BETTINO CRAXI:
Pluralismo e collettivismo /socialismo e comunismo


Documento manifesto, pubblicato sull’ESPRESSO nel 1978

La storia del socialismo non è la storia di un fenomeno omogeneo. Nel corso di travagliate vicende sotto le insegne del socialismo si sono raccolti e confusi elementi distinti e persino reciprocamente repulsivi. Statalismo e antistatalismo, collettivismo e individualismo, autoritarismo e anarchismo, queste e altre tendenze ancora si sono incontrate e scontrate nel movimento operaio sin da quando esso cominciò a muovere i suoi primi passi come unità politica e di classe. In certe circostanze storiche le impostazioni ideologiche diverse sono addirittura sfociate in una vera e propria guerra fratricida. È così avvenuto che tutti i partiti, le correnti e le scuole che si sono richiamate al socialismo, si sono poste in antagonismo al capitalismo, ma ciò non è quasi mai stato sufficiente ad eliminare divisioni e contrapposizioni. I modelli di società che indicavano come alternativa alla società capitalistica erano spesso antitetici.

La profonda diversità dei «sociaIismi» apparve con maggiore chiarezza quando i bolscevichi si impossessarono del potere in Russia. Si contrapposero e si scontrarono concezioni opposte. Infatti c’era chi aspirava a riunificare il corpo sociale attraverso l’azione dominante dello Stato e c’era chi auspicava il potenziamento e lo sviluppo del pluralismo sociale e delle libertà individuali. Riemerse così il vecchio dissidio fra statalisti e antistatalisti, autoritari e libertari, collettivistici e non.

La divisione si riflesse a grandi linee nell’esistenza di due distinte organizzazioni internazionali I primi, eredi della tradizione giacobina, si raggrupparono sotto la bandiera del marxismo-leninismo, mentre i secondi volevano rimanere nell’alveo della tradizione pluralistica della civiltà occidentale. A partire dal 1919 il socialismo, anche dal punto di vista organizzativo, sarà attraversato da due grandi correnti e da molti rivoli collaterali, che si potrebbero meglio definire solo analizzando la storia dei singoli partiti. Non sono pochi a ritenere che la scissione, vista nelle sue grandi linee, viene da lontano. C’è chi ne vede le radici nella stessa Rivoluzione francese, durante la quale, mentre era in atto la guerra contro l’Antico Regime, si scontrarono due concezioni della società ideale; quella autoritaria e centralistica e quella libertaria e pluralistica. Già nelle analisi di Proudhon per esempio si tenta l’individuazione delle radici etico-politiche del conflitto latente ,che lacerava la sinistra. In Proudhon c’è infatti un’appassionata difesa non solo delle radici ideali della protesta operaia contro lo sfruttamento capitalistico ma anche una percezione acuta della divaricazione sostanziale tra società socialista e la società comunista. Dal lato il comunismo che vuole la soppressione del mercato, la statalizzazione integrale della società e la cancellazione di ogni traccia di individualismo. Dall’altra il socialismo, che progetta di instaurare il controllo sociale dell’economia e lavora per il potenziamento della società rispetto allo Stato e per il pieno sviluppo della personalità individuale.

Proudhon considerava il socialismo come il superamento storico del liberalismo e vedeva nel comunismo una «assurdità antidiluviana» che, se fosse prevalso, avrebbe «asiatizzato» la civiltà europea. Lo stesso Proudhon ci ha lasciato una descrizione profetica di che cosa avrebbe generato l’istituzionalizzazione del rigido modello statalista e collettivistico:
«la sfera pubblica porterà alla fine di ogni proprietà; l’associazione provocherà la fine di tutte le associazioni separate e il loro riassorbimento in una sola; la concorrenza, rivolta contro se stessa, porterà alla soppressione della concorrenza; la libertà collettiva, infine, dovrà inglobare le libertà cooperative, locali e particolari». Conseguentemente sarebbe nata «una democrazia compatta fondata in apparenza sulla dittatura delle masse, ma in cui le masse avrebbero avuto solo il potere di garantire la servitù universale, secondo le formule e le parole d’ordine prese a prestito dal vecchio assolutismo riassumibili:

- comunione del potere;

- accentramento;

- distruzione sistematica di ogni pensiero individuale, cooperativo e locale, ritenuto scissionistico;

- polizia inquisìtoriale;

- abolizione o almeno restrizione della famiglia e, a maggior ragione, dell’eredità;

- suffragio universale organizzato in modo tale da sanzionare continuamente questa sorta di anonima tirannia, basata sul prevalere di soggetti mediocri o perfino incapaci e sul soffocamento degli spiriti indipendenti, denunciati come sospetti e, naturalmente, inferiori di numero».

Qui, come si vede, Proudhon indica che cosa non doveva essere il socialismo e contemporaneamente che cosa sarebbe diventata la società se fosse prevalso il modello collettivistico basato sulla statizzazione integrale dei mezzi di produzione e sulla soppressione del mercato. La storia purtroppo ha portato qualche elemento di fatto a sostegno della sua previsione. Il socialismo di Stato, messi in disparte tutti i valori, le istituzioni e i principi della civiltà moderna, li ha sostituiti con un modello di vita collettivistico, burocratico e autoritario, cioè con un sistema pre-moderno. E ciò è tanto vero che molti rappresentanti della cultura del dissenso spingono la loro critica sino al punto di vedere nel comunismo, così come storicamente si è realizzato, una vera e propria «restaurazione asiatica»

Ma, per venire ad analisi più recenti, ricordiamo che molti altri intellettuali della sinistra europea hanno sviluppato questo filone critico.

Da Russell a Carlo Rosselli a Cole ci perviene un unico stimolo che ci invita a non confondere il socialismo con il comunismo, la piena libertà estesa a tutti gli uomini con la cosiddetta libertà collettiva.

Il superamento storico del liberalismo con la sua distruzione.

Il carattere autoritario di ciò che viene chiamato il «socialismo reale o maturo» non è una deviazione rispetto alla dottrina, una degenerazione frutto di una data somma di errori, bensì la concretizzazione delle implicazioni logiche dell’impostazione rigidamente collettivistica originariamente adottata. L’esame dei fondamenti essenziali del leninismo non può che confermare tale tesi.

Fino alla pubblicazione di «Che fare?» Lenin fu sostanzialmente un marxista ortodosso: credeva che il socialismo si sarebbe realizzato solo nei paesi capitalistici avanzati e solo a condizione che la classe operaia avesse raggiunto un elevato grado di coscienza politica e di maturità culturale. Ma in «Che fare?» queste tesi sono letteralmente rovesciate. Dalla teoria e dalla prassi del socialismo democratico europeo si passa a uno schema rivoluzionario e giacobino. Lenin stesso definisce il rivoluzionario marxista «un giacobino al servizio della classe operaia» e propone di creare un partito composto esclusivamente di «rivoluzionari di professione». Così il socialismo da compito storico della classe operaia diventa qualcosa che deve essere pensato, costruito e diretto da una élite selezionata di individui posti al di sopra della massa.

Lenin comincia col distinguere due forme o gradi di percezione della realtà: la «spontaneità» e la «coscienza»: solo la seconda permette di anti-vedere i fini ultimi della Storia. Successivamente Lenin afferma perentoriamente che gli operai non possono avere il tipo di visione del reale che è proprio della coscienza poiché privi del sapere filosofico e scientifico. Essi, abbandonati alle loro tendenze spontanee, sono condannati a muoversi entro l’ambito delle leggi del sistema. Tutt’ al più possono raggiungere una «coscienza sindacale» dei loro interessi immediati, non già una coscienza politica che può essere prodotta solo al di fuori della loro condizione di classe. E i «portatori esterni» della «giusta coscienza», sono sempre secondo Lenin,gli intellettuali.

Ad essi, quindi, spetta il ruolo storico organizzativo e dirigente del movimento operaio. Date queste premesse, ovviamente il soggetto rivoluzionano non può essere la classe operaia bensì il corpo scelto degli intellettuali che si sono consacrati alla rivoluzione comunista. Il pericolo che gli anarchici russi avevano sottolineato con estrema energia e cioè che la classe operaia fosse «colonizzata» dagli intellettuali declasses che entravano in un movimento socialista quali «tribuni della plebe» diviene con il «Che fare?» una realtà. Lenin teorizza infatti con grande franchezza il diritto-dovere degli intellettuali guidati dalla «scienza marxista» di sottoporre la classe operaia alla loro direzione. L’ammissione storica che Marx aveva assegnato al proletariato doveva raccogliersi nelle mani dell’intelligencija rivoluzionaria. Si capisce agevolmente perché Trockij, Plechanov, Martov e Rosa Luxemburg abbiano accusato Lenin di «sostitutismo». Ai loro occhi l’idea leninista di subordinare la classe operaia alla direzione paternalistica dell’élite cosciente ed attiva appariva come un capovolgimento del marxismo e come un ritorno alla tradizione giacobina. «Trockij in particolare stigmatizzò la teoria leninista poiché essa confondeva la dittatura del proletariato con la dittatura sul proletariato e affidava la missione storica di edificare il socialismo non alla classe operaia dotata di iniziativa che ha preso nelle sue mani le sorti della società, ma a una organizzazione forte, autoritaria che domina il proletariato ed attraverso ad esso la società».

Era il Trockij menscevico che prevedeva come lo spirito di setta e il manicheismo giacobino che Lenin voleva introdurre nel movimento operaio avrebbero avuto conseguenze disastrose.

In effetti «Che fare?» apparve a molti come un’aggressiva ripresa del progetto di Robespierre, che già molte scuole socialiste europee avevano definito come una sorta di dispotismo pseudo-socialista. Il modello di partito ideato da Lenin e una istituzione resa monolitica dal vincolo dell’ortodossia e dal principio della subordinazione assoluta e senza riserve delle volontà individuali alla volontà collettiva. Il partito bolscevico fu sin dal suo atto di nascita, una organizzazione ferreamente disciplinata e impegnata nella diffusione su scala planetaria del socialismo scientifico, interpretato come una dottrina a carattere salvifico, cioè una setta di «veri credenti» che in nome del proletariato riteneva di avere il diritto-dovere di instaurare il suo dominio totale sulla società per rigenerarla.

Nessuno meglio di Rosa Luxemburg ha descritto le conseguenze elitistiche e burocratiche che da una tale concezione e prassi derivavano. «Un centralismo spiegato, il cui principio vitale è da un lato il netto rilievo e la separazione della truppa organizzata dai rivoluzionari dichiarati e attivi dall’ambiente, pur esso rivoluzionariamente attivo ma non organizzato, che li circonda, e dall’ altro la rigida disciplina e l’intromissione diretta, decisiva, determinante delle istanze centrali in tutte le manifestazioni vitali delle organizzazioni locali del partito... Chiudere il movimento nella corazza di un centralismo burocratico che degrada il proletariato militante a docile strumento di un comitato».

La dittatura sul proletariato

Come ha scritto Isaak Deutscher «poiché la classe operaia non era là (dove sarebbe dovuta esserci per esercitare la direzione) i bolscevichi decisero di agire come suoi luogotenenti e fiduciari fino al momento in cui la vita fosse diventata più normale e una nuova classe lavoratrice si fosse affermata e sviluppata. Per questa strada naturalmente si giungeva alla dittatura della burocrazia, al potere incontrollato e alla corruzione attraverso il potere».

Ma, occorre ripeterlo, tale paradossale fenomeno - la dittatura del proletariato senza il proletariato, la «dittatura per procura» esercitata in nome e per conto della classe - non può essere considerato in conseguenza non prevista e non prevedibile. E sempre il Trockij menscevico che nel 1904 scrive che se il progetto leninista si fosse realizzato «il partito sarebbe stato sostituito dall’organizzazione del partito, l’organizzazione sarebbe stata a sua volta sostituita dal comitato centrale ed infine il comitato centrale dal dittatore».

Con il successo storico-politico del leninismo la logica giacobina con tutte le sue componenti vecchie e nuove che sfociano nella dittatura rivoluzionaria prende il sopravvento sulla logica pluralistica e democratica del socialismo e la Russia si incammina sulla strada del collettivismo burocratico-totalitario.

Ora, dato che la meta finale indicata da Lenin era la società senza classi e senza Stato, si potrebbe parlare di «aterogenesi dei fini» nel senso che i mezzi adoperati hanno fagocitato l’ideale. Il leninismo al potere sarebbe, da questo punto di vista, la dimostrazione che non è possibile scindere i mezzi dai fini e che la storia non è «razionale» bensì «ironica» e persino «crudele». Ma in realtà il conflitto tra bolscevismo e socialismo democratico non fu un semplice conflitto sui mezzi da adoperare per avanzare verso la società ideale. Tale conflitto è stato senz’altro uno dei fattori che ha segnato la demarcazione netta nel seno del movimento operaio, ma non certamente quello decisivo. Fra comunismo leninista e socialismo esiste una incompatibilità sostanziale che può essere sintetizzata nella contrapposizione tra collettivismo e pluralismo. Il leninismo è dominato dall’ideale della società omogenea, compatta, indifferenziata. C’è nel leninismo la convinzione che la natura umana è stata degradata dall’apparizione della proprietà privata, che ha disintegrato la comunità primitiva scatenando la guerra di classe. E c’è soprattutto il desiderio di ricreare l’unità originaria facendo prevalere la volontà collettiva sulle volontà individuali, di interesse generale sugli interessi particolari. In questo senso il comunismo è organicamente totalitario, nel senso che postula la possibilità di istituire un ordine sociale così armonioso da poter far a meno dello Stato e dei suoi apparati coercitivi. Questo «totalitarismo del consenso» deve però essere preceduto da un «totalitarismo della coercizione». Tanto è vero che Lenin non ha esitato a descrivere la dittatura del partito bolscevico come «un potere che poggia direttamente sulla violenza e che non è vincolata da nessuna legge».

Pure la meta finale resta la società senza Stato, cioè «il paradiso in terra» (Lenin) successivo alla «resurrezione dell’umanità» (Bucharin). Talché si può dire che la meta finale indicata dal comunismo è«un Regno di Dio senza Dio», cioè la costruzione reale del regno millenario di pace e di giustizia illusoriamente promesso del messianesimo giudaicocristiano. Non è certo un caso, dunque, che Gramsci sia arrivato a definire il marxismo «la religione che ammazzerà il cristianesimo» realizzando le sue esaltanti promesse e facendo passare dalla potenza all’atto l’ideale della società perfetta.

Se questa interpretazione del leninismo è corretta, allora la contrapposizione fra socialismo e comunismo è certo molto profonda. Il comunismo leninista ha mire palingenetiche:è una religione travestita da scienza che pretende di aver trovato una risposta a tutti i problemi della vita umana. Per questo non ha voluto tollerare rivali ed è in una parola «totalitario».

Milovan Gilas e Gilles Martinet lo hanno sottolineato in maniera convincente: il leninismo nella misura in cui aspira a rigenerare la natura umana,a creare un mondo purificato da ogni negatività, a porre fine allo scandalo del male, è una dottrina millen aristica che, una volta al potere, non può produrre uno Stato ideologico retto una casta.

Gramsci ha teorizzato senza perifrasi la natura «totalitaria» e persino «divina» del partito comunista, che non a caso ha definito “ il focolare della fede e il custode della dottrina del socialismo scientifico».Il partito marxista-leninista in quanto incarna il progetto di disalienazione totale dell’umanità, è una istituzione carismatica che racchiude in sè tutte le verità e tutta la moralità della toria. Esso esprime l’etica la scienza del «proletariato ideale» che deve illuminare il «proletariato reale» e indicargli «la via della salvezza» (come si legge nella risoluzione del secondo Congresso del Komintern). Nelle, sue mani ci sono «le chiavi della storia» poiché esso orienta sua azione alla luce dell‘unica dottrina che sia scientifica e salvifica ad un tempo. Per questo il comunismo non può venire a patti con lo spirito critico, dubbio metodico, la pluralità delle filosofie, insomma con tutto ciò che rappresenta il patrimonio culturale della civiltà occidentale laica e liberale. Esso, come soleva ricordare Bertrand Russell a coloro che si facevano un’immagine mitologica del marxismo-leninismo, si fonda sull’idea che deve esistere un’autorità ideologica (il partito) che stabilisce autocraticamente i confini che separano il bene dal male, il vero dall’errore, l’utile dal dannoso. Di qui l’elevazione del marxismo a filosofia (obbligatoria) di Stato, l’istituzionalizzazione dell’inquisizione rivoluzionaria, la lotta accanita e spietata contro i devianti, i dissidenti e gli eretici.

Rispetto alla ortodossia comunista, il socialismo è democratico, laico e pluralista. Non intende elevare nessuna dottrina al rango di ortodossia, non pretende porre i limiti alla ricerca scientifica e al dibattito intellettuale, non ha ricette assolute da imporre. Riconosce che il diritto più prezioso dell’uomo è il diritto all’errore. E questo perché il socialismo non intende porsi come surrogato, ideale e reale, delle religioni positive. Il socialismo nella sua versione democratica ha un progetto etico-politico che si inserisce nella tradizione dell’illuminismo riformatore e che può essere sintetizzato nei seguenti termini: socializzazione dei valori della civiltà liberale, diffusione del potere, distribuzione ugualitaria della ricchezza e delle opportunità di vita, potenziamento e sviluppi degli istituti di partecipazione delle classi lavoratrici ai processi decisionali. Carlo Rosselli definiva appunto il socialismo come un liberalismo organizzatore e socializzatore.

Dalla pretesa che il comunismo ha di fare «l’uomo nuovo» deriva del tutto logicamente il disegno di ristrutturare tutto il campo sociale secondo un criterio unico e assolutamente vincolante. Il principio di fondo è stato formulato da Lenin in termini inequivocabili: «il partito tutto corregge designa e dirige in base a un criterio unico» al fine di sostituire «l’anarchia del mercato» con la “centralizzazione assoluta".

E in effetti, del tutto coerentemente con la dottrina, i bolscevichi non appena conquistarono lo Stato incominciarono a distruggere sistematicamente, metodicamente, ogni centro di vita autonoma e operarono in modo da concentrare tutto il potere politico, economico e spirituale in un’unica struttura di comando l’apparato del partito. E chi dice apparato dice, controllo integrale della società da parte degli amministratori universali. Fu così che prese corpo lo Stato padrone di ogni cosa, delle risorse economiche delle istituzioni degli uomini e persino delle idee. L’autonomia della società civile fu intenzionalmente soffocata, la spontaneità sociale limitata o soppressa, l’individualismo ridotto ai minimi termini.

Il grande paradosso della via comunista

Ma, evidentemente tutto ciò implica la burocratizzazione integrale della società la quale come si legge in «Stato e rivoluzione», diventa per ciò stesso «un unico ufficio ed un unico stabilimento industriale» diretto dall’alto dell’apparato del partito che vigilerà sugli uomini affinché essi non deviino dalla retta via fissata dall’ortodossia. Di qui la descrizione del progetto collettivistico data da Gilas:

«Lo Stato comunista opera per raggiungere la completa spersonalizzazione dell’individuo, delle nazioni e anche dei propri appartenenti. Aspira a trasformare la società intera in una società di funzionari. Aspira a controllare, direttamente o indirettamente, salari e stipendi, alloggi e attività intellettuali». Analogamente Pierre Naville ha scritto che «la burocrazia nel socialismo di Stato gode di uno statuto fino ad oggi sconosciuto: di fatto essa controlla la totalità della vita economica, ed esercita questo controllo dall’alto... E’ nel socialismo di Stato che la burocrazia mostra finalmente la su reale natura: essa è l’organizzazione gerarchica applicata a tutto, l’armatura reale della vita sociale e privata, il comando su ogni cosa. Essa incarna lo Stato nella sua doppia dimensione nazionale e nel suo imperialismo internazionale».

A questo punto possiamo trarre alcune conclusioni di ordine generale. Leninismo e pluralismo sono termini antitetici se prevale il primo muore il secondo. La democrazia (liberale o socialista) presuppone l’esistenza di una pluralità di centri di poteri (economici, politici, religiosi, etc.) in concorrenza fra di loro, la cui dialettica impedisce il formarsi di un potere assorbente e totalitario. Di qui la possibilità che la società civile abbia una certa autonomia rispetto allo Stato e che gli individui e i gruppi possano fruire di zone protette dall’ingerenza della burocrazia. La società pluralistica inoltre è una società laica nel senso che non c’è alcuna filosofia ufficiale di Stato, alcuna verità obbligatoria. Nella società pluralistica la legge della concorrenza non opera solo nella sfera dell’economia, ma anche in quella politica e in quella delle idee. Il che presuppone che lo Stato è laico solo nella misura in cui non pretende di esercitare, oltre al monopolio della violenza, anche il monopolio della gestione dell’economia e della produzione scientifica. In breve:l’essenza del pluralismo è l’assenza del monopolio.Tutto il contrario delle tendenze che si sono affermate nel sistema comunista. I veri marxisti-leninisti non possono tollerare contropoteri, ideali comunitari diversi da quello collettivistico. Per questo essi sentono di avere il diritto-dovere di imporre il «socialismo scientifico» ai recalcitranti. Per questo Gramsci aveva teorizzato la figura del moderno Principe come «il solo regolatore» della vita umana. La meta finale è la società senza Stato, ma per giungervi occorre statizzare ogni cosa. Questo in sintesi è il grande paradosso del leninismo.

Ma come è mai possibile estrarre la libertà totale dal potere totale? Invece di potenziare la società contro lo Stato, si è reso onnipotente lo Stato con le conseguenze previste da tutti gli intellettuali della sinistra revisionistica che hanno visto nel monopolio delle risorse materiali e intellettuali la matrice dell’autoritarismo di Stato. Pertanto se vogliamo procedere verso il pluralismo socialista, dobbiamo muoverci in direzione opposta a quella indicata dal leninismo: dobbiamo diffondere il più possibile il potere economico, politico e culturale. Il socialismo non coincide con lo statalismo. Il socialismo, come ha ricordato Norberto Bobbio è la democrazia pienamente sviluppata, dunque è il superamento storico del pluralismo liberale e non già il suo annientamento. È la via per accrescere e non per ridurre i livelli di libertà e di benessere e di uguaglianza.

Bettino Craxi

da "Socialismo Oggi" - http://www.socialismooggi.net/


La svolta del Midas

Un tedesco del Psi che non ama il Pci


di FAUSTO DE LUCA 

ROMA - Bettino Craxi, 43 anni, che oggi dovrebbe essere eletto segretario del partito socialista, dicono a Milano che è "il tedesco del Psi": per il suo gusto dell'efficienza nel lavoro, ma anche per una certa durezza di temperamento mal celata dall'aspetto soave e rotondo, dalla cura delle relazioni esterne, da un fare avvolgente che ha qualche affinità con i modi di Giacomo Mancini, suo "grande elettore" nella complicata vicenda del Comitato centrale. Ma di tedesco c'è in lui soprattutto l'ammirazione per la socialdemocrazia tedesca di Willy Brandt, oltre che per quella svedese di Olaf Palme, che nella sua stima prevalgono nettamente sul socialismo di Fran[e7]ois Mitterrand. 

"Professional" della politica, Bettino Craxi ha costruito la sua carriera all'ombra di Pietro Nenni, estremizzandone la spinta all'autonomia del Psi rispetto al Pci, per la creazione dell'area socialista - socialdemocratica per l'apertura alla Dc e la politica di centro-sinistra. La previsione più immediata sugli obiettivi della sua segreteria è la preparazione di un rinnovato rapporto con la Dc, su basi di "durezza" nelle relazioni tra partito e partito, cui potrebbe corrispondere, sia pure non a breve scadenza, un rapporto di collaborazione governativa con Mancini capo dei ministri socialisti su posizioni di altrettanta forte competitività nei confronti della Dc.

Ma queste previsioni tengono conto più del passato del personaggio che non dei condizionamenti creati dalla linea strategica del Psi, che poggia pur sempre sull'alternativa di sinistra, e dovranno essere verificate in concreto fin dalle prossime settimane. Un'accentuazione precipitosa della tendenza filogovernativa potrebbe allora far saltare la singolare alleanza che ha appoggiato l'ascesa di Craxi alla segreteria, un'alleanza che vede insieme i nenniani e i manciniani da un lato e la sinistra dall'altro lato, più gli ex demartiniani di Enrico Manca. E nelle prospettive bisogna pur includere la celebrazione di un congresso, in tempi non lontani, per una rimeditazione di fondo sul destino del Psi nell'equilibrio politico italiano. 

Gli interrogativi su Craxi segretario riguardano appunto la sua capacità di diventare qualcosa di diverso da quello che è stato finora. Passato dal lavoro universitario nell'Unione goliardica e nell'Unuri a quello di partito come funzionario per la zona di Sesto San Giovanni; da consigliere comunale di Milano ed assessore all'economato (1960) a segretario della federazione milanese, succedendo a Giovanni Mosca, tra il 1960 e il 1969; membro del comitato centrale del Psi già nel 1957, Craxi fu uno dei più attivi fautori dell'unificazione socialista nel 1968, anno in cui fu pure eletto deputato per la prima volta. 

Dopo la scissione, nel 1969, divenne vicesegretario in rappresentanza della corrente di Nenni e ha mantenuto questa carica fino al congresso socialista del marzo scorso, per essere eletto, pochi giorni fa, presidente dei deputati socialisti. Con questo bagaglio saprà essere il segretario di un partito in bilico tra l'egemonia del Pci e l'attrazione governativa esercitata dalla Dc, di un partito che non ha ancora ritrovato una sua identità e un suo ruolo? Ci si domanda se la sua conoscenza della macchina del partito e la sua capacità di lavoro saranno sufficienti ai bisogni attuali del Psi. Ma dove andrà questa macchina? Risorgeranno in Craxi le vecchie tendenze alla creazione di una terza forza tra Pci e Dc? In che direzione lo spingerà Mancini? Quale influenza potrà ancora esercitare su di Pietro Nenni, il patriarca del partito che lo ha assistito passo passo nelle giornate del Comitato centrale? 


In Craxi, dicono concordemente i suoi amici e i suoi avversari, è come in Nenni il senso che la politica è tutto, ma anche un gusto della "realpolitik" che potrebbe risultare un serio limite in un periodo di grandi rivolgimenti di opinione, quando occorre anche immaginazione e fantasia creativa. Insomma, egli può certamente essere efficiente come un governatore della California, ma deve dimostrare di poter guidare una più difficile e delicata macchina qual è oggi il Psi. "Il partito socialista è molto malato", dice Craxi, "è malato nel sangue. La battaglia col Pci non la possiamo vincere con le armi, ma solo con le idee, e non so se sarà possibile". l 


La Repubblica
16 luglio 1976


Craxi: vent’anni di storia italiana



Luglio 1976: Hotel Midas. È durata più di 16 anni l'era Craxi: dal luglio del 1976, quando al comitato centrale riunito all'Hotel Midas spodestò Antonio De Martino dalla segreteria del Psi, al febbraio 1993, quando dovette cedere la mano sotto l'impeto delle inchieste su Tangentopoli. Anni cruciali nella vita del Paese, che iniziarono con il Pci al suo massimo storico, mentre il Psi era sull'orlo dell'estinzione; che rappresentarono il culmine dell'attacco terroristico al cuore dello Stato; che affidarono all'Italia un ruolo essenziale nell'ultima spallata all'Unione Sovietica, con il dispiegamento dei missili Cruise a Comiso.
Un socialista a Palazzo Chigi. Ma sono stati anche gli anni che diedero per la prima volta un socialista alla guida del governo, che videro il presidente del Consiglio italiano reagire contro un alleato storico come gli Usa. Gli anni della P2, ma anche dell'offensiva dello Stato contro i poteri criminali, a cominciare da Cosa Nostra, dopo decenni di colpevole tolleranza. Craxi di quella lunga stagione è stato l'emblema, pagando il prezzo più alto quando è rovinosamente terminata.

Deputato dal 1968. Nel 1968, Craxi venne eletto per la prima volta deputato, ed entrò nella segreteria nazionale del Psi, come uno dei vice segretari prima di Giacomo Mancini e poi di Francesco De Martino. È in quegli anni che, per conto del partito, iniziò un'intensa attività di politica estera, soprattutto nei confronti dei partiti fratelli aderenti all'Internazionale socialista. Nacque così una passione che non si appannò più. Craxi aiutò in tutti i modi i socialisti costretti ad agire sotto regimi tirannici, e non solo finanziando i socialisti che in Grecia, come in Spagna, in Portogallo o nel Cile lottavano contro la dittatura, ma anche cercando di far fare pace alle fazioni che immancabilmente si creavano in quei partiti.

Segretario del partito. Nel 1976 fu eletto segretario del partito in seguito a una sorta di congiura di palazzo ai danni di De Martino: la sua sembrò la classica soluzione di transizione. Non era forte nel partito, e i leader socialisti più importanti pensarono a torto di poterlo levare di mezzo alla prima occasione. Segreteria fragile, quindi, di un partito ancor più fragile. Il Pci sembrava in un'ascesa inarrestabile. Molti cominciarono a pensare che il Psi non avesse più ragione d'esistere. Primum vivere fu il suo orgoglioso slogan. Ma per far questo non si arroccò. Anzi, cominciò subito a lavorare per uno svecchiamento del Psi e per un gioco a tutto campo.

Gli anni di Nenni. Uomo totus politicus, Craxi fece da ragazzo, negli anni '50, quella che Amendola chiamava "una scelta di vita". Anni durissimi per chi stava a sinistra, ma forse ancor di più per chi, come lui, a sinistra era considerato un destro. I giornalisti impararono presto, quando raggiunse l'apice del potere, che il modo più semplice per farlo parlare era ricordare quei primi anni. E lui amava raccontare quando, giovanissimo funzionario, venne esiliato a Sesto San Giovanni, con la durissima clausola che doveva essere mantenuto dai compagni del posto, perchè il partito non avrebbe dato una lira. Nenniano, entrò nel comitato centrale del partito al Congresso di Venezia, nel '57, che vide il leader storico del socialismo italiano sonoramente battuto dai morandiani coalizzati con i bassiani e la sinistra di Sandro Pertini. Aveva 23 anni (essendo nato a Milano il 24 febbraio 1934). Il suo campo d'azione divenne il mondo universitario, nell'Unuri, dove si addestrarono tanti altri futuri leader (Occhetto e Pannella, tanto per fare alcuni nomi) alla manovra politica, all'arte delle alleanze e dei cambi di fronte. Anticomunista tutto d'un pezzo, proseguì il suo cursus honorum prima a livello cittadino (consigliere comunale a Milano), poi a livello nazionale: entrò nella direzione del partito nel 1965, poco dopo la scissione dello Psiup di Tullio Vecchietti e Dario Valori.

Berlinguer . Il comunista Enrico Berlinguer aveva lanciato il "compromesso storico"? E lui al congresso di Torino, alleato con il lombardiano Claudio Signorile, replicò con la strategia dell'alternativa. Il congresso di Torino che la Torino, alleato con il lombardiano Claudio Signorile, replicò con la strategia dell'alternativa. Durante i tremendi 55 giorni di Moro, la Dc e il Pci si attestavano sulla linea della "fermezza"? Il Psi divenne l'alfiere della linea trattativista. E fu sempre nel '78 che il Psi riuscì a mandare per la prima volta un suo uomo al Quirinale: Sandro Pertini. E anche il partito fu rivoltato come un calzino, seguendo una stella polare: svecchiare il socialismo italiano, e riscattare il Psi da una sudditanza culturale e ideologica nei confronti del "grande partito comunista italiano", come si diceva in quegli anni. E fu infatti nel '78 che Craxi avviò una feroce polemica ideologica con il Pci. Berlinguer operava il suo "strappo" dall'Urss e dalla tradizione comunista ortodossa proponendo una terza via, e Craxi gli rispose duro buttando a mare non solo Lenin, ma anche Marx, ed esaltando il pensiero di Joseph Proudon. Riuscì a far cambiare anche il vecchio simbolo del suo partito (falce e martello su libro e sole nascente) con un garofano rosso: un fiore che faceva parte della tradizione socialista italiana da prima della rivoluzione d'Ottobre. Il Psi, questo voleva Craxi, doveva diventare sinonimo di modernità, di futuro. Certo, in tanti restarono perplessi per le scenografie congressuali di Panseca, così come fredda fu l'accoglienza riservata ai "nani e le ballerine", come li chiamò Rino Formica, negli organismi dirigenti del partito.

Pertini. E non furono in pochi a storcere il naso con Sandro Pertini quando, al congresso di Verona dell'84, venne eletto segretario per acclamazione anziché con regolare votazione. Resta però il fatto che ancora oggi si sentono riecheggiare molte delle idee che in quegli anni vennero sfornate dal gruppo dirigente che si era formato intorno a lui. Al congresso di Verona, che si ricorda anche per la salve di fischi che accolse Berlinguer un paio di settimane prima della sua morte (anni dopo, Craxi, non facile alle autocritiche, disse di essersi pentito per quell'episodio), era già presidente del Consiglio da un anno. Ciò era stato possibile per la sconfitta subita dalla Dc nelle elezioni dell'83. La Borsa perse l'8,6 per cento per un risultato dello Scudo Crociato che sembrò tragico: il 32,9% dei voti, 225 deputati e 120 senatori.

Sigonella. Il 4 agosto 1983 Craxi formò il suo primo governo, e a fargli da braccio destro prese con sé il futuro premier Giuliano Amato. I problemi non si fecero attendere. La grana maggiore fu da subito la decisione di accogliere in Italia i Cruise statunitensi. Ma la prova di forza decisiva per gli equilibri interni fu senza dubbio il referendum dell'85 sui punti di scala mobile promosso dal Pci. Craxi, infatti, non cercò di evitare lo scontro, e vinse quella partita che all'inizio era sembrata senza speranza. A settembre dovette affrontare la più grave crisi diplomatica della sua carriera, quando ordinò di impedire ai marines americani di ripartire da Sigonella, in Sicilia, con i terroristi palestinesi, tra i quali Abu Abbas, responsabili del sequestro dell'Achille Lauro. Craxi ribadì la sua posizione nettamente a favore della causa palestinese, e su questa base rafforzò il suo rapporto con il leader dell'Olp Arafat, che durerà poi anche quando sarà costretto a ritirarsi ad Hammamet dopo Tangentopoli.

Craxi e la Dc. Craxi rimase a Palazzo Chigi fino al 17 aprile 1987, conquistando un record: la permanenza alla guida del governo più lunga della storia dell'Italia repubblicana. Tornato al partito, Craxi riprese di lena la sua politica: contendere alla Dc il suo primato, e rilanciare l'offensiva contro il Pci per creare un solo grande partito socialdemocratico. La figura di Palmiro Togliatti divenne pertanto il bersaglio di mille polemiche, di convegni e libri sfornati di continuo. Al contempo, però, Craxi non ostacolò l'adesione del Pci all'Internazionale socialista.

Cade il Muro di Berlino. I comunisti italiani, per la verità, potevano già contare sul sostegno di molti altri e importanti partiti della Internazionale, ma un no del leader del Psi sarebbe stato sicuramente un ostacolo difficilmente sormontabile. Craxi iniziò quindi a impegnare il Psi su pochi e ben precisi obiettivi. La riforma costituzionale, con l'introduzione dell'elezione diretta del presidente della Repubblica; la riforma dei regolamenti parlamentari per rendere più agevole l'azione di Governo; la lotta senza quartiere non solo allo spaccio delle droghe, ma anche al loro consumo. Nel biennio 1989-90 gli sembrò essere venuto il momento della definitiva rivincita socialista in Italia. Craxi andò a vedere con i suoi occhi a Berlino sgretolarsi quel muro che aveva diviso in due l'Europa, e si tolse la soddisfazione di dargli anche lui due bei colpi con martello e scalpello. E volle poi seguire di persona il XX congresso del Pci di Rimini, e si vedeva con quanto interesse assistesse alla nascita del nuovo partito voluto da Occhetto, il Pds. È in questa cornice che Craxi lanciò la parola d'ordine dell' "Unità socialista". Nel febbraio '9 aveva già assorbito nel Psi una componente dello Psdi, e mai come nei tumultuosi mesi che seguirono a Craxi dovette sembrare più vicino l'obiettivo di una grande sinistra europea.

Gladio. Tutto poteva pensare, si può esserne certi, tranne che proprio il Psi sarebbe diventato a breve la vittima più illustre della fine dell'equilibrio assicurato dalla Guerra fredda. Per questo, se si deve ora indicare una data del primo scricchiolio, forse è bene partire da prima dell'inizio di Tangentopoli. Fu alla conferenza stampa del 7 novembre 1990, convocata da Craxi per ribadire che lui dell'esistenza di Gladio non aveva in effetti mai saputo nulla, che i giornalisti ebbero l'impressione di trovarsi di fronte a un leader già sulla difensiva. Non era più il Craxi che poco tempo prima accusava una "manina" di aver
depositato i verbali della Br nel covo di Via Montenevoso.

Il "mariuolo". Tutto ciò avveniva ben prima di quel 17 febbraio 1992, quando venne arrestato Mario Chiesa, il socialista presidente del Pio Albergo Trivulzio, che diede il via a Mani Pulite. Tra le due date, ci fu quello che lui stesso poi riconobbe come un errore politico: l'aver invitato gli italiani ad andare al mare e a non votare per il referendum di Mario Segni sulla preferenza unica. Arrestato Chiesa, Craxi pensò di poter archiviare tutto con un epiteto: "mariuolo". Ma l'indagine di Tangentopoli non si sarebbe arrestata al primo nome.

Hammamet. Iniziò il declino, sotto i colpi degli avvisi di garanzia, ma ci volle un anno prima che il vecchio leone decidesse di gettare la spugna e lasciare la guida del partito. Un processo che si accompagnò al disgregarsi del gruppo dirigente, con Claudio Martelli sicuro di poter salvare il partito contrapponendosi a Craxi, e con quest'ultimo determinato a non far finire il bastone di comando nelle mani dell'ex delfino, che infatti fu poi preso da Giorgio Benvenuto. Subito dopo Craxi si preoccupò di sottrarsi alla magistratura, ai suoi occhi impegnata in un'offensiva politica, in una "falsa rivoluzione". A convincerlo dovette certo contribuire la manifestazione davanti all'Hotel Raphael, che lo costrinse ad allontanarsi in gran fretta sotto un fitto lancio di monetine. Si era tolto la soddisfazione di ottenere un "no" del Parlamento, dopo un appassionato discorso alla Camera, a una richiesta di autorizzazione dei pm di Milano. Ma la via dell' "esilio" gli dovette apparire come l'unica soluzione. E si rifugiò ad Hammamet, sempre più malato di quel diabete che già nel '90 aveva fatto temere per la sua vita. E da lì ha proseguito la sua battaglia fino all'ultimo a colpi di fax, chiedendo continuamente che si cercasse la verità sul finanziamento illecito dei partiti, rifiutandosi di passare alla storia, lui che aveva dedicato la vita alla causa del socialismo, come il capo di una banda di criminali.

19 gennaio 2000
 
da "Il Sole 24 ore"


SOCIALISTI? SINISTRA DIREI 

B. Craxi  

Bologna 1991 

"Un movimento giovanile politico legato ad un partito è di per sé una minoranza. Una minoranza che deve essere aperta ma che tuttavia rimane una minoranza. Lo siamo stati noi, al tempo nostro, lo siete voi. Una minoranza che può ben riflettere sul ruolo delle minoranze nella vita politica e nella storia. E, a ben guardare, le grandi imprese sono sempre state il frutto di una minoranza. L’Italia raggiunge l’unità sotto l’impulso e la lotta di minoranze che hanno dovuto farsi strada a fatica e in mezzo alle persecuzioni e alle incomprensioni, all’indifferenza ed alla vigliaccheria. Per due decenni sono state delle minoranze che hanno lottato per riconquistare la libertà in questo Paese e si deve al loro coraggio e alla loro tenacia e al loro sacrificio se in Italia si è mantenuta accesa un’idea di socialismo democratico, liberale e riformista. Nel corso delle generazioni , il socialismo ha assunto varie forme, varie vesti e varie scuole hanno sempre preteso di esserne il dominus, la guida, predicatrici del socialismo vero. La verità è che le scuole ideologiche hanno sempre alla fine mostrato la corda. Anche quando contenevano elementi di validità. Così come deperiscono le tecnologie deperiscono anche le ideologie e con esse le dottrine economiche e sociali. Hanno un certo spazio in cui possono agire e fare del bene o del male. E tuttavia ci sono dei valori che non deperiscono e che non possono essere superati. Essi costituiscono l’asse portante, la fondamentale ispirazione del movimento giovanile socialista sin dalle sue origini. E sono i valori di libertà e giustizia sociale. Di libertà e solidarietà. Di essi noi pretendiamo di avere il monopolio. La sinistra italiana e il movimento socialista sono stati un campo di battaglia e di lotte e di divisioni cui certo non è stato estraneo il nostro Partito. Il PSI ha avuto un grande torto nel corso degli ultimi quindici anni, ed è stato quello di voler continuare a vivere autonomamente a crescere e ad aspirare a diventare la prima forza della sinistra di questo Paese. Che senso ha la parola d’ordine dell’Unità socialista? L’Unità socialista simboleggia l’obiettivo di creare in Italia una grande forza socialista di tipo europeo raccogliendo, al di là delle esperienze delle generazioni passate, le grandi correnti di rappresentanza popolare che originariamente stavano nell’alveo socialista. L’Unità socialista, va da sé, ha bisogno di una grande forza del Partito socialista italiano. Un Partito unito in cui ognuno dica quello che crede e quello che pensa. Lo dica ad alta voce. Non perda mai il senso dell’interesse comune. Una nuova generazione di socialisti che sia consapevole della sua responsabilità, che mantenga il senso della propria autonomia, della propria funzione e quindi del proprio avvenire.

(l'ultimo intervento a un congresso di giovani socialisti : da http://www.socialisti.org/)


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