UNO STORICO RICOSTRUISCE IL CONTRASTATO RAPPORTO TRA COMUNISTI ITALIANI E PICCOLO SCHERMO

Il Pci e la televisione un odio a prima vista 


«LA tv sarà un privilegio riservato a pochi eletti. Ma di invidiarli francamente non ci sentiamo. Francamente verrebbe voglia di chiamar "privilegiati" quelli che nella rete non son caduti». Così l'Unità commentava, il 9 gennaio 1954, il debutto della televisione italiana. La storia del contrastato rapporto fra il Pci e la tv comincia così, e certo non si può dire che sia stato un amore a prima vista. I comunisti, e in generale la sinistra, vedevano nell'avvento della televisione una forma ulteriore, e forse estrema, di «americanizzazione» della società, e ne condannavano a priori il carattere individualista e socialmente disgregante (nonostante i tentativi di dar vita a «gruppi di teleabbonati» sul modello dei cineforum). Quanto al merito dell'offerta televisiva - allora assai limitata - il Pci aborriva i programmi d'intrattenimento perché, secondo le parole di Maria Antonietta Macciocchi, allora direttore del settimanale di area Vie nuove, causavano «l'inebetimento dei cervelli» e sviavano dall'impegno sociale. Così, quando l'Italia impazzì per Lascia o raddoppia, il Pci pronunciò la sua scomunica: si trattava di un gioco «pericoloso» e insieme «crudele», perché faceva balenare la possibilità di grosse vincite, lasciando credere che il denaro risolvesse i problemi della vita, e perché trasformava la conoscenza in un mero strumento di arricchimento individuale. Naturalmente, di pari passo con la polemica culturale anche durissima, frutto sostanzialmente di una visione ideologica dell'arte e della società di massa e dunque, in definitiva, di un'incomprensione quasi strutturale, procedeva anche la polemica sull'accesso: cioè sulla possibilità e sulla necessità - intuite le immense capacità di propaganda e di costruzione del consenso del mezzo televisivo - che anche la sinistra avesse i suoi spazi, i suoi programmi, la sua voce. Insomma, demonizzazione e lottizzazione, se così possiamo dire, coesistono fin dal principio. Fa eccezione - e non è certo un caso - Palmiro Togliatti: che su Rinascita, all'indomani dei funerali teletrasmessi di Pio XII, osserva che «il Vaticano è stato tratto giù dal cielo e portato sulla terra. (...) Tutto ciò contiene elementi notevoli di progresso mentale. È stata una lezione di cose, forse più efficace di molti testi di razionalismo». Togliatti è il primo a sinistra a capire che la televisione, nell'istante in cui trasforma in spettacolo la realtà, qualsiasi realtà, anche le sottrae ogni aura sacrale: la tv demitizza, la tv è antiretorica per natura, indipendentemente dall'uso ideologico che se ne intende fare. È una svolta teorica: che tuttavia non avrà seguito né sul piano culturale, né su quello politico. Giandomenico Crapis ha raccolto in volume (Il frigorifero del cervello, Editori Riuniti, pp. 221, e 14,50) una massa amplissima di documenti (articoli, interviste, atti di convegni) che documentano il rapporto fra il Pci e la tv e che permettono di ricostruirne dall'interno gli snodi essenziali. Da Lascia o raddoppia alla battaglia parlamentare contro la tv a colori («Chi l'ha detto che gli italiani sono tanto ansiosi di vedere un telegiornale a colori quando le bugie saranno le stesse di quello in bianco e nero?», si chiedeva l'Unità nel '72), dalla riforma della Rai all'avvio della lottizzazione («Ma cari compagni - diceva Giancarlo Pajetta nel '73 - il problema non è quello di sognare circuiti alternativi per lasciare agli altri i circuiti del potere: noi non ci teniamo ad essere degli "underground"!»), fino all'esplosione della tv commerciale, non c'è momento in cui il Pci non mostri incomprensione e sottovalutazione, inadeguatezza culturale e impreparazione politica. C'è tuttavia un paradosso macroscopico in tutto ciò: la televisione diventa rapidamente il più potente motore della modernizzazione e della sprovincializzazione del Paese, e dunque finisce con lo svolgere un ruolo oggettivamente «progressista» sul piano del costume, dei rapporti sociali, degli stili di vita: tanto che a metà degli anni Sessanta si scatena una violenta campagna politica - i cui protagonisti principali saranno Montanelli, Saragat e la destra democristiana ostile a Fanfani - contro la tv di Bernabei, accusata di essere troppo «di sinistra» e di fare, in definitiva, il gioco dei comunisti. I quali comunisti, tuttavia, e nonostante lo sforzo compiuto da Rossana Rossanda, dal '62 al '66 responsabile culturale del partito, continuano a considerare la tv non un mezzo di comunicazione di massa, ma, con un polemico gioco di parole, nient'altro che «un mezzo di pressione ideologica di massa» (così il critico televisivo di Rinascita nel '67) di cui, tutt'al più, occupare qualche spazio. La destra aveva insomma individuato con grande chiarezza la funzione «progressiva» della televisione, certa che la sinistra ne avrebbe tratto vantaggio proprio perché «sinistra» e «progresso», «sinistra» e «modernità» erano considerati perfetti sinonimi. Così invece non era, sebbene nessuno lo dicesse e i più neanche lo pensassero: ma deve far riflettere che proprio intorno alla televisione si consumi quel divorzio fra sinistra e modernità le cui conseguenze gravano ancor oggi sulla politica italiana. Si potrebbe azzardare una tesi conclusiva: il Pci non ha capito la tv perché non ha capito la modernità. Oppure, all'inverso: il Pci ha combattuto la tv perché vi ha visto, non senza ragione, i tratti di una modernità giudicata pericolosa perché contrassegnata dal passaggio dalla «classe» al singolo, e dunque di per sé disgregante. I comunisti infatti condannavano la tv, come riassume Menduni nell'introduzione al libro, «per un pregiudizio contro la "sovrastruttura" a vantaggio delle lotte materiali, per il suo carattere domestico e familiare, per la difficoltà di disporre di qualche base organizzata nell'impalpabile e disperso pubblico televisivo». Se ci pensiamo un poco, il pubblico televisivo - «sovrastrutturale», atomizzato, individualista e impalpabile - non è altro che la società di oggi: quella stessa società che la sinistra fatica a comprendere e a rappresentare.

Fabrizio Rondolino 
26/3/2002


Perchè l'America ha dominato il Novecento: dialogo con lo studioso Olivier Zunz 

La formidabile rete che ha creato gli States

di Arnaldo Bagnasco 

Arriva nelle librerie in questi giorni Perché il secolo americano? (il Mulino), di Olivier Zunz, studioso francese che vive negli Stati Uniti e insegna dell’Università della Virginia. Ne discutiamo con l’autore. 

BAGNASCO. «La famosa espressione “secolo americano”, di Henry Luce, negli anni quaranta, esalta il ruolo degli Stati Uniti sulla scena mondiale. Alle spalle sta una società nazionale con uno sviluppo economico senza precedenti. 

Colpisce, nel libro, che il suo modello di società americana dia molto spazio al ruolo giocato dalla mano visibile, vale a dire da un progetto, certo pragmatico, ma anche esplicito di costruzione della società. 

Di solito, quando si pensa alle forze che hanno disegnato la società americana, vengono evocate piuttosto particolarità latenti della sua cultura - lo spirito cooperativo, la capacità di creare associazioni di cui aveva parlato Tocqueville, per esempio - oppure la mano invisibile del mercato, un meccanismo automatico. 

Per lei un pilastro decisivo sarebbe piuttosto quella che lei chiama “la matrice istituzionale della ricerca”, una formidabile e elastica rete, immaginata e stabilita molto presto fra università, centri di ricerca pubblici e privati, imprese, fondazioni indipendenti, amministrazioni pubbliche, per la produzione della conoscenza necessaria allo sviluppo economico e alla gestione di una società democratica di massa. Questa è davvero una differenza decisiva rispetto all’Europa». 

ZUNZ. «Già in parte alla fine del XIX secolo e certamente negli anni venti, l'America di Tocqueville, con la sua abbondanza di terre a buon mercato, un governo debole, una società di piccoli imprenditori e coltivatori, in breve, l'America della Frontiera è in gran parte scomparsa. 

All'inizio del XX secolo, gli Stati Uniti diventano la prima potenza industriale e economica del mondo, con tassi di crescita record in nuovi settori industriali. 

Tutte le élites, non solo politiche e degli affari, ma anche professori universitari e manager partecipano, a diversi livelli, alla politica di prosperità. Essi si incontrano in nuove strutture manageriali: università, fondazioni, laboratori industriali. La ricerca scientifica può così facilmente trovare applicazione nell'industria. 

Questa permeabilità si manifesta negli itinerari personali: scienziati, per esempio, che passano a imprese o diventano presidenti di fondazioni». 

BAGNASCO. «Una seconda differenza richiama la vecchia questione di Sombart: "Perché non c'è socialismo negli Stati Uniti?" Come sappiamo, sono state date molte risposte a questa domanda, ma di nuovo, il punto di vista del progetto, vale a dire dell'ingegneria sociale sembra a lei un ingrediente decisivo. 

Il progetto qui consisteva nel contrastare il radicalismo di classe con lo sviluppo dei consumi e la crescita di una società di classi medie. La "matrice istituzionale della ricerca" fu allora allargata inserendo sociologi e psicologi, con le loro tecniche e l'invenzione dell' "americano medio"». 

ZUNZ. «All'inizio del XX secolo, l’America, diventa un paese di grandi imprese, con una importante classe media e una forte classe operaia i cui membri si integrano abbastanza velocemente alle classi medie. Questa integrazione costituisce il motore dell'ideologia americana che si presenta come alternativa al marxismo. 

È la classe media che si fa portatrice della promessa di benessere. L'accesso al benessere non si basa più, allora, sull'espansione all' Ovest, ma sulla mobilità sociale nelle grandi organizzazioni e sulla acquisizione di beni di consumo per il maggior numero possibile di persone. È in questo periodo che si sviluppano le scienze sociali. 

Esse si appoggiano su una idea forte: bisogna studiare e capire la società per meglio inquadrarla. A ciò si aggiungono forti interessi economici. E' per rispondere a questi imperativi commerciali che si introducono, negli anni venti, i sondaggi e gli studi di mercato, elaborando il concetto di americano medio». 

BAGNASCO. «Qui emerge una questione pesante sia per la ricerca scientifica che per la ricerca sociale. Una ricerca troppo vicina alla tecnica e all'economia è efficace, ma a volte anche miope, acritica. 

Nel modello americano, la reazione a questo appiattimento è stato, a suo giudizio, lo sviluppo dell'idea di pluralismo, come filosofia del riconoscimento delle differenze e lotta alle diseguaglianze. I dati dicono che le differenze sociali sono in aumento negli Stati Uniti, in particolare nella fase di grande crescita di fine secolo». 

ZUNZ. «Inteso nella sua accezione più ampia, il pluralismo è una ideologia della differenza. Essere pluralista, è concepire la realtà sociale come fratturata e negare l'esistenza di una sola verità. Così definito, il pluralismo è diventato una delle idee-forza del XX secolo americano, di fatto un secondo nome per liberalismo. 

Ma come ha spiegato bene l'economista svedese Gunnar Myrdal a metà del secolo, il "dilemma" americano è la distanza che separa i fatti dall'ideologia. Il pluralismo è diventato l'arte di come schivare i problemi che l'arte dell'integrazione. Ciò non toglie che sia stato il filo conduttore del diritto alla differenza». 

BAGNASCO. «Gli americani sembrano comunque convinti che il loro modello di società sia quello più adatto alla modernizzazione, e hanno provato a esportarlo, in genere incontrando resistenze, ma forse anche argomenti per riflettere su se stessi». 

ZUNZ. «La modernizzazione economica come fondamento di una società democratica di massa è un'idea ben definita a metà del XX secolo, gli americani vogliono esportarla, ma non è così semplice. Prendiamo l'esempio del Giappone, che io sviluppo nel mio libro: un paese sconfitto in guerra, che gli americani sono liberi di gestire per sette anni dal 1945 al 1952. 

Un vero caso di scuola, che insegna in virtù delle sue contraddizioni. In un primo tempo gli occupanti hanno redatto una costituzione, deciso la redistribuzione delle terre, democratizzato il sistema educativo e favorito le piccole imprese contro il complesso militare-industriale responsabile della guerra. Ma dal 1947, con la guerra fredda e la lotta al comunismo, gli americani vogliono rilanciare l'economia giapponese. 

Ridanno allora vita alle grandi imprese e mettono in carcere i dissidenti politici sospettati di comunismo. In un primo tempo l'America ha esportato in Giappone i suoi ideali egualitari e liberatori e in un secondo tempo il suo tipo di gestione moderna fondata su grandi imprese, senza riuscire a conciliare le due cose». 

BAGNASCO. «Torniamo all'Europa e alle differenze con gli Stati Uniti. Lei ha descritto un modello della società americana, che comprende una ideologia americana; si può anche pensare che esistano un modello europeo di società e una ideologia europea, visibili se ci si mette abbastanza a distanza, in un punto in cui le differenze nazionali sono meno percepibili. 

Il compromesso sociale europeo è tradizionalmente più basato sull'azione politica e il welfare-state, per esempio. Da quanto so di sue successive ricerche, lei pensa che entrambi i compromessi sociali, quello americano che ha descritto, e quello europeo, presentino oggi difficoltà. 

Sono d'accordo su questo punto, e non credo che, al di là di certe apparenze, sia semplicemente in corso una esportazione in Europa del modello americano. Mi sembra che le cose siano più complicate». 

ZUNZ. «Dal punto di vista dell' Europa, si ha la percezione di una eccessiva americanizzazione, interpretata come un eccesso di liberismo economico. Ma dal punto di vista degli Stati Uniti, il considerevole aggravamento delle disuguaglianze sociali nella società americana è sentito anche come una conseguenza della globalizzazione economica. 

La diminuzione delle occupazioni industriali indebolisce le possibilità di mobilità verso la classe media e contraddice l'ideologia egualitaria. In sostanza, con vocabolari e concetti differenti, Europa e Stati Uniti vivono le stesse difficoltà, ma spesso dandosi le spalle». 

(Arnaldo Bagnasco ha curato l’edizione italiana di «Perché il secolo americano?»)


La Stampa
16 febbraio 2002


Secondo un allievo del linguista statunitense Noam Chomsky il cervello ha già alla nascita un’organizzazione da cui dipendono frasi e parole

La grammatica è innata, il linguaggio si adegua

Nella fase di apprendimento scatta un meccanismo genetico che determina il modo di parlare


E' da tempo che Noam Chomsky, celebre linguista statunitense, sostiene che le strutture del linguaggio sono innate. Ora un suo allievo, Mark Baker della Rutgers University, indica che non soltanto alcune regole grammaticali sono innate ma che esiste anche una gerarchia sulla cui base viene regolato l'apprendimento linguistico. La gerarchia grammaticale non ha nulla a che vedere con una specie di albero genealogico che stabilisca, ad esempio, quanto alcune lingue come l'italiano, lo spagnolo, il francese o il rumeno siano più o meno prossime alla loro lingua-madre, il latino: l'organizzazione gerarchica riguarda invece i principi da cui dipendono i collegamenti tra parole e frasi, vere e proprie regole iscritte nei circuiti cerebrali. Per comprendere cosa Baker intenda per gerarchia delle regole, si può pensare a una serie di interruttori prefissati dai geni: se nel corso dello sviluppo un bambino impara un linguaggio particolare, scatta un interruttore che privilegia un certo circuito di diversi interruttori - e di regole linguistiche - piuttosto di altri.Per fare un caso concreto, si può prendere la differenza che esiste tra l'inglese e il Mohawk parlato da tribù indiane del Massachusetts. Il Mohawk (ascoltabile sul sito http://www.ohwejagehka.com/moh-body1.htm) è una lingua polisintetica in cui i verbi, molto lunghi e compositi, sono traducibili con molte parole: ad esempio, «Washakotya'tawitscheraherkva'se'» significa alla lettera «Egli ha reso la cosa che si porta sopra il corpo brutto per lei», il che significa «lui ha disprezzato il suo vestito». 
Nella frase indiana, «herkv» significa disprezzare e tutti gli altri prefissi specificano i pronomi del soggetto e dell'oggetto; in altre parole ognuno dei prefissi viene descritto dal verbo. I Mohawk di prefissi ne hanno ben 58 ed essi sono ricombinabili in ogni modo possibile. Secondo Baker, e secondo molti altri linguisti, il parametro o «interruttore» polisintetico è unico per il Mohawk e per poche altre lingue, alcune delle quali parlate dagli aborigeni australiani. 
Un passo successivo dell’albero gerarchico comporta la scelta tra una «polisintesi opzionale» (in cui è possibile ma non necessario l'uso dei prefissi polisintetici) o la «direzionalità», vale a dire l'ordine delle parole in una frase: ad esempio, in italiano diciamo «col mio amico», dove «col» deve precedere le altre due parole, mentre in altre lingue «col» viene dopo «amico». Perciò la frase «io poso la penna su il tavolo» può trasformarsi in una lingua Sioux, il Lakota, in «io tavolo il su penna la poso». 
Questi sono alcuni esempi relativi alla gerarchia degli «interruttori»: Baker ritiene che il linguaggio universale umano sia regolato da una trentina di parametri o interruttori e che questi siano legati a regole genetiche che vengono innescate dal tipo di lingua che parliamo. In un bambino piccolo che sente parlare il Mohawk, scatterà l'interruttore polisintetico, in uno che sente parlare il Lakota, quello della direzionalità «in coda» e in un bambino che sente parlare l'italiano, quello della direzionalità «in testa». 
Ma perché mai, potremmo chiederci, tutte le lingue, pur avendo simili strutture, non si rassomigliano per gerarchia grammaticale? Secondo Baker e numerosi linguisti della scuola di Chomsky, il linguaggio sarebbe evoluto anche come una strategia per comunicare segretamente, per nascondere l'informazione ai competitori: e una differenza tra lingue avrebbe, anticamente, assolto a questa funzione «crittografica». 

Alberto Oliverio 

Corriere della Sera 
10 febbraio 2002


La prova del caso clinico


Numerosi casi clinici testimoniano a favore di una base biologica del linguaggio e di una biologia della grammatica. Il più clamoroso riguarda una famiglia canadese in cui la nonna, 4 dei suoi 5 figli e 11 dei suoi 24 nipoti soffrono di un’anomalia linguistica che si trasmette geneticamente. Il disturbo risulta in alcuni dei suoi membri che hanno difficoltà ad esprimersi: non sanno aggiungere la «s» per formare i plurali, come avviene in inglese, o il suffisso «ed» per i verbi al passato (ad esempio loved, amato). Perciò, il più giovane della famiglia, un bambino di 12 anni malgrado una rieducazione linguistica, deve usare delle perifrasi come «l'ultima volta» per esprimere i verbi al passato e «ora» per quelli al presente. Il bambino, invece, non ha problemi coi verbi irregolari, ad esempio per dire «egli venne» dice correttamente «he came», passato remoto di «to come» che, da irregolare, non diviene «comed». (A.O.)


L'egemonia fantasma nella scuola

di Umberto Eco

ALL'INIZIO degli anni Settanta Marisa Bonazzi aveva organizzato a Reggio Emilia una mostra critica dedicata ai libri di testo in uso nelle elementari dell'epoca. La mostra esponeva, dovutamente ingrandite, le pagine dei libri, e poi li commentava. Nel 1972, per le edizioni Guaraldi, Marisa Bonazzi e io avevamo pubblicato un libro, intitolato I pàmpini bugiardi , in cui il commento ai testi incriminati era quasi del tutto ridotto a titoletti ironici, e a brevi introduzioni ai vari settori (i poveri, il lavoro, la patria, le razze, l'educazione civica, la storia, la scienza, il danaro eccetera). Il resto parlava da sé. Ne veniva fuori l'immagine di una editoria scolastica che non si limitava a ripetere i clichés dei libri di lettura e dei sussidiari fascisti, ma era ancora più indietro, legata a stereotipi arcaici, datati almeno quanto il Vittoriano e il dannunzianesimo degli stenterelli.
Cito solo due esempi, e le sottolineature sono mie. Uno era un ritratto di Nazario Sauro, in cui è evidente lo schema dei busti mussoliniani: "In un corpo robusto pieno di sangue vivido e pronto, in quella testa possente e grossa, in quegli occhi risolutissimi si è trasfuso un poco dello spirito immortale che aleggia sui campi, sui monti, sui mari d' Italia, e la fa bella e forte diversamente dalle altre patrie". Il secondo era un capitolo sul 2 giugno, dedicato a spiegare come la festa della Repubblica si risolvesse in una parata militare: "E' un fiume di ferro, di uniformi, di armi e soldati allineati in ordine perfetto... Passano i giganteschi carri armati, i mezzi cingolati per il trasporto delle truppe anche attraverso la nube di una esplosione atomica, i grandi cannoni, gli agili e scattanti reparti d'assalto..."
Evidentemente i testi che spiegavano a bambini innocenti che i nostri cingolati scorrazzano felici attraverso le liete nubi di un'esplosione atomica, erano dei testi mendaci. Quel nostro libretto ha avuto una certa fortuna e, per la sua piccola parte, insieme con altri interventi critici (citavo in prefazione un numero della rivista Rendiconti) ha contribuito a uno svecchiamento dei testi scolastici. Nessuna autorità è intervenuta, nessuna commissione di censura è stata costituita.
Come avviene nelle cose della cultura, una libera critica ha stimolato ripensamenti e nuove iniziative. Io credo che così si debba fare in un paese civile. Non intendo pronunciarmi sui libri che hanno scatenato la critica di Storace, anche perché non li conosco. Sono pronto ad ammettere che contengano passi contestabili, e in paese libero le opinioni contestabili, appunto, si contestano, ferma rimanendo la distinzione fondamentale tra contestazione e censura. Se c’è scandalo, scoppia da solo. Naturalmente chi critica deve avere l’autorità morale e culturale per rendere la sua critica efficace: ma sono decorazioni che si acquistano sul campo.
Non dico nulla che non sia stato già detto se ricordo che un testo scolastico, per difettoso che sia, interagisce con l’autorità dell’insegnante, e con notizie che i ragazzi ricevono (specialmente oggi) da tanti altri canali. Al liceo si aveva come testo di filosofia il serio ma illeggibile Lamanna, di ispirazione idealistica. Il mio professore di filosofia era cattolico (e fu un grande maestro, che ci spiegava persino chi fosse Freud, invitandoci a leggere, per capirlo, l’Anima che guarisce di Stefan Zweig). Non amava il Lamanna, e ci dava la sua versione della storia della filosofia. Anche se poi ho fatto il filosofo di professione, molte cose filosofiche che so sono ancora quelle che ci ha insegnato lui.
A questo professore ho chiesto un giorno quale buona rivista culturale avrei potuto leggere, oltre alla Fiera letteraria (che tra l’altro era allora in mani cattoliche, ma parlava di tutto). Mi ha consigliato un’altra seria rivista cattolica, Humanitas. E questo mi riconduce al problema dell’ egemonia culturale della sinistra.
Oggi un ragazzo che, come per lo più avviene, sa poco dell’Italia che lo ha preceduto, a leggere i giornali e ad ascoltare i discorsi politici (se lo fa) si convince che dal 1946 a Tangentopoli l’Italia è stata governata dalle sinistre, le quali, avendo le leve del comando, hanno instaurato una loro egemonia culturale, i cui effetti nefasti si avvertono ancora ora. Debbo rivelare a quei giovani che per quel periodo il nostro paese è stato governato dalla Democrazia Cristiana, che controllava saldamente il ministero della Pubblica Istruzione, che esistevano fiorenti case editrici cattoliche (come la Morcelliana, SEI, Studium, l’Ave, e persino una casa editrice della Democrazia Cristiana, Cinque Lune), che la Rizzoli era allora d’ispirazione conservatrice, che non erano di sinistra Mondadori, Bompiani, Garzanti e via dicendo, che l’editoria scolastica di Le Monnier, Principato, Vallardi non era governata da membri del partito comunista, che non erano marxisti i grandi settimanali come La domenica del corriere, Epoca, Oggi, Tempo, non lo erano certamente i grandi quotidiani salvo l’ Unità (comperata solo da chi votava Pci) e che, gratta gratta (non considerando le edizioni del Partito Comunista, come l’Universale del Canguro, che circolavano solo alle feste dell’Unità), l’unica casa di sinistra era l’Einaudi, la quale nel quarantotto ha pubblicato il primo libro sul materialismo dialettico sovietico, ma scritto da un gesuita. Feltrinelli viene dopo, e si afferma pubblicando Il Gattopardo e il Dottor Zivago, alla faccia dell’egemonia marxista.
Quella che oggi viene sbrigativamente chiamata cultura di sinistra era in verità cultura laica, liberale, azionista, persino crociana. L’ università era governata da due grandi gruppi che si spartivano i concorsi, i cattolici e i laici, e tra i laici ci stavano tutti, anche i pochi studiosi marxisti di allora. Come si è stabilita un’egemonia della cultura laica, perché gradatamente egemonia c’è stata? Perché la Democrazia Cristiana al potere non l’ha contrastata e non è riuscita a opporre il fascino di Diego Fabbri a quello di Bertolt Brecht?
Non basta affermare, come qualcuno ha fatto in questi giorni, che il partito di governo ha esercitato un ’ampia e serena tolleranza. E’ vero in parte, ma negli anni Cinquanta ricordo che alla Rai lavorava gente a cui si rifiutava il contratto definitivo con la spiegazione esplicita che erano comunisti, e si potrebbero riaprire le cronache dell’epoca per ritrovare polemiche, manifestazioni d’ intolleranza, chiusure oggi inaccettabili. Però sarebbe lecito dire che il partito di potere ha preso una decisione: lasciate a noi il controllo dell’economia, degli enti pubblici, del sottogoverno, e noi non ficcheremo il naso più di tanto nell’attività culturale. Ma anche questo spiega poco. Perché, visto che la scuola non l’imponeva e anzi l’ignorava, un giovane doveva andare a leggere Gramsci piuttosto che Maritain? O almeno, perché i giovani cattolici dell’epoca leggevano Maritain, ma anche Gramsci e Gobetti? Perché quando la rivista dei giovani democristiani di fronda, Terza generazione, ha tentato la saldatura GramsciGioberti, la proposta non ha avuto successo e il povero Gioberti è rimasto negli scaffali delle biblioteche (e dire che sciocco non era)? Perché i giovani cattolici di allora, cresciuti sul personalismo di Mounier e sugli scritti di Chenu o Congar, leggevano affascinati anche Il Mondo di Pannunzio?
È che lo spirito soffia dove vuole. La filosofia cattolica degli anni Cinquanta e Sessanta si divideva, tranne pochissime eccezioni come gli esistenzialisti cristiani, tra neotomisti e spiritualisti di origine gentiliana, e di lì non si muoveva, mentre la filosofia laica metteva in circolazione non tanto Marx (come se tutti all’epoca si buttassero sui Grundrisse, andiamo!), ma il neopositivismo logico, l’esistenzialismo, Heidegger, Sartre o Jaspers, la fenomenologia, Wittgenstein, Dewey, e questi testi li leggevano anche i cattolici. So di fare delle generalizzazioni molto rozze perché, chi fossero molti campioni del pensiero laico, l’ho appreso da maestri cattolici come Pareyson e Guzzo, e non solo da Abbagnano (che era laico, ma certamente non marxista, e neppure di sinistra), e testi fondamentali del pensiero laico sono stati pubblicati anche in collane dirette da studiosi di ispirazione cattolica (si pensi alle edizioni Armando). Ma voglio dire che questa cultura laica (che si espandeva ormai anche in opposizione all’idealismo crociano, e dunque non si trattava di una lotta tra marxisti, molti dei quali ancora crocianissimi, e cristiani) ha certamente stabilito una egemonia e ha sedotto insegnanti e studenti. E quando egemonie del genere si stabiliscono, non si distruggono a suon di decreti.
Questo almeno la Democrazia Cristiana lo aveva capito. Al massimo può essere accusata di scarsa fiducia nella circolazione delle idee, di avere pensato che contava di più controllare il Telegiornale che non le rivistine d’avanguardia. Così, dopo più di venticinque anni di egemonia politica, si è ritrovata tra le mani la generazione del Sessantotto – ma non era colpa sua, accadeva in tutto il mondo. Caso mai, ha adottato una tecnica della pazienza: lascia fare, calma e gesso, nel giro di due decenni la metà di loro finirà o a Comunione e Liberazione o da Berlusconi. E così è stato.
Si potrà dire che la cultura di sinistra è diventata egemonica grazie a una politica di martellanti ricatti ideologici (se non la pensi come noi sei un sorpassato, che vergogna occuparsi d’arte senza pensare al rapporto tra base economica e sovrastruttura!). E’ vero. Il Partito Comunista, a differenza della Democrazia cristiana, ha investito moltissimo nella battaglia culturale. Però quando si leggeva Rinascita o Il Contemporaneo, con le loro diatribe sul realismo socialista, e le loro condanne persino del Metello di Pratolini e di Senso di Visconti, se ne rimaneva certo appassionati ma nessuno, tranne i comunisti iscritti, e forse neppure loro, prendeva sul serio quei diktat — e tutte le persone colte ritenevano che Zdanov fosse una testa di legno. Oltre tutto, se la mia ricostruzione è giusta, la famosa egemonia delle sinistre si è lentamente instaurata proprio nel periodo storico, dall’Ungheria alla Cecoslovacchia, in cui lo stalinismo, il realismo socialista, il Diamat (acronimo russo di materialismo dialettico) andavano in crisi, anche nella coscienza dei militanti socialcomunisti. E quindi non si trattava di egemonia marxista, o non soltanto, ma in gran parte di egemonia di un pensiero critico. E per quale complotto chi è stato influenzato da questo pensiero critico (laico o cattolico che fosse) si è inserito a poco a poco nelle case editrici, alla Rai di stato, nei giornali? Basta a giustificare questa egemonia la politica del consociativismo, con cui la Democrazia Cristiana ha cercato, e con successo, di compromettere l'opposizione con responsabilità di sottogoverno? O l'opportunismo di alcuni intellettuali che si sono buttati a sinistra quando pareva che nel sottogoverno consociativo si creassero occasioni favorevoli, così come ora si buttano a destra per le stesse ragioni? Non credo. E' che nella seconda metà del secolo quella cultura critica è stata più sensibile allo spirito del tempo e ha giocato alcune carte vincenti e ha costituito (dal basso e non dal vertice, e per movimento spontaneo, non per alleanze tra partiti che andavano dai comunisti ai repubblicani, dai liberali ai socialisti e ai cattolici progressisti) dei quadri preparati. Capisco che Storace sia irritato da autori di libri di storia che non la pensano come lui. Mi chiedo solo perché non ritenga di avere in mano strumenti di controllo culturale (e quadri autorevoli) che gli permettano di stabilire l'egemonia del "suo" pensiero. E dire che ormai, se non ve ne siete ancora accorti, l'egemonia culturale sta dalla sua parte. I classici della destra godono del sostegno delle pagine culturali, la storia contemporanea viene rivista a ogni passo, a guardare i cataloghi delle case editrici si vedono per ogni dove non dico i massimi autori del pensiero conservatore, ma persino caterve di libri ispirati a quell'occultismo reazionario a cui i padri spirituali di Storace si sono ispirati. Se l'egemonia culturale si valutasse a peso, avrei l'impressione che la cultura dominante sia oggi mistica, tradizionalista, neospiritualista, New Age, revisionista. Mi pare che la televisione di stato dedichi molto più spazio al Papa che a Giordano Bruno, a Fatima che a Marzabotto, a Padre Pio che a Rosa Luxemburg. Nei mass media circolano ormai più templari che partigiani. Come accade che, con case editrici, quotidiani, pagine culturali, settimanali di destra, Storace si trovi ancora tra i piedi tanti nemici? Possibile che, liquidata dalla storia l'ortodossia marxista, gli ultimi marxisti si siano arroccati nelle scuole medie? Li ha assunti tutti Berlinguer, nei mesi in cui ha avuto tra le mani quella pubblica istruzione che è stata saldamente tenuta dai democristiani per cinquant'anni? Perché Berlusconi (che ha fatto sue le preoccupazioni di Storace), col potere mediatico che ha, soggiace al fascino dell'egemonia della sinistra e pubblica ogni anno, in pregiate edizioni a suo nome, il Manifesto del Partito Comunista e testi proto-comunisti come la Città del Sole di Campanella e La nuova Altantide di Bacone? Per fare bella figura nei confronti di una cultura laica che, nonostante tutto, stima? Perché non pubblica i suoi "pàmpini bugiardi"? Li leggeremmo tutti, cercando di trarne stimoli critici. Perché è attraverso i libri che si stabilisce una egemonia culturale.


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