Mondo nuovo

Scienza libera, contro i pregiudizi , di Tony Blair

Paura della scienza: un saggio di Georges Ripka

Italia:molti telefonini, ma poca innovazione
Veronesi: il Paese senza ricerca che uccide il suo futuro Il futuro dell’industria della comunicazione in Italia
Ha proprio ragione Alberto Ronchey: un mondo nuovo ci cade addosso. E molti pretenderebbero, anche a sinistra, di far finta di nulla. E così il teatrino potrebbe continuare all'infinito, senza patemi d'animo e senza rischi. A noi invece piace capire, con una fiducia nel futuro né sprovveduta né imbelle, ma anche senza traccia di bigotta chiusura. Ma un tempo, non eravamo "progressisti"?

Glossario della Information & Communication Technology.

 

Internet e dintorni

Il progresso della scienza è anche avanzamento delle libertà, dai trapianti alle biotecnologie, alla lotta non farisaica alle droghe: abbiamo avuto  un ministro coraggioso. Veronesi: verità laiche Scienza e tecnologie, tra speranze e pericoli
Computer,telecomunicazioni, globalizzazione dell'informazione.... Ma,ancora più sconvolgenti, le biotecnologie, a partire da una conoscenza mai raggiunta prima dall'uomo.

Introduzione alle biotecnologie

Dizionario delle biotecnologie

 leggi notizie e spunti su "Biotech.com"

bollettino di Assobiotec

Il Paese senza ricerca che uccide il suo futuro

di UMBERTO VERONESI


E´ UN momento cruciale nella storia dello sviluppo culturale e scientifico di questo Paese. Quelle che sono le tre grandi vie del Nuovo, la ricerca sulle telecomunicazioni, sull´informatica, sulle biotecnologie, procedono ad alta velocità, spinte dalla forza delle idee. Nel passato, materie prime e manodopera a basso costo potevano fare la differenza nello sviluppo economico di una nazione. Oggi sono le idee, la passione delle nuove generazioni a spingersi sempre oltre, alla esplorazione di nuove frontiere, a distinguere un Paese dall´altro. E´ la ricerca, la capacità che un Paese ha di credere e spendere e investire sulle attività della mente, a creare diverse condizioni sociali e culturali di un popolo.
Ma la ricerca, in Italia, marcia faticosamente. I nostri migliori cervelli scelgono di andare a lavorare all´estero. Le strutture – indispensabili per un ricercatore – sono deficitarie. I soldi che si investono sono pochi. E questo crea un quadro sociale, oltre che politico-economico e, ovviamente, scientifico, che ci deve preoccupare.
Le nuove generazioni di scienziati, quelli più motivati e passionali, vengono mortificate; i risultati dei prodotti della mente, le idee, si fanno progressivamente più scarni. Da condizioni simili – è questo il grande rischio che voglio segnalare – non può che nascere un´Italia culturalmente arretrata, segnata dalla obsolescenza scientifica e tecnologica.
Un Paese zoppo, che nei prossimi anni si ritroverà accanto paesi che invece sono in grado di correre con gambe sempre più potenti ed efficienti.
Sono preoccupato, come scienziato e come italiano, di quanto ci potrebbe accadere se parlamento e governo non decidessero di affrontare questa situazione. Occorrerebbe in realtà una "Grande Alleanza per la Ricerca", ideare e costruire un progetto ad alto valore scientifico che cominci ad insegnare ai ragazzi delle scuole medie il primato del cervello e delle idee, la cultura della razionalità e della metodologia scientifica, il rifiuto della superstizione e della approssimazione.
Per poi creare una serie di istituti scientifici di ricerca dove i nostri migliori talenti possano dedicarsi al loro lavoro.
Bisognerebbe che ciascun ospedale italiano, così come avviene negli Stati Uniti, avesse un centro per la ricerca, in modo che ogni scoperta possa essere trasmessa al clinico di quell´ospedale, anche al clinico più tradizionalista che non si sposta dalla routine dell´intervento. All´Istituto europeo di oncologia di Milano, ad esempio, è condizione di qualsiasi assunzione il fatto che la ricerca deve essere parte integrante del lavoro di ciascun professionista. Ogni settimana, alle sette e trenta del mattino, si tiene una conferenza - in lingua inglese - in cui si mette al corrente l´intero staff medico dell´Istituto dei progressi fatti da questa o quella ricerca.
C´è un modello che mi piace segnalare. In Gran Bretagna il governo finanzia la costruzione delle strutture e la messa a disposizione di macchinari, ma spetta al singolo ricercatore - con la qualità dei suoi studi e del suo lavoro - procurarsi i fondi necessari per portare avanti la sua ricerca. Il sistema dei grant, delle elargizioni private, di solito funziona benissimo. Si tratta in sostanza di una piattaforma a doppio binario: lo Stato finanzia le strutture, i privati portano avanti le idee e le ricerche.
Ma anche per avviare il meccanismo di questa strada mediana, occorre un "Grande Progetto". E soprattutto occorre che la politica si convinca della bontà dell´investimento. E´ facile ottenere consenso quando si inaugura un´autostrada o un ospedale, un consenso che paga elettoralmente e in tempi brevi. E´ difficile ottenere consenso quando si investono energie e denaro sulla ricerca, i cui risultati concreti arrivano a distanza di dieci-quindici anni (io ho pubblicato un paio di mesi fa una mia ricerca iniziata nel 1968...).
E´ difficile, certo, ma è ormai diventata una priorità per ogni nazione industrialmente avanzata se vuole evitare la marginalizzazione scientifica e, di conseguenza, anche economica.

la Repubblica
24 gennaio 2003 


Un convegno della Fondazione Rosselli delinea gli scenari futuri per l’industria della comunicazione in Italia
Una televisione trattata col Dtt
La rivoluzione del digitale terrestre presto in tutte le case: vantaggi e rischi

di PIERO SANTONASTASO

ROMA - Dove andrà il mercato italiano della comunicazione nessuno può ancora dirlo. O meglio, si conoscono per grandi linee gli indirizzi da seguire, ma nemmeno un indovino potrebbe rivelare quel che il futuro ci porterà, dal momento che siamo appena usciti da un decennio di aspettative mancate. E’, molto alla buona, il succo del sesto rapporto dell’Istituto di economia dei media della Fondazione Rosselli, al centro di una due giorni di dibattiti conclusasi ieri a Roma. 
Il rapporto fotografa nel dettaglio quanto accaduto nell’ultimo decennio all’intero comparto - dalla tv a internet, dai giornali al cinema, dalle telecomunicazioni alla musica, dalla radio all’home video - ma il ritratto che ne vien fuori ha i colori sbiaditi e i lineamenti sfocati di una galassia che negli anni passati ha mancato diverse occasioni. Così, se settori fondamentali come quelli delle telecomunicazioni e della trasmissione dati hanno fatto passi da gigante, il comparto media, a partire dalla televisione, è rimasto praticamente fermo. 
“Paludata" è l’aggettivo usato da Emilio Pucci, il curatore del rapporto, per la nostra televisione sia pubblica che privata, condizionata dalle vicende politiche e da una lotta per gli ascolti giocata tutta in chiave commerciale, con relativo scadimento della qualità. Condizionata anche da un impatto non sconvolgente delle innovazioni tecnologiche, che hanno interessato una fetta limitata dell’audience nazionale. 
Il quadro statico sarà - o dovrebbe essere - scardinato in questo decennio dalla diffusione dei sistemi digitali terrestri (in sigla: DTT), dal momento che entro il 2010 l’intera offerta televisiva europea dovrebbe essere digitalizzata (la data già fissata in Italia è il 2006), a fronte di una platea di utenti che nel continente conta oggi circa venti milioni di famiglie. “Dovrebbe" essere scardinato, perché il rischio per l’Italia è quello che il duopolio Rai-Mediaset si perpetui anche nel digitale terrestre, ingessando in qualche modo l’offerta di nuovi prodotti e servizi ed eventualmente inibendo l’ingresso di altri soggetti. Uno scenario, segnala il rapporto, complicato da un quadro normativo “opaco" (ma il resto d’Europa non brilla per chiarezza) e che comunque interessa la stragrande maggioranza degli italiani, dal momento che ogni giorno 47 milioni di persone vedono almeno un minuto di televisione e il numero medio di minuti di ascolto ammonta a 273. 
Per quello che riguarda più strettamente noi utenti, invece, c’è da prepararsi a un periodo di sperimentazione accanita in vista del digitale terrestre. Il rapporto ci dice anche in che tempi: il 7-10% della popolazione si butterà a pesce sulle novità, il 15-18% si unirà in un secondo momento, il 25-30% apparterrà alla terza ondata, un altro 25-30% sarà costituito dai ritardatari e infine un bel 10-20% resterà totalmente indifferente. 
Sia come sia, cambieranno gli apparecchi che siamo abituati a vedere in giro per casa (guardate il videoregistratore: appena il tempo di farne conoscenza e già ne è stata decretata la morte in favore del Dvd), ma cambierà soprattutto il modo di fruire dei contenuti. Siamo abbastanza abituati a cambiare apparecchio tv (se ne vendono ogni anno tre milioni di nuovi “pezzi"), ma in futuro dovremo entrare in confidenza con “multipiattaforme" e servizi interattivi. La nota positiva è che gli apparecchi in questione arriveranno da noi quando saranno già prodotti su larga scala nel resto del mondo e quindi i prezzi saranno tutto sommato ragionevoli. 

Il Messaggero
Venerdì 17 Gennaio 2003 


«In Italia tanti telefonini, ma poca innovazione»
Siamo al quart’ultimo posto fra i Paesi industrializzati nella capacità di recuperare competitività



Oltre i telefonini, il deserto. Poche risorse per ricerca scientifica ed educazione universitaria, pochissime connessioni internet, zero commercio elettronico: un vuoto tecnologico figlio dei vecchi mali del sistema, con lo Stato che non funziona, le infrastrutture inadeguate, le lobbies di potere (politico, economico, ma anche sindacale e accademico) che bloccano ogni via di cambiamento. E il futuro promette peggio. Le scarse conoscenze tecnologiche, la poca attenzione allo sviluppo delle risorse umane e l’esiguo numero di brevetti prefigurano la prospettiva di allargare il gap che ci separa dagli Usa e dal resto d’Europa. E’ un’Italia che rischia di precipitare nelle retrovie del mondo industrializzato quella che esce dal rapporto «Innovazione di sistema» (sottotitolo: «Analisi comparata del potenziale innovativo dei principali paesi industrializzati») realizzato dalla Fondazione Rosselli per il Corriere della Sera . Un Paese che oggi appare arretrato e che, domani, la poca propensione alla conoscenza tecnologica minaccia di condannare a un inesorabile declino. Siamo i campioni mondiali nella diffusione di cellulari, ma la nostra spesa media in telecomunicazioni è meno della metà di quella dei grandi Paesi europei, segno che per noi i telefonini sono un giocattolo per chiamare mamma e per inviare messaggini ai compagni di scuola, mentre gli altri usano le linee per scambiare dati, per studiare, per lavorare. «Scontiamo l’eredità pesante lasciata dalla classe dirigente passata - osserva Riccardo Viale, presidente della Fondazione Rosselli e docente di Politica della ricerca e dell’innovazione presso la Scuola Superiore della Pubblica amministrazione di Roma -. E per classe dirigente intendo sia i governi, sia i sindacati e gli industriali, tutti responsabili di aver reso il Paese difficilmente riformabile. Anche chi ha cercato di introdurre cambiamenti, come Giuliano Amato quand’era premier, si è sempre trovato di fronte al muro delle resistenze conservatrici».
L’indagine della Fondazione Rosselli ha cominciato a prendere forma sulla scia del vertice europeo di Lisbona, nel marzo 2000, quando i capi di governo dei Quindici lanciarono la sfida per trasformare l’Unione, grazie alle tecnologie dell’informazione, nella «più competitiva e dinamica economia mondiale» nel giro di un decennio. Da qui sono stati fissati i criteri per misurare il «potenziale innovativo delle nazioni», basandosi sui dati statistici ufficiali (Ocse ed Eurostat) e valutando sia gli indicatori classici (spesa per la ricerca e numero dei brevetti, per esempio) sia indicatori più mirati (dalle risorse umane alla creazione e trasmissione di nuova conoscenza). Così, a quasi tre anni di distanza dal summit europeo, quella che emerge oggi è una mappa continentale a due velocità. Con la Gran Bretagna (grazie soprattutto all’iniezione di competitività che 11 anni di governo Thatcher hanno introdotto nel sistema), con i piccoli Paesi del Nord (soprattutto Svezia, Danimarca e Olanda) che corrono al ritmo degli Usa. E con i grandi (Germania, Francia, Italia e Spagna) che non riescono ad accelerare.
Per l’Italia, il bilancio è allarmante. Nella classifica complessiva sull’«innovazione del sistema» messa a punto dalla Fondazione Rosselli il Belpaese occupa le posizioni di coda. La Svezia trionfa, superando anche gli Usa. Noi invece, fra le nazioni Ocse, siamo al quart’ultimo posto, davanti soltanto a Portogallo, Grecia e Russia. E, in prospettiva, rischiamo di precipitare ancora più giù. Secondo Viale, i maggiori rischi di declino sono legati a due elementi: conoscenza e finanza. «La scarsa conoscenza tecnologica è il risultato di un sistema scolastico e universitario inadeguato - spiega il presidente della Fondazione -. Per quanto riguarda il secondo punto, invece, scontiamo il fatto di avere un sistema finanziario e bancario incapace di individuare e premiare la capacità innovativa delle imprese».
Ma l’indagine della Fondazione Rosselli sfata anche una serie di luoghi comuni nazionali. Non è vero, per esempio, che in Italia manchino le infrastrutture di base (ferrovie, strade). Il punto è che sono poco efficienti. Un altro luogo comune è la fuga dei cervelli. «In realtà il numero dei "cervelli" che lasciano il Paese è limitato - spiega Viale -. Il problema è dato dalla bassa qualità di quelli che rientrano. Torna in Italia chi non è riuscito a trovare una collocazione stabile negli Usa o altrove». Stiamo viaggiando verso il declino? «Purtroppo non vedo segni di svolta -dice Viale -. Dal governo ci si aspettava molto, invece ci troviamo con una Finanziaria 2003 che riduce risorse alla ricerca e senza individuare priorità».
Giancarlo Radice

Corriere della Sera
7 gennaio 2003


Un mondo nuovo ci cade addosso

di Alberto Ronchey

Conclusi gli esami di Stato nelle scuole italiane, la moltitudine dei promossi sarà dinanzi alla scelta degli studi ulteriori. Finora, in Italia solo il 16 per cento della popolazione universitaria si laurea nelle discipline scientifiche, in Francia il 31, in Germania il 38. È incredibile che ancora sia così poco diffusa, tra noi, la considerazione per le sconfinate prospettive del sapere scientifico dopo le accelerate scoperte sui fronti avanzati della ricerca negli ultimi decenni. Basta ricordare due soli esempi, le avventure della genetica e dell’elettronica. Per la comune cultura, le prime avvisaglie pubbliche del mondo nuovo annunciato dalla biogenetica risalgono a quell’avvincente cronaca divulgativa delle ricerche sul Dna, ´La doppia elicaª di James Watson e Francis Crick, premiati con il Nobel 1962. Era già prevedibile, allora, l’impresa compiuta poi con la mappatura del genoma. La ricerca successiva non potrà che rivoluzionare la medicina diagnostica, la farmacologia, la sociologia con l’ulteriore longevità di massa e dunque la sfera dell’economia politica, oltreché la stessa concezione del vivente umano e non umano.

Eppure, anche se l’Italia dal principio aderì al progetto internazionale di ricerca sul genoma, il finanziamento pubblico fu interrotto nel ’95. Qualcuno dovrebbe spiegare perché. Certo in Italia, come testimonia Umberto Veronesi, gruppi di ricercatori hanno continuato a scoprire geni e a studiarne le funzioni malgrado la scarsità delle risorse disponibili. Ora, per la ricerca postgenomica, un inquieto risveglio appare manifesto in quello stesso progetto governativo che annuncia la ´Scuola superiore di medicina molecolareª a partecipazione pubblica e privata, con un dignitoso ausilio a scienziati come il Nobel Renato Dulbecco.

Da ricordare poi la diffusa incuranza, o incredula accoglienza, concessa in Italia sul principio all’annuncio dell’era informatica e alla potenzialità del computer, in seguito strumento decisivo per il progresso d’ogni scienza. Invano si leggeva su Encounter negli anni ’60, per esempio, che l’intelligenza umana presto avrebbe acquisito ´poteri sempre più estesi, usando il computer come prolungamento delle facoltà di calcolo e memoria, giudizio e comunicazione globalizzataª. Eppure, il computer allora funzionava solo sul transistor, diffuso dai laboratori Bell del New Jersey nel ’47. Il microprocessore, con la moltiplicazione accelerata dei bit, doveva nascere solo nel ’70 all’Intel, in quella nursery dell’alta tecnologia che nel ’71 fu denominata Silicon Valley.

Ora, se tanti lavorano in Italia sul computer quando non divagano sulle chat-lines, pochi sanno come l’elettronica funziona e perché. Introdursi magari a caso nei meandri del sistema Internet sì, ma studiare a fondo l’elettronica no? Tutto questo può somigliare alla scena elementare del bambino in bicicletta che grida: ´Guarda, mamma, vado senza maniª. E poi cade sul primo inciampo. Qualche avviso utile sarebbe anche necessario per quanti, non avendo letto e studiato mai quasi niente, non sanno che cosa chiedere con precisione all’oracolo Internet.

Ma ritornando alla questione iniziale, ossia la scarsità in Italia dei laureati nelle discipline scientifiche, l’increscioso fenomeno è spiegabile non solo risalendo a certi connotati della comune cultura convenzionale, ma spesso alle scarse disponibilità d’impiego nei laboratori pubblici e privati. Oggi, per esempio, il Cnr può dedicare alla ricerca biogenetica meno di 2 miliardi l’anno. Per tutta la ricerca scientifica in Italia, come ha segnalato il governatore Fazio, s’investe l’1,03 per cento del Pil, contro il 2,32 della Germania, il 2,2 della Francia, il 2,77 degli Usa, il 2,91 del Giappone. Partiti, governi, legislatori e pubblici ammonitori disputano su tutto ma non sulla vitale questione, mentre si annuncia una gravosa ipoteca sul futuro e il mondo nuovo può caderci addosso.

Alberto Ronchey
Corriere della Sera
13 luglio 2000


Torna alla pagina precedente

Vai alla prima pagina