ATTUALITA' E VITALITA' DEL SOCIALISMO DEMOCRATICO

di GIORGIO NAPOLITANO


Pubblichiamo qui di seguito l'intervento di Giorgio Napolitano apparso su "Le ragioni del socialismo" l'8 febbraio scorso in occasione dei primi dieci anni di attività della rivista fondata e diretta da Emanuele Macaluso.


Ha ancora senso parlare delle "ragioni del socialismo"? Ha ancora senso richiamarsi a quel patrimonio dei valori ideali e culturali, di esperienze storiche - movimenti sociali, stagioni di governo - di organizzazioni politiche, che ha identificato e identifica il socialismo democratico? A quanto pare, se ne dubita ormai fortemente nella sinistra italiana, e nel suo maggior partito, benchè sia membro dell'Internazionale socialista: e si tratta di un dubbio che si riflette anche nell'approccio al tema di gran moda, quello del possibile concorso alla costruzione di un nuovo partito democratico (o riformista).

Occorre a questo proposito distinguere, innanzitutto, tra due problemi che vengono spesso confusamente intrecciati. Un problema è l'esistenza o meno delle condizioni per far crescere in Italia un grande partito socialista democratico dello stampo e del peso di quelli affermatisi da lungo tempo negli altri paesi dell'Europa democratica. Altro problema è quello della validità, ancora oggi, di un ancoraggio a quell'area e a quel patrimonio da parte delle attuali formazioni della sinistra italiana e segnatamente da parte del partito che è nato dallo scioglimento del PCI. Sul primo aspetto, non ripeterò la mia convinzione: che l'ulteriore tentativo, compiuto anni fa a Firenze con la trasformazione del PDS in Ds, è sostanzialmente fallito anche perché era probabilmente tardivo in modo irrimediabile. Troppe occasioni erano state mancate, a partire almeno dall'inizio degli anni '80, per far approdare le forze ancora vitali del Pci alle sponde della socialdemocrazia europea e per rendere così possibile una autentica unità della sinistra italiana di ispirazione socialista. Era stata mancata addirittura anche l'occasione della svolta del 1989, che aveva sì sancito la conclusione della parabola del PCI, ma senza caratterizzare in senso socialdemocratico il nuovo partito cui si diede allora vita. La conseguenza del tipo di scelta che si volle compiere con il PDS e dei comportamenti politici che ne accompagnarono la nascita fu tra l'altro una fatale dispersione di energie - quelle, in sostanza, provenienti dal PSI - e quindi un assai grave ridimensionamento del peso della sinistra.

Può dunque facilmente concludersi che non sia ormai realistico perseguire l'obiettivo di far assumere al partito dei DS la fisionomia e l'influenza di un partito socialista democratico capace, al pari dei più significativi confratelli europei, di svolgere il ruolo di forza determinante e di guida dello schieramento da contrapporre al polo conservatore, di destra i centro-destra, nella competizione per il governo del paese.

Ma ciò non significa (e vengo al secondo dei problemi indicati) che i DS non potrebbero - senza proporsi più ambiziosi, irraggiungibili traguardi - operare e consolidarsi come forza pur sempre essenziale per assicurare all'Italia un governo democratico avanzato, concorrendovi in condizioni di parità con altre forze e caratterizzandosi per il suo apporto di partito del socialismo europeo. In fin dei conti, è così che i DS si presentarono alla sfida elettorale del 1996 e sembrarono intenzionati a muoversi, almeno fino al Congresso di Pesaro. Vero è - di certo non lo dimentico - che il sistema maggioritario indusse a presentare candidati comuni nei collegi uninominali, all'insegna dell'Ulivo e sotto la guida di Romano Prodi, e che l'Ulivo sprigionò una forza di attrazione e un valore aggiunto tali da configurarlo come soggetto politico unitario, cioè qualcosa di più di una tradizione alleanza elettorale. Ed è egualmente vero che in tutte le elezioni locali e regionali - regolate anch'esse da sistemi maggioritari - la forza d'attrazione e il valore aggiunto dell'Ulivo si confermarono notevoli.
Tuttavia, che cosa fosse da intendersi per "soggetto politico unitario", rimase per parecchio tempo dubbio e controverso. Fu in definitiva solo col Congresso di Roma (2005) dei DS, che dopo le aspre dispute di anni precedenti sul rapporto tra i partiti, l'Ulivo e il suo leader, i DS si pronunciarono per la confluenza delle forze riformiste del centro-sinistra, a cominciare dagli stessi DS e dalla Margherita, in una Federazione. Se, sulla base di regole che furono in qualche misura concordate, la Federazione avesse preso corpo, i partiti aderenti avrebbero conservato fisionomie e organizzazioni distinte, e l'esperienza avrebbe suggerito i possibili ulteriori sviluppi di quella esperienza comune. Ma quasi di colpo alla scelta presto abortita della Federazione si è, dall'autunno del 2005, sovrapposta la prospettiva di un nuovo partito in cui DS, Margherita e altri dovrebbero fondersi: e vi si è sovrapposta come prospettiva ravvicinata, sui cui tempi si sono sentiti vari accenti - i prossimi anni, l'arco della prossima legislatura, o addirittura l'immediato dopo-elezioni per l'avvio, almeno, del progetto, Mentre sul nome, si è finito col dare quasi per scontato quello di "Partito Democratico".

La molla che ha prodotto una simile accelerazione, una specie di brusco salto in avanti, è stata, come si sa, la vicenda delle primarie che hanno investito Romano Prodi come candidato Presidente del Consiglio per l'Ulivo e per l'intero centro-sinistra. Ma come si può sostenere che nel successo delle primarie, per quanto indubbiamente rilevante e significativo, si sia espressa una concreta e perentoria petizione per il partito unico dei riformisti, per il "partito democratico"? Da quei 4 milioni di uomini e donne è venuta piuttosto una forte richiesta di coesione tra le forze dell'Unione e innanzitutto tra quelle dell'Ulivo: richiesta del tutto comprensibile, di fronte a tensioni e spesso ad aperte divergenze e polemiche che incrinano la credibilità e le possibilità di vittoria dello schieramento di opposizione de alternativa alla destra. Ma un tale, necessario impegno di coesione non richieste di per sè la fusione in un solo partito (che comunque non riguarderebbe tutte le componenti del centro-sinistra): nè la nascita - magari a tappe forzate - di siffatto partito garantirebbe comunque il superamento delle divergenze e tensioni di varia natura determinatesi tra partiti rimasti distinti e alleati.

Ma indipendentemente dall'interpretazione delle istanze espresse da un'ampia base di militanti e di elettori, si propone una motivazione "oggettiva" per la nascita del partito democratico: la necessità di assicurare al governo di centro-sinistra, nell'ipotesi di vittoria sulla "Casa delle libertà", un sicuro timone riformista, tanto più indispensabile quanto più frammentata ed eterogenea sia la coalizione vincente. Questo timone dovrebbe essere rappresentato dalle forze dichiaratamente riformiste e comunque portatrici di una coerente visione di governo dei problemi: ma tale fu la motivazione che si diede già per la scelta della Federazione, nè un'esperienza concreta ha dimostrato l'inadeguatezza di questa scelta.

Non ritengo di dovermi soffermare sull'altro argomento, secondo cui il passaggio dall'ipotersi della Federazione al partito democratico sarebbe necessario e urgente per dare al leader dell'Ulivo e possibile Presidente del Consiglio, privo di un partito di riferimento, la guida, di una "sua" formazione politica. Non mi soffermo su questo argomento, perché mi sembra intrinsecamente debole una visione così personalizzata del complesso problema dell'articolazione di uno schieramento come quello aggregatosi attorno a Romano Prodi, e non mi pare una risposta convincente all'"anomalia" della designazione di un leader dell'alleanza che non è il leader nè del maggior partito di tale alleanza nè di nessun altro.

Vengo piuttosto alla questione di fondo: come i sostenitori della soluzione - o formula - del partito democratico, tendono a delinearne i contorni, e come questi si possano rapportare alla fisionomia che i DS hanno scelto di darsi finora, al loro ruolo di forza del socialismo europeo. Pretendere di esaurire il problema con definizioni del tipo "un partito in cui confluiscano i diversi riformismi propri della storia d'Italia", non basta e non convince. Perché si rischia così di banalizzare una verità storica - l'esistenza, in Italia più che altrove, di molteplici culture e correnti riformiste: di banalizzarla per l'assenza di una riflessione e di un confronto che conducano a un giudizio ben fondato su quanto di peculiare presenti ciascuna di quelle correnti e tradizioni, e quanto di comune, di riducibile "ad unum" e non solo di compatibile con una condivisa piattaforma di governo.

I più zelanti fautori del "nuovo" si sono perfino spinti a dichiarare il superamento delle tradizioni e culture del Novecento, riferendosi in particolare alla tradizione del socialismo democratico (non già, dunque, della sola ideologia comunista). I teorici di questa tabula rasa, orientati soprattutto a considerare un "cane morto" l'esperienza e l'elaborazione socialdemocratica, arrivano magari a lodare, oggi, la pretesa lungimiranza di quei dirigenti del PCI e promotori della scelta del 1989, che vollero connotare il PDS come partito non socialista democratico ma semplicemente "democratico", sia pure di sinistra. In quel modo essi mostrarono in realtà di non saper rompere con le ambiguità del PCI di Berlinguer e tesero a coprire quell'antico condizionamento con la provinciale presunzione di poter indicare a tutti, in Europa, un passaggio nuovo "oltre" le tradizioni sia comunista sia socialista. E tuttavia non poterono non chiedere, contraddittoriamente, di aderire all'Internazionale socialista.

D'altronde non era sostenibile allora, e non lo è oggi, una rappresentazione del socialismo democratico europeo come isterilito dalla crisi delle elaborazioni e impostazioni di governo che culminarono nel Welfare State e che ressero fino agli anni '70. Quella crisi è stata riconosciuta e analizzata da partiti socialisti, laburisti , e socialdemocratici che hanno saputo formulare e perseguire seri tentativi di correzione e innovazione; nè quella crisi ha abbracciato l'intero arco delle esperienze e dei valori di cui il socialismo democratico è portatore. E per socialismo democratico non intendo tanto organizzazioni, oggi visibilmente poco attive e vitali, come l'Internazionale socialista o il Partito dei socialisti europei (PSE), ma piuttosto l'insieme dei partiti e delle forze operanti su scala nazionale e anche su scala sovranazionale attraverso il gruppo socialista nel Parlamento europeo. Accenti più accorti, rispetto alla sommarietà e alla furia sollecitatrice di certi appelli per il partito democratico, sono venuti da Francesco Rutelli in una sua recente esternazione sul tema (apparsa in "Europa" il 19 gennaio). Egli ha negato che si vogliano "svuotare i bagagli delle eredità politiche e culturali del XX secolo", e ha proiettato in un orizzonte più ampio e lontano la soluzione del problema di un rapporto che non può chiedere ai DS di abbandonare, quello col socialismo europeo e le sue organizzazioni.

E allora, l'interrogativo fondamentale appare quello posto di recente anche da Massimo Cacciarti, non certo classificabile tra i difensori dell'esistente. "I processi politici non si impongono dall'esterno" (dei partiti costruiti e delle storie vissute dai tanti). "Occorrono processi condivisi, congressi di partiti, un dibattito culturale di alto livello". Solo così si potrà definire seriamente lo sbocco a cui tendere. E dico questo, non perché mi persuada e mi esalti l'esistente, inteso specificatamente come partito dei DS, sulla cui attuale condizione e in particolare sulla cui vita democratica, ci sarebbe molto da discutere, e con crudezza; ma perché se si tendesse con superficialità, sulla base di approcci frettolosi e in qualche modo strumentali, a un nuovo sbocco politico e organizzativo chiamato "partito democratico", si rischierebbe di dissolvere più che di costruire.
 


Fausto Bertinotti : discorso di insediamento come Presidente della Camera dei Deputati.

Un pellegrinaggio ideale nei luoghi dove è nata la nostra Costituzione. Confronto e dialogo per far crescere la società civile e per combattere guerra e terrorismo 

 

Signore deputate, signori deputati, mi rivolgo a voi direttamente senza la lettura di un testo scritto per sottolineare con un piccolissimo gesto il senso di apertura, di confronto e di dialogo che vorrei prevalesse in questo Parlamento.

Ringrazio allo stesso modo chi ha voluto votarmi e chi, altrettanto comprensibilmente, mi ha negato il suo voto. Vorrei così richiamare alla pari dignità politica di ognuna e di ognuno in quest’aula, del governo come dell’opposizione, della maggioranza come della minoranza. Vorrei che ognuno di voi e ogni parte politica potesse contare sul mio assoluto rispetto di questo principio.

 

Saluto le donne e gli uomini del nostro paese. Saluto il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi anche per il modo autorevole e popolare con cui rappresenta il paese. Attendo l’elezione del Presidente del Senato, al quale fin da ora assicuro la mia collaborazione. Saluto il presidente della Corte costituzionale.

A Pier Ferdinando Casini, che mi ha preceduto in questo importante incarico con una capacità e con un senso delle istituzioni che spero di potere imitare, va il sincero ringraziamento mio e di tutta l'Assemblea.

Auguro a tutte le deputate ed a tutti i deputati, all’insieme dell'Assemblea buon lavoro. Ne ha bisogno il paese, ne hanno bisogno le nostre istituzioni democratiche.

 

Credo che il primo compito che tocca a tutti noi sia quello di lavorare ad una forte valorizzazione del ruolo del Parlamento della Repubblica italiana. Si tratta, credo, di una necessità storica in questi nostri tempi difficili.

Tempi di un passaggio impegnativo per la democrazia in Italia e in Europa.

Viviamo ogni giorno il rischio di un distacco del paese reale dalle istituzioni, il rischio di una separazione della quotidianità della vita delle donne e degli uomini dalla politica, il rischio che in questo quadro una parte della società - quella più debole, quella più spogliata - venga trascinata fuori dal quadro della politica. La politica tutta vive una sua crisi, eppure dal nostro paese viene alta e grande una domanda di politica, come si è visto anche dalla partecipazione alle recenti elezioni: una domanda esigente e, a volte, aspra.

 

Il Parlamento non potrà da solo risolvere questi grandi problemi, affrontare questa dura crisi, ma può concorrere alla rinascita e allo sviluppo di tutte le forze democratiche, di partecipazione e di politica; concorrere con l’insieme delle istituzioni democratiche e attraverso la partecipazione delle donne e degli uomini del nostro paese, con cui penso possiamo lavorare alla riqualificazione dello spazio pubblico, che ognuna e ognuno possa vivere come propria comunità.

Credo che dovremmo guardare con attenzione e cura a tutte le amministrazioni da cui dipende la vita dello Stato repubblicano. Rivolgo da qui un’attenzione a tutti i dipendenti pubblici, ai corpi dello Stato, alle sue amministrazioni centrali e locali, centrali e territoriali, affinché possano dispiegare tutta la loro potenzialità.

Vorremmo concorrere a valorizzare la loro autonomia, le loro autonomie, che sono una grande ricchezza per il paese - tutte le autonomie, da quella della magistratura a quella del servizio pubblico di comunicazione e di informazione - per far sì che tutti noi possiamo sentirci cittadini di uno Stato di diritto e cittadini conosciuti e riconosciuti.

Più in generale, di fronte a questo Parlamento sta il compito di un rapporto positivo tra il paese reale e le istituzioni. Il popolo deve poter investire tutta la sua fiducia sulle istituzioni democratiche per nuove conquiste di libertà, di diritti alle persone, anche liberandoli in tanta parte del paese dai gioghi che subiscono, a partire da quello intollerabile di ogni mafia, per una nuova frontiera da costruire di giustizia sociale e di sicurezza delle cittadine e dei cittadini, sicurezza nel senso più alto di diritto al futuro, e cioè il diritto di poter costruire i propri destini.

Per questo noi vogliamo contare sulla scuola come una parte fondamentale nella costruzione di una nuova convivenza e vorrei qui ricordare il lavoro prezioso delle insegnanti e degli insegnanti che costituiscono un patrimonio per il futuro del nostro paese. Un patrimonio con cui lavorare e sconfiggere la peggiore delle selezioni di classe, quella che può colpire in giovane età ragazze e ragazzi, spingendoli all’esclusione. Vorrei ricordare da questa tribuna la lezione, in cui vorrei tutti ci riconoscessimo, di una grande coscienza civile e di un riformatore del nostro paese che su queste cose tanto ci ha insegnato: don Lorenzo Milani.

 

Ma le istituzioni democratiche sono vitali se cresce con esse la società civile. Questa relazione sociale e umana, che fa la cultura grande di un paese, può essere oggi il fondamento anche di una nuova economia, non solo di una civiltà: l’Italia ha qui la sua risorsa più grande. Perciò, vorrei che potessimo vivere insieme - insieme -pur nella diversità delle posizioni politiche, un allarme: il rischio della crisi della coesione sociale, che può attraversare l’Italia come tutta l’Europa. Interroga la politica questa crisi. C’è una fatica di vivere, un’incertezza, qualche volta una perdita di senso, in parti della società che vengono spogliate di futuro. Vivono, queste realtà drammatiche, insieme a tante esperienze di speranza, di innovazione, di investimento sul futuro. Per battere le prime, il Parlamento può inscrivere la sua iniziativa nell’impegno - comune - a costruire popolo, appartenenza, comunità.

 

Sono un uomo di parte: un uomo di parte che, perciò, non teme il conflitto; che sa che la politica chiede scelte, confronto tra tesi diverse, anche opposizioni e persino contrapposizioni. Ma una cosa vorrei che fosse bandita dal nostro futuro politico: quella di lasciare scivolare la politica nella coppia amico-nemico, in cui c’è la negazione di quello che pensa diversamente da te. Abbiamo bisogno, insieme alle differenze, e persino ai contrasti, di costruire un concorso per realizzare un’Assemblea, questa, che parli a tutto il paese il linguaggio della convivenza, della convivenza anche oltre la politica, della convivenza come valorizzazione delle differenze, delle diversità da non negare ma, anzi, da nominare e da riconoscere: differenze di genere, attraverso le quali si manifestano due punti di vista diversi nel mondo; differenze etniche, tra nativi e migranti; differenze generazionali; differenze tra credenti e non credenti e tra le molte fedi.

La laicità non è solo un’eredità del passato; e non è neppure solo la più necessaria e condivisibile difesa dell’autonomia del legislatore. La laicità chiede, in Italia come in Europa, una sua rielaborazione, per farne l’orizzonte di una nuova convivenza, della costruzione di una cittadinanza universale in cui progettare il nostro futuro, un futuro che sta sospeso tra rischi terribili e grandi speranze. Progettare il futuro: si può! Lo sapremo fare, quale che sia anche la radicalità del nostro dissenso, se sapremo riandare alle radici più profonde del nostro popolo e delle sue grandi culture.

 

Questa legislatura si apre tra il 25 aprile ed il 1°maggio, due date importanti della nostra storia. Il 1°maggio, la festa del lavoro, ci raccorda ad una questione fondamentale: il rapporto tra il lavoro e la vita, che decide, spesso, il livello di società e di civiltà. Per anni, non solo questi ultimi, si è vissuto un oscuramento nel mondo del lavoro: un lavoro che ha subito spesso una svalutazione sociale, alla fine della quale è spuntata drammaticamente la precarietà come il male più terribile del nostro tempo. Io penso che sia intollerabile. Perciò, dobbiamo riprendere il filo di un diverso discorso, per restituire il futuro alle nuove generazioni, che ce lo chiedono in molti modi, ma che ce lo chiedono così intensamente.

Il 25 aprile è la radice della nostra Repubblica. Vorrei che questa Assemblea potesse idealmente svolgersi a Marzabotto, in quel cimitero sopra una collina annegata nel verde, in un silenzio che esalta il ricordo del genocidio, degli orrori della guerra. Anche lì, signore deputate, signori deputati, è nata la nostra Costituzione, la sua irriducibile scelta di pace, riassunta nell’articolo 11 della Costituzione. C’è lì la ragione prima della nostra irriducibile lotta contro la guerra e contro il terrorismo. Noi piangiamo anche oggi le vite di soldati italiani uccisi a Nassiriya; anche oggi portiamo la nostra umana solidarietà alle famiglie di questi cittadini. L’una e l’altra cosa ci fanno intendere il dolore per ogni vittima della guerra e del terrorismo.

 

Perciò, vorrei che facessimo insieme nell’avvio di questi nostri lavori un pellegrinaggio, il pellegrinaggio che Piero Calamandrei indicava ai giovani.

Ha scritto Piero Calamandrei: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione »: lì c’è l’origine della nostra Repubblica! Vorrei che questo pellegrinaggio fosse il viatico per il lavoro di questa Assemblea, in cui ognuno possa riconoscersi per trovare nelle radici le ragioni e la forza per progettare il futuro dell’Italia, dell’Europa e del mondo.


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