Messaggio di Francesco De Martino

Alla Presidenza del Congresso dei Democratici di Sinistra

I miei molti anni mi impediscono di essere presente e non posso che formulare gli auguri più fervidi per i lavori del Congresso. Vicende storiche e politiche fanno di voi la forza più grande della sinistra e per questo gli eredi dei valori del socialismo in generale. II passato, oltre un secolo, è pieno di errori, divisioni e sconfitte, ma anche di lotte eroiche e sacrifici che hanno elevato il livello di vita dei lavoratori e con esso fatto avanzare la democrazia ed il progresso civile per il nostro popolo. Questo va rivendicato in modo chiaro e fermo, insieme alla grande famiglia del socialismo europeo. I problemi del nostro tempo, sono nuovi e di carattere epocale e non vi sono risposte nei classici. Per avere una ragione di vita non effimera il socialismo deve essere in grado di dare le sue proprie risposte originali, avrebbe bisogno di conoscere a fondo la struttura attuale del sistema economico, prevederne gli sviluppi e porsi in grado di dirigere il vortice delle innovazioni. Non un Cavour dunque, ma uno Smith ed un Marx. Questo non può essere opera di un Congresso, che ha il compito di indicare gli orientamenti e le scelte della politica per l'immediato ed il futuro prevedibile. L'ispirazione non può essere che la libertà da qualsiasi oppressione e l'uguaglianza. Non vi è dubbio che la coalizione con le forze di centro è utile ed indispensabile e non fonte continua di contese, distinzioni e timori. II compito urgente ed imperioso non è di unire le diversità in un solo partito, ma di concordare in modo comprensibile un programma di azione su temi più che mai attuali, occupazione, garanzie sociali dei lavoratori, oggi minacciate dall'attacco referendario, iniziative europee di fronte alle gigantesche concentrazioni in taluni campi. Quel che sento come preminente su tutto è l'esigenza di infondere quella passione politica e civile che i pionieri del socialismo trasmisero alle masse diseredate e gli eroi della Resistenza suscitarono in moltitudini incerte e disperse. Credetemi il vostro

FRANCESCO DE MARTINO


Dalla relazione di Walter Veltroni

Care compagne e cari compagni,
abbiamo lasciato alle nostre spalle il secolo nel quale la dialettica della modernità si è fatta più drammatica, persino paradossale. Il secolo delle conquiste spaziali e della bomba atomica, della rivoluzione femminile e dei fondamentalismi, della fame e dell'obesità, della democrazia e dei totalitarismi, dei diritti umani e dei campi di sterminio.
E' stato anche, il Novecento, il secolo del comunismo.

Durante i giorni del dossier Mitrokhin ho scritto un articolo, proprio per il giornale di questa città, in cui ho sostenuto, con una voluta radicalità espressiva, argomenti sui quali tra di noi non vi sono, non vi possono essere, non vi potrebbero essere differenze.

Qualcuno ha pensato che io, con quella frase, volessi cancellare frettolosamente le orme del passato o liquidare, di un fiato, la storia di milioni di donne e di uomini che si sono, in Italia, detti comunisti.
Ci vorrebbe, per far questo, una misura di cinismo, furbizia, spregiudicatezza interiore che mi sono estranee.
Solo uno stupido o un reazionario fanatico potrebbe negare una verità della quale non noi ma il Paese intero può essere orgoglioso: erano comunisti italiani migliaia di donne e di uomini morti durante la Resistenza per restituire al nostro Paese le libertà perdute; ed era con le bandiere rosse nel cuore che migliaia di italiani sono stati perseguitati e condannati nelle carceri fasciste.
E non c'era contraddizione e forse nemmeno differenza tra libertà e comunismo, nelle menti e nei cuori dei fratelli Cervi e di Nilde Iotti, ma anche in quelle di Patrice Lumumba o del piccolo popolo vietnamita.

Attraverso l'antifascismo e le grandi lotte unitarie dei lavoratori, delle donne, dei giovani, i comunisti, insieme alle altre forze democratiche e di sinistra, hanno fatto crescere e talvolta perfino rinascere la libertà e la stessa dignità umana.
Quando invece sono potuti andare oltre quelle che venivano definite, al plurale, “le libertà borghesi” e hanno potuto affermare o imporre il comunismo come sistema politico, hanno finito col negare la libertà e i diritti fondamentali.

Nel passaggio da ideale di giustizia e di solidarietà alla sua concreta realizzazione il comunismo si è allora trasformato in una delle più grandi tragedie del Novecento.

Per chi, come noi, non abbia una cultura puramente idealista, il rapporto, in politica, tra le idee e la loro concreta realizzazione non può essere considerato una variabile di poco conto.
Milioni di uomini, nell'Europa dell'Est dominata dal comunismo, hanno perduto la libertà individuale e collettiva che avevano riconquistato, tra immensi sacrifici, liberandosi dall'oppressione nazista.
Milioni di uomini non hanno mai potuto organizzare un partito politico vero, un sindacato, dar vita a giornali liberi, indire uno sciopero o convocare una manifestazione politica, scrivere libri che non piacessero al regime.
Chi ha tentato di farlo ha conosciuto le invasioni dei carri armati e repressioni sanguinose. Il sacrificio dei martiri dell'Ungheria, dei protagonisti della Primavera di Praga, di Ian Palach, dei morti dell'Ottantanove, sta lì a dimostrarcelo. Come stanno a dimostrarcelo gli orrori della Cambogia di Pol-Pot o la persecuzione da parte cinese del popolo tibetano.

Ecco perché non ci sono, non possono esservi, frasette ambigue, doroteismi verbali, ambiguità di comodo tra noi.
Per questo ribadiamo che nel Novecento, nella sua concreta realizzazione storica, il comunismo è stato incompatibile con la libertà.

E' d'altra parte questa la frase che è contenuta nel documento conclusivo del congresso di Parigi della Internazionale socialista. Non ci si può sentire parte integrante di quella famiglia se si hanno ancora inspiegabili timidezze su questo giudizio storico e politico.

Si tratta di affermazioni che non sono senza conseguenze anche se si volge lo sguardo alla vicenda storica della sinistra italiana.
Dobbiamo, infatti, saper guardare onestamente, senza furbizie e subalternità, anche alla storia del Pci. Una storia grande, insieme straordinaria e tragica.

L'originale contributo intellettuale e politico di Antonio Gramsci, la stagione eroica dell'antifascismo e della Resistenza, il Togliatti della Costituzione, la lunga e feconda vicenda delle lotte unitarie per i diritti dei lavoratori, lo stretto rapporto di partecipazione ai movimenti studenteschi e giovanili e a quelli di liberazione delle donne, ai movimenti per la pace e ambientalisti, la diffusa e positiva esperienza di lavoro parlamentare e di governo locale, avevano fatto da tempo del Pci qualcosa di assai diverso da un partito leninista, ne avevano fatto da tempo una grande forza della democrazia italiana.
E le donne e gli uomini che componevano quel partito vivevano la politica con una tensione morale e uno spirito di dedizione che hanno ancora qualcosa da dire.

Per questo Berlinguer poté affermare, negli anni Settanta, che i comunisti italiani si sentivano di stare da questa e non dall'altra parte del Muro.
Berlinguer aveva portato al punto più alto la contraddizione, sempre più esplosiva, tra l'identità e l'appartenenza storica del Pci da un lato e i suoi programmi e la sua cultura democratica dall'altro.
Negli anni della sua segreteria - scandita da innovazioni coraggiose - milioni di italiani, il 35 per cento degli elettori, si riconobbe nella mutazione politica e culturale generata dagli strappi dall'Urss e dai paesi socialisti.
E quel partito divenne il luogo - chi potrebbe negare questa verità indiscutibile - nel quale la maggioranza delle persone di sinistra si identificò.
Divenne il partito nel quale uomini come Altiero Spinelli ritrovarono una propria coerente collocazione politica.
Questa storia è giusto e onesto portare con noi.

Resta il fatto che fino alla svolta dell'Ottantanove, voluta da Achille Occhetto, tra teoria politica e costituzione materiale di quel partito c'era una tensione e perfino una
contraddizione che non potevano non accentuarsi man mano che cresceva la distanza tra la cultura del Pci e la realtà dei regimi comunisti.
Una realtà sulla quale per troppo tempo si era mantenuto un giudizio ambiguo e sbagliato, quando non tragico, come nel '53 e nel '56.
Quella tensione è definitivamente esplosa con la svolta, quando la contraddizione si è manifestata radicalmente, determinando la nascita del Pds, un atto fecondo, l'opportunità di iniziare una nuova storia.
Un atto tanto chiaro da provocare anche una dolorosa scissione.

Abbiamo così potuto incontrarci, nello stesso partito, con altre anime, storie, tradizioni della sinistra italiana - da quella socialista democratica e laburista, a quella liberaldemocratica, repubblicana e azionista,a quella cattolico-democratica e cristiano-sociale - dalle quali
ci aveva fino ad allora diviso il giudizio sul comunismo.

Oggi, in questo primo congresso dei Democratici di sinistra,
l'incontro si fa pieno e definitivo.E' l'unica vera novità che contrasta la deriva della frammentazione.
Noi siamo già oggi il luogo politico, in Italia, in cui più culture e sensibilità tra loro differenti si incontrano, si mischiano, si contaminano.
Culture democratiche, riformiste. E la maggioranza degli iscritti al nostro partito non ha conosciuto la storia del Pci. E' venuta alla politica dopo.
O è venuta a questo partito seguendo altri percorsi.

Per questo, quando parliamo del nostro passato smettiamo di parlare al singolare della “nostra storia” e parliamo invece, con grande e nuovo orgoglio, al plurale, delle “nostre storie”.
Qui sta il valore del Congresso di oggi.
Siamo ben oltre l'approdo di Firenze di due anni fa.
Allora si sommarono delle sigle: il contenitore che ne risultò era sostanzialmente strutturato a canne d'organo e in esso conviveva una separazione che era di forme organizzate ma anche di idee e di culture politiche.
Il lavoro di quest'anno e l'impostazione di questo congresso tendono proprio a superare questo limite, costruendo finalmente quel partito nuovo di cui la sinistra italiana ha bisogno e che ora può nascere proprio in ragione del possibile incontro di culture che hanno fatto irruzione attraverso le donne e gli uomini, le compagne e i compagni con i quali oggi fondiamo un partito nuovo.

I nostri avversari, e talvolta qualche nostro alleato nella maggioranza, cercano di inchiodarci al passato.
Raccontano agli italiani che c'è un partito di sinistra che di volta in volta viene chiamato Pci-Pds-Ds o anche ex Pci, o i post-comunisti.
In verità in queste definizioni emerge, per chi le formula, una grande e non dissimulata nostalgia per un tempo in cui c'era un partito di centro sempre al governo ed una sinistra sempre all'opposizione.
Non dimentichiamo mai che ogni operazione neocentrista si tenti in Italia ha bisogno di confinare la sinistra in una identità ideologica legata al passato, capace di evocare paure che ancora attraversano una parte del Paese.
Nulla di meglio, da questo punto di vista, del post-comunismo.

Ma ci si deve mettere il cuore in pace: noi siamo un grande partito della sinistra democratica, membro autorevole della famiglia socialista europea e mondiale.
Voglio dirlo con ancora più chiarezza: siamo una forza che si propone di raggiungere un obiettivo che nella storia italiana mai si è realizzato, quello di costruire un grande partito della sinistra riformista, capace di essere primo partito del Paese.
Per questo la nostra innovazione deve proseguire, con coraggio.

...............e, più avanti .......

I partiti non vivono senza memoria storica. Ma la storia va assunta per essere superata. La storia va sottoposta al vaglio della critica, perché si progredisce solo imparando dagli errori, dalle sconfitte, dagli insuccessi.

Per questo va respinta la tesi che le culture politiche “forti” siano solo quelle precedenti all’Ottantanove, e in particolare quelle di Dc e Pci.
E che tutto quello che c'è stato fuori e dopo di esse è solo “leggerezza”.
Al contrario. La grandezza di quelle storie e di quelle culture è anche l’altra faccia di una anomalia italiana che ha tenuto a lungo il nostro Paese in una condizione di ritardo, in Europa e in Occidente: la mancanza di alternanza democratica e, in essa, di una sinistra riformista potenzialmente maggioritaria.

Far diventare il riformismo maggioritario: fu la sfida perduta di chi, talvolta in dialogo, talvolta in polemica con il Pci, sostenne quelle idee.
Fu la sfida perduta di Carlo Rosselli, di Giustizia e Libertà, di Ferruccio Parri, di Ugo La Malfa, di Pietro Nenni. Sfida perduta come lo fu quella per affermare l'idea di un “socialismo liberale”.

Nel corso di quest’anno abbiamo più volte rivisitato quel filone fecondo del pensiero socialista italiano.
E siamo tornati non per caso a ragionare sul lavoro politico e teorico di Carlo Rosselli, antifascista, socialista, martire del fascismo. Rosselli cercò di sostenere, negli anni Venti e Trenta, una nuova cultura politica.
Penso al passaggio, presente nella sua elaborazione, dal concetto di uguaglianza a quello di opportunità.
Penso alla modernità di chi sosteneva la necessità di “assicurare a tutti gli umani una uguale possibilità di vivere la vita che sola è degna di essere vissuta, di svolgere liberamente la loro personalità”.

La libertà condivisa, l’uguaglianza come pari opportunità, l'incontro tra liberalismo e socialismo.
Queste idee sono divenute, oggi, l’esperanto della nuova sinistra, del nuovo centrosinistra europeo.
Queste idee, nella sinistra italiana, non sono mai state maggioritarie o egemoni. Anzi, esse sono state duramente e aspramente combattute.
Non si possono non ricordare, pur immergendole nell'asprezza del conflitto politico e ideologico di quegli anni terribili, le parole con cui Palmiro Togliatti definì Carlo Rosselli un “dilettante dappoco, privo di ogni formazione teorica seria” e il suo libro Socialismo liberale un “mediocre libello che si collega in modo diretto alla letteratura politica fascista”.
La sconfitta di quelle idee, dei movimenti che le rappresentarono, ha avuto un peso sul carattere mai maggioritario della sinistra in Italia.

Oggi è tempo di dire con chiarezza che la sinistra riformista, la sinistra del socialismo liberale del Duemila, è la nostra identità politica.
E che forti di questa identità proseguiamo, con coraggio, la nostra innovazione.


Dall'intervento di Massimo D'Alema

Ora voglio dire alcune cose su di noi, con eguale franchezza e con grande spirito unitario. Noi siamo, come ha detto Walter, un partito del socialismo europeo. Questo non è un tratto accessorio ma il cuore della nostra identità. Nel socialismo europeo e nell'Internazionale Socialista abbiamo ritrovato le ragioni forti del nostro essere sinistra dopo una crisi drammatica, dopo una transizione dolorosa e coraggiosa. Socialismo europeo, Internazionale Socialista non sono un luogo della certezza, un luogo di dogmi e ricette da imparare e da applicare. Sono un campo di forze impegnate in uno sforzo straordinario di innovazione politica e culturale. E noi partecipiamo con loro a questo sforzo; con loro perché - vedete - io non riesco a concepire la sinistra al di fuori di questa dimensione dell'Europa e del mondo. E se fossimo usciti dalla grande, dolorosa, tragica e per molti aspetti positiva e peculiare esperienza del Partito Comunista Italiano, per fondare una nuova anomalia italiana, un nuovo partito senza una precisa identità, noi avremmo fatto un errore, senza neppure il sostegno delle ragioni forti e valide che c'erano state nel passato. Per questa ragione ritengo che forse noi dobbiamo declinare di più questo aspetto essenziale del nostro essere.
La verità è che noi siamo il Partito del Socialismo Europeo che si riunisce qui in una delle sue sezioni. Io trovo che c'è una contraddizione tra la prima parte dei nostri discorsi - l'analisi della globalizzazione - e un certo modo poi di parlare della politica, rituffandoci immediatamente dentro il chiuso dell'orizzonte nazionale. Se infatti la sfida del riformismo è oggi quella dell'Europa e del mondo occorre che i soggetti politici siano pensati in questa dimensione. Avere costruito in Italia un segmento vivo e rispettato del socialismo europeo non è stato soltanto importante per noi. E' stato importante anche per l'Italia, perché noi abbiamo gettato un ponte tra l'Italia e le nazioni europee più avanzate e moderne; abbiamo costruito una rete di solidarietà, di amicizia, un comune pensare con quella sinistra che governa l'Europa, e tutto ciò ha reso l'Italia più importante e più ascoltata. E' la verità. Vedete, questo non significa affatto che noi consideriamo questa dimensione del socialismo europeo come un luogo chiuso e tranquillo. E' l'ancoraggio di alcuni valori fondamentali; la democrazia, il lavoro, quel nesso tra democrazia politica, libertà politica ed eguaglianza che è stato il tratto distintivo del socialismo democratico in contrapposizione con l'esperienza totalitaria del comunismo. Erano loro la parte della sinistra che aveva ragione - non c'è niente da fare - questa è la lezione della storia e i meriti del Partito Comunista Italiano sono stati su alcune grandi questioni più vicini a loro che ai comunisti. Questa è la verità ma questo non cancella che quella esperienza ha tenuto vivi gli ideali della sinistra mentre altrove sono crollati nell'infamia della dittatura e dell'oppressione dell'uomo sull'uomo.
Questo approdo non significa che noi non siamo impegnati sulla nuova frontiera dell'innovazione, del dialogo. Siamo stati noi ad invitare a Firenze il Presidente degli Stati Uniti insieme ai principali leaders del socialismo europeo. E loro ci sono anche venuti in considerazione del fatto che questo Paese, questo gruppo dirigente, hanno saputo farsi ascoltare. Badate io voglio dire esplicitamente che cosa ci siamo sforzati di fare, quale è stato il nostro impegno, l'impegno mio nel rapporto con altri capi di Stato e di governo e l'impegno di Walter nell'Internazionale Socialista. Noi abbiamo lavorato per l'unità del socialismo europeo, così come nel congresso dell'Internazionale Socialista abbiamo lavorato per trovare un terreno di impegno comune che potesse coinvolgere Tony Blair e Lionel Jospin e le nostre proposte hanno avuto un peso importante nel creare le condizioni di un esito unitario di quel congresso. Allo stesso modo la mia preoccupazione è stata quella che nel dialogo con gli americani ci fossero anche i socialisti francesi perché non mi interessa una terza via che divide il socialismo. Mi interessa che il Socialismo europeo unito si confronti con gli altri per cercare nuove frontiere.


IN CABINA DI REGIA

di ANGELO PANEBIANCO

E così D'Alema, con un discorso di respiro e di spessore, ha di fatto chiuso il congresso del Lingotto. Lo ha fatto, a me pare, chiarendo ai congressisti in modo inequivocabile ciò che nelle giornate precedenti non era del tutto emerso, ossia che per un partito di sinistra che si trovi ad avere la massima responsabilità come forza di governo, la famosa (e da tutti i diessini cercata) «identità» si definisce primariamente per le cose che il governo ha fatto, fa, e si propone di fare: se il governo fallisce, fallisce il partito; se il governo ha successo, se riesce a realizzare, se non tutto, quanto meno molto, di ciò che si propone, è il partito a vincere, anche sotto il profilo di una rinnovata fiducia in se stesso e nelle proprie ragioni. Solo un leader, comunque di valore, ma che è ulteriormente «cresciuto» in questi ultimi tempi grazie all'esercizio della premiership, poteva dire, risultando convincente, questa verità a un partito per molti versi confuso.
Tuttavia, c'è un aspetto cruciale, su cui D'Alema e anche Veltroni hanno (comprensibilmente) glissato, ma che, in realtà, non ha avuto il risalto che pur meritava nei lavori del congresso. Perché mai il partito-guida della sinistra, il partito che esprime il premier, si è ridotto a essere un così «piccolo» partito (se confrontato con gli altri partiti socialisti europei oggi al governo), un partito sotto il 20 per cento dei suffragi? Non è una domanda marginale. Dal momento che proprio questa «piccolezza» dei diesse è alla base di tanti guai: mina la stabilità di governo, ne determina gli ondeggiamenti programmatici, e contribuisce a rendere incerto lo stesso futuro del bipolarismo.

Rispondere a questa domanda, me ne rendo conto, è difficile per i diessini perché li obbligherebbe a fare un bilancio, che non risulterebbe troppo esaltante, dei dieci e passa anni che li separano da quando Occhetto diede il via alla trasformazione del Pci. L'occasione per riflettere c'era comunque stata. L'aveva offerta Arturo Parisi, il leader dei Democratici, con la sua proposta/provocazione di fusione fra tutte le forze del centro-sinistra, la proposta secondo cui tutti, i diesse per primi, avrebbero dovuto rimettersi in gioco.

Una provocazione forse troppo sbrigativamente archiviata dal congresso della Quercia. Non casualmente (per le ragioni che dirò) solo due voci si sono levate per recuperarla: quella dell'isolatissimo Occhetto, e quella di un «esterno» di prestigio come Giuliano Amato.

Perché dunque un così piccolo partito? Le risposte possibili, naturalmente, sono tante, le cause sono molteplici. Ma, di sicuro, fra le cause c'è l'insufficiente rinnovamento del partito. Quando parlo di insufficiente rinnovamento non mi riferisco agli enunciati ideologici. Mi riferisco, invece, a quello che è il «nucleo duro» di qualunque presenza partitica organizzata: la natura e la composizione del gruppo dirigente, dell'oligarchia che guida il partito. Preciso che uso il termine «oligarchia» in senso assolutamente non spregiativo. Tutti i partiti del mondo sono guidati da oligarchie, da un ristrettissimo numero di uomini, e l'oligarchia, per la sua composizione, la sua strutturazione interna, la provenienza politica degli uomini che la compongono, definisce in gran parte la natura e le caratteristiche del partito che guida.

Vale per qualunque partito politico la seguente regola: fatemi vedere la carta d'identità della sua oligarchia, ditemi chi sono, quali esperienze hanno fatto i vari membri, quali rapporti esistono fra di loro, e io vi dirò «che cosa» è il partito di cui stiamo parlando.

La domanda allora è la seguente: non è forse un segno di scarso rinnovamento del partito nato dieci anni or sono per iniziativa di Occhetto, il fatto che, trascorso tutto questo tempo, al suo vertice, in tutte le posizioni-chiave troviamo praticamente solo uomini che vengono dall'ex Pci? Non è forse vero che il partito è tuttora retto da un gruppo, i cui membri si tengono ben stretti per mano, che ha cominciato a sviluppare i suoi legami e le sue interne solidarietà nella Fgci, la Federazione giovanile comunista, degli anni Sessanta? Non è da lì che vengono i D'Alema, i Veltroni, i Mussi, i Fassino, gli uomini insomma che dominano l'attuale partito? E non è forse vero che sempre dal Pci vengono i Salvi o gli Angius eccetera, insomma tutti quelli che contano nella nomenklatura diessina? Tolta qualche mosca bianca, come Bassanini, che non viene dall'ex Pci, e tolto il tentativo fatto da Veltroni quando diventò segretario di affidare un ruolo, sulla carta, rilevante, quello di responsabile dell'organizzazione a Franco Passuello, un cattolico ex Acli (tentativo peraltro, si può ben dire, fallito, se Botteghe Oscure si è premurata di affiancargli anche un interno di vecchia data, Giovanni Lolli, ex Fgci e ex Pci) è un fatto che ben poco rinnovamento c'è stato da questo punto di vista. Per non parlare poi della Cgil e del ruolo che, da Cofferati in giù, continuano a svolgervi gli ex comunisti. Parliamo chiaro: è evidente che anche le ricorrenti polemiche sul passato comunista sarebbero definitivamente archiviate, sarebbero del tutto improponibili, se fra quelli che contano nell'oligarchia diessina fosse ormai presente una forte quota di non-provenienti dal Pci.

Può essere che, da questo punto di vista, il rinnovamento avverrà prima nelle federazioni, alla periferia del partito, con l'emergere di «uomini nuovi», senza passato comunista. Può essere anche che dieci anni siano un lasso di tempo troppo ristretto perché possa darsi un significativo mutamento del gruppo dirigente. Può essere tutto. È però comprensibile che Occhetto, osservando con insoddisfazione il percorso fatto dal partito dopo che egli, coraggiosamente e avventurosamente, ruppe gli ormeggi dieci anni fa, abbia indicato nella proposta di Parisi una possibile strada per rimescolare tutte le carte.

E che lo stesso abbia fatto un esterno come Giuliano Amato. Non è possibile che questo mancato rinnovamento del gruppo dirigente in senso stretto, dell'oligarchia, abbia qualcosa a che fare con la debolezza elettorale del partito? Io penso proprio di sì, e penso che i guai elettoral-politici del centro-sinistra continueranno fin quando la carta di identità della sua principale oligarchia partitica non sarà notevolmente cambiata.
 
 
dal "Corriere della Sera"
Lunedì, 17 Gennaio 2000


ma...dopo Torino

Note e noterelle
(ho deciso di lasciare qui qualche nota apparsa nei vari numeri dell'Ossimoro, a dimostrazione di come sia stata travagliata la storia di una impresa - la costruzione del nuovo partito del socialismo europeo in Italia- di ancora incerta conclusione. Naturalmente...la vicenda è aperta, ed oggi passa anche attraverso la forte crisi, non sanabile con la cartapesta ......Ma su questo i riferimenti nell'Ossimoro non mancano...)

29 ottobre 2000. E così Rutelli è stato incoronato candidato premier da una assemblea di spettatori. Non è certo il modo migliore di suscitare entusiasmo per una difficile impresa. Restano sul tappeto, irrisolti, tutti i problemi di un modo di far politica superficiale e perdente. Dire ad alta voce le proprie opinioni è l'unico modo per impedire che coloro che le condividono stiano a casa. No, il buonismo immemore della storia, quello dell'eterno "nuovo inizio",non ci piace. Per fortuna c'era Amato...

19 settembre 2000. Abbiamo sperato a lungo in un ripensamento, in una recuperata capacità della sinistra di guardare a quel che è decisivo per la scelta di ciascuno di stare da questa parte nel confronto politico e culturale con il centrodestra.
Purtroppo, se segnali ci sono, sono nel senso di una accentuazione degli elementi negativi di una politica non più ancorata a scelte di fondo (quelle vere, non la camomilla buonista dei finti umanitari). Così, la scelta del candidato premier ha assunto forme e modalità piuttosto inusuali.
Pare che Amato si lamenti del fatto che nessuno lo aveva preavvertito che avrebbe dovuto partecipare ad un concorso di bellezza. Quanto inciderà lo spettacolo di un centrosinistra che non ha governato male, ma che è riuscito a far fuori, o quanto meno non ha adeguatamente difeso, tre primi ministri in una legislatura?
Ma non era Forza Italia il partito di plastica?
La novità è ora che proprio le odiate ricerche di mercato, la politica fatta più con il marketing che con le idee, sembra spingere l’Ulivo a candidare Francesco Rutelli a Palazzo Chigi.
Per Marco Pannella le cose stanno proprio così: «Pensando che Berlusconi sia di plastica cercano anche loro qualcosa di plastica», osserva il leader radicale. E come lui la pensa il politologo Gianfranco Pasquino: «Con Rutelli il centrosinistra ha forse trovato il suo candidato di plastica. Non sapendo scegliere punta a chi è televisivamente più efficace, preferendolo a chi ha una biografia politica e una capacità di governo già dimostrata come Amato».
Ha scritto Alberto Asor Rosa: «La sinistra aveva un forte radicamento sociale e vi ha rinunciato. Forza Italia non ne aveva alcuno e se lo è creato. La sinistra aveva un blocco politico sociale e ora non l’ha più, Forza Italia non ce l’aveva e ora c’è l’ha». Come dice Curzio Maltese:Amato incarna il passato e il presente, ma il futuro è di Rutelli, e "Walter l'africano" si prenderà un'altra dose di nuovismo.Speriamo di non morirne!
Intanto, manteniamo viva un'altra prospettiva, quella di una sinistra che guarda al presente con mente aperta, ma senza dimenticare perchè sta in campo.


28 agosto 2000 - Si può ancora fare qualcosa?

Alla fine di agosto, ancora alla vigilia della ripresa dopo il rallentamento estivo,la situazione appare disperante,forse-come in sostanza dice Salvi- più per ragioni interne al centrosinistra che per ragioni obiettive.
Nessun tentativo serio, solo tattica e pretattica. In varie occasioni -anche recentemente, e l'Ossimoro ha sempre dato risalto a queste analisi,Giorgio Ruffolo ha esposto da par suo le difficoltà "strutturali" della sinistra in questa fase. Lo ha fatto e lo fa con continuità e perseverenza. Quel che non dice - perchè non ama il confronto che spesso degenera in rissa, nella povera politica di questi tempi - è che non si tratta di sorprese inaspettate , e che il lavoro lungamente ipotizzato ed alla fine faticosamente partito - il Progetto 2000- aveva appunto come oggetto la ridefinizione di un programma, ed aldilà del programma di una identità e di una strategia della sinistra del 2000.
Tutto questo però si è perso, tra fondali di cartapesta, priorità mediocri, in genere la retorica della politica referendaria e buonista, in cui i partiti fanno continuamente passi indietro ed i liderini marciano gioiosi verso la società civile, che non sanno dove sta, ma non dubitano di saper interpretare: prima o poi qualcuno gliela presenterà.
Che poi questo significhi una posizione al giorno - ora da maggioritari a proporzionali, tanto per dare a tutti certezze- cosa importa?
In quanto a passi indietro........non c'è male. In molte regioni- Lazio compreso- l'obiettivo è stato brillantemente raggiunto, in altre - la Sicilia - è vicino, ed il successo finale- fuori da tutto- è vicinissimo. Naturalmente non si chiedano passi indietro ai finti dirigenti di un partito ipotetico. L'unico che un passo indietro l'ha fatto è D'Alema, forse perchè cosa sia la politica, lui lo sa.
I DS non sono più nè il nucleo del partito democratico nè quello del nuovo partito socialista, ma non si vede perchè dovrebbero preoccuparsene: basta far finta di credere che siamo andati meglio di qualche mese fa, che il rinnovamento è in corso, e che la colpa è.....di chi dissente.
Siamo al grottesco,evidentemente.
C'è modo di arrestare o rovesciare questo modo di procedere?
Forse,ma ad una condizione: che non si abbia paura del confronto, che non si prenda sul serio la manipolazione del consenso propria di ogni centralismo- e soprattutto del centralismo burocratico e degradato di quasta fase- che, in una parola, si torni alla politica, non alla propaganda interna.
Ci vuole molto ottimismo- ma anche qualche modesto atto - certo.
Per quanto mi riguarda ho incominciato con l'astenermi sulle conclusioni dell'ultima direzione DS, avendo trovato insufficienti -per usare un dolce eufemismo- relazione e conclusioni del segretario. L'astensione corrisponde anche ad una posizione che non ho mai nascosto: che occorra formare nel partito un'area "socialista", non nel senso delle provenienze, ma in quello delle destinazioni, un'area cioè di compagni che credono fortemente che il nostro ruolo è ancora quello storico della sinistra,naturalmente reinterpretato nel quadro dei profondi mutamenti intervenuti nella struttura economica e sociale.
Difficile dire se questo sarà possibile.
Qualche voce si sta levando a chiedere un diverso modo di fare politica, e ad esse vogliamo unirci.
Non moriremo buonisti clintoniani.......


20.5.2000 - Troppo furbi!

Ho avuto qualche difficoltà a capire quale fosse la proposta politica presentatata da Pietro Folena alla Direzione nazionale DS nella riunione del 12 maggio, nè meglio mi è andata con le conclusioni di Veltroni.
Ci ho pensato su qualche giorno, cercando di cogliere in articoli ed interventi vari quello che in Direzione non era emerso, ma alla fine mi sono rassegnato: la proposta non l'ho colta probabilmente perchè non c'era e non c'è.
Naturalmente parlo di proposta politica, non di propaganda. Di quella ce n'è molta- troppa- spesso contraddittoria rispetto ai fatti ed ai comportamenti.
Certo, per discutere seriamente di politica occorrerebbe partire da una constatazione: che non c'è altro modo di farlo che quello di mettere in campo con franchezza le diverse opinioni, farle confrontare eplicitamente, ed infine affidare al voto degli organismi quale linea debba prevalere, senza circondare il tutto di cautele, bizantismi, ipocrisie all'insegna del mito che il Partito -con la p maiuscola - sa cosa fare.
Così, in assenza di confronto vero, tutto sta insieme a tutto, con il risultato che alla fine non c'è più nulla.
Delle due opzioni politiche legittimamente presenti nel partito, anzi dovremmo dire delle due suggestioni, perchè nessuna è mai arrivata alla dignità di vera proposta politica, oggi non ne è rimasta viva nessuna.
Morto l'ulivo, ed ancor più la suggestione del partito democratico che l'ulivo portava in sè, uccisa nella culla la cosa2 e l'ipotesi di costruire il nuovo partito socialista di massa, cosa rimane?
Resta la tendenza a fare i furbi, per quanto rovinosi siano a tutt'oggi i risultati di questa pratica.
Siamo nella bella situazione per cui qualunque cosa succeda tra pochi giorni sui referendum la situazione DS non può che deteriorarsi, nel senso che una vittoria del si porterebbe alla fuga di una parte degli alleati - che di tutto hanno voglia tranne che di sottomettersi alla funzione prussiana dei DS, già manifestatasi all'interno rispetto ai soggetti non provenienti dal PCI/PDS - mentre la vittoria del no è una sconfitta clamorosa di chi ha puntato tutto sulle virtù taumaturgiche del maggioritario.
Siamo in tempo a cambiare rotta?
Difficile dirlo, anche perchè alla insensibilità del gruppo dirigente si somma la debolezza di chi dovrebbe parlare esplicitamente e non lo fa, accontentandosi di ruoli decorativi.
Per fare il partito nuovo sarebbe stata necessaria una scelta esplicita e perseguita, perchè non bastano le declamazioni, neppure quelle solenni di Torino.
Sarebbe stata necessaria una apertura vera dei gruppi dirigenti alle altre culture e sensibilità, mentre prosegue l'arroccamento figiciotto, accompagnato dalla invocazione costante alla società civile, con cui non si parla e di cui non si sa nulla,perchè nella mente di alcuni - quanti ancora?- la società civile è la stessa società ipotetica delle manifestazioni sotto il palazzo di giustizia di Milano, un misto di plebe e di tricoteuses, di tardo-berlinguerismo e di dipietrismo, insomma il peggio che Milano abbia espresso, persino peggio dei fenomeni che si dovevano -giustamente- combattere.
Una società senza la politica - quanti appelli al passo indietro dei partiti!- mentre la politica, che non c'è più, dovrebbe essere reiventata, perchè senza la politica non c'è confronto tra ipotesi diverse, non c'è mediazione che non sia quella tra il compratore ed il venditore, non c'è tessuto civile e resta solo la propaganda, in cui non a caso tutti si stanno affinando- si fa per dire- così che anche le riunioni dei gruppi dirigenti sembrano adunate di piazzisti.
Siamo al capolavoro.
Quando iniziammo il percorso per costruire la cosa2 la prospettiva era quella del nuovo partito socialista dentro il PSE. L'altra suggestione presente nel partito era quella del partito democratico, figlio dell'ulivismo più conseguente e in qualche modo dell'incontro tra un pezzo della sinistra e la tradizione dei cattolici democratici.
Per quanto ci riguarda non abbiamo mai avuto esitazioni, tra queste prospettive, operando decisamente per quella più coerente con la tradizione laica e di sinistra del socialismo italiano.
Il capolavoro dello stato maggiore DS- l'ultimo soprattutto- è che è riuscito a rendere impossibili tutti e due gli sbocchi.
Nè partito democratico nè partito socialista.
Resta solo il partito post-comunista, con due domande, una per coloro che vengono da quella tradizione - per quanto tempo reggerà e per fare cosa?- ed una per chi comunista non è mai stato: ma noi che c'entriamo?

Mario Artali
16.5.2000


30 aprile 2000 - Ricostruire la sinistra

E così, per uno di quei casi che rende la politica così appassionante ma difficile da decifrare, Giuliano Amato torna alla Presidendenza del Consiglio nel momento in cui tutte le sue speranze - o i suoi prudenti disegni- sembravano falliti.
Ma prima di parlare di Amato è giusto rendere l'onore delle armi a Massimo D'Alema, che ha sicuramente commesso degli errori ma a cui almeno due cose le dobbiamo: il modo in cui si è lanciato nella campagna elettorale tenendo il campo mentre il resto della coalizione si sfarinava- o meglio mostrava tutti i drammatici limiti di cultura e temperamento politico- e per aver poi tratto, con la stessa decisione, le conseguenze della sconfitta.
In un mondo di "abatini" -fintobuonisti e fragili- resta un dirigente vero, uno che tornerà a farsi sentire perchè ha cose da dire, e magari imparerà a dirle meglio, a misurare di più intenzioni e possibilità, ed anche a fare al momento opportuno altre battaglie, anche quelle "nella" sinistra e nei DS, perchè un partito politico non può vivere a lungo in una specie di forma gelatinosa tenuta in piedi da quel che resta dell'apparato.C'è bisogno di politica, e di qualcuno che conosca la differenza tra politica e propaganda.
La sconfitta del centrosinistra è anche l'effetto degli infiniti limiti "politici" della coalizione, delle gelosie e delle irresponsabilità, ed è stata certo aggravata dal cinismo di chi non a caso si è precipitato il giorno dopo a fare microcalcoli egoistici, pur di tenere in mano le redini, costi quel che costi.
Ma al fondo, ben evidenti, ci sono due macrocause, molto evidenti qui al nord in particolare: la terribile difficoltà di rapporto con una società che è cambiata profondamente, e vive con fastidio o indifferenza buona parte dei rituali della sinistra,non scambia minimamente forma e sostanza, a partire dal sindacato, che non vede più nelle migliaia di microunità in cui si è frammentata la galassia produttiva, mentre lo vede riapparire più come organo di politica - e di politica fortemente ideologizzata- che come rappresentante di uno spaccato di società viva.
Si badi bene che il deperimento del sindacato, la sua incapacità di stare nelle pieghe della società è per la sinistra una grave jattura, ma ancora peggio è far finta che i capi delle più numerose burocrazie della sinistra rappresentino ancora quel che un tempo sono stati.
Non si può non vedere che costruire un percorso di ripresa in Lombardia non significa mascherare ulteriormente la sinistra, "andare oltre l'ulivo"(dove?) ignorando che altro grave elemento di freno e scollamento nella sinistra è rappresentato dall'indifferenza che si traduce in astensione.
Ma perchè -tra la sinistra antiquata e la melassa centrobuonista- non può essere perseguita sul serio la speranza di Firenze e di qualche ora a Torino, quella di una sinistra moderna, riformista e socialista, che voglia ricostruire se stessa e la propria credibilità lavorando duramente, sulla base dei propri principi, attorno alle realtà nuove di un mondo cambiato nel profondo dalla globalizzazione che avanza sulla base delle conquiste della scienza e delle tecniche e che, senza la dignità e la forza della buona politica, sarà il massacro di tutte le nostre speranze di giustizia.
Senza sinistra non c'è centrosinistra, ed è la sinistra ad essere ai minimi termini, numerici e culturali.
Amato merita fiducia, perchè è uomo che sa capire i tempi e le priorità che i tempi richiedono.Oggi chi governa deve aiutare la sinistra a ritrovare il contatto con la sua base sociale, sul terreno delle politiche per l'occupazione, la formazione,lo sviluppo.
Giuliano lo sa ed ha dimostrato in altri tempi di quanta durezza è capace quando è convinto di avere un compito da assolvere.
Difficile prevedere cosa accadrà.
Può darsi che tutto vada verso la sconfitta, con l'eterno corteo di furbi -che sono sempre innocenti e defilati- e di pigri obbedienti, perchè qualcosa si può sempre portare a casa con l'ossequio a chi comanda.
Ma può anche darsi che da qualche parte- non importa quale, nella sinistra riformista- qualcuno tenti una sortita.
Facciamoci trovare pronti.


Nessuno fiata più, se non per parlare di mondi futuri.Intanto prosegue la normalizzazione. I pochi dirigenti eletti negli organismi centrali e periferici evitano come la peste ogni confronto con chi avanza critiche ed obiezioni.
Intanto Amato dice chiaro e tondo che pensa ad un partito dei riformisti "non DS" e chi pensava che si potesse costruire il moderno partito del socialismo italiano ed europeo deve fare i conti con la realtà. Stare zitti è la cosa peggiore che si può fare, perchè porterà inevitabilmente all'isolamento dei pochi rassegnati, mentre gli altri - più di quanto credano i signori dell'apparato - si sentiranno liberi di rivedere le loro scelte.
Si può ancora fare qualcosa?

Non è ancora, almeno per quel che mi riguarda, il tempo di trarre conclusioni, ma quello della riflessione.
Proviamo a mettere in fila le questioni.
1) A Torino, al Congresso DS, Veltroni e D'Alema danno il segno di una svolta radicale rispetto alla storia del PCI-PDS
2) Nessuno, all'interno, con un unanimismo stupefacente, trova nulla da ridire.
3) Il gruppo dirigente si riconferma con entusiasmo, serrando le fila. Nel comitato direttivo eletto dalla direzione (91!) solo pochissimi - quattro o cinque?- hanno una storia personale non ortodossa. Praticamente tutti gli incarichi sono assunti o restano a quelli che li avevano nel PDS.
4) Amato lavora visibilmente attorno a qualcosa che non coincide con i DS, va oltre lo SDI e sollecita i democratici.
5) Boselli riconferma senza possibilità di equivoco la scelta dello SDI nel centrosinistra.
6) I socialisti nei DS tacciono. Perchè? Ci sono ancora, aspirano a qualcosa di più di un mero ruolo di rappresentanza, o tutto va ben, madama la marchesa?

Ora qualche spunto per riaprire la discussione, e per frenare gli abbandoni individuali.
Volevamo - e vogliamo- un partito del socialismo europeo, senza egemonismi e senza apparati pigliatutto. E' stato un sogno velleitario rispetto alla materialità della politica ed alla storia del PCI-PDS?
E allora le evocazioni di Veltroni sono solo propaganda, le affermazioni scandite da D'Alema un espediente tattico?
Se è così deve risultare con palmare evidenza, se così non è chi può lo dimostri: in ogni caso bisogna fare domande, e sarebbe utile qualche risposta.
Intanto......coraggio compagni, e riprendiamo un confronto a tutto campo nel centrosinistra.
I partiti - ce lo ricordava in tempi non sospetti Riccardo Lombardi - sono solo strumenti...


1.2.2000 Ma subito dopo Torino......

All'indomani della prima riunione della nuova Direzione DS tutti i timori segnalati nella nota che segue escono confermati e rafforzati.
Se si prescinde dai fatti......di immagine, la presenza di non exPCI nel gruppo dirigente DS è del tutto simbolica.
Poichè questo avviene sia al centro che in periferia, ci sono due alternative: o il gruppo dirigente nazionale non è realmente impegnato nella costruzione del nuovo partito, o vorrebbe ma.......non ci riesce.
In ogni caso non è una bella storia.


Solo poche righe per aprire una riflessione. Torino è, senza ombra di dubbio, un congresso di svolta e cambiamento,almeno nelle intenzioni della parte più avvertita del gruppo dirigente. Non si capisce quanto lo sia per il quadro dirigente complessivo del Partito, e da questa contraddizione- se contraddizione sarà- possono derivare seri guasti.
Per il momento mettiamo in fila i fatti, dalle parole importanti di Veltroni e D'Alema, al fatto che nessuno si sia dissociato- non usuale quando un partito cambia così radicalmente punti di riferimento ideali e morali- al fatto che da molte parti all'interno si tenda a proseguire come se nulla fosse successo, in una logica di perpetuazione di gruppi dirigenti reali monoculturali- PCI-PDS-DS-, in cui il cambiamento è al massimo un fatto generazionale.
Dall'altra parte si precisa la sfida dei democratici: un partito di centrosinistra realmente pluriculturale- quantomeno per l'assenza di gruppi egemonici- non socialista ma tutt'altro che chiuso ai socialisti.
Vanno in questa direzione- sembrerebbe- le prese di posizione di Amato e di Boselli, fino alla recentissima intervista di Parisi.
Come pensa il vertice DS di gestire la sfida(perchè di sfida si tratta) ?
Con quel che resta di una grande organizzazione ed un po' di "indipendenti di sinistra"?
Sarebbe partita persa.
O si diventa davvero il partito del socialismo moderno, democratico e liberale, della sinistra europea aperta e plurale - e lo si diventa anche nei gruppi dirigenti - o non ci sarà partita.
Può essere una valutazione troppo preoccupata......ma non certo riducibile a modeste "questioni di bottega".


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