R.F.Kennedy Speech on Martin Luther King, Jr.'s Death

I have bad news for you, for all of our fellow citizens, and people who love peace all over the world, and that is that Martin Luther King was shot and killed tonight.
Martin Luther King dedicated his life to love and to justice for his fellow human beings, and he died because of that effort.
In this difficult day, in this difficult time for the United States, it is perhaps well to ask what kind of a nation we are and what direction we want to move in. For those of you who are black -- considering the evidence their evidently is that there were white people who were responsible -- you can be filled with bitterness, with hatred, and a desire for revenge. We can move in that direction as a country, in great polarization -- black people amongst black, white people amongst white, filled with hatred toward one another.
Or we can make an effort, as Martin Luther King did, to understand and to comprehend, and to replace that violence, that stain of bloodshed that has spread across our land, with an effort to understand with compassion and love.
For those of you who are black and are tempted to be filled with hatred and distrust at the injustice of such an act, against all white people, I can only say that I feel in my own heart the same kind of feeling. I had a member of my family killed, but he was killed by a white man. But we have to make an effort in the United States, we have to make an effort to understand, to go beyond these rathe difficult times.
My favorite poet was Aeschylus. He wrote: "In our sleep, pain which cannot forget falls drop by drop upon the heart until, in our own despair, against our will, comes wisdom through the awful grace of God."
What we need in the United States is not division; what we need in the United States is not hatred; what we need in the United States is not violence or lawlessness; but love and wisdom, and compassion toward one another, and a feeling of justice toward those who still suffer within our country, whether they be white or they be black.
So I shall ask you tonight to return home, to say a prayer for the family of Martin Luther King, that's true, but more importantly to say a prayer for our own country, which all of us love -- a prayer for understanding and that compassion of which I spoke.
We can do well in this country. We will have difficult times; we've had difficult times in the past; we will have difficult times in the future. It is not the end of violence; it is not the end of lawlessness; it is not the end of disorder.
But the vast majority of white people and the vast majority of black people in this country want to live together, want to improve the quality of our life, and want justice for all human beings who abide in our land.
Let us dedicate to ourselves to what the Greeks wrote so many years ago: to tame the savageness of man and make gentle the life of this world.
Let us dedicate ourselves to that, and say a prayer for our country and for our people.

April 4, 1968, Indianapolis, Indiana


Oggi con la vedova Coretta si commemora la manifestazione del 28 agosto 1963, svolta nella lotta per l’uguaglianza

Martin Luther King, il «sogno» si ripete

Grande marcia a Washington per ricordare il discorso che aprì gli occhi dell’America sui diritti dei neri


DAL NOSTRO INVIATO 

WASHINGTON - Racconta Jack Malinowsky che quando passò davanti alla Casa Bianca, quel giorno, gli venne in mente il presidente: «Che cosa starà pensando di noi?». Erano infatti in 250 mila, la più grande massa di gente rovesciatasi nel centro di Washington dalla fine della guerra. File interminabili di autobus e di macchine, poi una fiumana umana che si rovesciava di viale in viale. 
Uomini e donne di ogni età, per un quinto bianchi come Malinowsky, che allora era un attivista cattolico e oggi è un pensionato di 63 anni ritiratosi nella sua casetta in Pennsylvania; e tutti gli altri neri, venuti da ogni parte d'America per la marcia dei diritti civili. Per chiedere il diritto al voto, che ancora non avevano. Il presidente John F. Kennedy, certo, li vide passare a gruppi, ed ebbe da riflettere anch'egli. Tre mesi dopo, a Dallas, lo uccisero. Così come sarebbe stato ucciso 5 anni più tardi anche il creatore di quella straordinaria giornata: Martin Luther King Jr., l'uomo che in quel 28 agosto 1963 aveva scandito: «Io ho un sogno...». «Sogno che un giorno, giù nell'Alabama, i ragazzine e le ragazzine nere potranno tenersi per mano con I ragazzini e le ragazzine bianche, come fratelli e sorelle. Ho un sogno, oggi, che un giorno ogni valle sarà riempita, e ogni collina innalzata, e ogni montagna abbassata, e che i posti scoscesi vengano trasformati in pianure e quelli tortuosi raddrizzati, e che la gloria di Dio possa essere rivelata e che ogni carne umana possa esserne testimone. Questa è la nostra speranza. Questa è la fede con cui io ritorno nel Sud. Con questa fede, noi riusciremo a cavar fuori dalla montagna dalla disperazione un sassolino di speranza». 
La ruota della storia ha girato per tutti, sono passati quarant’anni dalla marcia. Però nessuno ha dimenticato. E oggi, l'America celebra la ricorrenza con altre manifestazioni in quello stesso luogo, davanti al memoriale di Lincoln e nella spianata del Mall, il cuore di Washington. Sono attese migliaia di persone, mobilitate da alcune centinaia di organizzazioni. Non l'ondata possente di allora, poiché il cielo d'America è cambiato. Ma ugualmente, una presenza di significato anche politico: dietro, ci sono infatti 30 milioni di afro-americani, il 12 per cento della popolazione, quelli stessi che 40 anni fa dovevano dissetarsi a fontane separate o dormire in motel segregati, quelli stessi che furono sbeffeggiati e perfino - in alcuni casi - aggrediti e uccisi per essersi avvicinati ai seggi elettorali; queste stesse persone oggi rappresentano un serbatoio di voti che fa gola a molti, in vista delle presidenziali del 2004. Fa gola all'opposizione democratica, tradizionalmente più vicina a questa grande fascia con i suoi temi della lotta alla disoccupazione o della difesa dei servizi sociali. Contro lo spettro dell’astensionismo, gli organizzatori vogliono approfittare della marcia per aprire la campagna per la registrazione di milioni di nuovi elettori nell’elenco dei votanti (che non è automatica). Ma questo stesso serbatoio interessa molto anche alla maggioranza repubblicana, decisa com'è a giocare la carta della ripresa economica interna. 
La vedova del «Dottor King», Coretta, e il figlio Martin Luther III, guideranno oggi il corteo. Poi ci saranno concerti, preghiere, discorsi. 
Quarant'anni fa suonarono anche Bob Dylan e Joan Baez: non «We shall overcome» che doveva diventare l'inno dell'opposizione alla guerra in Vietnam, ma altri brani come «Keep your eyes on the prize», tieni fissi i tuoi occhi sul premio, sulla meta; stavolta i due bardi della sit-in generation, la generazione pre-sessantottina dei sit-in, probabilmente non ci saranno. Ma la «hip-hop generation», o quella sorella dei rap, che pure dominano la giovane cultura nera, hanno annunciato la loro presenza attraverso molti cantanti e compositori. Ci saranno anche componenti che nel '63 non c'erano: i movimenti gay, le corali di nuove chiese e di nuovi gruppi inter-religiosi, alcuni movimenti post-femministi o ispirati alla New-Age, e anche gruppi di pressione che cercano un contatto sociale e culturale con l'ultima immigrazione latina. Ha detto il figlio del «dottor King»: «Penso che sia meraviglioso avere i "vecchi" dei sit-in accanto ai giovani hip-hop, per iniziare insieme il processo di cambiamento dell'America». 
Parole d'ordine, vecchie e nuove utopie, sfide; a volte, illusioni. Uno degli organizzatori della marcia del 1963 ricorda per esempio che, nel 2003, la percentuali degli elettori votanti fra gli afro-americani non supera ancora il 50 per cento. Che la maggioranza dei detenuti nei «bracci della morte», o dei soldati in Iraq, ha ancora la pelle nera, che insomma molta strada resta da fare. E proprio per questo, dice, oggi si marcerà ancora. 


Luigi Offeddu 
Corriere della Sera
23 agosto 2003

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