In Francia, una rivoluzione in corso Padova 2002: una questione di diritti  Dalle capitali europee
G.Zincone:dietro lo scandalo Commento di Michele Serra Da Socrate a Storace

Migliaia in strada a Parigi, mentre il premier Raffarin moltiplica le iniziative di sostegno

La destra francese sul carro del Gay Pride

Lo slogan della sfilata: fine dell’ipocrisia, uguaglianza. Il 64 per cento nel Paese è pronto a riconoscere il diritto all’adozione

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE 
PARIGI - Si chiamava Sébastien Nouchet l'omosessuale bruciato vivo nel gennaio scorso. Non diventerà famoso come Giovanna d'Arco o Marianna, ma al suo nome si legherà l'ultima rivoluzione civile francese, quella degli omosessuali. In pochi mesi, quel gesto brutale ha trasformato l'intolleranza in consenso, la rivendicazione in diritto, l'indifferenza in simpatia. E ha smosso la politica, quasi sempre in ritardo sui cambiamenti. Ieri, a Parigi, il Gay Pride, non è stato importante per la partecipazione - altissima, provocatoria, colorata, rumorosa - ma per le parole d'ordine - fine dell'ipocrisia, uguaglianza - che fanno breccia nell'opinione pubblica e faranno evolvere norme e codici. 
Gli slogan, sventolio di striscioni e bandiere, volo di palloncini, danze di gay, travestiti, lesbiche, transessuali, alcuni in abito da cerimonia nuziale (l'ultima delle rivendicazioni), hanno attraversato la capitale arrivando simbolicamente dentro i Palazzi del potere, con la forza delle idee e dei numeri, condizione essenziale per farsi ascoltare. E la «marcia della fierezza» ha scompaginato tradizionali confini e sensibilità del mondo politico: la sinistra non ha più il monopolio della trasgressione e della rivendicazione, la destra non vuole più identificarsi con la conservazione dei valori, il buon senso dei benpensanti o peggio con il «machismo». 
E' l'ovvia conseguenza delle dimensioni di un fenomeno (o di un problema) che nelle grandi metropoli già condiziona scelte elettorali (il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, è omosessuale dichiarato), mode, consumi e gusto: in questi giorni è stata presentata la prima agenzia di viaggi esclusivamente per omosessuali. 
Associazioni, club, giornali sono ormai una galassia che ha modificato il paesaggio urbano e che costituisce un formidabile gruppo di pressione. «Fine dell'ipocrisia e uguaglianza» significa anche combattere discriminazioni motivate dall'identità di sesso o dallo stato di salute, essendo la comunità omosessuale la più colpita dall'Aids. 
La recente celebrazione del primo matrimonio gay in Francia conferma anche che è cambiata la qualità dei diritti rivendicati e delle aspettative: non più soltanto la tutela da ogni forma di discriminazione, ma un grande bisogno di normalità, fino ad istituzionalizzare matrimonio, famiglia, adozione. Il 64 per cento dei francesi è pronto a riconoscere questo diritto: un sondaggio che smentisce l'immagine di una Francia conservatrice nelle tradizioni o che conferma che l'omosessualità non è più marginale. 
Ieri, la star del corteo era Noël Mamère, il deputato verde che ha celebrato il matrimonio e che è stato sospeso dalle sue funzioni dal ministro della giustizia, «una sanzione scandalosa», secondo il sindaco di Parigi. «La lotta all'omofobia - ha detto Mamère - è un capitolo della concezione universale dei diritti dell'uomo». Ma «la lotta alla discriminazione non è di sinistra o di destra», ha precisato un'altra star del Gay Pride, Jean Luc Romero, l'intellettuale omosessuale che si è conquistato un posto di dirigente nel partito gollista. E la «sanzione scandalosa» non significa chiusura da parte del governo. 
Al contrario, il premier Raffarin ha moltiplicato le iniziative. Ha ricevuto associazioni omosessuali, ha costituito un gruppo di lavoro per migliorare la legislazione esistente (il cosiddetto «pacs» che riconosce legalità anche ai conviventi dello stesso sesso), ha presentato una legge che equipara l'omofobia a discriminazioni razziali o religiose, e ha annunciato una «commissione» della società civile per affrontare la questione del matrimonio. La commissione è formata sul modello di quella che si è espressa contro il velo islamico nelle scuole: questione che potrebbe riaprire lacerazioni e dubbi sul divieto, se il diritto alla simbologia religiosa vale meno dei comportamenti sessuali. 
La destra insomma non vuol lasciare campo libero alla sinistra, anche se il matrimonio gay divide la sinistra stessa. Ieri, in prima linea, c'erano l'ex ministro della Cultura, Jack Lang, e Dominique Strauss Kahn, uno dei più accreditati candidati socialisti per l'Eliseo. Mancava però Lionel Jospin, emblema di una sinistra ancora convinta che «il genere umano non si divida fra etero e omosessuali, ma fra uomini e donne». George Sand, della quale la Francia celebra l'anniversario della nascita, provocava i benpensanti dicendo che «c'è un solo sesso», per affermare i diritti dell'individuo come cittadino. Duecento anni dopo, la Parigi borghese e intellettuale rivendica il conformismo della trasgressione radicale: fiori d'arancio per tutti. Del colore della pelle, degli immigrati, delle periferie invivibili, dell'Aids in Africa (oltre che nei locali gay) parleremo un'altra volta. 

Massimo Nava

Corriere della Sera
27 giugno 2004


Padova Pride 2002: orgoglio e pregiudizio, una questione di diritti umani

"'Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignita' e diritti', recita l'art.1 della Dichiarazione universale dei diritti umani, ma spesso persino chi concorda con questa affermazione, ritiene che essa non si applichi a lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (LGBT)", ha dichiarato oggi Amnesty International.

In almeno settanta paesi del mondo "essere se stessi" non solo non viene considerato un diritto ma costituisce un reato punibile con il carcere o addirittura con la pena di morte. In altri paesi, pur in assenza di leggi restrittive, la discriminazione di fatto esistente verso le persone LGBT e' causa di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui il diritto all'integrita' fisica e psichica, all'eguaglianza, alla liberta' di associazione e di espressione, alla riservatezza, al lavoro, all'educazione e alla salute, alla liberta' dalla paura.

Nel 2001 Amnesty International ha denunciato molte gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone LGBT: detenzione, torture, maltrattamenti, minacce di morte, mancanza di protezione da parte delle autorita', fino alla privazione della vita stessa hanno chiamato continuamente la societa' civile dall'indignazione all'azione. Arabia Saudita, Venezuela, Uganda, Austria, Messico, Grecia, Argentina, Repubblica Federale di Yugoslavia, Egitto, Ecuador sono alcuni dei paesi oggetto delle azioni piu' recenti a difesa delle persone LGBT che hanno visto l'intervento di Amnesty International.

L'organizzazione si batte perché questi diritti non siano semplicemente tollerati, ma perché siano a pieno titolo considerati una "questione di diritti umani", affinché il silenzio, i tabu' e il pregiudizio che circondano le violazioni dei diritti umani a causa dell'orientamento sessuale abbiano definitivamente a cadere e ciascuna persona possa vivere senza paura l'espressione del proprio essere.

La Sezione Italiana di Amnesty International sostiene gli eventi organizzati nell'ambito del Padova Pride 2002 - dibattiti, eventi culturali e conferenze, momenti di discussione e visibilita' svolti in diverse citta' italiane e che si concluderanno a Padova il prossimo 8 giugno - con l'augurio che la manifestazione si traduca in una rinnovata occasione per sostenere e difendere una questione di diritti umani oltre che di civilta'. 

Roma, 7 giugno 2002


Migliaia le persone in corteo nelle capitali europee per celebrare la giornata dell'orgoglio omosessuale

Da Berlino a Milano sfila il Gay pride
Grillini: "E' l'ora che i 5 milioni di omosessuali italiani si decidano a venire allo scoperto"




ROMA - Erano in mezzo milione a Parigi. Un altro mezzo milione si è dato appuntamento a Berlino. A Milano in trentamila, e varie migliaia si sono concentrati a Zurigo. L'orgoglio gay non è un fatto di numeri. Ma i numeri contano per una comunità, come quella omosessuale, che vuole farsi finalmente vedere, fare quell'"outing" che significa dirsi e mostrarsi orgogliosi di essere gay. E così oggi, in occasione del Christopher Street Day, giorno che prende il nome dalle repressioni della polizia contro gli omosessuali nel giugno '69 nella omonima strada di New York, sono stati in tantissimi a sfilare in coloratissimi cortei per le strade delle principali città in nome del "gay pride". Gay, lesbiche, trans, loro amici, familiari, simpatizzanti, leader e rappresentanti politici. Tra questi ultimi, i sindaci dichiaratamente omosessuali di Parigi e Berlino. 

E proprio a Berlino, la città dove il movimento omosessuale ha preso le mosse un secolo fa, 500 mila gay e lesbiche sono scesi in piazza per un gay pride dal successo annunciato. Un'ottantina di carri carichi di ballerini hanno sfilato per il centro in una gara di fantasia e di eccessi: colori sgargianti, utensili sado-maso, paillettes, pelle, veli, catene e molti nudi. Profilattici sono piovuti a raffica durante tutto il percorso alternandosi ogni tanto con la pioggia. Una parata che quest'anno si è svolta in un clima particolarmente festoso: pochi giorni fa il borgomastro, cioè il premier della città-stato, Klaus Wowereit, socialdemocratico, ha dichiarato di essere gay. Il suo outing è stato il primo di un personaggio politico in Germania e ha segnato un taglio nella prassi politica nazionale. La bandiera arcobaleno, simbolo del movimento gay, da ieri sventola sul municipio.

A Parigi, altro record di folla e di festosità. Mezzo milione di persone hanno sfilato oggi sotto il sole della capitale francese e tra di loro molti cittadini non gay che al corteo hanno partecipato per solidarietà, curiosità e divertimento. Carri allegorici, gruppi musicali, pupazzi giganti, bandiere arcobaleno che hanno attraversato Parigi in un corteo che alla testa ha visto il sindaco Bertrand Delanoe, omosessuale dichiarato, il segretario comunista Robert Hue, il candidato dei Verdi alle presidenziali Alain Lipietz, il portavoce socialista Vincent Peillon e numerosi esponenti dell'estrema sinistra.

Esplosione di colori, di musica, di provocazione e di tolleranza il lungo corteo che per oltre tre ore ha attraversato Milano. "E' l'ora che i cinque milioni di omosessuali italiani vengano alla luce. Non nascondiamoci più". Lo ha detto Franco Grillini, leader storico dell'Arcigay, eletto parlamentare dei Ds, parlando dalle prime file del corteo. "La visibilità - ha spiegato - è come una religione civile". La musica, i balli e l'allegria del corteo milanese, dove ognuno ha portato in piazza la propria identità e la fantasia, hanno finito per coinvolgere la città: stando agli organizzatori alla fine i partecipanti erano 30 mila e tanti erano i curiosi lungo l'itinerario. Solo davanti a Palazzo Marino c'è stato qualche slogan polemico contro il sindaco e la giunta. Per il resto, cartelli e cori tutti contro il razzismo e contro il G8. "Siamo donne, siamo gay, siamo nere, siamo bianche, del razzismo siamo stanche" hanno gridato le lesbiche mentre i trans, in costume da bagno o in abiti da sera scollatissimi, hanno passeggiato su e giù senza un loro striscione, ballando e facendosi fotografare in pose da dive. Un gruppo di signori in giacca e cravatta portavano invece cartellini al taschino con scritto "sono il tuo amministratore delegato", "sono il tuo barista", "sono il tuo barbiere", per dire in modo sobrio che i gay non sono persone poi così diverse. Nel corteo anche lo striscione degli 'Atleti omosessuali' e, a metà, il 'Triangolo del silenzio', quello dei gay sordomuti.

A Zurigo il corteo gay ha visto la partecipazione del presidente svizzero Moritz Leuenberger. Non una cosa da poco, come sottolinea l'associazione svizzera del Gay Pride, visto che tra migliaia di gay e di lesbiche che hanno manifestato oggi è la prima volta che si vede un capo di Stato. Nel suo discorso, il presidente Leuenberger, socialista, ha promesso ai dimostranti che il governo svizzero presenterà entro l'anno un pre-progetto per il riconoscimento legale di unioni tra persone dello stesso sesso, chiedendo comprensione per una "politica dei piccoli passi" in un campo così delicato. I gay hanno ringraziato il presidente offendogli un mazzo di fiori firmato 'Moritz, ti amiamo'.


La Repubblica online
23 giugno 2001


DIETRO LO SCANDALO

di GIULIANO ZINCONE


Un «Giubileo degli omosessuali»? Se la Chiesa avesse benedetto con questo nome il Gay Pride romano, avrebbe dato prova di autentico ecumenismo e di fertile generosità, nell'anno del Perdono. Il pontefice geniale che rivendica alleanze con i nemici antichi, con coloro che, nel recente passato, venivano ancora disprezzati come «perfidi giudei» o come «infedeli maomettani», poteva permettersi, forse, anche un gesto d'accoglienza e di bontà verso i figli che non fanno figli. In questo torrido pomeriggio, del resto, erano numerosissime le voci di coloro che chiedevano soprattutto d'essere accettati. Anche dalla Chiesa, certo. «Dio ama tutti, Dio ama pure me», gridava un cartello. C'erano i provocatori e le provocatrici, gli estremisti e i ribelli, naturalmente. La maggioranza, però, rivendicava ragionevoli diritti, denunciava sopraffazioni, ci ricordava che nella provincia di Foggia, la vita di un gay è un po' diversa da quella di chi lavora in un atelier milanese.
Nessuno può dimenticare i triangoli rosa che avviavano gli omosessuali alle camere a gas, durante il nazismo. Nessuno può nascondere l'esigenza di una severa e definitiva condanna (anche da parte del Vaticano) dei regimi che continuano a infliggere l'ostracismo statale, fino alla pena di morte, ai sudditi «diversi».
Si tratta di questioni tremendamente serie che molti, all'interno del Gay Pride, hanno affrontato con la necessaria indignazione. Poi c'è il lato spettacolare, esibizionista e carnevalesco, che rischia di prevalere, purtroppo, nella curiosità dei mass-media, molto attenti, di solito, allo stile «americano» dei riti collettivi. Simili ostentazioni, tuttavia, sono quasi sempre controproducenti, per qualsiasi minoranza. Esse servono, forse, a cementare la solidarietà all'interno del gruppo, ma scandalizzano gli estranei, e li allontanano. Questo è un problema cruciale. Che cosa desidera il movimento gay? Vuole che gli omosessuali vengano rispettati per quello che sono, oppure intende imporre modelli di comportamento (trasgressivi, esasperati) che dispiacciono alle maggioranze? Quale cultura porta a Roma il treno chiamato «Freccia Lesbica», quella dell'eguaglianza o quella dell'esagerazione? Don Rigoldi, che conosce le trappole degli emarginati, ha detto in tv: «Sì, le feste vanno bene, ma poi bisogna pensare alla vita di tutti i giorni. Se nella festa ci sarà sfida o esibizione, il lunedì sarà molto amaro». Per fortuna del Gay Pride, Roma è sempre l'antica gatta soriana che tutti conoscono. Non si limita a sbadigliare prima della pennichella, ma assorbe e digerisce da secoli ogni processione, ogni provocazione. Eccone una: il sito www.gay.com sembra invitare gli omosessuali a organizzarsi in consorteria, a chiudersi nel ghetto della «diversità», anche per ragioni commerciali. Infatti suggerisce viaggi, cibi & vini, spettacoli, ginnastiche, locali riservati agli adepti. In questo sito compare un articolo di Michelangelo Signorile, dove si parla (addirittura) dell'«impulso fascista del Vaticano», del Circo Massimo come sede di «brutali corse di bighe» e del Colosseo come «simbolo di persecuzioni» (di chi? Anche di qualche cristiano, a quanto par e). Così, senza accorgersene, i contestatori estremisti riducono la loro manifestazione a un confronto (perdente) con la vecchia Roma, città imperturbabile, che sonnecchia perfino davanti a un corteo vivacemente colorato. Il Vaticano, forse, avrebbe potuto imprimere alla Capitale una scossa morale, politica, religiosa, accettando un «Giubileo degli omosessuali». Perché no?

Corriere della Sera
9 luglio 2000


Commento
di Michele Serra


Pareva confortante, nell'attuale clima di capitolazione laica, che almeno sul Campidoglio reggesse il traballante parafulmine eretto in difesa del Gay Pride. Cioè del diritto di una comunità di sfilare pacificamente, secondo i propri insindacabili gusti, lungo le strade di Roma.
E invece la lista dei "purtroppo" si allunga. Purtroppo. E il Comune di Roma, in evidente panico giubilare, si è rimangiato il patrocinio a suo tempo concesso, sostenendo, con inappuntabile burocraticità, che l'impossibilità di concordare con i manifestanti "le modalità di svolgimento delle iniziative" rende impossibile "il mutuo consenso sull'evento".
POICHE' nessuno è nato ieri, si capisce benissimo che quel patrocinio avrebbe comportato, per la Giunta Rutelli, un alto prezzo politico. Siglare con il proprio logo una manifestazione che promette gaie dosi di quel "cattivo gusto" che tanto turba gli esteti di ogni ordine e grado, significava esporsi a critiche roventi. Non tutte di buon gusto, a giudicare dallo spregio omofobo che esonda da molta destra, da molti cattolici e dalla destra cattolica al completo, forte di una fresca condanna vaticana del "disordine oggettivo" degli omosessuali.
Ma proprio perché c'era da pagare un prezzo (evento sempre più raro in politica), ci si poteva illudere che il Comune accettasse di confermare generosamente la sua tutela formale a una manifestazione moralmente assediata. Anche per ribadire il principio che ogni "disordine oggettivo", specie se di minoranza, ha diritto di cittadinanza, e di espressione, come e quanto l'ordine soggettivo che ogni maggioranza tende a oggettivare.
Questo principio (che sarebbe poi la famosa libertà di espressione: niente di più, niente di meno) non ha retto all' urto delle polemiche. Così spontanee e corali da non avere neppure bisogno di essere orchestrate, tanto vivo e diffuso è il fastidio per l'omosessualità dichiarata, contrapposta a quella velata e clandestina che è stata, per l'occasione, rinominata virtuosa, per la serie "facciano quello che gli pare, basta che non diano scandalo".
Come se "dare scandalo" fosse, nel caso del movimento gay, uno sfizio carnevalesco, una mattana fine a se stessa, e non lo sbocco fortemente voluto di una condizione cupa e discriminata. Forse è il momento di ricordare, se non altro per un minimo di par condicio, e di decenza cronistica, che essere omosessuali ha significato, per milioni di persone, portare una soma di vergogna e un marchio di infamia. Ha significato essere derisi, picchiati e a volte uccisi. Ha significato togliersi la vita. Ha significato essere discriminati e perseguiti nel nome della legge. Ha significato finire nei lager. Ha significato essere froci, invertiti, finocchi, checche, culattoni. Ha significato portare il peso e il sospetto di una sinonimia pregiudiziale con i pedofili e con gli orchi, come se i pedofili e gli orchi non fossero in pari misura eterosessuali, e magari padri di famiglia.
Si guarda al folklore sguaiato di alcuni aspetti del movimento gay, e specialmente all'ostentazione fallocratica della sua ala più trivialmente "machista", come chi osserva il dito per non vedere la luna. Lo si fa innocentemente quando, come accade agli eterosessuali, sfugge il nesso tra orgoglio e identità sessuale - perché non è un nesso necessario, perché si è già accettati. Lo si fa colpevolmente quando si tende a spacciare per prevaricatrice e arrogante una minoranza ancora oggi isolata (come si è visto, come si vede). E questa è malafede, malafede frammista a paura, la paura dei normali che ha già armato tante volte il pregiudizio, la discriminazione e la violenza.
Il cattivo gusto è un pretesto. Ed è un pretesto perfino la presunta intenzione sacrilega che animerebbe alcuni dei gruppi più radicali diretti a Roma. Di gesti, parole e atteggiamenti ingombranti, sconvenienti, irrituali, sono piene le strade, le trasmissioni televisive, i ritrovi, la vita quotidiana. Dovessi fare un elenco delle cose che urtano la mia sensibilità, non finirei prima della conclusione dell' Anno Santo. Ma neppure mi sogno, come è ovvio, di promuovere a paradigma morale le mie convinzioni personali, seppure condivise da non pochi.
QUESTA, all'osso, era la questione sul tappeto. Se correre il rischio del "cattivo gusto" (e via: qualche cazzo di plastica, qualche chiappa che fa capolino come in ogni palinsesto che si rispetti...), se pagare il prezzo di una forte tensione con il Vaticano, se affrontare il (legittimo) risentimento dei cattolici (ma non tutti), pur di dare cittadinanza oggettiva e ufficiale al Gay Pride.
E' stato deciso di non farlo. E' l'ennesimo passo indietro dell' animo laico di questo paese. Ora faranno osservare, i nostri liberali papisti, che sotto altre religioni e altre culture li accoppano, gli omosessuali. Che si sta meglio dove non si sta peggio. E non ci si deve lamentare. Provino a manifestare a Teheran, gli omosessuali....Ma l'idea, giustappunto, non era che da Teheran ci separano due o tre secoli di lotta per liberare lo Stato dalla Chiesa, e la Chiesa dallo Stato?

La Repubblica
30 maggio 2000


DA SOCRATE A STORACE

di LUCIANO DE CRESCENZO



Il ministro per le Politiche agricole Alfonso Pecoraro Scanio, alla domanda su che cosa pensasse dell’annunciata marcia degli omosessuali, ha così risposto a Panorama : «Sono fatti loro, e non vedo in che modo possano offendere la religione. Per ciò che mi riguarda, infatti, sono per l’assoluta libertà sessuale, etero o omo che sia». Al che l’intervistatore ha cercato di capire meglio, e gli ha chiesto ancora: «Mi sta dicendo di essere bisessuale?». «Faccia lei - ha replicato il ministro -. Oggi come oggi non vivrei con un uomo, però... La sessualità è di certo un tema importante, ma non è il problema centrale della mia vita». Insomma, in questi giorni non si parla d’altro: e come non riandare con il pensiero al cosiddetto «amore greco», quello di cui tratta Platone nel Simposio ?
Socrate, pure essendo l’anagramma preciso di Storace, in materia di omosessualità la pensava in modo del tutto diverso dall’attuale presidente della Regione Lazio.
Cominciamo col dire che aveva una moglie, Santippe, della sua stessa età, in più un’amante diciottenne di nome Mirto, di professione collaboratrice familiare, e la bellezza di almeno quattro baldi giovanotti chiamati Agatone, Fedro, Erissimaco e Alcibiade, con i quali spesso e volentieri andava a letto. Ciò nonostante era considerato da tutti una persona di alto livello morale. Bellissimo il finale del Simposio dove Alcibiade, arrivando a fine cena, accusa senza mezzi termini il maestro. «Amici miei - dice Alcibiade - voi non potete immaginare quanto mi fa soffrire quest’uomo. Io le studio tutte per unirmi a lui e lui non fa altro che prendermi in giro. Un giorno...lo invitai a casa mia, proprio come fa un amante che tende una trappola al suo amato...Gli chiesi di dormire insieme nello stesso letto e lui freddamente mi rispose: "Mio caro Alcibiade, tu vuoi barattare la mia conoscenza del mondo con la tua bellezza. Dovresti renderti conto, però, che è come scambiare l’oro col rame, e che a me, sinceramente, non conviene". E ora eccolo lì che mi guarda e che se la ride sotto i baffi. Per farmi dispetto si è seduto proprio accanto al più bello di tutti noi, accanto ad Agatone». Tutte queste cose Alcibiade le dice ad alta voce, davanti a tutti, senza alcun problema, il che sta a significare che all’epoca nessuna critica poteva essere rivolta nei confronti degli omosessuali. Tutti i greci erano omosessuali, anzi erano bisessuali. Plutarco nel suo libro sull’Amore dice testualmente: «Se qualcuno mi chiede qual è il sesso che mi affascina di più, io rispondo: purchè ci sia la bellezza, non sto a vedere se l’amante è maschio o femmina».
L’unica differenza, infatti, era quella tra l’amore materiale, gestito da Afrodite Pandemia, e l’amore spirituale, protetto da Afrodite Urania. In ogni unione, poi, c’era un amante anziano chiamato eraste , e un amante più giovane chiamato eromane , e il rapporto non si limitava al sesso ma si estendeva anche all’insegnamento, questo da parte del più anziano, cioè dell’ eraste , nei confronti dell’ eromane : era quindi nel medesimo tempo un incontro erotico e un’attività pedagogica. Quello che è certo è che nessuno, ma proprio nessuno, se ne scandalizzava. Nell’ Iliade , tanto per dirne una, l’ira funesta del Pelide Achille si giustifica solo se si tiene conto che tra lui e Patroclo esisteva un rapporto omosessuale di grande intensità.
A questo punto ci si chiede: ma quando e perché è mutato il giudizio delle masse nei confronti degli omosessuali? Giorno più, giorno meno, io collocherei la data dell’inversione di rotta al 27 ottobre del 312 dopo Cristo, il giorno in cui Costantino, dovendo battersi con le truppe di Massenzio, e vedendo apparire in cielo una croce fiammeggiante con la scritta In hoc signo vinces , decise di aprire a destra, ovvero alla Democrazia Cristiana dell’epoca. Fu infatti l’avvento del cristianesimo a demonizzare il sesso in tutte le sue forme possibili, omo o etero che fossero, sempre se non finalizzate alla riproduzione della specie. Questa presa di posizione della Chiesa, in verità, non l’ho mai capita. Ma che male c’è a fare l’amore? Che poi lo si faccia con una persona dello stesso sesso o con una del sesso opposto non vedo proprio dove si nasconderebbe il male. L’unico peccato, infatti, che riesco a immaginare è quello dove si fa del male a qualcuno. Ora, se i due amanti sono consenzienti, ed entrambi maggiorenni, perché proibire il sesso? È mai possibile farlo solo quando si è deciso di procreare? Chiedo scusa per l’ingenuità di queste domande ma è da tanto che mi girano nella testa.



Luciano De Crescenzo

Corriere della Sera
2 Giugno 2000


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