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La storia e l'avvenire,discorso di Bettino Craxi in occasione della celebrazione del centenario del PSI
Anche se spesso dissentimmo...aprì un dibattito che non può essere chiuso con gli anatemi:
Bettino Craxi: Pluralismo e collettivismo /socialismo e comunismo
Romano: l'attivo supera il passivo
l'ultima lettera di Sergio Moroni
l'ultima lettera di Gabriele Cagliari
Due
articoli su Bettino
Craxi:
di Paolo
Franchi
di Giorgio
Ruffolo
Tra i molti articoli apparsi abbiamo scelto questi due, perchè ci sono apparsi non improvvisati, equilibrati ed insieme, perchè no?, partecipi.
B. Craxi ai giovani
socialisti
Il Circolo
di via De Amicis ha
fatto pubblicare un
necrologio
Craxi, dal mito di Nenni alla bufera di Tangentopoli
di Paolo Pagani
ROMA (CNN) -- "Non è morto, mio padre: è stato ammazzato, lo hanno ammazzato": queste, pronunciate tra i singhiozzi, le prime parole di Stefania Craxi, raggiunta al telefono dai giornalisti ad Hammamet. Il dolore di una figlia, in fondo, racconta meglio di tanti discorsi la chiusura (tragica) di un'epoca. Gli anni Ottanta italiani. Un'epoca che le prime pagine dei giornali hanno molte volte racchiuso in un'etichetta svelta: Prima Repubblica. Il Potere poi bruscamente delegittimato, ed è cronaca recente, dalla magistratura che scoperchia i veleni di Tangentopoli.
Una carriera ultra-politica
Bettino Craxi, meridionale milanesissimo, nasce nel capoluogo lombardo il 24 febbraio del 1934. Una carriera tutta e fortissimamente politica, compiuta nell'ammirazione di Pietro Nenni e sotto il segno di due passioni travolgenti: la storia garibaldina, coltivata da cultore e collezionista, e la ferrea aspirazione a fungere da "ago della bilancia" della politica italiana. Con un partito minore come il Psi, schiacciato fra Dc e Pci, che vuole contare più di quanto il suo semplice peso elettorale gli consentirebbe. Craxi sonda un percorso "autonomista", cerca la centralità della scena nella cornice della sinistra storica, dominata dalla figura di Enrico Berlinguer.
Lui, Bettino Craxi, fisico monumentale e imbarazzanti pause retoriche nello stile oratorio, viene dalla "base", dalla gavetta delle organizzazioni giovanili. Nel 1957, soli 23 anni, è eletto nel Comitato centrale del Partito socialista. Dal 1960 al 1970 è anche consigliere e poi assessore del Comune di Milano. Nel 1965 entra nella Direzione del Psi e tre anni più tardi, il 19 maggio del '68, viene eletto per la prima volta deputato nel collegio Milano-Pavia con 23.788 voti di preferenza.
La vita parlamentare non farà più a meno di Bettino Craxi, che rimarrà ininterrottamente deputato fino al 1992. Nel luglio del 1976, al termine di un drammatico congresso-parricidio all'"Hotel Midas" di Roma, a 42 anni, Craxi diventa segretario del Psi in sostituzione di un anziano professore stanco, Francesco De Martino. E quella che il presidente della Camera, Luciano Violante, ha ora definito come "una figura controversa, con meriti e demeriti" , diviene di colpo una stella di prima grandezza. Comincia una straordinaria parabola politico-antropologica che culmina, il 21 luglio del 1983, con la nomina di Craxi a presidente del Consiglio.
Il primo governo socialista
Quello di Craxi è il primo governo a guida socialista (un pentapartito) della storia repubblicana e riceve la fiducia delle Camere in un torrido 12 di agosto (361 voti favorevoli e 243 contrari alla Camera; 185 favorevoli e 120 contrari al Senato il giorno successivo). Nei primi tre anni di vita, l'esecutivo guidato da Bettino Craxi conclude con il Vaticano l'accordo di revisione del Concordato. E il settembre dell'85 scarica sull'esecutivo il macigno di un grave incidente diplomatico con gli Stati Uniti: nell'aeroporto di Sigonella, in Sicilia, atterra il jet che trasporta i dirottatori palestinesi della motonave "Achille Lauro". Circondato dai marines americani che vogliono arrestare Abu Abbas, mente del sequestro conclusosi con l'assassinio di un anziano cittadino americano handicappato, l'aereo viene fatto ripartire da una decisione di Craxi.
Un altro braccio di ferro del "decisionista" Craxi, uomo e politico con un debole per le maniere forti e per il presidenzialismo, è quello con i sindacati sulla scala mobile. Uno scossone agli equilibri interni fu senza dubbio il referendum dell'85 sui punti di scala mobile promosso dal Pci. Craxi non cercò di evitare lo scontro e vinse una partita che, all'inizio, era sembrata senza speranza.
Nei mesi successivi una crisi si risolve con il reincarico a Bettino: il nuovo governo, entrato in carica il 1° agosto 1986, durerà fino al 17 aprile dell'87. Record italiano di permanenza a Palazzo Chigi.
E' l'8 dicembre dell'89 quando l'allora segretario generale delle Nazioni Unite, Javier Perez de Cuellar, nomina l'ex presidente del Consiglio suo rappresentante personale per le questioni del debito dei Paesi in via di sviluppo. Craxi si trasforma dunque in una sorta di super-ambasciatore internazionale e il 24 ottobre del '90 riceve anche l'incarico Onu di Consigliere speciale per i problemi dello sviluppo e per il consolidamento della pace e della sicurezza.
La bufera degli scandali
Travolto dagli scandali giudiziari e inseguito dai mandati di cattura del pool Mani Pulite di Milano, Craxi assiste al tramonto del suo potere e prende la via, come lui stesso la definì, dell'"esilio". Nel 1994, infatti, si rifugia in Tunisia. Nella villa di famiglia ad Hammamet presso la quale capi di Stato e politici di tutto il mondo amavano un tempo farsi ospitare. Lì si è adesso conclusa la sua vita, dopo una lunga malattia. E vale allora la pena di ricordare un episodio del 4 luglio 1992, quando Bettino Craxi pronunciò l'ormai storico discorso sul finanziamento della politica, dopo l'esplosione di Mani pulite.
La Camera lo ascoltò in silenzio. "Tutti sanno - disse il segretario del Psi - che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative hanno ricorso e ricorrono all'uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale".
"Se gran parte di questa materia - disse ancora Craxi - deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest'aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro".
La cronaca della giornata registra che nessuno si alzò.
CNNitalia.it
20 gennaio 2000
Giacomo
Mancini parla ai socialisti
calabresi
Molto probabilmente avrete
letto il messaggio che mi sono
permesso di inviare alla
moglie e ai figli di Craxi,
rendendo pubblico il mio
sentimento di partecipazione
al loro dolore, ma anche al
fine di concorrere con tutti i
buoni socialisti a ristabilire
una verità che dovremo ad
ogni costo affermare, non
soltanto per rendere omaggio a
una persona che meritava una
morte diversa, ma per evitare
che nel nostro Paese diventino
verità assolute suggerimenti
di parte ed impostazioni
politiche e giuridiche che non
giovano nè alla democrazia
italiana nè alla verità,
meno che mai alle nuove
generazioni e meno che mai ai
socialisti, i quali devono
sentire il dovere di fare
quello che non hanno saputo
fare durante questi anni.
Parlano tutti in questo
momento e noi non dobbiamo
avere la pretesa di
intervenire e di dichiarare il
nostro ostracismo nei
confronti di chi trascura di
riconoscere 1 propri errori,
commessi durante un periodo in
cui le voci della verità
hanno taciuto e ha avuto
libero corso l'esaltazione di
altre voci, di supremazia nei
confronti del le libere
espressioni democratiche. Ho
letto quello che si è detto,
ho seguito con animo partecipe
tutte le fasi che hanno
riguardato questo prolungato
mea culpa che è venuto dagli
uomini di cultura, da uomini
politici e da coloro che hanno
sempre dettato legge in questo
ultimo, martoriato e
tormentato periodo. Numerosi
personaggi e personalità - mi
riferisco a Norberto Bobbio -
ritengono che non si può
essere uomini di Stato e
difensori della vita
democratica e del generale
rispetto se non si manifesta
obbedienza nei confronti della
magistratura. E' difficile
sostenere - e su questo io mi
permetto di insistere - che la
magistratura sia stata
equanime e che allo stesso
modo siano stati trattati i
segretari di tutti i partiti
politici che hanno avuto il
potere nella vita della Prima
Repubblica. Nei confronti di
Craxi c'è stato un eccesso di
intervento. Basti pensare al
corso rapido e veloce che
hanno avu-to i suoi processi.
I processi fatti o decisi nei
confronti del Segretario del
Par-tito socialista italiano,
che avrebbe dovuto avere
l'obbligo -secondo i grandi
maestri della democrazia-
dell'ossequio permanente nei
confronti della giustizia,
sono arrivati alla decisione
definitiva della Cassazione in
pochi mesi. A dir poco, la
magistratura italiana ha
seguito una velocità
supersonica nei confronti di
Craxi. Bettino Craxi ha più
di una scusante nei confronti
di una magistratura che si è
immortalata nella sua
faziosità anche negando all'on.
Pillitteri la possibilità di
partecipare al funerale del
cognato. Abbiamo visto che il
Ministro di Grazia e Giustizia
e il Procuratore Generale di
Milano non conoscono neppure
le leggi vigenti nel loro
Paese, come ci ha ricordato I'
on. Pisapia che è stato
Presidente della Commissione
Giustizia. Pillitteri poteva
andare ad Hammamet e il Csm
dovrebbe far notare al
Procuratore Generale che il
suo intervento era fazioso e
anche sbagliato. Dire perciò
che sbaglia chi non si
presenta davanti ai giudici e
non manifesta ossequio nei
confronti di una magistratura
che commette errori clamorosi
significa voler perpetuare
concezioni che invece non
devono più esistere in un
paese democratico. Si può
invitare, non solo Craxi ma
tutti i cittadini, a rendere
omaggio alla magistratura se i
comportamenti degli esponenti
di questo potere dello Stato,
soprattutto nei momenti più
difficili, sono
irreprensibili. Il Partito
socialista italiano deve
essere custode di questi
comportamenti. Noi non siamo
contro la magistratura, ma
dobbiamo dire a noi stessi che
il comportamento che
osserveremo negli anni che
verranno e che in segneremo ai
nostri giovani deve essere
volto ad affermare senza
margini di dubbio che nella
democrazia non ci sono poteri
che possono essere preminenti
nei confronti dei diritti
costituzionali dei cittadini.
Dispiace che anche il
segretario del Partito dello
Sdi abbia omesso di fare
presente tali questioni: il
Ministro di Grazia e Giustizia
non può accettare
l'intimazione a stare zitto da
parte del Procuratore Generale
di Milano. Non ci possono
essere argomenti e settori
tabù in uno stato di diritto.
Ed il Psi deve impegnarsi per
sfatare una falsità che
qualcuno ha interesse a
diffondere e che riguarda la
sua storia. Dobbiamo dire,
gridare se necessario, che il
Psi è stato sempre partito
dell'area di sinistra, non
socialdemocratico. Nessuno
può decidere che la nostra
presenza in quest'area sia
usurpata. Il Psi è stato a
sinistra in tutta la sua
storia, anche con la
segreteria Craxi. Elemento
dominante della nostra storia,
che ha comportato il pagamento
di prezzi altissimi, è stato
sempre l'attenzione per chi
operava nella sinistra, da
Nenni al momento della
scissione saragattiana, a
Craxi che è rimasto nel
partito al momento della
scissione di Tanassi. A questa
nostra collocazione nazionale
e internazionale dobbiamo
restare fedeli anche in vista
della prossima campagna
elettorale, alla quale
dobbiamo dare un forte
connotato di presenza
socialista. In tutti i
periodi, i socialisti hanno
molto concorso, anche più
degli altri, al successo dei
programmi e delle posizioni
moderne del socialismo
italiano ed europeo. Dobbiamo
difendere queste
caratteristiche, non saremo
mai alleati della destra. Alle
prossime elezioni, senza di
noi la destra vince. Quella
parte della destra che abbiamo
visto ai funerali di Craxi non
può ritenere di giovarsi nè
del nostro dolore nè della
nostra giusta polemica nei
confronti di chi non è stato
nostro amico in questi ultimi
anni. L'espiazione socialista
deve aver fine ed i socialisti
devono farsi sentire. Non
vogliamo essere il partito
della vendetta, siamo il
partito della verità. Tra le
verità c'è anche quella che
molti socialisti che sono
stati in passato vicini a
Craxi, devono rendersi conto
che non è questo il momento
delle loro riabilitazioni, è
il momento del riconoscimento
dei loro errori. Agendo con
onestà possiamo riacquistare
un posto nella storia
italiana. Quel posto ci
spetta, ne siamo orgogliosi e
vogliamo insegnare questo
orgoglio alle nuove
generazioni, che dovranno
riprendere un discorso
bruscamente ed ingiustamente
interrotto. Questo deve essere
il nostro obiettivo, di noi
socialisti, di noi che qui
oggi ci ritroviamo in un
abbraccio doloroso, ma anche
aperto ad una rinnovata voglia
di esserci, di farsi sentire,
di fare emergere ideali mai
dimenticati di cui nessuno
può privarci. Anche in
Calabria la destra non
passerà.
Giacomo Mancini
29.1.2000
La
controversa corsa al potere
di un grande leader mancato
di GIORGIO RUFFOLO
QUANDO lui era in vita, e
soprattutto quando era al
potere, il discorso su Craxi
fu dominato dai toni fanatici
dei detrattori e degli
idolatri. Anche subito dopo la
morte abbiamo udito i suoni
cupi e striduli degli uni e
degli altri. Ma a me pare che
stiano prevalendo toni
intermedi e problematici.
Poiché non ho alcuna ragione
di mutare il mio giudizio che
è sempre stato problematico,
mi sembra opportuno (quasi un
dovere per chi ha svolto nel
Psi un ruolo non del tutto
marginale) ribadirlo oggi,
dopo l'epilogo tragico e amaro
della sua vita.
Certo, il discorso su Craxi e
sul craxismo (due cose in
qualche misura distinte) non
si spegnerà all'indomani dei
suoi funerali. Né quel
discorso si esaurirà nei
meschini tentativi di
strumentalizzare a fini
politici di corta vista la sua
vicenda e la sua morte. Una
più pacata e obiettiva
indagine storica si
incaricherà di svolgere gli
aspetti complessi di quella
figura e di quella vicenda. E
in quello svolgimento forse
appariranno con evidenza
distinti quattro di quegli
aspetti che sono troppo spesso
confusi: la questione legale,
la questione morale, la
questione ideologica, la
questione politica.
La questione
"legale". Senza
minimamente entrare nel merito
giudiziario è certo che Craxi,
come ha riconosciuto
esplicitamente egli stesso, si
è reso responsabile di
violazioni della legislazione
che regola il finanziamento
dei partiti. Ed è altrettanto
certo, ed egli aveva ragione
di ricordarlo e di
denunciarlo, che questa
illegalità era generalmente e
lungamente diffusa in Italia,
e, come oggi appare in piena
evidenza, fuori d'Italia. È
anche vero, aggiungo io, che
nell' azione
"revulsiva" e
punitiva della magistratura,
fondamentalmente sacrosanta,
si sono inserite motivazioni e
azioni ispirate a parzialità
persecutorie e a pulsioni di
teatralià. È vero che il Psi
è stato il principale capro
espiatorio dell' azione
sacrosanta e delle sue
deviazioni persecutorie.
Perché questo particolare
accanimento? Qui si incontra,
secondo me, il secondo
problema, più propriamente e
profondamente
"morale": il modo in
cui Craxi concepì e gestì il
potere.
Quel potere, Craxi lo aveva
acquisito grazie a una
strategia politica audace e
spregiudicata. Di quella
strategia faceva parte
integrante l'autonomia
finanziaria. All'inizio ci fu
quel che Luciano Cafagna ha
magistralmente analizzato: il
denaro al servizio del disegno
politico. Per incunearsi tra
le due grandi forze politiche
italiane che avevano alle
spalle l'America e la Chiesa
l'una, l'Unione Sovietica
l'altra, Craxi riteneva di
aver bisogno di "armi
proprie". Non solo delle
armi della critica, avrebbe
detto Marx; ma della critica
delle armi.
Presto, si verificò quel
fenomeno di cui l'immoralismo
della realpolitik italiana
apprezza assai i vantaggi
immediati e sottovaluta
disastrosamente gli effetti
alla lunga devastanti:
l'accumulazione dei mezzi
diventò fine a sé stessa. In
Craxi la convinzione che la
politica è prima di tutto
forza, e che la forza è prima
di tutto potenza finanziaria,
era vivissima. Quella
convinzione credo fosse
diventata col tempo una specie
di ossessione gelosamente
accumulativa. E sono convinto
che non fosse affatto
finalizzata alle fortune
personali e della famiglia,
alla moltiplicazione delle
ville e dei lussi (credo che
tutti abbiano potuto
constatare la
"normalità" del suo
tenore di vita familiare). Ma
alla passione di fondare un
potere "suo". Prima
per usarne alla conquista del
partito. Poi per usarne alla
conquista del potere.
L'illegalità, in tal modo,
diventava non un costo ma un
profitto della politica. Non
una necessità cui rassegnarsi
ma un' opportunità da
cogliere. So che la
distinzione è sottile. Ma non
per questo meno essenziale.
Infatti, quando il bisogno
diventa passione scompare il
senso del limite e si alimenta
il sentimento dell'immunità e
della protervia. E
soprattutto, attorno a quella
passione di potenza si
sviluppa un costume. Attorno a
Craxi si sviluppò una corte
che non definirei di craxiani
(tra i craxiani c' erano e ci
sono tante persone degnissime)
ma di craxini arroganti e
scostumati, scarsi di meriti e
ricchi di bisogni, talvolta
tollerati, talvolta
vezzeggiati, talvolta
disprezzati dal capo. Quelli,
soprattutto, diffusero attorno
al nuovo partito socialista un
clima di antipatia e di
repulsione, che prima ne
contrastò l' ascesa e poi gli
divenne fatale.
Per carità: quanti grandi
personaggi della storia, da
Cesare a Napoleone, hanno
cavalcato l' immoralismo e
alimentato la corruzione senza
che ciò scalfisse, non solo
il loro successo
contemporaneo, ma anche il
giudizio complessivo della
storia. Cinicamente si può
dire però che per permettersi
un immoralismo scoperto e
spavaldo, bisogna prima avere
raggiunto un livello di potere
consolidato che lo rende
invulnerabile. Craxi non lo
aveva raggiunto. Egli, col suo
comportamento, aveva suscitato
più nemici di quanti potesse
permettersene. Aveva ferito le
forze che aveva sfidato. Non
le aveva annichilite. Questo
lo rendeva vulnerabile. E
ancor più rendeva vulnerabili
i suoi sub-imitatori. Meno
cinicamente: quando si è
figli di una tradizione nella
quale il fattore morale conta
tanto - come quella socialista
- questa vulnerabilità è
centuplicata. Mi secca davvero
di autocitarmi: ma
personalmente, non mi stancai
di denunciare pubblicamente,
nei Congressi del partito e
sulla stampa, i guasti
politici di quell'immoralismo
prepotente e diffuso. E i suoi
rischi mortali. Quei guasti si
produssero. Quei rischi si
avverarono. Non c'è di
peggio, in politica, della
pre-potenza in senso proprio:
di un plus-potere cioè che,
come una moneta inflazionata,
non è coperto da una riserva
adeguata. E non c'è di peggio
per un Capo popolare che
distaccarsi da quell'altra e
più nobile riserva che è
costituita dai valori e dai
principi etici cui continua a
dichiararsi fedele.
E qui veniamo al terzo punto.
Craxi era un socialista. Lo
era appassionatamente,
emotivamente. Ma era anche
convinto che quei valori che
lo "commuovevano" si
sarebbero potuti affermare
solo attraverso la forza
disinibita della sua
personalità. Il socialismo
era lui. Lo hanno paragonato a
Crispi, a Mussolini. Errore!
Se c'erano in lui tratti
massimalistici e populistici,
e persino analogie gestuali,
egli non giunse mai a
rinnegare i principi del
socialismo. Ma di un
socialismo sentimentale e, se
mi si passa l'ossimoro,
libertario- autoritario
(libertario nei riguardi dei
poteri cui si contrapponeva,
autoritario nei riguardi del
suo). Niente di simile a
Turati, a Rosselli, al suo
adorato Nenni. Quando si dice
decisionista si dice questo:
una insofferenza profonda per
tutti i riti, per tutte le
forme di "cretinismo
parlamentare", di
chiacchiera impotente, ma
anche una assenza di rispetto
per la critica, una
inclinazione all'adulazione e,
soprattutto, una totale
mancanza di ascolto.
Quest'ultima gli fu fatale,
facendogli perdere quel fiuto,
quel senso della realtà che
ne aveva determinato il
successo.
E veniamo all'ultimo punto,
che è quello decisivo, quello
del disegno politico. Decisivo
perché giustamente o
ingiustamente, se si azzecca
quello, tutti gli altri vizi
impallidiscono nella memoria.
Craxi lo azzeccò in pieno
prima e lo fallì in pieno
dopo.
Azzeccò in pieno la strategia
autonomista. Certo, non era il
solo nel Psi a sostenerla. Ma
è altrettanto certo che egli
la liberò da quei complessi
di inferiorità verso i
comunisti, da quelle remore
"unitarie" che la
indebolivano degradandola a
puro discorso teorico o a pura
predica disarmata. Non esitò
a ingaggiare un duello a
sinistra. A giudicare dagli
esiti, chi potrebbe affermare
oggi che il vincitore
"morale" (proprio
così) di quel duello non sia
lui? Quando D'Alema con
coraggio definitivo, afferma
"platealmente" che
nel duello tra socialismo
democratico e comunismo, era
il primo ad avere ragione c'è
da chiedere: dove stava Craxi?
Dove stava Berlinguer? Chi
scelse l'Europa,
l'Internazionale socialista, i
missili a Comiso,
l'abbattimento della spirale
inflazionistica?
Non mi accoderei invece alle
lodi per la modernizzazione.
Scalfari ha ragione. Quello
craxiano era un modernismo
più espressionista che
riformista; più mediatico che
pratico. Non riformò lo Stato
e la finanza pubblica, al
contrario. Aprì, sì, la
porta a nuove istanze
vitalistiche, ma non tentò
neppure seriamente le riforme
costituzionali e il
rinnovamento delle strutture
amministrative che avrebbero
dovuto governarle e moderarle.
Quel suo grande duello,
comunque, egli avrebbe potuto
concepirlo (era questa la
speranza e l'attesa di alcuni
di noi, mia certamente) come
parte di un disegno di
rigenerazione riformista
dell'intera sinistra italiana:
non di pura modernizzazione
attivistica; e soprattutto non
di un compromesso di potere a
basso livello con la destra
democristiana. Lo si doveva e
poteva concepire come il
momento critico di un processo
storico di ricomposizione
della sinistra che la fondasse
come grande forza di governo.
Il crollo del muro diede a
Craxi l'occasione di cogliere
in un sol colpo i risultati
della sua strategia. E proprio
lì l'ispirazione politica gli
venne a mancare. Lì la sua
statura politica si
rimpiccolì, o dimostrò i
suoi limiti. Lì la sua
vulnerabilità emerse.
Con il passare del tempo, la
storia si incaricherà di
svolgere questi aspetti
contraddittori del
personaggio. Bettino Craxi,
detestato o idolatrato, vi
resterà comunque, come
"un uomo di grande
formato", avrebbe detto
Thomas Mann. Quanto ai suoi
compagni di partito, potranno
accomiatarsi da lui
serenamente se avranno
conservato l'animo sgombro dal
servo encomio come dal codardo
oltraggio. Quanto alla
sinistra, in questa tragica
fine si schiude almeno una
speranza. Che la sinistra,
tutta la sinistra, chiusa
definitivamente una stagione
storica di divisioni suicide,
sappia, di fronte al vero
pericolo che incombe,
ritrovare se stessa.
da "La Repubblica"
del 25 gennaio 2000
UN
SOCIALISTA ITALIANO
di Paolo Franchi
Adesso i ricordi si
affastellano e non aiutano a
formulare, ove mai fosse
possibile, un giudizio
equanime, si sarebbe detto un
tempo, sulla figura e l’opera
di Bettino Craxi. Ma bastano
almeno a confortarci in una
convinzione per noi antica e
radicata, che non ha nulla da
spartire né con le aule di
giustizia né con i fariseismi
compunti di queste ore.
Piaccia o no (e sicuramente a
molti di quelli che lo
odiarono ben prima della
comparsa della “questione
morale”, e oggi sono tutto
un cordoglio, la cosa non
piace affatto) Bettino è
stato, dai primi passi in
politica, un uomo della
sinistra italiana. Diciamo
meglio: un uomo del socialismo
italiano, segnato dalle
vicende del socialismo
italiano - dalle sue grandezze
come dalle sue miserie - fin
da quando, ragazzino,
incollava sui muri di Milano i
manifesti del Fronte Popolare.
Di quel Fronte del quale suo
padre, Vittorio, viceprefetto
della Liberazione, fu, come
tanti socialisti, candidato
sfortunatissimo anche perché,
nella comune sconfitta, il Pci,
infinitamente più organizzato
del Psi, colse l’occasione
per regolare una volta per
tutte i conti a sinistra. Di
quel Fronte che il suo padre
politico, Pietro Nenni,
fortemente volle, anche se
poi, a disastro consumato,
annotò amaro nei Diari: sotto
bandiera comunista non si
vince in Occidente.
Socialista, dunque, e
socialista autonomista, e,
diciamola tutta, socialista
dichiaratamente anticomunista.
Così socialista, così
autonomista, così
anticomunista da meritare al
pari di Giuseppe Saragat e
più di Pietro Nenni, che
stalinista lo fu, se non un
posto tra gli antenati, almeno
la considerazione e il
rispetto di un partito, i Ds,
il cui segretario, Walter
Veltroni, tiene a spiegare
come e perché il comunismo e
la liberta siano
incompatibili. E il cui
presidente Massimo D’Alema
scandisce dalla tribuna del
congresso: “La ragione stava
dalla loro parte”: e “loro”
sono i socialisti di tutte le
razze, di destra e di
sinistra, che nel secolo delle
rivoluzioni alzarono bandiera
democratica, riformista,
talvolta libertaria, sempre
antistalinista.
Invece, niente, almeno sino
alla morte. Per via di
Tangentopoli e delle condanne
penali? Si, certo. Ma anche
perché il socialista
autonomista Craxi, per il Pci
che non c’è più, ma
sopravvive nell’anima di
tanti diessini, ha costituito
da subito il simbolo del male,
e lo rappresenta, in realtà,
tuttora. Si capisce: Bettino
è stato l’unico leader del
Psi dopo il 1948 che sia
riuscito a riequilibrare i
rapporti di forza a sinistra e
addirittura a giungere a un
passo dal sorpassare
elettoralmente il Pci-Pds.
Restando però dalla questione
comunista ossessionato per
tutta la vita. Come può
capitare solo a chi su questo
decisivo terreno per tanti
anni è stato in assoluta
minoranza, anche nel suo
partito, divenendone
segretario (ma all’inizio
segretario, appunto, di
minoranza) proprio quando,
dopo le elezioni del ‘76,
apertamente ci si chiede se il
Psi possa avere ancora un
futuro. Alberto Asor Rosa,
sulle colonne dell’Unità,
dice di no: il Pci di
Berlinguer, spiega, ha fatto
il miracolo di tenere insieme
Lenin e Prampolini, la
rivoluzione e il riformismo.
Occuparsi ancora del Psi,
dunque, significa solo perdere
del tempo. Quasi nessuno ha il
coraggio di sostenere questa
tesi così apertamente, ma
sono in tanti a pensarla come
lui, nel Pci, certo, ma anche
nella Dc, e persino tra i
socialisti. Primum vivere, è
il motto con cui Bettino tiene
insieme chi non ci sta, gli
autonomisti come lui, ma anche
i colonnelli della sinistra
lombardiana, e almeno per un
certo periodo gli ex
demartiniani di Enrico Manca.
Ma primum vivere non significa
solo scommettere su se stesso
e su quella povera cosa, anche
se onusta di storia, che è e
resta il Psi. Vuol dire anche
scommettere che il compromesso
storico, quello vero, non si
farà mai, e che il partito
comunista, se resterà
comunista, al governo non ci
andrà, con tutto il suo
trentacinque per cento dei
voti. E anzi, finita (e
fallita) la solidarietà
nazionale, sarà esposto a un
declino magari lento, ma
ineluttabile.
Craxi, non c'è dubbio, questa
scommessa la fa, perché è la
sua scommessa. E le tiene fede
tanto negli anni della
solidarietà nazionale quanto
negli anni della
collaborazione-competizione
con la Dc e di Palazzo Chigi.
Ma dentro ci mette anche una
speranza, o un sogno, che
coltiva in fondo al cuore
persino contro l'evidenza dei
fatti da quando era
giovanotto, e battagliava
nella sezione di Sesto San
Giovanni con i compagni “carristi”
e con Lelio Basso.
La speranza, o il sogno, di
mettere in piedi, con le buone
e con le cattive, un Psi
sufficientemente forte e coeso
da poter levare, il giorno in
cui la crisi comunista fosse
finalmente scoppiata, la
bandiera dell'unità
socialista. La speranza, o il
sogno, di essere ancora in
campo, e da protagonista, il
giorno in cui i comunisti
avrebbero ammesso, come pure
aveva fatto il fondatore del
partito Umberto Terracini, che
si, a Livorno, nel '21, le
cose giuste le aveva dette
Filippo Turati, non Bordiga,
non Togliatti, non Gramsci. La
speranza, o il sogno, di poter
diventare lui il leader di un
movimento che tenesse insieme
le diverse anime del
socialismo italiano, e le
congiungesse in qualche modo
nella
vieille maison socialista ai
laici, ai radicali, a
componenti del mondo
cattolico, persino a pezzi
della sinistra
extraparlamentare.
Senza tenere conto di questa
speranza, o di questo sogno,
che coesiste
contraddittoriamente con il
duro realismo dell'uomo di
partito che vuole mettere da
subito se stesso e i
socialisti al centro della
scena, ma sa pure quanto sia
arduo guadagnare mezzo punto
in un'elezione, non si
capirebbe l'uomo degli
euromissili e di Sigonella, e
nemmeno il duello feroce tra
quest'uomo ed Enrico
Berlinguer.
Un duello personale, politico
e ideologico (“Siamo e
resteremo sempre leninisti!”,
risponde a muso duro
Berlinguer quando nel '78
Bettino, per incalzare il Pci,
riscopre addirittura
l'attualità di Proudhon), che
diventerà sempre più aspro,
fino ad esplodere,
incontenibile, quando il primo
presidente del Consiglio
socialista, al quale i
comunisti riservano sin
dall'inizio un'opposizione
assai più aspra di quella
tradizionale ai governi
democristiani, vara il decreto
sul costo del lavoro.
Possibile che siano solo quei
quattro punti di scala mobile
a indurre Berlinguer a
definirlo “un pericolo per
la democrazia”, e a portare
a Roma, il 24 marzo 1984, per
impiccarlo in effigie assieme
a Pierre Carniti e Giorgio
Benvenuto, centinaia di
migliaia di operai “autoconvocati”?
Probabile, molto più
probabile, che Berlinguer sia
insorto, nel plauso pil o meno
silenzioso della sinistra dc,
a difesa di ciò che Bettino
il decisionista apertamente
aveva messo in discussione,
sfidando l'ostruzionismo
parlamentare del Pci: e cioè
tutto quanto si riassumeva
nell'antico motto consociativo
secondo il quale “senza e
contro i comunisti non si
governa”.
Senza quella speranza, o quel
sogno, non si capirebbe
nemmeno la fascinazione che su
Craxi hanno sempre esercitato
gli ex comunisti, da Eugenio
Reale e Spartaco Vannoni via
via fino a Giuliano Ferrara,
né le tante amicizie che
Bettino ha coltivato tra
comunisti in servizio
permanente effettivo, da
Pajetta a Cossutta.
Di recente l'ultimo segretario
del Pci (e il primo del Pds),
Achille Occhetto, ha confidato
al Corriere di ricordare con
nostalgia gli incontri e gli
scontri di un tempo in cui
tutto sembrò possibile, anche
la nascita di una grande e
rinnovata forza socialista in
Italia, e invece nulla andò
per il verso giusto, né a
Botteghe Oscure né a via del
Corso. Ci sarà modo e tempo
per ricostruirla, la storia
della sinistra italiana
tra l'87, l'anno in cui Craxi
lascia Palazzo Chigi, e il
'92: e quelli che la seguirono
da presso avranno qualcosa da
raccontare. Nei suoi vecchi
appunti il cronista trovera'
traccia di molte speranze e di
ancor piu
numerose miserie politiche e
umane. Ma, temiamo,
individuerà pochissimi
elementi utili a spiegare
l'arcano del perché Craxi non
trovi di meglio, proprio
quando il comunismo alzava
bandiera bianca, che puntare
su un nuovo governo Andreotti
nella speranza, in sé
mediocre, di tornare quanto
prima a Palazzo Chigi; e del
perché la maggioranza dei
postcomunisti ogni strada
pensi all'epoca percorribile
fuorché quella che conduceva
all'ingresso dalla porta
principale nella
socialdemocrazia. Ora i Ds
governano in primissima
persona il Paese, e nella
socialdemocrazia
internazionale finalmente ci
sono, ma la sinistra italiana
è al suo minimo storico”.
Dice bene D'Alema, “la
ragione era dalla loro parte”,
se un merito ebbe il Pci, fu
quello di non essere stato
diverso da “loro” al punto
di non poter cambiare pelle e
natura.
Ma Craxi era o non era uno di
“loro”? E chi aveva “ragione”
nei secondi anni Settanta e in
tutti gli Ottanta, il
socialdemocratico paragonato,
secondo antica tradizione, a
Benito Mussolini, o Berlinguer,
comunista “per fedeltà agli
ideali della giovinezza”? E
quale forza potrebbe avere
oggi la sinistra italiana, se,
invece di fargli guerra
mortale, gli allora
trenta-quarantenni del Pci
avessero parlato, anche nella
polemica, come parlano adesso?
E perché non lo hanno fatto?
Ce lo chiedevamo sabato scorso
a Torino, ascoltando D'Alema.
Ce lo chiediamo ancora di più
oggi che Craxi è morto, e
nessuno, neanche chi ancora un
mese fa codici alla mano gli
dava (seppur più
rispettosamente che in
passato) del latitante, e oggi
è pronto a tributargli onori
di Stato, può restituirgli
quell'onore politico che fino
all'ultimo ha invocato.
"Le
sezioni Ds? Intitoliamole a
Bettino Craxi", Casotti,
segretario DS a Massa
ROMA - Intitolare alcune
sezioni Ds a Bettino Craxi.
Questa la proposta, lanciata
dalle pagine locali della
Nazione, da Paolo Casotti,
segretario della sezione Ds di
Alteta, quartiere operaio di
Massa, che conta una trentina
di iscritti. "Se oggi,
dopo la svolta della Bolognina
- scrive Casotti - e dopo il
congresso di Torino, il nostro
partito guarda al socialismo
europeo e liberale, bisogna
anche avere il coraggio di
riconoscere che, in Italia,
c'era stato qualcuno che
l'aveva capito prima di noi.
Perciò occorre rendere
omaggio a Craxi, ma anche a
Nenni e Saragat"
"Prima o poi dovranno
farlo, ma ora è
prematuro", ha commentato
Bobo Craxi, che ha aggiunto:
"La proposta è indice di
una certa confusione che
attraversa la sinistra, anche
se in assoluto non è un'idea
campata per aria. In coerenza
con la storia della sinistra
italiana, il reciproco
riconoscimento dei meriti e
degli errori dovrà essere
fatto, ma ora questa proposta
non ha alcun riferimento al
comportamento dei Ds negli
ultimi dieci anni. E' fuori
linea. Potrei dire con una
battuta che è meglio tardi
che mai, ma in realtà la
prospettiva di una unità
storica potrà avvenire
soltanto all'indomani di una
sonora sconfitta dei ds. E noi
siamo impegnati su questa
prospettiva".
La Repubblica
24 agosto 2000
Prima «via Bettino Craxi» Sì del prefetto di Roma
ROMA - La prima «via Bettino Craxi» con tutte le carte in regola è a Valmontone, paesone di 13 mila anime in provincia di Roma. Dopo un lungo iter burocratico, e non senza polemiche, un chilometro di circonvallazione costato un miliardo è stato dedicato all’ex leader socialista, morto in Tunisia il 19 gennaio del 2000. E poiché le norme sulla toponomastica vietano di battezzare strade, piazze o viali col nome di persone ancora in vita - o che non siano morte da almeno dieci anni - per intitolare a Craxi la nuova «bretella» a mezz’ora di auto dalla capitale c’è voluta una procedura straordinaria. Il 7 agosto la prefettura di Roma ha accolto la richiesta di deroga avanzata dal consiglio comunale di Valmontone, e che altri prefetti d’Italia avevano negato. «È stata una lunga battaglia, ma finalmente una grande opera pubblica porta il nome di Craxi» esulta il sindaco Angelo Miele, 52 anni. Socialista dal 1990 (dopo una lunga militanza comunista), già pensa ai festeggiamenti ufficiali: una lapide, forse un busto, certamente un convegno internazionale a ottobre per celebrare le opere di «un perseguitato politico e il suo impegno per il Terzo mondo». La folgorazione, durante i funerali di Craxi: la nipotina che abbracciava il feretro del nonno, i canti delle donne in arabo...
Miele, che si dice «socialista riformista», l’opera del «grande statista» la condivide in pieno, errori esclusi. «Anche i migliori possono sbagliare». Ad ogni tornata elettorale a Valmontone, dove a ottobre inizieranno i lavori per un grandioso parco dei divertimenti, lo Sdi fa il pieno di voti. Da quattro anni Miele governa senza scossoni una maggioranza di centrosinistra che fa a meno dei Ds: siedono all’opposizione, con An e a Forza Italia. L’astensione polemica contro «via Craxi» l’hanno decisa insieme, compatti. «Anche tra i cittadini qualcuno ha protestato - ammette Miele - ma alla fine si sono convinti».
Per inserire nello stradario una via intitolata al leader socialista, il comune di Perledo (Lecco) ha indetto perfino un referendum. Ma la consultazione popolare è fallita con 72 «no» e 38 «sì». Anche il comune di Aulla, 4000 abitanti in provincia di Massa Carrara, ha provato in tutti i modi a ottenere il va libera per intitolare una piazza a Craxi. Ma dopo uno scontro più politico che burocratico, il sindaco Lucio Barani si è dovuto arrendere. «La piazza l’abbiamo fatta lo stesso», ricorda adesso il primo cittadino, già promotore di una stele per le vittime di Tangentopoli e di una medaglia craxiana. «La targa l’abbiamo messa il 31 agosto del ’99, e resta la prima in Italia. L’ho dovuta sostituire otto volte perché i no global si divertono a spaccarla». E l’autorizzazione? «Seguire le vie legali non serve a nulla. La cosa importante è che il consiglio comunale abbia deliberato».
Monica Guerzoni
Corriere della Sera
24 agosto 2001