Amato ricorda NenniValdo Spini su Pietro NenniL'indimenticabile 1956Pietro Nenni parla nel 1948 a MilanoLa biografia

Il premier al convegno su Nenni: capì che il nemico era da quella parte

Amato: tra noi e la destra abisso incolmabile


ROMA - Poche parole, due sole frasi in mezzo a un appassionato ricordo, storico e insieme personale, di Pietro Nenni: «Lui ha sempre percepito che la democrazia in Italia si affermava contro la destra, aveva capito che il nemico era la destra». E poi ancora: «Tra la destra e la sinistra c’è un abisso incolmabile, perché la destra vi dirà sempre che è pronta ad aiutare chi resta indietro - e lo scrive sui manifesti -, la sinistra invece non chiede aiuto per loro, ma li fa camminare con le proprie gambe». Così Giuliano Amato per un giorno smette i panni del premier e torna in quelli del politico. Si commemora il ventesimo anniversario della morte di Nenni. Sul palco al Palazzo dei congressi di Roma ci sono la figlia Giuliana, lo storico Giuseppe Tamburranno e Giuliano Vassalli. Si parla della lotta antifascista, della guerra e delle sfide del riformismo nel dopoguerra. Ma Amato porta in primo piano anche l’attualità politica, la battaglia pre elettorale e Silvio Berlusconi, al quale, a pochi giorni dall’accordo bipartisan sull’Europa, dedica un attacco frontale. E’ la giornata dell’orgoglio socialista, in cui si può anche applaudire tutti insieme Bettino Craxi e riprendersi la rivincita storica contro il Pci. Amato dipana i suoi ricordi sul primo centrosinistra: «Quando vennero i momenti difficili del ’64 con le tensioni intorno alla tollerabilità dei socialisti nel governo e Nenni si trovò di fronte all’alternativa se restare o mollare davanti al "rumore di sciabole", scelse di salvare la democrazia, rimanendo al governo. Un momento decisivo e un comportamento quello di Nenni tanto più importante perché invece Togliatti non capì o forse ritenne di non capire che questa era la scelta giusta. Mi ricordo quel luglio, Nenni seduto su una panchina alla Camilluccia ad aspettare la decisione dello stato maggiore dc, l’umiliazione di un leader come lui, il suo orgoglio interiore e la lungimiranza che gli permise di aprire una stagione che ha radicato la democrazia e preparato la strada alle riforme che vennero negli Anni Settanta».
Ma nel salone del Palazzo dei congressi la memoria di Nenni diventa anche un argomento da campagna elettorale: «Si è socialisti se si è di qua (inteso come a sinistra) - conclude Amato -, se si mantengono le proprie radici. E per questo, voi non siete figli di un dio minore ma figli del riformismo che ha fatto le cose migliori di questo secolo». Applausi e un po’ di commozione, in sala. Anche se c’è da fare i conti con la realtà dei numeri e dei consensi. E se dal presidente della fondazione Nenni al leader del partito socialista italiano Enrico Boselli è tutto un attaccare i compagni che «si alleano con la destra», cioè Martelli e Bobo Craxi, ci sono le ricerche e i sondaggi a mettere in dubbio le loro convinzioni: secondo una ricerca della Consulting Unit fatta tra 932 milanesi che votavano per Bettino Craxi, oggi il 50 per cento degli elettori che votavano per Psi scelgono Forza Italia, il 30 per cento si astiene e il restante 20 è diviso tra gli altri partiti.
Resta dunque da parlare del futuro. E lo fa Enrico Boselli che ripropone il problema elettorale dei socialisti in attesa della Casa dei Riformisti del centrosinistra proposta due mesi fa da Romano Prodi. «Agli elettori della coalizione non bastano Ds e Margherita, c’è un vuoto di rappresentanza che i socialisti si candidano a colmare. Mi dispiace che un leader riformista moderato come Arturo Parisi preferisca per i suoi Democratici un progetto di postdemocristiani come è diventata la Margherita». Invece, annuncia Boselli, sono migliorati i rapporti con i Ds «e il fatto che oggi Amato sia alla guida del governo dimostra che qualcosa è cambiato nei rapporti con loro». Sarà, ma quando Tamburrano annuncia che nonostante «gli sforzi di Veltroni di appropriarsi del socialismo liberale di Rosselli, Rosselli è nostro», si accende l’applauso più convinto della platea.



Gianna Fregonara

Corriere della Sera
Domenica 3 Dicembre 2000


Venti anni fà moriva Pietro Nenni
di Valdo Spini



Venti anni fa' moriva Pietro Nenni, il leader storico del socialismo italiano, emerso nella sconfitta subita dal fascismo, e affermatosi come tale dalla liberazione almeno fino al 1969, quando perse il controllo di fatto del partito. Del PSI, peraltro, assunse la presidenza del Comitato Centrale fino alla morte. Pietro Nenni è stato l'uomo delle grandi unità, il patto di unità d'azione, il Fronte Popolare e delle grandi rotture: l'autonomia socialista, il primo centro-sinistra, la prima modernizzazione dell'Italia negli anni sessanta. Una biografia politica lunga, complessa e per molti versi avvincente.

Una biografia politica cominciata nel 1914, da giovane repubblicano rivoluzionario con la settimana rossa di Ancona, continuata con l'adesione al Partito Socialista Italiano, all'indomani dell'assalto subito dall'Avanti! a Milano nel 1921, e terminata con gli incarichi di vice presidente del consiglio prima e di ministro degli esteri poi nel corso dei governi di centro-sinistra degli anni sessanta.

Non solo un grande leader socialista, ma anche un grande leader della sinistra. Il comizio di Nenni era uno degli avvenimenti popolari più sentiti, in cui le masse potevano identificare i loro sentimenti. Ha scritto recentemente Mauro Ferri, che, giovane segretario della Federazione del PSI di Arezzo, avendo organizzato un comizio di Nenni nel dicembre 1947, andò ad invitare la locale federazione del PCI: Questa ringraziò, ma declinò l'invito perchè impegnata nelle stesse ore nel proprio congresso. In compenso, dissero i compagni del PCI, perché Nenni non viene al nostro congresso prima del suo comizio? Nenni accettò l'invito, andò al congresso del PCI di Arezzo, pronunziò il suo saluto e poi si alzò per andare via . Avvenne allora che il congresso si svuotò e di fatto si interruppe, perché tutti andarono dietro a Nenni a sentire il suo comizio. Così era la sinistra di allora.

Nenni non era solo un grande oratore, era anche forse il più brillante giornalista politico dei suoi tempi. Egli si identificava con l'Avanti! e aveva ben compreso l'importanza dei mass media del tempo, di cui era strumento principe il giornale.

Ma non è questa la sede per ripercorrere tutte le tappe di una vita così lunga e avventurosa, dalla prigione subita insieme a Mussolini, allora socialista rivoluzionario, allo scambio di ruoli tra Nenni confinato a Ponza che vede, col cannocchiale, arrivare il neoconfinato Mussolini, il 28 luglio 1943, alla morte della figlia Vittoria nel campo di concentramento nazista.

Scrivere oggi sull'Unità di Nenni, significa ancor oggi fare politica, prendere una posizione politica. Sì, perché la rottura tra socialisti e comunisti susseguitasi alle denunce di Kruscev dei crimini staliniani, e all'invasione dell'Ungheria da parte dei carri armati sovietici nel novembre del 1956, fu dura e lacerante, specie nelle regioni dove la sinistra governava, cioè Emilia-Romagna, Toscana e Umbria , e in cui l'elettorato socialista ebbe successivamente a subire le maggiori perdite negli anni del centro-sinistra.

A tanti anni di distanza si deve dire con molta chiarezza che il Nenni del testo "Le prospettive del socialismo dopo la destalinizzazione", quando si rifiuta di addebitare agli errori di un uomo, per quanto potente ,come Stalin, le degenerazioni del sistema sovietico, che condanna l'intervento dei carri armati in Ungheria, che avvia un cammino di riconciliazione con l'Internazionale Socialista, ( il PSI era stato espulso per il suo frontismo nel periodo stalinista), che dopo i fatti di Genova e la caduta del governo Tambroni, concorre a creare una governabilità democratica e aprire un cammino di riforme del nostro paese, quel Nenni, sia pure in ritardo, aveva ragione. Diciamo in ritardo, perché analoga analisi Nenni non aveva saputo fare allo scoppio della guerra fredda, nella seconda metà degli anni quaranta. Ma pur sempre importante e decisiva la sua azione, perché , a differenza di Saragat nel 1947, egli con l'aiuto di Riccardo Lombardi, seppe spostare su quella posizione nel 1956-57, una parte veramente consistente e rappresentativa della sinistra e del movimento operaio italiano.

Aveva ragione Nenni e torto il PCI che non seppe fare un'analisi altrettanto impietosa dei propri errori, cercando di riassorbire la rottura di continuità del XX congresso nella teoria della via italiana al socialismo e giustificando i carri armati sovietici a Budapest. Aveva invece ragione Nenni quando condannò l'intervento sovietico in Ungheria. Storicamente l'autonomismo di Nenni, e cioè l'azione dura e tenace per far vivere ed agire una sinistra non comunista negli anni in cui il mondo era diviso tra est ed ovest, fu giusta ed utile a tutti, comunisti compresi. Nenni è quindi per i DS un punto di riferimento storico da rivendicare.

Proprio per questo oggi non condividiamo la tesi di chi vorrebbe stabilire una

continuità tra l'autonomismo socialista e la collocazione dello SDI al centro, nel cosiddetto trifoglio. Comunque la si pensi sul momento politico attuale, si dovrà prendere atto che l'autonomismo socialista è stata una lotta , difficile e coerente nella sinistra, non è mai stato uno spostamento al centro della tradizione socialista.

Appartengo ad una generazione di giovanissimi che nel 1964, quando, dopo il "tintinnare di sciabole" del generale De Lorenzo, Nenni rimase al governo per garantire la democrazia e Lombardi passò all'opposizione nel partito, insoddisfatto per l'interruzione del processo riformatore e per la rinuncia ad un'incisiva riforma urbanistica, scelse Lombardi e quella che diventò la sua sinistra socialista. Una generazione che accolse con soddisfazione la seconda scissione socialdemocratica di Tanassi e c. avvenuta nel 1969 ,avvenimento che portò di fatto all'emarginazione di Nenni nel partito. Noi volevamo difendere un'altra autonomia del partito, quella dal governo, dalle sue compromissioni, nella nitidezza dell'immagine ideale e programmatica socialista nella sinistra italiana e della prassi "povera" di un partito rimasto fondamentalmente onesto.

Non posso essere quindi sospettato di tenerezze acritiche verso Nenni. Credo ne vadano sottolineati anche tutti i limiti anche di malaccorto gestore delle divisioni interne al movimento socialista, sia di quella che portò alla scissione di Saragat nel 1947, sia di quella che portò alla scissione del PSIUP del 1964. Quella del 1947 fu probabilmente, nel lungo periodo, mortale per un partito che nel 1946 aveva avuto un risultato elettorale superiore a quello del PCI. Quella del 1964 concorse a cambiare la sociologia interna al partito, diminuendo il peso della tradizione popolare socialista. Ambedue furono da Nenni sottovalutate.

Ma credo che in questa sede si debba chiedere per Nenni una giustizia storica. L'uomo che godeva di grande popolarità tra le masse italiane, che l'Unione Sovietica aveva vezzeggiato fino a conferirgli il Premio Stalin, seppe ricredersi e cambiare le proprie posizioni, e, a prezzo di un durissimo scontro politico, aprire almeno ad una parte della sinistra italiana un'altra strada, quella di riforme che hanno lasciato tuttora il segno nella vita del nostro paese, dalla scuola media unica all'istituzione delle regioni. E per questo dobbiamo dirgli, Grazie Nenni!

da "l'Unità"


domenica, 2 gennaio 2000


L'indimenticabile 1956 

Pietro Nenni 

di Francesco Bianchi 


L’anno 1956 racchiuse in sé il succedersi di una serie di eventi interni ed internazionali di grande importanza per la sinistra italiana, che rivelarono le aspirazioni individuali e collettive, le ambiguità, le contraddizioni, lo smarrimento, la delusione ed i limiti nei comportamenti dei leader di partito, dei dirigenti, degli intellettuali e dei militanti di sinistra. Il lavoro che segue è un tentativo di ricostruzione e di sintesi, attraverso la descrizione dei fatti, del dibattito che si originò all’interno della sinistra italiana in quell’anno. Furono mesi intensi, che posero soprattutto la questione comunista al centro dell’attenzione internazionale : il ’56 fu in primo luogo l’anno del XX Congresso del PCUS (che si tenne a Mosca nel febbraio), del “rapporto segreto” di Kruscev (che fu reso noto al pubblico mondiale soltanto nel giugno) e di tutto quello che ne seguì con le drammatiche crisi dell’autunno in Polonia ed in Ungheria. Alla caduta del mito di Stalin ed agli interrogativi che si affacciarono sulla natura del regime sovietico, seguirono altri eventi non meno traumatici, che investirono altri paesi del blocco socialista : in Polonia la crisi che si aprì in giugno con l’insurrezione degli operai di Poznan, trovò una soluzione nell’ottobre con l’ascesa al potere di Gomulka, mentre in Ungheria, le manifestazioni popolari si trasformarono in scontri sanguinosi che furono placati solamente con l’intervento dei carri armati sovietici A distogliere l’attenzione del mondo dai fatti ungheresi e dai problemi del mondo comunista fu l’attacco di Francia, Gran Bretagna ed Israele all’Egitto in seguito alla decisione di Nasser di nazionalizzare il Canale di Suez.Il 1956 fu dunque prevalentemente un anno di crisi politica internazionale, che nella sua accezione più ampia comprese una crisi nella ideologia, nell’economia, nella diplomazia e nella strategia militare. In Italia, le ripercussioni di questi importanti avvenimenti, animarono il dibattito politico e culturale e segnarono profondamente il rapporto tra i partiti della sinistra italiana. All’interno del PCI, l’atteggiamento di cautela e di reticenza di Togliatti si protrasse dal febbraio al giugno ’56, quando la pubblicazione del “rapporto segreto” lo spinse a formulare una analisi sui “crimini” di Stalin e sul "culto della personalità”. Il dibattito si aprì in modo profondo, soprattutto nel mondo intellettuale e studentesco di sinistra. Fu proprio da loro che Togliatti e la dirigenza comunista ricevettero le critiche più dure per i giudizi e le posizioni del partito rispetto al XX Congresso, al “rapporto segreto”, ai fatti polacchi ed ungheresi. I rapporti tra il PCI ed il PSI si andarono progressivamente deteriorando con il passare dei mesi (e soprattutto degli avvenimenti), raggiungendo il “punto di rottura” con i fatti ungheresi. Mentre il PCI giudicò l’intervento sovietico come una “dolorosa necessità”, per respingere il “putsch controrivoluzionario” che era in atto in Ungheria, i socialisti condannarono apertamente l’atteggiamento sovietico. Nel quadro di una possibile riunificazione socialista, i contatti tra PSI e PSDI si caratterizzarono durante tutto l’anno da continui riavvicinamenti e brusche rotture, raggiungendo le più ottimistiche speranze di una veloce riunificazione con l’incontro di Pralognan tra Nenni e Saragat. All’interno del PSI, la corrente autonomista, spingeva da diversi anni per una maggiore autonomia nei confronti del PCI, nella direzione dell’apertura a sinistra e della riunificazione con il PSDI ; nel PSDI invece, la corrente di sinistra chiedeva la fine della politica governativa con la DC ed una veloce riu-nificazione con il PSI. Gli avvenimenti internazionali (XX Congresso del PCUS, “rapporto segreto” di Kruscev, fatti polacchi ed ungheresi), chiedevano in qualche misura ai leader dei partiti politici della sinistra italiana di anticipare delle rotture e di portare delle revisioni alle linee politiche dei loro partiti : riuscirono a cogliere in pieno l’esatta portata e le conseguenze possibili degli eventi del 1956 Il PCI, il PSI ed il PSDI si aprirono, sotto la spinta degli avvenimenti, a delle radicali trasformazioni, o rimasero ancorati alle loro posizioni del decennio precedente? E’ attraverso la ripresentazione dei fatti del 1956 e del dibattito che originarono nella sinistra italiana, che questo lavoro cerca di dare qualche risposta a queste domande, attraverso i giudizi e le posizioni che i protagonisti espressero negli editoriali dei quotidiani, negli articoli delle riviste, in testimonianze, documenti e studi. 

DAL FRONTISMO AL CENTRO-SINISTRA

Pietro Nenni

di Luca Molinari

Pietro Nenni ha rappresentato per oltre mezzo secolo la storia e gli ideali del Socialismo e del Partito Socialista Italiano.

Nacque a Faenza, isola bianca nella Romagna gialla (repubblicana) e rossa (socialista), nel 1891 da una famiglia povera; diventerà ben presto orfano di padre e la madre sarà costretta a fare i lavori più umili per poter mantenerlo agli studi.

Inizialmente aderì al movimento repubblicano che ancora non si era strutturato in partito: già allora la Romagna era una delle basi elettorali e di consenso di quello che sarà il partito dell’edera.

In giovane età vide le prime repressioni perpetuate ai danni degli operai dagli agrari e dall’esercito; fu allora che scelse da che parte schierarsi, al fianco dei più umili e degli oppressi: fu fedele a ciò per tutta la vita.

Durante la “settimana rossa” conobbe il carcere in compagnia di un altro romagnolo illustre: Benito Mussolini che all’epoca frequentava, anch’egli, gli ambienti dell’estrema sinistra e del movimento repubblicano.

Sempre in compagnia del futuro Duce fu interventista durante la Grande Guerra ed aderì, in seguito al socialismo: è qui che le strade di Nenni e di Mussolini si dividono; Mussolini diventerà il fondatore ed il capo indiscusso del fascismo, invece Nenni rimarrà fedele al socialismo e sarà uno dei massimi esponente dell’antifascismo e della democrazia e della sinistra italiana.

L’anno di adesione di Nenni al PSI, il 1921, coincise con la scissione comunista di Livorno; ciò fu una ferita aperta per tutta la vita dello statista socialista: per tutta la vita cercò di rimarginare le ferite ed i danni che tale evento aveva provocato nella democrazia e nella sinistra italiana.

Durante il ventennio fascista fu uno dei massimi dirigenti del socialismo e dell’antifascismo italiano ed internazionale: dalla Spagna alla Resistenza italiana la presenza di Nenni era sempre stata assidua e sicuro punto di riferimento per tutti i democratici.

Il massimo impegno lo profuse durante l’epopea spagnola quando combatté al fianco di democratici provenienti da tutto il mondo inquadrati nelle brigate internazionali di cui fu uno dei massimi dirigenti e commissari politici.

In terra di Spagna combatterono fianco a fianco uomini come Togliatti, Lussu, Valiani, Di Vittorio, i fratelli Carlo e Nello Rosselli, Orwell ed Emnigwhay: il loro compito era salvare la giovane repubblica spagnola dalla violenza del franchismo e dei suoi alleati tedeschi ed italiani e dall’indifferenza delle democrazie occidentali.

Dell’esperienza spagnola rimangono ottime testimonianze nei Diari personali di Pietro Nenni ed in libro dal titolo significativo, “Spagna”, in cui, oltre che a narrare le vicende storiche e politiche della guerra civile, vi è una raccolta di discorsi del leader socialista che danno bene il senso di ciò che la vicenda spagnola abbia rappresentato nella storia europea e nella vita degli antifascisti; tali scritti aiutano a comprendere quali furono gli errori delle democrazie europee che assistettero inermi all’agonia ed al dramma della Spagna votando molti ordini di solidarietà, ma dando pochi aiuti concreti.

Invece nella penisola iberica si decidevano i destini dell’Europa, della Democrazia e della Civiltà.

E’ proprio a partire dall’esperienza spagnola che vengono poste le basi dell’unità politica d’azione con i comunisti di Palmiro Togliatti.

Tale rapporto di collaborazione sarà alla base dell’alleanza frontista e dell’esperienza della Resistenza italiana dopo l’8 settembre 1943: come nella torrida valle dell’Ebro arsa dal sole spagnolo o per le strade di Barcellona, così comunisti, socialisti e combattenti di Giustizia e Libertà si trovarono a combattere fianco a fianco nelle Langhe del Piemonte o nei boschi della Val Padana.

Nel già citato volume “Spagna” l’autore traccia ritratti e profili profondi ed esaurienti dei leader politici spagnoli, da Negrin a Caballero passando per Giral ed Indalecio Pietro, e dei principali vecchi antifascisti italiani, primi fra tutti i fratelli Carlo e Nello Rosselli, per cui si era antifascisti poiché non si misurava la Patria a frontiere od a cannoni, ma la loro Patria coincideva con quella di tutti gli uomini liberi: bell’esempio di sano e genuino fervido internazionalismo in anni di egoismo individualismo del capitalismo e di crudeltà dello stalinismo.

Da queste pagine traspare la passione e l’amore per la politica di Nenni: sarà così per tutta la vita del capo socialista, uomo di non grande strategia politica, contrariamente al cinico, freddo e calcolatore Togliatti, ma di forti passioni.

Le righe più toccanti sono, però, quelle dedicate al comandante Fernando De Rosa e di quei miliziani barbaramente ammazzati dai soldati franchisti: su tutto il libro aleggia l’auspicio di Carlo Rosselli “Oggi a Madrid, domani a Roma”, parole di speranza per tutti gli antifascisti italiani che proprio in quegli anni vedevano consolidarsi in Patria il regime fascista mussoliniano.

Simbolo della guerra civile fu una fotografia di J. Capra in cui viene immortalato un miliziano che cade morente sotto i colpi dei fucili fascisti: è il simbolo vivente del motto di Dolores Ibbarurri, “la Pasionaria” del Partito Comunista Spagnolo, per cui era meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”.

Dell’esperienza spagnola rimane un monito, un messaggio ben racchiuse nelle parole di uno dei più giovani protagonisti della guerra civile, Leo Valiani “La democrazia è sacra e va difesa a tutti i costi, anche con le armi, se necessario”.

Rientrato in Italia dopo la caduta del Duce Nenni assume, con Sandro Pertini, Giuseppe Saragat e Lelio Basso la guida del Partito Socialista finalmente riunificatosi con il nome di Partito Socialista di Unità Proletaria (P.S.I.U.P).

Nenni, dopo la Liberazione, assunse anche cariche di governo sfiorando la stessa Presidenza del Consiglio dei Ministri, e guiderà in prima persona la battaglia a favore della Repubblica; il suo motto era “O la Repubblica o il caos” a cui seguiva un ancora più apocalittico “La Repubblica sarà socialista o non sarà”.

Sotto a questi slogan, che possono sembrare demagogici ed estremistici, si nascondeva la convinzione di Nenni di essere lui ed il Partito Socialista, anche più dei comunisti, i simboli del rinnovamento e del cambiamento frutto della movimento partigiano e della Resistenza, credeva, in sintesi, di essere l’incarnazione vivente del Vento del Nord.

La rottura dell’unità nazionale antifascista nella primavera del 1947 segnò anche una nuova rottura nel Partito Socialista, se ne va la destra riformista e socialdemocratica di Giuseppe Saragat che diede vita al PSLI, poi PSDI, che sarà partito di governo e che collaborerà con la Democrazia Cristiana e con gli altri partiti laici minori.

Gli anni del centrismo sono caratterizzati dalla stretta alleanza con il PCI; sono gli anni del frontismo che si esauriranno solo dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria (1956) quando Nenni si riavvicinerà a Saragat, proponendo ed ottenendo la temporanea riunificazione tra le due diverse anime del socialismo italiano e, dopo aver intrapreso la via dell’autonomismo, giungerà a collaborare con la DC di Fanfani e di Moro, con il PSDI di Saragat ed il PRI di Ugo La Malfa ed Oronzo Reale nei governi di centro-sinistra.

L’esperienza riformatrice di centro-sinistra terminò ben presto dopo il tentato colpo di stato del generale Giovanni De Lorenzo. Non venne meno la compagine di governo quadripartita, ma si pose fine alle riforme strutturali e di sistema che i primi governi di centro-sinistra avevano teorizzato: vince l’ala moderata del centro-sinistra, rappresentata dal trinomio Moro-Nenni_Saragat, che sconfigge quella più riformatrice incarnata da Fanfani-Lombardi-La Malfa.

I fatti del 1964 possono essere letti come un atto di debolezza dell’anziano leader socialista come ha scritto Corradino Mineo: “Moro fu portato di notte a casa del senatore Morlino per parlare dei golpisti e Nenni sentì ‘rumor di sciabole’ e decise di… calarsi le braghe”.

In realtà il comportamento di Nenni può essere interpretato come un atto di coerenza con l’idea di base di tutta la sua vita: combattere il fascismo; meglio soprassedere sulle riforme che vedere avverarsi, negli aspetti più violenti, i progetti autoritari del generale De Lorenzo.

Solo quattro anni dopo arrivò la bufera del ’68 che pose fine ad ogni illusione riformatrice ipotizzata all’inizio degli anni ’60 e la carriera del vecchio Nenni volge al termine. Ultimo significativo atto di Nenni fu l’appoggio dato al fronte divorzista nel referendum del 1974 voluto dalla DC di Fanfani e dal MSI di Almirante.

Nenni muore il 1 gennaio del 1980 quando ormai il suo partito saldamente nelle mani del suo delfino, Bettino Craxi, che lo condurrà prima ad essere “l’ago della bilancia” della politica italiana e poi a concludere la sua gloriosa e centenaria storia nelle aule giudiziarie.

Chi scrive non può nascondere la propria simpatia e le proprie preferenze nei confronti del vecchio leader socialista, Premio Stalin 1956, piuttosto che al dinamico leader decisionista.

Di errori di calcolo e di miopia politica Nenni ne commise molti, ma grande fu la sua umanità e la sua passione. Come ha detto Enzo Biagi “Conosceva la gente”.


di Luca Molinari

dal sito: www.cronologia.it


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