Svolte
1962:fine della guerra d'AlgeriaVincitori e vintiVietnam: le illusioni perdute della guerra di popoloVietnam 1975: fine della guerra

Algeri - La guerra che cambiò la Francia


Nel 1962 veniva firmata la «pace dei coraggiosi», che dava l'indipendenza alla colonia nordafricana, dopo uno scontro sanguinoso e spietato. Per vincere Parigi fece ricorso a mezzi spregevoli, come la tortura e la censura. E ancor oggi fatica a ricordare.


di BRUNO CRIMI 


Non c'è nulla da commemorare. E tanto meno da festeggiare». All'ufficio stampa dell'esercito francese sono categorici: «Il 18 marzo non rappresenta nulla per l'Armée». Eppure il 18 marzo di quarant'anni fa, 1962, il governo di Parigi e l'Fln (Fronte di liberazione nazionale) algerino, a Evian, firmarono gli accordi che concludevano un conflitto terribile e febbrile durato otto anni.
Quella data segnò la fine dell'«Algérie Française». Che per più di 130 anni, dal 1830 esattamente, era stata molto più di una colonia: una parte integrante della Francia divisa in tre dipartimenti amministrativi e in cui gli abitanti autoctoni, almeno formalmente, erano cittadini francesi. Tutto era cominciato la notte di Ognissanti del 1954. Ad Algeri, Orano, Costantina, Blida, Skikda, nelle montagne dell'Aurès, erano esplose centinaia di bombe che avevano preso di mira abitazioni e luoghi pubblici francesi. 
Il governo di Parigi non sapeva che l'Fln, creato appena poche settimane prima, disponeva di poche centinaia di uomini e di pochissime armi. Credeva invece di trovarsi di fronte a un'insurrezione generale. E decise di rispondere con la forza. In meno di 48 ore mandò ad Algeri 6 mila paracadutisti, rafforzò l'esercito, la polizia e la gendarmeria. Al governo c'erano i socialisti della Sfio, primo ministro era Pierre Mendès-France e ministro dell'Interno François Mitterrand. Quest'ultimo cercò di prendere in mano la situazione e parlò alla nazione. Pronunciò due frasi che sarebbero passate alla storia e che gli sarebbero state rimproverate per decenni. Disse: «L'Algeria è la Francia»; e ancora: «Il solo negoziato possibile è la guerra». 

In realtà, dal '54 al '62, e anche dopo, la Francia non volle mai parlare di guerra. Contro chi prima di tutto? Contro se stessa, considerando che l'Algeria era la Francia e che faceva parte del suo territorio ancor prima della Savoia e dell'Alsazia? Allora si parlò di «avvenimenti algerini», di «disordini», di «crisi». Si disse che tutto poteva essere risolto con un'operazione di polizia. Ma il rifiuto di riconoscere la realtà non cambiò i dati del problema. Di guerra si trattò. 
Vi parteciparono più di due milioni di soldati: il servizio di leva durava 27 mesi. I morti francesi furono 27.500, più un migliaio di dispersi; tra i coloni morirono 3.500 persone e 2.700 scomparvero. Più complesso il conteggio delle perdite algerine. Il governo indipendente parlò di «un milione e mezzo di martiri». Molti storici, francesi e algerini, sostengono che gli algerini uccisi e dispersi furono tra 250 e 300 mila. 
Ma la guerra algerina fu molto altro. In quegli anni la Francia venne messa al bando delle nazioni per la sua ostinazione a mantenere il dominio dell'Algeria nell'epoca delle decolonizzazioni. E poi la guerra determinò due colpi di stato, la caduta della IV Repubblica e l'avvento della V con alla testa il generale Charles De Gaulle. 
Quando ormai la fine del conflitto appariva ineluttabile, prese forma, sulle due sponde del Mediterraneo, il più possente movimento terroristico della storia francese, l'Oas (Organizzazione dell'esercito segreto), che fu a un passo dallo scatenare la guerra civile nella metropoli, sempre in nome dell'Algérie française. 

Panorama
1/3/2002


CHI SONO I VINCITORI E CHI I VINTI

Il giudizio si è rovesciato: la Francia ha guadagnato un buon sistema politico, mentre l'Algeria ha perso i vantaggi coloniali 
I primi che dovettero, dopo la fine della guerra, rinunciare alle loro colonie furono i paesi sconfitti. Ma anche i vincitori si prepararono a permettere che i loro territori coloniali divenissero indipendenti. L'America riconobbe la sovranità delle Filippine il 4 luglio del 1946, la Gran Bretagna si congedò dal subcontinente indiano il 15 agosto 1947 e i Paesi Bassi dovettero abbandonare l'Indonesia nel dicembre 1949. Pur con molte riserve mentali tutte le potenze erano ormai d'accordo sulla necessità di restituire l'Africa agli africani e l'Asia agli asiatici. 
Ma esistevano in Africa almeno tre vecchie colonie dove molti indigeni erano europei e si consideravano, non senza ragione, a casa propria: il Sud Africa, la Rhodesia (oggi Zimbabwe) e l'Algeria. Ciò che altrove appariva giusto e opportuno fu in quei paesi terribilmente difficile e drammatico. In Algeria un milione di coloni chiesero che il paese restasse unito alla Francia e poterono contare per molto tempo sul sostegno della madrepatria. 
La rivolta scoppiò nel 1954 e la guerra fu una tragica sequenza di atti terroristici, massacri, rappresaglie. Mancò poco, nel 1958, perché il conflitto si estendesse alla metropoli. Chiamato al potere da un putsch di militari ribelli, il generale Charles De Gaulle sembrò deciso a proseguire la lotta. Ma quando si accorse che l'Algeria prosciugava le energie della Francia e la screditava agli occhi del mondo, negoziò con gli insorti «la paix des braves», la pace dei coraggiosi. In pochi giorni un milione di francesi abbandonarono precipitosamente la vecchia colonia. 
Il giudizio del mondo, allora, fu semplice: gli algerini avevano vinto, i francesi avevano perso. Oggi il giudizio si è rovesciato. La Francia deve alla guerra d'Algeria il buon sistema politico della V Repubblica. Mentre l'Algeria, dopo avere perduto il prezioso capitale umano dei coloni europei ed essere stata mediocremente governata nei primi trent'anni della sua indipendenza, è teatro di una guerra civile non meno crudele e sanguinosa di quella che fu combattuta contro i francesi.

Sergio Romano 

Panorama
1/3/2002


TESTIMONI A 25 anni dalla caduta di Saigon, Terzani ripropone con una nuova prefazione, che anticipiamo, i suoi libri «Pelle di leopardo» e «Giai Phong!»

VIETNAM  Le illusioni perdute della guerra di popolo

di TIZIANO TERZANI



Nel 1975 mi capitò d’essere uno dei pochissimi testimoni occidentali d’un avvenimento storico che segnò la vita della mia generazione: la fine della guerra in Vietnam. Su quella esperienza, a caldo, con le emozioni ancora a fior di pelle, scrissi un libro che uscì col titolo Giai Phong! La liberazione di Saigon . Il volume che il lettore ha ora fra le mani è la ristampa di quel libro preceduto dal mio diario di corrispondente al fronte pubblicato per la prima volta col titolo Pelle di Leopardo nel novembre 1973. È passato più d’un quarto di secolo da quando quei due volumi videro la luce e il tempo non ha fatto uno dei suoi soliti, strani scherzi: ha cambiato me, ma non i libri. Come una immagine fotografica congelata nell’immobilità dell’istantanea, Giai Phong! in particolare riflette ancora l’entusiasmo di quei giorni, è pieno delle speranze che la rivoluzione aveva suscitato. Io invece, avendo vissuto il resto di quella e altre storie, sono diventato, com’è naturale e giusto, un’altra persona: scettica di tutte le promesse politiche e sospettosa di ogni tipo di rivoluzione. «Allora ti eri sbagliato?» mi si chiede spesso. Al fondo di questa domanda c’è una provocazione che merita una risposta, e la risposta è sostanzialmente: «No». 
I fatti di poi non possono mutare i fatti di prima e quel che è successo in Vietnam dopo la fine della guerra non può cambiare il giudizio sul significato del conflitto in sé. Per la mia generazione fu soprattutto una questione di moralità. Da una parte c’erano i vietnamiti che combattevano una guerra di indipendenza, la stessa che avevano combattuto da quando, un secolo prima, i francesi erano sbarcati sulle loro coste ed avevano fatto dell’Indocina una colonia; dall’altra c’erano gli americani che avevano rimpiazzato i francesi nel loro tentativo neocolonialista, che non avevano alcuna ragione di immischiarsi negli affari di un Paese così lontano dal loro e che non avevano perciò alcun diritto «di distruggerlo per poterlo salvare». 
Ogni generazione cerca degli eroi con cui identificarsi, degli eroi a cui ispirarsi. Per la mia furono i vietcong. Fra gli americani con la loro sofisticata, tecnologicissima macchina da guerra e i contadini-guerriglieri, la scelta era fin troppo facile. I princìpi nei quali credevamo erano semplici: ogni popolo doveva scegliere il proprio destino, ogni società doveva essere soprattutto umana e giusta. La rivoluzione vietnamita prometteva questo. 
Il Vietnam era esattamente così: da un lato c’era un reale, presentissimo, visibile, oppressivo regime appoggiato dalla potenza militare americana; dall’altro c’era una dura, spartana e moralissima rivoluzione che prometteva pace e una vita migliore per tutti. Per questo lo slogan «Uno, dieci, mille Vietnam» fu per anni sulla bocca di milioni e milioni di giovani che in tutto il mondo manifestavano contro ogni fase della «sporca guerra» americana. La rivoluzione non faceva paura. Anzi. 
Per giunta, quando arrivò a Saigon e finalmente mise fine alla guerra, la rivoluzione si presentò esattamente con la faccia che molti avevano sognato: era gentile, comprensiva, compassionevole. Alcuni avevano temuto che i guerriglieri, una volta presa Saigon, avrebbero scatenato un bagno di sangue, avrebbero allineato i loro nemici davanti ai plotoni di esecuzione. Non avvenne niente del genere. Invece di chiedere vendetta i nuovi detentori del potere parlarono di fratellanza e di riconciliazione nazionale. 
I primi rivoluzionari che entrarono a Saigon avevano l’aria di onesti, sinceri combattenti di una causa che improvvisamente sembrò giusta persino ad alcuni dei loro più accaniti avversari. Nei tre mesi in cui mi fu permesso di restare in Vietnam l’esperienza quotidiana della rivoluzione fu incoraggiante, a volte persino esaltante. Avevo l’impressione di qualcosa di nuovo e affascinante che veniva alla luce, qualcosa di magico come la vita di un neonato. C’era nella rivoluzione un aspetto catartico, purificante, che non poteva lasciare indifferente un osservatore. C’era un senso di «giustizia è fatta» nel vedere una società marcia e corrotta messa sotto sopra, nel vedere i prepotenti di ieri esautorati e la parola data alle vittime. Giai Phong! è il resoconto di quel periodo. Riflette l’atmosfera, lo spirito di quel tempo. 
Un anno dopo la edizione originale, in Italia il libro venne ristampato in una versione abbreviata da adottare nelle scuole. In Vietnam Giai Phong! venne prima pubblicato a puntate da un quotidiano e poi distribuito come libro fra i quadri del partito comunista e dell’esercito. 
Una volta, nelle Filippine, telefonai alla famiglia di Ninoy Aquino che era ancora in prigione. Cercavo di presentarmi quando venni interrotto: «La conosciamo. Ninoy non fa che citare il suo libro». Lui stesso, prima di essere assassinato, mi scrisse una nota per dirmi quanto Giai Phong! l’aveva aiutato nel fargli credere nella possibilità di una rivoluzione dal volto umano. Anni dopo, alcuni amici thailandesi mi han raccontato che molti degli studenti di Bangkok andati a raggiungere la guerriglia comunista avevano il mio libro fra le poche cose che si eran portati nella giungla. 
Dinanzi alla realtà di ciò che è successo in Vietnam dopo il 1975, mi sono sentito spesso un gran peso sulla coscienza all’idea che Giai Phong! venisse utilizzato per propagare un mito che s’era sgonfiato e che continuasse ad alimentare speranze che s’erano rivelate penose illusioni. La sola cosa che potevo fare era continuare a scrivere: scrivere su ciò che succedeva in Vietnam, scrivere su come i rivoluzionari si comportano quando sono al potere. L’ho fatto ogni volta che mi si è presentata l’occasione: in Vietnam e altrove. 
È così che l’essere stato l’autore di Giai Phong! non mi impedì di descrivere come la gente, che avevo pensato avesse una sorta di superiorità morale, l’aveva perduta e come i «liberatori» si erano trasformati in oppressori. 
Nel 1976 le autorità comuniste di Hanoi mi permisero di tornare in Vietnam in occasione del primo anniversario della loro vittoria. Per due settimane viaggiai in macchina da nord a sud attraverso un Paese dove la gente, nonostante la propaganda sulla riunificazione, era ancora profondamente divisa, dove non c’era stata alcuna riconciliazione nazionale, e dove i «perdenti» venivano trattati come paria, mentre i «vincitori» avevano assunto i privilegi, l’arroganza e tutti gli altri difetti di quelli che avevano spodestato. Le così dette «nuove zone economiche» altro non erano che campi di concentramento, mentre la tanto vantata rieducazione s’era rivelata una trappola in cui centinaia di migliaia di potenziali oppositori politici erano stati abilmente attirati. 
Quando, in visita ufficiale in una prigione, fui messo dinanzi a una orchestrina composta da violinisti ex ufficiali dell’esercito di Thieu che per dimostrare la loro gioia di essere rieducati avrebbero suonato per me un quartetto di Mozart, mi rifiutai di prender parte a quelle farsa e nel libro dei visitatori scrissi che dovunque ci fossero delle sbarre la mia simpatia andava sempre a quelli che ci stavano dietro. 
Tornai in Vietnam ancora due volte e ogni volta trovai il Paese in condizioni peggiori. Andando a far visita agli amici e ai conoscenti di un tempo - con tutti che si guardavano costantemente alle spalle per vedere se venivano pedinati o spiati - mi fu facile rendermi conto di tutto quello che non era stato fatto, di tutto quel che era stato sprecato, di tutto quello che era andato storto. I rivoluzionari non avevano portato alcuna giustizia, a meno che questa significasse semplicemente mettere in basso ciò che era in alto e rimpiazzare una dittatura con un’altra. La qualità della vita sembrava peggiorare di volta in volta: povertà, corruzione, inefficienza dilagavano. Su ogni argomento che cercavo di affrontare, dalla Cambogia al numero della gente che arbitrariamente era ancora detenuta, le autorità mentivano con una spudoratezza che rasentava il ridicolo. 
Il mio migliore amico, Cao Giao, venne arrestato e tenuto per mesi in isolamento in una cella senza luce dove ogni giorno gli veniva data una ciotola di riso piena di formiche che lui si accorgeva di mangiare solo quando nel buio le sentiva corrergli sulla faccia. Il Pen Club internazionale condusse una campagna per la sua liberazione, ma le autorità comuniste lo rilasciarono solo quando era chiaro che stava morendo di cancro e aveva ormai pochissimo da vivere. Cao Giao era uno di quelli che la rivoluzione aveva fatto sognare; ma per lui come per tantissimi altri vietnamiti la polizia rivoluzionaria con le sue tattiche di terrore era diventata un incubo come la polizia del vecchio regime. 
La rivoluzione non aveva mantenuto nessuna delle sue promesse e governava la gente con una crudeltà che divenne spaventosamente apparente quando migliaia di vietnamiti si buttarono, o vennero buttati, in balia del mare su barche pericolanti in cerca di un rifugio. 
Scrissi di tutto questo e presto, come era già avvenuto ai tempi di Thieu, venni dichiarato persona non grata e messo sulla lista di quelli a cui venne impedito di entrare nel Paese. Non me ne dispiacque. In Cina, per aver scritto cose simili sul regime comunista, nel 1984 venni arrestato, rieducato per un mese e alla fine espulso. Anche lì la rivoluzione aveva avuto un diverso inizio e giornalisti come l’americano Edgar Snow avevano scritto con grande simpatia di Mao e della presa di potere da parte dei comunisti. 
Eppure in Cina - come in Vietnam e in verità come ovunque - la rivoluzione era presto andata a male, s’era rivoltata contro la gente, e il bambino che sul nascere era apparso così bello e attraente s’era presto rivelato un mostro dal cuore di pietra. 
Che libro scriverei oggi se mi capitasse di assistere a quello che vidi nel 1975? Certo non lo stesso libro, visto che oggi non sono più la stessa persona di allora, non sono più quel giovane ottimista, sorridente e speranzoso raffigurato coi sandali di gomma dei vietcong nella foto sul retro della copertina. E come potrei essere lo stesso dopo essere passato - e solo da testimone, fortunatamente - attraverso tutte le disgrazie, i massacri, i tradimenti degli ultimi venticinque anni di storia asiatica, dai killing fields di Pol Pot, ai giovani cinesi assassinati inermi sulla piazza del Tienanmen, alla delusione della people’s power revolution di Cory Aquino nelle Filippine, allo strangolamento della democrazia in Birmania e ora all’ondata di materialismo che spazza via quello che non era ancora stato distrutto dalle bombe e dagli iconoclasti? 
Io non sono lo stesso uomo di venticinque anni fa, così come il mondo non è lo stesso di allora. La vita di oggi non è più dominata dai conflitti ideologici, non ci sono più contrastanti visioni del futuro e non più diverse interpretazioni della storia. La sola voce che oggi si sente rintronare è quella autoincensantesi dei vincitori della Guerra Fredda. Nessuno marcia più per nulla e niente sembra più rivoltare la coscienza della gente. 
In questo senso mi fa piacere che Giai Phong! e Pelle di Leopardo , da tempo esauriti e introvabili, tornino a vedere la luce grazie al mio editore Mario Spagnol, che poco prima di morire decise di ristamparli. 


Corriere della Sera
Lunedì 9 Ottobre 2000


Quando a Saigon l'America si arrese

1975, fuga da Saigon,così cambiò la Storia

di BERNARDO VALLI

 La montagna della Vergine Nera sovrasta la città vietnamita di Tay Ninh, capoluogo di una provincia di quattrocentomila abitanti.
Questa era perlomeno venticinque anni fa la sua popolazione disseminata lungo la frontiera cambogiana. Andavo allora volentieri a Tay Ninh. Andavo a trovare i prelati caodaisti, sacerdoti di una religione sincretista devota a Budda, a Cristo, a Sun Yat-sen, a Maometto e a Victor Hugo, in quanto intermediari tra Dio e la Terra, e raggiungibili nell'aldilà grazie a puntuali sedute spiritiche. I cardinali di Tay Ninh erano preziosi oracoli; per sopravvivere dovevano tenersi in equilibrio tra i sudisti di Saigon al potere in città e i nordisti di Hanoi al potere nelle campagne; dal tono dei loro discorsi si capiva l'aria che tirava in quella zona strategicamente determinante. Nel '75, andai a trovarli a metà gennaio. I comunisti avevano occupato la provincia di Phuoc Luong, la prima a cadere interamente nelle loro mani. I sudisti ne controllavano, sia pure a malapena, ancora quarantatré di province; ma il Sud Vietnam era una scacchiera e la mossa nordista l'aveva scompigliata; ogni pedina sudista era sorvegliata da una pedina avversa; spostarne una per tamponare una falla, significava aprire un varco ai nordisti.

SE n'era accorto lo Stato Maggiore di Saigon quando aveva sguarnito alcune zone nel vano tentativo di rafforzare Phuoc Luong. Dopo avere subito per più di un anno le offensive degli avversari, Hanoi stava rovesciando nel Sud le sue divisioni. Non bande di guerriglieri, ma divisioni motorizzate e alcune blindate. Il generale Giap, il vincitore di Dien Bien Phu, stava per vibrare la mazzata decisiva. La pressione cresceva nelle quarantatré province. L'intero mosaico difensivo sudista rischiava di saltare.
I caodaisti furono laconici. Si limitarono ad indicarmi la montagna della Vergine Nera. La quale emerge all'improvviso come un bozzo, un enorme bitorzolo alto mille metri, dalla boscaglia piatta, senza altri rilievi vicini. Conoscevo bene la storia di quella montagna. La Vergine Nera aveva succhiato sangue di tante nazionalità. Sangue vietnamita anzitutto. Quello dei comunisti che l'avevano contesa, durante la guerra francese, ai soldati coloniali; quindi anche sangue marocchino, algerino, senegalese; e ben inteso sangue dei mercenari della Legione Straniera: tedeschi, spagnoli, slavi, italiani. Poi, durante la guerra americana, sangue di ragazzi dell'Ohio e del Michigan e della California e del Texas... Sui ripidi, villosi pendii erano stati preparati, in un campo di addestramento, numerosi quadri dell'esercito nazionalcomunista, che più tardi avrebbero umiliato gli strateghi usciti dalle più prestigiose accademie militari dell'Occidente, Saint-Cyr e West Point. Dieci anni prima le Special Forces americane avevano espugnato la montagna con un colpo di mano; e avevano installato sulla vetta radar che scrutavano, sino a pochi giorni prima della mia visita a Tay Ninh, il confine cambogiano cercando di intercettare i movimenti di uomini e materiale lungo un tratto della pista Ho Chi Minh.
Il 7 gennaio '75, mentre la provincia di Phuoc Luong cadeva nelle mani dei viet cong e dei nordvietnamiti, la Vergine Nera era stata riconquistata da alcuni loro reparti. I caodaisti non avevano bisogno di aggiungere altro: bastava il loro gesto in direzione della montagna. Poco dopo, aggirandomi per le strade di Tay Ninh con Derek Wilson della Bbc, udii uno schiocco, come se qualcuno avesse agitato una frusta; era partito da mezza costa un razzo; il quale, seppi poi, aveva ucciso un passante di mezza età. Dalla Montagna della Vergine Nera l'esercito del Nord dominava con la sua artiglieria la pianura liscia come un biliardo, attraversata da una strada larga, comoda, asfaltata dai francesi e raddoppiata dagli americani, che in novanta chilometri, in poco più di un'ora d' automobile, portava a Saigon. Era la via d'accesso alla capitale del Sud. Per gli oracoli caodaisti, occupando la Montagna della Vergine Nera, i comunisti si erano impossessati della chiave. Ritornai a Saigon con quel messaggio che confermava quel che tutti già intuivano. Sulla strada guardai ancora una volta i famosi Mirador, le scheletriche torri di legno costruite dai francesi per tener d'occhio le risaie circostanti. Graham Greene li descrive in "Un americano tranquillo". Nei primi anni Cinquanta, Greene seguiva gli avvenimenti in quella che si chiamava Indocina, sentendosi solidale con i viet minh (precursori dei viet cong), e provando al tempo stesso una certa simpatia (romantica) per gli ufficiali francesi, in particolare quelli della Legione Straniera.
Nei mesi successivi i bastioni sudisti caddero uno dopo l'altro come birilli: Ben Me Thuot, Hue, Da Nang, Chu Lai, Quang Ngai, Qui Nhon, Nha Trang... e infine Saigon, il 30 aprile. L'esercito armato dagli americani si disperse trascinandosi dietro sussistenza, artiglieria e masse di profughi. Si disse che i profughi, intere famiglie, con figli e masserizie, inseguissero il consumismo lasciato in eredità dagli americani. In realtà molti erano convinti che ci sarebbe stato un bagno di sangue, che i comunisti avrebbero regolato i conti con tutti coloro che avevano collaborato con il regime del Sud. Una compagnia d'assicurazioni americana moltiplicò per mille il prezzo della polizza dei corrispondenti dell'U P rimasti a Saigon.
Due anni dopo il trattato di Parigi tra il Nord Vietnam e gli Stati Uniti, grazie al quale tutte le truppe americane si erano ritirate dal conflitto, il Sud si decomponeva davanti all'offensiva del Nord. Lo spettacolo offerto dall'ambasciatore Graham A. Martin, con la bandiera sotto il braccio, che saliva su un elicottero posatosi sulla terrazza della sua ambasciata, mentre una folla di vietnamiti, attorno all'edificio, cercava invano di seguirlo, non era esattamente "la pace nell'onore" di cui aveva parlato il presidente Nixon nel '73. Né quelle immagini si addicevano ai Premi Nobel per la Pace attribuiti, sempre due anni prima, ai negoziatori del trattato di Parigi: l'americano Henry Kissinger e il nordvietnamita Le Duc Tho. Il Nord aveva certamente violato quell'accordo impegnando tutte le sue forze militari per conquistare il Sud; ma neppure il Sud l'aveva mai rispettato, anzi, non l'aveva mai accettato. Né del resto Kissinger poteva avere mai pensato, realizzandolo, che le due parti avrebbero risolto la tenzone con un compromesso politico, affidandosi a un verdetto elettorale, come previsto dal trattato. La prima sconfitta militare nella storia degli Stati Uniti era lampante; e lo spettacolo dei loro disperati alleati, in larga parte inevitabilmente abbandonati a se stessi, non aggiungeva dignità alla sconfitta. La guerra era tuttavia finita e il Vietnam era riunificato e (per la prima volta, 117 anni dopo l'arrivo dei francesi) senza stranieri sul suo suolo. Il prezzo dell'unità non era però del tutto saldato. Restava da installare il regime comunista nel Sud poco incline alla disciplina e al collettivismo del Nord.
Ventun anni prima, nel 1954, dopo la disfatta della Francia coloniale, i soldati francesi avevano abbandonato Hanoi. Mentre superavano il ponte Doumer, sul Fiume Rosso, alle porte della città, uno di loro, disarmato, era rimasto in coda all'ultimo reparto. Un viet minh l'aveva raggiunto e gli aveva sferrato un calcio nel sedere. Il francese si era voltato irrigidendosi sull'attenti e aveva risposto all'insulto con un rigoroso saluto militare. Senza esitare, il vietnamita aveva risposto con un saluto altrettanto rigoroso. Per la partenza degli americani non ci furono scambi del genere. La più grande evacuazione con elicotteri della storia si concluse alle 7,52 del mattino di quel 30 aprile. Nelle ultime diciannove ore furono portati via 1.120 vietnamiti e 978 americani. I servizi di sicurezza dell'ambasciata respinsero con i calci dei fucili i sudvietnamiti che avevano invaso l'edificio. Un ordine di Washington aveva precisato che per respingerli si poteva usare il bastone, ma non le pallottole. Gli undici marines a bordo dell'ultimo elicottero che sorvolò Saigon quella mattina avevano tuttavia le armi puntate sugli alleati rimasti a terra. Era l'estrema pattuglia di un esercito che negli anni di punta aveva contato 543 mila uomini, e che in dieci anni aveva avuto 58 mila morti.
Il primo carro armato comunista superò l'ingresso del palazzo presidenziale (buttando giù il cancello) alle 11,10 del mattino, sempre di quel 30 aprile. Era guidato da Bui Duc Mai e sugli elmetti dell'equipaggio c'era scritto "A Saigon". Il presidente Minh (detto Big Minh) aveva stentato a convocare il governo perché tutti i centralinisti erano fuggiti e i telefoni suonavano a vuoto. Egli aspettava comunque i vincitori sulla scalinata con trenta collaboratori seduti su due file di seggiole. Le sue prime parole furono: "La rivoluzione è qui. Voi siete qui". Ma ad ascoltarlo c'erano soltanto ufficiali carristi preoccupati di occupare militarmente i luoghi e non di parlar di politica con il presidente del Sud (in carica da poco, per gestire la sconfitta).
Gli uffici delle agenzie di stampa straniere non erano distanti dal palazzo. I telex funzionavano ancora (la censura li avrebbe poi subito bloccati). Appena avvistati i primi carri armati, Jean-Louis Arnaud e Charles-Antoine de Nercyat, entrambi dell'Agence France Presse, riuscirono a mandare la notizia della caduta di Saigon, vale a dire della fine di una guerra durata, a singhiozzo, più di trent'anni, sommando quella contro i giapponesi, quelle successive contro i francesi e gli americani, ed infine quella tra i soli vietnamiti. Si calcolano tre milioni di morti tra il Nord e il Sud. Per George Esper e Peter Arnett dell'Associated Press l'invio dello storico dispaccio fu più laborioso.
L'operatore vietnamita, appena letta la notizia, invece di batterla sulla tastiera del telex, si tuffò verso l'uscita per fuggire. Esper lo agguantò sulla soglia e, aiutato da Arnett, lo rimise sulla sedia, davanti al telex. Il dispaccio fu infine inviato a New York. Esper andò a vedere quel che accadeva in centro e si imbatté in un ufficiale di polizia. Piangeva e urlava: "È finita, finita". Guardò Esper ed estrasse la pistola dal fodero. Esper pensò: "Adesso mi spara". Invece il poliziotto salutò la statua al soldato sudvietnamita che era lì accanto, appoggiò la rivoltella alla tempia e schiacciò il grilletto. Tra i giornalisti rimasti c'era un solo italiano, Tiziano Terzani, corrispondente di Der Spiegel. A fine febbraio il quotidiano per il quale lavoravo (Il Corriere della Sera) mi aveva trasferito a Parigi. E in quei giorni seguivo a Lisbona la "rivoluzione dei garofani". Quando sentii alla radio la notizia della caduta di Saigon fui colto da una profonda emozione. Avevo passato anni, a più riprese, in Vietnam, e sentivo come un'ingiustizia il fatto di non esserci in quelle ore. A volte si amano di più le persone difficili, che ci fanno soffrire: qualcosa del genere capita anche con certi paesi. I giornalisti che hanno lavorato a lungo nel Sud Est Asiatico, a quell'epoca, si considerano a torto o a ragione una casta a parte nella professione. Una casta biologicamente in via d'estinzione. È un sentimento dovuto alla grande vicenda vissuta accanto a un popolo di cui hanno ammirato la classe, il coraggio nella sofferenza. È stato un flusso di adrenalina senza pari. Un giorno, vicino a un villaggio, nel delta del Mekong, fui sorpreso da una sparatoria. Abbandonai l'automobile e mi misi al riparo in un fosso. Due ragazze in bicicletta, con i guanti bianchi e l'abito lungo tradizionale, fecero altrettanto.
Appoggiate alla terra nuda, mentre le pallottole fischiavano sulle loro teste, continuarono a conversare, come se fossero state sorprese non da fucilate e tiri di mortaio, ma da uno scroscio di pioggia primaverile. Appena la sparatoria si allontanò, senza spegnersi del tutto, se ne andarono pedalando tranquille, scambiandosi chissà quali racconti, ritmati da risate ed esclamazioni. Io uscii dal fosso assai più tardi, quando la calma era ritornata sul serio; e senza voglia alcuna di conversare con l'autista. Quel semplice episodio è rimasto intatto, vivo, tra i tanti truculenti ricordi.
Alle 2,30 del pomeriggio, sempre di quel 30 aprile, il presidente Minh annunciò per radio che il regime di Saigon si era "completamente dissolto, a tutti i livelli". Mezz'ora dopo la nuova autorità, il Governo provvisorio rivoluzionario, annunciava i dieci punti del suo programma, in cui si prometteva una riunificazione pacifica, la libertà di pensiero e di lavoro, e l'uguaglianza dei sessi. Vi si proibiva la prostituzione e ogni attività proamericana. Il paventato bagno di sangue non ci fu né quel giorno né nei giorni seguenti. Non ci furono né violenze né saccheggi. I bo doi, i soldati contadini con i sandali e lo sguardo smarrito, erano disciplinati, corretti: si aggirarono per la città conquistata, e subito battezzata Città Ho Chi Minh, ammirando quello che non avevano mai visto prima d'allora.
All'inizio ci fu stupore, qualche esplosione di entusiasmo. Ci fu anzitutto austerità. Non fu la liberazione di Parigi descritta da Hemingway.
Bao Ninh era un soldato nordvietnamita e quel giorno era a Saigon. Dieci anni dopo, in "Sorrow of War", ha descritto con queste parole i sentimenti di Tien, protagonista del libro: "Quando ascoltava i racconti della prima notte della vittoria o vedeva al cinema le scene della caduta di Saigon, con applausi, fiori, bandiere, soldati trionfanti e gente allegra, il suo cuore gli doleva per la tristezza e l'invidia. Lui e i suoi compagni non avevano sentito quell'eccitazione e quella felicità che vedeva sullo schermo. Nei giorni seguenti, dopo il 30 aprile, è vero, aveva vissuto l'indimenticabile gioia della vittoria. Ma la prima notte aveva provato come una sensazione di soffocamento. E perché no? Erano appena usciti dalle trincee". Non ci fu il bagno di sangue ma almeno quattrocentomila sudvietnamiti, considerati fantocci degli americani, furono poi rinchiusi in quaranta campi di rieducazione. La libertà di pensiero promessa il 30 aprile dal Governo provvisorio rivoluzionario del Sud era un'illusione. Lo stesso Gpr si è rivelato un'illusione, poiché il governo di Hanoi ha finito col cancellarlo dal panorama politico.
Per mesi i prigionieri dei campi di rieducazione non hanno potuto comunicare con i parenti, per anni hanno dovuto seguire corsi di "correttezza politica" e spesso redigere o recitare innumerevoli volte le stesse autocritiche. L'odissea dei boat people ha poi rovesciato nei mari vicini un milione di persone, circa il cinque per cento della popolazione del Sud. Una disperata fuga in massa provocata dalla miseria o dall'impossibilità di inserirsi nella nuova realtà. Un esodo in parte cinicamente favorito dallo stesso regime. I più fortunati sono finiti in Australia, in Europa e nell'America del Nord. Negli Stati Uniti vivono oggi un milione di vietnamiti. Gli emigrati mandano da tempo soldi ai parenti rimasti in patria, e spesso vi ritornano per brevi o lunghi soggiorni.
Molti dei quasi ottanta milioni di vietnamiti che abitano oggi nel paese riunificato sono nati dopo il 30 aprile 1975. Ma quel giorno resta anche per loro un punto di riferimento. Tutto è accaduto "prima" o "dopo" il '75. Gli anziani riconoscono che la vita è migliorata. In tutti i sensi. Da dieci anni c'è più libertà. Si può viaggiare senza restrizioni all'interno ed è facile ottenere il passaporto per andare all'estero. Le pagode e le chiese cattoliche sono sempre piene. La gente parla con una certa franchezza. Se uno non attacca pubblicamente il regime non ha problemi. E il regime, pur continuando a dichiararsi comunista, applica sempre più principi dettati dall'economia di mercato.
L'esempio cinese conta. L'ambasciatore americano a Hanoi è Douglas Peterson, il quale ha trascorso sei anni e mezzo come prigioniero di guerra nel Nord Vietnam. Oggi dice che il partito garantisce la stabilità e il progresso, senza violare le regole internazionali sui diritti umani. "Noi non vediamo - ha dichiarato a Time - la necessità di un sistema con molti partiti". La crescita economica è abbastanza costante. Il Vietnam non ha conosciuto l'euforia ma neppure la crisi del resto del Sud Est asiatico.

La Repubblica
23.4.2000


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