Comunismo e libertà
Veltroni: comunismo e libertà incompatibili Ostellino:quello che manca alla svolta DS Ruffolo: se la sinistra.... Zincone:c'eravamo tanto odiati Galli della Loggia: il negazionismo

Walter Veltroni: incompatibili comunismo e libertà


Su "La Stampa" di ieri, Gianni Riotta scrive: "E' arrivato il momento di riconoscere che la rivoluzione russa non fu un successo tradito, ma lo stravolgimento di tanti nobili ideali". Riotta ci chiede di riconoscerci in questa affermazione. Lo faccio volentieri e sinceramente. Ma l'ho già fatto, nella mozione che ho presentato per il prossimo, primo congresso dei Democratici di sinistra. Il secolo che muore, il Novecento, viene in quel documento definito come "il secolo del sangue. Il secolo in cui degli uomini hanno potuto immaginare e realizzare il genocidio degli Ebrei. Il secolo di Auschwitz, delle vittime delle persecuzioni del nazismo. E il secolo della tragedia del comunismo, di Ian Palach, dei gulag, degli orrori dello stalinismo". Lo stalinismo come il nazismo, i gulag e Auschwitz, il comunismo come tragedia del Novecento. Cosa si può dire di più netto e chiaro?

Nè si tratta solo di giudizi retrospettivi. Parlando alla festa nazionale dell'Unità, a Modena, davanti al popolo diessino con le sue bandiere e i suoi striscioni, dicevo che "il secolo che si sta concludendo ci ha insegnato, in modo tragicamente chiaro, che giustizia e libertà sono due valori inscindibili: non può esserci vera libertà dove non c''è giustizia; e non può esserci vera giustizia senza libertà, senza democrazia, senza rispetto rigoroso e integrale dei diritti umani. Lo abbiamo detto più volte in questi mesi, a voce sempre più alta, senza guardare alla lingua, alla religione, o al colore delle bandiere dei nostri interlocutori". E citavo la Birmania e Cuba, la Turchia e la Serbia, Timor Est e la Cina, definendo lo sconosciuto ragazzo di Piazza Tien-An-Men, che ebbe il coraggio di pararsi da solo e inerme davanti ad una colonna di carriarmati, come "il simbolo del migliore Novecento".

Ma Riotta va oltre e ci chiede di "sciogliere il legame con la politica di tutto il Pci". Noi abbiamo fatto di più. Abbiamo sciolto il Pci. Lo abbiamo fatto dieci anni fa, con la svolta di Occhetto. Con uno strappo violento. Non solo con una drammatica scissione politica, ma attraversando un percorso di dolore umano autentico, mettendo in discussione biografie individuali e collettive e allo stesso tempo provando un senso di liberazione. Dicemmo, noi che avevamo poco più di trent'anni, che una storia, grande e tragica, era finita, per sempre. Tra noi c'erano, e ci sono, idee diverse sulla velocità e il senso di marcia di quel cambiamento. Tuttavia quella storia finì.

Il Pci che ho conosciuto era una strana creatura. Principale partito della sinistra, ha raggiunto il trentacinque per cento, senza mai governare. Era un luogo nel quale potevano convivere i comunisti con gli iscritti e gli elettori del Pci. Non erano tutti la stessa cosa. Quanti erano, nel trentacinque per cento di elettori del 1976, quanti anche tra i dirigenti, coloro che credevano alla ideologia comunista, al socialismo realizzato, al partito unico, alla dittatura del proletariato, alle nazionalizzazioni, al patto di Varsavia? Quanti? Non era il Pci di Berlinguer, anche, il luogo nel quale si ritrovava una riserva di energie ideali e morali di una società civile democratica che non amava chi era, da tanti anni, al potere in Italia?

Ci si guardi intorno, ci si guardi all'interno. Quanti di coloro che scrivono sui giornali, che insegnano all'università, che producono, hanno votato il Pci in quegli anni? Errori giovanili? Un abbaglio collettivo?

Si poteva stare nel Pci senza essere comunisti. Era possibile, è stato così. Tuttavia era una contraddizione. Perchè quel Pci solo allora, dopo la Cecoslovacchia, cominciò a fare i conti con fatica con la realtà del socialismo realizzato. E più da esso si allontanava, più la contraddizione si faceva esplosiva. Noi trentenni "finimmo" la storia del Pci, perchè la contraddizione era diventata insostenibile. In primo luogo per noi, per una generazione che aveva l'Urss come avversario e la democrazia occidentale nel Dna, nel vissuto, nella formazione culturale. Io ero ragazzo, negli anni Settanta, ma pensavo che avesse ragione Ian Palach e non i carri armati dell'invasione sovietica. Io ero ragazzo, allora, ma consideravo Breznev un avversario, la sua dittatura un nemico da abbattere. Ci sembrava che Berlinguer facesse, in quel tempo, cose coraggiose. Tutti i giornali italiani "aprirono" a nove colonne quando Berlinguer disse al congresso del Pcus che "La democrazia è un valore universale". Sembrò a tutti che la dichiarazione della preferenza per la Nato del 1976 fosse uno straordinario atto di coraggio politico. In quei tempi lo era. Come le carte del Kgb contro Berlinguer dimostrano.

Ma il Pci e la sua storia erano stati altro. Erano stati le lacrime per Stalin e l'appoggio alla repressione della rivolta di Ungheria. Era stato il linciaggio politico di Giuseppe Di Vittorio in una Direzione, quella del 1956, la cui lettura degli atti provoca brividi lungo la schiena.

Comunismo e libertà sono stati incompatibili, questa è stata la grande tragedia europea del dopo-Auschwitz.

E se oggi dovessi guardare alle idee che hanno attraversato la storia della sinistra italiana di questo secolo dovrei, in cerca di culture ancora feconde, comporre un mosaico complesso: Gobetti, Rosselli, Gramsci, Spinelli, Colorni, Ernesto Rossi, Lombardi, Parri, Dossetti, don Milani. Esperienze diverse, spesso conflittuali tra loro, certo. Ma sono i filoni di pensiero che hanno mostrato di essere tanto vivi da attraversare il ventre del Novecento e giungere fin qui.

Una settimana fa, su queste colonne, Barbara Spinelli ci chiedeva di prendere atto che la sinistra italiana non è nata nell'Ottantanove. Ha ragione. Culturalmente è vero.

Ma politicamente la sinistra italiana di oggi nasce dalla fine del Pci, della sua contraddizione interna. Dal dissolversi di quello che Riotta chiama "lo spettro dell'Urss", che "ha impedito, per un secolo, alla sinistra italiana di crescere libera e maggioritaria". Dal liberarsi di energie che hanno consentito ciò che non era mai successo: che le culture riformiste si incontrassero, contaminassero, unissero.

Concludendo la sua celebre storia del Novecento, "Il secolo breve", Eric Hobsbawm osserva, non senza angoscia, che noi uomini e donne di questa fine secolo "non sappiamo dove stiamo andando. Sappiamo solo che la storia ci ha portato a questo punto e sappiamo anche perchè. Una cosa però ci è chiara. Se l'umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base, falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l'alternativa a una società cambiata, è il buio".

So bene che l'ombra del comunismo continuerà a pesare a lungo, come un'ipoteca, sulle sorti della sinistra italiana. Ma so anche che si tratta di un'ombra che nessuna nuova parola, detta o scritta, può dissolvere completamente. Solo il tempo potrà farlo. Un tempo nel quale la politica, anche la politica dei Ds, deve sforzarsi di fare i conti con la propria innovazione culturale e con le grandi sfide del domani: se non vogliamo che l'ombra del passato si tocchi, fino a confondersi, col buio del futuro.

La Stampa
16 ottobre '99


Quello che manca alla svolta liberale dei Ds
di Piero Ostellino
VELTRONI, UN ALTRO SFORZO


Anni fa, Giancarlo Pajetta, del quale ero amico, mi disse: "Caro Piero, non ti preoccupare. Noi comunisti siamo così pluralisti che il giorno in cui saremo al governo metteremo in galera tutti quelli che non lo sono". Con il suo apparente paradosso, egli era, in realtà, andato dritto al cuore della "questione comunista". Che era una "questione di metodo" allora, ai tempi del Pci, e tale rimane, anche dopo "la svolta" e ora che i post-comunisti si chiamano diessini.

Che il Pci, malgrado i forti legami con l'Unione Sovietica, non avesse alcuna intenzione di battersi per instaurare in Italia la dittatura del proletariato lo si sapeva da tempo. Che i post comunisti sappiano bene che c'è "incompatibilità" fra il comunismo e le libertà della democrazia liberale non c'era bisogno che venisse a dircelo Walter Veltroni con la sua ultima sortita. Del resto, è sull'ambiguità fra la scelta "politica", di fatto, per la democrazia liberale e la persistenza in quella "ideologica", verbale, per il comunismo che il Pci ha mietuto a lungo le proprie fortune elettorali fra la borghesia non comunista.

E grazie a questa ambiguità ha potuto far attraversare il guado ai propri fedeli e approdare, anche ideologicamente, alla democrazia liberale senza perderne troppi per la strada. E' invece sul metodo con il quale, ieri il Pci, oggi i Ds, hanno condotto la loro "lunga marcia" verso il potere che a me sembra lecita qualche riserva. Quale credibilità "liberale" può avere, infatti, un partito che, pur aderendo ideologicamente ai "fini" propri di una forza politica di democrazia liberale (capitalismo e mercato compresi), li persegue politicamente con i "mezzi" leninisti (la sistematica demonizzazione dell'avversario anche attraverso la diffamazione)? Siamo al paradosso di Pajetta: poichè fra "filosofia dei fini" e "cultura dei mezzi" c'è, nella dottrina e nella prassi liberali, completa identità, come la mettiamo con il Pci di ieri e i Ds di oggi? Perciò, invece di sapere che cosa ne pensa del comunismo, a me piacerebbe conoscere che cosa Veltroni pensa di un paio di fatti assai più recenti di casa sua. Che mi pare gettino sulla politica dei post-comunisti ombre ben più inquietanti di quelle che suscita la loro lontana adesione al comunismo.

Primo: il processo che Botteghe Oscure istruì freddamente a tavolino nei confronti di Francesco Cossiga, accusato, senza uno straccio di prova, di alto tradimento e di violazione della Costituzione, per rimuoverlo dal Quirinale. (Incidentalmente, con l'opinione di Veltroni, mi piacerebbe anche conoscere quella dei giornali "liberali" che fiancheggiarono una campagna di indiscutibile impronta leninista). Secondo: l'orchestrata identificazione di Gladio, l'organizzazione creata dalla Nato per far fronte a una eventuale invasione sovietica dei Paesi dell'alleanza, con lo stragismo, e il conseguente processo di piazza nei confronti dei "gladiatori", additati al pubblico disprezzo come aspiranti golpisti, anche qui senza uno straccio di prova.

In conclusione. Nessuna persona di buonsenso potrebbe ragionevolmente sostenere che il il pensiero politico dei post-comunisti sia leninista. Non del tutto irragionevole appare, invece, il sospetto che lo sia ancora, troppo spesso, il loro "modo di pensare". A me pare che i post-comunisti, smontando troppo facilmente il "fantoccio polemico" sbandierato da un'opposizione di centro-destra culturalmente e politicamente rozza sul loro passato comunista, stiano eludendo la questione di fondo che li riguarda e che, lo ripeto, sono di metodo. Caro Veltroni, coraggio, ancora uno sforzo.
 
Corriere della Sera
Giovedì, 21 Ottobre 1999


Se la Sinistra non teme se stessa

di GIORGIO RUFFOLO

"TRA VESTITI che ballano". E' una commedia di Rosso di San Secondo. Quando ero giovane era ancora rappresentata. Si trattava, se non ricordo male, di attori che si aggirano tra i loro vecchi costumi di scena: memorie lancinanti, fantasmi del passato. In questi giorni di spettri del Kgb che si aggirano per l'Europa, mi è tornata in mente. Ma la nuova commedia non è divertente. Più che di attori si tratta di comprimari. Più che di costumi di scena, di cassonetti di rifiuti rovistati.
La scena del comunismo, certo, non era divertente. Era tremenda. Dopo la guerra, chi voleva sapere dei suoi misfatti e dei suoi orrori, già sapeva. Sapeva che la profezia marxista si era pietrificata, in Russia, nell'incubo di un dispotismo barbarico. Sapeva dei processi medievali e delle torture. Sapeva dei milioni di contadini immolati sulle piramidi del sacrificio rivoluzionario. Conosceva il fanatismo cupo di quei comunisti dell'Occidente che non volevano vedere e sapere, ma solo credere, ottusamente, mortificando la dignità della loro ragione.
Sapeva anche che nel nome del comunismo si erano combattute battaglie democratiche decisive. Sapeva del furore ideologico del grande scontro tra le due ideologie totalitarie del secolo (il filosofo Cassirer disse che sulle gelate distese di Russia le armate corazzate naziste e comuniste combattevano l'ultima battaglia tra la destra e la sinistra hegeliana). Sapeva che migliaia di giovani comunisti, sui fronti di guerra e nelle galere, morivano per la libertà della patria.
Sapeva anche che questi diversi drammatici volti del comunismo non si sarebbero mai potuti ricomporre in un volto solo: e che tuttavia erano tutti veri e autentici. Chi ha vissuto quell' età di ferro, accanto e al tempo stesso in fiera contrapposizione ai comunisti, conosce le sue laceranti contraddizioni ma anche la sua fosca grandezza.
Ridurre quel dramma storico a una vicenda meschina di intrighi polizieschi, di fotocopie trafugate, di ricatti sessuali, insomma, di filmistica dozzinale e di mattinali burocratici, è deprimente. Come è deprimente che questo ciarpame da cassonetto sia riproposto a tema del dibattito politico attuale.
Ci si chiede giustamente perchè l'Italia sia il solo paese europeo nel quale la spia Mitrokhin non solo faccia notizia, ma riesca ad alzare tanta polvere da insidiare un governo. Non basta rispondere che la destra italiana è lievemente più cialtrona delle altre. E' giusto ricordare che in Italia il comunismo ha svolto un ruolo ben altrimenti intenso e pervasivo che in altri paesi. E che da quel ruolo, così intricato con la tragica realtà sovietica, si è districato a fatica, con strappi e riserve, denunce improvvise e silenzi tenaci, in un lungo tormentoso addio. Troppo lungo. Troppo tormentoso. Il più decisivo e definitivo atto di quell'addio lo ha compiuto in questi giorni il segretario dei Democratici di sinistra. Ma si può essere sicuri che, per il "benpensantismo" nazionale, non basterà, per la destra italiana, non è una passione. E' un vitalizio. Rinunciarvi equivale a perdere un'arma, per spuntata che sia, comunque contundente, non contro Lenin e Stalin, ma contro D'Alema e Veltroni.
Io penso dunque che - per quanto sacrosante - le ripulse del comunismo da parte della nuova sinistra democratica non saranno mai sufficienti a preservarla dalla sua peculiare vulnerabilità. E ciò per una ragione semplicissima.
Non perchè essa non ha abbandonato definitivamente la vecchia identità comunista, ma perchè non è riuscita, finora, a darsene una nuova.
E' stato un grande errore non riconoscersi che a metà con reticenze a volte barocche (il socialismo europeo è buono, del socialismo italiano non si parla) nella grande tradizione socialista e democratica. Accettando la rosa (una rosetta) ma rifiutando il nome. Fino al punto da rassegnarsi a essere rappresentati non come un soggetto con un nome proprio ma come una Cosa. Non si trattava certo di assumere in blocco tutta la storia della socialdemocrazia (quanti errori, quante viltà in quella storia, di qua come di lì delle Alpi!)
Ma una tradizione, una grande tradizione radicata nella storia e nella memoria: perchè comuni erano i cromosomi di quella storia. Perchè le tradizioni danno forza. Perchè solo sulla memoria del passato si costruisce il futuro, come le vicende dei grandi partiti socialisti europei scampati più volte all'estinzione e più volte rinnovatisi, ci insegna! Non attraverso fughe in avanti. Non inventandosi modelli cosiddetti liberal, di cui la parola stessa così pudicamente straniera denuncia il provincialismo, la flebilità, l'assenza di orgoglio.
Rifiutando di riconoscersi apertamente, esplicitamente in una tradizione e in una memoria non ci si arricchisce di altre tradizioni, come in una mescola, ma si impoverisce quell'identità che sola permette di incontrarle in un confronto fecondo, in un' alleanza vera.
Prendersi sul serio come sinistra, socialista e riformista, ridare un nome alla Cosa, un'identità storica per il passato, un' identità progettuale per il futuro: questo è il solo modo per gettare definitivamente alle ortiche quella maledetta anomalia che rende ancora la sinistra italiana così vulnerabile. Al punto persino di trasalire al fischio di qualche indecorosa lingua di Menelik (o di Mitrokhin che dir si voglia).

da "la Repubblica" del 28 ottobre 1999



C'eravamo tanto odiati: l'Unità e i socialisti
LE RINCORSE DELLA SINISTRA

Sulle pagine dell'Unità s'allarga una discussione, finalmente serena, sulla sostanza, sulla ragion d'essere e sulla storia delle diverse Sinistre italiane. Disse Walter Veltroni che comunismo e libertà sono incompatibili. Questa affermazione, davvero straziante per un segretario delle Botteghe Oscure, apre la porta a dibattiti dove gli antichi rancori dovrebbero svanire, e dovrebbero spalancarsi prospettive nuove.
Ugo Intini, il vecchio amico di Craxi, il vicepresidente dell'attuale minipartito socialista, approfitta (giustamente) dell'occasione per gettare sulla bilancia un argomento affilatissimo. Quale sarà mai l'identità della Sinistra, dice, se i socialisti continueranno a essere infamati come una banda di ladri e di mafiosi? Il Psi di Craxi, condannato dai tribunali, era lungimirante e corretto nella strategia politica. E' indispensabile, dunque, che i postcomunisti (mentre fanno autocritica) restituiscano l'onore politico ai socialisti. E poi non è pensabile una Sinistra orfana della sua anima libertaria e garantista, mutilata delle sue utopie, lontana dalle vecchie passioni e (perfino) dai ceti sociali (o"classiï") che tradizionalmente rappresentava.

Sull'Unità fervono le risposte, le impennate d'orgoglio, i pentimenti avvolti nella carta d'argento delle lotte democratiche e antifasciste. A prima vista si ha la sensazione che il giornale "fondato da Antonio Gramsci" voglia prendere le distanze dalla sovranità del Partito e dallo stesso concetto (gramsciano) di "egemonia". La discussione sembra aperta e sincera. Ma, quando si scende dal cielo della Storia e dei rimorsi epocali, rimangono aperte le questioni pratiche.

Tralasciamo (poichè deve essere tralasciata) la matrice "bolscevica". Però, quale partito al mondo, quale organismo di potere rinuncerebbe a inghiottire una formazione contigua e piccola, soprattutto quando essa implora d'essere accettata? Il travaglio delle Botteghe Oscure merita il massimo rispetto. Ma non sarà facile, per gli elettori socialisti, dimenticare che il Pci inflisse a tutti loro una scomunica perenne: prima come "socialtraditori o socialfascisti", poi come "socialdemocratici filoamericani" (autentici insulti, all'epoca. Li ricorda, D'Alema?) e infine come "minacce per la democrazia" (Berlinguer).

In un Paese normale, chi sbaglia in politica paga un prezzo politico. Da noi, no. I vecchi comunisti diventano socialdemocratici, cioè abbracciano l'identità dei loro acerrimi nemici di ieri. I vecchi fascisti, nel frattempo, diventano liberali. E sono le stesse persone, e hanno le stesse facce di quelli che sputavano sulle bandiere di Einaudi e di Malagodi. In un Paese normale chi fallisce torna a casa. Da noi, invece, si trasforma. Chi era industrialista diventa verde, chi era romano diventa federalista. Chi aveva una cultura d'opposizione s'inventa in fretta un abituccio governativo e scopre (opplà) che la Sinistra europea e/o globale deve ingoiare e/o imporre bocconi amari, molto simili a quelli della Destra.

Poi si interrogano (nobilmente) sulle colonne dell'Unità: quale sarà mai l'identità della Sinistra? E, soprattutto: come mai la gente non va a votare? Già, come mai?


di GIULIANO ZINCONE
 
Corriere della Sera
Venerdì, 7 Gennaio 2000


PROFEZIE Esce per la prima volta il testamento politico del "padre del marxismo" in Russia, morto nel 1918. Uno scritto che anticipava il fallimento del bolscevismo

E Plechanov rinnegò Lenin, figlio degenere

"E' una mia creatura, ma la sua rivoluzione sarà una sciagura per tutto il movimento operaio". "Non avere capito le vere finalità di questo fanatico massimalista è stato il mio errore più grande".
E' ormai un luogo comune accettato dagli storici l'idea di Anna Achmatova che, nel suo Poema senza eroe, più di cinquant'anni fa, indica l'inizio vero, non "calendariale", del XX secolo nel 1914, avvio della prima guerra mondiale. Tuttavia, se da un'intuizione poetica si passa a una rigorosa periodizzazione, il parto del nostro secolo va datato tra il 1914 e il 1917, anno, questo secondo, che vide il crollo dell'impero zarista e lo scoppio della rivoluzione comunista. Di conseguenza, un altro diffuso luogo comune vede la fine, sempre non "calendariale", del secolo nel 1989, con la caduta del muro di Berlino e la conclusione della guerra fredda, o nel 1991, col crollo dell'Unione Sovietica.

In realtà, se si possono accettare convenzionalmente queste date di nascita e di morte del nostro secolo, si deve riconoscere che il concepimento del Novecento ha coinciso quasi col suo inizio "calendariale", mentre, d'altra parte, oggi, a Novecento ultimato, più che di una sua morte accertata si deve parlare di una sua lunga agonia che ne protrarrà l'esistenza oltre la frontiera temporale del 2000.

Se ora consideriamo non il lento declino del nostro secolo, ma la sua complessa concezione e gestazione, oltre all'intreccio di impulsi e interessi nazionalistici sfociati poi nel primo conflitto mondiale si deve rivolgere l'attenzione a un episodio avvenuto nella socialdemocrazia russa, che nel 1903 si scisse in due parti, dette dei bolscevichi e dei menscevichi, primo germe di quello scisma della sinistra mondiale tra comunisti e socialisti (o socialdemocratici) che, a partire dall'ottobre 1917, attraverserà, fino ai nostri giorni, tutta la sinistra europea. In quell'anno nacque infatti quel bolscevismo, più tardi ribattezzato secondo il Manifesto marxiano "comunismo", che, come movimento internazionale, darà la sua impronta indelebile a tutto il secolo. Fu tra il 1901 e il 1902 che un rivoluzionario marxista russo allora sconosciuto, Vladimir Lenin, scrisse il libro fondatore del bolscevismo, Che fare?, pubblicandolo a Stoccarda nel 1902.

A queste riflessioni induce la pubblicazione recente in Russia, nel quotidiano Nezavisimaja gazeta (Giornale indipendente), di un testo tanto inatteso quanto interessante, presentato come il"testamento politico" di Georgij Plechanov (1856-1918), il "padre del marxismo" in Russia. Si tratta di un ampio e analitico scritto, dettato sul letto di morte al compagno di milizia socialdemocratica Lev Deutsch, e giunto a questa prima pubblicazione in un modo fortunoso che meriterebbe un racconto a sè.

Figura di rilievo nella storia del marxismo non solo russo, Plechanov, seguace "ortodosso" di Marx e di Engels, intendeva applicare le idee dei suoi maestri alla situazione russa, progettando per il suo Paese una rivoluzione socialista soltanto dopo che fosse avanzato in esso uno sviluppo capitalistico moderno di tipo "europeo". La sua lotta era orientata su due fronti: contro il "revisionismo" di Bernstein, che liquidava l'idea stessa di una rivoluzione socialista e abbandonava così il marxismo, e contro il radicalismo "giacobino" di Lenin, il quale portava la lotta contro il "revisionismo" a un estremismo rivoluzionario di nuovo tipo in quanto fondato originalmente su quella teoria marxista di cui Plechanov si voleva il fedele custode.

E' naturale che nel suo "testamento politico" Plechanov concentrasse la sua attenzione angosciata sull'azione di Lenin e su una rivoluzione, quella bolscevica, che egli considerava una sciagura non solo per la Russia, ma per l'intero movimento operaio. Dramma personale, quello di Plechanov, in quanto egli si sentiva corresponsabile di tale catastrofe come iniziatore principale della socialdemocrazia marxista in Russia.

Nel "testamento politico" si legge: "Nella mia vita io, come ogni uomo, ho commesso non pochi errori. Ma il mio errore principale e imperdonabile è Lenin. Ho sottovalutato le sue capacità, non ho capito le sue vere finalità e la sua fanatica perseveranza nel conseguire gli scopi prefissati, ho trattato con indulgenza e ironia il suo massimalismo". Plechanov non lesina riconoscimenti a Lenin, che definisce "una personalità grande, eccezionale" e, insieme, "dai mille volti", capace cioè di cambiare coloritura come un camaleonte, secondo le necessità, pur conservando intatta la sua sostanziale identità. Nella sua analisi egli, però, vede a che cosa porterà la rivoluzione comunista: "Nel socialismo leniniano gli operai da salariati del capitalista si trasformeranno in salariati di uno Stato feudale, e i contadini, ai quali in un modo o nell'altro verrà tolta la terra e sui quali inevitabilmente graverà tutto il peso della crescita industriale del Paese, ne diventeranno i servi della gleba. La storia russa sarà spinta da Lenin su una falsa via, senza sbocco". Quanto alla rivoluzione mondiale che secondo i bolscevichi avrebbe dovuto seguire a quella russa, Plechanov vede lucidamente che "il proletariato occidentale è oggi lontano dalla rivoluzione socialista quasi tanto quanto lo era al tempo di Marx". Per cui "il cammino del bolscevismo, breve o lungo che sia, sarà inevitabilmente caratterizzato da una falsificazione della storia, da crimini, da menzogna, da demagogia e da atti infami".

Plechanov riconosce con amarezza la verità di quanto gli disse scherzosamente una volta Victor Adler, leader della socialdemocrazia austriaca: che Lenin era politicamente "figlio" suo, in quanto formato all'interno del marxismo plechanoviano. Ma anche Plechanov, naturalmente, era, a sua volta, ïl "figlio" di Marx, le cui teorie egli aveva applicato alla Russia con meccanica "ortodossia". Ma ha forse senso parlare, in sede storica, di "ortodossia"? Sia Plechanov sia Lenin erano figli legittimi di Marx e di Engels, come tutti gli altri diversi "marxismi" che fanno la storia del marxismo, un movimento teorico e politico dalle varie anime che via via si sono incarnate in vario modo fino alla fine del secolo, quando questa capacità d'incarnazione sembra essersi esaurita, senza però che esaurita possa dirsi una energia sovvertitrice che in futuro, di fronte alle contraddizioni della realtà, potrà trovare altre fonti di ispirazione e manifestazione.

Vittorio Strada

Corriere della Sera
Martedì, 11 Gennaio 2000 
 


Pierluigi Battista indaga nel saggio "La fine dell'innocenza"  sulle radici utopiche dei sistemi totalitari

Il negazionismo politicamente corretto

Perchè la sinistra banalizza e giustifica i crimini del comunismo.
"Canto la Ghepeù, necessaria alla Francia. Chiedete una Ghepeù. Avete bisogno di una Ghepeù. Viva la Ghepeù, figura dialettica dell'eroismo". All'autore di questi versi l'elogio ditirambico che in essi si fa di una delle più infami polizie politiche del Novecento erede dal 1922 della Ceka leniniana, e al pari di questa responsabile di svariate centinaia di migliaia di omicidi non sembra essere costato granchè. Il nome di Louis Aragon, infatti, ha continuato a campeggiare onorato nei cataloghi delle più autorevoli case editrici (da noi Einaudi ne pubblicò Le campane di Basilea nel 1959, dunque in pieno antistalinismo), nonchè nelle storie della letteratura francese. Forse ciò è accaduto per una universalmente proclamata separatezza del riconoscimento della qualità artistica rispetto alle opinioni politiche, anche le più crude e le più crudamente espresse? Difficile crederlo. Basta immaginare cosa ne sarebbe stato della rinomanza artistica di chiunque avesse usato gli stessi toni di Aragon invece che per la polizia politica dell'Unione Sovietica, per elogiare, mettiamo, quella dei colonnelli greci o del generale Pinochet (tra l'altro assai meno sanguinarie della prima in termini numerici).
Come si spiega, allora, questa diversità di giudizio, questa evidente applicazione del criterio dei due pesi e due misure a favore di un campo - quello del comunismo- che, pur avendo provocato i milioni di vittime innocenti che ha provocato e che oggi sono ammessi anche da chi ha militato nelle sue file, tuttavia non solo non si è visto colpito da un numero di condanne giudiziarie neppure lontanamente pari a quelle toccate al campo opposto, ma neppure da un discredito morale e sociale in qualche modo analogo? E' una domanda che non si può certo esorcizzare tirando in ballo, come qualcuno fa, la presunta patologia ossessivo-comparativistica di chi la formula. Essa è dettata, imposta dai fatti. Sta piantata come un macigno nel cuore della storia del secolo, e semmai è proprio il volerne negare il senso e, diciamo pure il bisogno morale, è proprio ciò che di continuo la resuscita e la ripropone. Ancora una volta lo fa adesso, per cercare di darvi una risposta, Pierluigi Battista in un saggio appena pubblicato da Marsilio (La fine dell'innocenza): un libro che si legge con il piacere che dà la scrittura del polemista di rango quando è sorretta, come in questo caso, da una profondità di conoscenze degne di uno studioso.
Così è questo dunque che ha reso possibile l' "innocentizzazione" storica del comunismo, il più o meno larvato ma sostanziale negazionismo e la banalizzazione che circondano tuttora specie ahimè in molti ambienti colti dell'Europa occidentale le sue gesta più efferate? Lo sostiene questo libro, la giustificazione delle buone intenzioni utopiche che lo avrebbero animato: una bella idea che ha preso una brutta piega, come ha scritto De Benoist. L'utopia, insomma, il prestigio anche morale che circonda la dimensione utopica nella nostra tradizione politico-culturale, "l'immediato alone di ammirazione e di rispetto che si crea intorno a chi può fregiarsi dell'etichetta di "utopista",è questo insieme di fattori la premessa che è valsa a scusare qualunque crimine fosse in grado di invocare a propria decisiva attenuante quella del "fine superiore" che da sempre l'utopia per l'appunto incarna.
E' precisamente questo il meccanismo argomentativo che sorregge l'ormai celebre giustificazione dell'operato di Stalin: "Per fare una frittata è inevitabile rompere le uova". Ma è precisamente qui che, con effetti devastanti, colpisce l'affondo analitico di Battista: prima ancora che nel rompere le uova il male, infatti, è nella frittata, e cioè nell'idea che la società possa essere oggetto di una ricetta, equiparata a qualcosa da preparare con appositi ingredienti in una apposita pentola; il male è già tutto, insomma, nell'utopia e nei suoi progetti.
Testi alla mano, subissandoci di citazioni da Platone, da Moro, da Campanella, l'autore ci squaderna il panorama plumbeo, oppressivo, spesso francamente ripugnante e talora agghiacciante, delle varie società che la fantasia utopica si è compiaciuta di partorire nel corso dei secoli. Sulle quali dominano regolarmente il divieto e la repressione, un'implacabile retorica antiedonistica, una minuziosità prescrittiva delirante unita all'autoritarismo più conclamato. Sono questi, storicamente, i veri materiali (anche morali) del pensiero utopico; altro che "valore dell'utopia", quale valore? Si leggano i testi con la mente sgombra. Si vedrà che piuttosto che di una Città del Sole si tratta di una grigia città pervasa dalla sindrome dell'assedio, dove lo Stato decide perfino con chi, quando e come ci si deve accoppiare; dove costantemente, implacabilmente, "Tutto è Politica". Esattamente come qualche secolo dopo è successo nella realtà.
Ma: chi se la sentirebbe di qualificare oggi queste come delle "buone intenzioni"? L'utopia è riuscita ad accreditarsi nella nostra scala dei valori perchè ha potuto incorporare facilmente alcuni dei miti più forti e diffusi della modernità: il mito della statualità razionalizzatrice, quello della scienza provvida, benefica ed onnisciente, il mito infine della redenzione divinizzatrice degli esseri umani ad opera di se stessi. Miti che evidentemente sono ancora ben saldi agli occhi dei più se chi vuol far dimenticare la propria passata complicità intellettuale e politica con il crimine può ancora appellarsi ad essi, fiducioso che travestiti come le "buone intenzioni" della Rivoluzione essi vengano considerati una giustificazione sufficiente per il sangue versato.

Il libro: "La fine dell'innocenza" di Pierluigi Battista, Marsilio, pagg. 220, lire 22.000.



Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera
16 Aprile 2000


Ma quanto durerà il "socialismo"?
di Ugo Tramballi

Come nel XIX secolo Andrew Jackson in America, così nel XXI Jiang Zemin indica alla Cina un nuovo obiettivo: a Ovest, alla ricerca di una nuova ricchezza nazionale. Se nel West americano le risorse erano da scoprire, in quello cinese sono da riscoprire. Shaanxi, Sichuan, Yunnan, Gansu, Ningxia, Xinjiang, Guizhou, Quinghai, Tibet sono le province occidentali lasciate indietro dallo sviluppo di quelle orientali costiere, che nei piani di Deng Xiaoping dovevano essere - e sono state - il motore dello sviluppo nazionale.

Ora bisogna portare anche laggiù il nuovo benessere di Shanghai e Canton. Ma con quali soldi? Con quelli che la Cina conta di trovare riformando 36 milioni dï imprese pubbliche e con quelli che nel prossimo decennio arriveranno dal mondo in investimenti attratti dalla partecipazione cinese all'Organizzazione per il commercio mondiale, il Wto. Poichè la Cina è un mercato di un miliardo e 300 milioni di potenziali consumatori, il mondo non esporterà in Cina, ma andrà a creare i suoi prodotti dove c'è il mercato. Questo almeno è il pensiero dei cinesi.

E' dal denghismo, da più di ventï anni, che la Cina vive in una condizione di riforma permanente. Prima è toccato alle campagne: un successo. E' bastato ricreare i meccanismi dei prezzi e gli incentivi ai contadini, perchè le deficitarie comuni agricole scomparissero nel giro di pochi anni.

In realtà fu una riforma semplice: il sistema che la riforma voleva ricreare esisteva già prima della rivoluzione. Allo stesso modo fu semplice anche il secondo passo della riforma: la nascita della piccola impresa privata. Anche quella, alla fine, realizzata con successo perchè era semplice: come i contadini, i commercianti, i ristoranti, le imprese artigianali esistevano già prima della bufera maoista.

Ora perïò è in corso la parte più complicata della riforma, la creazione di un moderno sistema d'impresa. Ristrutturare le gigantesche fabbriche statali significa rivederne il finanziamento. Questo porta all'obbligo di "inventare un sistema bancario, significa smantellarne l'apparato previdenziale e costringe alla creazione di una rete finanziaria". Da qui il bisogno di modernizzare: trasporti, telecomunicazioni, Internet.

Tutto queso in Cina non è mai esistito. Non c'era nemmeno a Taiwan, nè in Corea del Sud. Ma laggiù stato più semplice, perchè si è applicato il modello occidentale. I cinesi invece pretendono di dar vita a un modello di "mercato socialista", che rende più difficile riformare, perchè significa farlo continuando a usare vecchi strumenti.

Il potere cinese che ha avviato il dibattito sul "mercato socialista" a livello centrale, nelle province, nei ministeri e nelle grandi imprese, è tuttavia lo stesso che ha deciso di spingere il grande Paese nella Wto. Sembra una contraddizione, e in parte lo è. In realtà l'adesione al sistema globale del commercio non è che un mezzo per aggirare il "mercato socialista" e accelerare la modernizzazione indipendentemente dallo stesso mercato socialista.

Il giorno in cui saranno abbattute le barriere che racchiudono la Cina e le sue imprese saranno costrette a competere con americani, europei e giapponesi, il gioco cui dovranno partecipare sarà quello globale. Nessuno impedirà ai cinesi di continuare a chiamarlo "socialista". Ma in realtà sarà un'altra cosa.

Il Sole24ore
26 Agosto 2000


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