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Tra il 1930 ed 1931 si allarga la fama di
Carlo in Europa, a seguito soprattutto della pubblicazione del racconto
sulla sua fuga da Lipari, in riviste francesi e soprattutto inglesi, fra cui
la "Contemporary Review". Nel frattempo, la famiglia Rosselli, che
abita sempre nel centro di Parigi si allarga: nasce infatti Andrea. Nello
invece si trasferisce nella villa appena acquistata a L'Apparita, vicino
Firenze, dopo il periodo trascorso a Londra con Maria. Nel gennaio 1932 esce
il primo numero dei Quaderni di G.L., una nuova serie che durerà fino al
1935, per dodici numeri ad alterna periodicità. I Quaderni del 1932 sono
per lo più dedicati a due importanti tematiche: la questione socialista e
l'evoluzione del concetto di rivoluzione. Il primo aspetto viene analizzato
in un importante articolo scritto da Rosselli nel giugno '32, all'indomani
della morte di Filippo Turati, avvenuta durante il suo esilio francese. E'
un ricordo commosso del padre del socialismo italiano che lo stesso Carlo
aveva aiutato a fuggire in Francia, ma allo stesso tempo, ripercorrendo le
fasi salienti della vita dell'uomo politico rappresenta una critica
all'azione politica e alle scelte compiute dai socialisti in questo secolo.
Seppur non in modo diretto, a Turati viene riconosciuta la responsabilità
di aver fatto inaridire la proposta politica socialista, sempre più
appiattita sulle questioni economiche piuttosto che sulle rivendicazioni
sociali o su scelte squisitamente politiche. Questo avrebbe comportato,
secondo l'analisi rosselliana un distacco delle nuove generazioni dal
partito che, dal 1910 non ha più rappresentato un punto di riferimento
ideologico sicuro e chiaro. E' significativa a tale proposito la conclusione
di Rosselli sulla personalità politica di Turati: "Le parole di Turati
destano ammirazione per la finezza delle analisi e la dialettica poderosa,
ma non riescono a convincere. Qualche cosa manca che non è la fede... manca
la decisione". Tuttavia, al centro della riflessione di Rosselli e del
gruppo di G.L. vi è la Russia, che in questi anni sta diventando quasi un
"mito" per gli intellettuali antifascisti. Lo stesso Carlo in Note
sulla Russia, del marzo '32, pur criticando anche piuttosto severamente gli
effetti della dittatura stalinista, riconosce il valore storico
rappresentato dalla rivoluzione russa che "aveva distrutto
l'autocrazia, che aveva dato la terra ai contadini.", e
significativamente conclude "Questa rivoluzione l'amiamo e la
difenderemo". In realtà questi sono anni in cui la cultura europea
sembra affascinata dalla rivoluzione e dal comunismo sovietico. Afferma in
proposito Rosselli: "I Soviet sono di moda... Non c'è uomo di stato o
letterato di grido che non pubblichi il suo
". La differenza tra questo atteggiamento della cultura generale,
definibile "di dilettantismo rivoluzionario" e l'opinione di Carlo
sul mondo sovietico è netta. Mentre infatti apprezza il moto rivoluzionario
come affossatore della tirannia zarista, ma allo stesso tempo ne critica
aspramente il risultato, cioè la dittatura comunista, che "aveva sì
liberato energie meravigliose, ma solo per umiliarle e isteririrle".
Dunque Rosselli rivendica sì la necessità che anche nei paesi europei
fascistizzati si ricorra alla rivoluzione come in Russia, ma allo stesso
tempo vuole una rivoluzione democratica che non porti all'instaurazione di
un'altra dittatura, ma sfoci nella costituzione di un governo democratico e
rappresentativo di tutte le realtà politiche del paese. Come afferma in
Chiarimenti al programma: "La rivoluzione... dovrà conseguire di
slancio tutti i suoi più importanti obiettivi: repubblica, riforma agraria
e riforma industriale e bancaria. Questi obiettivi... sono la rivoluzione
stessa che si attua", diversamente, se si seguissero i dettami
comunisti la "rivoluzione scoppierebbe ma mancherebbe al suo
scopo".

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