Su Bettino Craxi

 

Svolta per la politica e la memoria storica

Quel silenzioPluralismo e collettivismoEmozioneSocialistaLa strage

La storia e l'avvenire,discorso di Bettino Craxi in occasione della celebrazione del centenario del PSI

Quel silenzio della sinistra

di PAOLO FRANCHI

E’ molto probabile che quelle parole sull’amico Bettino Silvio Berlusconi le abbia pronunciate tenendo bene a mente vicende assai più attuali, a cominciare dallo scontro durissimo che lo contrappone a una parte importante della magistratura. E può darsi pure che faccia bene il diessino Burlando a contestarglielo. Ma resta ugualmente vero che difficilmente si potrà fare un passo avanti sulla via «della riconciliazione e dell’unità morale che tuttora ci mancano» senza venire a capo del problema Craxi. Gli anni ’90 almeno questo dovrebbero avercelo insegnato: una storia nuova non si costruisce sulla base della damnatio memoriae o di una ricostruzione reticente del passato. Ricordando Craxi, Berlusconi ha detto la sua su una delle grandi questioni irrisolte che continuano a pesare, sentenze o non sentenze, sulla vita repubblicana. Si può contestare la tesi: ma gli va riconosciuto che ha fatto la sua parte. Stupisce, semmai, il silenzio imbarazzato di quella sinistra in cui pure Craxi, a differenza dal Cavaliere, ha militato, da socialista anticomunista, tutta la vita. Nel famoso «Paese normale» di Massimo D’Alema molte delle affermazioni di Berlusconi le avrebbe fatte un leader della sinistra medesima. E moltissimi, di quelli che ieri si sono spellati le mani per applaudire il capo del governo, a sinistra sarebbero stati, non nella Casa delle Libertà. O si cambia o si muore, aveva detto Piero Fassino. Non sarà colpa sua: ma di cambiamenti, fin qui, non c’è traccia.

Corriere della Sera
23 gennaio 2002

Anche se spesso dissentimmo...aprì un dibattito che non può essere chiuso con gli anatemi:

Bettino Craxi: Pluralismo e collettivismo /socialismo e comunismo

Questa pagina nacque sull'onda dell'emozione per l'improvvisa scomparsa di Bettino Craxi, ma ci sembra giusto mantenerla ed arricchirla dei contributi che man mano reperiremo, non per trarre giudizi conclusivi - nessuno credo possa farlo, oggi -  ma per riaffermare qualcosa che chi lo ha conosciuto e frequentato sa bene: che non è possibile separare la vicenda di Craxi da quella del socialismo italiano, nei suoi grandi meriti storici ed anche nei rovinosi errori. Molte volte ci è capitato di dissentire da Craxi  (e non sempre aveva ragione lui)  ma così come un Craxi di destra non è neppure immaginabile, è impossibile pensare che una sinistra moderna possa non fare i conti con quello che ha rappresentato. Le somme le tireremo - o altri le tireranno- quando una sinistra moderna, socialista e democratica, rinascerà dal marasma. Intanto è importante non dimenticare, con partecipazione emotiva, ma senza i risentimenti, con cui, come diceva Pietro Nenni, non si fa politica.

Noi che non siamo mai stati suoi seguaci acritici e che  siamo rimasti a sinistra, dove è stato per tutta la Sua vita, lo ricordiamo con commozione ed affetto

M.A.  (gennaio 2001) 

Luciano Belli-Paci: 1° anniversario, meriti ed errori 

Prima via "Bettino Craxi"

SOCIALISTA
Il paradossale destino del socialista Bettino Craxi sarà diventare un martire della destra. Che lo saluterà come la vittima più illustre delle odiate toghe rosse. Decida ognuno, in coscienza, se questo destino è stato cercato e meritato, oppure sia un destino ingiusto. Certo non sarà facile fare un minimo di silenzio nel proprio cuore, un minino d'ordine nella propria intelligenza, per non dimenticare il senso e addirittura il suono di quella parola, socialista, che lo qualificò, nel bene e nel male, per la vita intera. Perché se quello che resta della sinistra italiana, quasi al completo, oggi fa parte dell'internazionale socialista, si dice socialista, socialdemocratica, riformista, sarebbe ben strano non farsi qualche domanda importante sulla vita e il destino dell'ultimo vero capo dei socialisti italiani. Sarà una riflessione difficile e per tanti versi paradossale, perché l'effigie del defunto sarà su tutti i gonfaloni del Polo e dei nostalgici della prima Repubblica. Ma bisognerà provare a farla. Per non essere ipocriti (lui non lo era, almeno questo non lo era) e per rendere l'onore delle armi, se proprio a lui non vi riesce, almeno al socialismo italiano.

  Michele Serra
"L'Unità" del 20 gennaio 2000

Apriamo con le poche righe di Michele Serra per mostrare ai settari stupidi che ci hanno scritto lamentandosi della foto di Craxi come ci si può interrogare senza nascondersi la realtà.
Inizia appena ora una riflessione difficile e complessa su Craxi, la sua opera, i suoi limiti, i meriti e gli errori.
Chi lo ha conosciuto - ed è oggi turbato e partecipe del grande dolore di tutti i socialisti- una cosa la sa bene: non sarà
possibile separare Craxi ed il socialismo, nè per il passato nè per la difficile ricerca di un avvenire.

Bettino alla guerra dei Patti 

Romano: l'attivo supera il passivo

Mieli: sulla SME aveva ragioneFine agosto 2000, dalla periferia.Giacomo Mancini parla ai socialisti calabresiDal mito di Nenni alla bufera di Tangentopoli
L'accordo mancato con BerlinguerVent'anni di storia italianaLa svolta del MidasGaetano Arfè: l'audace parabola del craxismo

e, per non dimenticare:

l'ultima lettera di Sergio Moroni

l'ultima lettera di Gabriele Cagliari

Due articoli su Bettino Craxi:
di Paolo Franchi
di Giorgio Ruffolo

Tra i molti articoli apparsi abbiamo scelto questi due, perchè ci sono apparsi non improvvisati, equilibrati ed insieme, perchè no?, partecipi.

Giuliano Amato: Craxi ed io

M.Mafai: un leader di razza

B. Craxi ai giovani socialisti

Il Circolo di via De Amicis ha fatto pubblicare un necrologio

Craxi, dal mito di Nenni alla bufera di Tangentopoli


di Paolo Pagani

ROMA (CNN) -- "Non è morto, mio padre: è stato ammazzato, lo hanno ammazzato": queste, pronunciate tra i singhiozzi, le prime parole di Stefania Craxi, raggiunta al telefono dai giornalisti ad Hammamet. Il dolore di una figlia, in fondo, racconta meglio di tanti discorsi la chiusura (tragica) di un'epoca. Gli anni Ottanta italiani. Un'epoca che le prime pagine dei giornali hanno molte volte racchiuso in un'etichetta svelta: Prima Repubblica. Il Potere poi bruscamente delegittimato, ed è cronaca recente, dalla magistratura che scoperchia i veleni di Tangentopoli. 

Una carriera ultra-politica
Bettino Craxi, meridionale milanesissimo, nasce nel capoluogo lombardo il 24 febbraio del 1934. Una carriera tutta e fortissimamente politica, compiuta nell'ammirazione di Pietro Nenni e sotto il segno di due passioni travolgenti: la storia garibaldina, coltivata da cultore e collezionista, e la ferrea aspirazione a fungere da "ago della bilancia" della politica italiana. Con un partito minore come il Psi, schiacciato fra Dc e Pci, che vuole contare più di quanto il suo semplice peso elettorale gli consentirebbe. Craxi sonda un percorso "autonomista", cerca la centralità della scena nella cornice della sinistra storica, dominata dalla figura di Enrico Berlinguer. 

Lui, Bettino Craxi, fisico monumentale e imbarazzanti pause retoriche nello stile oratorio, viene dalla "base", dalla gavetta delle organizzazioni giovanili. Nel 1957, soli 23 anni, è eletto nel Comitato centrale del Partito socialista. Dal 1960 al 1970 è anche consigliere e poi assessore del Comune di Milano. Nel 1965 entra nella Direzione del Psi e tre anni più tardi, il 19 maggio del '68, viene eletto per la prima volta deputato nel collegio Milano-Pavia con 23.788 voti di preferenza. 

La vita parlamentare non farà più a meno di Bettino Craxi, che rimarrà ininterrottamente deputato fino al 1992. Nel luglio del 1976, al termine di un drammatico congresso-parricidio all'"Hotel Midas" di Roma, a 42 anni, Craxi diventa segretario del Psi in sostituzione di un anziano professore stanco, Francesco De Martino. E quella che il presidente della Camera, Luciano Violante, ha ora definito come "una figura controversa, con meriti e demeriti" , diviene di colpo una stella di prima grandezza. Comincia una straordinaria parabola politico-antropologica che culmina, il 21 luglio del 1983, con la nomina di Craxi a presidente del Consiglio. 

Il primo governo socialista
Quello di Craxi è il primo governo a guida socialista (un pentapartito) della storia repubblicana e riceve la fiducia delle Camere in un torrido 12 di agosto (361 voti favorevoli e 243 contrari alla Camera; 185 favorevoli e 120 contrari al Senato il giorno successivo). Nei primi tre anni di vita, l'esecutivo guidato da Bettino Craxi conclude con il Vaticano l'accordo di revisione del Concordato. E il settembre dell'85 scarica sull'esecutivo il macigno di un grave incidente diplomatico con gli Stati Uniti: nell'aeroporto di Sigonella, in Sicilia, atterra il jet che trasporta i dirottatori palestinesi della motonave "Achille Lauro". Circondato dai marines americani che vogliono arrestare Abu Abbas, mente del sequestro conclusosi con l'assassinio di un anziano cittadino americano handicappato, l'aereo viene fatto ripartire da una decisione di Craxi. 

Un altro braccio di ferro del "decisionista" Craxi, uomo e politico con un debole per le maniere forti e per il presidenzialismo, è quello con i sindacati sulla scala mobile. Uno scossone agli equilibri interni fu senza dubbio il referendum dell'85 sui punti di scala mobile promosso dal Pci. Craxi non cercò di evitare lo scontro e vinse una partita che, all'inizio, era sembrata senza speranza. 

Nei mesi successivi una crisi si risolve con il reincarico a Bettino: il nuovo governo, entrato in carica il 1° agosto 1986, durerà fino al 17 aprile dell'87. Record italiano di permanenza a Palazzo Chigi. 

E' l'8 dicembre dell'89 quando l'allora segretario generale delle Nazioni Unite, Javier Perez de Cuellar, nomina l'ex presidente del Consiglio suo rappresentante personale per le questioni del debito dei Paesi in via di sviluppo. Craxi si trasforma dunque in una sorta di super-ambasciatore internazionale e il 24 ottobre del '90 riceve anche l'incarico Onu di Consigliere speciale per i problemi dello sviluppo e per il consolidamento della pace e della sicurezza. 

La bufera degli scandali
Travolto dagli scandali giudiziari e inseguito dai mandati di cattura del pool Mani Pulite di Milano, Craxi assiste al tramonto del suo potere e prende la via, come lui stesso la definì, dell'"esilio". Nel 1994, infatti, si rifugia in Tunisia. Nella villa di famiglia ad Hammamet presso la quale capi di Stato e politici di tutto il mondo amavano un tempo farsi ospitare. Lì si è adesso conclusa la sua vita, dopo una lunga malattia. E vale allora la pena di ricordare un episodio del 4 luglio 1992, quando Bettino Craxi pronunciò l'ormai storico discorso sul finanziamento della politica, dopo l'esplosione di Mani pulite. 

La Camera lo ascoltò in silenzio. "Tutti sanno - disse il segretario del Psi - che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative hanno ricorso e ricorrono all'uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale". 

"Se gran parte di questa materia - disse ancora Craxi - deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest'aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro". 

La cronaca della giornata registra che nessuno si alzò. 

CNNitalia.it
20 gennaio 2000 


Giacomo Mancini parla ai socialisti calabresi

Molto probabilmente avrete letto il messaggio che mi sono permesso di inviare alla moglie e ai figli di Craxi, rendendo pubblico il mio sentimento di partecipazione al loro dolore, ma anche al fine di concorrere con tutti i buoni socialisti a ristabilire una verità che dovremo ad ogni costo affermare, non soltanto per rendere omaggio a una persona che meritava una morte diversa, ma per evitare che nel nostro Paese diventino verità assolute suggerimenti di parte ed impostazioni politiche e giuridiche che non giovano nè alla democrazia italiana nè alla verità, meno che mai alle nuove generazioni e meno che mai ai socialisti, i quali devono sentire il dovere di fare quello che non hanno saputo fare durante questi anni. Parlano tutti in questo momento e noi non dobbiamo avere la pretesa di intervenire e di dichiarare il nostro ostracismo nei confronti di chi trascura di riconoscere 1 propri errori, commessi durante un periodo in cui le voci della verità hanno taciuto e ha avuto libero corso l'esaltazione di altre voci, di supremazia nei confronti del le libere espressioni democratiche. Ho letto quello che si è detto, ho seguito con animo partecipe tutte le fasi che hanno riguardato questo prolungato mea culpa che è venuto dagli uomini di cultura, da uomini politici e da coloro che hanno sempre dettato legge in questo ultimo, martoriato e tormentato periodo. Numerosi personaggi e personalità - mi riferisco a Norberto Bobbio - ritengono che non si può essere uomini di Stato e difensori della vita democratica e del generale rispetto se non si manifesta obbedienza nei confronti della magistratura. E' difficile sostenere - e su questo io mi permetto di insistere - che la magistratura sia stata equanime e che allo stesso modo siano stati trattati i segretari di tutti i partiti politici che hanno avuto il potere nella vita della Prima Repubblica. Nei confronti di Craxi c'è stato un eccesso di intervento. Basti pensare al corso rapido e veloce che hanno avu-to i suoi processi. I processi fatti o decisi nei confronti del Segretario del Par-tito socialista italiano, che avrebbe dovuto avere l'obbligo -secondo i grandi maestri della democrazia- dell'ossequio permanente nei confronti della giustizia, sono arrivati alla decisione definitiva della Cassazione in pochi mesi. A dir poco, la magistratura italiana ha seguito una velocità supersonica nei confronti di Craxi. Bettino Craxi ha più di una scusante nei confronti di una magistratura che si è immortalata nella sua faziosità anche negando all'on. Pillitteri la possibilità di partecipare al funerale del cognato. Abbiamo visto che il Ministro di Grazia e Giustizia e il Procuratore Generale di Milano non conoscono neppure le leggi vigenti nel loro Paese, come ci ha ricordato I' on. Pisapia che è stato Presidente della Commissione Giustizia. Pillitteri poteva andare ad Hammamet e il Csm dovrebbe far notare al Procuratore Generale che il suo intervento era fazioso e anche sbagliato. Dire perciò che sbaglia chi non si presenta davanti ai giudici e non manifesta ossequio nei confronti di una magistratura che commette errori clamorosi significa voler perpetuare concezioni che invece non devono più esistere in un paese democratico. Si può invitare, non solo Craxi ma tutti i cittadini, a rendere omaggio alla magistratura se i comportamenti degli esponenti di questo potere dello Stato, soprattutto nei momenti più difficili, sono irreprensibili. Il Partito socialista italiano deve essere custode di questi comportamenti. Noi non siamo contro la magistratura, ma dobbiamo dire a noi stessi che il comportamento che osserveremo negli anni che verranno e che in segneremo ai nostri giovani deve essere volto ad affermare senza margini di dubbio che nella democrazia non ci sono poteri che possono essere preminenti nei confronti dei diritti costituzionali dei cittadini. Dispiace che anche il segretario del Partito dello Sdi abbia omesso di fare presente tali questioni: il Ministro di Grazia e Giustizia non può accettare l'intimazione a stare zitto da parte del Procuratore Generale di Milano. Non ci possono essere argomenti e settori tabù in uno stato di diritto.
Ed il Psi deve impegnarsi per sfatare una falsità che qualcuno ha interesse a diffondere e che riguarda la sua storia. Dobbiamo dire, gridare se necessario, che il Psi è stato sempre partito dell'area di sinistra, non socialdemocratico. Nessuno può decidere che la nostra presenza in quest'area sia usurpata. Il Psi è stato a sinistra in tutta la sua storia, anche con la segreteria Craxi. Elemento dominante della nostra storia, che ha comportato il pagamento di prezzi altissimi, è stato sempre l'attenzione per chi operava nella sinistra, da Nenni al momento della scissione saragattiana, a Craxi che è rimasto nel partito al momento della scissione di Tanassi. A questa nostra collocazione nazionale e internazionale dobbiamo restare fedeli anche in vista della prossima campagna elettorale, alla quale dobbiamo dare un forte connotato di presenza socialista. In tutti i periodi, i socialisti hanno molto concorso, anche più degli altri, al successo dei programmi e delle posizioni moderne del socialismo italiano ed europeo. Dobbiamo difendere queste caratteristiche, non saremo mai alleati della destra. Alle prossime elezioni, senza di noi la destra vince. Quella parte della destra che abbiamo visto ai funerali di Craxi non può ritenere di giovarsi nè del nostro dolore nè della nostra giusta polemica nei confronti di chi non è stato nostro amico in questi ultimi anni. L'espiazione socialista deve aver fine ed i socialisti devono farsi sentire. Non vogliamo essere il partito della vendetta, siamo il partito della verità. Tra le verità c'è anche quella che molti socialisti che sono stati in passato vicini a Craxi, devono rendersi conto che non è questo il momento delle loro riabilitazioni, è il momento del riconoscimento dei loro errori. Agendo con onestà possiamo riacquistare un posto nella storia italiana. Quel posto ci spetta, ne siamo orgogliosi e vogliamo insegnare questo orgoglio alle nuove generazioni, che dovranno riprendere un discorso bruscamente ed ingiustamente interrotto. Questo deve essere il nostro obiettivo, di noi socialisti, di noi che qui oggi ci ritroviamo in un abbraccio doloroso, ma anche aperto ad una rinnovata voglia di esserci, di farsi sentire, di fare emergere ideali mai dimenticati di cui nessuno può privarci. Anche in Calabria la destra non passerà.

Giacomo Mancini
29.1.2000


La controversa corsa al potere
di un grande leader mancato


di GIORGIO RUFFOLO


QUANDO lui era in vita, e soprattutto quando era al potere, il discorso su Craxi fu dominato dai toni fanatici dei detrattori e degli idolatri. Anche subito dopo la morte abbiamo udito i suoni cupi e striduli degli uni e degli altri. Ma a me pare che stiano prevalendo toni intermedi e problematici. Poiché non ho alcuna ragione di mutare il mio giudizio che è sempre stato problematico, mi sembra opportuno (quasi un dovere per chi ha svolto nel Psi un ruolo non del tutto marginale) ribadirlo oggi, dopo l'epilogo tragico e amaro della sua vita.
Certo, il discorso su Craxi e sul craxismo (due cose in qualche misura distinte) non si spegnerà all'indomani dei suoi funerali. Né quel discorso si esaurirà nei meschini tentativi di strumentalizzare a fini politici di corta vista la sua vicenda e la sua morte. Una più pacata e obiettiva indagine storica si incaricherà di svolgere gli aspetti complessi di quella figura e di quella vicenda. E in quello svolgimento forse appariranno con evidenza distinti quattro di quegli aspetti che sono troppo spesso confusi: la questione legale, la questione morale, la questione ideologica, la questione politica.
La questione "legale". Senza minimamente entrare nel merito giudiziario è certo che Craxi, come ha riconosciuto esplicitamente egli stesso, si è reso responsabile di violazioni della legislazione che regola il finanziamento dei partiti. Ed è altrettanto certo, ed egli aveva ragione di ricordarlo e di denunciarlo, che questa illegalità era generalmente e lungamente diffusa in Italia, e, come oggi appare in piena evidenza, fuori d'Italia. È anche vero, aggiungo io, che nell' azione "revulsiva" e punitiva della magistratura, fondamentalmente sacrosanta, si sono inserite motivazioni e azioni ispirate a parzialità persecutorie e a pulsioni di teatralià. È vero che il Psi è stato il principale capro espiatorio dell' azione sacrosanta e delle sue deviazioni persecutorie. Perché questo particolare accanimento? Qui si incontra, secondo me, il secondo problema, più propriamente e profondamente "morale": il modo in cui Craxi concepì e gestì il potere.
Quel potere, Craxi lo aveva acquisito grazie a una strategia politica audace e spregiudicata. Di quella strategia faceva parte integrante l'autonomia finanziaria. All'inizio ci fu quel che Luciano Cafagna ha magistralmente analizzato: il denaro al servizio del disegno politico. Per incunearsi tra le due grandi forze politiche italiane che avevano alle spalle l'America e la Chiesa l'una, l'Unione Sovietica l'altra, Craxi riteneva di aver bisogno di "armi proprie". Non solo delle armi della critica, avrebbe detto Marx; ma della critica delle armi.
Presto, si verificò quel fenomeno di cui l'immoralismo della realpolitik italiana apprezza assai i vantaggi immediati e sottovaluta disastrosamente gli effetti alla lunga devastanti: l'accumulazione dei mezzi diventò fine a sé stessa. In Craxi la convinzione che la politica è prima di tutto forza, e che la forza è prima di tutto potenza finanziaria, era vivissima. Quella convinzione credo fosse diventata col tempo una specie di ossessione gelosamente accumulativa. E sono convinto che non fosse affatto finalizzata alle fortune personali e della famiglia, alla moltiplicazione delle ville e dei lussi (credo che tutti abbiano potuto constatare la "normalità" del suo tenore di vita familiare). Ma alla passione di fondare un potere "suo". Prima per usarne alla conquista del partito. Poi per usarne alla conquista del potere.
L'illegalità, in tal modo, diventava non un costo ma un profitto della politica. Non una necessità cui rassegnarsi ma un' opportunità da cogliere. So che la distinzione è sottile. Ma non per questo meno essenziale. Infatti, quando il bisogno diventa passione scompare il senso del limite e si alimenta il sentimento dell'immunità e della protervia. E soprattutto, attorno a quella passione di potenza si sviluppa un costume. Attorno a Craxi si sviluppò una corte che non definirei di craxiani (tra i craxiani c' erano e ci sono tante persone degnissime) ma di craxini arroganti e scostumati, scarsi di meriti e ricchi di bisogni, talvolta tollerati, talvolta vezzeggiati, talvolta disprezzati dal capo. Quelli, soprattutto, diffusero attorno al nuovo partito socialista un clima di antipatia e di repulsione, che prima ne contrastò l' ascesa e poi gli divenne fatale.

Per carità: quanti grandi personaggi della storia, da Cesare a Napoleone, hanno cavalcato l' immoralismo e alimentato la corruzione senza che ciò scalfisse, non solo il loro successo contemporaneo, ma anche il giudizio complessivo della storia. Cinicamente si può dire però che per permettersi un immoralismo scoperto e spavaldo, bisogna prima avere raggiunto un livello di potere consolidato che lo rende invulnerabile. Craxi non lo aveva raggiunto. Egli, col suo comportamento, aveva suscitato più nemici di quanti potesse permettersene. Aveva ferito le forze che aveva sfidato. Non le aveva annichilite. Questo lo rendeva vulnerabile. E ancor più rendeva vulnerabili i suoi sub-imitatori. Meno cinicamente: quando si è figli di una tradizione nella quale il fattore morale conta tanto - come quella socialista - questa vulnerabilità è centuplicata. Mi secca davvero di autocitarmi: ma personalmente, non mi stancai di denunciare pubblicamente, nei Congressi del partito e sulla stampa, i guasti politici di quell'immoralismo prepotente e diffuso. E i suoi rischi mortali. Quei guasti si produssero. Quei rischi si avverarono. Non c'è di peggio, in politica, della pre-potenza in senso proprio: di un plus-potere cioè che, come una moneta inflazionata, non è coperto da una riserva adeguata. E non c'è di peggio per un Capo popolare che distaccarsi da quell'altra e più nobile riserva che è costituita dai valori e dai principi etici cui continua a dichiararsi fedele.
E qui veniamo al terzo punto.
Craxi era un socialista. Lo era appassionatamente, emotivamente. Ma era anche convinto che quei valori che lo "commuovevano" si sarebbero potuti affermare solo attraverso la forza disinibita della sua personalità. Il socialismo era lui. Lo hanno paragonato a Crispi, a Mussolini. Errore! Se c'erano in lui tratti massimalistici e populistici, e persino analogie gestuali, egli non giunse mai a rinnegare i principi del socialismo. Ma di un socialismo sentimentale e, se mi si passa l'ossimoro, libertario- autoritario (libertario nei riguardi dei poteri cui si contrapponeva, autoritario nei riguardi del suo). Niente di simile a Turati, a Rosselli, al suo adorato Nenni. Quando si dice decisionista si dice questo: una insofferenza profonda per tutti i riti, per tutte le forme di "cretinismo parlamentare", di chiacchiera impotente, ma anche una assenza di rispetto per la critica, una inclinazione all'adulazione e, soprattutto, una totale mancanza di ascolto. Quest'ultima gli fu fatale, facendogli perdere quel fiuto, quel senso della realtà che ne aveva determinato il successo.
E veniamo all'ultimo punto, che è quello decisivo, quello del disegno politico. Decisivo perché giustamente o ingiustamente, se si azzecca quello, tutti gli altri vizi impallidiscono nella memoria. Craxi lo azzeccò in pieno prima e lo fallì in pieno dopo.
Azzeccò in pieno la strategia autonomista. Certo, non era il solo nel Psi a sostenerla. Ma è altrettanto certo che egli la liberò da quei complessi di inferiorità verso i comunisti, da quelle remore "unitarie" che la indebolivano degradandola a puro discorso teorico o a pura predica disarmata. Non esitò a ingaggiare un duello a sinistra. A giudicare dagli esiti, chi potrebbe affermare oggi che il vincitore "morale" (proprio così) di quel duello non sia lui? Quando D'Alema con coraggio definitivo, afferma "platealmente" che nel duello tra socialismo democratico e comunismo, era il primo ad avere ragione c'è da chiedere: dove stava Craxi? Dove stava Berlinguer? Chi scelse l'Europa, l'Internazionale socialista, i missili a Comiso, l'abbattimento della spirale inflazionistica?
Non mi accoderei invece alle lodi per la modernizzazione. Scalfari ha ragione. Quello craxiano era un modernismo più espressionista che riformista; più mediatico che pratico. Non riformò lo Stato e la finanza pubblica, al contrario. Aprì, sì, la porta a nuove istanze vitalistiche, ma non tentò neppure seriamente le riforme costituzionali e il rinnovamento delle strutture amministrative che avrebbero dovuto governarle e moderarle.

Quel suo grande duello, comunque, egli avrebbe potuto concepirlo (era questa la speranza e l'attesa di alcuni di noi, mia certamente) come parte di un disegno di rigenerazione riformista dell'intera sinistra italiana: non di pura modernizzazione attivistica; e soprattutto non di un compromesso di potere a basso livello con la destra democristiana. Lo si doveva e poteva concepire come il momento critico di un processo storico di ricomposizione della sinistra che la fondasse come grande forza di governo. Il crollo del muro diede a Craxi l'occasione di cogliere in un sol colpo i risultati della sua strategia. E proprio lì l'ispirazione politica gli venne a mancare. Lì la sua statura politica si rimpiccolì, o dimostrò i suoi limiti. Lì la sua vulnerabilità emerse.
Con il passare del tempo, la storia si incaricherà di svolgere questi aspetti contraddittori del personaggio. Bettino Craxi, detestato o idolatrato, vi resterà comunque, come "un uomo di grande formato", avrebbe detto Thomas Mann. Quanto ai suoi compagni di partito, potranno accomiatarsi da lui serenamente se avranno conservato l'animo sgombro dal servo encomio come dal codardo oltraggio. Quanto alla sinistra, in questa tragica fine si schiude almeno una speranza. Che la sinistra, tutta la sinistra, chiusa definitivamente una stagione storica di divisioni suicide, sappia, di fronte al vero pericolo che incombe, ritrovare se stessa.

da "La Repubblica"
del 25 gennaio 2000


UN SOCIALISTA ITALIANO

di Paolo Franchi

Adesso i ricordi si affastellano e non aiutano a formulare, ove mai fosse possibile, un giudizio equanime, si sarebbe detto un tempo, sulla figura e l’opera di Bettino Craxi. Ma bastano almeno a confortarci in una convinzione per noi antica e radicata, che non ha nulla da spartire né con le aule di giustizia né con i fariseismi compunti di queste ore. Piaccia o no (e sicuramente a molti di quelli che lo odiarono ben prima della comparsa della “questione morale”, e oggi sono tutto un cordoglio, la cosa non piace affatto) Bettino è stato, dai primi passi in politica, un uomo della sinistra italiana. Diciamo meglio: un uomo del socialismo italiano, segnato dalle vicende del socialismo italiano - dalle sue grandezze come dalle sue miserie - fin da quando, ragazzino, incollava sui muri di Milano i manifesti del Fronte Popolare. Di quel Fronte del quale suo padre, Vittorio, viceprefetto della Liberazione, fu, come tanti socialisti, candidato sfortunatissimo anche perché, nella comune sconfitta, il Pci, infinitamente più organizzato del Psi, colse l’occasione per regolare una volta per tutte i conti a sinistra. Di quel Fronte che il suo padre politico, Pietro Nenni, fortemente volle, anche se poi, a disastro consumato, annotò amaro nei Diari: sotto bandiera comunista non si vince in Occidente.
Socialista, dunque, e socialista autonomista, e, diciamola tutta, socialista dichiaratamente anticomunista. Così socialista, così autonomista, così anticomunista da meritare al pari di Giuseppe Saragat e più di Pietro Nenni, che stalinista lo fu, se non un posto tra gli antenati, almeno la considerazione e il rispetto di un partito, i Ds, il cui segretario, Walter Veltroni, tiene a spiegare come e perché il comunismo e la liberta siano incompatibili. E il cui presidente Massimo D’Alema scandisce dalla tribuna del congresso: “La ragione stava dalla loro parte”: e “loro” sono i socialisti di tutte le razze, di destra e di sinistra, che nel secolo delle rivoluzioni alzarono bandiera democratica, riformista, talvolta libertaria, sempre antistalinista.
Invece, niente, almeno sino alla morte. Per via di Tangentopoli e delle condanne penali? Si, certo. Ma anche perché il socialista autonomista Craxi, per il Pci che non c’è più, ma sopravvive nell’anima di tanti diessini, ha costituito da subito il simbolo del male, e lo rappresenta, in realtà, tuttora. Si capisce: Bettino è stato l’unico leader del Psi dopo il 1948 che sia riuscito a riequilibrare i rapporti di forza a sinistra e addirittura a giungere a un passo dal sorpassare elettoralmente il Pci-Pds. Restando però dalla questione comunista ossessionato per tutta la vita. Come può capitare solo a chi su questo decisivo terreno per tanti anni è stato in assoluta minoranza, anche nel suo partito, divenendone segretario (ma all’inizio segretario, appunto, di minoranza) proprio quando, dopo le elezioni del ‘76, apertamente ci si chiede se il Psi possa avere ancora un futuro. Alberto Asor Rosa, sulle colonne dell’Unità, dice di no: il Pci di Berlinguer, spiega, ha fatto il miracolo di tenere insieme Lenin e Prampolini, la rivoluzione e il riformismo. Occuparsi ancora del Psi, dunque, significa solo perdere del tempo. Quasi nessuno ha il coraggio di sostenere questa tesi così apertamente, ma sono in tanti a pensarla come lui, nel Pci, certo, ma anche nella Dc, e persino tra i socialisti. Primum vivere, è il motto con cui Bettino tiene insieme chi non ci sta, gli autonomisti come lui, ma anche i colonnelli della sinistra lombardiana, e almeno per un certo periodo gli ex demartiniani di Enrico Manca.
Ma primum vivere non significa solo scommettere su se stesso e su quella povera cosa,
anche se onusta di storia, che è e resta il Psi. Vuol dire anche scommettere che il compromesso storico, quello vero, non si farà mai, e che il partito comunista, se resterà comunista, al governo non ci andrà, con tutto il suo trentacinque per cento dei voti. E anzi, finita (e fallita) la solidarietà nazionale, sarà esposto a un declino magari lento, ma ineluttabile.
Craxi, non c'è dubbio, questa scommessa la fa, perché è la sua scommessa. E le tiene fede tanto negli anni della solidarietà nazionale quanto negli anni della collaborazione-competizione con la Dc e di Palazzo Chigi. Ma dentro ci mette anche una speranza, o un sogno, che coltiva in fondo al cuore persino contro l'evidenza dei fatti da quando era giovanotto, e battagliava nella sezione di Sesto San Giovanni con i compagni “carristi” e con Lelio Basso.
La speranza, o il sogno, di mettere in piedi, con le buone e con le cattive, un Psi sufficientemente forte e coeso da poter levare, il giorno in cui la crisi comunista fosse finalmente scoppiata, la bandiera dell'unità socialista. La speranza, o il sogno, di essere ancora in campo, e da protagonista, il giorno in cui i comunisti avrebbero ammesso, come pure aveva fatto il fondatore del partito Umberto Terracini, che si, a Livorno, nel '21, le cose giuste le aveva dette Filippo Turati, non Bordiga, non Togliatti, non Gramsci. La speranza, o il sogno, di poter diventare lui il leader di un movimento che tenesse insieme le diverse anime del socialismo italiano, e le congiungesse in qualche modo nella
vieille maison socialista ai laici, ai radicali, a componenti del mondo cattolico, persino a pezzi della sinistra extraparlamentare.
Senza tenere conto di questa speranza, o di questo sogno, che coesiste contraddittoriamente con il duro realismo dell'uomo di partito che vuole mettere da subito se stesso e i socialisti al centro della scena, ma sa pure quanto sia arduo guadagnare mezzo punto in un'elezione, non si capirebbe l'uomo degli euromissili e di Sigonella, e nemmeno il duello feroce tra quest'uomo ed Enrico Berlinguer.
Un duello personale, politico e ideologico (“Siamo e resteremo sempre leninisti!”, risponde a muso duro Berlinguer quando nel '78 Bettino, per incalzare il Pci, riscopre addirittura l'attualità di Proudhon), che diventerà sempre più aspro, fino ad esplodere, incontenibile, quando il primo presidente del Consiglio socialista, al quale i comunisti riservano sin dall'inizio un'opposizione assai più aspra di quella tradizionale ai governi democristiani, vara il decreto sul costo del lavoro.
Possibile che siano solo quei quattro punti di scala mobile a indurre Berlinguer a definirlo “un pericolo per la democrazia”, e a portare a Roma, il 24 marzo 1984, per impiccarlo in effigie assieme a Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto, centinaia di migliaia di operai “autoconvocati”? Probabile, molto più probabile, che Berlinguer sia insorto, nel plauso pil o meno silenzioso della sinistra dc, a difesa di ciò che Bettino il decisionista apertamente aveva messo in discussione, sfidando l'ostruzionismo parlamentare del Pci: e cioè tutto quanto si riassumeva nell'antico motto consociativo secondo il quale “senza e contro i comunisti non si governa”.
Senza quella speranza, o quel sogno, non si capirebbe nemmeno la fascinazione che su Craxi hanno sempre esercitato gli ex comunisti, da Eugenio Reale e Spartaco Vannoni via via fino a Giuliano Ferrara, né le tante amicizie che Bettino ha coltivato tra comunisti in servizio permanente effettivo, da Pajetta a Cossutta.
Di recente l'ultimo segretario del Pci (e il primo del Pds), Achille Occhetto, ha confidato al Corriere di ricordare con nostalgia gli incontri e gli scontri di un tempo in cui tutto sembrò possibile, anche la nascita di una grande e rinnovata forza socialista in Italia, e invece nulla andò per il verso giusto, né a Botteghe Oscure né a via del Corso. Ci sarà modo e tempo per ricostruirla, la storia della sinistra it
aliana tra l'87, l'anno in cui Craxi lascia Palazzo Chigi, e il '92: e quelli che la seguirono da presso avranno qualcosa da raccontare. Nei suoi vecchi appunti il cronista trovera' traccia di molte speranze e di ancor piu numerose miserie politiche e umane. Ma, temiamo, individuerà pochissimi elementi utili a spiegare l'arcano del perché Craxi non trovi di meglio, proprio quando il comunismo alzava bandiera bianca, che puntare su un nuovo governo Andreotti nella speranza, in sé mediocre, di tornare quanto prima a Palazzo Chigi; e del perché la maggioranza dei postcomunisti ogni strada pensi all'epoca percorribile fuorché quella che conduceva all'ingresso dalla porta principale nella socialdemocrazia. Ora i Ds governano in primissima persona il Paese, e nella socialdemocrazia internazionale finalmente ci sono, ma la sinistra italiana è al suo minimo storico”. Dice bene D'Alema, “la ragione era dalla loro parte”, se un merito ebbe il Pci, fu quello di non essere stato diverso da “loro” al punto di non poter cambiare pelle e natura.
Ma Craxi era o non era uno di “loro”? E chi aveva “ragione” nei secondi anni Settanta e in tutti gli Ottanta, il socialdemocratico paragonato, secondo antica tradizione, a Benito Mussolini, o Berlinguer, comunista “per fedeltà agli ideali della giovinezza”? E quale forza potrebbe avere oggi la sinistra italiana, se, invece di fargli guerra mortale, gli allora trenta-quarantenni del Pci avessero parlato, anche nella polemica, come parlano adesso? E perché non lo hanno fatto? Ce lo chiedevamo sabato scorso a Torino, ascoltando D'Alema. Ce lo chiediamo ancora di più oggi che Craxi è morto, e nessuno, neanche chi ancora un mese fa codici alla mano gli dava (seppur più rispettosamente che in passato) del latitante, e oggi è pronto a tributargli onori di Stato, può restituirgli quell'onore politico che fino all'ultimo ha invocato.


"Le sezioni Ds? Intitoliamole a Bettino Craxi", Casotti, segretario DS a Massa



ROMA - Intitolare alcune sezioni Ds a Bettino Craxi. Questa la proposta, lanciata dalle pagine locali della Nazione, da Paolo Casotti, segretario della sezione Ds di Alteta, quartiere operaio di Massa, che conta una trentina di iscritti. "Se oggi, dopo la svolta della Bolognina - scrive Casotti - e dopo il congresso di Torino, il nostro partito guarda al socialismo europeo e liberale, bisogna anche avere il coraggio di riconoscere che, in Italia, c'era stato qualcuno che l'aveva capito prima di noi. Perciò occorre rendere omaggio a Craxi, ma anche a Nenni e Saragat"
"Prima o poi dovranno farlo, ma ora è prematuro", ha commentato Bobo Craxi, che ha aggiunto: "La proposta è indice di una certa confusione che attraversa la sinistra, anche se in assoluto non è un'idea campata per aria. In coerenza con la storia della sinistra italiana, il reciproco riconoscimento dei meriti e degli errori dovrà essere fatto, ma ora questa proposta non ha alcun riferimento al comportamento dei Ds negli ultimi dieci anni. E' fuori linea. Potrei dire con una battuta che è meglio tardi che mai, ma in realtà la prospettiva di una unità storica potrà avvenire soltanto all'indomani di una sonora sconfitta dei ds. E noi siamo impegnati su questa prospettiva".

La Repubblica
24 agosto 2000


Prima «via Bettino Craxi» Sì del prefetto di Roma


ROMA - La prima «via Bettino Craxi» con tutte le carte in regola è a Valmontone, paesone di 13 mila anime in provincia di Roma. Dopo un lungo iter burocratico, e non senza polemiche, un chilometro di circonvallazione costato un miliardo è stato dedicato all’ex leader socialista, morto in Tunisia il 19 gennaio del 2000. E poiché le norme sulla toponomastica vietano di battezzare strade, piazze o viali col nome di persone ancora in vita - o che non siano morte da almeno dieci anni - per intitolare a Craxi la nuova «bretella» a mezz’ora di auto dalla capitale c’è voluta una procedura straordinaria. Il 7 agosto la prefettura di Roma ha accolto la richiesta di deroga avanzata dal consiglio comunale di Valmontone, e che altri prefetti d’Italia avevano negato. «È stata una lunga battaglia, ma finalmente una grande opera pubblica porta il nome di Craxi» esulta il sindaco Angelo Miele, 52 anni. Socialista dal 1990 (dopo una lunga militanza comunista), già pensa ai festeggiamenti ufficiali: una lapide, forse un busto, certamente un convegno internazionale a ottobre per celebrare le opere di «un perseguitato politico e il suo impegno per il Terzo mondo». La folgorazione, durante i funerali di Craxi: la nipotina che abbracciava il feretro del nonno, i canti delle donne in arabo... 
Miele, che si dice «socialista riformista», l’opera del «grande statista» la condivide in pieno, errori esclusi. «Anche i migliori possono sbagliare». Ad ogni tornata elettorale a Valmontone, dove a ottobre inizieranno i lavori per un grandioso parco dei divertimenti, lo Sdi fa il pieno di voti. Da quattro anni Miele governa senza scossoni una maggioranza di centrosinistra che fa a meno dei Ds: siedono all’opposizione, con An e a Forza Italia. L’astensione polemica contro «via Craxi» l’hanno decisa insieme, compatti. «Anche tra i cittadini qualcuno ha protestato - ammette Miele - ma alla fine si sono convinti». 
Per inserire nello stradario una via intitolata al leader socialista, il comune di Perledo (Lecco) ha indetto perfino un referendum. Ma la consultazione popolare è fallita con 72 «no» e 38 «sì». Anche il comune di Aulla, 4000 abitanti in provincia di Massa Carrara, ha provato in tutti i modi a ottenere il va libera per intitolare una piazza a Craxi. Ma dopo uno scontro più politico che burocratico, il sindaco Lucio Barani si è dovuto arrendere. «La piazza l’abbiamo fatta lo stesso», ricorda adesso il primo cittadino, già promotore di una stele per le vittime di Tangentopoli e di una medaglia craxiana. «La targa l’abbiamo messa il 31 agosto del ’99, e resta la prima in Italia. L’ho dovuta sostituire otto volte perché i no global si divertono a spaccarla». E l’autorizzazione? «Seguire le vie legali non serve a nulla. La cosa importante è che il consiglio comunale abbia deliberato». 

Monica Guerzoni 

Corriere della Sera
24 agosto 2001


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