ELZEVIRO Un libro del filosofo socialista

L'eroe Colorni e il poeta Saba

di CLAUDIO MAGRIS


"Io sono un uomo sano. Ma sospetto sempre negli spasimi degli ammalati qualche ricchezza che non ho. La mia salute rischia, a volte, di diventarmi troppo semplice di trasformarsi in pesantezza, in banalità." L'uomo che scrive queste righe nel 1939 - temendo di poter divenire banale e di non rendere giustizia alla tortuosa complessità della vita - si chiama Eugenio Colorni: un uomo che ha scritto saggi su Bergson, Leibniz e Croce, che ha avuto un'ardente anche se breve esperienza sionista e religiosa, che milita da anni nell'opposizione clandestina al fascismo, svolgendo un'attività sempre più rilevante nei suoi vari gruppi, da quello milanese di Giustizia e Libertà a quello torinese guidato da Ginzburg e Foa al Centro interno socialista di Morandi, Basso e Luzzatto.E' una delle grandi figure della lotta per la libertà, che vivrà a fondo in un crescendo impavido ed eroico, sino al confino di Ventotene, alla redazione clandestina dell'Avanti!, a varie azioni partigiane e alla morte il 30 maggio 1944 a Roma, due giorni dopo essere stato colpito dagli spari della milizia fascista in via Livorno. 
Quest'uomo - che appartiene alla più alta storia d'Italia, di quell'Italia libera e civile che forse, come disse una volta Biagio Marin, "era solo una nostra esigenza" - avrebbe tutti i titoli per parlare con autorità della sua salute, della sua forza e capacità che gli permettono di battersi - e di sacrificarsi - per la libertà e il bene di tutti. Ma si trova dinanzi a un poeta che lo induce, proprio con le ossessioni e con le fobie così diverse dalla sua alta e schietta dirittura, a interrogarsi su se stesso e sulla propria umanità. Il poeta è Umberto Saba, uno dei grandi del secolo, anche se in quel momento Colorni pensa sia solo "un uomo di cui qualche cosa resterà, io credo, nella letteratura italiana". Queste parole, in quella situazione e in quell'anno, rivelano peraltro un notevole intuito critico - certo superiore a quello del venerato anche se poi parzialmente abbandonato Croce, il cui giudizio nei riguardi di Saba accentua la sua non infrequente sordità ai valori lirici e in particolare a quelli della lirica contemporanea. 
Colorni è rivolto agli altri, al mondo, alla libertà, all'universale: trascende il proprio particulare sino a rischiare la vita - sapendo, come dice il Vangelo - che solo se si è disposti a perderle si salvano la propria vita e la propria anima, il loro senso. Saba pensa solo a se stesso, alle proprie manie, al successo dei propri versi e alla necessità di questo successo per la sua esistenza e la sua stessa poesia; non rischierebbe certo nulla, neanche un tic, per l'universale della libertà cui Colorni subordina ogni interesse personale: se tutti fossero come il poeta, non ci sarebbero certo nè Giustizia e Libertà nè Resistenza. 
Ma Colorni, l'eroe Colorni, capisce quanto egli abbia anche e soprattutto da imparare da quell'uomo nevrotico e geniale, grande e meschino, rintanato nella sua libreria come un animale rapace e braccato nel suo antro. Saba gli svela come la verità della vita - e anche della storia e dell'epoca, specie di un'epoca tenebrosa e infera come quella che entrambi stanno vivendo - si manifesti anche e soprattutto nella soggettività esasperata e ferita, nelle debolezze nevrotiche, nelle ansie perfino grette, nelle idiosincrasie e nel disadattamento. Saba vive ed esprime a fondo, nelle sue stesse reazioni sensitive prima ancora che nella sua grandissima lirica, quel disagio della civiltà, quella pulsione di morte che sostanziano pure il Leviatano totalitario e che pochi grandi uomini come Colorni sono chiamati a combattere in altro modo - moralmente, umanamente e politicamente tanto più nobile e alto - ma in un modo che sarebbe forse nobilmente astratto se ignorasse quelle ambivalenze vissute, patite ed espresse da Saba. 
E' anche grazie all'incontro con Saba che Colorni perviene alla meta intensamente prefissa e intensamente - talora pur confusamente o ingenuamente - discussa in vari scritti, quali La malattia filosofica : la concretezza, la salda realtà empirica, i pensieri e le esistenze degli uomini anzichè il Pensiero e l'Universale assorbiti, celebrati e subiti nella sua iniziale formazione filosofica. Questi scritti narrativi di Colorni, anche le due brevi novelle, sono certo impari alla sua opera saggistica e ai suoi studi di filosofia, ma documentano - in un itinerario in cui il dialogo con Saba è un momento fondamentale - un'umile, attenta ricerca della concretezza, una lotta contro l'astrazione che così facilmente può irrigidire l'Universale pur appassionatamente professato, una resistenza alle maiuscole di tanti anche grandi sistemi concettuali. Pure la lotta per la libertà e la democrazia ha bisogno di questa attenzione alla concretezza empirica, schiacciata da ogni concezione totalizzante. E questa attenzione alla concretezza - necessaria alla politica democratica cui Colorni dedica la vita - la insegna non tanto la Filosofia, con l'iniziale maiuscola, quanto la letteratura. Così il filosofo e militante antifascista si fa narratore; scopre, accanto all'importanza di Leibniz o di Martinetti, quella dei giochi e delle avventure dell'infanzia (raccontati ne La malattia filosofica ) o dell'eros (presente nelle due novelle), esperienze che sono poi il fondamento vissuto di ogni pensiero. Questi scritti letterari di Colorni, per quanto marginali rispetto alla sua opera filosofica e alla sua milizia politica, ne sono un lievito, un sale rivelatore e necessario; aiutano a capire meglio questo nostro fratello tanto maggiore, uno dei padri della nostra libertà. L'altro, il poeta, è tanto più grande, ma, se questa libertà dovesse essere nuovamente in pericolo, ci sarebbe più bisogno del coraggio di Colorni che delle idiosincrasie di Saba.

Corriere della Sera
5 aprile 2002


ANNIVERSARI Dieci anni fa moriva il frate "degli ultimi". Il ricordo di Aniasi, Rigoni Stern, Zanzotto

E padre Turoldo nascose le armi dei partigiani

Come Pasolini fu portatore di un'utopia "splendente"



Fosse vivo oggi padre Turoldo, cosa direbbe di questo Paese? "Di sicuro una parolaccia in friulano" risponde Mario Rigoni Stern, scrittore e amico del frate servita scomparso dieci anni fa, il 6 febbraio 1992, a 76 anni. E a Udine le manifestazioni del decennale in sua memoria organizzate dal Forum dello scrittore Paolo Maurensig, sono in corso fino a metà mese. Fosse vivo oggi Turoldo, da che parte starebbe? "Da quella di sempre, con gli ultimi, magari al fianco dei no global" aggiunge Andrea Zanzotto, poeta e anche lui amico di don David. Tornasse oggi a predicare a Milano, cosa gli capiterebbe? "Lo caccerebbero di nuovo" sostiene Aldo Aniasi, ex sindaco della città lombarda, che le vicissitudini di quello scomodo religioso seguì da vicino. E che David Maria Turoldo sia stato uomo e prete scomodo non c'è dubbio. "Ancora oggi don David resta un corpo estraneo, persino nel suo stesso Ordine - riprende Zanzotto -. L'unico ad avvicinarsi a lui, anche se solo alla fine, è stato il cardinale Martini. Un po tardi, Turoldo era già malato". Difatti, consegnandogli il Premio Lazzati, Martini si scusò: "La Chiesa riconosce la profezia troppo tardi". Certo, un carattere impetuoso e intransigente come quello di don David, incapace di bugie e di mezzi toni, non era consono all'ambiente cattolico. Il suo aspetto stesso - un gigante di due metri, capelli rossastri al vento, mani da taglialegna, vocione da basso - gli rendeva impossibile il compromesso. Nel 1948 rifiutò di sostenere la Dc: "Non bisogna confondere la Chiesa con un partito nè un partito con la Chiesa" tuonava. Un uomo ingombrante. "Lo amavi o lo odiavi - assicura Rigoni Stern -. Una volta, eravamo al Premio Nonino, ci lasciò nel bel mezzo per andare a Verona, dove migliaia di giovani lo aspettavano all'Arena". 
"Come Pasolini e Fortini, Turoldo era portatore di un'utopia splendente, volta a cambiare il mondo, capace di coniugare impegno e poesia" rincalza Zanzotto, che agli slanci ideali comuni dedica un saggio nei suoi recenti Scritti letterari (Mondadori). E sempre Mondadori manda in libreria l'autobiografia di Turoldo, La mia vita per gli amici , corredata da due saggi di Maria Nicolai Paynter e di Marco Garzonio. Quest'ultimo impegnato a focalizzare uno degli ultimi, grandi, interrogativi del frate-poeta: "Sperare sarà sempre uno scandalo?". "Una preoccupazione - spiega Garzonio - a cui Turoldo cercava di dare la forma di progetto. Il suo cruccio si muoveva intorno all'esigenza che non fosse lasciato cadere il "testimone" di una generazione: quella che a vent'anni si era trovata in guerra e poi alle prese con la lotta di Liberazione, con le esigenze della Ricostruzione". 
"Fu una figura importante dell'antifascismo - conferma Aldo Aniasi - ma, stranamente, il suo nome non compare in nessun dizionario o enciclopedia della Resistenza. Eppure Turoldo vi partecipò attivamente ben prima dell'8 settembre. In molti sostengono che sotto la cupola della Chiesa di San Carlo erano nascoste le armi dei partigiani. Inoltre, con il confratello Camillo De Piaz, David redigeva L'Uomo, giornale clandestino che diffondevano in migliaia di copie nel Nord Italia. Insomma, la Corsia dei Servi era diventata un punto di riferimento. La sua scelta di uomo della Resistenza si indirizzò soprattutto verso la sinistra. Amico di Rossana Rossanda, Eugenio Curiel, aveva rapporti con comunisti, socialisti, azionisti. Ossessionato dalla ferocia nazista, dopo la Liberazione peregrinò per 29 campi di sterminio a raccogliere i sopravvissuti. Riportò a Milano oltre 200 deportati, nove gli morirono per strada". 
Sacerdote, rivoluzionario, poeta. E anche autore di un film, Gli ultimi , girato nel 1963 col critico di sinistra Vito Pandolfi: la pellicola è stata restaurata e presentata in anteprima ieri a Udine. David vi raccontava la sua infanzia in un Friuli dove la povertà sconfinava nella miseria. Quindici anni dopo, su quel tema tornò Ermanno Olmi con L'albero degli zoccoli . "Vidi Gli ultimi solo allora - ricorda il regista - e vi trovai una fratellanza di intenti ed emozioni. Le nostre radici sono là, in quel mondo contadino. Bisogna scoprirle se vogliamo capire il presente e anche il futuro". 


Giuseppina Manin

Corriere della Sera
7 marzo 2002


La Resistenza di Murialdi

Quando vestivamo alla garibaldina

di CORRADO STAJANO


Deve aver forzato la propria natura riservata, Paolo Murialdi, per scrivere, più di 50 anni dopo, una cronaca della sua guerra partigiana in una brigata garibaldina dell'Oltrepò pavese. Il libretto, pubblicato da Il Mulino, si intitola "La traversata . Settembre 1943-dicembre 1945" (pp. 137, L. 18.000, euro 9,26). E' una memoria secca, priva di retorica e di compiacimenti, dove l'emozione ha poco spazio. Si svela soltanto, ma con misura, nella pagina dove Murialdi racconta l'arrivo a Milano, il 27 aprile '45, dei partigiani dell'Oltrepò, i primi che giunsero in città: "Le vie dell'ingresso sono quelle abituali di quando non c'era l'autostrada: Conchetta, san Gottardo. Tra le case incontriamo il tripudio. Dai marciapiedi e dalle macerie uomini e donne applaudono e urlano evviva. Qualcuno grida welcome, welcome e noi rispondiamo che siamo italiani, non americani o inglesi. Ricordo una donna che si sbracciava tanto che un seno le uscì dallo scollo del vestito". (Una bella soddisfazione, indimenticabile, per un giovane di 25 anni, liberare Milano dal nazifascismo. Capace di ripagare di tante fatiche, ansie, dolori, ricordi di morte). In cima al suo libro, Murialdi ha posto due citazioni, la prima di Josif Brodskij, "L'animo precede la penna e non permette alla penna di tradirlo". La seconda di Italo Calvino: "Siamo tutti uguali davanti alla morte, non davanti alla storia". Questa di Murialdi, storico del giornalismo, giornalista per tanti anni, è una memoria nel segno indicato da Claudio Pavone, l'autore di Una guerra civile , fondamentale saggio storico sulla moralità della Resistenza. Murialdi è ritornato nei posti della sua giovinezza partigiana, ha rivisto i paesi di pianura, i villaggi di collina a ridosso della via Emilia, Voghera, Stradella, la terra lombarda sotto il Po, i prati e i boschi dei rastrellamenti, le strade degli agguati, i luoghi della guerriglia, le cascine dell'ospitalità contadina. E' andato, inutilmente, alla ricerca della buca lunga un po' più di tre metri, larga quasi due, di terra e di tavole di legno, dove con tre compagni visse per 35 giorni dopo il feroce rastrellamento dei mongoli del novembre '44. 
Murialdi non ha reticenze, racconta tutto quel che ricorda, è salito in montagna con un impermeabile stinto, i calzoni alla zuava, un sacco in spalla. La Resistenza, allora e oggi, è per lui portatrice di libertà. E' un duro tirocinio, il suo, impara la politica, impara a conoscere gli uomini. Spesso non sono facili i rapporti tra i partigiani delle diverse formazioni, i comunisti, i socialisti, gli autonomi, i Garibaldini, i Matteottini, quelli di Giustizia e libertà, allora tenuti in sospetto dai comunisti, adesso da chi vede i comunisti in ogni cantone. 
Il libro di Murialdi, garibaldino non comunista, come tanti altri, è familiare, spiega con naturalezza, fuori del mito, la quotidianità della vita partigiana. Spiega anche gli orrori e la pietà. Non tace le atrocità della guerra civile, non nasconde la violenza partigiana. Ma il seme della vendetta, commenta, l'avevano seminato i neri. Nell'ultimo periodo del fascismo poi, quello di Salò, poi normali persone di fede fascista si trasformarono in efferati torturatori, come gli uomini che operarono nell'Oltrepò, italiani feroci di una formazione che si chiamava "Sicherheits Abteilung". 
I compagni del partigiano Paolo sono l'Americano, Piero, Toni, Ciro, Primula Rossa. Ma anche Nerone, Sceriffo, Caino, Usignolo, Togliatti, Badoglio, Audace, Indietro, Portos, Tigre, Stalin, Macario. Nomi fantasiosi, pittoreschi, ironici. Ma sono due i protagonisti della cronaca di Murialdi: Edoardo e Maino. Edoardo è Italo Pietra. E' lui - il futuro direttore del Giorno - il comandante che l'aveva arruolato in un campo di meliga: "Indossa un insieme che ricorda un po' gli alpini e un po' i campi di sci: giacca a vento lunga e gialla, fuori ordinanza, calzoni grigioverdi da ufficiale, calzettoni bianchi , scarpe Vi bram. Non porta armi". 
Maino è Luchino dal Verme che i partigiani-contadini chiamavano al cont, il conte. Ufficiale delle batterie a cavallo in Russia, nel partigianato è stato uguale tra gli uguali, ossessivo bersaglio dei nazifascisti. Pietra ha scritto di lui bellissime pagine nel suo libro I grandi e i grossi (Mondadori, 1973). 
C'è, nella cronaca di Murialdi, un episodio che rivela l'intelligenza politica, lo stile e il nero umore burlesco di Pietra. Il 29 aprile 1945, il crudele capo della Sichereits, Felice Fiorentini, viene catturato e portato nelle scuole di viale Romagna, caserma partigiana di Milano: "Alto, magro, pallido, disfatto. Edoardo ed io temiamo il linciaggio o una raffica di mitra. Edoardo, allora, pensa di mostrarlo ai partigiani ammassati nell'atrio e urlanti, con noi due ai suoi fianchi, quasi a contatto di gomito. Ottenuto il silenzio Edoardo dice che bisogna dargli una lezione: farlo giudicare da un tribunale straordinario a Voghera ma, intanto, cantargli una canzone partigiana. Così accade. Una scena emozionante e anche teatrale; ma i partigiani cantano e non sparano". 

Corriere della Sera
8 settembre 2001


Rigore intellettuale, carcere e morte dei dodici professori che rifiutarono di prestare giuramento al fascismo

Il duce? No, grazie 

di Giorgio Boatti 

E' a Torino che ora si deve fare tappa. Qui insegnano tre docenti della dozzina che rifiuta il giuramento. Sono Mario Carrara, Francesco Ruffini e Lionello Venturi: tre nomi assai noti che si stagliano ben al di là delle rispettive discipline e dei confini dell'ateneo torinese. A essi deve essere accostato anche quello di Edoardo Ruffini Avondo che, pur insegnando all'Università di Perugia, dove è salito in cattedra da pochi mesi, ha profonde radici - e non solo familiari - a Torino. Mario Carrara, in un certo senso, è un sopravvissuto. Poichè oltre a rappresentare il nuovo corso della medicina legale e dell'antropologia criminale italiana è stato il più diretto collaboratore e continuatore dell'opera di Cesare Lombroso di cui ha sposato una delle figlie, Paola (l'altra, Gina, è la moglie di Guglielmo Ferrero). Militante politico, uomo di scienza mai lontano dalla realtà sociale (talvolta indagata con opere realizzate insieme alla moglie, scrittrice, giornalista, attiva organizzatrice di iniziative filantropiche), Carrara è punto di riferimento per molti giovani intellettuali - non solo torinesi - che, pur lontani dal positivismo, non possono che ammirare la coerenza di un uomo apparentemente scostante, ma che sa ascoltarli con attenzione e fronteggiare anni felici e periodi tempestosi con eguale, imperturbabile serenità. La sua vita parrebbe scorrere con lo stesso ritmo attraverso i decenni. Dice il figlio: "Dalle 7 del mattino alle 13 e poi dalle 14,30 alle 20,30 di sera e poi ancora un'oretta di correzione di bozze dopo cena. "Questo è un lavoro leggero da rimbambiti", soleva dire scherzando: tale era la sua giornata da decine e decine di anni....  Neppure il rifiuto del giuramento riesce a sconvolgere l'ordinato svolgersi delle giornate di Carrara. E tuttavia il destino s'incarica di mettere in scena uno spettacolo significativo:  l'immagine di un mondo rovesciato dove il professor Carrara, per anni medico delle "Nuove" e prestigioso docente di Medicina legale e di Antropologia criminale, si trasforma in detenuto. Incarcerato dalla polizia politica fascista. I "suoi" detenuti lo vedono mentre si dirige lentamente verso quella infermeria dove ha lavorato per trentacinque anni, sempre dritto e dignitoso nonostante le scarpe senza legacci che l'impacciano e i pantaloni cadenti, senza cintura ("diritto e alacre - scrive il figlio che dopo alcune settimane ottiene il permesso di visitarlo dietro le sbarre - signorile pur nelle condizioni  che i regolamenti prescrivono..."). Oggi, riandando a quegli anni e polemizzandovi sopra in funzione del presente, si parla di conformisti al regime per lungimirante e - si sostiene - giustificabile calcolo, e di dissidenti e oppositori per stravaganti o elitarie motivazioni. Eroi per caso, insomma. Un sommesso pensiero: è un caso che, anche quando il mondo va a gambe all'aria, il giusto riesca a essere al posto giusto? Il 1° novembre 1936 è il giorno del settantesimo compleanno di Mario Carrara. Solitamente in tale occasione è abitudine offrire a un uomo di scienza che ha faticato un'intera vita, e si è prodigato come docente per decenni, riconoscimenti, attestati e raccolte di lavori scientifici in suo omaggio. E invece la ricorrenza vede Carrara in prigione. \ E' nella primavera del 1935 che l'Ovra stringe i controlli attorno all'ambiente torinese di Giustizia e Libertà arrestandone militanti (Vittorio Foa, il professor Michele Giua, Massimo Mila condannati a pesanti pene e altri trattenuti per periodi più ridotti) e perquisendo abitazioni. Tra le case visitate dalla polizia, quella di Mario e Paola Carrara. A portare la polizia segreta fascista in questa direzione è stato lo scrittore Pitigrilli, infiltrato proprio nel cuore parigino dell'organizzazione clandestina che fa capo all'attivissimo Carlo Rosselli. \ Ma è nella primavera dell'anno successivo che si muovono nei suoi confronti nuovi sospetti di attività contro il regime. La perquisizione effettuata il 13 ottobre precede di pochissimo l'arresto del settantenne Carrara accusato, tra l'altro, di aver inviato un messaggio di solidarietà al ministro della Giustizia della Repubblica di Spagna conosciuto nel 1934 in occasione di un convegno scientifico. Non va dimenticato che proprio in quei mesi la Repubblica spagnola sta fronteggiando il golpe scatenato dal generale Francisco Franco, con il diretto aiuto del regime di Roma. Il professor Carrara finisce così alle "Nuove" e per qualche settimana, seppur ricoverato in infermeria, non può ricevere visite: neppure dai famigliari. Viene proposto dal prefetto di Torino per l'invio al confino ma successivamente, sia per l'età che per le condizioni di salute, la misura non viene messa in atto. Ci si limita a una diffida di polizia. \ L'imperturbabile "purezza" intellettuale di Carrara - se occorresse dimostrarla - è sotto gli occhi dei suoi compagni di carcere che lo vedono, settantenne, malato, attendere con compassata concentrazione alla correzione delle bozze della nuova edizione di quel trattato di medicina legale sul quale si sono formate generazioni di magistrati, di avvocati, di investigatori. \ Forse poche personalità, tra i dodici, sono in così netta opposizione di carattere e di temperamento come Mario Carrara e Lionello Venturi. Se Carrara affida la sua cifra esistenziale e culturale alla stagione positivistica di cui è coerente testimone, Venturi è invece profondamente immerso nel suo tempo, ampiamente caratterizzato dalle contrapposizioni e dalle contraddizioni che scuotono l'Italia a cavallo della Grande Guerra. Storico dell'arte, saggista raffinato, animatore di dinamiche iniziative artistiche nonchè fidato consigliere culturale dell'industriale (fondatore della Snia) e mecenate Gualino, Venturi è personaggio a suo agio sia nelle aule universitarie torinesi che nelle altre, sparse nel vecchio continente, dove si trova a insegnare dopo aver rifiutato il giuramento e aver lasciato l'Italia. La sua epopea di fuoriuscito - completamente a suo agio sia nella buona società parigina come nelle università americane, nelle lucrose expertise di capolavori come nella coraggiosa organizzazione di comitati internazionali contro il fascismo e il razzismo - compone il ritratto di un grande intellettuale mai avulso dal mondo che lo attornia. Quasi a completare la sua contrapposizione con Carrara terrore degli studenti, da ricordare così come ce lo descrivono Luigi Einaudi o Alessandro Galante Garrone, avvolto nel camicione bianco intento alle sue severe lezioni impartite nell'aula di Anatomia, c'è un'immagine di Venturi docente che non può non essere subito offerta al lettore. E' quella incantevole che emerge dalle pagine di Lalla Romano che gli fu allieva nella seconda metà degli Anni Venti. Scrive la Romano: "Quella di Venturi era la lezione elegante. Vi convenivano signore che impregnavano l'aria del primo piano, ampia e luminosa, di un fresco profumo (credo francese). "Il professor Venturi era astratto e carnale insieme: un Buddha o un putto enorme. Emanava da lui la sicurezza del prestigio sociale: quello della scienza io lo riconoscevo piuttosto nella trascuratezza o perlomeno nella distrazione, l'opposto della mondanità. "Aveva un difetto di pronuncia, o meglio di emissione, che lo costringeva ad arrotare, strascicare le parole e, cosa più importuna, a intercalare dei suoni ripetitivi, esitanti. Erano fastidiosi (che denunciassero una originaria impensabile timidezza?) - eppure facevano parte della sua imponenza e curiosamente vi contribuivano: come se fosse una bizzarria che lui solo poteva permettersi. "Accresceva il suo prestigio anche la bellissima che usciva con lui dall'università. Tacchi altissimi, passo aggirante e scattante, il corpo fasciato stretto, le spalle alte sormontate da una volpe che a ogni passo scuoteva la coda con un altro scatto: era il tipo della donna elegante illustrato da Dudovich. Ma la testa ovale dai capelli neri e lisci annodati con una piccola crocchia e gli occhi neri orientali, gli orecchini da zingara, ne facevano un'immagine esotica. Sentii dire che era una ricca ebrea, musicista. Me la immaginai benissimo col violino...". La pagina di Lalla Romano porta subito al cuore di quella facoltà di Lettere dove insegna Venturi e dove, oltre alla Romano, transitano in quegli anni studenti come Cesare Pavese e Mario Soldati.

La Stampa
9 febbraio 2001


I professori che dissero no a Mussolini


di SIMONETTA FIORI

"Sublimato all'un per mille", titolo sprezzantemente un giornale d'obbedienza littoria. Gli esiti del giuramento di fedeltà al fascismo - imposto ai professori universitari nel 1931 dalla regia di Giovanni Gentile - furono per Mussolini assai lusinghieri. Seppure sotto ricatto, su oltre milleduecento accademici, soltanto dodici opposero un rifiuto. Sopra questi isolati viaggiatori che attraversarono la terra del no è scesa per settant'anni una nebbia densa di rimozione e imbarazzo. Come se l'insidioso orizzonte da loro - soltanto da loro - varcato rimarcasse l'ipocrisia, la fragilità, lo spirito di accomodamento, anche la pavidità di cui diede prova larghissima parte degli intellettuali italiani.
Ora quell'"un per mille" deprecato dalla stampa fascista dell'epoca - e utilizzato ora strumentalmente da alcuni giornali di destra che vorrebbero così dimostrare il radicamento del fascismo nella cultura - è al centro di due saggi che escono curiosamente quasi in contemporanea. A giugno sarà in libreria Preferirei di no di Giorgio Boatti, che mostra in filigrana il percorso dell'intellighenzia italiana attraverso dodici personalità differenti per origine, carattere, modi di pensare, attitudini sociali (Einaudi, pagg. 350, lire 28.000). Mentre è già disponibile il documentatissimo volume del tedesco Helmut Goetz, Il giuramento rifiutato, I docenti universitari e il regime fascista (La Nuova Italia, pagg. 314, lire 48.000), frutto di una puntigliosa ricerca condotta per trent' anni in archivi, memorie, giornali, corrispondenza privata, con inedite testimonianze personali che aprono inattesi squarci sui tormenti di coloro che s'adeguarono.
Sbaglia chi cercasse tra gli irriducibili dei "pericolosi sovversivi". Gli accademici più a sinistra seguirono il consiglio di Togliatti, che invitò i compagni professori a prestare giuramento. Mantenendo la cattedra, avrebbero potuto svolgere "un'opera estremamente utile per il partito e per la causa dell'antifascismo" (così Concetto Marchesi motivò a Musatti la sua scelta di firmare). Anche Benedetto Croce, stella polare dell'antifascismo, incoraggiò professori come Guido Calogero e Luigi Einaudi a rimanere all'università, "per continuare il filo dell'insegnamento secondo l'idea di libertà". Ci si mise anche il papa, Pio XI, che su idea di padre Gemelli elaborò un escamotage per i docenti cattolici: giurate, ma con riserva interiore.
Nonostante questa ciambella di salvataggio, gettata dall'influente troika, un'eroica minoranza disse di no. Nella minuscola schiera figurano tre giuristi (Francesco ed Edoardo Ruffini, Fabio Luzzatto), un orientalista (Giorgio Levi Della Vida), uno storico dell'antichità (Gaetano De Sanctis), un teologo (Ernesto Buonaiuti), un matematico (Vito Volterra), un chirurgo (Bartolo Nigrisoli), un antropologo (Marco Carrara), uno storico dell'arte (Lionello Venturi), un chimico (Giorgio Errera) e uno studioso di filosofia (Piero Martinetti). "Nessun professore di storia contemporanea, nessun professore di italiano, nessuno di coloro che in passato s'erano vantati di essere socialisti aveva sacrificato lo stipendio alle convinzioni così baldanzosamente esibite in tempi di bonaccia", lamentò l'esule Salvemini, il più sanguigno tra i censori dei firmatari.
Diversi per estrazione sociale e radici culturali - altoborghesi e figli di tabaccaio, religiosissimi e anticlericali, socialisti e liberali, repubblicani e monarchici, ebrei e cattolici - i dissidenti sono apparentati da una spessa moralità e da un'indole naturalmente fuori del coro. Nella vita di ciascuno di loro c'è un gesto dirompente - uno scatto ribelle, un moto di anticonformismo, forse una vena di follia - che appartiene, se non al loro personale carattere, al Dna familiare. Il prete modernista Buonaiuti aveva sfidato l'autorità della Chiesa, il criminologo Carrara il potere accademico, affiancandosi a quel Cesare Lombroso emarginato nella comunità scientifica. Lo scienziato Errera aveva respinto nel 1923 il Rettorato dell'Università di Pavia, "perchè non si sentiva adatto". Del filosofo Martinetti si racconta che, rivolto all' esaminando Lelio Basso già condannato al confino di Ponza, proruppe: "Ma io non ho alcun diritto di interrogarla sull'etica kantiana: resistendo a un regime di oppressione lei ha dimostrato di conoscerla molto bene. Qui il maestro è lei. Vada pure, trenta e lode".
Quasi tutti - ad eccezione di pochi, Volterra e Ruffini, Venturi e Luzzatto - s'erano tenuti lontani dalla politica attiva, eppure animati da un radicato civismo che li spinse nel 1925 a firmare il celebre manifesto di Croce. Ricorrono nelle loro motivazioni una "repugnanza quasi fisiologica al fascismo" (Levi Della Vida), un'insofferenza morale "alla sua tronfia rettorica" e "alla sconcia apologia della violenza". Rifiutarono il giuramento in quanto contrario alla loro coscienza, agli "ideali di libertà, dignità e coerenza interiore" nei quali erano cresciuti. "Giuramento simile io non mi sento di farlo, e non lo faccio", replica con semplicità il chirurgo Nigrisoli alle ripetute sollecitazioni del rettore. Le conseguenze non erano da poco: perdita della cattedra, una pensione al minimo, persecuzioni, divieti, una vigilanza stretta e oppressiva.
Al lettore di oggi il loro gesto ribelle - motivato da tutti con sobrietà - appare quasi epico. Specie se raffrontato alla genuflessione dei loro colleghi. Tra coloro che giurarono fedeltà al duce figura il meglio della cultura antifascista, da Guido De Ruggiero ad Adolfo Omodeo, da Federico Chabod a Giuseppe Lombardo Radice, da Gioele Solari ad Arturo Carlo Jemolo, da Piero Calamandrei al mitico Giuseppe Levi. Alcuni erano persuasi che la battaglia antifascista andasse condotta dall'interno, ma per larga parte agiva il timore della miseria. Lo storico Goetz è abile nel registrare i contrastanti moti dell'animo, rivelando risvolti inediti. Ecco Lombardo Radice "con la folta barba bianca bagnata dalle lacrime" mentre confessa a De Sanctis: "Coprirò di vergogna tutta la mia opera di scrittore e di pensatore, ma non posso mettere sul lastrico i miei figlioli giovinetti". Anche Omodeo si lacera fino al pianto "al pensiero che non sarebbe stato più in grado di pagare gli studi ai figli". Arturo Carlo Jemolo rivelerà, quarant'anni più tardi, che la paura della povertà lo spaventava più della guerra. "Ciò nonostante", annota Goetz, "non cessò mai di rammaricarsi". Calamandrei firmò perchè considerava l'insegnamento "il suo posto di combattimento", ma quella sottomissione gli costerà "l'animo straziato".
Per molti studiosi non era facile rinunciare alla professione, che era parte fondamentale della propria vita. Alessandro Levi, docente di filosofia del diritto, e il cugino Tullio Levi Civita, matematico insigne, decisero di giurare "ma con riserva", ossia scrivendo al rettore che "in alcun modo avrebbero modificato l'indirizzo del proprio insegnamento". Il filosofo Giuseppe Rensi cedette per "attaccamento alla cattedra", ma questa firma sarà per lui un "cruccio costante". Tra i professori che cambiarono opinione figura Giuseppe Levi, anatomista e istologo di fama internazionale, antifascista conclamato che aveva tenuto nascosto a casa sua Filippo Turati. Da un iniziale diniego, fu spinto a firmare dai suoi assistenti, "che temevano di perdere il maestro e la carriera". Levi giurò dopo che il ministro Giuliano gli aveva assicurato verbalmente che il giuramento era una pura formalità. Profondamente turbato, il papà di Natalia Ginzburg spiegò in aula il suo dilemma. "E gli studenti, felici di vederlo rimanere, lo ringraziarono con un uragano di applausi". Tranquillo cinismo (l'espressione è di Gennaro Sasso) mostrò l'illustre glottologo Giacomo Devoto: il giuramento ebbe per lui "il valore di un bicchiere di acqua fredda".
La fenomenologia degli "accademici del si"?" E' ricca e variegata. Essa finisce per includere l'estesa tipologia dell'intellettuale contemporaneo, con le sue infinite astuzie e debolezze. Tra "coloro che preferirono la carriera alla coscienza" (categoria eterna, stigmatizzata da Max Salvadori) eccelle Tullio Ascarelli, studioso precoce e plasmabile, il quale dapprima sostenne che "il vero atto di coraggio consisteva nel giurare" e in seguito si dimostrò ammiratore frenetico del duce. Affollata la tipologia dei "disgustati", come Alfredo Galletti, che nell' atto del forzato giuramento esibisce teatralmente il guanto ben calzato nella mano, poi scaglia la penna sul tavolo, con schizzi d'inchiostro ovunque. O come Francesco Lemmi, allievo di Pasquale Villari, che rivolto agli scherani del duce tuona: "Firmo perchè padre di famiglia!". Non mancano gli inventivi nell'arte della scappatoia, come Vittorio Emanuele Orlando, ex presidente del Consiglio, il quale scelse la pacifica soluzione di andarsene in pensione. Ma quando tanti anni dopo dirà ad Edoardo Ruffini, il più giovane tra i Signori del No, "noi che abbiamo rifiutato il giuramento...", il suo interlocutore lo raggelò: "Credo che tra la sua richiesta di pensionamento e il rifiuto del giuramento di mio padre (ndr Francesco Ruffini) vi sia una differenza...". Anche Antonio De Viti De Marco, docente di scienza delle finanze, scelse il "collocamento a riposo", ma esprimendo pubblicamente le ragioni del dissenso. Da Cambridge l'economista Piero Sraffa comunicò al ministro dell'Educazione Nazionale le sue dimissioni da ordinario di Economia politica a Cagliari (aveva vinto la cattedra al King' s College): era il primo novembre del 1931. In quei giorni partivano le lettere con l'invito a presentarsi in Rettorato per il giuramento. Ma forse quel gesto era del tutto casuale, se quarant'anni più tardi Sraffa scriverà a Goetz: "Non mi risulta di aver dato le dimissioni da Cagliari nel novembre del 1931, ma forse sbaglio...".
Alla metà degli anni Sessanta, a favore alla piccola schiera di irriducibili, ci fu chi diede battaglia, proponendo che i loro nomi fossero scolpiti sui muri delle università italiane. Si chiamava Ignazio Silone, e chissà cosa passava per la sua mente.

La Repubblica
16 aprile 2000


I professori che rifiutarono il giuramento

A proposito del saggio di Goetz sugli insegnanti che non sottoscrissero l'adesione al fascismo


Domenica 16 aprile nelle pagine della Cultura di Repubblica è uscito un articolo di Simonetta Fiori intitolato "I professori che dissero no a Mussolini". A proposito di quell'articolo sono giunte tre lettere, che qui pubblichiamo: una degli eredi di Giuseppe Antonio Borgese, un'altra del nipote di Errico Presutti e un'altra ancora di Jader Jacobelli

Caro Direttore, nel prendere visione del libro di Helmut Goetz, Il giuramento rifiutato. I docenti universitari e il regime fascista, recensito su la Repubblica da Simonetta Fiori, abbiamo constatato con stupore che Giuseppe Antonio Borgese non figura tra i professori che rifiutarono di firmare il giuramento di fedeltà al regime fascista. E' accertato che Borgese, in missione negli Stati Uniti, al momento dell'imposizione del giuramento nel 1931, non riprese servizio all'Università di Milano dove era ordinario di Estetica. La sua decisione di non rientrare in Italia fu motivata proprio dal rifiuto di prestare giuramento, come risulta da due lettere scritte dagli Stati Uniti a Mussolini nel 1933, nelle quali motivava il suo no al fascismo (pubblicate due anni dopo a Parigi sui Quaderni di Giustizia e Libertà). Borgese comunicò inoltre la sua decisione in una lettera al Rettore dell'Università di Milano in data 18 ottobre 1934: "Prego la S.V. di voler prendere nota che io non ho prestato, nè mi propongo di prestare, il giuramento fascista prescritto ai professori universitari".
Sappiamo che Goetz si è occupato della posizione di Borgese rispetto al fascismo e al giuramento dei professori in un articolo del 1980, apparso sulla rivista dell'Istituto Storico Germanico di Roma. Anche per questo ci sorprende che nel libro di Goetz, pubblicato in Germania nel 1993, Borgese sia completamente ignorato. Ci sembra che l'omissione di una verità accertata e riconosciuta dai maggiori storici del fascismo sia grave e che nessun atteggiamento critico nei confronti di Borgese possa giustificarla.
Elisabeth Mann Borgese
Nica Borgese
Giovanna Borgese

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Caro direttore, sono rimasto molto sorpreso nel constatare che nel volume di Helmut Goetz, accuratamente recensito da Simonetta Fiori, non si fa alcun cenno a proposito di mio nonno Errico Presutti, professore di Diritto amministrativo e di Diritto costituzionale a Napoli fino all'avvento del fascismo, dichiarato decaduto dalla Cattedra universitaria per essersi rifiutato di prestare il giuramento di fedeltà al regime. Errico Presutti fu Sindaco di Napoli nel 1917 e deputato per due legislature nel 1921 e nel 1926; fece parte dell' Aventino e fu quindi dichiarato decaduto dal mandato parlamentare; fu fin dall'inizio profondamente antifascista e lottò contro il regime insieme a Giovanni Amendola e a Roberto Bracco; il regime gli impedì, di fatto, di esercitare persino la professione legale nella quale era maestro. Pur essendo stato colpito da una paralisi totale che forzatamente lo estraniò dalla lotta politica e da qualsiasi attività, nel 1944 il Comando militare alleato, su proposta della Università di Napoli, gli conferì il titolo di Professore Emerito e successivamente il Ministro dell'educazione nazionale, De Ruggiero, lo reintegrò nella Cattedra universitaria a vita. Infine, a riconoscimento dei sacrifici sopportati nella sua opposizione al fascismo, venne eletto all'Assemblea costituente, alle cui sedute non potè mai partecipare per le sue condizioni di salute. Morì nel 1949 e le tappe della sua vita, che per obbligo di verità storica ho fin qui ricordato, vennero ripercorse alla Camera dei deputati nella commemorazione tenuta dall'on. La Rocca nella seduta del 26 luglio 1949.
Cordiali saluti.
Stefano Maria Cicconetti

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Caro direttore, nel bell'articolo che Simonetta Fiori ha dedicato ai saggi di Giorgio Boatti e di Helmut Goetz sul giuramento fascista dei professori universitari nel 1931, si dice che esso fu imposto "dalla regia di Giovanni Gentile". Ma per la verità storica sarebbe bene ricordare che quel giuramento, nella bozza scritta dal grande filosofo, non prevedeva la fedeltà al regime, ma soltanto alla Monarchia, allo Statuto, e l'impegno di formare cittadini operosi, prodi e devoti alla Patria". Fu il ministro della Pubblica istruzione, Balbino Giuliano a fare quell'aggiunta.
Andrebbe anche ricordato che l' unico che rivolse ai tredici professori che non giurarono un pubblico riconoscimento fu Gentile. Nel verbale della seduta del Consiglio di Facoltà di Roma dell'11 gennaio 1932 si legge: "Il prof. Gentile prende la parola per dichiarare che certamente nell'animo della Facoltà, al rammarico per l'allontanamento di così insigni colleghi s'aggiunge un sentimento di stima pel nobile atto da essi compiuto per restare fedeli alla propria coscienza e compiere un dovere di lealtà verso il Regime... La Facoltà non può non rendere merito a questi colleghi, costretti ad allontanarsi da noi per una giusta legge, di aver dato ai giovani un encomiabile esempio di schietto e dignitoso carattere".
"Lacrime di coccodrillo" disse il professor Giorgio Levi della Vida, che non aveva giurato e se n'era andato, ma nelle sue memorie intitolate Fantasmi ritrovati scrisse: "Ripensandoci su, mi accorgo di essere stato cattivo; erano, si, lacrime di coccodrillo, ma di un buon coccodrillo al quale veramente dispiaceva che l'inesorabile processo dialettico della storia lo avesse costretto a mangiare le sue vittime, e ora piangeva su di loro in assoluta sincerità di cuore".
Basta ciò a cancellare le responsabilità dell'adesione di Gentile a un regime dittatoriale? No, davvero. Ma ci dice come il fascismo di Gentile fosse "diverso".
Jader Jacobelli

Innegabile la "diversità" del fascismo di Gentile. Ma a proposito della regia sul giuramento di fedeltà al fascismo, la ricerca di Goetz rivela un suo appunto inedito indirizzato il 5 gennaio del 1929 a Mussolini. Scrive Gentile: "Esso (ndr, l' articolo 22 della legge sull'insegnamento universitario, ossia l'articolo del giuramento) con una breve aggiunta alla formula vigente potrà, come ho avuto l'onore di esporre a voce, risolvere la questione delicata e ormai urgente della fascistizzazione delle Università Italiane". L'integrazione alla formula di giuramento sarà poi realizzata da Balbino Giuliano. (S.Fio).

La Repubblica
23.4.2000


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