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Algeri - La guerra che cambiò la Francia
Nel 1962 veniva firmata la «pace dei coraggiosi», che dava l'indipendenza alla colonia nordafricana, dopo uno scontro sanguinoso e spietato. Per vincere Parigi fece ricorso a mezzi spregevoli, come la tortura e la censura. E ancor oggi fatica a ricordare.
di BRUNO CRIMI
Non c'è nulla da commemorare. E tanto meno da festeggiare». All'ufficio stampa dell'esercito francese sono categorici: «Il 18 marzo non rappresenta nulla per l'Armée». Eppure il 18 marzo di quarant'anni fa, 1962, il governo di Parigi e l'Fln (Fronte di liberazione nazionale) algerino, a Evian, firmarono gli accordi che concludevano un conflitto terribile e febbrile durato otto anni.
Quella data segnò la fine dell'«Algérie Française». Che per più di 130 anni, dal 1830 esattamente, era stata molto più di una colonia: una parte integrante della Francia divisa in tre dipartimenti amministrativi e in cui gli abitanti autoctoni, almeno formalmente, erano cittadini francesi. Tutto era cominciato la notte di Ognissanti del 1954. Ad Algeri, Orano, Costantina, Blida, Skikda, nelle montagne dell'Aurès, erano esplose centinaia di bombe che avevano preso di mira abitazioni e luoghi pubblici francesi.
Il governo di Parigi non sapeva che l'Fln, creato appena poche settimane prima, disponeva di poche centinaia di uomini e di pochissime armi. Credeva invece di trovarsi di fronte a un'insurrezione generale. E decise di rispondere con la forza. In meno di 48 ore mandò ad Algeri 6 mila paracadutisti, rafforzò l'esercito, la polizia e la gendarmeria. Al governo c'erano i socialisti della Sfio, primo ministro era Pierre Mendès-France e ministro dell'Interno François Mitterrand. Quest'ultimo cercò di prendere in mano la situazione e parlò alla nazione. Pronunciò due frasi che sarebbero passate alla storia e che gli sarebbero state rimproverate per decenni. Disse: «L'Algeria è la Francia»; e ancora: «Il solo negoziato possibile è la guerra».
In realtà, dal '54 al '62, e anche dopo, la Francia non volle mai parlare di guerra. Contro chi prima di tutto? Contro se stessa, considerando che l'Algeria era la Francia e che faceva parte del suo territorio ancor prima della Savoia e dell'Alsazia? Allora si parlò di «avvenimenti algerini», di «disordini», di «crisi». Si disse che tutto poteva essere risolto con un'operazione di polizia. Ma il rifiuto di riconoscere la realtà non cambiò i dati del problema. Di guerra si trattò.
Vi parteciparono più di due milioni di soldati: il servizio di leva durava 27 mesi. I morti francesi furono 27.500, più un migliaio di dispersi; tra i coloni morirono 3.500 persone e 2.700 scomparvero. Più complesso il conteggio delle perdite algerine. Il governo indipendente parlò di «un milione e mezzo di martiri». Molti storici, francesi e algerini, sostengono che gli algerini uccisi e dispersi furono tra 250 e 300 mila.
Ma la guerra algerina fu molto altro. In quegli anni la Francia venne messa al bando delle nazioni per la sua ostinazione a mantenere il dominio dell'Algeria nell'epoca delle decolonizzazioni. E poi la guerra determinò due colpi di stato, la caduta della IV Repubblica e l'avvento della V con alla testa il generale Charles De Gaulle.
Quando ormai la fine del conflitto appariva ineluttabile, prese forma, sulle due sponde del Mediterraneo, il più possente movimento terroristico della storia francese, l'Oas (Organizzazione dell'esercito segreto), che fu a un passo dallo scatenare la guerra civile nella metropoli, sempre in nome dell'Algérie française.
Panorama
1/3/2002
CHI SONO I VINCITORI E CHI I VINTI
Il giudizio si è rovesciato: la Francia ha guadagnato un buon sistema politico, mentre l'Algeria ha perso i vantaggi coloniali
I primi che dovettero, dopo la fine della guerra, rinunciare alle loro colonie furono i paesi sconfitti. Ma anche i vincitori si prepararono a permettere che i loro territori coloniali divenissero indipendenti. L'America riconobbe la sovranità delle Filippine il 4 luglio del 1946, la Gran Bretagna si congedò dal subcontinente indiano il 15 agosto 1947 e i Paesi Bassi dovettero abbandonare l'Indonesia nel dicembre 1949. Pur con molte riserve mentali tutte le potenze erano ormai d'accordo sulla necessità di restituire l'Africa agli africani e l'Asia agli asiatici.
Ma esistevano in Africa almeno tre vecchie colonie dove molti indigeni erano europei e si consideravano, non senza ragione, a casa propria: il Sud Africa, la Rhodesia (oggi Zimbabwe) e l'Algeria. Ciò che altrove appariva giusto e opportuno fu in quei paesi terribilmente difficile e drammatico. In Algeria un milione di coloni chiesero che il paese restasse unito alla Francia e poterono contare per molto tempo sul sostegno della madrepatria.
La rivolta scoppiò nel 1954 e la guerra fu una tragica sequenza di atti terroristici, massacri, rappresaglie. Mancò poco, nel 1958, perché il conflitto si estendesse alla metropoli. Chiamato al potere da un putsch di militari ribelli, il generale Charles De Gaulle sembrò deciso a proseguire la lotta. Ma quando si accorse che l'Algeria prosciugava le energie della Francia e la screditava agli occhi del mondo, negoziò con gli insorti «la paix des braves», la pace dei coraggiosi. In pochi giorni un milione di francesi abbandonarono precipitosamente la vecchia colonia.
Il giudizio del mondo, allora, fu semplice: gli algerini avevano vinto, i francesi avevano perso. Oggi il giudizio si è rovesciato. La Francia deve alla guerra d'Algeria il buon sistema politico della V Repubblica. Mentre l'Algeria, dopo avere perduto il prezioso capitale umano dei coloni europei ed essere stata mediocremente governata nei primi trent'anni della sua indipendenza, è teatro di una guerra civile non meno crudele e sanguinosa di quella che fu combattuta contro i francesi.
Sergio Romano
Panorama
1/3/2002
TESTIMONI A 25
anni dalla caduta di Saigon,
Terzani ripropone con una
nuova prefazione, che
anticipiamo, i suoi libri
«Pelle di leopardo» e «Giai
Phong!»
VIETNAM
Le illusioni perdute della
guerra di popolo
di TIZIANO TERZANI
Nel 1975 mi capitò d’essere
uno dei pochissimi testimoni
occidentali d’un avvenimento
storico che segnò la vita
della mia generazione: la fine
della guerra in Vietnam. Su
quella esperienza, a caldo,
con le emozioni ancora a fior
di pelle, scrissi un libro che
uscì col titolo Giai Phong!
La liberazione di Saigon . Il
volume che il lettore ha ora
fra le mani è la ristampa di
quel libro preceduto dal mio
diario di corrispondente al
fronte pubblicato per la prima
volta col titolo Pelle di
Leopardo nel novembre 1973. È
passato più d’un quarto di
secolo da quando quei due
volumi videro la luce e il
tempo non ha fatto uno dei
suoi soliti, strani scherzi:
ha cambiato me, ma non i
libri. Come una immagine
fotografica congelata nell’immobilità
dell’istantanea, Giai Phong!
in particolare riflette ancora
l’entusiasmo di quei giorni,
è pieno delle speranze che la
rivoluzione aveva suscitato.
Io invece, avendo vissuto il
resto di quella e altre
storie, sono diventato, com’è
naturale e giusto, un’altra
persona: scettica di tutte le
promesse politiche e
sospettosa di ogni tipo di
rivoluzione. «Allora ti eri
sbagliato?» mi si chiede
spesso. Al fondo di questa
domanda c’è una
provocazione che merita una
risposta, e la risposta è
sostanzialmente: «No».
I fatti di poi non possono
mutare i fatti di prima e quel
che è successo in Vietnam
dopo la fine della guerra non
può cambiare il giudizio sul
significato del conflitto in
sé. Per la mia generazione fu
soprattutto una questione di
moralità. Da una parte c’erano
i vietnamiti che combattevano
una guerra di indipendenza, la
stessa che avevano combattuto
da quando, un secolo prima, i
francesi erano sbarcati sulle
loro coste ed avevano fatto
dell’Indocina una colonia;
dall’altra c’erano gli
americani che avevano
rimpiazzato i francesi nel
loro tentativo
neocolonialista, che non
avevano alcuna ragione di
immischiarsi negli affari di
un Paese così lontano dal
loro e che non avevano perciò
alcun diritto «di
distruggerlo per poterlo
salvare».
Ogni generazione cerca degli
eroi con cui identificarsi,
degli eroi a cui ispirarsi.
Per la mia furono i vietcong.
Fra gli americani con la loro
sofisticata, tecnologicissima
macchina da guerra e i
contadini-guerriglieri, la
scelta era fin troppo facile.
I princìpi nei quali
credevamo erano semplici: ogni
popolo doveva scegliere il
proprio destino, ogni società
doveva essere soprattutto
umana e giusta. La rivoluzione
vietnamita prometteva
questo.
Il Vietnam era esattamente
così: da un lato c’era un
reale, presentissimo,
visibile, oppressivo regime
appoggiato dalla potenza
militare americana; dall’altro
c’era una dura, spartana e
moralissima rivoluzione che
prometteva pace e una vita
migliore per tutti. Per questo
lo slogan «Uno, dieci, mille
Vietnam» fu per anni sulla
bocca di milioni e milioni di
giovani che in tutto il mondo
manifestavano contro ogni fase
della «sporca guerra»
americana. La rivoluzione non
faceva paura. Anzi.
Per giunta, quando arrivò a
Saigon e finalmente mise fine
alla guerra, la rivoluzione si
presentò esattamente con la
faccia che molti avevano
sognato: era gentile,
comprensiva, compassionevole.
Alcuni avevano temuto che i
guerriglieri, una volta presa
Saigon, avrebbero scatenato un
bagno di sangue, avrebbero
allineato i loro nemici
davanti ai plotoni di
esecuzione. Non avvenne niente
del genere. Invece di chiedere
vendetta i nuovi detentori del
potere parlarono di
fratellanza e di
riconciliazione
nazionale.
I primi rivoluzionari che
entrarono a Saigon avevano l’aria
di onesti, sinceri combattenti
di una causa che
improvvisamente sembrò giusta
persino ad alcuni dei loro
più accaniti avversari. Nei
tre mesi in cui mi fu permesso
di restare in Vietnam l’esperienza
quotidiana della rivoluzione
fu incoraggiante, a volte
persino esaltante. Avevo l’impressione
di qualcosa di nuovo e
affascinante che veniva alla
luce, qualcosa di magico come
la vita di un neonato. C’era
nella rivoluzione un aspetto
catartico, purificante, che
non poteva lasciare
indifferente un osservatore. C’era
un senso di «giustizia è
fatta» nel vedere una
società marcia e corrotta
messa sotto sopra, nel vedere
i prepotenti di ieri
esautorati e la parola data
alle vittime. Giai Phong! è
il resoconto di quel periodo.
Riflette l’atmosfera, lo
spirito di quel tempo.
Un anno dopo la edizione
originale, in Italia il libro
venne ristampato in una
versione abbreviata da
adottare nelle scuole. In
Vietnam Giai Phong! venne
prima pubblicato a puntate da
un quotidiano e poi
distribuito come libro fra i
quadri del partito comunista e
dell’esercito.
Una volta, nelle Filippine,
telefonai alla famiglia di
Ninoy Aquino che era ancora in
prigione. Cercavo di
presentarmi quando venni
interrotto: «La conosciamo.
Ninoy non fa che citare il suo
libro». Lui stesso, prima di
essere assassinato, mi scrisse
una nota per dirmi quanto Giai
Phong! l’aveva aiutato nel
fargli credere nella
possibilità di una
rivoluzione dal volto umano.
Anni dopo, alcuni amici
thailandesi mi han raccontato
che molti degli studenti di
Bangkok andati a
raggiungere la guerriglia
comunista avevano il mio libro
fra le poche cose che si eran
portati nella giungla.
Dinanzi alla realtà di ciò
che è successo in Vietnam
dopo il 1975, mi sono sentito
spesso un gran peso sulla
coscienza all’idea che Giai
Phong! venisse utilizzato per
propagare un mito che s’era
sgonfiato e che continuasse ad
alimentare speranze che s’erano
rivelate penose illusioni. La
sola cosa che potevo fare era
continuare a scrivere:
scrivere su ciò che succedeva
in Vietnam, scrivere su come i
rivoluzionari si comportano
quando sono al potere. L’ho
fatto ogni volta che mi si è
presentata l’occasione: in
Vietnam e altrove.
È così che l’essere stato
l’autore di Giai Phong! non
mi impedì di descrivere come
la gente, che avevo pensato
avesse una sorta di
superiorità morale, l’aveva
perduta e come i
«liberatori» si erano
trasformati in
oppressori.
Nel 1976 le autorità
comuniste di Hanoi mi
permisero di tornare in
Vietnam in occasione del primo
anniversario della loro
vittoria. Per due settimane
viaggiai in macchina da nord a
sud attraverso un Paese dove
la gente, nonostante la
propaganda sulla
riunificazione, era ancora
profondamente divisa, dove non
c’era stata alcuna
riconciliazione nazionale, e
dove i «perdenti» venivano
trattati come paria, mentre i
«vincitori» avevano assunto
i privilegi, l’arroganza e
tutti gli altri difetti di
quelli che avevano spodestato.
Le così dette «nuove zone
economiche» altro non erano
che campi di concentramento,
mentre la tanto vantata
rieducazione s’era rivelata
una trappola in cui centinaia
di migliaia di potenziali
oppositori politici erano
stati abilmente
attirati.
Quando, in visita ufficiale in
una prigione, fui messo
dinanzi a una orchestrina
composta da violinisti ex
ufficiali dell’esercito di
Thieu che per dimostrare la
loro gioia di essere rieducati
avrebbero suonato per me un
quartetto di Mozart, mi
rifiutai di prender parte a
quelle farsa e nel libro dei
visitatori scrissi che
dovunque ci fossero delle
sbarre la mia simpatia andava
sempre a quelli che ci stavano
dietro.
Tornai in Vietnam ancora due
volte e ogni volta trovai il
Paese in condizioni
peggiori. Andando a far visita
agli amici e ai conoscenti di
un tempo - con tutti che si
guardavano costantemente alle
spalle per vedere se venivano
pedinati o spiati - mi fu
facile rendermi conto di tutto
quello che non era stato
fatto, di tutto quel che era
stato sprecato, di tutto
quello che era andato storto.
I rivoluzionari non avevano
portato alcuna giustizia, a
meno che questa significasse
semplicemente mettere in basso
ciò che era in alto e
rimpiazzare una dittatura con
un’altra. La qualità della
vita sembrava peggiorare di
volta in volta: povertà,
corruzione, inefficienza
dilagavano. Su ogni argomento
che cercavo di affrontare,
dalla Cambogia al numero della
gente che arbitrariamente era
ancora detenuta, le autorità
mentivano con una spudoratezza
che rasentava il
ridicolo.
Il mio migliore amico, Cao
Giao, venne arrestato e tenuto
per mesi in isolamento in una
cella senza luce dove ogni
giorno gli veniva data una
ciotola di riso piena di
formiche che lui si accorgeva
di mangiare solo quando nel
buio le sentiva corrergli
sulla faccia. Il Pen Club
internazionale condusse una
campagna per la sua
liberazione, ma le autorità
comuniste lo rilasciarono solo
quando era chiaro che stava
morendo di cancro e aveva
ormai pochissimo da vivere.
Cao Giao era uno di quelli che
la rivoluzione aveva fatto
sognare; ma per lui come per
tantissimi altri vietnamiti la
polizia rivoluzionaria con le
sue tattiche di terrore era
diventata un incubo come la
polizia del vecchio
regime.
La rivoluzione non aveva
mantenuto nessuna delle sue
promesse e governava la gente
con una crudeltà che divenne
spaventosamente apparente
quando migliaia di vietnamiti
si buttarono, o vennero
buttati, in balia del mare su
barche pericolanti in cerca di
un rifugio.
Scrissi di tutto questo e
presto, come era già avvenuto
ai tempi di Thieu, venni
dichiarato persona non grata e
messo sulla lista di quelli a
cui venne impedito di entrare
nel Paese. Non me ne
dispiacque. In Cina, per aver
scritto cose simili sul regime
comunista, nel 1984 venni
arrestato, rieducato per un
mese e alla fine espulso.
Anche lì la rivoluzione aveva
avuto un diverso inizio e
giornalisti come l’americano
Edgar Snow avevano scritto con
grande simpatia di Mao e della
presa di potere da parte dei
comunisti.
Eppure in Cina - come in
Vietnam e in verità come
ovunque - la rivoluzione era
presto andata a male, s’era
rivoltata contro la gente, e
il bambino che sul nascere era
apparso così bello e
attraente s’era presto
rivelato un mostro dal cuore
di pietra.
Che libro scriverei oggi se mi
capitasse di assistere a
quello che vidi nel 1975?
Certo non lo stesso libro,
visto che oggi non sono più
la stessa persona di allora,
non sono più quel giovane
ottimista, sorridente e
speranzoso raffigurato coi
sandali di gomma dei vietcong
nella foto sul retro della
copertina. E come potrei
essere lo stesso dopo essere
passato - e solo da testimone,
fortunatamente - attraverso
tutte le disgrazie, i
massacri, i tradimenti degli
ultimi venticinque anni di
storia asiatica, dai killing
fields di Pol Pot, ai giovani
cinesi assassinati inermi
sulla piazza del Tienanmen,
alla delusione della people’s
power revolution di Cory
Aquino nelle Filippine, allo
strangolamento della
democrazia in Birmania e ora
all’ondata di materialismo
che spazza via quello che non
era ancora stato distrutto
dalle bombe e dagli
iconoclasti?
Io non sono lo stesso uomo di
venticinque anni fa, così
come il mondo non è lo stesso
di allora. La vita di oggi non
è più dominata dai conflitti
ideologici, non ci sono più
contrastanti visioni del
futuro e non più diverse
interpretazioni della storia.
La sola voce che oggi si sente
rintronare è quella
autoincensantesi dei vincitori
della Guerra Fredda. Nessuno
marcia più per nulla e niente
sembra più rivoltare la
coscienza della gente.
In questo senso mi fa piacere
che Giai Phong! e Pelle di
Leopardo , da tempo esauriti e
introvabili, tornino a vedere
la luce grazie al mio editore
Mario Spagnol, che poco prima
di morire decise di
ristamparli.
Corriere della Sera
Lunedì 9 Ottobre 2000
Quando
a Saigon l'America si arrese
1975, fuga da Saigon,così
cambiò la Storia
di BERNARDO VALLI
La montagna della
Vergine Nera sovrasta la
città vietnamita di Tay Ninh,
capoluogo di una provincia di
quattrocentomila abitanti.
Questa era perlomeno
venticinque anni fa la sua
popolazione disseminata lungo
la frontiera cambogiana.
Andavo allora volentieri a Tay
Ninh. Andavo a trovare i
prelati caodaisti, sacerdoti
di una religione sincretista
devota a Budda, a Cristo, a
Sun Yat-sen, a Maometto e a
Victor Hugo, in quanto
intermediari tra Dio e la
Terra, e raggiungibili
nell'aldilà grazie a puntuali
sedute spiritiche. I cardinali
di Tay Ninh erano preziosi
oracoli; per sopravvivere
dovevano tenersi in equilibrio
tra i sudisti di Saigon al
potere in città e i nordisti
di Hanoi al potere nelle
campagne; dal tono dei loro
discorsi si capiva l'aria che
tirava in quella zona
strategicamente determinante.
Nel '75, andai a trovarli a
metà gennaio. I comunisti
avevano occupato la provincia
di Phuoc Luong, la prima a
cadere interamente nelle loro
mani. I sudisti ne
controllavano, sia pure a
malapena, ancora quarantatré
di province; ma il Sud Vietnam
era una scacchiera e la mossa
nordista l'aveva scompigliata;
ogni pedina sudista era
sorvegliata da una pedina
avversa; spostarne una per
tamponare una falla,
significava aprire un varco ai
nordisti.
SE n'era accorto lo Stato
Maggiore di Saigon quando
aveva sguarnito alcune zone
nel vano tentativo di
rafforzare Phuoc Luong. Dopo
avere subito per più di un
anno le offensive degli
avversari, Hanoi stava
rovesciando nel Sud le sue
divisioni. Non bande di
guerriglieri, ma divisioni
motorizzate e alcune blindate.
Il generale Giap, il vincitore
di Dien Bien Phu, stava per
vibrare la mazzata decisiva.
La pressione cresceva nelle
quarantatré province.
L'intero mosaico difensivo
sudista rischiava di saltare.
I caodaisti furono laconici.
Si limitarono ad indicarmi la
montagna della Vergine Nera.
La quale emerge all'improvviso
come un bozzo, un enorme
bitorzolo alto mille metri,
dalla boscaglia piatta, senza
altri rilievi vicini.
Conoscevo bene la storia di
quella montagna. La Vergine
Nera aveva succhiato sangue di
tante nazionalità. Sangue
vietnamita anzitutto. Quello
dei comunisti che l'avevano
contesa, durante la guerra
francese, ai soldati
coloniali; quindi anche sangue
marocchino, algerino,
senegalese; e ben inteso
sangue dei mercenari della
Legione Straniera: tedeschi,
spagnoli, slavi, italiani.
Poi, durante la guerra
americana, sangue di ragazzi
dell'Ohio e del Michigan e
della California e del
Texas... Sui ripidi, villosi
pendii erano stati preparati,
in un campo di addestramento,
numerosi quadri dell'esercito
nazionalcomunista, che più
tardi avrebbero umiliato gli
strateghi usciti dalle più
prestigiose accademie militari
dell'Occidente, Saint-Cyr e
West Point. Dieci anni prima
le Special Forces americane
avevano espugnato la montagna
con un colpo di mano; e
avevano installato sulla vetta
radar che scrutavano, sino a
pochi giorni prima della mia
visita a Tay Ninh, il confine
cambogiano cercando di
intercettare i movimenti di
uomini e materiale lungo un
tratto della pista Ho Chi Minh.
Il 7 gennaio '75, mentre la
provincia di Phuoc Luong
cadeva nelle mani dei viet
cong e dei nordvietnamiti, la
Vergine Nera era stata
riconquistata da alcuni loro
reparti. I caodaisti non
avevano bisogno di aggiungere
altro: bastava il loro gesto
in direzione della montagna.
Poco dopo, aggirandomi per le
strade di Tay Ninh con Derek
Wilson della Bbc, udii uno
schiocco, come se qualcuno
avesse agitato una frusta; era
partito da mezza costa un
razzo; il quale, seppi poi,
aveva ucciso un passante di
mezza età. Dalla Montagna
della Vergine Nera l'esercito
del Nord dominava con la sua
artiglieria la pianura liscia
come un biliardo, attraversata
da una strada larga, comoda,
asfaltata dai francesi e
raddoppiata dagli americani,
che in novanta chilometri, in
poco più di un'ora d'
automobile, portava a Saigon.
Era la via d'accesso alla
capitale del Sud. Per gli
oracoli caodaisti, occupando
la Montagna della Vergine
Nera, i comunisti si erano
impossessati della chiave.
Ritornai a Saigon con quel
messaggio che confermava quel
che tutti già intuivano.
Sulla strada guardai ancora
una volta i famosi Mirador, le
scheletriche torri di legno
costruite dai francesi per
tener d'occhio le risaie
circostanti. Graham Greene li
descrive in "Un americano
tranquillo". Nei primi
anni Cinquanta, Greene seguiva
gli avvenimenti in quella che
si chiamava Indocina,
sentendosi solidale con i viet
minh (precursori dei viet cong),
e provando al tempo stesso una
certa simpatia (romantica) per
gli ufficiali francesi, in
particolare quelli della
Legione Straniera.
Nei mesi successivi i bastioni
sudisti caddero uno dopo
l'altro come birilli: Ben Me
Thuot, Hue, Da Nang, Chu Lai,
Quang Ngai, Qui Nhon, Nha
Trang... e infine Saigon, il
30 aprile. L'esercito armato
dagli americani si disperse
trascinandosi dietro
sussistenza, artiglieria e
masse di profughi. Si disse
che i profughi, intere
famiglie, con figli e
masserizie, inseguissero il
consumismo lasciato in
eredità dagli americani. In
realtà molti erano convinti
che ci sarebbe stato un bagno
di sangue, che i comunisti
avrebbero regolato i conti con
tutti coloro che avevano
collaborato con il regime del
Sud. Una compagnia
d'assicurazioni americana
moltiplicò per mille il
prezzo della polizza dei
corrispondenti dell'U P
rimasti a Saigon.
Due anni dopo il trattato di
Parigi tra il Nord Vietnam e
gli Stati Uniti, grazie al
quale tutte le truppe
americane si erano ritirate
dal conflitto, il Sud si
decomponeva davanti
all'offensiva del Nord. Lo
spettacolo offerto
dall'ambasciatore Graham A.
Martin, con la bandiera sotto
il braccio, che saliva su un
elicottero posatosi sulla
terrazza della sua ambasciata,
mentre una folla di
vietnamiti, attorno
all'edificio, cercava invano
di seguirlo, non era
esattamente "la pace
nell'onore" di cui aveva
parlato il presidente Nixon
nel '73. Né quelle immagini
si addicevano ai Premi Nobel
per la Pace attribuiti, sempre
due anni prima, ai negoziatori
del trattato di Parigi:
l'americano Henry Kissinger e
il nordvietnamita Le Duc Tho.
Il Nord aveva certamente
violato quell'accordo
impegnando tutte le sue forze
militari per conquistare il
Sud; ma neppure il Sud l'aveva
mai rispettato, anzi, non
l'aveva mai accettato. Né del
resto Kissinger poteva avere
mai pensato, realizzandolo,
che le due parti avrebbero
risolto la tenzone con un
compromesso politico,
affidandosi a un verdetto
elettorale, come previsto dal
trattato. La prima sconfitta
militare nella storia degli
Stati Uniti era lampante; e lo
spettacolo dei loro disperati
alleati, in larga parte
inevitabilmente abbandonati a
se stessi, non aggiungeva
dignità alla sconfitta. La
guerra era tuttavia finita e
il Vietnam era riunificato e
(per la prima volta, 117 anni
dopo l'arrivo dei francesi)
senza stranieri sul suo suolo.
Il prezzo dell'unità non era
però del tutto saldato.
Restava da installare il
regime comunista nel Sud poco
incline alla disciplina e al
collettivismo del Nord.
Ventun anni prima, nel 1954,
dopo la disfatta della Francia
coloniale, i soldati francesi
avevano abbandonato Hanoi.
Mentre superavano il ponte
Doumer, sul Fiume Rosso, alle
porte della città, uno di
loro, disarmato, era rimasto
in coda all'ultimo reparto. Un
viet minh l'aveva raggiunto e
gli aveva sferrato un calcio
nel sedere. Il francese si era
voltato irrigidendosi
sull'attenti e aveva risposto
all'insulto con un rigoroso
saluto militare. Senza
esitare, il vietnamita aveva
risposto con un saluto
altrettanto rigoroso. Per la
partenza degli americani non
ci furono scambi del genere.
La più grande evacuazione con
elicotteri della storia si
concluse alle 7,52 del mattino
di quel 30 aprile. Nelle
ultime diciannove ore furono
portati via 1.120 vietnamiti e
978 americani. I servizi di
sicurezza dell'ambasciata
respinsero con i calci dei
fucili i sudvietnamiti che
avevano invaso l'edificio. Un
ordine di Washington aveva
precisato che per respingerli
si poteva usare il bastone, ma
non le pallottole. Gli undici
marines a bordo dell'ultimo
elicottero che sorvolò Saigon
quella mattina avevano
tuttavia le armi puntate sugli
alleati rimasti a terra. Era
l'estrema pattuglia di un
esercito che negli anni di
punta aveva contato 543 mila
uomini, e che in dieci anni
aveva avuto 58 mila morti.
Il primo carro armato
comunista superò l'ingresso
del palazzo presidenziale
(buttando giù il cancello)
alle 11,10 del mattino, sempre
di quel 30 aprile. Era guidato
da Bui Duc Mai e sugli elmetti
dell'equipaggio c'era scritto
"A Saigon". Il
presidente Minh (detto Big
Minh) aveva stentato a
convocare il governo perché
tutti i centralinisti erano
fuggiti e i telefoni suonavano
a vuoto. Egli aspettava
comunque i vincitori sulla
scalinata con trenta
collaboratori seduti su due
file di seggiole. Le sue prime
parole furono: "La
rivoluzione è qui. Voi siete
qui". Ma ad ascoltarlo
c'erano soltanto ufficiali
carristi preoccupati di
occupare militarmente i luoghi
e non di parlar di politica
con il presidente del Sud (in
carica da poco, per gestire la
sconfitta).
Gli uffici delle agenzie di
stampa straniere non erano
distanti dal palazzo. I telex
funzionavano ancora (la
censura li avrebbe poi subito
bloccati). Appena avvistati i
primi carri armati, Jean-Louis
Arnaud e Charles-Antoine de
Nercyat, entrambi dell'Agence
France Presse, riuscirono a
mandare la notizia della
caduta di Saigon, vale a dire
della fine di una guerra
durata, a singhiozzo, più di
trent'anni, sommando quella
contro i giapponesi, quelle
successive contro i francesi e
gli americani, ed infine
quella tra i soli vietnamiti.
Si calcolano tre milioni di
morti tra il Nord e il Sud.
Per George Esper e Peter
Arnett dell'Associated Press
l'invio dello storico
dispaccio fu più laborioso.
L'operatore vietnamita, appena
letta la notizia, invece di
batterla sulla tastiera del
telex, si tuffò verso
l'uscita per fuggire. Esper lo
agguantò sulla soglia e,
aiutato da Arnett, lo rimise
sulla sedia, davanti al telex.
Il dispaccio fu infine inviato
a New York. Esper andò a
vedere quel che accadeva in
centro e si imbatté in un
ufficiale di polizia. Piangeva
e urlava: "È finita,
finita". Guardò Esper ed
estrasse la pistola dal
fodero. Esper pensò:
"Adesso mi spara".
Invece il poliziotto salutò
la statua al soldato
sudvietnamita che era lì
accanto, appoggiò la
rivoltella alla tempia e
schiacciò il grilletto. Tra i
giornalisti rimasti c'era un
solo italiano, Tiziano Terzani,
corrispondente di Der Spiegel.
A fine febbraio il quotidiano
per il quale lavoravo (Il
Corriere della Sera) mi aveva
trasferito a Parigi. E in quei
giorni seguivo a Lisbona la
"rivoluzione dei
garofani". Quando sentii
alla radio la notizia della
caduta di Saigon fui colto da
una profonda emozione. Avevo
passato anni, a più riprese,
in Vietnam, e sentivo come
un'ingiustizia il fatto di non
esserci in quelle ore. A volte
si amano di più le persone
difficili, che ci fanno
soffrire: qualcosa del genere
capita anche con certi paesi.
I giornalisti che hanno
lavorato a lungo nel Sud Est
Asiatico, a quell'epoca, si
considerano a torto o a
ragione una casta a parte
nella professione. Una casta
biologicamente in via
d'estinzione. È un sentimento
dovuto alla grande vicenda
vissuta accanto a un popolo di
cui hanno ammirato la classe,
il coraggio nella sofferenza.
È stato un flusso di
adrenalina senza pari. Un
giorno, vicino a un villaggio,
nel delta del Mekong, fui
sorpreso da una sparatoria.
Abbandonai l'automobile e mi
misi al riparo in un fosso.
Due ragazze in bicicletta, con
i guanti bianchi e l'abito
lungo tradizionale, fecero
altrettanto.
Appoggiate alla terra nuda,
mentre le pallottole
fischiavano sulle loro teste,
continuarono a conversare,
come se fossero state sorprese
non da fucilate e tiri di
mortaio, ma da uno scroscio di
pioggia primaverile. Appena la
sparatoria si allontanò,
senza spegnersi del tutto, se
ne andarono pedalando
tranquille, scambiandosi
chissà quali racconti,
ritmati da risate ed
esclamazioni. Io uscii dal
fosso assai più tardi, quando
la calma era ritornata sul
serio; e senza voglia alcuna
di conversare con l'autista.
Quel semplice episodio è
rimasto intatto, vivo, tra i
tanti truculenti ricordi.
Alle 2,30 del pomeriggio,
sempre di quel 30 aprile, il
presidente Minh annunciò per
radio che il regime di Saigon
si era "completamente
dissolto, a tutti i
livelli". Mezz'ora dopo
la nuova autorità, il Governo
provvisorio rivoluzionario,
annunciava i dieci punti del
suo programma, in cui si
prometteva una riunificazione
pacifica, la libertà di
pensiero e di lavoro, e
l'uguaglianza dei sessi. Vi si
proibiva la prostituzione e
ogni attività proamericana.
Il paventato bagno di sangue
non ci fu né quel giorno né
nei giorni seguenti. Non ci
furono né violenze né
saccheggi. I bo doi, i soldati
contadini con i sandali e lo
sguardo smarrito, erano
disciplinati, corretti: si
aggirarono per la città
conquistata, e subito
battezzata Città Ho Chi Minh,
ammirando quello che non
avevano mai visto prima
d'allora.
All'inizio ci fu stupore,
qualche esplosione di
entusiasmo. Ci fu anzitutto
austerità. Non fu la
liberazione di Parigi
descritta da Hemingway.
Bao Ninh era un soldato
nordvietnamita e quel giorno
era a Saigon. Dieci anni dopo,
in "Sorrow of War",
ha descritto con queste parole
i sentimenti di Tien,
protagonista del libro:
"Quando ascoltava i
racconti della prima notte
della vittoria o vedeva al
cinema le scene della caduta
di Saigon, con applausi,
fiori, bandiere, soldati
trionfanti e gente allegra, il
suo cuore gli doleva per la
tristezza e l'invidia. Lui e i
suoi compagni non avevano
sentito quell'eccitazione e
quella felicità che vedeva
sullo schermo. Nei giorni
seguenti, dopo il 30 aprile,
è vero, aveva vissuto
l'indimenticabile gioia della
vittoria. Ma la prima notte
aveva provato come una
sensazione di soffocamento. E
perché no? Erano appena
usciti dalle trincee".
Non ci fu il bagno di sangue
ma almeno quattrocentomila
sudvietnamiti, considerati
fantocci degli americani,
furono poi rinchiusi in
quaranta campi di
rieducazione. La libertà di
pensiero promessa il 30 aprile
dal Governo provvisorio
rivoluzionario del Sud era
un'illusione. Lo stesso Gpr si
è rivelato un'illusione,
poiché il governo di Hanoi ha
finito col cancellarlo dal
panorama politico.
Per mesi i prigionieri dei
campi di rieducazione non
hanno potuto comunicare con i
parenti, per anni hanno dovuto
seguire corsi di
"correttezza
politica" e spesso
redigere o recitare
innumerevoli volte le stesse
autocritiche. L'odissea dei
boat people ha poi rovesciato
nei mari vicini un milione di
persone, circa il cinque per
cento della popolazione del
Sud. Una disperata fuga in
massa provocata dalla miseria
o dall'impossibilità di
inserirsi nella nuova realtà.
Un esodo in parte cinicamente
favorito dallo stesso regime.
I più fortunati sono finiti
in Australia, in Europa e
nell'America del Nord. Negli
Stati Uniti vivono oggi un
milione di vietnamiti. Gli
emigrati mandano da tempo
soldi ai parenti rimasti in
patria, e spesso vi ritornano
per brevi o lunghi soggiorni.
Molti dei quasi ottanta
milioni di vietnamiti che
abitano oggi nel paese
riunificato sono nati dopo il
30 aprile 1975. Ma quel giorno
resta anche per loro un punto
di riferimento. Tutto è
accaduto "prima" o
"dopo" il '75. Gli
anziani riconoscono che la
vita è migliorata. In tutti i
sensi. Da dieci anni c'è più
libertà. Si può viaggiare
senza restrizioni all'interno
ed è facile ottenere il
passaporto per andare
all'estero. Le pagode e le
chiese cattoliche sono sempre
piene. La gente parla con una
certa franchezza. Se uno non
attacca pubblicamente il
regime non ha problemi. E il
regime, pur continuando a
dichiararsi comunista, applica
sempre più principi dettati
dall'economia di mercato.
L'esempio cinese conta.
L'ambasciatore americano a
Hanoi è Douglas Peterson, il
quale ha trascorso sei anni e
mezzo come prigioniero di
guerra nel Nord Vietnam. Oggi
dice che il partito garantisce
la stabilità e il progresso,
senza violare le regole
internazionali sui diritti
umani. "Noi non vediamo -
ha dichiarato a Time - la
necessità di un sistema con
molti partiti". La
crescita economica è
abbastanza costante. Il
Vietnam non ha conosciuto
l'euforia ma neppure la crisi
del resto del Sud Est
asiatico.
La Repubblica
23.4.2000