EROE TUTTO PROSA

di Carlo Rosselli

L'assassinio di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) determinò la partecipazione piena e intensa di Carlo Rosselli (che già prima aveva dimostrato interesse per le lotte politiche e sociali) alla battaglia antifascista. Su Matteotti scrisse e parlò più volte; tra i vari saggi scegliamo questo che non solo è il più completo, ma accenna alle sue relazioni personali col martire socialista. (Dall'Almanacco Socialista 1934)


Matteotti è diventato il simbolo dell'antifascismo e dell'eroismo antifascista. In qualunque riunione si faccia il suo nome, il pubblico balza in piedi o applaude.
Comitati Matteotti, Fondi Matteotti, Circoli Matteotti,Case Matteotti. Matteotti, come l'ombra di Banco, accompagna Mussolini. E Mussolini lo sa.
Eppure, nessun uomo fu meno simbolo,meno "eroe", nel senso usuale dell'espressione, di Matteotti.
Gli mancavano per questo le doti di popolarità,di oratoria, di facilità che creano nel popolo il feticcio; e la sua vita breve non registra neppure uno di quei gesti drammatici che colpiscono la fantasia e promuovono ad "eroe" il semplice mortale.
Matteotti possedeva però in grado eminente una qualità rara tra gli italiani e rarissima tra i parlamentari: il carattere. Era tutto d'un pezzo. Alle sue idee ci credeva con ostinazione, e con ostinazione le applicava. Quando lo conobbi a Torino insieme a Godetti ricordo che entrambi rimanemmo colpiti dalla sua serietà e dal suo stile antiretorico e ci comunicammo la nostra impressione. Era magro, smilzo nella persona,non assumeva pose gladiatorie,rideva volentieri, ma da tutto il suo atteggiamento e soprattutto da certe sue dichiarazioni brevi si sprigionava una grande energia.
L'antifascismo era in Matteotti un fatto istintivo, intimo, d'ordine morale prima che politico. Tra lui e i fascisti correva una differenza di razza e di clima.
Due mondi, due concezioni opposte della vita. In questo senso egli poteva dirsi veramente l'anti-Mussolini.
Le astuzie tattiche e oratorie di Mussolini restavano senza presa su Matteotti. Quando Mussolini parlava alla Camera entrando in quello stato di eccitazione morbosa che pare contraddistingua la sua oratoria e possa esercitare un fascino magnetico, Matteotti, pessimo medium,restava impenetrabile e ai passaggi goffi rideva col suo riso un po' stridulo e nervoso.
Quando invece era Matteotti a parlare, Mussolini gettava fiamme dagli occhi.
Eppure Matteotti non era eloquente; o per lo meno la sua eloquenza era tutto l'opposto dell'oratoria tradizionale socialista. Ragionava a base di fatti, freddo,preciso, tagliente. Metodo salveminiano. Quando affermava, provava.
Niente esasperò più i fascisti del metodo di analisi di Matteotti che sgonfiava un dopo l'altro tutti i loro palloni retorici.
Abbiamo lasciato 3.000 morti per le strade d' Italia, tuonava Mussolini - Pardon, 144, secondo il vostro giornale, replicava Matteotti.

- Il fascismo ha messo fine agli scioperi, Le ferrovie camminano. L'autorità dello Stato è stata restaurata. Matteotti, tra la stupefazione dei fascisti, interrompeva per rinfacciare al duce gli articoli del '19-20 inneggianti agli scioperi, alla invasione delle fabbriche,delle terre, dei negozi.

Dopo la famosa requisitoria di Matteotti contro i metodi elettorali fascisti (maggio 1924) gridata alla Camera tra altissime minacce e interruzioni, Mussolini pubblicò il 3 giugno sul "Popolo d' Italia" il seguente corsivo: "Mussolini ha trovato fin troppo longanime la condotta della maggioranza, perché l'On.Matteotti ha tenuto un discorso mostruosamente provocatorio che avrebbe meritato qualche cosa di più tangibile che l'epiteto "masnada" lanciato dall'On. Giunta".
L'8 giugno il giornale dichiarava che "Matteotti è una molecola di questa masnada che una mossa che una mossa energica del Duce penserà a spazzare".
Il 10 giugno Dumini, Volpi e Putato spazzavano....
3 gennaio 1925 Mussolini dichiarava : "Come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, di far commettere non dico un delitto, ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell'avversario che io stimavo perché aveva una certa cranerie un certo coraggio, che rassomigliavano al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere la tesi? ".
Due cose colpiscono in questa disperata difesa: il " morbosa follia" che tocca uno degli aspetti della personalità mussoliniana (Mussolini è intelligentissimo, ma la sua intelligenza si innesta su un fondo psicopatico, ed il "mi rassomigliava". Dopo l' assassinio,Mussolini è stato costretto ad ammirare Matteotti. Ma Matteotti ha sempre disprezzato Mussolini.
Il socialismo di Matteotti fu una cosa estremamente seria. Non l' avventura del giovane borghese eretico che è rivoluzionario a venti anni, radicale a trenta (matrimonio + carriera), forcaiolo a quaranta. No.  Fu una consapevole e maschia elezione del destino.
Nato ricco, dovette superare le difficoltà che ai socialisti ricchi giustamente si oppongono. Non lo superò con le sparate demagogiche, con le rinunce mistiche, o profondendo denari in banchetti elettorali o in paternalismi cooperativi e sindacali. Ma partecipando in persona prima al moto di emancipazione proletaria, costituendo libere istituzioni operaie, organizzando i contadini delle sue terre ai quali dirigeva manifesti di una sobrietà che era poco in uso attorno al '19.
Solo a un temperamento del suo stampo poteva venire in mente, nel corso delle elezioni del 1924, di scendere in Piazza Colonna con un pentolino di colla ad appiccicare sotto il naso dei fascisti i manifesti elettorali del partito che erano stati tutti stracciati. Matteotti, l'economista, il giurista, il ricco Matteotti appiccicava manifesti, scorazzava l'Italia per mettere in piedi le traballanti organizzazioni. Saltava dai treni,si travestiva per sottrarsi agli inseguimenti fascisti, prendeva con disinvoltura le bastonate e, nel pieno della lotta, faceva una punta a Asolo per i funerali della Duse rientrando poi in camion coi fascisti, perché cosi spiegò, gli pareva giusto che il proletariato italiano fosse rappresentato ai funerali della Duse.
Quanto al camion fascista era stato necessario servirsene per essere presente a una adunanza del partito.
Se i fascisti lo avessero riconosciuto sarebbe stata la fine. Ma Matteotti scherzava ormai con la morte, con grande orrore dei compagni posapiano.
Era fatale quindi che morisse l'antifascista-tipo Matteotti, eroe tutto prosa. Come dovevano morire nello stesso torno di tempo Amendola e Gobetti. Come dovranno morire, se non li salveremo, Rossi, Gramsci, Bauer e molti altri Matteotti che si sono formati in questi anni. Tutti caratteri, psicologie, che sono l'opposto del carattere e della sensibilità mussoliniana.
Mussolini sente, sa quali sono i suoi autentici avversari. Ha il fiuto dell'oppositore. Imbattibile con uomini del suo stampo. singolarmente impotente con uomini che sfuggono al suo orizzonte mentale. Perciò li sopprime.
Uccidendo Matteotti ha indicato all'antifascismo quali debbono essere le sue preoccupazioni costanti e supreme : il carattere;l'antirettorica; l'azione. 


OGGI IN SPAGNA, DOMANI IN ITALIA

Carlo Rosselli: discorso pronunciato alla radio di Barcellona il 13 novembre 1936.

Compagni, fratelli, italiani, ascoltate.
Un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona per portarvi il saluto delle migliaia di antifascisti italiani esuli che si battono nelle file dell'armata rivoluzionaria.
Una colonna italiana combatte da tre mesi sul fronte di Aragona. Undici morti, venti feriti, la stima dei compagni spagnuoli : ecco la testimonianza del suo sacrificio.
Una seconda colonna italiana. formatasi in questi giorni, difende eroicamente Madrid. In tutti i reparti si trovano volontari italiani, uomini che avendo perduto la libertà nella propria terra, cominciano col riconquistarla in Ispagna, fucile alla mano.
Giornalmente arrivano volontari italiani: dalla Francia, dal Belgio. dalla Svizzera, dalle lontane Americhe.

Dovunque sono comunità italiane, si formano comitati per la Spagna proletaria.Anche dall'Italia oppressa partono volontari. 
Nelle nostre file contiamo a decine i compagni che,a prezzo di mille pericoli, hanno varcato clandestinamente la frontiera. Accanto ai veterani dell'antifascismo lottano i Giovanissimi che hanno abbandonato l'università, la fabbrica e perfino la caserma. Hanno disertato la Guerra borghese per partecipare alla guerra rivoluzionaria.
Ascoltate, italiani. E' un volontario italiano che vi parla dalla Radio di Barcellona. Un secolo fa, l'Italia schiava taceva e fremeva sotto il tallone dell'Austria,del Borbone, dei Savoia,dei preti. Ogni sforzo di liberazione veniva spietatamente represso. Coloro che non erano in prigione, venivano costretti all'esilio. Ma in esilio non rinunciarono alla lotta. Santarosa in Grecia,Garibaldi in America, Mazzini in Inghilterra, Pisacane in Francia, insieme a tanti altri, non potendo più lottare nel paese, lottarono per la libertà degli altri popoli, dimostrando al mondo che gli italiani erano degni di vivere liberi. Da quei sacrifici,da quegli esempi uscì consacrata la causa italiana. Gli italiani riacquistarono fiducia nelle loro forze.
Oggi una nuova tirannia, assai più feroce ed umiliante dell'antica, ci opprime. Non è più lo straniero che domina. Siamo noi che ci siamo lasciati mettere il piede sul collo da una minoranza faziosa, che utilizzando tutte le forze del privilegio tiene in ceppi la classe lavoratrice ed il pensiero italiani.

Ogni sforzo sembra vano contro la massiccia armata dittatoriale. Ma noi non perdiamo la fede. Sappiamo che le dittature passano e che i popoli restano. La Spagna ce ne fornisce la palpitante riprova. Nessuno parla più di de Rivera. Nessuna parlerà più domani di Mussolini. E' come nel Risorgimento, nell' epoca più buia, quando quasi nessuno osava sperare, dall'estero vennero l'esempio e l'incitamento, cosi oggi noi siamo convinti che da questo sforzo modesto, ma virile dei volontari italiani, troverà alimento domani una possente volontà di riscatto.
E' con questa speranza segreta che siamo accorsi in Ispagna. 0ggi qui, domani in Italia.
Fratelli, compagni italiani, ascoltate. E' un volontario italiano che vi parla dalla Radio di Barcellona.
Non prestate fede alle notizie bugiarde della stampa fascista, che dipinge i rivoluzionari spagnuoli come orde di pazzi sanguinari alla vigilia della sconfitta.
La rivoluzione in Ispagna è trionfante. Penetra ogni giorno di più nel profondo della vita del popolo rinnovando istituiti, raddrizzando secolari ingiustizie. Madrid non è caduta e non cadrà. Quando pareva in procinto di soccombere, una meravigliosa riscossa di popolo arginava l'invasione ed iniziava la controffensiva. Il motto della milizia rivoluzionaria che fino ad ora era "No pasaran" è diventato " Pasaremos",cioè non i fascisti, ma noi, i rivoluzionari, passeremo.
La Catalogna, Valencia, tutto il litorale mediterraneo, Bilbao e cento altre città, la zona più ricca, più evoluta e industriosa di Spagna sta solidamente in mano alle forze rivoluzionarie.

Un ordine nuovo è nato, basato sulla libertà e la giustizia sociale. Nelle officine non comanda più il padrone, ma la collettività, attraverso consigli di fabbrica e sindacati. Sui campi non trovate più il salariato costretto ad un estenuante lavoro nell'interesse altrui. Il contadino è padrone della terra che lavora, sotto il controllo dei municipii.Negli uffici,gli impiegati,i tecnici, non obbediscono più a una gerarchia di figli di papà, ma ad una nuova gerarchia fondata sulla capacità e la libera scelta. Obbediscono, o meglio collaborano, perché‚ nella Spagna rivoluzionaria, e soprattutto nella Catalogna libertaria, le più audaci conquiste sociali si fanno rispettando la personalità dell'uomo e l'autonomia dei gruppi umani.
Comunismo, si, ma libertario. Socializzazione delle grandi industrie e del grande commercio, ma non statolatria: la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio è concepita come mezzo per liberare l'uomo da tutte le schiavitù.
L'esperienza in corso in Ispagna è di straordinario interesse per tutti. Qui, non dittatura, non economia da caserma, non rinnegamento dei valori culturali dell'Occidente, ma conciliazione delle più ardite riforme sociali con la libertà. Non un solo partito che, pretendendosi infallibile, sequestra la rivoluzione su un programma concreto e realista : anarchici, comunisti, socialisti, repubblicani collaborano alla direzione della cosa pubblica,al fronte, nella vita sociale. Quale insegnamento per noi italiani!
Fratelli,, compagni italiani, ascoltate. Un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona per recarvi il saluto dei volontari italiani. Sull'altra sponda del Mediterraneo un mondo nuovo sta nascendo. E' la riscossa antifascista che si inizia in Occidente. Dalla Spagna guadagnerà l'Europa. Arriverà innanzi tutto in Italia, cosi vicina alla Spagna per lingua, tradizioni, clima, costumi e tiranni. Arriverà perchè la storia non si ferma, il progresso continua, le dittature sono delle parentesi nella vita dei popoli, quasi una sferza per imporre loro, dopo un periodo d' inerzia e di abbandono, di riprendere in in mano il loro destino.
Fratelli italiani che vivete nella prigione fascista,io vorrei che voi poteste, per un attimo almeno, tuffarvi nell' atmosfera inebriante in cui vive da mesi,nonostante tutte le difficoltà, questo popolo meraviglioso. Vorrei che poteste andare nelle officine per vedere con quale entusiasmo si produce per i compagni combattenti;vorrei che poteste percorrere le campagne e leggere sul viso dei contadini la fierezza di questa dignità nuova e soprattutto percorrere il
fronte e parlare con i militi volontari. Il fascismo,non potendosi fidare dei soldati che passano in blocco alle nostre file, deve ricorrere ai mercenarii di tutti i colori. Invece,le caserme proletarie brulicano di una folla di giovani reclamanti le armi. Vale più un mese di questa vita,spesa per degli ideali umani,che dieci anni di vegetazione e di falsi miraggi imperiali nell'Italia mussoliniana.
E neppure crederete alla stampa fascista che dipinge la Catalogna,in maggioranza sindacalista anarchica, in preda al terrore e al disordine. L'anarchismo catalano è un socialismo costruttivo sensibile ai problemi di libertà e di cultura. Ogni giorno esso fornisce prove delle sue qualità realistiche. Le riforme vengono compiute con metodo, senza seguire schemi preconcetti e tenendo sempre in conto l'esperienza.
La migliore prova ci è data da Barcellona, dove, nonostante le difficoltà della guerra, la vita continua a svolgersi regolarmente e i servizi pubblici funzionano come e meglio di prima.
Italiani che ascoltate la radio di Barcellona attenzione. I volontari italiani combattenti in Ispagna, nell'interesse, per l'ideale di un popolo intero che lotta per la sua libertà, vi chiedono di impedire che il fascismo prosegua nella sua opera criminale a favore di Franco e dei generali faziosi. Tutti i Giorni areoplani forniti dal fascismo italiano e guidati da aviatori mercenari che disonorano il nostro paese, lanciano bombe contro città inermi, straziando donne e bambini. Tutti i giorni, proiettili italiani costruiti con mani italiane, trasportati da navi italiane, lanciati da cannoni italiani cadono nelle trincee dei lavoratori.
Franco avrebbe già da tempo fallito, se non fosse stato per il possente aiuto fascista.Quale vergogna per gli italiani sapere che il proprio governo,il governo di un popolo che fu un tempo all'avanguardia delle lotte per la libertà,tenta di assassinare la libertà del popolo spagnolo. 
Che l'Italia proletaria si risvegli. Che la vergogna cessi. Dalle fabbriche, dai porti italiani non debbono più partire le armi omicide. Dove non sia possibile il boicottaggio aperto, si ricorra al boicottaggio segreto. Il popolo italiano non deve diventare il poliziotto d'Europa.
Fratelli, compagni italiani, un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona, in nome di migliaia di combattenti italiani.

Qui si combatte, si muore, ma anche si vince per la libertà e l'emancipazione di tutti i popoli. Aiutate, italiani, la rivoluzione spagnuola. Impedite al fascismo di appoggiare i generali faziosi e fascisti. Raccogliete denari.E se per persecuzioni ripetute o per difficoltà insormontabili, non potete nel vostro centro combattere efficacemente la dittatura, accorrete a rinforzare le colonne dei volontari italiani in Ispagna.
Quanto più presto vincerà la Spagna proletaria, e tanto più presto sorgerà per il popolo italiano il tempo della riscossa.


I MIEI CONTI COL MARXISMO
di
Carlo Rosselli
[da "Socialismo liberale"]

Li vado facendo da parecchi anni sotto la scorta di molti nemici e carabinieri dottrinali in compagnia di pochi eretici amici. Voglio renderne conto qui prima di tutti a me stesso, poi a quei miei compagni di destino che non credono terminate alle Alpi le frontiere del mondo -
Sarò chiaro, semplice, sincero e, poi che i libri mi mancano, procedendo per chiaroscuri senza i famosi “abiti professionali ” e i non meno famosi “sussidi di note ”.
Intanto, chi sono. Sono un socialista.
Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolare nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista che non si liquida né con la critica dei vecchi programmi, né col ricordo della sconfitta, né col richiamo alle responsabilità del passato, né con le polemiche sulla guerra combattuta. Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto, meditato e qualcosa capito della storia italiana lontana e vicina. E precisamente ha capito:

i.Che il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale, e in secondo luogo trasformazione materiale.
ii. Che, come tale, si attua sin da oggi nelle coscienze dei migliori, senza bisogno di aspettare il sole dell'avvenire.
iii.Che tra socialismo e marxismo non vi è parentela necessaria.
iv.Che anzi, ai giorni nostri, la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista.
iv.Che socialismo senza democrazia è come volere la botte piena (uomini, non servi; coscienze, non numeri; produttori, non prodotti) e la moglie ubriaca (dittatura).
vi.Che il socialismo, in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera, oppressa, è l'erede del liberalismo.
vii. Che la libertà, presupposto della vita morale così del singolo come delle collettività, è il più efficace mezzo e l'ultimo fine del socialismo.
viii. Che la socializzazione è un mezzo, sia pure importantissimo.
ix. Che lo spauracchio della rivoluzione sociale violenta spaventa ormai solo i passerotti e gli esercenti, e mena acqua al mulino reazionario.
x.Che il socialismo non si decreta dall'alto, ma si costruisce tutti i giorni dal basso, nelle coscienze, nei sindacati, nella cultura.
xi.Che ha bisogno di idee poche e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti.
xii. Che il nuovo movimento socialista italiano non dovrà esser frutto di appiccicature di partiti e partitelli ormai sepolti, ma organismo nuovo dai piedi al capo, sintesi federativa di tutte le forze che si battono per la causa della libertà e del lavoro.
xiii.Che è assurdo imporre a così gigantesco moto di masse una unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale.

Il primo liberalismo ha da attuarsi all'interno.

Le tesi sono tredici.
Il tredici porta fortuna.
Chi vivrà vedrà.
 [
Socialismo senza democrazia significa fatalmente dittatura, e dittatura significa uomini servi, numeri e non coscienze, prodotti e non produttori, e significa quindi negare i fini primi del socialismo].


Le ragioni della sconfitta dell'opposizione e della vittoria di Mussolini

di Carlo Rosselli


"… Fino al giugno del 1924 i partiti di opposizione erano vissuti su una situazione falsa, iperbolica, come certi falliti che continuano a godere di credito e a condurre vita lussuosa fino a quando l'iniziativa di uno qualunque dei creditori determina il crollo totale. L'opposizione era stata battuta nelle strade, ma a causa del compromesso iniziale cui Mussolini aveva dovuto piegarsi per salire al potere, aveva conservato a "Palazzo" una situazione di privilegio.

La Camera, eletta nel 1921, era in maggioranza antifascista; la stampa, idem; in tutti i corpi dello Stato il fascismo era appena tollerato. Questa situazione maggioritaria doveva riuscire fatale all'opposizione, mentre avvantaggiava singolarmente Mussolini che proprio da questa debolezza formale ricavava il massimo di dinamismo. Mussolini non avendo i valori legali, apparenti, badava ai sostanziali e soprattutto alla forza, alla giovinezza, all'iniziativa, all'attacco; le opposizioni, avendo conservato per concessione del dittatore ("avrei potuto fare di quest'aula sorda e grigia...") le posizioni legali, si battevano sul terreno formale e morale, contestando la validità giuridica dei decreti mussoliniani, e rivendicando la rappresentanza di un'Italia che viveva ormai solo nelle memorie. 
Scambiando i reali rapporti di forza sociale con i vecchi risultati elettorali, vedevano nel fascismo un semplice colpo di mano contro il suffragio universale, un'avventura di stile sudamericano destinata a concludersi fatalmente nel giro di qualche mese: e non si preoccupavano di rovesciare il rapporto di forze che aveva permesso al fascismo di spazzare il movimento operaio e non si preparavano in nessun modo a resistere e a contrattaccare nelle piazze. E come avrebbero potuto farlo?

Per condurre la lotta con stile offensivo nel paese, avrebbero dovuto essere in posizione di minoranza e di illegalità: ora l'opposizione era la legalità, la vecchia legalità, mentre il governo era l'illegalità. Il governo, non l'opposizione, era rivoluzionario. Il governo era un gruppo deciso, senza scrupoli, che messosi con un colpo di mano al centro della vecchia legalità, la scomponeva a pezzo a pezzo. Quella legalità non era che un residuo sospeso ad un filo, al filo della continuità costituzionale che il sovrano aveva voluto che si rispettasse (violare, ma con le forme). L'opposizione si attaccò disperatamente a quel filo. Il giorno che il filo sarà tagliato, l'opposizione - quella opposizione - sarà liquidata. Essa sconterà così per anni il passivismo mostrato durante la marcia su Roma.

Abbiamo preso molto in giro Mussolini perché, mentre i fascisti marciavano allegramente su Roma, se ne stava a Milano. Ma che cosa stavano a fare i deputati della sinistra a Roma? Tra il girare nei corridoi attendendo il decreto di stato d'assedio e l'andare nel paese a organizzare la resistenza, era meglio andare nel paese. E a Roma, oltre Montecitorio, c'era San Lorenzo, dove il popolo si batteva; ma nessuno o quasi se ne ricordò in quei giorni. Come nessuno sentì che l'opporre in parlamento superbi squarci oratori alle parole sprezzanti del "duce", era fare il suo giuoco. Le elezioni dell'aprile 1924 avevano in parte corretto questo stato di cose.

L'opposizione diventava per la prima volta opposizione, minoranza; come minoranza, avrebbe potuto darsi una psicologia virile, d'attacco. Ma aveva troppi ex nelle sue file, era troppo appesantita da uomini che avevano gustato le gioie del potere e della popolarità, che si erano fatti in tutt'altra atmosfera. Gli oratori più celebri, usi al successo in un parlamento in cui si trovavano come in famiglia, non resistevano all'ambiente nuovo e ostile creato dai fascisti. Erano depressi, stanchi, preoccupati; non avevano la psicologia dell'attacco ma della ritirata.

Tornando ai collegi dopo dure battaglie parlamentari, si sorprendevano di trovare i giovani (ahimè, i rari giovani) in stato di eccitazione. Matteotti era un isolato. Quando terminò la sua improvvisata requisitoria alla Camera, un suo compagno (Baldesi) - morto poche settimane or sono in dignitoso silenzio - lo interpellò bruscamente: "Sicché tu ci vuoi tutti morti?". Quando la crisi scoppiò, la depressione era al colmo. La decisione di ritirarsi dai lavori della Camera non fu un atto volontario diretto a portare battaglia nel paese, ma un atto necessario di chi, non potendone più, si ritira. Ma poiché la retorica vuole la sua parte, così l'Aventino fu presentato alle masse come la decisione energica di gente che passa all'attacco. Di questo equivoco morrà l'Aventino.

L'appello al re fu un altro riflesso di questo stato depressivo. Solo lui può far traboccare le forze materiali dalla nostra parte, pensavano i deputati aventiniani. Quanto alle masse popolari, che si mostravano nei primi giorni in stato di effervescenza, guai a chi avesse tentato metterle in movimento! Solo i comunisti e le minoranze giovani chiesero lo sciopero generale. Ma le opposizioni non vollero, per non spaventare la borghesia e il sovrano … Fu questo il miracolismo dell'Aventino. Credere di poter vincere con le armi legali l'avversario che ha già vinto sul terreno della forza. Pregustare le gioie del trionfo mentre si riceve la botta più dura. Evitare tutti i problemi (Gobetti diceva: "l'Aventino ha un mito, il mito della cautela") sperando che la borghesia dimentichi il '19. Attendere che il re e i generali tolgano le castagne dal fuoco col solo intento di consegnarle, a sei mesi dalla data, a lor signori dell'opposizione non appena scottino meno. Supporre che i valori morali possano da soli rovesciare i "rapporti obiettivi di classe".

Venerdì 8 giugno 1934

(Brani da un lungo articolo pubblicato su Giustizia e Libertà da Carlo Rosselli tre anni esatti prima del suo assassinio, avvenuto a Bagnoles-de-l’Orne per mano fascista il 9 giugno 1937)


SUL VOLO E IL PROCESSO BASSANESI

da:http://www.plst.ch/
Partito liberalsocialista ticinese

Il volo e il processo Bassanesi rappresentano una delle pagine più alte e intense della nostra piccola storia di questo secolo in cui il popolo ticinese e il partito socialista di Guglielmo Canevascini ebbero un ruolo fondamentale. Questo in sintesi il racconto.
Anno 1930. Giovanni Bassanesi, giovanissimo esponente del movimento antifascista italiano ‘Giustizia e Libertà’, parte da Lodrino con un piccolo aereo Farman acquistato da Carlo Rosselli e si dirige su Milano dove lancia sulla città 150’000 volantini antifascisti. Nel volo di ritorno Bassanesi si schianta sul San Gottardo, ma riesce a salvarsi miracolosamente. Nel mese di novembre di quell’anno alcuni esponenti di ‘Giustizia e Libertà’, tra cui Carlo Rosselli, Alberto Tarchiani e lo stesso Bassanesi vengono processati a Lugano per violazione dello spazio aereo svizzero. La corte li assolve condannando il regime fascista. Ma il governo svizzero, malgrado la sentenza, espelle dal nostro paese Rosselli, Tarchiani e Bassanesi. Questa decisione é all’origine della lettera aperta che Carlo Rosselli e Alberto Tarchiani pubblicarono su Libera Stampa il 5 dicembre 1930 e che qui riproponiamo per l’altissima valenza etico-politica dello scritto.


LETTERA APERTA ALL’ONOREVOLE MOTTA (5 dicembre 1930)

Leggiamo nei giornali che il Consiglio Federale “senza subire pressioni da parte di Potenze straniere” ha deliberato unanime la nostra espulsione.
Poiché la logica politica e i Suoi precedenti vogliono, signor Ministro, che a Lei più che a qualunque altro sia fatto risalire, se non la iniziativa formale del provvedimento, la ostinata volontà di farlo approvare - tanto più limpida e obbligante era stata la sentenza assolutoria della più alta Magistratura svizzera - a lei indirizziamo questa nostra lettera.
Lettera non di protesta, ma di pacato melanconico commento. Una espulsione amministrativa é un piccolo incidente nella battaglia che conduciamo. Decretata in omaggio al fascismo minacciante, vivrà quanto il fascismo: cioé poco. Ella ci ha abituati, in materia, a precipitose cancellazioni.
Pure in questa espulsione v’é qualcosa di oscuro e di triste, che non é sfuggito alla vigile coscienza dei suoi concittadini. Non già si tratta, signor Ministro, della espulsione in sé. Tutti i Governi espellono, e tutti gli esuli nella storia han dovuto portare raminghi per il mondo le loro pene e la loro fede. Ciò che solleva riprovazione sono le circostanze che hanno preceduto ed accompagnato il provvedimento; sono le giustificazioni che sono state addotte.
La prima circostanza é questa: la espulsione viene dopo che la Suprema Magistratura Svizzera aveva espressamente rifiutato, anche nei riguardi dell’imputato maggiore, di applicare la pena del bando reclamata dall’accusa: cioé da Lei, signor Ministro. I giudici della Corte Suprema sono stati eletti dal popolo. Nel loro alto giudizio si rifletteva la volontà del popolo svizzero. L’entusiasmo con cui il Paese e la stampa accolsero la sentenza, e le vivacissime proteste che il Suo provvedimento ha sollevate, dimostrano il reale sentimento della Svizzera.
Ella ci dice: vi espello. essi ci hanno detto: non possiamo, non vogliamo espellervi. Chi parla in nome della Svizzera? Il Ministro o il Popolo?
Ella permetterà che noi crediamo alla parola del popolo e a quella dei giudici.
La seconda circostanza é questa: la espulsione non toccano uomini che abitano in Isvizzera. Noi mai abitammo in Isvizzera. La espulsione perde perciò il suo carattere di misura di polizia materiale per acquistarne uno di polizia spirituale. Espulsione ideologica, in linea preventiva, avente riguardo non a fatti e pericoli reali, ma a idee e pericoli potenziali.
Quali queste idee? Non forse le Sue, signor Ministro. Perché le auguste parole di Giustizia e Libertà sembrano non suscitare in Lei sentimento veruno, o solo di servir di pretesto a tentativi di diversione sulla base di citazioni unilaterali di pretto stile fascista. Le nostre idee sono però quelle che il popolo svizzero in sei secoli di storia ha imposto alla venerazione del mondo: giustizia, libertà, autonomia, rispetto di sé e del proprio simile, Stato non fine ma strumento, espansione pacifica in un mondo affratellato.
Evocando queste idee dal banco degli imputati in Lugano - nella sua città signor Ministro - noi abbiamo sentito levarsi onde di calda commozione e solidarietà. I giudici stessi ne furono conquistati, appunto perché giudici, cioé amministratori di giustizia nel senso più umano e alto, e non funzionari miopi e preoccupati.
La eco delle giornate di Lugano, per noi indimenticabili, salì sino al Suo gabinetto di Ministro. Era voce di popolo e di giudici, era autentica letizia per il verdetto libero ed equo. Ella avrebbe dovuto come Svizzero gioirne; non già farne pretesto di rinnovati timori e desideri di rivincita.
Dobbiamo credere che il Suo orgoglio di Ministro mal sopportasse il sereno ammonimento di Agostino Soldati?
Col Suo comunicato, incriminando quali circostanze istigatrici di un nuovo possibile gesto “l’atmosfera del processo” e la stessa “sentenza di assoluzione”, Ella ha rievocato i tempi di Metternich. Così che noi siamo espulsi non perché condannati, ma perché giudici e popolo furono concordi nell’assolverci.
Ma noi sappiamo, signor Ministro, che cosa Ella oppone a queste e ad altre critiche. Ella oppone la ragion di Stato, i doveri di popolo confinante, quelle esigenze di Governo che talvolta debbono anteporsi alle esigenze della morale e del diritto.
Ragion di Stato? Veramente il volo su Milano pose in pericolo la sicurezza della Svizzera? Veramente Ella teme ancor oggi, signor Ministro, il corruccio di Roma per un atto che non é reato nel Suo Paese e in nessun Paese del mondo e che ogni uomo generoso apertamente approva?
Eppure Ella ben conosce le condizioni dell’Italia: Ella più di ogni altro dovrebbe intendere che nulla la Svizzera deve temere da un Mussolini. Un regime minato alle basi dalla generale rivolta morale e dalla disperazione degli affamati, non può costituire pericolo per nessuno: tanto meno per il fiero popolo svizzero.
Ella sembra aver dimenticato, signor Ministro, che la grandezza delle nazioni non sta in ragione del territorio, ma della loro forza morale.

Cedendo al prepotente, Ella non ottiene pace e rispetto, ma ricatti e minacce. Una Svizzera che, forte del suo diritto, avesse opposto alle eventuali proteste fasciste il testo della sentenza della Corte federale, avrebbe trovato tutta l’Europa civile al suo fianco. La Svizzera, che superbamente rintuzzò l’oltraggio di Bismark reclamante l’espulsione dei profughi, ben avrebbe potuto resistere alle minacce di un Mussolini, che non ha di Bismark né il prestigio né la forza.
E a Lei particolarmente doveva riuscir facile la resistenza in questa occasione; a Lei che, in altre, si dimostrò indulgente e corrivo. Nessuno, onorevole Motta, ha dimenticato la Sua passività di fronte ad un atto di brigantaggio fascista per cui un italiano, con la forza e la frode, fu prelevato in territorio svizzero e trasportato in Italia per esservi condannato a trenta anni di galera.
Né contravvenzione né espulsione colpirono allora i rapitori e non temette Ella, signor Ministro, che la “atmosfera di Roma” autorizzasse il ripetersi di simili affronti e delitti? Non Le pare che la remissività di allora Le avrebbe, oggi, consentito un atteggiamento di fierezza? La Sua ipersensibile logica di Stato avrebbe coinciso con il sentimento del Suo popolo.
Ma di una cosa, signor Ministro, possiamo assicurarLa; che il Suo provvedimento non suscita in noi amarezza o rancore. Nella battaglia per la libertà d’Italia, noi portiamo nel cuore solo il ricordo della vibrante fraternità del grande popolo svizzero.
I Ministri passano. Il popolo resta.


CARLO ROSSELLI
ALBERTO TARCHIANI


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