegretario alla
presidenza del Consiglio. Qui
viene la fase centrale della
sua esperienza con lui. Fu
all'altezza delle aspettative
che la avevano spinta a
schierarsi con lui e a
separarsi da Giolitti?
"Sì, e a Palazzo Chigi
vidi emergere altre doti del
personaggio. Constatai che,
dopo aver affermato la
predominanza della propria
voce sul cicaleccio del Psi,
si rivelava in grado di
imporsi e decidere anche in
sede di governo. In un
esecutivo di coalizione è
fondamentale che il capo del
governo senta il momento della
decisione, se ne assuma la
responsabilità e la sappia
imporre, facendo percepire a
tutti che la scelta tocca a
lui e a nessun altro. Ebbene,
questa capacità Craxi la
dimostrò più volte in modo
efficacissimo. Si ricorda
soprattutto il clamoroso
episodio di Sigonella, che
suscitò consensi anche a
sinistra per una certa
riscoperta dell'orgoglio
nazionale nei riguardi degli
Stati Uniti (...). Penso poi
alla decisione di scommettere
la testa, nel 1985, sul
referendum promosso dal Pci
per abrogare il decreto che
aveva tagliato la scala
mobile: fu una scelta
salvifica per l'economia
nazionale. Ma Craxi lo emanò
anche perché su quel terreno
era in grado di contrapporsi
ai comunisti, di sfidarli in
un duello che lui aveva la
possibilità di vincere".
Nello scontro tra Berlinguer e
Craxi, che divampò sulla
scala mobile, c'erano anche
altre poste. La questione
morale era già un problema
acuto.
"C'è da osservare come i
due leader concentrassero la
loro attenzione su aspetti
diversi ed egualmente
importanti della crisi
italiana, ma come nessuno dei
due riuscisse a cogliere
quanto di buono c'era nelle
posizioni dell'altro (...).
Berlinguer, tramontato il
progetto del compromesso
storico, aveva sottolineato
con forza la diversità
comunista come espressione di
una superiore tensione morale,
rispetto alle gravi
degenerazioni della vita
pubblica. A Craxi quel tema
non interessava: era un uomo
di potere, attento anche ai
poteri abusivi, e non vide la
portata di una questione che
stava crescendo nel Paese. Nel
Psi cominciavano a emergere
fenomeni negativi, ma non
erano al centro della sua
attenzione. Al contrario
Berlinguer aveva capito che la
questione morale sarebbe
presto divenuta esplosiva, ma
non avvertiva la domanda di un
governo responsabile che
saliva dalla società".
La lotta tra Pci e Psi era una
lotta per la vita o per la
morte; sia Craxi che
Berlinguer sembravano viverla
così. Il che lasciava ben
poco spazio a possibilità
d'intesa.
"E' stata proprio questa
attitudine a concepire la
lotta politica in termini di
mors tua vita mea a
determinare l'epilogo
sbagliato del lungo duello a
sinistra, vanificando la
"felice ambiguità"
che avrebbe dovuto portare
all'alternativa. Ciò avvenne
dopo la caduta del Muro di
Berlino, quando i socialisti
commisero un errore letale,
del quale anch'io, che pure
non ero convinto della linea
adottata allora dal partito,
devo assumere la mia parte di
responsabilità. Qui
s'intrecciano comportamenti
personali e fatti politici. Io
non ero tra quelli che
dicevano sempre di sì a Craxi.
Non era così il mio rapporto
con lui. E a volte lui si
accorgeva che non ero d'
accordo semplicemente perché
tacevo. Piuttosto che
manifestare fragorosamente il
mio dissenso, come faceva in
qualche occasione De Michelis,
preferivo rimanere in
silenzio. Perché lo facevo?
Perché sentivo la
soverchiante autorità del
capo? Oppure perché affidavo
il rapporto con il mio
interlocutore a un gioco
intellettuale, nel quale
un'argomentazione che non
viene raccolta finisce per
cadere? Non lo so, potrebbero
essere vere entrambe le cose.
Fatto sta che molte volte
Craxi aveva accolto il mio
punto di vista perché aveva
percepito che io, tacendo, non
condividevo il suo. Comunque
sia, dopo il 1989 Craxi era il
leader potenziale di tutta la
sinistra italiana".
Ma intanto arrivano governi
democristiani: Fanfani, Goria,
De Mita, Andreotti e il Caf.
"Nella legislatura
iniziata nel 1987, le ragioni
della governabilità ci
avevano indotto a sostenere
governi a guida democristiana.
Ma gli eventi ormai stavano
maturando e pareva che quella
fase di transizione storica
dovesse finire. La caduta del
Muro faceva pensare che fosse
ormai una questione di mesi.
Ci fu il governo Goria, nel
quale io fui vicepresidente
del Consiglio e ministro del
Tesoro. Lasciai il governo nel
1989, quando a Palazzo Chigi
tornò Giulio Andreotti,
perché - così mi disse Craxi
- con le mie politiche di
bilancio e il sostegno al
ticket ospedaliero avevo
superato il limite che il Psi
poteva tollerare. Se anche
altre fossero le ragioni della
mia esclusione dall'esecutivo,
non l' ho mai saputo (...).
Per due mesi mi isolai
completamente nella mia casa
di Ansedonia. Poi Craxi mi
telefonò e mi prospettò
l'ipotesi che il partito,
entrato Martelli al governo,
avesse non più uno, ma tre
vicesegretari, tra i quali
dovevo esserci anch'io.
Accettai e tornai a via del
Corso, con un compito che in
sostanza era sempre lo stesso
e, lo sottolineo, non aveva
niente a che fare con
l'amministrazione del partito.
Era ormai alle spalle il
crollo del Muro di Berlino, il
Pci si era sciolto, era nato
il Pds. Quello poteva essere
l'anno della conquista di ua
sinistra unita. Quando cadde,
nel 1991, il governo Andreotti,
messo in crisi dal Psi, io
ebbi la sensazione che fosse
arrivato il momento di
sciogliere la "felice
ambiguità" e puntare
sull'alternativa. Si trattava
di provocare lo scioglimento
anticipato delle Camere e
cambiare le carte in tavola.
Il mondo mutava sotto i nostri
occhi, era caduto il Muro, la
nostra collaborazione con la
Dc si faceva sempre più
stentata (...). La crisi del
1991 sembrava offrire
l'occasione per una svolta.
Non andò così. Per un
insieme di circostanze, Craxi
accettò che nascesse un nuovo
governo Andreotti. Osteggiato
dalla Dc e dagli stessi
pidiessini, che in teoria
erano i beneficiari della
crisi, ma non osavano
affrontare le elezioni, Craxi
rinunciò. E io ho sempre
pensato che, nonostante le
enormi difficoltà della
situazione, il Craxi di
Sigonella non avrebbe
rinunciato".
Aveva perso le doti dell'epoca
di Palazzo Chigi? E come mai?
"Non so se avesse dei
motivi particolari di
preoccupazione. Forse ebbe un
peso anche la sua malattia,
molto seria, alla quale teneva
testa solo grazie alla sua
fibra veramente robusta,
perché nei fatti non si
curava, era sregolatissimo. Mi
venne detto da medici esperti
che l'incedere del diabete
determina anche incertezze
nuove nel carattere delle
persone che ne soffrono. Può
essere dunque che il suo
ritrarsi da una decisione
rischiosa fosse anche la
conseguenza di un cattivo
stato di salute. Certo è che
fu un passaggio determinante,
perché a quel punto finimmo
per contare più sulla
definitiva disfatta dell'ex
Pci che non sulla prospettiva
di assumere noi la guida della
sinistra. Sbagliammo: invece
di attendere che il cadavere
del Pds passasse sul fiume,
avremmo dovuto invocare noi le
ragioni della convergenza.
Questa fu la prima occasione
nella quale colsi in Craxi un
certo appannamento. La
seconda, notissima, riguardò
il referendum sulla preferenza
unica. Craxi esortò gli
elettori ad astenersi, chiese
loro di andare al mare e non
ai seggi, senza rendersi conto
che avrebbe ottenuto l'effetto
opposto" (...).
Poi nel 1992 esplose
Tangentopoli, che costrinse
Craxi a rinunciare all'ipotesi
di tornare a Palazzo Chigi. E
a quel punto nacque il primo
governo Amato. Ci furono
tentativi di coinvolgere
direttamente Palazzo Chigi
nello scontro tra i giudici di
Milano e i politici inquisiti.
"C'è, che molti mi
rimproverano, del cosiddetto
"poker d' assi". Io,
come capo del governo, non
pensavo di dover partecipare
alla direzione del partito né
che quella fosse la sede
adatta per fare i conti con
Antonio Di Pietro. Ci fu alla
fine di agosto, a via del
Corso, una riunione cui Craxi
mi invitò, perché tenessi
una relazione sulla situazione
economica alla vigilia della
legge finanziaria. Io
illustrai i problemi dei conti
pubblici e poi lui affrontò
l'argomento Di Pietro,
enumerando le accuse nei suoi
confronti che sono passate
alla storia come "poker
d' assi": un'espressione
attribuita a Rino Formica,
benché lui non l'avesse
usata. Da allora non
partecipai più alla direzione
del Psi, anche perché non ero
d'accordo con quel modo di
procedere. Craxi, prima
dell'estate, aveva espresso
più volte i suoi dubbi sulla
persona di Di Pietro, che poi
sono stati anche oggetto di
indagini della procura di
Brescia, dalle quali l'ex pm
di Mani pulite è uscito
completamente scagionato.
All'epoca io, Balzamo e
Martelli suggerimmo a Craxi di
passare quegli elementi ai
suoi avvocati, in modo che
facessero un esposto in sede
giudiziaria. Rimanemmo tutti
sorpresi quando invece vedemmo
gli stessi argomenti apparire
in forma di corsivi dell'
"Avanti!". Fu una
scelta personale di Craxi, che
non condivisi
assolutamente".
Poi viene il momento forse
più acuto di contrasto con
Craxi e di tensione tra il suo
governo e l'opinione pubblica.
Il segretario del Psi voleva
chiaramente provvedimenti
politici di garanzia per i
politici accusati di
corruzione.
"Gli ultimi colloqui che
ebbi con lui riguardarono
proprio questi temi. Si pose
la questione del finanziamento
illecito dei partiti. Io
ritenevo corretto
depenalizzarlo, come in
effetti poi si è fatto, ma
reputavo impensabile eliminare
ogni sanzione per
comportamenti del genere o
addirittura depenalizzare
reati molto gravi come la
corruzione e la concussione.
Anche qui tra me e Craxi ci
furono punti di vista diversi.
Io gli spiegavo che qualcosa
si poteva fare, ma c'erano dei
limiti invalicabili. Craxi mi
ascoltava, non mi
contraddiceva, ma chiaramente
non era persuaso. Nel nostro
ultimo incontro, però,
parlammo anche di politica. E
lui mi disse: "Visto che
si va verso un sistema
elettorale maggioritario, tu
devi cercare di ridurre la
tensione tra noi e gli ex
comunisti, perché in futuro
un rapporto con loro lo
dovremo comunque
riallacciare". Mi parlò
così anche se la sua vicenda
giudiziaria era già
cominciata e stava iniziando,
da parte del Pds, un'inaudita
strumentalizzazione
dell'inchiesta Mani pulite per
distruggere Craxi".
In definitiva oggi qual è il
suo giudizio sulla figura di
Craxi?
"E' una persona che ha
contato molto nella mia vita,
mi ha fatto crescere e mi ha
fatto anche soffrire. Ho
sempre continuato a
rispettarlo, anche dopo la sua
disgrazia politica. I
socialisti, in questi ultimi
anni, si sono specializzati
nelle polemiche personali. Io
invece certe riflessioni
critiche continuo a tenermele
dentro. Considero immorale
attaccare una persona con cui
ho avuto quel tipo di legame.
Posso comportarmi così
perché il mio rapporto con
Craxi è stato sempre pulito,
per cui non devo prendere le
distanze da lui per rendere la
mia immagine più accettabile
ad altri. Per queste ragioni
non mi sono mai associato a
facili cori di critica,
nemmeno dopo che tra me e lui
era sceso il silenzio, che
ciascuno di noi due
probabilmente spiegava con una
responsabilità dell'altro: io
che non lo avevo più cercato
dopo la sua partenza
definitiva per Hammamet, lui
che non mi aveva fatto neppure
una telefonata dopo la caduta
del mio governo".
Infine venne l'epoca dei fax
da Hammamet.
"Ho taciuto anche quando
lui, reagendo regolarmente
allorché leggeva cose che non
gli garbavano in qualche mia
intervista, mandava in giro
fax contenenti allusioni su di
me che assolutamente non
meritavo, no proprio non
meritavo (e lui lo sapeva
bene). In simili circostanze
ho ritenuto che fosse mio
dovere morale astenermi da
ogni commento. Il mio silenzio
può essere stato male
interpretato, ma non me ne
importa niente, perché
conosco la realtà di quel
rapporto e continuo a
rispettarlo".
Ha imparato cose da lui?
"Da Craxi ho imparato
diverse cose su come si fa
politica, perché è stato un
leader di grandi qualità. Da
lui ho imparato a percepire
quando arriva il momento della
decisione e tu te ne devi
assumere la responsabilità.
Ho imparato inoltre che non si
può esaurire la politica
sulla scena domestica: quando
ancora non si parlava di
globalizzazione, lui mi fece
capire bene che bisogna
guardare sempre oltre
l'orticello di casa e sapersi
creare una rete di rapporti
internazionali (...). Craxi
commise diversi errori, ma
quando si valuta l'opera di un
uomo, bisogna fare con
equanimità il bilancio del
bene e del male".
La Repubblica
8.9.2000
L’audace parabola del craxismo
di Gaetano Arfé
Il disegno di Bettino Craxi era ambizioso: ridimensionare il Pci per riunificare
nel Psi tutti i riformisti. Ma quel progetto si è infranto proprio mentre
cadeva il muro di Berlino. E - come se l’Italia fosse un paese dell’Est -
nella crisi si è disintegrata anche la storia dei socialisti italiani. Una
ricerca da riaprire oltre l’effetto Tangentopoli
Bettino Craxi è stato, dopo Togliatti, l'uomo politico che, pur nella sua
rozzezza culturale, ha meglio intuito l'importanza della "battaglia delle
idee" nella lotta politica, cogliendovi successi dei quali (per errori e
colpe non attribuibili al destino cinico e baro di saragattiana memoria) non gli
è stato concesso di diventare beneficiario. Egli era divenuto, grazie al
concorso di circostanze in parte fortuite, capo di un partito logorato da un
esercizio del potere dove il negativo aveva finito col prevalere sul positivo,
diviso in correnti rissose, intrappolato nella stretta del "compromesso
storico", sottoposto da sempre, in forme mutevoli e duttili, a una
pressione vigile, costante e pesante da parte del Partito comunista.
Il problema politico principale di Craxi era perciò quello di allentare la
presa del Pci, fino ad annullarla, contrastandone al tempo stesso l'influenza
che, con articolazioni e modi diversi, si estendeva a tutte le forze comprese in
quello che allora veniva definito l'arco costituzionale, le forze che avevano
votato la Costituzione e che in essa si riconoscevano. Si trattava in sostanza,
per dirla con una formula d'uso comune, di metterne in crisi l'egemonia
lungamente esercitata, la capacità - diceva Giorgio Amendola - di indirizzare
gli alleati e di intimidire gli avversari, senza ricorrere al bastone, con la
forza delle idee e le armi della politica.
Il costruttore di questa egemonia era stato Palmiro Togliatti. Il suo partito si
era presentato agli intellettuali come il partito di Gramsci, elevato da
Benedetto Croce all'altezza dei maggiori pensatori italiani; agli antifascisti
come il partito che aveva pagato il più alto prezzo di persecuzioni e di
sangue, il partito dei carcerati e dei fucilati; ai cattolici come il partito
dell'articolo 7, della pace religiosa in Italia. Si era presentato ai monarchici
come il partito che aveva impedito che alla pregiudiziale repubblicana si
sacrificasse l'unità nazionale; ai fascisti, come il partito dell'amnistia, il
partito della pacificazione, che ammetteva nella comunità nazionale quanti,
senza macchiarsi di crimini, avevano aderito al fascismo e alla repubblica di
Salò per un malinteso amor di patria. Ai socialisti, infine, il partito
comunista si presentava come il giovane rigoglioso virgulto del vecchio tronco,
che indicava la via dell'unità di classe, attraverso il superamento delle
esperienze di un riformismo imbelle e di un massimalismo inconcludente.
Il suo punto debole, e alla lunga letale, era lo stalinismo, un'insanabile
contraddizione col partito nuovo teorizzato e costruito da Togliatti, e gli
effetti di questa contraddizione, per un paradosso solo apparente, erano
destinati a far sentire i loro effetti via via che ci si allontanava dalla fase
più drammatica della guerra fredda. Di questo Craxi ebbe lucida intuizione.
Egli avvertì che le fondamenta sulle quali questa egemonia poggiava erano
corrose dal trascorrere del tempo e dal mutare dei tempi, che il meglio della
cultura comunista si era sclerotizzato in senile accademia, che il gruppo
dirigente del partito, nonostante gli sforzi pressoché solitari di Enrico
Berlinguer, era nel suo complesso incapace di promuovere un'opera di
rinnovamento profondo e convincente nei tempi brevi imposti dall'accelerarsi del
corso delle cose. Era questa per lui la prima, necessaria e sufficiente
condizione per dare battaglia senza cadere nel velleitarismo.
La seconda, per certi aspetti pregiudiziale, era quella di non avere intralci
all'interno del partito, sempre pronto a dividersi, anche per ragioni deteriori
di tattica interna sul problema del rapporto con i comunisti. Anche qui egli si
mosse alla luce di un'intuizione confermata dai fatti. Le correnti, come egli
stesso ebbe a dire, scomparsi o in declino gli uomini che le avevano nutrite di
ideologia e di politica, erano divenute "rami secchi" o, ancora
peggio, delle compagnie di ventura, come le definì Riccardo Lombardi, che ne
fece sulla propria pelle diretta e amara esperienza. E difatti, le due maggiori
personalità sopravvissute, Francesco De Martino e lo stesso Lombardi, erano
ancora i capi autorevoli e indiscussi delle due maggiori correnti, ma intorno al
loro candore si erano raccolti giovani scalpitanti, vogliosi di uscire di
tutela, anelanti all'arrembaggio. Assorbirli e asservirli, isolando i capi e
liquidando gradualmente i refrattari, era solo un problema tattico che egli
risolse con destrezza da manuale, evitando scontri politici, alla luce di un
disegno che era di "normalizzazione", ma anche di modernizzazione e
che meriterebbe di essere studiato meglio di quanto sia stato fatto nella
letteratura politologica corrente.
Il disegno di Craxi, ambizioso ed audace, fu quello di ridimensionare il Partito
comunista, contendendogli l'egemonia fino a strappargliela, costringerlo a fare
i conti con un Partito socialista rinnovato e galvanizzato da una ritrovata
carica di quel patriottismo di partito troppo a lungo mortificato dal
"grande fratello", che non aveva mai rinunciato a
"indirizzarlo", adeguando alle circostanze tattiche e tecniche. Fu così
che Craxi cominciò a vibrare i suoi colpi, con ben calcolata gradualità,
scegliendo e variando i suoi bersagli con tattica corsara, in relazione alle
resistenze incontrate e ai risultati conseguiti, in maniera da rendere
difficoltoso a un quadro dirigente avvezzo a campar di rendita sulla eredità
togliattiana e col fiato ormai corto, qualsiasi tentativo di opporgli una linea
di difesa mediata e non puramente passiva.
L'offensiva ebbe un inizio a prima vista quasi pittoresco, con una estemporanea
contrapposizione del libertario Proudhon all'autoritario Marx. Nella reazione
comunista le note della sufficienza saccente si accompagnarono a quelle
dell'imbarazzo. Per la prima volta i comunisti si trovarono a dover giustificare
il loro marxismo, a difendersi dall'accusa di conformismo, a contestare,
perfino, la presunta modernità di Proudhon con argomenti validi e apprezzabili
in un convegno scientifico, privi di ogni mordente in un dibattito ideologico
scopertamente strumentale.
Le mie riserve di fronte a Craxi riformista non erano frutto di indulgenze
massimalistiche. Le prime, che rimasero inespresse, derivavano da una istintiva
diffidenza nei confronti di un'operazione che non riuscivo a ritenere ispirata
dalla volontà di recupero di una tradizione poco congeniale alla sua personalità
politica e ancora meno da un'ansia di chiarezza dottrinale. Mi domandavo quale
senso volesse avere il proclamare un ritorno al riformismo che nel dibattito
ideologico interno aveva originariamente significato contrapposizione del
legalitarismo all'insurrezionismo, dalla democrazia parlamentare alla democrazia
dei soviet. Su questo terreno Togliatti, portandoci di suo una sentita e
risentita repulsione intellettuale per ogni eresia di sinistra, era andato al di
là di Turati, anche se all'apologia da lui fatta di Giovanni Giolitti non aveva
accompagnato alcun cenno autocritico per gli insulti deposti, a suo tempo, sulla
bara di Turati morto in esilio.
Il secondo ordine di considerazioni riguardava il merito della questione. Lo
stesso Turati, osservai, aveva accolto con fastidio la qualifica di riformista:
per lui esistevano due socialismi soltanto, quello di chi sapeva e quello di chi
ignorava che cosa il socialismo fosse.
E poi, di riformismi in Italia ce ne era stato più d'uno. C'era stato quello di
Turati e del suo gruppo, che era restato ancorato al marxismo, che aveva tenuta
ferma la critica del sistema capitalistico ed era rimasto fedele all'ipotesi che
l'ineluttabile sbocco delle sue contraddizioni interne, alla lunga insanabili,
sarebbe stato l'avvento di un ordine fondato sulla collettivizzazione dei mezzi
di produzione e di scambio. C'era stato il riformismo dichiaratamente
revisionistico di Bonomi e di Bissolati che dissociava le riforme dal
socialismo. C'era stato quello, tendenzialmente agnostico, di alcuni capi delle
grandi organizzazioni di classe sindacali e cooperative; di esso il riformista
Gaetano Salvemini aveva denunciato le involuzioni settoriali, corporative e
localistiche e la conseguente subordinazione al "ministro della
malavita" Giolitti e al suo sistema di potere; contro di esso si era
duramente scagliato Matteotti per i suoi capitolanti propositi di
"collaborazioni tecniche" col fascismo.
Una chiarificazione in questa aggrovigliata problematica dottrinale, storica e
storiografica sarebbe stata di grande interesse e avrebbe introdotto fermenti
vitali nella languente cultura politica socialista, ma non vedevo a che cosa
potesse servire il rimettere in circolo una formula che aveva ormai una sua
collocazione nella storia.
Ancora alla vigilia del primo centenario del Partito socialista - io ne ero già
uscito da qualche anno ed ero senatore della Sinistra indipendente - in un
incontro causale nei corridoi di Montecitorio, Craxi mi invitò a collaborare
alla preparazione di un programma per la celebrazione dello storico evento. La
sua idea, mi disse, era che esso avesse a tema politico l'unità socialista e a
bandiera l'autonomia del socialismo, senza discriminazioni a sinistra che non
fossero quelle nei confronti della tradizione staliniana.
Le mie esperienze in materia erano antiche, risalivano al 1952, l'anno del
sessantesimo anniversario della fondazione del partito. Regista dell'operazione
era stato allora Gianni Bosio e i risultati conseguiti - come ultimo testimone
ne ho solo fugacemente rievocato qualche episodio - meriterebbero di essere
fatti oggetto di una specifica e difficile ricerca, perché furono, per merito
di Bosio, nel clima greve del frontismo imperante, la prima manifestazione di
autonomia da sinistra. Con cautele cospiratorie si parlò della Prima
Internazionale senza insultare Bakunin, in qualche conciliabolo si fece il nome
della "spontaneista" Rosa Luxemburg, alla quale l'eretico Lelio Basso
si era legato di romantico postumo amore. Ancora con Bosio, dieci anni dopo, con
una qualificata partecipazione di storici comunisti, promuovemmo un convegno i
cui atti furono pubblicati col titolo Il movimento operaio italiano. Bilancio
storiografico e problemi storici che resta documento importante su quello che
era allora lo stato sugli studi e sui temi del dibattito storiografico apertosi
col "disgelo" seguito alla morte di Stalin e al XX congresso.
Nel '72, episodio di rilievo, ma fuori delle celebrazioni, fu la costituzione a
Firenze, favorita da Francesco De Martino, segretario del partito, dell'Istituto
socialista di studi storici, divenuto poi Fondazione Turati, che reperì e
incamerò quanto restava dell'archivio del Partito socialista, che raccolse e
raccoglie le carte dei personaggi di primo piano nella vita del partito, che ha
sviluppato e sviluppa un'intensa e continua attività scientifica, in rapporti
di collaborazione con istituti europei di orientamento affine, e che, pur
rimanendo nell'ambito del Partito socialista e sposandone il riformismo, ha
conservato la propria autonomia anche in regime craxiano. Mi pare interessante
ricordare che quando si cominciò a parlare della costituzione di un archivio
storico del partito, Giorgio Amendola, in spirito - come sempre - da fratello
maggiore, ci esortò a far sul serio, osservando che mentre noi accusavamo i
comunisti di essersi appropriati nelle regioni rosse della nostra eredità, non
ci eravamo ancora preoccupati di raccogliere - a sostegno - i documenti della
nostra storia. Gli risposi che, per quanto mi riguardava, l'accusa andava in
senso inverso: che i comunisti non erano stati capaci di raccogliere
quell'eredità in tutta la sua varietà e in tutta la sua ricchezza. La sua
replica fu che avevo ragione e mi consegnò un assegno quale suo personale
contributo alla realizzazione del progetto, che trasse da una sottoscrizione tra
i compagni il suo primo finanziamento.
La proposta di Craxi di associarmi alle celebrazioni del centenario, purché
fosse stata salva l'autonomia scientifica e politica dell'iniziativa, mi parve
meritevole di essere presa in considerazione. Ne discussi con alcuni compagni,
tra i quali qualche superstite del gruppo formatosi intorno a Bosio e qualche
storico comunista ancora non dimissionario dall'impegno politico, tutti
partecipi delle ansie e dei travagli, delle speranze e delle delusioni che
avevano segnato la nostra vita di storici militanti. Ne ebbi più o meno venato
di uno scetticismo, che era peraltro, anche mio, un consenso di massima e
preparai un progetto che trasmisi a Craxi e che rimase senza risposta. Il
socialismo italiano celebrò il suo primo secolo di vita tra gli echi assordanti
della caduta del muro di Berlino e le prime, ma già avvertite, scosse di
Tangentopoli.
C'è da domandarsi a questo punto che cosa sia rimasto dell'operazione craxiana
e quali effetti essa abbia avuto sulla cultura storica e politica del nostro
paese e sulle ideologie della sinistra italiana. C'è innanzitutto da rilevare
che l'ideologia storiografica forgiata da Togliatti, ammodernata in qualche suo
tratto da Amendola - l'abbandono del mito della rivoluzione mancata per colpa
dei socialisti - ne è uscita demolita. Gli ultimi suoi cultori, annidati nelle
file di Rifondazione comunista, sono i soli a ripeterne scolasticamente le
formule. Il revisionismo lirico di Achille Occhetto, quello tattico di Massimo
D'Alema, quello goliardico di Walter Veltroni, hanno avuto da Craxi la strada
spianata.
Con metodi e per fini diversi, la manovra craxiana ha investito però anche
l'ideologia storiografica dei socialisti e a risultarne storpiata e mutilata è
stata l'idea stessa di riformismo. L'esplosione di Tangentopoli ha fatto il
resto. Cadute le barriere dell'opportunità politica, il socialismo è stato
identificato col "craxismo". Sul gracile e strumentale riformismo
craxiano si è abbattuta un'onda turbinosa e torbida carica di un settarismo
deliberatamente e temerariamente alimentato dallo stesso Craxi con la sua
tattica del "bastone e della carota", con le sue provocazioni in
serie, giunte fino alla plateale volgarità dei fischi a Berlinguer, ospite
invitato al congresso socialista di Verona. I risultati sono stati negativi per
tutti: per il Partito socialista, i cui residuati si sono raggruppati in tre o
quattro sgangherate compagnie di ventura, per il Pds che assume i connotati di
un identikit incompiuto; per la sinistra nel suo insieme, che ha visto buona
parte dell'elettorato socialista cadere nelle braccia di Berlusconi o rifugiarsi
nell'astensionismo.
Su tutti questi temi il dibattito storiografico deve riaprirsi; da esso, purché
si lavori nel rispetto dell'etica e delle regole del mestiere, risulterà quello
che è vivo e quello che è morto del nostro patrimonio comune e sarà comunque
la nostra cultura a trarne quel vigore di cui non è mai stata così carente. Si
tratta, in parole semplici e al di là della scelta dei temi, di restituire alla
storia la sua funzione nel rispetto della vita morale. La storiografia
"pura" non esiste. Non c'è vero libro di storia nel quale non si
riflettano le idealità e le passioni dei tempi nei quali viviamo.
da "Aprile" n°25, gennaio 1999