Progetto 2000 e primo Congresso DS
Certo...avrebbe potuto essere una bella avventura. Ma se non c'è la politica....... Vale lo stesso la pena di discuterne....anche se, dopo Torino, inizia subito la involuzione

Il Progetto per la sinistra del 2000

non è soltanto un documento, uno dei tanti elaborati in varie occasioni e presto resi obsoleti e dimenticati per l’incombere dell’attualità e per i mutamenti del contesto. Il Progetto per la sinistra del 2000 deve essere il punto di arrivo di un processo continuo di elaborazione, capace di dar luogo a una serie di documenti, atti, iniziative, eventi. Un processo in grado di arricchirsi continuamente attraverso un metodo di comunicazione interattiva, interno ed esterno al partito. Un processo la cui prima fase si concluderà con il Congresso dei Democratici di sinistra. Questo testo verrà proposto all’attenzione di tutto il partito e dell’opinione pubblica attivando strumenti e sedi di discussione tradizionali (seminari, dibattiti, iniziative pubbliche) così come strumenti e sedi di discussione innovativi, attraverso l’uso delle nuove reti di comunicazione elettronica. Vogliamo, infatti, suscitare un dibattito che non coinvolga soltanto ristrette cerchie di esperti, né unicamente l’area della "militanza" tradizionale. Vogliamo stimolare passione,sentimenti e intelligenza presso quegli ampi strati di cittadine e cittadini italiani che chiedono riforme ma non trovano più nella politica una sponda per il loro sentire. Vogliamo, insomma, restituire senso all’agire individuale in vista di interessi collettivi. Tenuto conto dell’importanza crescente della comunicazione in politica, il progetto misurerà la sua efficacia anche dal modo in cui si riuscirà a portarlo a conoscenza di tutte le iscritte e gli iscritti al partito e dell’opinione pubblica. Dalla partecipazione e dal legame tra princìpi e pratica politica che saprà suscitare.
I valori e i principi Il presente come storia I temi progettuali L'agenda del 2000

Ruffolo presenta il progetto alla Direzione Ds 1°CongressoDS:
Ruffolo apre
la discussione sul progetto
Bobbio:sul progetto L'intervento di
Massimo Salvadori
Nel corso del
1°Congresso DS

e dopo, inizia il nulla

Messaggio di Francesco De Martino Dalla relazione di
Walter Weltroni
Dall'intervento di
Massimo d'Alema
Commento di
Angelo Panebianco
I socialisti nella nuova
Direzione nazionale

INTRODUZIONE AL PROGETTO 2000

G. Ruffolo presenta alla Direzione Nazionale DS le linee del "progetto 2000".
2 ottobre 1999


Poche parole a margine dì questo testo. Sulla sua natura, struttura, procedura.
Sulla natura anzitutto. Ovviamente, non si tratta di un programma di governo.
Un po' meno ovviamente, non si tratta di un manifesto, un messaggio con funzioni propagandistiche o con pretese epocali.
Questo testo é, o vorrebbe essere, piuttosto, un "documento di identità" e, insieme, una guida all'azione politica nel lungo periodo. Una volta si diceva: chi siamo e che cosa vogliamo. In una guida all'azione politica di lungo periodo, evidentemente, la bussola resta orientata su certe scelte di fondo, mentre il percorso é segnato da una traccia al tempo stesso ben visibile ma flessibile.
In questo senso non può essere confuso con documenti programmatici tradizionali, come le mozioni congressuali, che fissano impegni circoscritti ad una specifica configurazione e stagione politica, ma non può neppure viaggiare, rispetto ad essi, su un'onda diversa. Tra quello e questi deve esservi coerenza logica e politica. E anche strumenti per verificarla. Dunque, non un testo sacro (i testi sacri, nel nostro tempo, diventano rapidamente obsoleti) ma un processo aperto, una tela da ritessere continuamente: un percorso evolutivo. Naturalmente, questo percorso ha le sue tappe.

E la prima tappa di questo testo è segnata dal nostro prossimo Congresso.

Da questa natura "processuale" discende la struttura di questo documento. Esso si articola in quattro parti. Nella prima si ridefiniscono i valori e i principi di una sinistra riformista nel nostro tempo. Nella seconda, l'orizzonte storico in cui essi si collocano, nel nostro paese. Nella terza, le scelte programmatiche fondamentali e strategiche che dovranno guidare la nostra azione politica.
Queste tre parti costituiscono il testo che, dopo le modifiche apportate dalla discussione congressuale, sarà sottoposto all'approvazione del Congresso.
La quarta parte, l'Agenda Duemila, propone una metodologia per la traduzione delle scelte strategiche in programmi operativi. Costituisce quindi una trama per il lavoro delle Commissioni permanenti per il progetto previste dal regolamento congressuale.
Passo in rapidissima rassegna queste quattro parti.

La prima, Valori e Principi.
Lo scopo di questa parte, in sintesi estrema, è la ridefinizione della sinistra nell'epoca della mondializzazione. Poiché questa, nella quale siamo immersi, comporta promesse e minacce entrambe di vastissima portata, é nel modo di reagire a queste che si riafferma la distinzione, più che mai valida, tra destra e sinistra.
La destra, non più propriamente conservatrice, affida la regolazione della società ai rapporti di forza che si esprimono soprattutto nel mercato, demiurgo della modernizzazione. La sinistra, che ha da tempo rinunciato alla società pianificata e che ha accettato pienamente il mercato, intende regolare il campo di gioco secondo regole etiche e politiche che non fanno parte del gioco stesso. Tutto ciò é espresso icasticamente nel motto: economia di mercato sì, società di mercato no.
Ciò pone l'esigenza di mediare le tensioni che si creano tra mercato e società. Nel testo se ne individuano quattro che sembrano particolarmente critiche: quella tra il libero dispiegamento degli interessi e i vincoli della coesione sociale, quella tra l'esplosione della fattibilità scientifica da una parte e la sostenibilità ecologica e l'integrità della persona dall'altra, quella tra la potenza delle nuove tecnologie e il potere del controllo politico democratico, quelle tra la mondializzazione delle economie e la mondializzazione dei diritti umani.

Compito fondamentale della sinistra é quello di riequilibrare queste equazioni a favore della solidarietà sociale, della sostenibilità ecologica, dell'integrità della persona, del primato della politica democratica, dell'affermazione universale dei diritti umani. Questi valori, queste scelte, occorre calarle nel presente concreto, qui e ora, non un presente piatto, privo di memoria e di prospettiva, "congiunturale". In un presente come storia. Il nostro presente, il nostro paese.

Questo è l'oggetto della seconda parte.
L'esigenza di un nuovo patto tra gli italiani, che permetta di affrontare questa grande svolta del suo assetto economico, politico, sociale. Si prospetta la necessità di ricomporre questo assetto Nella quale si rileva il momento critico che l'Italia sta attraversando. Le nuove sfide, che investono non soltanto la sua economia, ma la sua intera società e la sua stessa identità nazionale. La crisi della prima Repubblica, che pure l'ha promossa da paese arretrato a grande potenza economica. attorno a un asse. L'asse é l'Europa. Si propone una europeizzazione dell'Italia. Per la sinistra riformista italiana assume dunque un particolare significato la scelta progettuale di riconoscersi nella grande famiglia del socialismo democratico europeo. (Che - permettetemi di aggiungerlo a titolo, per così dire, personale - non é un fenomeno ultramontano, ma ha radici profonde tra noi, nella gloriosa tradizione del socialismo italiano)

Un grande partito italiano della sinistra riformista integrato nella famiglia socialista europea diventa una risorsa per il paese: una famiglia, s'intende, non circoscritta e ossificata, ma aperta a un'evoluzione che pennetta di accogliere e di comprendere, in un arco politico più vasto, tradizioni e forze di ispirazione diversa, ma convergenti nel suo progetto. Europeizzazione, dunque. Ma non una europeizzazione passiva. Europeizzarsi non significa essere presi in carico. Significa mettersi in grado di partecipare da protagonisti alla più grande impresa politica del nostro tempo. Significa creare le condizioni per l'emergere di una nuova grande potenza mondiale. Significa avere un'idea e un progetto di Europa. Europa come unione economica, non solo monetaria. Come Unione politica federativa di Stati Regioni e Città. Come unità geopolitica che si espande a Est e si affaccia sulla sponda meridionale del Mediterraneo. Come partner attivo degli Stati Uniti. Come elemento portante di un nuovo ordine mondiale che persegua concretamente l'obiettivo di un governo mondiale.

L'Europa é anche l'occasione per ridefinire l'identità italiana. Diventare europei non ci fa cessare dall'essere italiani, al contrario. Anzi, diventa l'occasione, davvero storica, di valorizzare i caratteri più profondi della nostra nazione, coniugandoli con quelli dei grandi popoli a noi vicini. Queste scelte costituiscono il quadro di orientamento per la formulazione di direttive strategiche su temi specifici.

A questi temi progettuali é dedicata la terza parte di questo testo. Che ne propone dieci. Quelli più propriamente attinenti alle riforme economiche e sociali (la partecipazione femminile, il lavoro e il welfare, il riequilibrio tra Nord e Sud, l'equilibrio demografico) quelli più propriamente istituzionali, della riforma dello Stato democratico e del capitalismo italiano, viste nella loro reciproca interazione), quelli in lato senso culturali, dell'informazione, della ricerca ed educazione; quelli civili di cittadinanza: i temi dell'autogoverno, della sicurezza e giustizia, del benessere ambientale. Ovviamente, non e il caso qui di ricapitolarli.
Basti dire che dal loro insieme emerge la visione di una società liberal-socialista fondata sulla libertà politica ed economica dei cittadini, sulla sicurezza nella legalità, sulla pari dignità dei cittadini e delle cittadine italiani e dei cittadini ospiti provenienti da altri paesi; su un'alta qualità sociale dei servizi pubblici e dell'ambiente naturale e culturale; sulla diffusione dell'autogovemo politico, civile, sociale.

Questo, per così dire, é l'indice del testo che sarà sottoposto al Congresso. Ma questi orientamenti di principio e di strategia sarebbero esposti facilmente alla sorte destinata a tutti gli auspici vuoti di concreti impegni, se non trovassero un solido ancoraggio in parametri legati a precisi indicatori quantitativi.
Non ci basta più il PIL, essenziale indicatore della potenza economica, non del benessere sociale. Occorrono indicatori sociali che rappresentino condizioni sociali concrete e non solo valori di mercato.
La elaborazione di questi indicatori - destinati, un po' come quelli di Maastricht - a tradurre in impegni concreti definiti e circoscritti le opzioni progettuali è un lavoro lungo, complesso, continuo, che deve essere affidato al processo progettuale. E' quel lavoro di programmazione strategica che da tempo si sviluppa, sotto l'egida dell'amministrazione democratica, nella riformulazione dei programmi di spesa pubblica negli Stati Uniti.
Penso che nessuno dunque si scandalizzerà se proporremo, in quell'Agenda del Progetto, che ne costituisce la parte finale, la scelta del "modello americano".
Questa parte é affidata, nella procedura immaginata per l'adozione del Progetto dalle nostre norme congressuali, alla fase della sua successiva elaborazione operativa. Ma già in questo documento si prospetta un folto gruppo di parametri di riferimento possibili da prendere in considerazione in questa successiva fase di lavoro. affidata alla Commissione nazionale e alle Commissioni regionali del Progetto.

Una considerazione finale.
Non è la prima volta che nell'ambito della sinistra italiana si tenta di elaborare un "progetto" che la identifichi e la orienti. Non fosse altro che per motivi scaramantici, ricordo quel "progetto socialista" che fu solennemente approvato vent'anni fa, proprio a Torino. Scaramantici per evidenti ragioni.
Per quello iato tra progettualità epocale e governabilità guicciardiniana che é così drammaticamente caratteristica della storia del nostro paese.
 Wilfredo Pareto avrebbe ragione di inscrivere la prima tra le derivazioni e la seconda tra i residui.
In quel progetto c'erano, lo credo ancora, tante cose giuste e buone. Ma esso portava la traccia di un massimalismo delle aspirazioni che andava al di là dell'orizzonte politico praticabile, per quei tempi.
Ma soprattutto, esso servì a coprire un'operazione politica di portata astuta e modesta, che naufragò prima ancora di cominciare. Astuta e modesta come sono le inclinazioni italiane al politichese. Massimalismo e opportunismo sono, di fatto, le due facce di quell'impotenza politica che ha relegato questo paese troppo furbo, per tanto tempo, in coda all'Europa. Che ha caratterizzato negativamente l'esperienza storica del socialismo italiano. Un'eredità, questa, da non raccogliere.
Tuttavia in quella storia, vi sono altre esperienze, altre eredità da raccogliere. C'è quella del liberalsocialismo, c'è quella dell'autentico riformismo socialista e democratico. E poiché le frequenti citazioni all'ordine del giorno di padri e di zii del riformismo gli sono particolarmente avare, consentitemi di farne una, concludendo, di Filippo Turati, che suona così.
"La politica non é nell'agguato, non é negli intrighi, non è nell'arrembaggio ai Ministeri, non é nelle sapienti combinazioni di coulisses parlamentari, non é nella competizione degli uomini, non é nei sonanti discorsi. E', o dovrebbe essere, nell'interpretare l'epoca in cui si vive, nel provvedere a che l'evoluzione virtuale delle cose sia agevolata dalle leggi e dall'azione".
E' tratta da un discorso famoso che s'intitolava: Rifare l'Italia. A parte quel "virtuale" che porta una traccia di ottimistico positivismo storico, tragicamente smentito dalla storia stessa, mi sembra che potremmo ancora oggi sottoscrivere.

 1°Congresso DS:Ruffolo apre la discussione sul Progetto

Fortunatamente per voi ma anche per me ho appena un quarto d'ora per presentare al Congresso questo Progetto. E' più che sufficiente. Ne passerò dunque in rapidissima rassegna la ragione e il profilo. La ragione del progetto sta semplicemente nel tentativo di ricollegare la politica alla visione di una società migliore, dal punto di vista dei nostri valori di libertà, di giustizia, di solidarietà. II distacco dalla politica, di cui ridondano i nostri discorsi, é dovuto alla complessa assenza di questa "visione". Al tempo delle grandi ideologie, dietro, al potere politico c'erano grandi visioni escatologiche. Nel nome di quelle visioni si sono massacrate decine di milioni di uomini. Di certo, non le rimpiangiamo, ma con la scomparsa di quelle visioni allucinogene é scomparsa anche ogni immagine, e lo schermo é vuoto. Le ideologie si sono trascinate, nel tramonto, anche le idee e gli ideali? Se e' cosi, e purtroppo è così, la politica è diventata una cosa povera. E anche un percorso circolare, privo di direzionalità. Ora, perchè dovrebbero dimostrare grande interesse per questa "cosa" i giovani: ma, lasciatemelo dire, anche i vecchi? L'errore ideologico, fonte di tante nequizie, non stava nella pretesa della visione di una società migliore. Ma nella pretesa che quella visione si librasse sul mondo, in un mondo altro, in un destino necessario, imprescindibile. Che si alienasse dalla libertà delle persone, dalla loro responsabilità, di scegliere, di giudicare, di decidere. Questa era l'essenza del totalitarismo. C'è una bellissima metafora di Bertrand de Jouvenel, che spiega la differenza tra Progetto e Utopia. L'Utopia é un destino che ci attende e ci sovrasta, che pretendiamo di conoscere e che ci disponiamo a servire. Il Progetto é una corda che gettiamo avanti e in alto, come lo scalatore fa verso gli appigli con tutti i rischi di un percorso incerto e accidentato. Le parole dissimulano nell'etimo il loro senso. E l'etimo di progetto é proijcere, gettare avanti. La corda non serve per impiccarci ma per issarci meglio nella scalata. E' uno strumento, non un destino. Ma uno strumento essenziale, se vogliamo procedere, se non vogliamo smarrirci. Così l'abbiamo inteso: come la risposta al bisogno di riconoscere un paesaggio che é cosi radicalmente cambiato, e di riconoscerci nel senso del nostro percorso in quel paesaggio. Certo, una pretesa ambiziosa. E comprendo bene la critica che é stata sollevata, anche da Bobbio e da altri, alla vastità delle questioni investite. Troppa carne al fuoco? Penso che quel rischio ecumenico sia inevitabile, quando si vuole rispondere a una esigenza, che sembra assai forte e viva, di orientamento e di identità. Non si può restringere troppo il compasso, incappando nel rischio opposto: di tralasciare domande pressanti, questioni ardenti. Allora la critica verterebbe subito sulle distrazioni, sulle dimenticanze, sulle elusioni. A me pare tuttavia che quel compasso largo tracci un disegno che ha un centro focale. E il centro é proprio quello che Bobbio pone nel massimo risalto: il modo nuovo e drammatico in cui si pone, per la Sinistra, il problema del rapporto tra il mercato e lo Stato, tra le istituzioni dell'economia e quelle della politica. Quella risposta noi l'abbiamo sintetizzata icasticamente in un motto: economia di mercato si, società di mercato no. In quel motto si riassume anche la forma nuova che ha assunto nel nostro tempo la contrapposizione, ormai bisecolare, tra la destra e la sinistra. La destra, non più propriamente conservatrice, affida la regolazione della società ai rapporti di forza che si esprimono soprattutto nel mercato, demiurgo della modernizzazione. La sinistra. che ha da tempo rinunciato alla società pianificata e che ha accettato il mercato come organizzazione centrale dell'economia, intende regolare il campo di quel gioco secondo regole che non possono far parte del gioco stesso. Naturalmente si tratta solo di uno slogan. Uno slogan che nel nostro Progetto abbiamo tentato di svolgere, esplicitando le due affermazioni apodittiche di cui si compone. Economia di mercato, sì. Il segreto della superiorità economica dell' Occidente sta nell' aver realizzato nel complesso, negli ultimi due secoli, un certo equilibrio tra la formidabile energia sprigionata dal libero mercato e i moderatori etici sociali e giuridici che consentono di contenerla entro limiti critici senza innescare reazioni a catena. Oggi la mondializzazione dei mercati esige che questo equilibrio venga ristabilito in forme nuove e a nuovi livelli. II Progetto indica l'esigenza di non intralciare le potenzialità che si dispiegano in quel processo, di smantellare i residui bunker delle Maginot burocratiche e corporative del vecchio dirigismo orientando l'azione pubblica alla tutela della concorrenza, alla trasparenza delle informazioni, al sostegno della ricerca, alla modernizzazione delle reti informatiche e infrastrutturali. Proponiamo dunque uno, Stato attivamente impegnato a sostenere 1'imprenditorialità e la competitività. Ma anche l'esigenza di mantenere nella sfera pubblica la responsabilità delle grandi regolazioni: la regolazione macroeconomica; la regolazione ambientale, la regolazione dei limiti etici della tecnologia. E sosteniamo la necessità di spostare una larga parte di queste macroregolazioni al livello dell'Unione Europea, il più adatto a bilanciare gli effetti della mondializzazione, cogliendone, le occasioni e ammortizzandone le tensioni. Società di mercato, no. Una società senza mercato é una caserma. Una società di solo mercato é una giungla. Noi proponiamo una società che affidi la responsabilità centrale della produzione della ricchezza all'energia neurovegetativa della libera competizione, ma che riconosca alla politica la responsabilità della coesione sociale e il compito di provvedere ai beni collettivi, materiali e immateriali. Parafrasando Erich Fromm, potremmo dire che in una società umana ci sono le passioni della acquisività e del successo, ma anche quelle della correlazione e della trascendenza. E' un fatto, quanto alla correlazione, alla coesione sociale, che essa é messa a dura prova dal dilagare della competizione a livello mondiale. La maratona sociale si sgrana. La crescita produce vincenti c perdenti, divaricando la società. E' l'accorciamento delle distanze non può essere lasciato, come dice Jean Paul Fitoussi, alla politica dei buoni sentimenti, ma a meccanismi istituzionali di compensazione che permettano di redistribuire lavoro e redditi reali sulla base del principio di cittadinanza, il quale riconosce agli uomini e alle donne, ai nativi e agli immigrati, diritti sociali universali. Questo é il principio che la Sinistra deve riaffermare. Questa é la specifica ragione d'essere della Sinistra. Nel Progetto abbiamo affrontato proprio nell'ottica di questo principio, in uno stesso contesto, il problema della piena e della buona occupazione e quello del necessario rinnovamento dello Stato sociale. impegnandoci a declinarli con le nuove esigenze di flessibilità dell'organizzazione del lavoro e di mobilità professionale, nel rispetto dei vincoli di competitività e di compatibilità finanziaria. Anche in questo campo abbiamo proposto che queste compatibilità siano assicurate allargando la responsabilità sociale al di là della sfera propria dello Stato, e questa volta non nel senso di costruire un livello politico superiore, ma in quello di aprire un nuovo spazio di economia associativa. Dunque, la ricostituzione di un equilibrio tra economia e società, tra mercato e pò1is, pone alla Sinistra un formidabile problema di rinnovamento della pò1is. Si prospetta la necessità di ricomporre questo assetto attorno a un asse. L'asse del nostro Progetto é l'Europa. Per la Sinistra italiana, questo significa anzitutto la scelta di riconoscersi nella grande famiglia del socialismo democratico europeo. E per l'Italia, di assumere l'obiettivo della europeizzazione, oltre le monete, oltre i mercati nel grande impegno dell'Unione politica federativa. Di una unità geopolitica che si espanda a Est e si affacci alla sponda meridionale del Mediterraneo. Come partner attivo degli Stati Uniti. Come elemento portante di un nuovo ordine mondiale che persegua concretamente l'obiettivo di un governo mondiale. Come é necessario riconoscere il bisogno di correlazione affermando il primato della politica sull'economia, cosi é necessario riconoscere il bisogno che la politica non si isterilisca in una grammatica del potere, ma che si trascenda come strumento di incivilimento culturale. Nel Progetto che vi presentiamo, 1'impegno alla educazione permanente non é considerato come un mezzo per produrre lavoratori per efficienti, ma come un fine in sé stesso; così come é un fine in sé stesso la cura e la valorizzazione dell'ambiente. La parola cultura si adatta perfettamente a queste due dimensioni del benessere spirituale. In conclusione, dunque, credo che quello slogan che abbiamo adottato e che io credo avrebbero volentieri sottoscritto illustri personaggi liberali come Smith, Stuart Mill e Keynes, sia la matrice di un Progetto che, ribadendo i valori tradizionali della Sinistra, li riproponga nel nuovo mondo, in modo che la globalizzazione dell'economia non comporti la frammentazione della società e l'inaridimento della cultura. Come abbiamo ripetuto più volte, é un messaggio aperto alla discussione critica e alla rielaborazione continua. La sua approvazione sarà solo il segnale di partenza di un percorso il cui orizzonte si sposterà man mano che procederemo, che procederete. Questa sua natura di incompletezza é la garanzia della sua vitalità. Già nella fase di elaborazione, intanto, questo testo ha subito continue modifiche. Altre verranno introdotte alla fine di questa discussione, sulla base delle proposte della Commissione politica, che ha esaminato emendamenti e proposte presentate nella fase precongressuale. E dopo il Congresso, la Commissione permanente per il Progetto che uscirà dal Congresso si incaricherà di gestirne l'ulteriore elaborazione e, in particolare, di sviluppare la sua parte finale, più propriamente programmatica. Voglio dire un'ultima parola, a titolo questa volta strettamente personale, su un aspetto, per cosi dire, partitico di questo testo. Da alcuni compagni gli é stata mossa un'obiezione, come dire, riduttiva. E' stato detto che esso costituisce niente più che un massimo comune denominatore di ciò che tutti noi possiamo condividere, senza doverci dividere. Se anche questa sola fosse la sua funzione, dio mio, non sarebbe male. Che ci sia un massimo comune denominatore, per quanto minimo, non sarebbe una sciagura, in un partito le cui divisioni non sono sempre così chiare e distinte, inficiate come sono troppo spesso da formule astratte e talvolta persino da personalismi concreti. Penso però che il Progetto sia, al contrario, proprio lo strumento per fare risaltare le differenze vere, che talvolta si dissimulano nel gioco degli schieramenti, e che dovrebbero alimentare una ricca e franca dialettica politica. Perché quelle differenze ci sono, ed é bene che emergano, e una discussione non distratta di questo testo può farle emergere, per confrontarsi, con vantaggio di tutti. Per esempio, a me pare evidente che vi sia nel partito una tendenza che potremmo definire conservatrice, non solo delle istituzioni protettive della sinistra, che vanno realmente difese con le unghie e con i denti, ma anche di quelle protezionistiche, che vanno radicalmente mutate; e di certi miti pregiudiziali, di certi riflessi rituali e automatici, come l'antiamerikanismo, di certe sensibilità e comportamenti politici "corretti", per non dire bigotti. E mi pare altrettanto evidente (parlo, naturalmente, a titolo strettamente personale) la presenza di una tendenza, come chiamarla, nuovista, per la quale la sconfitta storica del comunismo si é rovesciata in una troppo frettolosa adesione al campo del capitalismo vincente, e in un fastidio per ogni forma di intervento pubblico rivolto a fare prevalere le ragioni della politica su quelle dell'economia e del mercato. Insomma, in una idiosincrasia per una sinistra vecchia e desueta, che la modernizzazione avrebbe definitivamente screditato. Non che in questa esortazione ad aprirsi al vento dell'innovazione, a investire fiducia nella creatività delle imprese e del mercati; a liberarsi dalle incrostazioni dirigistiche e corporative, a dimettere schemi concettuali legati alla vecchia liturgia partitica, non ci siano elementi di verità e di autenticità. Ma, badate, non sempre l'innovazione é rinnovamento. Non sempre é buona moneta. Talvolta le nuove mode ripropongono ideologie vetuste che il grande rinnovamento politico della socialdemocrazia aveva spazzato via dalla storia. Allora il rischio é di farsi rifilare macchine usate e antichi costumi di scena. Anzitutto, occorrerebbe guardarsi dal nuovismo retorico e metaforico. Non basta dire ogni cinque secondi competitività, flessibilità, apertura, audacia, globalizzazione, immaginazione, per stare all'avanguardia, per "mangiare futuro" come dice Giuseppe De Rita, con la sua consueta "immaginazione sociologica". Non basta invocare il coraggio del riformismo. Riformismo di che cosa? Talvolta mi pare che il riformismo di certi innovatori nuovisti si identifichi in fin del conti con la richiesta di togliere vincoli al libero esplicarsi delle forze economiche. Di queste soltanto dobbiamo prenderci carico? Io credo che anche di queste dobbiamo prenderci carico: ma soprattutto di togliere o almeno ridurre le ingiustizie, di correggere le disparità, di combattere l'ignoranza. E non e' affatto detto, badate, tranne che nei modelli del ragazzi di Chicago (un po' invecchiati anch'essi) che il primo obiettivo sia sufficiente e neppure convergente per realizzare il secondo. Noi siamo per l'innovazione che migliora le condizioni del mondo. E soprattutto, di quelli che nella maratona della competizione continua hanno la peggio. Io sono convinto che del capitalismo e del mercato occorre accettare, e talvolta sollecitare, la logica produttivistica. (Per avere espresso queste convinzioni dovetti a suo tempo subire lo scherno dei giovani leoni della sinistra dura e pura, allora inconsapevolmente preliberisti). Ma sono più che mai convinto che la Sinistra deve fare il suo gioco. Che é quello di apparigliare, non di sparigliare. II nostro, compito é di porre le nuove tecniche al servizio della politica, di modernizzare davvero il governo e l'amministrazione, di provvedere i servizi sociali, le infrastrutture pubbliche, la scuola, l'educazione; di promuovere la cultura. Che é poi il modo migliore per aiutare le imprese a fare il loro mestiere. Noi non dobbiamo intralciare il loro mestiere. Dobbiamo far meglio il nostro. II Progetto che vi presentiamo é un volenteroso tentativo in questo senso. Non più di un tentativo, affidato al Partito perché ne faccia non un santuario, ma una palestra. Un esercizio aperto verso il futuro: un futuro che non vogliamo "mangiare". Ma dal quale non vorremmo neppure - come diceva il principe Amleto - essere, mangiati.


Giorgio Ruffolo


Se la sinistra va un po' fuori tema
di Norberto Bobbio


A mio parere il Progetto per la sinistra del Duemila, che mi viene proposto perché ne faccia un commento, è troppo ampio per poter essere discusso in modo approfondito durante i lavori del prossimo congresso dei Ds.
È’ diviso in quattro parti, di cui l'ultima, interessante per i dati che offre, intitolata Agenda Italia 2000, consiste in un elenco di 40 parametri riguardanti il rapporto tra Italia e altri Paesi dell'Unione europea. Si tratta di una preziosa indicazione di mete da raggiungere per portare l'Italia a livello degli altri Paesi.
Ma come?
La prima parte, intitolata I valori e i principi, profila quattro aree del mutamento rispetto alle quali la sinistra riformista deve formulare i suoi obiettivi di fondo: l'eguaglianza, il posto sempre più grande della scienza e della tecnica nel futuro dell'umanità, il crescente divario tra potenza economica e tecnologia e il potere politico, il mutamento dello scenario internazionale dopo la fine del sistema dei blocchi. Segue un elenco di “scelte di valore”, che riguardano temi vastissimi (e non tutti caratteristici della sola sinistra), che vanno dall'equa ripartizione della libertà alla difesa del lavoro e della sua dignità, dall'equilibrio ecologico all'integrità dell'essere umano.
La seconda parte, intitolata Il presente come storia, riguarda specificatamente il problema italiano e addita alla sinistra, che è poi sempre un centro-sinistra, nientemeno il compito di costruire una nuova classe dirigente, e come obiettivo la formazione di “un grande Ulivo in cui viva una grande sinistra” che dovrebbe comprendere, oltre alla cultura socialista, quella cattolico-democratica, quella laica, quella ambientalista, tutte quante protese verso il consolidamento dell'Unione europea.
Unione da intendersi non come un superstato, ma come “una unione di Stati e di popoli che valorizzi al massimo nel suo seno i poteri delle regioni, il ruolo delle città, le autonomie e le tradizioni locali, entro cui l'Italia ha bisogno di ritrovare se stessa, giacché, diventare europei non ci fa cessare dall'essere italiani” (che l'Italia debba ritrovare se stessa come nazione è un tema di nuovo molto discusso in questi ultimi anni, al quale pare difficile possa dare un utile contributo un'assemblea di partito che ha ben altri interessi).
La terza parte, intitolata “I temi progettuali”, la più lunga e impegnativa,propone dieci temi, scelti attraverso quattro chiavi di lettura: più ampia partecipazione femminile, le riforme istituzionali, le riforme della cultura, la cittadinanza in una società multietnica. Vi si affrontano problemi come la piena occupazione, la riforma delle istituzioni, la frontiera dal sapere e dell'educazione, il riequilibrio fra il nord e il sud, l'autogoverno dei cittadini, la decadenza demografica, la sicurezza e difesa della legalità, l'ambiente come ricchezza e civiltà. Chi più ne ha più ne metta.
A mio parere sarebbe stato più utile concentrare la discussione sul tema che è oggi proprio della sinistra, in opposizione all'iperliberismo della destra, del rapporto fra Stato e mercato, tra sfera pubblica e sfera privata. Un tema, fra l'altro, che può benissimo essere compreso nella formula, proposta da Ruffolo e citata all'inizio “Sì all'economia di mercato, no alla società di mercato”. Ma quali sono le regole, le istituzioni, in generale la struttura della società che non sia succube del mercato? Quando si legge che la “convinzione della sinistra riformista è che l'economia di mercato va equilibrata a favore della solidarietà sociale, della sostenibilità ecologica, dell'integrità della persona, dei beni pubblici, del primato della politica come strumento di scelte collettive razionali del ruolo attivo e consapevole dei soggetti sociali nella risoluzione dei conflitti”, non ho difficoltà a concordare con l'affermazione che “tali elementi contrappongono chiaramente la sinistra alla destra”. Ma a questo punto il problema del rapporto tra destra e sinistra si sposta e insieme si precisa. La sinistra deve difendersi dall'accusa di statalismo. Il problema del rapporto tra destra e sinistra, allora, a torto o ragione, diventa di fatto il tema del rapporto fra Stato e mercato, meno Stato e più mercato o viceversa, tra l'estensione maggiore o minore della sfera pubblica rispetto a quella privata. Ciò che ancora e sempre distingue e distinguerà la sinistra dalla destra sarà, da un lato l'affermazione dei limiti del mercato che sono limiti non solo economici ma anche etici, la contestazione della teoria o ideologia della mercificazione universale, dall'altro una più ponderata valutazione dell'importanza della sfera pubblica, in parole povere che non ci dovrebbero scandalizzare, dell'intervento dello Stato. Uno dei temi che qualsiasi governo di sinistra dovrà affrontare è quello del sempre più richiesto smantellamento dei poteri dello Stato. La parola d'ordine di qualsiasi futuro governo sarà: privatizzare. Privatizzare quanto e come? Che cosa lasciare alla sfera pubblica? Può la sinistra rinunciare a quella conquista civile che è il servizio sanitario nazionale? E che dire del servizio scolastico nazionale che oggi sempre più viene messo in discussione come se lo Stato detenesse un monopolio, mentre la stessa Costituzione prevede il diritto di istruire scuole non statali? Non salta agli occhi la differenza tra un vero e proprio monopolio statale che è quello dei tabacchi, in base al quale la vendita libera di sigarette è proibita e punita come un reato? Così è per quel che riguarda il riconoscimento del diritto alla salute previsto dalla Costituzione. A quale monopolio? A nessuno è vietato aprire cliniche private, si intende, senza oneri per lo Stato. Non sono questi i temi da discutere? Personalmente non vedo nessuna difficoltà alla privatizzazione, ad esempio, del servizio postale, e magari anche delle ferrovie, se non avesse recentemente suscitato allarme quello che è accaduto in Inghilterra. La sinistra non può rinunciare all'esigenza di tutelare i diritti che solo attraverso l'intervento pubblico possono essere salvaguardati. E poi è proprio vero che l'intervento pubblico è sempre, per sua stessa natura, nefasto? Scrive Amartya Sen: “Se guardiamo all'aumento della longevità, all'aumento della durata media della vita, per esempio, in Europa, vediamo che questa è strettamente connessa con l'intervento pubblico. Si commetterebbe un errore pensando che l'intervento pubblico sia destinato a non produrre nulla di buono”.

Il brano pubblicato è un'anticipazione del volume “Progetto per la sinistra del Duemila” (Donzelli Editore) che sarà in libreria giovedì 15 gennaio in contemporanea con l'apertura del Congresso dei Ds di Torino. Il volume contiene la presentazione del “Progetto per la sinistra del Duemila”, documento politico elaborato in vista dell'assise della Quercia dalla commissione guidata da Giorgio Ruffolo. Il libro si avvale, oltre che dell'intervento di Norberto Bobbio, anche di saggi di Marcello de Cecco, Jacques Delors, Ilvo Diamanti, Bruno Trentin. La presentazione è di Walter Veltroni, la postfazione è di Giorgio Ruffolo


Intervento di Massimo Salvadori

Anzitutto vorrei dire quanto mi sento onorato per l'invito a parlare a questo Congresso. In quanto intellettuale sono naturalmente molto interessato a discutere del Progetto, elaborato sotto la guida di Giorgio Ruffolo. Per parte mia, desidero soffermarmi schematicamente e brevemente sui rapporti tra valori e politica, tra fini e mezzi, partendo dal sottolineare che i valori e i fini sono una bellissima, e necessaria cosa per definire l'identità di qualsiasi forza politica; ma che essi trovano la loro misura nelle realizzazioni pratiche, nei fatti che ne seguono. Io sono, molto lieto della affermazione. fatta da Veltroni che i DS intendono mantenere la loro piena, autonomia in quanto partito e che individuano un sicuro ancoraggio da un lato nel socialismo liberale e riformista, dall'altro nell'Internazionale socialista. In riferimento, a ciò mi pongo e pongo questo interrogativo che è stato ed è al centro del dibattito ideale e politico e a cui occorre dare un risposta: il socialismo, ha ancora un senso politicamente forte o è ridotto ad una sorta di slogan vago? Se ha un senso, perché lo ha? Sono convinto che, se si trattasse ormai di un richiamo generico, di una sorta di nobiltà decaduta seppure sostenuta nientemeno che da una Internazionale, allora sarebbe meglio, francamente, tirare le somme e metterlo da, parte. Chi parla è tra coloro che credono che il socialismo sia vivo e possa e debba ancora vivere nel futuro che ci è dato concepire. La storia ha conosciuto tre grandi rivoluzioni dell'uguaglianza: la rivoluzione cristiana che ha affermato, la parità spirituale di tutte le persone; la rivoluzione dei lumi e del 1789 che ha proclamato l'eguaglianza politica e giuridica; poi la rivoluzione dei diritti sociali, di cui il socialismo è stato, la principale espressione e il principale interprete. Le prime due continuano ad animare il mondo; ma anche la terza non ha affatto, finito il suo corso. Essa, la rivoluzione dei diritti sociali, poggia su un principio ideale ed etico fondativo, che dice che nessun individuo può diventare appieno cittadino se non possiede le risorse materiali, spirituali e culturali per diventare parte riconosciuta, attiva e partecipe della società. Oggi, giustamente, poniamo il problema dell'eguaglianza in relazione alla capacità di ciascuno di utilizzare le opportunità che occorre accrescere quanto più possibile. Stiamo però attenti: per cogliere le opportunità, è necessario possedere i molteplici mezzi senza i quali lo sfruttamento delle opportunità diventa un campo in cui si afferma non la solidarietà ma il suo contrario. Dare i mezzi adatti a tutti i cittadini è il compito che il socialismo si è posto fin dalla sua origine, un compito che mantiene integra la sua ragione. Più che mai la questione si pone a livello internazionale, dove le diseguaglianze sono terribili e insopportabili, ma anche nel nostro mondo, che produce una nuova "questione sociale", segnata dalla disoccupazione, dalla povertà, dalla emarginazione che non è solo economica, bensì anche culturale, insomma umana. La democrazia politica è ormai un valore generale delle società avanzate; non lo è quello della solidarietà organizzata, istituzionalizzata. E la solidarietà cui una sinistra moderna deve mirare non è l'atteggiamento benevolente e generoso degli strati più forti verso i più deboli. E' piuttosto un sistema di regolazione della distribuzione delle risorse, di diritti riconosciuti e sanzionati, di un modo di essere dei rapporti sociali e della comunità politica. Si tratta di far sì che i valori dell'etica. e della solidarietà umana si traducano in adeguate istituzioni. 11 Welfare, certo rinnovato e liberato da inefficienze e sprechi, va difeso nella sua sostanza come un valore non negoziabile. La solidarietà come elemento politico, come struttura delle relazioni sociali, deve restare un nocciolo duro, non transeunte del socialismo, che esprime sia un impulso etico sia la consapevolezza che un ordine politico efficiente deve poggiare su un più alto ordine civile. Altri possono fare e in effetti ormai fanno proprio questo nocciolo, ma esso è l'eredità positiva anzitutto del socialismo riformista. Spostiamo lo sguardo alla scena internazionale, in particolare alla globalizzazione che domina ormai la nostra attenzione. Orbene, si è detto e ridetto che la sinistra deve favorire una regolazione democratica di questo fenomeno, il quale rappresenta una tendenza oggettiva tanto importante della nostra epoca. Essa non può essere respinta, deve essere governata. E' quindi giusto affermare questo aspetto essenziale, fondamentale. Vi è però un altro aspetto, su cui è altrettanto importante attirare l'attenzione; il che, mi pare, non è stato fatto sufficientemente. Esiste un compito specifico della sinistra internazionale, che consiste nell'opporsi alla globalizzazione quale la concepiscono i neoliberisti lottando per risvegliare le masse dei lavoratori, sottopagati, sfruttati senza alcun riguardo, che vivono nei paesi dove il capitale corre perché può dare bassi e bassissimi salari, educando, queste masse, alla lotta per i diritti sociali di cui non godono, ignorandone spesso persino la possibilità e l'esistenza. Il capitalismo porta capitali, ebbene, l'Internazionale Socialista deve esportare diritti. Vi è un solo soggetto che può assumere sulle sue spalle un simile obiettivo, ed è l'Internazionale Socialista. Più che mai la sinistra ha bisogno di essere internazionalista. Anche su questo piano le radici nel passato del socialismo sono vitali. Nessuno può volere più che il socialismo sia tutto. Chi l'ha, voluto nel passato ha percorso una strada che ha portato al fallimento e alla tragedia. Ma, lasciatemi concludere dicendo che non si può accettare d'altra parte che il socialismo si riduca a niente. Esso è e sarà ancora molto in Europa e nel mondo. Tanto che senza di esso, credo, nessuna sinistra può mantenere la sua identità.

Massimo Salvadori


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